Diari di Cineclub

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domenica 5 gennaio 2020

BRACCIO DI FERRO NEL GOLFO di Franco Iacch





BRACCIO DI FERRO NEL GOLFO
di Franco Iacch (*)


Una guerra tra Stati Uniti ed Iran non ci sarà. L’amministrazione Trump vuole passare alla storia per aver messo fine alle guerre americane nel Medio Oriente, non per iniziarne di nuove. Anche l’Ayatollah Ali Khamenei, suprema guida dell’Iran, ha pubblicamente affermato che una guerra con gli Stati Uniti non ci sarà. Ciò non significa che qualche azione aggressiva isolata e non autorizzata, date le tensioni create, potrebbe verificarsi, ma una guerra totale tra i due paesi è da escludere. Il concetto stesso di guerra convenzionale tra stati, pena conseguenze inimmaginabili ed evoluzioni imprevedibili, è storia. L’Iran non è certamente l’Iraq o la Corea del Nord, ma non rappresenta una minaccia militare convenzionale per gli Stati Uniti. Per intenderci: nessun paese al mondo potrebbe sconfiggere gli Stati Uniti. Un attacco preventivo convenzionale contro l’Iran ridurrebbe certamente le capacità militare del paese, ma non escluderebbe la ritorsione contro le basi statunitensi in Medio Oriente ed Israele. Qualora scoppiasse una guerra totale e senza limiti tra Stati Uniti ed Iran, sarebbe proprio la disparità atomica a rendere irrilevanti tutte le altre voci convenzionali dell’equazione.

mercoledì 5 settembre 2018

SGOMBERI E TORTURA: SALVINI SFORNA LA CIRCOLARE PER LA GUERRA AI POVERI di Antonello Zecca e Checchino Antonini





SGOMBERI E TORTURA: 
SALVINI SFORNA LA CIRCOLARE PER LA GUERRA AI POVERI
di Antonello Zecca e Checchino Antonini




«La proprietà privata è sacra e sono troppi gli Italiani vittime di occupazioni da parte non di bisognosi, ma di furbi e violenti». L’odio di Salvini per i senza casa non è nuovo, pure Minniti non scherzava e ci aveva già provato, con il “decreto casa”, Maurizio Lupi, ministro con Renzi, uomo di Cl, feroce apparato affaristico clerico-liberista, più volte nominato nelle carte di indagini su grandi e piccole opere, oggi deputato Udc in procinto di transitare in Forza Italia. La prima cosa che salta agli occhi è, anche stavolta, la continuità nelle politiche repressive e antipopolari tra governi Pd e Gabinetto Salvini-Di Maio. Quel decreto era un pacchetto di sgravi e deregulation per i palazzinari condito, all'articolo 5, da una norma che voleva colpire i movimenti per il diritto all'abitare: “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all'immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”. 
La circolare del Viminale con data primo settembre è più esplicita nell'ordine di eseguire sgomberi tempestivi, senza nemmeno la finzione della ricerca di soluzione alternativa come avviene attualmente. In genere la soluzione è punitiva, separa i nuclei familiari e li colpevolizza per la condizione di povertà affidandoli a servizi sociali stremati da decenni di tagli, gestiti da sindaci che cercano consenso sulla guerra ai poverissimi, quasi sempre migranti o rom.

venerdì 6 luglio 2018

SALVINI REGALA LE TASER ALLE POLIZIE, ARMI A MISURA DI ABUSO IN POLIZIA di Ercole Olmi






SALVINI REGALA LE TASER ALLE POLIZIE, 
ARMI A MISURA DI ABUSO IN POLIZIA
di Ercole Olmi


Salvini firma il decreto per la sperimentazione delle pistole taser, quelle con cui si divertono e uccidono gli agenti Usa. Ma lo sceriffo leghista le chiama armi non letali



«È un’arma – la pistola taser – di dissuasione non letale – ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini – ed il suo utilizzo è un importante deterrente soprattutto per gli operatori della sicurezza che pattugliano le strade e possono trovarsi in situazioni border line. È una misura di deterrenza può risultare più efficace e soprattutto può ridurre i rischi per l’incolumità personale degli agenti. Credo che la pistola elettrica sia un valido supporto, come dimostra l’esperienza di molti paesi avanzati, tra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e la Svizzera».

Se cala il rischio per gli agenti, però, aumenta quello per le persone che incappano nelle attenzioni dei robocop i divisa. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha più volte ripetuto che «apparentemente, queste pistole sembrano avere tutti i vantaggi: facili da usare, efficaci e risolutive in situazioni complicate, tanto nei confronti di persone recalcitranti all’arresto quanto di prigionieri in rivolta o di folle aggressive. In più, portano con sé quella definizione rassicurante di ‘armi meno che letali’ o ‘non letali’. Nel Nordamerica (Usa e Canada), dal 2001, il numero dei morti ‘taserizzati’ è di almeno 864. Nel 90% dei casi, le vittime erano disarmate. Gli studi medici a disposizione sono concordi nel ritenere che l’uso delle Taser abbia avuto conseguenze mortali su soggetti con disturbi cardiaci o le cui funzioni, nel momento in cui erano stati colpiti dalla Taser, erano compromesse da alcool o droga o, ancora, che erano sotto sforzo, ad esempio al termine di una colluttazione o di una corsa. Altro fattore di preoccupazione è la facilità con cui la Taser può rilasciare scariche multiple, che possono danneggiare anche irreversibilmente il cuore o il sistema respiratorio. Prima di mettere a disposizione delle forze di polizia questo tipo di arma andrebbe effettuato uno studio sui rischi di violazioni dei diritti umani a seguito del suo impiego e andrebbe garantita una formazione specifica e approfondita per gli operatori che ne venissero dotati. Ma anche se venissero soddisfatte queste due richieste, il rischio di violazioni dei diritti umani non verrebbe affatto azzerato».

