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venerdì 19 maggio 2017

"STALIN" DI TROTSKY, UN CAPOLAVORO DEL MARXISMO di Alan Woods



"STALIN" DI TROTSKY, 

CAPOLAVORO DEL MARXISMO 

di Alan Woods



Il 20 agosto del 1940, la vita di Trotsky fu brutalmente spezzata con una piccozza da un agente stalinista. Tra le opere lasciate incompiute vi era la seconda parte del libro Stalin. Questo lavoro è probabilmente unico nella letteratura marxista, in quanto tenta di affrontare alcuni degli eventi più importanti del ventesimo secolo non solo in termini di trasformazioni economiche e sociali epocali, ma nella psicologia individuale di coloro che recitano come protagonisti di un grande dramma storico.

Il rapporto tra psicologia individuale e processi storici fornisce un tema affascinante per gli storici e costituisce la base del lavoro qui presentato. Come si è arrivati al punto che Stalin, che ha iniziato la sua vita politica come rivoluzionario e bolscevico, l'ha conclusa come mostruoso tiranno? Si trattava di un esito preordinato, magari per fattori genetici o dovuto a esperienze dell’infanzia?

mercoledì 19 aprile 2017

COMUNISTI CONTRO STALIN di Luca Cangianti

 
 
 
COMUNISTI CONTRO STALIN
di Luca Cangianti




Cercarono fino alla fine di rompere il silenzio, di denunciare l’atrocità che si stava per compiere. In viaggio verso i campi di concentramento praticarono lo sciopero della fame, srotolarono striscioni e cercarono di coinvolgere la popolazione delle città che attraversavano. Sui battelli che li deportavano verso regioni remote, si riunirono in assemblea e firmarono risoluzioni di protesta da inviare al comitato centrale del partito e alla Terza internazionale. In una bottiglia inserirono un messaggio e la lanciarono nelle acque dello stretto di La Pérouse. Sulla tundra ghiacciata, mentre marciavano a gruppi di cento, sapendo di andare incontro alla fucilazione, cantavano L’internazionale. I giudici, la polizia segreta e il partito li avevano schedati con la sigla Krtd, cioè “controrivoluzionari terroristi trotskisti”, ma loro si definivano “bolscevico-leninisti” per rivendicare il comunismo dei primi anni della rivoluzione, di contro alla degenerazione verificatasi con l’ascesa al potere di Iosif Stalin.
Finalmente è stato pubblicato in italiano Comunisti contro Stalin di Pierre Brouè, lo storico e attivista francese scomparso nel 2005, famoso per le sue ricerche sul movimento comunista internazionale. Il libro, uscito in edizione originale nel 2003, è basato sul materiale reso disponibile con l’apertura degli archivi sovietici. Scopo dichiarato dell’opera, costruita intorno alle biografie di circa 700 oppositori, è sottrarre all’oblio la vita e i nomi delle migliaia di comunisti sovietici massacrati negli anni trenta dello scorso secolo.
L’epiteto di “trotskista” finì per essere rivolto contro chiunque criticasse l’involuzione autoritaria che aveva distrutto la democrazia dei soviet, vietato qualsiasi forma di libertà politica e consegnato il potere a una casta di grigi impiegati di partito, interessata alla difesa del proprio status, dei propri magazzini speciali e di tutti gli altri privilegi ai quali non aveva accesso la maggior parte della popolazione lavoratrice, affamata e sfiancata dai ritmi della produzione taylorista. Tra i comunisti antistalinisti sovietici non troviamo quindi solo i veri e propri seguaci di Lev Trotsky, raggruppati nell’Opposizione di sinistra, ma anche appartenenti ad altre correnti quali ad esempio l’Opposizione operaia, i decisti e i neopopulisti.

martedì 20 ottobre 2015

APPUNTI PER UNA STORIA DEL TROTSKISMO di Stefano Santarelli - Prima parte-





APPUNTI PER UNA STORIA DEL TROTSKISMO
di Stefano Santarelli

Prima parte




Recentemente Franco Ferrari, un dirigente di Rifondazione Comunista, ha scritto un testo estremamente interessante sul trotskismo, indiscutibilmente la corrente più dinamica del movimento comunista: "Il trotskismo internazionale".

Questo testo rappresenta in fondo una anomalia nel nostro mercato editoriale: infatti è la prima vera storia del trotskismo scritta da un italiano il quale per di più non viene da questa corrente politica e forse proprio per tale motivo questo testo si caratterizza per la sua imparzialità anche se con alcune omissioni che sono però giustificabili.
Indiscutibilmente il saggio di Ferrari è ostico, ma non certamente per colpa dell’autore. La colpa è proprio dei trotskisti stessi che con le loro diatribe interne culminate in varie scissioni ed unificazioni, in verità più le prime che le seconde, rendono di difficile comprensione anche per gli addetti ai lavori la loro storia.

Come afferma giustamente Ferrari: 

“Questa tendenza alla frammentazione deriva da vari fattori, in parte comuni ad altre correnti dell’estrema sinistra. Lo scarso insediamento sociale e l’elevato tasso di ideologizzazione tendono a radicalizzare i conflitti ed a procurare rotture organizzative. Ma per i trotskisti influisce un elemento in più. E’ un aspetto costitutivo dell’identità politica del trotskismo la necessità di appartenere ad una organizzazione internazionale, con l’obiettivo ambizioso di dar vita ad un vero e proprio “partito mondiale”. Questo fatto ha favorito il moltiplicarsi delle divisioni, intrecciando in esse fattori nazionali e internazionali. Ogni gruppo nazionale che raggiunge dimensioni significative tende a dar vita ad una propria corrente internazionale più o meno strutturata, stimolando la costituzione di nuovi gruppi in altri paesi e alimentando nuove scissioni.”

giovedì 20 agosto 2015

SETTANTACINQUE ANNI DALL'ASSASSINIO DI TROTSKY di Guillermo Almeyra




SETTANTACINQUE ANNI DALL'ASSASSINIO DI TROTSKY
di Guillermo Almeyra  



Lev Trotsky, assassinato in Messico nel 1940 da un agente di Stalin, è stato uno dei personaggi più importanti della prima metà del XX secolo, e soprattutto il rivoluzionario che difese e sviluppò l’essenziale del lascito di Vladimir Ilic Lenin, a partire dalla sua morte nel 1924. Il suo tempo fu, come egli stesso lo definì, “un’epoca di guerre e rivoluzioni” che aveva ancora il suo campo di battaglia principale in Europa, e in cui i lavoratori erano ancora in grado di vincere (guerra civile spagnola, liberazione della Jugoslavia, guerra partigiana in Italia, insurrezione in Grecia contro la monarchia e le truppe britanniche…).

In questa capacità di lotta confidava Trotsky per evitare il ritorno al capitalismo nell’Unione Sovietica, e spazzare via il principale ostacolo alla liquidazione del capitalismo, la burocrazia “operaia” sovietica, socialdemocratica o sindacale che difendeva e diffondeva i valori e l’ideologia del capitale, inquinava la soggettività degli sfruttati spingendoli gli uni contro gli altri su basi nazionali, etniche, “razziali”.

