Diari di Cineclub

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sabato 4 gennaio 2020

NICOLETTA DOSIO: GRAZIA NO GRAZIE. MEGLIO UN'AMNISTIA SOCIALE di Checchino Antonini






NICOLETTA DOSIO:
GRAZIA NO GRAZIE.
MEGLIO UN'AMNISTIA SOCIALE
di Checchino Antonini 



Nicoletta Dosio: «No a provvedimenti di clemenza che riguardino soltanto la mia persona»
L’11 gennaio corteo nazionale a Torino


Dove erano tutti i campioni di coerenza, a iniziare da Di Maio, quando un governo 5 stelle ha dato il via libera a Tap, Tav e Terzo Valico? 
E’ questa domanda che dovrebbe campeggiare nelle cronache politiche compiaciute, o disperate, per lo sgretolamento del gruppo parlamentare appartenente al partito proprietario di Casaleggio e Grillo. 
E’ questa domanda che dovrebbe aleggiare in tutti quei settori della sinistra sociale, politica e sindacale, raggrumata o sparpagliata, dura o morbida, ma attirati a vario titolo dalle sirene del nuovo che avanza e/o del voto utile, al punto da riversarsi in massa nel voto a cinque stelle, o rifugiarsi nel sogno di un Pd capace di discontinuità. 
Zingaretti, a poche ore dalla conquista del Nazareno, era il 4 marzo scorso, fece il debutto in società fianco a fianco delle madamin Yes Tav, Cgil compresa. 
La premessa è utile perché l’arresto di Nicoletta Dosio mette movimenti sociali, troppo spesso disarticolati e autoreferenziali, di fronte all'ennesimo salto di qualità delle strategie della repressione. 
E, mentre le “sardine” – versione fine decennio del nuovo che avanza – sono mute come i pesci, appunto, e si preparano a tirare la volata a un Pd emiliano mai sazio di asfalto e cemento, da Torino arriva la convocazione di un corteo per l’11 gennaio per la libertà della 73enne incarcerata che, intanto, dalle Vallette fa arrivare il suo «No a richieste di grazia o a provvedimenti di clemenza che riguardino soltanto la mia persona»
Piuttosto si parli di «amnistia sociale», fa sapere la militante comunista e No Tav, che riguardi i reati connessi ai comportamenti (come le occupazioni abusive di alloggi) dettati dall'aggravamento della povertà prodotto dalla crisi economica negli ultimi anni. 
Tra chi aveva parlato dell’ipotesi di una grazia per la Dosio ci sono stati, nei giorni scorsi, i Giuristi Democratici e Paolo Cento (Sinistra Democratica-Leu). Una petizione era stata lanciata anche sulla piattaforma change.org
«Chi invoca la “grazia” per Nicoletta sappiamo che lo fa spinto dalle migliori ragioni – aveva detto da subito il movimento No Tav – dalla speranza che il potere possa finalmente riconoscere un errore, grande come queste montagne, e da qui partire per chiudere una vicenda che pare senza tempo. 
Chi scrive pensa che però non sia questa la strada giusta, la grazia non la vuole Nicoletta, e non la chiederà per se stessa, perché non il punto non è risolvere la sua situazione attuale, ma quella di riconoscere come in tutti questi anni procura, questura e tribunali abbiano giocato una partita politica, delegati dallo stato. 
Noi vogliamo che si dica che il Tav è un’opera inutile, devastante e che tutti vengano liberati e la valle venga smilitarizzata. Non è pretendere troppo, ma il giusto. Libertà per tutti e tutte, siamo solo all'inizio di questa lotta».

lunedì 12 novembre 2018

PAP FICTION! QUALCHE LEZIONE DALLA SCISSIONE DI POTERE AL POPOLO di Claudio Bellotti





PAP FICTION!
QUALCHE LEZIONE DALLA SCISSIONE DI POTERE AL POPOLO
di Claudio Bellotti



“La sinistra dovrebbe unirsi, i vari gruppi e partitini dovrebbero mettere da parte le proprie divergenze, smetterla di farsi la guerra e mettersi tutti insieme”. Da un decennio questo ritornello viene ripetuto incessantemente. Questa retorica “unitaria” ha dato luogo negli ultimi dieci anni a diverse aggregazioni. Ricordiamo tra le altre la Sinistra arcobaleno (2008), la Federazione della Sinistra (2009-11), la Lista Ingroia (2013), l'Altra Europa con Tsipras (2014) e, infine Potere al popolo che si è presentata alle ultime elezioni politiche.
Dopo l'1,1 per cento raccolto nelle elezioni del 4 marzo è stato lanciato in pompa magna un “processo costituente” volto a trasformare la lista in un nuovo partito politico, con lo slogan “indietro non si torna”!

Scissione dopo un anno

Tuttavia ad un anno dalla sua nascita e a sette mesi dalle elezioni, Potere al popolo (Pap) si spacca verticalmente tra due fronti contrapposti. Tra recriminazioni, accuse reciproche e irripetibili bassezze via social media, ecco il bilancio.
Il cosiddetto Partito comunista (Pci) se n'era già andato dopo le elezioni; Sinistra anticapitalista ha seguito poco dopo, avendo constatato che il livello di democrazia interna era tale per cui si era rifiutata persino la pubblicazione di un loro contributo sul sito di Pap in quanto “disfattista”.
A seguire la segreteria del Partito della rifondazione comunista, dopo aver fatto di tutto per insabbiare il processo costituente, decide di ritirarsi all'ultimo giorno delle votazioni online che dovrebbero stabilire lo statuto e il percorso fondativo del nuovo partito. Di fatto è scissione, e si profilano carte bollate.
Restano in Pap circa 4mila aderenti che hanno votato online, organizzati prevalentemente attorno alle sigle del centro sociale ex opg di Napoli e al sindacato Usb.
Piuttosto che addentrarci nella lunga lista di colpi bassi e manovre che hanno contraddistinto questo scontro, ci sentiamo di trarne alcune indicazioni politiche.

venerdì 9 novembre 2018

LA CRISI VISTA DAL SUD INDIETRO NON SI TORNA… ​PURTROPPO di Alfonso Geraci e Marco Palazzotto




LA CRISI VISTA DAL SUD INDIETRO NON SI TORNA…
​PURTROPPO
di Alfonso Geraci e Marco Palazzotto