venerdì 20 novembre 2015

LA CULTURA DI PACE E' OGGI MINORITARIA di Guido Viale






LA CULTURA DI PACE E' OGGI MINORITARIA
di Guido Viale




La guerra non è fatta solo di armi, eserciti, fronti, distruzione e morte. Comporta anche militarizzazione della società, sospensione dello stato di diritto, cambio radicale di abitudini, milioni di profughi, comparsa di “quinte colonne” e, viva iddio, migliaia di disertori e disfattisti, amici della pace. Quanto basta per capire che siamo già in mezzo a una guerra mondiale, anche se, come dice il papa, “a pezzi”.

Questa guerra, o quel suo “pezzo che si svolge intorno al Mediterraneo, è difficile da riconoscere per l’indeterminatezza dei fronti, in continuo movimento, ma soprattutto degli schieramenti. Se il nemico è il terrorismo islamista e soprattutto l’Isis, che ne è il coagulo, chi combatte l’Isis e chi lo sostiene? A combatterlo sono Iran, Russia e Assad, tutti ancora sotto sanzione o embargo da parte di USA e UE; poi i peshmerga curdi, che sono truppe irregolari, ma soprattutto le milizie del Rojava e il Pkk, che la Turchia di Erdogan vuole distruggere, e Hezbollah, messa al bando da USA e UE, insieme al Pkk, come organizzazioni terroristiche. A sostenere e armare l’Isis, anche ora che fingono di combatterlo (ma non lo fanno), ci sono Arabia Saudita, il maggiore alleato degli Usa in Medioriente, e Turchia, membro strategico della Nato. D’altronde, ad armare l’Isis al suo esordio sono stati proprio gli Stati uniti, come avevano fatto con i talebani in Afghanistan. E se la Libia sta per diventare una propaggine dello stato islamico, lo dobbiamo a Usa, Francia, Italia e altri, che l’hanno fatta a pezzi senza pensare al dopo. Così l’Europa si ritrova in mezzo a una guerra senza fronti definiti e comincia a pagarne conseguenze mai messe in conto.

giovedì 19 novembre 2015

ARMI PER TUTTO di Claudio Geymonat





ARMI PER TUTTO
di Claudio Geymonat


L'Italia è fra i maggiori esportatori al mondo di armamenti. Moltissimi di questi finiscono a nazioni che poi combattiamo. Vediamo dove



Terza guerra mondiale? Nuove forme di conflitto, striscianti e non dichiarate? Guerra del terrore?

L'attuale contesto geopolitico si presta a infinite disamine, che stanno riempiendo palinsesti e colonne di giornali. Difficile districarsi fra matasse che coinvolgono religione e denaro, territori e odi atavici. Un fattore comune, un fil rouge si può però scorgere, e agguantandolo possiamo rilevare da dove arrivano tutte quelle bombe che entrano nelle nostre case dalle televisioni, e sempre di più anche vicino a noi, in mezzo a noi.

I dati sono ufficiali, estratti dal rapporto annuale dell'Unione Europea sull'export di armi e dalle relazioni parlamentari del nostro paese: dal 2001 al 2011 l'Italia ha venduto armi, leggere e pesanti, equipaggiamenti e mezzi militari per un totale di 36,5 miliardi di euro, una bella fetta di mercato che non ha conosciuto la crisi economica che ha colpito il pianeta dal 2007 in poi. Anzi.

In alcuni rami di questo mega settore ci sono riconosciuti una serie di primati: siamo il maggior esportatore mondiale di armi comuni, pistole, il 19,5 % di tutto il commercio, prodotte soprattutto nel bresciano, nel distretto della val Trompia. Beretta in questo ambito il nome più noto, ma non certo l'unico.

martedì 26 agosto 2014

IL MADE IN ITALY CHE SPARA IN MEDIORIENTE di Stefano Pasta





IL MADE IN ITALY CHE SPARA
IN MEDIORIENTE
di Stefano Pasta



Nel 2013 abbiamo spedito in giro per il mondo armamenti per oltre due miliardi di euro. Ai primi posti fra i nostri clienti l’Arabia Saudita, l’Algeria, ma persino Egitto e Israele. Com’è possibile che vendiamo armi a Paesi in conflitto? Se lo chiedono le associazioni pacifiste. E non solo loro.


Mentre il Parlamento decide di rifornire i curdi iracheni di mitragliatrici e razzi anticarro per fermare l’avanzata del Califfato, in Medio Oriente si spara da tempo con armi made in Italy.