Dalla fine del 1980 viviamo in un epoca sempre gravida del pericolo di guerre, a cui se ne aggiunge un altro nuovo ancora più grande, l’ecocidio. Per la ricerca senza limiti di profitto da parte dei capitalisti, che hanno concentrato come mai in passato il potere e la ricchezza in poche mani, stiamo avanzando verso la fine delle condizioni per la civiltà e di un’enorme quantità di specie, compresa quella umana.

Dopo una sconfitta storica dei lavoratori, la cui forza precedentemente imponeva riforme sociali e faceva temere il capitalismo, ora siamo di fronte a una dittatura di ferro del capitale finanziario sui popoli. Ultimo esempio la Grecia.

mercoledì 22 luglio 2015

LA VITA E' BELLA di Leon Trotsky






LA VITA E' BELLA di Leon Trotsky
recensione di Diego Giachetti




Un “piccolo” “grande” Trotsky quello riportato alla luce nella succinta antologia pubblicata dalla casa editrice Chiarelettere (Leon Trotsky, La vita è bella, Milano 2015) in coincidenza con i settantacinque anni dell’assassinio del protagonista, ad opera di un agente inviato da Stalin (21 agosto 1940).

Gli scritti spaziano da riflessioni sulla rivoluzione con particolare attenzione all’individuo, ai cambiamenti che si devono operare nella vita quotidiana, nelle “inezie” della vita sociale: essere più educati e cortesi, aver cura di se stessi e delle proprie cose, favorire la nascita di un linguaggio colto, perché la rivoluzione è prima di tutto un risveglio della personalità umana, «si contraddistingue per il crescente rispetto della dignità personale di ogni individuo».
Una rivoluzione non è tale se non presta attenzione ai deboli, se non aiuta i bambini, le madri, la donna, se non combatte il patriarcato, tutti quegli elementi che opprimono, quanto quelli economici e sociali, il libero sviluppo della personalità in tutti i suoi aspetti. Erano tutti elementi posti in essere dalla rivoluzione bolscevica, ben presto soffocati dalla controrivoluzione burocratica, totalitaria dello stalinismo contro il quale Trotsky continuò la sua battaglia puntando sulla necessità di una nuova rivoluzione politica in Unione Sovietica, per liberarla dal giogo oppressivo della dittatura burocratica, per ridare dignità alla persona.
Lo Stato stalinista infatti offendeva l’umanità, colpendola nel suo lato più debole: i familiari, gli amici, i figli e i nipoti. Oltre ai milioni di persone che morirono o furono ridotte in schiavitù decine di milioni di individui, i parenti delle vittime di Stalin, ebbero la vita segnata in modo devastante, con profonde conseguenze sociali. Una parte degli scritti ripresi nell’antologia riguardano l’analisi della società stalinista. «Stalin non è responsabile della storia, ma lo è di ciò che ha fatto, come pure del ruolo da lui ricoperto nella storia». La «casta dominante in Urss non rappresenta il comunismo, ma il suo nemico più perfido e pericoloso».

martedì 24 marzo 2015

UN NUOVO LIBRO SU LEV TROTSKY




UN NUOVO LIBRO SU LEV TROTSKY
Rivoluzione e Internazionalismo di Michele Azzerri

Presentazione di Antonio Moscato



Poche figure storiche sono state colpite da una damnatio memoriae paragonabile a quella subita da Lev Trotsky. Per decenni – in URSS e in tutto il mondo in cui esistevano partiti comunisti – fu negato il suo ruolo nelle due rivoluzioni russe del 1905 e del 1917, e perfino quello di organizzatore e condottiero tenace di un’Armata rossa creata dal nulla nel vivo di una guerra civile internazionale spietata. Le foto in cui appariva accanto a Lenin sono state per decenni ritoccate per cancellare ogni traccia del suo operato, mentre legioni di scribacchini compilavano libercoli denigratori che riversavano sul suo conto le più inverosimili calunnie, fino alla fine del sistema sorto dall’URSS staliniana e perfino dopo il suo crollo. A volte lo stesso storico di regime, come Dmitri Volkogonov, che sotto Breznev o Cernenko aveva ribadito le accuse staliniane di complicità di Trotsky con l’imperialismo britannico o giapponese, al tempo di Boris Eltsyn adeguava la condanna al nuovo clima presentandolo invece come un comunista estremista e “avventurista”, che avrebbe messo in pericolo la “patria sovietica” e sicuramente superato Stalin in crudeltà...

Naturalmente l’esistenza di una così abbondante letteratura denigratoria, poteva stimolare una risposta apologetica o comunque rivolta a smontare le accuse più inverosimili. Ma non è il caso di questo libro di Michele Azzerri, che non si dilunga troppo nella confutazione delle grottesche calunnie riversate su un uomo braccato da un paese all’altro, e osteggiato da governi di ogni genere, in una forma che non ha paragoni nel XX secolo.

domenica 10 febbraio 2013

TROTSKY: CHE COSA CONTINUA AD ESSERE VALIDO? di Guillermo Almeyra




TROTSKY: CHE COSA CONTINUA AD ESSERE VALIDO?
di Guillermo Almeyra


La storia è come il mare e le maree e le ondate avanzano e retrocedono per tornare ad avanzare sospinte dai venti e, ogni tanto, conosce violenti momenti catastrofici – i suoi tsunami – o sembra cadere in una esasperante calma piatta.
I grandi uomini, da parte loro, hanno l’altezza dell’ondata storica su cui si ergono e quindi, nella fase di ascesa della stessa molti sono coloro che hanno, ad esempio, la stoffa di marescialli di Napoleone o dei grandi rivoluzionari russi, con statura di potenziali dirigenti, che confluirono nel bolscevismo.
Marx ed Engels sono cresciuti salendo sulle imponenti rovine della Rivoluzione francese e Trotsky, come Lenin, sull’assalto al cielo dei comunardi parigini, e cioè sulla grande ondata precedente quella su cui essi stessi cominciavano a salire. Per questo sono prima di tutto figli della loro epoca e, per giudicarne il pensiero, occorre vedere cosa rimanga di questa e collocarlo storicamente.