Dopo Nuovo PCI e Sinistra Anticapitalista, anche il PRC ha abbandonato il progetto PAP. Il documento votato dal CPN di Rifondazione non suscita entusiasmi, ma anche noi – che abbiamo condiviso per un anno il cammino di Potere al Popolo – abbiamo lasciato PAP dopo la votazione sui due statuti contrapposti, ritenendo (con motivazioni e preoccupazioni in buona misura diverse da quelle espresse dalla mozione di cui sopra) che si sia giunti a un capolinea, e che PAP abbia costruito e “blindato” un meccanismo di funzionamento sbagliatissimo e che rende molto difficile se non impossibile al singolo militante partecipare coscientemente ed efficacemente alla vita dell’organizzazione. Queste nostre riflessioni intendono avviare un dibattito, per cui auspichiamo che sia i compagni che proseguiranno il percorso di PAP che quelli che l’hanno abbandonato vogliano intervenire. [AG, MP]


Potere al Popolo prevede il potere al popolo?
La festa appena cominciata è già finita…
(Sergio Endrigo)


Lo scorso 9 ottobre si sono concluse le consultazioni svolte nella piattaforma informatica di Potere al Popolo che hanno sancito, secondo il comunicato dello stesso movimento (qui maggiori dettagli), la vittoria dello statuto 1 – sostenuto dalle componenti dell’Ex OPG occupato “Je so’ pazzo” e Eurostop – sullo statuto 2 – sostenuto invece dal PRC, ritirato all’ultimo momento dagli estensori e rimasto comunque online per il voto dopo la decisione della maggioranza del coordinamento nazionale provvisorio.

Hanno votato a favore dello statuto 1 circa 3300 persone su più di 9000 iscritti e quindi il 37% circa degli aventi diritto, e pari al 55% degli utenti attivi.

Non è il caso di soffermarsi molto sul dato numerico. A nostro parere risulta lapalissiana la sconfitta di chi ha sostenuto la bontà della piattaforma informatica quale strumento democratico. Ancorché il risultato venga sbandierato come positivo, resta il fatto che meno della metà degli iscritti a PAP ha scelto lo statuto 1 in un momento, quello costitutivo, che dovrebbe coinvolgere almeno la maggioranza qualificata degli aventi diritto, come avviene nelle costituzioni di nuovi soggetti politici, ma anche sociali e perfino aziendali. Immaginatevi cosa sarebbe successo in Italia se i nostri padri costituenti avessero votato la Costituzione repubblicana con queste percentuali.

domenica 14 ottobre 2018

POTERE AL POPOLO: LA MISERIA DELLA SINISTRA di Stefano Santarelli




POTERE AL POPOLO:
LA MISERIA DELLA SINISTRA
di Stefano Santarelli



Chi scrive questa nota è sempre stato molto scettico sulla nascita di Potere al popolo, una lista elettorale creata per le ultime elezioni politiche la quale all'inizio non aveva nessuna intenzione di costituirsi come partito e che si è presentata all'esterno come prodotto di una moderna “immacolata concezione”, di una lista nata dal basso ed espressione di movimenti purtroppo totalmente immaginari. In realtà questa lista non è nata dal basso, ma è stata costituita da un minestrone di varie forze politiche che vanno dai Centri sociali fino ai transfughi del PSI con un programma in cui vi era tutto ed il contrario di tutto.
La pesante sconfitta elettorale di tutta la sinistra ha investito fatalmente anche questa nuova formazione, sconfitta volutamente negata da tutte le componenti di PaP dove questa lista ottenne un misero 1,1%, un mediocre risultato che non era assolutamente giustificabile con l’oscurantismo mediatico, con le limitate risorse ed il poco tempo a disposizione.

Potere al popolo il 4 marzo non è riuscito a scalfire l’elettorato e a rappresentare quindi la volontà di cambiamento e di protesta contro una casta politica che sta portando il paese ad un impoverimento crescente colpendo i livelli di vita dei ceti medio-bassi. Infatti nonostante la grande partecipazione elettorale questa volontà di cambiamento si è indirizzata verso il M5S e la Lega le quali hanno ottenuto non solo il loro miglior risultato elettorale ma un vero trionfo politico e se oggi fossimo costretti a ritornare alle urne i sondaggi indicano che l'attuale governo giallo-verde otterrebbe come minimo il 60% dei suffragi.

mercoledì 5 settembre 2018

SGOMBERI E TORTURA: SALVINI SFORNA LA CIRCOLARE PER LA GUERRA AI POVERI di Antonello Zecca e Checchino Antonini





SGOMBERI E TORTURA: 
SALVINI SFORNA LA CIRCOLARE PER LA GUERRA AI POVERI
di Antonello Zecca e Checchino Antonini




«La proprietà privata è sacra e sono troppi gli Italiani vittime di occupazioni da parte non di bisognosi, ma di furbi e violenti». L’odio di Salvini per i senza casa non è nuovo, pure Minniti non scherzava e ci aveva già provato, con il “decreto casa”, Maurizio Lupi, ministro con Renzi, uomo di Cl, feroce apparato affaristico clerico-liberista, più volte nominato nelle carte di indagini su grandi e piccole opere, oggi deputato Udc in procinto di transitare in Forza Italia. La prima cosa che salta agli occhi è, anche stavolta, la continuità nelle politiche repressive e antipopolari tra governi Pd e Gabinetto Salvini-Di Maio. Quel decreto era un pacchetto di sgravi e deregulation per i palazzinari condito, all'articolo 5, da una norma che voleva colpire i movimenti per il diritto all'abitare: “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all'immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”
La circolare del Viminale con data primo settembre è più esplicita nell'ordine di eseguire sgomberi tempestivi, senza nemmeno la finzione della ricerca di soluzione alternativa come avviene attualmente. In genere la soluzione è punitiva, separa i nuclei familiari e li colpevolizza per la condizione di povertà affidandoli a servizi sociali stremati da decenni di tagli, gestiti da sindaci che cercano consenso sulla guerra ai poverissimi, quasi sempre migranti o rom.

giovedì 16 agosto 2018

CROLLO DEL PONTE MORANDI: DISASTRO INEVITABILE O TRAGEDIA DEL CAPITALISMO? di Giorgio Simoni








CROLLO DEL PONTE MORANDI:
DISASTRO INEVITABILE O TRAGEDIA DEL CAPITALISMO?
di Giorgio Simoni




L’articolo che pubblichiamo sulla tragedia di Genova presenta una documentazione essenziale e il quadro complessivo di scelte strutturali economiche e politiche che sono alla base di una catastrofe annunciata.