La conferma arriva dalla “Relazione sulle esportazioni di sistemi militari” inviata dal Governo alle Camere a inizio agosto: nel 2013, abbiamo spedito in giro per il mondo armamenti per oltre due miliardi di euro (2.751.006.957), con un calo del 7,7% rispetto al record ventennale del 2012.

C’è invece una buona notizia: i permessi rilasciati dal Governo nel 2013, cioè per ordini di armi che verranno consegnate negli anni successivi, sono diminuiti del 48,5%, fermandosi a “soli” 2.149.307.240 euro.

E dove esportiamo? Primeggia il Medio Oriente in fiamme, con un record di consegne nel 2013 per 888 milioni di euro. Il primo acquirente è l’Arabia Saudita, cioè un Paese non certo democratico ma che soprattutto molti accusano di armare miliziani nelle varie crisi in corso in modo per nulla trasparente. Agli sceicchi vendiamo caccia Eurofighter, missili Iris-Ti e un ampio arsenale di bombe per 300 milioni.

venerdì 2 novembre 2012

IL NOSTRO "IMPEGNO PER LA PACE" di Antonio Mazzeo






Antonio Mazzeo, attento esploratore della stampa specializzata dei mercanti di morte, e degli annunci trionfalistici di nostri governanti e militari, segnala un’altra prodezza della nostra industria di Stato: la fornitura di due esemplari dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan” prodotto dall’italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica), venduti al modico prezzo di 106 milioni di dollari, a un paese poverissimo come il Ciad che, a parte il mancato rispetto dei diritti umani, gli stupri generalizzati, l’uso di bambini soldati, è al 170 posto nel mondo nell’Indice di sviluppo umano.
Oltre ai dati riportati da Antonio Mazzeo, si può aggiungere che questi due aerei costano più o meno come l’intera spesa pubblica del Ciad perl’istruzione. Sono solo due, ma poi vedremo se ne venderemo altri… Tra l’altro la spesa può levitare ulteriormente se si richiede anche un kit di trasformazione rapida per trasporto personalità e la dotazione di una particolare “protezione balistica”. Possiamo immaginare che il “discusso presidente” Idriss Déby Itno lo richiederà presto.
Mi pare probabile a questo punto che un prossimo premio Nobel per la pace possa essere attribuito all’Italia, per le sue missioni internazionali e il suo contributo alla pacificazione dell’Africa…

(Antonio Moscato.1/11/12)


AEREI DA TRASPORTO ALENIA PER LE FUTURE GUERRE AFRICANE
di Antonio Mazzeo


È uno dei paesi più poveri del continente africano: strangolato dai debiti contratti per alimentare un lungo e sanguinoso conflitto interno, il Ciad è al centro di una drammatica crisi socio-economica. L’aspettativa di vita dei suoi 11,5 milioni di abitanti è di appena 49,6 anni; la mortalità infantile sotto i 5 anni è del 209‰ e il tasso di alfabetizzazione degli adulti è di appena il 33,6%. Ciononostante il regime di N’Djamena è pronto a sborsare più di 106 milioni di dollari per acquistare due esemplari dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan” prodotto dall’italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica).
L’accordo è stato annunciato a Roma dalla Direzione armamenti aeronautici del Ministero della difesa e includerebbe la fornitura di un anno di supporto logistico, di parti di ricambio (due anni), due kit di protezione balistica, un kit di ricerca e soccorso e uno di evacuazione medica.
Lo “Spartan” è in grado di effettuare molteplici missioni militari tra cui il trasporto truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, la ricerca e il soccorso ed il supporto alle operazioni di protezione civile. Può imbarcare sino a 60 fanti o 46 paracadutisti, ha una velocità di crociera di 583 Km/h e un raggio di azione compreso tra i 4.260 e i 5.926 Km, a secondo del carico trasportato. “Questo velivolo garantisce solidità, capacità di resistenza in ambienti ostili, affidabilità e manovrabilità senza paragoni”, recita la brochure illustrativa di Alenia Aermacchi. “Grazie al vano cargo più capiente della sua categoria, lo Spartan è in grado di trasportare 11 tonnellate di carico e operare senza difficoltà su piste brevi e accidentate in aree remote, senza alcun supporto esterno. Con motori e propulsori identici a quelli del C-130J, il C-27J è completamente interoperabile non solo con questo modello, ma anche con altri mezzi di trasporto militari”.
Lo “Spartan” è stato progettato a partire dall’aereo da trasporto G.222 di Alenia Aeronautica. In vista di una sua possibile vendita alle forze armate Usa, nel 1997 la società italiana costituì con il colosso statunitense Lockheed Martin la joint venture Lockheed Martin Alenia Tactical Transport  Systems (LMATTS). Dieci anni dopo però Lockeed Martin preferì presentarsi autonomamente alla gara di Us Army e US Air Force con il proprio C-130J e l’accordo con Alenia fu revocato. Per conquistare il mercato internazionale con il C-27J, l’azienda Finmeccanica si è dovuta rivolgere poi ad altri due grossi gruppi statunitensi, Boeing e L-3 Communications Integrated Systems, con cui ha costituito la Military Aircraft Systems (GMAS).