Il XX secolo è stato “un secolo di guerre e rivoluzioni”, iniziato con la guerra russo-giapponese che diede origine alla Rivoluzione russa del 1905, una rivoluzione contadina e democratica, antizarista, che diede origine a una direzione operaia – i consigli operai (soviet) di San Pietroburgo - e che costituì la prova generale della rivoluzione del 1917, ma comprese anche l’ondata di rivoluzioni democratiche con base contadina, come quelle della Persia e della Cina del 1910, o quella messicana del 1910-1920.

domenica 16 dicembre 2012

I DILEMMI DI TROTSKY di Diego Giachetti




I DILEMMI DI TROTSKY
di Diego Giachetti


Il 7 novembre del 1939 Trotsky compì sessant’anni. La Seconda guerra mondiale era appena cominciata in Europa. L’anno prima in una località alla periferia di Parigi era stata fondata la Quarta Internazionale. Dal Messico Trotsky aveva seguito tutti gli sviluppi e aveva collaborato a quello fu il documento di fondazione, il Programma di transizione. Tutto sommato quell’anno trascorse tranquillamente. La presenza del nipote dava gioia e vivacità alla routine quotidiana dei due nonni.
La presenza di cari amici, delle guardie del corpo e dei segretari aiutavano a trascorre meglio le ore serali con conversazioni intelligenti e rilassanti. Certo di sottofondo albergava sempre la sofferenza vecchia e nuova per i familiari e gli amici deceduti, per l’ultimo figlio, Sergej, arrestato e deportato in Unione Sovietica e di cui non avevano più notizie. Era una sofferenza discreta, mai manifestata in modo eclatante in pubblico, vissuta nel privato da entrambi i genitori. Come il marito anche Natalja soffriva in silenzio, il suo carattere le impediva ogni “debolezza”, sfogava la tensione lavorando e dedicandosi a coltivare i suoi interessi artistici. Si occupava dell’amministrazione della casa, seguiva con attenzione i lavori di sistemazione dell’edificio, curava le piante nel giardino, controllava che la dieta ferrea a cui Trotsky doveva sottoporsi fosse rispettata, riceveva ospiti e visitatori che volevano parlare o conoscere suo marito. Nel frattempo, con ostinazione e ansia aspettava qualche conferma dalla Russia che Sergej fosse vivo.
Durante il loro ultimo esilio in Messico i due coniugi si resero conto che attorno a loro si stava creando un terribile vuoto, una grande solitudine. La loro generazione, quella che aveva intrapreso la via della rivoluzione alla fine dell’800, era stata spazzata via dalla scena. Se era in buona parte sopravvissuta ai bagni penali dello Zar, alle deportazioni in Siberia, all’esilio, alla guerra civile dopo la rivoluzione russa, non altrettanto si poteva dire della repressione messa in atto da Stalin. Scomparendo dalla scena la generazione si era lasciata, nel ricordo dei pochi sopravvissuti, una scia dolorosa di affetti rescissi da morti violente, separazioni e rinnegamenti, prese di distanza in sincerità o malafede. Anche la parte migliore della nuova generazione, quella portata alla ribalta dalla rivoluzione del 1917, che comprendeva i figli e le figlie di Trotsky, tutti deceduti, era sotto attacco, calpestata e schiacciata. Certo, durante gli anni della loro ultima emigrazione, i due coniugi avevano conosciuto nuovi amici, ma ciò non era stato sufficiente a riempire quel vuoto, quella solitudine “storica” che albergava nell’animo, più forte di ogni pur sincera e spassionata nuova amicizia.

Primo dilemma: pubblico e privato

Pubblicamente Trotsky non si abbandonava alla disperazione, pur potendo contare, se lo avesse fatto, su elementi fondati e ragionevoli. Dichiarava di voler continuare a battersi con tutte le forze che gli restavano, ma nel profondo dell’animo non poteva fare a meno di pensare che nulla era più come una volta a cominciare dal suo “corpo”. Si sentiva vecchio, l’energia vitale si stava esaurendo, la stanchezza spingeva per prevalere sulla volontà. Tuttavia, ancora e forse più di prima ragione e logica bussavano prepotentemente alle porte del pensiero ponendo nuovi interrogativi circa il divenire storico e il posto che in esso avrebbero potuto occupare i rivoluzionari ispirati dal marxismo. Trotsky non si sottrasse a queste domande. Anzi, sovente fui lui stesso a cercarle tra le righe delle discussioni e delle analisi per esplicitarle ed esplorarle fino in fondo. Lo fece a modo suo insistendo nel distinguere il suo destino personale e familiare dall’analisi e dal giudizio politico perché, intuiva, quanto esso potesse influenzare l’interpretazione delle vicende sociali e politiche se considerate dal punto di vista soggettivo, date le vicende drammatiche vissute. Quando gli fu chiesto se non ritenesse che il suo destino personale fosse patetico e tragico, rispose negativamente, perché non intendeva affatto osservare il mondo da un punto di vista personale. Era il processo storico che imponeva, a secondo delle circostanze, di nuotare con la corrente favorevole o controcorrente. Rispetto a chi sottolineava la tragedia della sua vita personale e familiare, egli rispondeva: «non è così che va posta la questione. Tale tragedia non vive in me. La vera tragedia sta in chi tradisce se stesso, perché così si tradisce la vita. Io tale tragedia non l’ho vissuta, perché sono sempre e felicemente pronto a difendere le mia convinzioni. Non ho mai tradito me stesso» . Se un’idea è giusta essa è più forte della più potente polizia, diceva, riferendosi alla montagna di accuse false costruita contro di lui dagli agenti di Stalin. Stalinismo, fascismo, nazismo, l’accumulo di tensioni che muovevano verso una nuova guerra mondiale, facevano sì che il futuro apparisse tetro, senza colori vivaci. Questa era la realtà e tanto peggio per i desideri se non coincidevano coi fatti. Di nuovo egli aveva davanti a sé la dicotomia che gli si presentò all’inizio del XX secolo, quando i fatti e gli eventi ponevano perentoria una richiesta di resa, poiché utopia, speranza, fede e amore parevano morte, la rivoluzione russa era fallita ed egli era stato deportato in Siberia. Era questo il futuro che si prospettava? No, aveva replicato allora «l’indomabile ottimista, “tu sei solo il presente”» (2) , convinto, per dirla con una delle tante sue metafore, che l’umanità procedesse come certi pellegrini medievali che nel cercare la strada facevano due passi avanti e uno indietro.

Secondo dilemma: stalinismo e comunismo

In questo quadro di filosofia della storia egli inseriva e spiegava il suo atteggiamento di fronte alla barbarie rappresentata dai processi in corso a Mosca che testimoniavano il grado di involuzione del regime sorto dalla rivoluzione russa. Alla domanda se dai processi di Mosca traeva conclusioni pessimistiche circa il divenire del socialismo, rispose di non vedere alcun fondamento per il pessimismo. Niente era perduto, disse, «l’umanità si è sviluppata dalla scimmia al Comintern. Ed avanzerà dal Comintern al socialismo autentico» (3).
Reagì con vigore a chi gli opponeva polemicamente la constatazione che i processi di Mosca fossero l’esito della rivoluzione d’ottobre e del bolscevismo. I processi di Mosca non disonoravano la rivoluzione, poiché erano il risultato di una controrivoluzione. Non disonoravano la vecchia guardia bolscevica, perché loro erano le vittime e non i carnefici. Tuttavia non poté fare a meno di chiedersi se quei processi segnavano l’involuzione definitiva della Rivoluzione russa, man mano che la tragedia della repressione poliziesca, della deportazione e dell’eliminazione fisica degli oppositori, andava definendosi in una “quantificazione” tragica. Trotsky era a conoscenza che in quegli anni erano state escluse dal partito più di mezzo milione di persone. Sapeva che molti di loro erano stati fucilati, gettati in galera, nei campi di concentramento, esiliati in zone lontane; sapeva che a queste centinaia di migliaia di persone si aggiungevano milioni di senza-partito. E non si limitava alla costatazione del fatto, avanzava commenti inquietanti circa il significato che in futuro avrebbero assunti termini quali “comunismo” e “socialismo”, se il processo degenerativo dello stalinismo non si fosse arrestato. Il danno che lo stalinismo stava provocando al movimento operaio e all’ideale socialista era peggiore dei colpi, pur tremendi, inflitti dal fascismo e dal nazismo – osservò - perché Stalin lo attaccava dall’interno: «non un solo principio resta integro; non c’è ideale che non venga macchiato. Le stesse parole socialismo, comunismo sono compromesse dal momento che sgherri, senza alcun controllo, con l’etichetta di “comunisti”, chiamano socialismo il regime da essi imposto» (4) . La ragione imponeva di non abbandonarsi alla disperazione, di continuare a battersi con tutte le forze che gli restavano per non abbandonare «la bandiera del socialismo nelle mani dei falsari», di consegnarla “pulita” di falsificazioni e di orrori alle future generazioni, consapevole, come disse, che la lotta da sostenere riguardava l’avvenire dell’umanità, e sarebbe stata dura, lunga: «forse la verità trionferà sulle nostre ossa. Noi le apriremo la strada» (5).