Pone in modo sempre più urgente il tema ineludibile della battaglia contro le privatizzazioni, della necessità del ritorno nelle mani integralmente pubbliche (no SPA e simili), e sotto il controllo dei lavoratori e degli utenti, di settori economici e di strutture fondamentali che non possono in alcun modo essere lasciati alla logica del profitto e dell’interesse privato (Oggi persino La Repubblica è spinta a scrivere che “la tragedia di Genova è un frutto avvelenato delle privatizzazioni”). 
Pone il tema di un vasto piano pubblico dei trasporti che integri in modo coerente e funzionale ai bisogni del paese, cioè dell’intera popolazione, la parte su gomma e quella su ferrovia; conferma il nostro no alla logica di grandi opere che servono l’interesse di pochi e le speculazioni e la necessità di un vasto progetto e piano di manutenzione delle reti esistenti e di messa in sicurezza di un territorio la cui fragilità è stata messa più volte in evidenza dagli avvenimenti disastrosi che si sono prodotti. 
In altri termini pone il problema dell’alternativa tra la logica privata del capitalismo e la logica dell’interesse pubblico e del benessere e della sicurezza ambientale di tutte le cittadine e dei cittadini; richiede una svolta profonda che non verrà né dai governanti attuali, né da quelli che li hanno preceduti, entrambi profondamente legati al sistema esistente, ma solo da una nuova mobilitazione di massa sociale delle classi lavoratrici e popolari.




Il crollo del ponte Morandi a Genova, sull'autostrada A10, con il suo conto, al momento in cui scriviamo, di 39 vittime, 16 feriti, di cui 12 in codice rosso, e 632 sfollati, è una tragedia immane, che ci colpisce amaramente e che segnerà a lungo la storia del nostro Paese.

Al doveroso cordoglio per le vittime, per i loro famigliari, e alla vicinanza con tutti coloro che vedranno la propria vita drammaticamente cambiata da questa sciagura, deve accompagnarsi un inizio di riflessione su come ciò sia potuto accadere e quali ne siano le responsabilità.

Cominciare, seppure a breve distanza dai fatti, a ragionare su alcuni elementi per un futuro giudizio politico su quanto è successo, non è un atto di cinismo. Il cinismo, semmai, è quello dei mercati finanziari, che già all’indomani del disastro hanno segnato il crollo delle quotazioni del titolo Atlantia, controllante di Autostrade per l’Italia. Il riflesso pavloviano (come quello canino, da cui deriva “cinico”) del capitalista: «Qui c’è da pagare un sacco di risarcimenti, meglio spostare i capitali da un’altra parte».

giovedì 9 agosto 2018

IL GOVERNO GIALLOVERDE: UNA STORIA HORROR di Antonello Zecca






IL GOVERNO GIALLOVERDE:
UNA STORIA HORROR
di Antonello Zecca



Come nei momenti di alta marea il proletariato si trascina 
dietro la piccola borghesia, nei momenti del riflusso 
la piccola borghesia si trascina dietro strati 
considerevoli di proletariato.

Lev Trotsky


Il Primo Giugno si è realizzata una di quelle accelerazioni di cui è ricca di esempi la storia, che ha fatto venire a maturazione una cesura politica di cui già era gravida la situazione precedente. Perché non v’è dubbio alcuno che di cesura si tratti. Ciò ci obbliga da un lato a tarare con maggior precisione i nostri strumenti di analisi e di intervento, dall’altro a fare piazza pulita di ogni ambiguità, illusione e scarsa chiarezza.

Un’affermazione che viene da lontano

Le radici dell’affermazione di Lega e M5S affondano nelle dure politiche di austerità condotte dai governi precedenti, e, in particolare, da quelli a guida PD, che hanno criminalmente completato la destrutturazione del mondo del lavoro come soggettività politica, colpendo diritti acquisti a prezzo di dure lotte nella storia di questo paese e lasciando lavoratori e lavoratrici nudi di fronte alla volontà di imprese e “mercati”, senza strumenti per la difesa delle condizioni di vita e lavoro. La grave complicità dei sindacati confederali, la CISL e la UIL, ormai da decenni alleati al padronato, è stata in tal senso determinante. Altrettanto grave è la responsabilità delle burocrazie della CGIL, sindacato che potenzialmente potrebbe ancora organizzare quantomeno una parte dinamica e attiva della classe. Decenni di accomodamento, concertazione e passività nei confronti dell’interesse delle imprese, assunto come interesse generale al quale subordinare gli interessi della classe lavoratrice, nel quadro di una crescente integrazione di queste stesse burocrazie negli apparati di Stato, con un approfondimento della contraddizione fondamentale di ogni burocrazia operaia: dipendenza effettiva dallo Stato e dal sistema delle imprese, ma legittimazione sociale proveniente dalle fila della classe lavoratrice.

mercoledì 25 luglio 2018

CONGRESSO CGIL, IL J'ACCUSE DELLA MINORANZA






CONGRESSO CGIL, IL J'ACCUSE DELLA MINORANZA

Brogli al congresso Cgil, il j’accuse della minoranza
Congresso Cgil: la portavoce della minoranza, Eliana Como, denuncia brogli e forzature: «il punto è politico, non regolamentare». Le ragioni del documento di opposizione


«Da quando è iniziato il congresso, ormai un mese intero, le assemblee proprio non si fanno (ci sono intere categorie e territori che dal 20 giugno non hanno fatto mezza assemblea) oppure si fa di tutto perché non ci si possa confrontare». Eliana Como, portavoce dell’Opposizione in Cgil, l’area de Il sindacato è un’altra cosa, ha pronunciato al direttivo nazionale del più grande sindacato europeo, una serie di brogli o forzature da parte della maggioranza Cgil.