Acquistando i due velivoli cargo, le forze armate del Ciad potranno estendere minacciosamente il loro raggio d’intervento al Mediterraneo e all’equatore, coprendo un’area dell’Africa caratterizzata dai sempre più numerosi conflitti e dalla crescente pressione militare di Stati Uniti, Unione europea e Cina.
Ovviamente gli “Spartan” potranno essere utilizzati anche sul fronte interno, per rafforzare l’autorità e il controllo militare nelle regioni più periferiche di un paese che non ha mai brillato per democrazia o rispetto dei diritti umani.
Dopo il ritiro nel dicembre 2010 della missione Onu di peacekeeping (Minurcat), nel febbraio e nell’aprile 2011, in Ciad sono state organizzate, rispettivamente, le elezioni legislative e quelle presidenziali. Queste ultime sono state boicottate dall’opposizione per la “scarsa” agibilità democratica e hanno visto la scontata rielezione del discusso presidente Idriss Déby Itno.
“Il governo del Ciad ha mantenuto in vigore la pena di morte”, denuncia Amnesty International nel suo ultimo rapporto annuale sui diritti umani. “Nel paese sono aumentati i casi di arresti e detenzioni illegali, così come di tortura, aggressioni ai danni di difensori dei diritti umani, giornalisti e sindacalisti. Stupri e altre violenze nei confronti di donne e ragazze sono stati frequenti. Le condizioni nelle carceri sono difficili ed equiparabili a trattamento o pena crudele, disumana o degradante. Le strutture di detenzione sono sovraffollate e i prigionieri spesso non hanno avuto accesso ad adeguati servizi medici e ad altri servizi di base”.
Secondo Amnesty International, in Ciad è pratica diffusa la tortura da parte della polizia, della gendarmeria e dei membri dell’agenzia per la sicurezza nazionale (Ans). “Funzionari ciadiani e membri di gruppi armati responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, come uccisioni illegali, stupro e altre torture, hanno continuato ad agire nell’impunità e le vittime non hanno ricevuto assistenza”, aggiunge l’organizzazione. Alla vigilia del voto presidenziale, Idriss Déby Itno ha concesso l’amnistia per i reati commessi da membri di gruppi armati, alcuni dei quali sospettati di aver commesso reati ai sensi del diritto internazionale.
“Il 15 giugno 2011, il Ciad e le Nazioni Unite hanno firmato un piano d’azione sui minori affiliati alle forze armate e i gruppi armati, per porre fine al reclutamento e all’impiego di bambini soldato”, annota Amnesty. “A fine anno non era chiaro se l’attuazione del piano d’azione fosse stata però avviata”.
Altrettanto critico il giudizio dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani. “Il Ciad si trova a un crocevia per lo stato dei diritti umani in un contesto segnato ancora da molte zone d’ombra”, ha dichiarato il vice-commissario Kyung-wha Kang al termine di una visita nel paese africano, lo scorso mese di aprile. Per l’Onu, il governo deve risolvere assolutamente alcune questioni chiave, come la riforma del sistema giudiziario (“caratterizzato da una carenza di capacità e di risorse ma anche dall’assenza di indipendenza”), la lotta alla violenza contro le donne, la “fine dell’impunità e la tutela di chi è vittima di espulsioni forzate”, la “risposta umanitaria alla crisi alimentare e in ogni progetto di sviluppo a medio-lungo termine”.
Il Ciad non è il primo acquirente del C-27J “Spartan” di Alenia Aermacchi. In ambito Nato, l’aereo da trasporto è stato acquistato dalle forze armate di Italia, Stati Uniti, Grecia e Romania ed è utilizzato particolarmente nel teatro di guerra afgano. Un certo interesse per il velivolo è stato espresso pure da Australia, Bulgaria, Lituania e Messico. È tuttavia nel continente africano che l’azienda italiana spera di ottenere altre importanti commesse. In lista d’attesa ci sono Libia e Nigeria, mentre quattro C-27J sono stati consegnati di recente all’aeronautica militare del Marocco. L’accordo del valore di 130 milioni di euro ha compreso anche un kit di trasformazione rapida per trasporto personalità e la dotazione dei velivoli della “protezione balistica”.
Nell’autunno del 2009 la Defense Security Cooperation Agency (DSCA) degli Stati Uniti d’America ha formalizzato il trasferimento al Ghana di quattro “Spartan” in regime di Foreign Military Sales, le forniture dirette ai paesi stranieri del governo americano. Oltre ai velivoli, il Ghana ha ottenuto pure dieci motori Rolls-Royce AE2100 ed altri equipaggiamenti militari (sistemi di contromisure AN/ALE-47, sistemi integrati di comunicazione VHF/UHF AN/ARC-210, apparati di identificazione AN/APX-119, ecc.). Costo totale 680 milioni di dollari. In passato il paese africano aveva acquistato altri velivoli di produzione italiana come gli addestratori Aermacchi MB.326 ed MB.339 e gli elicotteri Agusta A109.