Terzo dilemma: crisi di civiltà e rivoluzione

Ma il bilancio e il ragionamento non potevano contemplare solo l’esito involutivo della Rivoluzione russa, altri fenomeni pesavano sulle vicende storiche del primo dopoguerra: il fascismo si era affermato in Italia, in Germania, in Spagna. La rivoluzione fuori dall’Unione sovietica non solo non aveva trionfato (lasciandola sola, isolata in un paese arretrato), ma il movimento operaio di quei paesi, con le sue organizzazioni sindacali e partitiche, non era stato capace di impedire l’avvento di dittature reazionarie. Indebolito da queste sconfitte esso non aveva saputo e potuto impedire lo scoppio di una nuova guerra mondiale tra i due blocchi imperialisti, così come era stato incapace di impedire la Prima.
La guerra in corso rappresentava lo sviluppo tragico delle contraddizioni insite nel modo di produzione capitalistico, un segno di decadenza e di incapacità di garantire la sua sopravvivenza, se non ricorrendo alla distruzione di forze produttive, socio-economiche e umane di vasta portata. La guerra come crisi di civiltà, quindi, che apriva il campo alla possibilità storica della rivoluzione socialista, quale forma economico-sociale superiore al capitalismo. La guerra dimostrava che la società non poteva più vivere su basi capitalistiche, quindi sottoponeva «il proletariato ad una prova nuova e forse decisiva. Se questa guerra provoca, come crediamo fermamente, una rivoluzione proletaria, essa deve inevitabilmente condurre al rovesciamento della burocrazia nell’Urss e alla rigenerazione della democrazia sovietica su una base economica e culturale assai più elevata di quella del 1918. […] Se tuttavia si ritiene che l’attuale guerra non provocherà una rivoluzione ma un declino del proletariato, allora non rimane che un’alternativa: l’ulteriore decadimento del capitalismo monopolistico, l’accentuazione della sua fusione con lo Stato e la sostituzione della democrazia dovunque sia rimasta in vigore, con un regime totalitario. L’incapacità del proletariato di prendere in mano la direzione della società potrebbe effettivamente condurre, in questa situazione, al sorgere di una nuova classe sfruttatrice dal seno della burocrazia bonapartista fascista. Ciò costituirebbe, secondo quanto possiamo comprendere basandoci su elementi indicativi, un regime di declino contenente i germi dell’eclissi della civiltà»  (6).

Interrogativi circa il futuro prossimo, alla luce degli scenari nuovi che la guerra mondiale permetteva di ipotizzare, furono tipiche degli ultimi mesi di vita di Trotsky. In quei mesi discutendo con i compagni americani, ipotizzò che l’assenza di una rivoluzione socialista nel corso o subito dopo la Seconda guerra mondiale avrebbe costituito la prova dell’incapacità del proletariato a fare la rivoluzione e a rovesciare la società capitalistica, il venir meno, quindi, della sua funzione storica. Ciò avrebbe obbligato a rivedere parte dei pronostici marxisti, e il programma del partito avrebbe dovuto tener conto di un nuovo assetto sociale mondiale caratterizzato dalla decadenza della civiltà, senza più possibilità di una rivoluzione socialista.

Quarto dilemma: il soggetto

La questione riguardava l’attendibilità del soggetto rivoluzionario, cioè il proletariato. Per alcuni l’esperienza storica era lì a dimostrare che non si poteva riporre speranza nella capacità del proletariato di assumere la guida di un processo di trasformazione sociale in senso socialista. Trotsky prese in seria considerazione questa ipotesi e, al fine di confutarla, la sviluppò fino alle estreme e logiche conseguenze. Il 25 settembre 1939, poche settimane dopo l’invasione tedesca della Polonia, affermò che se si riteneva il soggetto proletario incapace «di portare la società capitalistica fuori dal vicolo cieco in cui si trovava», allora la burocratizzazione dello Stato sovietico «sarebbe stata a sua volta la conseguenza dell’incapacità del proletariato stesso di far funzionare la società tramite il meccanismo democratico»; «se si adottasse questa concezione, vale a dire se si riconosce che il proletariato non avrebbe la forza di portare a termine la rivoluzione socialista, allora bisognerebbe concludere che la burocrazia, intesa come ceto politico e sociale, nelle sue varianti di bonapartismo fascista e stalinista, prefigura una nuova classe sociale capace di «rimpiazzare la borghesia decadente come classe dominante su scala mondiale» (7). In tal caso, concludeva, «dovremo quindi riconoscere a malincuore che, se il proletariato mondiale dovesse realmente dimostrarsi incapace di compiere la missione storica che gli è stata affidata dal corso degli eventi, non rimarrebbe altro che riconoscere che il programma socialista basato sulle contraddizioni interne alla società capitalista si sarà risolto in un’utopia. E’ chiaro che si richiederebbe un nuovo programma minimo, per la difesa degli interessi degli schiavi della società totalitaria burocratica»  (8).
Non erano affermazioni da poco. Se il proletariato fosse stato rigettato indietro dovunque e su tutti i fronti, allora si sarebbe dovuto «porre la questione della revisione della nostra attuale concezione e delle forze motrici della nostra epoca, […] rivedere la prospettiva storica mondiale per i prossimi decenni, e forse per i prossimi secoli» (9).
Erano interrogativi amari, ma non per questo negati, che mordevano nel suo pensiero e lo portavano a dire nel dialogo familiare con Natalja, che se tutto questo era vero, allora «bisognava ripensare tutto, assolutamente tutto» (10) . Erano parole pronunciate per amore di polemica ma, come ha osservato Isaac Deutscher, «fino allora non aveva mai contemplato così da vicino la possibilità di un totale fallimento del socialismo»  (11).
Tuttavia oltre a questi interrogativi Trotsky non andò, rimasero domande isolate. Se fossero state qualcosa di più di semplici ipotesi avanzate per portare fino alle estreme conseguenze il filo logico di un ragionamento, se davvero fosse stato in procinto di compiere una svolta politica e analitica di quello spessore, allora tra le sue carte inedite si sarebbero dovuto trovare tracce consistenti. Appunti, note, schizzi o progetti di scrittura è quanto di solito si lascia dietro chi si appresta a rivedere una parte importante della sua concezione del mondo. Van Heijenoort, che fu per diversi anni segretario di Trotsky, era convinto che egli fosse sul punto di “fare la barba a Marx” e aveva pronto un progetto di libro su questo tema. Dovette ricredersi e rinunciare al suo progetto perché, quando quarant’anni dopo la morte, nel 1980 poté accedere al suo archivio non trovò alcun riscontro tra le carte del rivoluzionario e dovette limitarsi a segnalare, come ricordò, che «i suoi pensieri si spingevano più lontano di quanto fosse pronto a quel tempo a mettere sulla carta» (12).