«Non sono Alice nel paese delle meraviglie»

Como lo aveva già spiegato alla vigilia in un’intervista a L’Anticapitalista che «i congressi non si affrontano mai ad armi pari, anche perché la nostra area è quasi esclusivamente composta da militanti, la burocrazia è altrove, ma così è più difficile seguire le migliaia di assemblee. Da parte nostra, difenderemo ogni spazio, abbiamo una voglia fortissima di confrontarci con i lavoratori dentro assemblee vere, anche con quei lavoratori che hanno votato Lega e sperano che quella nave non approdi, o che si aspettano il reddito di cittadinanza. Il congresso è una straordinaria possibilità per entrare in contatto con chi lavora, con migliaia di quadri attivi, e discutere su un altro punto di vista, è un confronto materiale dentro un’organizzazione di massa, non relegato nella sfera virtuale. Il fatto che esista un documento radicalmente alternativo e circoli nelle assemblee è un motivo per difendere questo spazio».

venerdì 6 luglio 2018

LA DIGNITA' E' UNA VERA LOTTA CONTRO LA PRECARIETA' E IL GOVERNO REAZIONARIO DELLE DESTRE, PER RICONQUISTARE I DIRITTI DEL LAVORO di Franco Turigliatto





LA DIGNITA' E' UNA VERA LOTTA CONTRO LA PRECARIETA' E IL GOVERNO REAZIONARIO DELLE DESTRE, PER RICONQUISTARE I DIRITTI DEL LAVORO
di Franco Turigliatto



Bisogna avere ben chiaro che cosa sia il presunto decreto “sulla dignità dei lavoratori e delle imprese”: una pura rappresentazione scenica di propaganda del governo – da non sottovalutare – per apparire con un volto sociale amichevole verso i lavoratori, una foglia di fico, soprattutto per Di Maio, per coprire la natura profondamente reazionaria di un esecutivo in cui lo sceriffo xenofobo Salvini la fa da padrone, marginalizzando il M5S che, per la sua intrinseca natura interclassista, non può che subordinarsi alla egemonia dell’alleato di estrema destra che sta avvelenando il comune senso politico, umano e civile di larghi settori di massa.

Realtà e finzione

Già, perché il decreto presentato pomposamente e falsamente come lo strumento che dovrebbe affossare la precarietà e il famigerato Jobs Act di Renzi presenta solo piccole modifiche del tutto interne alla logica della legge del passato governo, quindi del tutto inefficaci ed ininfluenti sulla condizione di subalternità e di oppressione dei lavoratori. E’ il classico caso in cui si usano dei pannicelli caldi per combattere la polmonite, anche perché in realtà, come ha subito precisato il primo ministro Conte, il governo non è in nessun modo contro le imprese. Di Maio ha specificato che nella legge finanziaria di autunno saranno adottate nuove misure a vantaggio delle imprese, attraverso, ancora una volta, la riduzione del costo del lavoro per i padroni: “…però io so benissimo che il nostro intervento non potrà prescindere dall’abbassamento del costo del lavoro“. Il governo inoltre si appresta a rilanciare in agricoltura una delle peggiori forme di lavoro precario, i famigerati voucher.

sabato 19 maggio 2018

ACCIAIO: SUL TITANIC DELL'ALLEANZA MOV5STELLE-LEGA E DELLE BUROCRAZIE SINDACALI SI BALLA MENTRE LA STRAGE CONTINUA





ACCIAIO: 
SUL TITANIC DELL'ALLEANZA MOV5STELLE-LEGA E DELLE BUROCRAZIE SINDACALI SI BALLA MENTRE LA STRAGE CONTINUA




L’ultimo incidente mortale di Taranto, che è costato la morte ad Angelo Fuggiano, e la drammatica domenica alle Acciaierie Venete di Padova (“Mio marito, pur sotto morfina, urla di dolore – ha raccontato Maria Lavinia, la moglie di David Di Natale giorni dopo l’accaduto) – il calore è stato così elevato che la pelle sta ancora bruciando”) sono le ultime testimonianze della strage e del dramma continuo nel mondo del lavoro (il numero di morti dall’inizio dell’anno non può essere definito in altro modo se non appunto strage), soprattutto nei settori più inquinanti e a rischio. Come l’acciaio. Mentre burocrazie sindacali e un governo ormai senza nessuna legittimità democratica continuano a sedere al tavolo dell’accordo ad ogni costo con l’Arcelor Mittal, e Movimento 5 Stelle e Lega continuano nel loro balletto e nei loro proclami di propaganda mentre cercano la strada per costruire un governo insieme, questa è la realtà del nostro Paese. L’acciaio uccide ripetutamente, inquinando e devastando i territori (Taranto su tutti) e per condizioni di lavoro dove sicurezza e salubrità non hanno mai avuto cittadinanza .

Gli innumerevoli infortuni mortali e quelli invalidanti dimostrano, ancora una volta, che bisogna generalizzare la lotta e fare sul serio una battaglia per fermare la mattanza di lavoratori e lavoratrici, rivendicando massicci investimenti per la sicurezza e l’ambiente facendo prevalere l’incolumità e la salubrità dei lavoratori e dei cittadini al profitto.

Ma tutto questo non sembra interessare minimamente i promotori del governo gialloverde come dimostra il “contratto di governo” che è stato reso pubblico. E i balbettii, gli scioperi quasi timidi della triplice, i proclami più di propaganda che reali, sono una risposta totalmente non all’altezza di quanto sta accadendo. Non bastano poche ore di una mobilitazione che non esiste, non bastano poche parole blaterate ai microfoni della stampa. Mentre si continua a sedere al tavolo del quasi ex governo Gentiloni, pronti a cercare un’intesa con gli acquirenti indiani di ILVA che mette al primo posto il profitto capitalista e la produttività. Sacrificando di fatto lavoratori e cittadini. E’ ora che i rappresentanti dei lavoratori, i comitati, le associazioni, tutte insieme pongano in essere azioni di controllo operaio e popolare sulla sicurezza nelle fabbriche. Basta silenzi e omertà sulla totale insicurezza in fabbrica, di produzioni devastanti e vite umane sacrificate.

Le lavoratrici e i lavoratori, i sindacati non complici di tavoli e trattative proni agli interessi padronali, pongano in essere un’azione conseguente alla strage dell’acciaio nel lavoro e nell’ambiente. Basta morti sul lavoro, basta morti avvelenati, basta stragi del capitale.