In Africa, Alenia Aermacchi è ormai una delle più affermate fornitrici di sistemi per la guerra aerea. Ad oggi ha consegnato alle aeronautiche militari locali oltre 750 velivoli tra addestratori SF-260 ed aeromobili da trasporto tattico G-222 e C-47J. Solo al Sud Africa sono stati venduti più di 250 velivoli da addestramento e da attacco leggero MB-326 in varie versioni. I velivoli sono stati costruiti su licenza nel paese e sono stati denominati “Impala Mk I” e “Mk II”.
Lo scorso settembre, per promuovere “Spartan”, pattugliatori marittimi, caccia-addestratori e velivoli da trasporto regionale del tipo ATR-42, ATR-72 e SSJ-100, Alenia Aermacchi ha partecipato a Pretoria al Salone “Africa Aerospace & Defence 2012”, la principale fiera espositiva di sistemi aerospaziali militari del continente nero. Durante l’evento, l’azienda ha siglato un Memorandum of Understanding con l’industria sudafricana Denel SOC, in vista di una collaborazione per programmi di manutenzione, supporto logistico, trasformazione di velivoli passeggeri in cargo e la produzione di componenti e aerostrutture.
“Si tratta di un significativo riconoscimento della posizione di Denel quale industria della difesa leader in Africa e partner chiave per le società che vogliono accrescere la propria presenza nel continente”, ha commentato l’amministratore delegato dell’azienda sudafricana, Riaz Saloojee. Tra gli ospiti d’onore al salone dei mercanti di morte di Pretoria, il sottosegretario alla difesa, Filippo Milone. Nonostante le tempeste giudiziarie, Finmeccanica è sempre ragion di Stato.


dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/







lunedì 24 settembre 2012

CENTOMILA PISTOLE BERETTA PER L'ESERCITO USA





CENTOMILA PISTOLE BERETTA PER L'ESERCITO USA
di Antonio Mazzeo




Maxi-commessa negli Stati Uniti d’America per l’azienda leader italiana produttrice di armi da guerra leggere. Il dipartimento di U.S. Army ha comunicato l’affidamento a Beretta USA Corporation, la società controllata dalla holding con sede negli States, di un contratto per il valore di 64 milioni di dollari per la fornitura di 100.000 pistole M9 calibro 9mm, la versione americana della famosa 92FS Parabellum. L’intera produzione avverrà nei prossimi cinque anni negli impianti Beretta di Accokeek, Maryland, dove sono attualmente impiegati 300 lavoratori.

“Questo ordinativo è un’ulteriore conferma dell’interesse e del supporto delle forze armate americane per la nostra pistola”, ha dichiarato Ugo Gussalli Beretta, presidente di Beretta Holding. “La M9 rimane l’arma di riferimento di U.S. Army e supporterà le truppe sul campo per i prossimi anni”. Entusiasta pure Gabriele de Plano, vicepresidente di Beretta USA Corporation, che ha dichiarato di “non vedere l’ora” di poter lavorare con l’esercito statunitense “per personalizzare l’attuale configurazione della pistola M9 con le soluzioni a disposizione per i nuovi modelli 92A1 e 96A1”, ampliando l’offerta e i business.

Ad oggi, sono oltre 600.000 le Beretta M9 già consegnate alle forze armate e di polizia Usa. Il Dipartimento della difesa è uno dei clienti esteri più consolidati della holding fondata quasi cinquecento anni fa a Gardone Val Trompia (Brescia). La prima importante commessa risale al 1979, quando fu consegnata una partita di pistole modello 92 al reparto d’assalto speciale “SEAL Team 6” della Marina militare. Nel 1985 fu invece sottoscritto un contratto del valore di 75 milioni di dollari per la fornitura di 315.930 pistole M9 ai reparti dell’esercito, della marina, dell’aeronautica militare, del Corpo dei marines e della U.S. Coast Guard. Per avviare la produzione in serie delle pistole d’ordinanza, i Beretta dovettero costituire nel 1987 la corporation sussidiaria con sede negli Usa.

Due anni più tardi, giunse un ulteriore ordine di 50.000 pistole 92FS da parte della polizia federale e delle unità assegnate al pattugliamento e controllo delle frontiere. Altre 18.744 pistole modello 92FS furono consegnate nel 2002 alla U.S. Air Force, mentre tre anni più tardi Beretta Usa Corporation sottoscrisse 13 differenti contratti con il Pentagono, tra cui quelli per la fornitura di 60.000 pistole M9 all’aeronautica e all’esercito Usa e 3.500 pistole modello M9A1 e 140.000 special al Corpo dei marines. Nel settembre del 2007, U.S. Army e U.S. Navy fecero un nuovo ordine di 10.576 pistole 92FS.

Nel febbraio 2009, Beretta Usa Corporation ricevette dal Pentagono una commessa di 450.000 pistole M9 e relative munizioni, per un valore complessivo di 220 milioni di dollari, “il maggiore contratto d’acquisto di pistole dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”, come fu rilevato dalla stampa statunitense. Ventimila di quelle pistole furono poi trasferite da U.S. Army al ricostituito esercito iracheno.