Quinto dilemma: il difetto sta nel manico o in chi lo impugna?

Le sconfitte subite dal movimento operaio erano dovute all’inadeguatezza intrinseca dei lavoratori a governare e trasformare la società, oppure andavano addebitate ad errori di “comando”, di direzione politica che, come tali, potevano essere corretti? Se il difetto stava nella direzione politica e sindacale, allora il compito era quello di costruire nuovi partiti e una nuova Internazionale. Ma se, al contrario, l’insuccesso era il risultato di una debolezza intrinseca alla classe lavoratrice, allora bisognava prendere in considerazione che la concezione marxista del processo storico e del soggetto storico promotore della rivoluzione, andava rivista. Il marxismo si fonda sulla prospettiva che il socialismo sia attuato dal proletariato organizzato. Se questo non è vero allora il marxismo non è una concezione scientifica della storia, ma una forma di falsa coscienza, un’ideologia che induce «le classi oppresse e i loro partiti a credere di lottare per i propri scopi, mentre in realtà non fanno che promuovere gli interessi di una nuova, o magari di una vecchia, classe dominante» (13). Era l’incapacità del proletariato a essere forza egemone e dirigente del governo socialista e della lotta per la trasformazione sociale che produceva la burocrazia politica e sindacale? Quest’ultima era il riflesso del fatto che un proletariato incapace di diventare classe dirigente e dominante affidava a un ceto di “professionisti” il compito di guidarlo e di dirigere la società?
Esistevano, si chiedeva Trotsky, prove storiche sufficienti ad avvalorare la tesi che la classe lavoratrice fosse incapace di abbattere il capitalismo e di trasformare la società? Lo sguardo a ciò che di recente era accaduto negli anni venti e trenta del novecento - trionfo del fascismo, del nazismo, del franchismo, lo stalinismo in Unione Sovietica, la persistenza di una vacillante democrazia borghese - poteva indurre la generazione che aveva vissuto solo quelle esperienze a dubitare delle capacità politiche del proletariato. Era però uno sguardo superficiale e miope in quanto in primo luogo non vedeva la rivoluzione russa del 1917, la vittoria dei soviet, la nascita del governo sovietico. Si consideravano solo le sconfitte, dimenticando che esse vennero alla fine di un processo nel quale il proletariato, in Russia, come in Spagna, in Italia, in Germania, in Francia e in altri paesi ancora, aveva dimostrato, nel primo dopoguerra, una grande disponibilità alla lotta e alla rivolta. Infine, la sconfitta non doveva essere imputata alla classe lavoratrice ma ai suoi dirigenti, che si erano dimostrati incapaci di tradurre la sua forza sociale in processo rivoluzionario. Più in generale, Trotsky ribaltava completamente il ragionamento. Non bisognava partire dall’idea che le cause delle sconfitte subite risiedessero nelle «qualità sociali del proletariato stesso»; se così fosse, allora la situazione della società moderna «dovrebbe essere definita senza speranze» (14), perché nelle condizioni in cui la società capitalistica versava - di crisi e di decadenza - il proletariato non poteva crescere né numericamente né culturalmente. La questione andava posta in altro modo, mettendo in rilievo l’antagonismo esistente fra il bisogno oggettivo delle masse lavoratrici «di liberarsi del caos spaventoso del capitalismo, e il carattere conservatore, patriottico e profondamente borghese della direzione operaia tradizionale» (15).
A ciò aggiungeva una serie di osservazioni metodologiche circa il rapporto tra direzioni politiche, classi sociali e composizione di queste ultime. La direzione politica «non riflette la classe direttamente e in modo lineare», nel caso delle classi subalterne e in particolare nei periodi di riflusso delle lotte e di reazione vera e propria, le direzioni politiche soccombono «inevitabilmente alla pressione della classe dominante» (16). Fuori da ogni facile schematismo dunque, anche per quanto riguardava il concetto di classe. La semplice definizione di questo concetto non è sufficiente all’analisi «perché la classe consiste di vari strati, passa attraverso differenti stadi di sviluppo, viene a trovarsi in diverse condizioni, è soggetta all’influenza di altre classi» (17). Un’analisi esauriente non poteva escludere questi fattori. Da un lato quindi Trotsky, trascinato dalla logica del ragionamento, si imponeva di considerare ogni ipotesi, traendone le implicazioni e le conclusioni più estreme e più azzardate; dall’altro rimaneva ancorato agli elementi sociali e storici che caratterizzavano la situazione del momento e su di essi scommetteva.
La nuova guerra mondiale rompeva un quadro che si era andato consolidando nei due decenni precedenti. Disarticolava la staticità totalitaria cui sembravano destinati i regimi fascisti e lo stalinismo in quanto quei regimi di origine bonapartista erano solo fenomeni transitori, nati da una crisi sociale e politica acuta. Come tali quindi non potevano «essere una condizione permanente della società. Uno stato totalitario è capace di sopprimere le contraddizioni sociali durante un certo periodo, ma è incapace di perpetuarsi» (18)  nel lungo periodo. La guerra poi, riteneva, come in parte avvenne, avrebbe rimesso in movimento le classi lavoratrici, ridando fiato alla prospettiva di rispondere alle barbarie del conflitto con la prospettiva del socialismo. Insomma, tutti gli eventi che si stavano delineando nel mondo all’inizio del 1940 consentivano a Trotsky di prevedere che la possibilità oggettiva di una rivoluzione socialista era ancora matura.


Sesto dilemma: pessimismo o ottimismo storico?