Sinistra Anticapitalista Taranto


dal sito Sinistra Anticapitalista


La vignetta è del Maestro Enzo Apicella




sabato 13 maggio 2017

LA VELENOSA PALUDE ITALIANA di Franco Turigliatto





LA VELENOSA PALUDE ITALIANA
di Franco Turigliatto


Il governo che segue è sempre peggiore di quello che l’ha preceduto. Si può invertire questa legge non scritta del liberismo? Non possiamo finire nella ridotta della scelta tra Macron e Le Pen, ma neanche in quella tra Renzi e Grillo, con Salvini a raccoglierne i marci frutti


Le vicende dell’ultimo decennio hanno messo in luce in Italia, ma anche in Europa, una nuova implacabile legge politica: il governo che segue è ancora peggiore di quello che l’ha preceduto, sempre più antioperaio, liberista, guerrafondaio e liberticida. Sono gli imperativi della concorrenza capitalista e delle politiche liberiste che, da un governo all’altro, moltiplicano gli attacchi delle classi dominanti alle condizioni di vita e ai diritti delle classi popolari.

Vale per la Francia e per l’Inghilterra e vale per il nostro paese che ha subito dopo i disastri di Berlusconi, la mannaia di Monti e Fornero, le ingiustizie di Letta e poi le prepotenze di Renzi. Chi si illudeva che dopo la dura sconfitta del 4 dicembre con l’affermazione nelle urne della difesa dei diritti democratici scritti nella Costituzione, le cose potessero cambiare, si sbagliava di grosso. Il governo Gentiloni in pochi mesi ha messo in atto misure che approfondiscono ancora l’opera del suo predecessore spaziando sui terreni più diversi: i decreti legislativi della buona scuola hanno ulteriormente peggiorato la condizione degli insegnanti e la destrutturazione della scuola pubblica, i regali alle banche sono stati moltiplicati per dieci, le spese militari sono ulteriormente lievitate e così il ruolo militare dell’Italia nella congrega imperialista in giro per il mondo; il decreto Minniti costituisce un vergognoso attacco alla già terribile condizione dei migranti, trasforma i sindaci in podestà/sceriffi per cacciare dal “decoro” delle città i poveri più derelitti quasi che “l’indecorosità” non stia nelle politiche della borghesia che hanno allargato a dismisura l’area della povertà (nove milioni di persone nel nostro paese); lo stato si dota di ulteriori strumenti preventivi e repressivi per stroncare sul nascere le lotte e le mobilitazioni dei lavoratori. E non bisogna dimenticare il rifiuto di un serio intervento pubblico per affrontare la crisi dell’Alitalia in funzione degli interessi dei lavoratori e della collettività e non delle logiche del mercato.

Gentiloni ha potuto fare tutto questo in silenzio e in tranquillità. Se Renzi operava attraverso le slides ingannevoli e la propaganda gridata, la scelta del suo successore, ben correlata con le indicazioni della borghesia e l’opportuna e discreta copertura mediatica, è quella di apparire moderato, quasi non fosse operativo, quando invece inanella una dopo l’altra le peggiori ingiustizie.
L’ultima è naturalmente la legge sul porto d’armi e sulla cosiddetta legittima difesa, con cui si vuole importare in Italia la barbarie dei cittadini armati con le drammatiche conseguenze testimoniate dalle vicende degli Stati Uniti.

lunedì 1 maggio 2017

PER UN PRIMO MAGGIO DI LOTTA CONTRO I PADRONI di Chiara Carratù





PER UN PRIMO MAGGIO DI LOTTA CONTRO I PADRONI
di Chiara Carratù


Oggi più che mai è necessaria una campagna per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario ed è necessario l’intervento dello stato per creare occupazione per tutti/e. Oggi più che mai è necessario un progetto politico che si ponga l’obiettivo di un forte cambiamento sociale e dell’abbattimento del capitalismo



Il primo maggio nella storia

Il primo maggio è nato alla fine dell’800 come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori e lavoratrici che, senza barriere sociali e geografiche, si sono uniti per rivendicare i loro diritti e per migliorare la loro condizione.
La data scaturì da una proposta concreta le cui parole d’ordine furono sintetizzate nello slogan, coniato in Australia nel 1855, “otto ore di lavoro, otto ore di svago, otto ore per dormire”.
La lotta per l’abbassamento dell’orario di lavoro è stata, nella storia del movimento operaio di fine Ottocento e Novecento, dura e non tutti i paesi arrivarono nello stesso momento a leggi che introducevano la giornata lavorativa di otto ore. Furono necessari anni di lotte e una mobilitazione duratura e prolungata nel tempo che costò la vita anche a molti lavoratori e lavoratrici.
Il primo stato ad approvare una legge che introduceva la giornata lavorativa di otto fu lo stato dell’Illinois nel 1866. La classe operaia statunitense fu protagonista di scioperi e manifestazioni poderose che aprirono la strada alla classe operaia europea, francese in particolare, che proprio alla fine dell’800 fu protagonista della straordinaria esperienza della Comune.

lunedì 18 gennaio 2016

ROMA AI TEMPI DEL MEMORANDUM






ROMA AI TEMPI DEL MEMORANDUM



La cronaca quotidiana della città di Roma di questi ultimi giorni è stata infiammata dall’approvazione del Documento Unico di Programmazione dalla cui lettura emergono all’evidenza le prime drammatiche conseguenze ai cittadini, ai dipendenti pubblici e ai servizi.

Una lettura che evidenzia il costante e inarrestabile avanzamento del processo di privatizzazione dei servizi pubblici e l’attacco al mondo del lavoro dipendente del settore pubblico colpito da una pesante riduzione di una già magra busta paga, mentre al contempo si apre ancora una volta ai capitali privati, affamati di nuovi profitti, la proprietà e la gestione dei servizi pubblici.

Appare necessario inquadrare questo documento non tanto come un atto autoritario e isolato del Commissario Tronca quanto parte di una politica globale da leggere all’interno della logica del Memorandum e delle sue implicazioni su scala nazionale e romana.

lunedì 21 settembre 2015

TSIPRAS SUCCEDE A TSIPRAS, MA TUTTO E' CAMBIATO






TSIPRAS SUCCEDE A TSIPRAS, MA TUTTO E' CAMBIATO

Comunicato dell’Esecutivo nazionale di Sinistra Anticapitalista



Tsipras sarà per la seconda volta primo ministro greco, ma di un paese sempre più socialmente avvilito e politicamente disorientato. Un milione di elettori che pure erano andati a votare il 25 gennaio scorso sono rimasti a casa. Anche rispetto al referendum del 5 luglio i voti validi sono stati 700.000 in meno. Neanche la estrema polarizzazione tra il partito di Syriza e la destra di Nea Democratia ha convinto questo settore di elettori a mobilitarsi nel voto. Syriza mantiene le percentuali, ma lascia per strada circa 300.000 voti e lo stesso fenomeno si manifesta per Nea Democratia che ne perde 200.000 rispetto a gennaio.