La produzione di Beretta Holding S.p.a. copre ormai quasi tutta la gamma delle armi leggere: rivoltelle, doppiette e fucili a canne sovrapposte, fucili da caccia e sportivi, carabine, fucili d’assalto, pistole mitragliatrici e ad azione semiautomatica. Il noto Gruppo della Val Trompia dichiara di occupare 2.600 unità e controlla direttamente altre aziende che operano nel settore delle armi portatili (Sako, Uberti, Stoeger, Benelli Armi e Franchi). Il bilancio per l’esercizio 2011 di Beretta Holding ha evidenziato un utile netto consolidato di 31,2 milioni di euro (27 milioni nell’esercizio 2010). Il fatturato è stato pari a 481,8 milioni di euro con un +7% rispetto all’anno precedente. “Al conseguimento di questo risultato hanno principalmente contribuito le vendite al settore civile e sportivo, ma il settore difesa ed ordine pubblico conferma al 18% circa la propria incidenza sul giro d’affari complessivo”, scrivono i manager nell’ultima relazione annuale. “Per quanto riguarda la distribuzione geografica del giro d’affari, i mercati esteri continuano a pesare per circa il 90% del fatturato consolidato; oltre il 45% del totale è riferibile al Nord America”.

Le armi Beretta sono in dotazione alle forze armate e di polizia di innumerevoli paesi al mondo. In Italia, Polizia di stato, Carabinieri e Guardia di finanza sono armati con le 92SB. Nella confinante Francia, la Gendarmerie Nationale e l’Armée de l’Air hanno adottato invece il modello 92G (110.000 pistole consegnate a partire del 1987). In Spagna è stata la Guardia Civil a sottoscrivere nel 2002 un accordo con Beretta per la fornitura di 45.000 pistole 92FS. Quarantamila le pistole dello stesso genere consegnate invece alla polizia nazionale turca. Nell’aprile del 2007, la holding italiana ha pure firmato un contratto per la fornitura alla polizia di frontiera canadese delle pistole semiautomatiche Px4 Storm. Il fucile d’assalto Beretta ARX 160 è stato adottato di recente da alcune unità dell’esercito del Turkmenistan, mentre il fucile a pompa semiautomatico Benelli M3 è andato ad armare i militari neozelandesi. “La nuova fornitura all’esercito statunitense, il più importante del mondo, rappresenta per noi una sorta di passaporto per ottenere commesse di moltissimi altri paesi”, ha dichiarato Carlo Ferlito, direttore generale di Fabbrica d’Armi Pietro Beretta. L’annuncio-speranza di chissà quali nuovi affari per gli insaziabili produttori e mercanti di strumenti di guerra “leggeri” delle valli bresciane.

23 settembre 2012

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/index.php


giovedì 5 gennaio 2012

GUERRA ALLA LIBIA CON 700 SUPER BOMBE ITALIANE di Antonio Mazzeo





GUERRA ALLA LIBIA CON 700 SUPER BOMBE ITALIANE
di Antonio  Mazzeo



“Le operazioni condotte nel 2011 sui cieli libici hanno rappresentato per l’Aeronautica Militare italiana l’impegno più imponente dopo il 2° Conflitto Mondiale”. È orgogliosissimo il Capo di Stato maggiore delle forze aeree, generale Giuseppe Bernardis. L’Italia repubblicana ha conosciuto i teatri di guerra dell’Iraq, della Somalia, del Libano, dei Balcani, dell’Afghanistan e del Pakistan, ma mai avevamo sganciato tante bombe e tanti missili aria-terra come abbiamo fatto in Libia per spodestare e consegnare alla morte l’ex alleato e socio d’affari Muammar Gheddafi. Una guerra record di cui però è meglio non andare fieri: secondo i primi dati ufficiali - ancora parziali - i nostri cacciabombardieri hanno martoriato gli obiettivi libici con 710 tra bombe e missili teleguidati. Cinquecentoventi bombe e trenta missili da crociera a lunga gittata li hanno lanciati i “Tornado” e gli AMX dell’Aeronautica; centosessanta testate gli AV8 “Harrier” della Marina militare. Conti alla mano si tratta di quasi l’80% delle armi di “precisione” a guida laser e GPS in dotazione alle forze armate. Un arsenale semi-azzerato in poco più di centottanta giorni di conflitto; il governo ha infatti autorizzato i bombardamenti solo il 25 aprile 2011 (56° anniversario della Liberazione) e la prima missione di strike in Libia è stata realizzata tre giorni dopo da due caccia “Tornado” decollati dall’aeroporto di Trapani Birgi.

“Le munizioni utilizzate dalle forze aeree italiane sono state le bombe GBU-12, GBU-16, GBU-24/EGBU-24, GBU-32, GBU-38, GBU-48 e i missili AGM-88 HARM e Storm Shadow, con una percentuale di successo superiore al 96%”, elenca diligentemente lo Stato Maggiore dell’AMI. Inutile chiedere cosa o chi sia stato colpito nel restante 4% degli attacchi dove sono state sganciate più di trenta bombe di “precisione”. Dettagliata è invece la descrizione del documento “Unified Protector: le capacità di attacco dell’AM” (6 giugno 2011) sulle caratteristiche tecniche di questi strumenti di distruzione e di morte. “I sistemi d’arma a guida laser sono stati sviluppati negli anni ‘80 con i primi test eseguiti dalla Lockheed Martin e sono stati utilizzati nei più recenti conflitti, dalla guerra del Golfo alle operazioni sui Balcani, Iraq e Afghanistan”, scrivono i comandanti delle forze aeree. “La GBU-16 è un armamento a guida laser Paveway II, basato essenzialmente su bombe della serie MK83 da 495 Kg. Della stessa famiglia di ordigni fa parte la GBU-12 (corpo bomba MK82, 500 libbre). La GBU-24 è invece un armamento basato essenzialmente sia sul corpo di bombe della serie MK da 907 Kg. che delle bombe penetranti BLU-109 modificate con un kit per la guida laser Paveway III. Sviluppato per rispondere alle sofisticate difese aeree nemiche, scarsa visibilità e limitazioni a bassa quota, l’armamento consente lo sgancio a bassa quota e con una capacità di raggio in stand off (oltre 10 miglia) tale da ridurre le esposizioni”. Ancora più sofisticate le bombe GBU-24/EGBU-24, guidate con doppia modalità GPS e laser ed usate “per distruggere i più resistenti bunker sotterranei” e le GBU-32 JDAM (Joint Direct Attack Munition) da 1.000 e 2.000 libbre, che possono essere lanciate in qualsiasi condizioni meteo, sino a 15 miglia dagli obiettivi, “per ingaggiare più target con un singolo passaggio”.