I suoi pensieri non potevano non ritornare ad interrogarsi anche sullo sviluppo storico. L’ottimismo che lo aveva guidato fin dagli anni giovanili, aveva ancora ragione d’esistere? Nel rispondere a questa domanda bisognava in primo luogo impedire che i dati del presente influenzassero troppo e soggettivamente il giudizio. Sapeva che la psiche umana tende ad adattarsi al tempo in cui vive: «Essa è pigra e ama l’ipnosi della ruotine», tende alla conservazione dello status quo, senza fatti che elettrizzano la scena storica, il pensiero tende all’inerzia: «i grandi avvenimenti si creano all’intersezione di grandi cause. E queste ultime, indipendentemente dalla nostra volontà, si formano nel corso della nostra esistenza sociale. E qui sta la loro forza insormontabile. Noi non facciamo gli avvenimenti. E’ già tanto se li prevediamo» (19). Quando il periodo storico è ascendente tutto è più facile, anche per il pensiero politico, come osservò a suo tempo il rivoluzionario italiano Amadeo Bordiga: «Tutti sanno dirigersi quando si afferma la vittoria, ma pochi sanno farlo quando giunge, si complica e persiste la disfatta» (20).
Quando si vive in un’epoca reazionaria il pensiero tende alla mediocrità, è meno ardito, meno penetrante, più incerto e insicuro: «la capacità di generalizzazione dell’analisi politica tende a scomparire: ogni problema se ne sta da solo, come un ceppo in un bosco tagliato» (21) . Nei periodi reazionari, quando la controrivoluzione avanza sicura, passando di vittoria in vittoria, le classi subalterne tendono a perdere la loro consistenza e sostanza acquisite in precedenza. La sconfitta opera sul piano della composizione della classe, disaggrega, divide, separa, la indebolisce ideologicamente assieme alla sua avanguardia che appare isolata, poiché il livello di consapevolezza culturale e politica arretra per ritornare a tappe che si pensavano superate da tempo. Allora chi intende mantenersi all’interno di un quadro marxista di riferimento, sente il bisogno di riscoprire il marxismo “autentico”, di ritornare a Marx, poiché considera il marxismo fallito nelle varie forme storiche in cui politicamente e organizzativamente esso si è manifestato. Quindi a ritroso si comincia a spulciare il bolscevismo, per poi accorgersi che il marxismo era già fallito nella forma socialdemocratica. Così si approda all’opera di Marx e di Engels.
Riscoprire i classici, ritornare all’origine del proprio pensiero di riferimento è sempre positivo, ma sovente è un’operazione ibrida che si compie «senza uscire dal proprio ufficio e senza neanche togliersi le pantofole» (22). Come passare da questo lavoro di riconsiderazione ai compiti politici che premono? I decenni di lotte teoriche e politiche, seguite alla morte di Marx (1883) ed Engels (1895) impongono anch’essi di essere riconsiderati. Se non lo si fa è difficile indicare una nuova via: «tutto si riconduce al semplice consiglio di ristudiare Il capitale. Nulla da obiettare. Ma anche i bolscevichi hanno studiato Il capitale e non a occhi chiusi. E questo tuttavia non ha impedito la degenerazione dello Stato sovietico né la messa in scena dei processi di Mosca. Allora che fare?» (23). Da questo percorso può emergere e riconsolidarsi una forte avversione alla società capitalistica, ma ciò da solo non è sufficiente, manifesta solo un atteggiamento negativo verso quel tipo di sistema socio-economico, occorre andare oltre, «accettare tutte le conclusioni pratiche della concezione rivoluzionaria in campo sociale» (24).
Dentro questi assiomi si muovevano le sue riflessioni nel corso degli ultimi anni della sua vita. Vivendo in un periodo controrivoluzionario il suo ottimismo di fondo non venne meno, si stemperò un po’ assumendo la forma di pessimismo immediato e a breve termine, che non inficiava però il suo ottimismo nel lungo periodo. Ora il processo storico gli sembrava rappresentabile simbolicamente non con una linea retta ma con una spirale. I fatti storici si accumulavano in cerchi a spirale che salivano lentamente e faticosamente la scala storica. Se la storia si avvita come una spirale allora alcune fasi di arretramento, di ritorno, sono inevitabili. Si avanza certo, ma con più fatica, perché la storia è sempre stata mossa da tensioni drammatiche, non da un quieto e sereno progresso, senza colpi di scena e avventure nefaste.


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NOTE

1) Citazione tratta da Juan Luis Velázquez, L’homme Trotsky, «Cahiers Leon Trotsky», n. 12, dicembre 1982, p. 92
2) Lev Trotsky, Sull’ottimismo e il pessimismo, sul XX secolo e su molte altre cose, in Lev Trotsky, Gli anni formativi, opere scelte, vol. 1, Roma, Prospettiva edizioni, 1994, p. 30
3) Citazione tratta da Raya Dunayevskaya, Trotsky, l’uomo, a cura di Paolo Casciola e Renato Campana, «Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso», n. 3 luglio 1988, p. 14
4) Lev Trotsky, I crimini di Stalin, Milano, Garzanti, 1962, p. 327
5) Lev Trotsky,  Discorso per la riunione di New York, in La lotta allo stalinismo 1935/40, opere scelte, volume 6, Roma, Prospettiva Edizioni, 2000, p. 89
6) Lev Trotsky, L’Urss in guerra, in Lev Trotsky, In difesa del marxismo, Roma, Samonà e Savelli, 1969, p. 47
7) Ivi, p. 46
8) Ivi, p. 48
9) Ivi, p. 55
10) La frase di Natalja è ripresa dalla testimonianza di Guy Prévan, Benjamin Péret, rivoluzionario permanente, «Quaderni Pietro Tresso, n. 68, marzo 2009, p. 36
11) Isaac Deutscher, Il profeta esiliato, Milano, Longanesi, 1963, p. 589
12) V. Heijenoort, In esilio con Trotsky: da Prinkipo a Coyoacan, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 140
13) Isaac Deutscher, Il profeta esiliato, cit., p. 587
14) Lev Trotsky, L’Urss in guerra, cit., p. 53
15) Ibidem
16) Ivi, p. 51
17) Lev Trotsky, Da un graffio al pericolo di cancrena, in Lev Trotsky, In difesa del marxismo, cit., p. 223
18) Lev Trotsky, L’Urss in guerra, cit., p. 53
19) Lev Trotsky, Letteratura e rivoluzione, Torino, Einaudi, 1973, p. 238
20) Amadeo Bordiga, intervento alla riunione di Napoli, 1° settembre 1951, citato da Gilles Dauvé, Le roman de nos origines, a cura di Fabrizio Bernardi, Dino Erba, Antonio Pagliarone, Milano, Pagine marxiste, 2010, p. 48
21) Lev Trotsky, Letteratura e rivoluzione, cit., p. 289
22) Lev Trotsky, Bolscevismo e stalinismo, in La lotta allo stalinismo 1935/40, opere scelte, volume 6, Roma, Prospettiva Edizioni, 2000, p. 132
23) Ibidem
24) Lev Trotsky, Quattro lettere alla maggioranza del Comitato nazionale del Socialist Party, in Lev Trotsky, In difesa del marxismo, cit., p. 137



Pubblicato sulla rivista “Il Ponte”. N. 10, ottobre 2012

dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/



mercoledì 9 maggio 2012

IN MEMORIA DI STEFANO TASSINARI


E' morto ieri sera dopo otto anni di malattia il compagno Stefano Tassinari. Aveva solo 56 anni, segnati dalla lunghissima militanza comunista: giovanissimo militante ferrarese di Avanguardia Operaia, lavorò come giornalista al Quotidiano dei Lavoratori; poi fu dirigente di Democrazia Proletaria, un passaggio tra le file dei Verdi – con un'elezione nel consiglio comunale ferrarese – per approdare poi in Rifondazione Comunista; senza aderire ad altre organizzazioni politiche lasciò il Prc dopo la svolta governista del partito.