L’astensione è un fenomeno che ben conosciamo in Italia. Evidentemente anche nel paese ellenico una fetta importante di elettori non ha ritenuto importante contribuire a scegliere tra i due principali contendenti, Alexis Tsipras e il leader della destra conservatrice Vangelis Meimarakis, considerando non rilevanti le differenze programmatiche tra i due.

E’ la conseguenza della svolta di Tsipras che, proprio pochi giorni dopo il trionfale successo del No al referendum, ha deciso di sottoscrivere l’accordo capestro con la Troika e ne ha imposto l’accettazione al suo riluttante partito.

mercoledì 5 agosto 2015

GOVERNO: ALTRI TAGLI SANITA' E VIA IL DIRITTO DI SCIOPERO di Chiara Carratù






GOVERNO: ALTRI TAGLI SANITA' E VIA IL DIRITTO DI SCIOPERO
di Chiara Carratù




Dopo aver dedicato ampio spazio alla crisi greca, da qualche giorno i media hanno cominciato a dedicarsi alle cose di casa nostra con lo scopo di preparare l’opinione pubblica ai prossimi tagli sulla sanità e alla prossima stretta sul diritto di sciopero.

La sconfitta greca ha per ora allontanato le paure della borghesia e del governo di un rischio di ripresa delle lotte per contagio greco; anche se la possibilità di costruire un’alternativa al binario unico delle politiche di austerità è stata per il momento allontanata, torna la necessità, per le classi dirigenti, di costruire il terreno fertile intorno alle prossime manovre annunciate da Renzi in questa calda estate. Si avvicina la Legge di stabilità e con essa la necessità di proseguire nelle politiche di austerità utili a reperire risorse per continuare a mantenere alti rendite e profitti. I rimedi, fino a quando non verranno imposte politiche economiche alternative a quelle di austerità, saranno ricercati sempre nelle stesse tasche e ad essere saccheggiati saranno sempre i settori pubblici e sempre le stesse categorie sociali (lavoratori e pensionati in primis) che, a turno, vengono spremuti.

Ora si ripassa alla sanità pubblica, individuata, ancora una volta, come fonte di spreco da normalizzare. L’obiettivo da conseguire è fissato intorno ai 10 miliardi di euro in 3 – 4 anni partendo dal taglio delle prescrizioni cosiddette inutili che valgono circa 13 miliardi si euro. Ormai i discorsi che precedono i tagli dovrebbero metterci subito in allarme perché sono sempre gli stessi e ripetono più o meno sempre le stesse tiritere: quante volte abbiamo sentito la storia della siringa che in Sicilia e Campania ha un costo e in Lombardia e Veneto un altro? Quante volte abbiamo sentito parlare di piccoli presidi sanitari che sono un spreco di risorse e quante volte abbiamo sentito dire ai diversi esponenti di governo che dobbiamo stare tranquilli perché si starà accorti a non fare tagli lineari ma a colpire solo dove serve e solo dove di annidano spreco e corruzione? Nella retorica generale, quel che manca, a volte anche nella sinistra più accorta, è un’analisi generale che individui la radice del problema e che serva ad orientare l’opinione pubblica oltre i luoghi comuni che girano a iosa sui social network e nelle trasmissioni televisive cosiddette d’informazione. Intorno ai tagli vengono costruite tesi, il più delle volte presentate come nuove, ma che invece ci ripropongono vecchie teorie liberiste sui benefici della privatizzazione. Nel frattempo, nelle trasmissioni televisive, si alternano tecnici, economisti e politici chiamati a mostrarci come novità vecchie metodologie di azione del capitalismo.

venerdì 31 luglio 2015

LA CRISI GRECA E IL MELODRAMMA DELLA SINISTRA ITALIANA di Francesco Locantore



         



LA CRISI GRECA E IL MELODRAMMA DELLA SINISTRA ITALIANA
di Francesco Locantore




Quello che sta accadendo in Grecia in queste settimane è un passaggio storico cruciale per lo sviluppo della lotta di classe in Europa ed avrà conseguenze drammatiche sulla vita dei lavoratori e delle lavoratrici, una accelerazione della Storia che ha posto le forze della sinistra di classe di fronte a decisioni fondamentali per il futuro.

Il governo di Tsipras, come è noto, dopo aver chiamato i cittadini il 5 luglio ad una consultazione popolare che ha respinto con il 62% dei NO un’ipotesi di accordo con le istituzioni europee sfavorevole ai greci, ha fatto approvare in parlamento lo scorso 11 luglio una proposta di accordo che ricalcava sostanzialmente quella bocciata dalla consultazione popolare. Il 13 luglio l’Eurogruppo non ha accettato questa proposta ed ha messo il governo greco con le spalle al muro, ponendo come sola alternativa ad una uscita “concordata” della Grecia dall’Euro, l’accettazione di un Memorandum ancora più duro dei due precedenti sotto i governi di Samaras e Papademos. Il terzo Memorandum accettato da Tsipras impone infatti alla Grecia una serie di condizioni stringenti da attuare in pochi giorni come precondizione necessaria alla ripresa dei negoziati con l’Eurogruppo. Queste misure fanno tabula rasa dei diritti che sono sopravvissuti ai primi due Memorandum, impongono il taglio delle pensioni, l’aumento della tassazione indiretta con ovvi effetti regressivi, un pesante programma di privatizzazioni, agevolano i licenziamenti collettivi e gli sfratti per morosità, impongono una controriforma della contrattazione. Come se non bastasse, le clausole di salvaguardia impongono il taglio lineare automatico della spesa pubblica in caso di sforamento dagli obiettivi di avanzo primario del bilancio. Tutto ciò si abbatterà su un’economia già fortemente in crisi, con un tasso di disoccupazione ufficiale di circa il 26%.

martedì 30 dicembre 2014

L’INFAMIA DI NATALE di Franco Turigliatto




L’INFAMIA DI NATALE
di Franco Turigliatto



I provvedimenti varati alla vigilia di Natale dal Parlamento e dal governo (l’approvazione della legge di stabilità e il decreto legislativo n. 1 sul Jobs Acts) sono atti infami, espressione della guerra che i padroni conducono contro la classe lavoratrice per distruggere i suoi diritti e per stornare le risorse pubbliche a vantaggio dei profitti e delle rendite finanziarie. Il governo Renzi si conferma, per chi avesse avuto ancora qualche stupida incertezza, di essere un governo di classe, al servizio della classe capitalista, nemico dei lavoratori, della giustizia sociale; non il governo della modernità e del progresso, ma un governo reazionario dei “padroni delle ferriere” che punta a ricostruire il pieno potere della borghesia su una classe lavoratrice frammentata, divisa, impossibilitata a difendere i suoi interessi e quindi suddita.