“Lo Storm Shadow è un missile aviolanciabile con telecamera a raggi infrarossi a guida Gps che può colpire obiettivi di superficie in profondità, a prescindere dalla difesa aerea, grazie alle sue caratteristiche stealth”, recita il report dell’Aeronautica. Sviluppato a partire dal 1997 dalla ditta inglese MBDA, il vettore è lungo cinque metri, pesa 1.300 Kg, ha un raggio d’azione superiore ai 250 km e può trasportare una testata di 450 kg. “È utilizzabile contro obiettivi ben difesi come porti, bunker, siti missilistici, centri di comando e controllo, aeroporti e ponti. La carica esplosiva è infatti ottimizzata per neutralizzare strutture fisse corazzate e sotterranee”. Le coordinate del target e la rotta di volo dello Storm Shadow vengono pianificate a terra e successivamente inserite all’interno del missile durante la fase di caricamento sul velivolo. “Una volta lanciato, raggiunge l’obiettivo assegnato navigando in ogni condizione di tempo, di giorno o di notte in maniera assolutamente autonoma utilizzando gli apparati di bordo e confrontando costantemente la sua posizione con il terreno circostante”. L’altro missile aria-superficie impiegato dai caccia italiani è l’AGM-88 HARM (High-speed Anti Radiation Missile) della Raytheon Company, ad alta velocità e un raggio d’azione di 150 km, in grado di individuare e “sopprimere” i radar nemici.

Secondo il generale Bernardis, nei sette mesi di operazioni in Libia, “i velivoli dell’Aeronautica Militare italiana hanno eseguito 1.900 missioni con oltre 7.300 ore di volo, pari al 7% delle missioni complessivamente condotte dalla coalizione internazionale a guida NATO”. Attacchi e bombardamenti sono stati appannaggio dei cacciabombardieri “Tornado” versione IDS (Interdiction and Strike) del 6° Stormo di Ghedi (Brescia) e dei monoreattori italo-brasiliani AMX del 32° Stormo di Amendola (Foggia) e del 51° Stormo di Istrana (Treviso). Per la “soppressione delle difese aeree” e il controllo della no-fly zone sono stati impiegati i “Tornado” ECR (Electronic Combat Reconnaissance) del 50° Stormo di Piacenza, i cacciabombardieri F-16 del 37° Stormo di Trapani-Birgi e gli “Eurofighter 2000” del 4° Stormo di Grosseto e del 36° di Gioia del Colle (Bari). “L’AMI ha pure impiegato i velivoli da trasporto C-130 “Hercules”, i tanker KC-130J e Boeing KC-767 per il rifornimento in volo e, nelle ultime fasi del conflitto, gli aerei a pilotaggio remoto Predator B per missioni di riconoscimento”. Sui cieli libici hanno pure fatto irruzione un velivolo G.222VS “per la rilevazione e il contrasto delle emissioni elettromagnetiche” e un C-130 per quella che è stata definita dal comandante di squadra aerea, Tiziano Tosi, come una “PsyOP - Psycological Operation”, finalizzata a “influenzare a proprio vantaggio la coscienza e la volontà della popolazione interessata”. Su Tripoli e altre città libiche sono stati lanciati centinaia di migliaia di volantini, il cui testo è stato concordato con il Comitato nazionale provvisorio di Bengasi. “La Libia è una e la sua capitale è Tripoli”, il titolo. “Vi chiediamo di unirvi tutti e prendere la decisione giusta e saggia. Unitevi alla nostra rivoluzione. Costruiamo a Libia lontano da Gheddafi. Libia unificata, libera, democratica”.