Prima giornalista e poi instancabile animatore culturale e scrittore, ci lascia alcuni importanti romanzi, tra cui L'ora del ritorno – il lungo viaggio politico di un trotskista nel dopoguerra – e Il vento contro, romanzo storico sulla figura di Pietro Tresso.
Vogliamo ricordarlo ripubblicando qui sotto il suo articolo L'IMPORTANZA DELLA CULTURA NELLA TEORIA E NELLA PRATICA POLITICA DI LEV TROTSKY, pubblicato lo scorso anno prima su Letteraria – rivista da lui diretta – e poi dal Giornale Comunista dei Lavoratori.


Ciao compagno Stefano
8 maggio 2012
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L'IMPORTANZA DELLA CULTURA NELLA TEORIA E NELLA PRATICA POLITICA DI LEV TROTSKY

di Stefano Tassinari

RIVOLUZIONE ED ARTE QUOTIDIANA


Mi sono sempre chiesto come abbia fatto Lev Trotsky, mentre combatteva in prima persona contro le guardie bianche del generale Kornilov o cercava di resistere alla mostruosa macchina repressiva di Stalin, a trovare il tempo e la freschezza mentale per occuparsi di Dante e di Shakespeare, di Byron e di Puškin e poi, via via, di Blok, Esenin, Majakovskj e persino di D’Annunzio e di Silone.

Alla fine mi sono sempre risposto, banalmente, che ci riusciva perché era una persona geniale, ma anche – ed è ciò che ci interessa di più in questo contesto – perché aveva capito, primo fra tutti, che la sfera culturale era decisiva in assoluto (e cioè per la formazione di una diffusa coscienza critica, valore decisivo di per sé) e in relativo (e dunque per consentire uno sviluppo coerente di una rivoluzione che, per essere tale, non poteva restare confinata nella dimensione economica).

Purtroppo, la sistematica cancellazione della sua figura e delle sue opere da parte dei dirigenti stalinisti dei partiti comunisti (particolarmente riuscita nell’Italia togliattiana e anche post-togliattiana) ha fatto sì che intere generazioni di militanti e intellettuali della sinistra non siano state in grado di confrontarsi con posizioni e proposte specifiche - inerenti al cosiddetto “mondo della riproduzione” – attraverso le quali Trotsky aveva seminato un percorso politico che, se intrapreso, forse avrebbe impedito all’utopia comunista di sgretolarsi nelle forme che ben conosciamo, finendo con l’essere sommersa da quelle macerie che appare sempre più difficile rimuovere per costruire qualcosa di diverso.

E’ evidente che stiamo ragionando in termini di ipotesi, perché non abbiamo a disposizione una controprova, ma è altrettanto chiaro che, se le sue teorie sull’autonomia (almeno parziale) della sfera culturale da quella politica, sulla possibilità che proprio nell’agire artistico e culturale si sviluppi la coscienza critica e sul legame tra dimensione collettiva (la rivoluzione) e dimensione individuale (la vita quotidiana) si fossero radicate a livello popolare, quanto meno si sarebbero evitati i disastri del socialismo reale. Ciò non significa che, soprattutto nei primi anni successivi alla rivoluzione d’Ottobre, Trotsky non abbia espresso anche posizioni ambigue e gravi, come quando giustificò la scelta del governo bolscevico di aver mandato in esilio lo scrittore dissidente Arcybašev, in quanto, disse, “il bene della rivoluzione è per noi la legge suprema”, e chi metteva in discussione tale bene era “giustamente” soggetto a misure repressive come l’esilio. Qualche anno dopo, come è noto, lo stesso Trotsky fu vittima di un provvedimento odioso come l’esilio, e anche questo, non vi è dubbio, contribuì ad allargare le sue vedute in materia di dissenso politico. Detto questo, anche nel periodo più controverso – quando, cioè, Trotsky occupava ruoli di grande potere – le sue posizioni sulla cultura furono le più avanzate tra quelle espresse nel mondo bolscevico. Fu lui, ad esempio, a contrastare con forza le idee dei cosiddetti “napostovcy”, secondo i quali era necessario imporre agli autori di seguire i dettami di una presunta “letteratura proletaria”, che Trotsky non solo considerava sbagliata, ma addirittura inesistente (a tal proposito è rimasto il celebre l’intervento sarcastico con cui si rivolse al redattore della rivista “Na postu”, Lelevič, dicendogli: “Siamo pronti ad accettare la definizione di Letteratura proletaria, basta che, oltre alla definizione, ci diate anche la letteratura!”).

In sostanza, per Trotsky non aveva alcun senso piegare la creatività artistica alle esigenze, anch’esse presunte, del partito e/o del governo, così come non ne aveva stabilire quali fossero le giuste linee tematiche e stilistiche della letteratura sulla base di quanto deciso dal Comitato centrale del Partito Comunista (come invece avverrà, purtroppo, ai tempi di Zdanov e di Stalin).
Non a caso, fu l’unico tra i dirigenti bolscevichi a schierarsi apertamente a favore dei cosiddetti “compagni di strada”, invisi ai burocrati – e in primo luogo ai mediocri scrittori che puntavano a consolidare una carriera letteraria potendo vantare, come unico talento, la propria fedeltà all’apparato di partito…. – e al centro di attacchi durissimi, soltanto per via dei loro riferimenti al simbolismo o alla poesia immaginifica. Quando, ad esempio, Sergej Esenin si suicidò, Trotsky – che lo definì “un poeta così splendido, così fresco, così vero” – si domandò, polemicamente, “come fosse possibile gettare un rimprovero dietro al più lirico dei poeti, che noi non siamo stati capaci di conservare?”. Eppure, proprio quel lirismo e quei riferimenti “contadini” così presenti nella sua poesia avevano fatto di Esenin un bersaglio della critica ufficiale, il che testimonia come Trotsky fosse del tutto immune da certe logiche manichee, come aveva già dimostrato anni prima, quando lo stesso fuoco di fila investì Alexander Blok, scomparso a soli quarantun anni nel 1921. Blok, prima amatissimo anche dagli intellettuali di cultura nobiliare e poi odiato da questi stessi personaggi per aver scritto il poema “I dodici” (da loro giudicato “bolscevico”), non fu mai accettato realmente dagli ambienti rivoluzionari in quanto la sua lirica, scritta in gran parte prima dell’Ottobre, venne bollata da chi vagheggiava una letteratura “di partito” come simbolista, misticheggiante e romantica.