La legge di stabilità è un enorme regalo deposto dal governo sotto l’albero della Confindustria: riduce drasticamente la tassazione (IRAP) alle imprese, utilizza gli undici miliardi di spesa aggiuntiva in deficit a totale vantaggio della classe padronale, taglia contemporaneamente la spesa pubblica (17 miliardi) con enormi ripercussioni, sulla sanità, sul trasporto pubblico locale, sui servizi sociali.

Ma anche il primo decreto legislativo sul Jobs Act, è un enorme regalo ai padroni e nello stesso tempo un aggressione vile e violenta contro le lavoratrici e i lavoratori.

martedì 9 dicembre 2014

MAFIA CAPITALE: LA COOP 29 GIUGNO PUNTA DI UN ICEBERG di Fabrizio Burattini




MAFIA CAPITALE: 
LA COOP 29 GIUGNO PUNTA DI UN ICEBERG
di Fabrizio Burattini




La vicenda portata alla luce dall’inchiesta della Procura di Roma sul malaffare della capitale sta scuotendo il mondo politico cittadino e nazionale. Sembra che tutti cadano dalle nuvole.

Certo, solo chi possiede poteri e strumenti di indagine può accertare la dimensione e la gravità dei fatti prodottisi nella vita civile della metropoli, le specifiche responsabilità personali di ciascuna dei coinvolti, ma si può tranquillamente affermare che esistevano già tutti gli elementi per capire che nel sottobosco del comune più grande d’Italia, cioè di una delle più grandi stazioni appaltanti del paese più corrotto d’Europa, di uno dei principali centri di spesa del paese, si verificavano fatti che avrebbero dovuto insospettire e mettere in allarme chiunque fosse stato effettivamente mosso dalla preoccupazione di tutelare l’interesse pubblico.

Il semplice fatto che la più importante cooperativa fornitrice di servizi per conto del comune di Roma e di numerosi altri enti pubblici, la “29 giugno”, sovvenzionasse lautamente tutte le forze politiche romane, dall’estrema destra fino a SEL e a Rifondazione, non può essere tranquillamente spiegato affermando che queste cifre sarebbero state versate legittimamente e nel pieno rispetto delle regole di bilancio. Anzi, questa “trasparenza” dovrebbe costituire un’aggravante.

lunedì 24 novembre 2014

VOTO REGIONALE NEL TEMPO DELLA CRISI di Fabrizio Burattini






VOTO REGIONALE NEL TEMPO DELLA CRISI

di Fabrizio Burattini


Su una cosa (e una sola) siamo d’accordo con Matteo Renzi, cioè sul fatto che lo sconvolgente tasso di astensione registrato nelle elezioni regionali di ieri in Emilia Romagna e in Calabria deve far riflettere tutte le forze politiche.

In Emilia Romagna, regione nota non solo per la sua tradizionale “colorazione” politica, ma anche per il diffuso “senso civico”, sui 3.460.402 elettori, se ne sono recati alle urne solo 1.254.916 (1.053.643 in meno rispetto alle europee di maggio, 1.416.666 in meno rispetto alle politiche di febbraio 2013, 1.045.469 rispetto alle regionali del 2010).

Tasso di astensione sconvolgente anche se largamente previsto e prevedibile. Proprio perché tutte le forze politiche, perlomeno quelle principali, con il loro comportamento l’hanno provocato e per certi versi ricercato.

La considerazione di Renzi sarebbe sincera se non si accompagnasse ad una ipocrita fanfara di vittoria e alla sua tradizionale sicumera dell’ “andiamo avanti”. Addirittura di ritenerlo un dato secondario rispetto al successo del PD.

A questo proposito occorrerebbe ricordare che la soglia di partecipazione di almeno il 50% dell’elettorato viene ritenuta come necessaria per dichiarare validi gli effetti di un voto referendario, mentre sembrerebbe legittimo governare per 5 anni una regione “forti” solo di meno della metà del 37,67 degli elettori chiamati ad esprimersi. E’ proprio il caso di dire: “due pesi e due misure”…

Infatti la vittoria del PD in Emilia Romagna, oramai può dirsi, si basa prevalentemente, se non unicamente, sul consolidato sistema di potere che dirige quella regione. I voti raccolti da Bonaccini (poco più che 600.000), infatti, oramai non canalizzano più neanche il voto di opinione raccolto da Renzi nelle europee di sei mesi fa., né, tanto meno; il voto organizzato di massa che raccoglieva la sinistra un tempo nella “regione più rossa d’Italia”.

In Calabria, Oliverio, con i suoi 484.261 voti, raccoglie poco di più di quanto raccolse lo screditato Loriero nel 2010, e può presentare il proprio risultato come plebiscitario (61,42%) solo per il parallelo crollo del centrodestra che raccoglie poco più di un quarto dei voti di 4 anni fa.

Dunque, se le dichiarazioni di Renzi e dei suoi fossero oneste, si dovrebbe riconoscere che il queste elezioni il PD (e il governo) non raccoglie affatto un’ondata di consenso, ma una delusione e un dissenso di massa, rappresentato da quei 680.537 voti persi in soli sei mesi (dalle europee ad oggi). Anche rispetto al risultato raccolto quattro anni fa da Vasco Errani (1.197,789 voti) Bonaccini dimezza i consensi.

Anche l’altro “trionfatore” di queste elezioni, il “Salvini emiliano”, il leghista Alan Fabbri, raccoglie 374.653 voti, meno della metà degli 844.915 ottenuti dal centrodestra nel 2010. E lo stesso risultato di lista della Lega Nord, con i suoi 232.318, cala di 56.283 rispetto ai 288.601 raccolti nel 2010, non mettendo neanche a frutto l’effetto di trascinamento dell’avere il “candidato presidente” della coalizione, anche se aumenta significativamente rispetto al risultato delle europee.