Quasi tutti i velivoli da guerra italiani sono stati schierati sulla base aerea di Trapani nell’ambito del Task Group Air Birgi, da cui dipendevano anche gli aerei senza pilota Predator B, operanti però dallo scalo pugliese di Amendola. Pisa e Pratica di Mare, gli aeroporti per le operazioni dei velivoli da trasporto o rifornimento. “Le operazioni d’intelligence, sorveglianza e ricognizione sono state effettuate grazie alla disponibilità di speciali apparecchiature elettroniche Pod Reccelite in dotazione ai “Tornado” e agli AMX”, scrive ancora lo Stato Maggiore. “Sugli oltre 1.600 target di ricognizione assegnati ai velivoli italiani, sono state realizzate più di 340.000 foto ad alta risoluzione, mentre circa 250 ore di filmati sono stati trasmessi in tempo reale dai Predator B”. Le missioni di attacco al suolo sono state pianificate e condotte “contro obiettivi militari predeterminati e definiti, o contro target dinamici nell’ambito di aree di probabile concentrazione di obiettivi nemici”. Probabile, dunque e non certa la concentrazione degli obiettivi militari. E gli effetti collaterali si confermano elemento integrante delle strategie di guerra del Terzo millennio…

I condottieri dell’Aeronautica Militare forniscono infine la percentuale delle ore di volo relative alle differenti tipologie di missione: il 38% ha riguardato pattugliamenti e “difese aeree” (DCA); il 23% attività di “sorveglianza e ricognizione” (ISR); il 14% l’attacco al suolo contro “obiettivi predeterminati” (OCA); l’8% la “neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (SEAD); un altro 8% il rifornimento in volo (AAR); il 5% la “ricognizione armata e l’attacco a obiettivi di opportunità” (SCAR); il restante 4% “la rilevazione e il contrasto delle emissioni elettromagnetiche” (ECM). Come dire che ogni quattro velivoli decollati, uno serviva per colpire, ferire, uccidere.

Anche la Marina militare ha fornito dati numerici sull’intervento dei propri mezzi in Libia. Otto aerei a decollo verticale AV8 B Plus “Harrier”, stazionati sulla portaerei “Garibaldi”, hanno effettuato missioni di interdizione ed attacco per complessive 1.223 ore, utilizzando i missili aria-aria a guida infrarossa AIM-9L “Sidewinder”, quelli a medio raggio a guida laser “AMRAAM”, gli aria-terra “Maverick” e le bombe del tipo Mk82 ed Mk20. Una trentina gli elicotteri EH-101, SH-3D ed AB-212 assegnati ad Unified Protector, per complessive 3.311 ore di volo. Tremila e cinquecento gli uomini e le donne imbarcati su due sottomarini (“Todaro” e “Gazzana”) e quattordici unità navali (tre delle quali, “Etna”, “Garibaldi” e “San Giusto”, utilizzate in periodi diversi come sedi del Comando per le operazioni marittime NATO).

Come sen non bastasse, i vertici delle forze armate fanno sapere che l’80% circa delle missioni aeree alleate sono partite da sette basi italiane (Amendola, Aviano, Decimomannu, Gioia del Colle, Pantelleria, Sigonella e Trapani Birgi). “In questi aeroporti, l’Aeronautica Militare ha assicurato il supporto tecnico e logistico, sia per gli aerei italiani sia per i circa 200 aerei di undici paesi della Coalizione internazionale (Canada, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Francia, Giordania, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Svezia e Turchia), schierati sul territorio nazionale. In sostanza, il personale e i mezzi della forza armata sono stati impegnati in maniera continuativa per fornire l’assistenza a terra, il rifornimento di carburante, il controllo del traffico aereo, l’alloggiamento del personale, ecc.”.

Piattaforma avanzata per il 14% di tutte le sortite aeree di Unified Protector lo scalo siciliano di Trapani, da cui sono transitati pure 300 aerei cargo e circa 2.000 tonnellate di materiale. Dalla Forward Operating Base (FOB) di Birgi, uno dei quattro centri di cui dispone la NATO nello scacchiere europeo, hanno operato anche gli aerei radar AWACS, “assetti essenziali alle moderne operazioni aeree per garantire una efficace capacità di comando e controllo”. Lo Stato Maggiore AMI ricorda infine “l’importante supporto di personale specializzato nel campo della pianificazione operativa offerto ai vari livelli della catena di comando e controllo NATO, attivata in tutta Italia”, all’interno del Joint Force Command di Napoli e del Combined Air Operation Center 5 di Poggio Renatico (Ferrara).

No comment invece sul costo finanziario sostenuto per le tremila missioni e le oltre 11.800 ore di volo dei velivoli italiani impiegati nella guerra alla Libia. Possibile però azzardare una stima di massima tenendo conto delle spese per ogni ora di missione dei cacciabombardieri (secondo Il Sole 24Ore, 66.500 euro per l’“Eurofigher 2000”, 32.000 per il “Tornado”, 19.000 per l’F-16, 11.500 per il C-130 “Hercules” e 10.000 per l’“Harrier”). Prendendo come media un valore di 20.000 euro e moltiplicato per il numero complessivo di ore volate, si raggiunge la spesa di 236.220.000 euro. Vanno poi aggiunti i costi delle armi di “precisione” impiegate (dai 30 ai 50.000 euro per le bombe a guida laser e Gps, dai 150.000 ai 300.000 per i missili “intelligenti”). Limitandosi ad un valore medio unitario di 40.000 euro, per le 710 munizioni sganciate sul territorio libico il contribuente italiano avrebbe speso non meno di 28.400.000 euro. Così, solo per “accecare” radar, intercettare convogli e bombardare a destra e manca abbiamo sperperato non meno di 260 milioni. Fortuna che c’era la crisi.
 
5 gennaio 2012

dal sito http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/
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