Questi risultati del PD e della Lega andrebbero ulteriormente ridimensionati ricordando il grande sostegno mediatico che in queste settimane il sistema informativo ha offerto da un lato a Renzi e al “suo” PD e, dall’altro, a Salvini, ormai indicato come unica opposizione.

Non varrebbe neanche la pena di parlare del risultato di Forza Italia (100.113 voti rispetto ai 518.108 del 2010), se non per sottolineare il punto della sua parabola.

Per quanto riguarda il M5S sembra consolidare il suo “zoccolo duro” di circa 160.000 voti emiliano romagnoli (per l’esattezza 161.056 nelle regionali 2010 e 167.022 ieri, anche se vista l’astensione valgono quasi il doppio percentualmente) con lo sgonfiamento rispetto all’eccezionale risultato delle politiche 2013 (658.475 voti), già ridimensionatosi significativamente in occasione delle europee (443.936).

Una riflessione sarà peraltro necessaria anche nell’ambito della sinistra che in Emilia Romagna positivamente tiene e riesce ad eleggere un consigliere regionale, ma non capitalizza nulla dell’ondata di rifiuto e di disaffezione dalla politica tradizionale, e neanche dello “sgonfiamento” dei voti “grillini”. In qualche modo, nonostante alcune scelte più positive degli ultimi tempi, resta che la sinistra non riesce tuttora a scrollarsi di dosso quella omologazione al mondo politico tradizionale accumulatasi in lunghi anni di politiche sbagliate.

La Lista Tsipras in quella regione ottenne alle europee 93.914 voti, che, si sono riversati quasi intatti per 50.208 nella lista “L’Altra Emilia Romagna” e per 38.743 sulla lista di SEL (in coalizione con il PD), mantenendo anche qui uno “zoccolo” di voti simile a quello raccolto dalle liste delle Federazione della Sinistra e di SEL, entrambe allora in coalizione con il PD di Vasco Errani nel 2010 (96.641). Tutto comunque senza nessun paragone possibile con i 235.223 suffragi raccolti alle politiche del 2006 dalle liste PRC e PdCI.

Ma la riflessione per la sinistra è ancor più necessaria se si guarda ai risultati calabresi, dove la lista “L’Altra Calabria” non solo non capitalizza il dissenso diffuso, raccogliendo solo 10.536 voti, ma vede sfuggirle verso SEL e le liste in coalizione con il PD gran parte dei 31.524 ottenuti sei mesi fa alle europee con la Lista Tsipras, restando ampiamente al di sotto dei 41.520 voti confluiti sul PRC calabrese nelle regionali 2010 e per fino molto meno dei 27.337 voti che in quella regione ottenne la “Lista Ingroia” a febbraio 2013.

La riflessione che la sinistra dovrà fare si intreccia anche con la positiva, seppur iniziale ripresa di conflittualità sociale che la durezza delle politiche dominanti sta imponendo anche in Italia. E’ là soprattutto, molto più che nella ossessione elettoralistica, che ben presto crea subalternità e dipendenza istituzionalistica, che va ricercata la strada per un vero rilancio.



dal sito Sinistra Anticapitalista


La vignetta è del Maestro Mauro Biani

sabato 18 ottobre 2014

IL PUZZLE DELLA SINISTRA ITALIANA di Franco Turigliatto





IL PUZZLE DELLA SINISTRA ITALIANA
di Franco Turigliatto


L’autunno che si apre, segnato dalla nuova offensiva padronale del governo Renzi contro il mondo del lavoro, ma anche da alcuni segnali positivi di ripresa del conflitto dei lavoratori e di nuove possibilità di lotta, è il campo su cui si misurano le forze organizzate alla sinistra del PD in termini di proposte politiche e di processi ricompositivi unitari.

La dialettica potrebbe essere così riassunta: come contribuire con l’azione unitaria allo sviluppo delle mobilitazioni dei lavoratori, costruendo nello stesso tempo un processo di convergenza politica per rispondere alla mancanza di una forza credibile di alternativa al sistema capitalista e alla gestione della crisi decisa dai governi europei?

Il fardello del passato

Su questa dialettica pesa come un macigno, in Italia, il convitato di pietra rappresentato dal PD, oggi il principale promotore per conto della classe dominante delle politiche di austerità; gran parte della sinistra non è infatti ancora riuscita a farsi una ragione della natura borghese di questo partito sia in versione Bersani che in versione Renzi e a rompere il vecchio cordone ombelicale.

Eppure la sua frantumazione attuale, la sua scarsa credibilità e il sempre minore radicamento nelle classi lavoratrici è il frutto non solo delle sconfitte sociali, politiche ed ideologiche del mondo del lavoro, e dell’incapacità di collegarsi, all’inizio del secolo, con le nuove generazioni del movimento antiglobalizzazione, ma anche della linea distruttiva operata da Rifondazione con la scelta della collaborazione di classe con un governo borghese, come quello del Prodi 2.

In quello snodo politico cruciale la corrente interna al PRC, Sinistra Critica combattè con forza, e determinazione, non trovando però rispondenza nel partito, una deriva di cui comprendeva tutte le ricadute negative immediate e i grandi pericoli che rappresentava per il futuro.

Se si pone attenzione a ciò dicono e fanno i diversi spezzoni prodotti dalla crisi della vecchia Rifondazione, si ha la netta percezione che nessuno abbia fatto un bilancio serio di quanto avvenuto, della natura strategica e non politica degli errori compiuti in quegli anni dai gruppi dirigenti con effetti distruttivi sul partito e sulle prospettive del movimento dei lavoratori.

In questi anni abbiamo assistito a diversi progetti unitari, qualcuno ideologico, qualcuno passatista (nostalgia dei vecchi tempi del PCI), qualcuno opportunista o elettoralista, spesso con una combinazione di questi diversi aspetti, quasi tutti però rimasti allo stato di enunciazione.

Mi ha sempre colpito che nessuno, come primo elemento, abbia messo l’accento sulla necessità di costruire un fronte comune di resistenza sui contenuti, sulle lotte sociali da sviluppare, sugli obbiettivi di lotta da sostenere insieme ai lavoratori, come precondizione per affrontare la ricomposizione politica, quasi che si possa passare alla matematica superiore, facendo a meno di una buona pratica dell’aritmetica.

Occorre invece misurarsi in primo luogo su questo terreno unitario per favorire le lotte dell’autunno: insieme ai cancelli, nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro per solidarizzare e aiutare le lavoratrici e i lavoratori a reggere l’urto del padronato.
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