Anche in questo caso fu Trotsky a difenderlo (malgrado ritenesse, sbagliando, che la componente più lirica della sua poesia non gli sarebbe sopravvissuta), non solo esaltando “I dodici” ( e fin qui è comprensibile, dato il tema molto politico del poema), ma sposando la tesi di Blok sulla necessità di “raffrontare i fatti di tutte le sfere della vita accessibili al mio occhio in un dato momento”, nella convinzione che “tutti insieme, quei fatti creino un unico accordo musicale.”. Per Trotsky, questa dichiarazione confutava l’idea dell’estetismo autosufficiente, deponendo a favore del legame naturale tra l’arte e la vita sociale, convinzione da sempre alla base del suo pensiero. Per lui, infatti, la giusta autonomia della sfera culturale da quella strettamente politica non ha mai significato indipendenza dell’arte dalla dimensione sociale (cosa ben diversa), ma, casomai, la possibilità di utilizzare la cultura come strumento per mettere quotidianamente in discussione lo stato delle cose (concetto ben espresso dalla sua famosa frase: “l’arte non è uno specchio, ma un martello.”). D’altronde, questa non facile – per il contesto storico – presa di posizione a sostegno dell’idea stessa di “messa in discussione” culturale e sociale (poi sviluppata anche in termini direttamente politici, grazie alla sua teoria della “rivoluzione permanente”) è alla base anche del suo grande interesse nei confronti delle avanguardie e dei movimenti artistici, in particolare del Futurismo prima (pur con qualche perplessità, dato che lo riteneva “piombato” dentro la rivoluzione) e del Surrealismo poi. E se al Futurismo russo riconosceva di rappresentare “la rivolta dell’ala sinistra semipauperizzata degli intellettuali contro l’estetica chiusa e di casta degli intellettuali borghesi”, e di costituire “la lotta contro il vecchio vocabolario e la vecchia sintassi della poesia”, quindi “contro un vocabolario chiuso, artificialmente selezionato in modo che nulla d’estraneo venisse a perturbarlo”, nei confronti del Surrealismo espresse forme di adesione più entusiastiche, al punto da creare un vero e proprio sodalizio con il suo fondatore André Breton, con il quale scrisse a quattro mani il manifesto intitolato “Per un’arte rivoluzionaria indipendente”. In quel manifesto, tra l’altro, si dichiara che “l’arte e la poesia devono rimanere interamente libere”, concetto che, se oggi sembra ovvio (a noi, ma non a tutti, specie a certi dirigenti comunisti che non si sono mai realmente affrancati dallo stalinismo), a quei tempi era assolutamente minoritario.

E’ anche vero che, a un personaggio come Trotsky, il Surrealismo non poteva non provocare una grande simpatia fin dai suoi albori, dato che, se il primo manifesto metteva l’anticonformismo al centro della propria dichiarazione d’intenti, nel secondo manifesto surrealista l’approccio politico è reso ancor più esplicito nel momento in cui si chiarisce di non poter evitare di “porci in modo bruciante il problema del regime sociale sotto cui viviamo”, e quindi “l’accettazione o la non accettazione di questo regime”. Sbaglierebbe, però, chi pensasse a un Trotsky attento alla sfera artistica solo in relazione alla sua “politicità”. Non è così, nel modo più assoluto, e in tal senso è sufficiente leggere qualcuna delle sue tante pagine dedicate alla poesia o all’arte figurativa, per comprendere come fosse fortemente sollecitato dagli aspetti formali ed estetici, la cui innovazione riteneva una conquista.

E infatti, già negli anni Venti, a proposito delle forme usate dai futuristi, scriveva: “La poesia è cosa non tanto razionale quanto emozionale, e la psiche umana, che ha assorbito i ritmi e i nodi ritmici biologici e social-lavorativi, cerca la loro immagine idealizzata nel suono, nel canto, nella parola artistica.

Finché questa esigenza è viva, le rime e i ritmi futuristi, più flessibili, audaci e variati, costituiscono una conquista indubbia e pregevole. Altrettanto indiscutibili sono le conquiste dei futuristi nel campo della strumentazione del verso. Non si può dimenticare che il suono della parola è l’accompagnamento acustico del senso.”. E sempre a proposito del Futurismo e delle polemiche portate avanti nei suoi confronti dalla burocrazia bolscevica – secondo i cui esponenti, il Futurismo andava combattuto perché le opere futuriste erano “inaccessibili alle masse” – Trotsky rispose ancora una volta con l’arma dell’ironia, identificandosi in quei futuristi per i quali “anche Il Capitaledi Karl Marx è inaccessibile alle masse”, dato che”le masse, naturalmente, non hanno una preparazione culturale ed estetica e si eleveranno lentamente.”. Anche in questo caso, Trotsky pone con forza la questione della crescita culturale del proletariato, nella convinzione che si tratti di un obiettivo decisivo se si vuole che il potere, dopo aver cambiato mano, non rimanga un affare di pochi.

Purtroppo perderà, anche sotto questo profilo, lasciando però delle indicazioni che oggi sarebbe giusto riprendere, in quanto ancora di stretta attualità (è la Storia ad essere andata così poco avanti o siamo noi ad essere rimasti così indietro?). Non abbiamo spazio, in questa sede, per affrontare le tante polemiche, o le tante riflessioni, dedicate da Trotsky a svariati scrittori ed artisti di diverse epoche (da Cervantes a Wedekind, dall’amato Puškin aTolstoj, da Pil’njak a Kljuev, da Egger-Lienz a Schulda), rimandandovi, per questo, alla lettura del suo fondamentale “Letteratura e rivoluzione” pubblicato da Einaudi, ma qualche riga dobbiamo dedicarla a una specifica diatriba riguardante il giudizio sull’opera di Dante, in quanto emblematica del pensiero di Trotsky sull’arte. Nel suo scontro con i sostenitori della letteratura proletaria, Trotsky riprese un giudizio espresso da Raskol’nikov sulla “Divina commedia”, la quale, secondo lo stesso Raskol’nikov era da “considerare preziosa, proprio perché permette di capire la psicologia di una classe determinata di un’epoca determinata”. Trotsky reagì a questa posizione, dicendo che “ porre così il problema significa semplicemente cancellare la Divina commedia dalla sfera dell’arte (…), trasformandola in un documento storico soltanto, perché come opera d’arte la Divina commediadeve dire qualcosa ai miei propri sentimenti e stati d’animo.”.

Ecco, ci sembra che questa piccola polemica sia in grado di illustrare al meglio la concezione trotskiana della cultura e dell’arte, non dimenticando che per il grande rivoluzionario la cultura è innanzi tutto un fenomeno sociale, che ha bisogno della lingua come strumento più prezioso di comunicazione, ma anche di essere recuperata integralmente da chi non la conosce (“La padronanza dell’arte del passato è una condizione necessaria non solo per la creazione della nuova arte, ma per la costruzione di una nuova società”). Vien da dire che, a parte Gramsci, nessun rivoluzionario di quell’epoca ha sostenuto queste posizioni e che, proprio nella loro marginalità, sta forse la principale chiave di lettura della sconfitta storica del comunismo, per lo meno nella versione con cui siamo stati costretti a fare i conti, e cioè quella staliniana prima e stalinista poi. Dietro la mancanza di dialettica culturale, infatti, c’è stata la mancanza di dialettica politica, prima fonte di creazione dell’autoritarismo che, di per sé, dovrebbe essere la negazione di una società socialista.

Ripartire dalla concezione trotskista della cultura e dall’individuazione della “questione culturale” come priorità può rappresentare un modo (l’unico? Il principale?) per cominciare a ricostruire un pensiero critico, depurato da molte scorie novecentesche e fondato su un assunto che ci pare ovvio e che era già chiaro allo stesso Trotsky quasi un secolo fa: la nostra liberazione, anche culturale, non può dipendere dalla trasformazione economica e strutturale della società, ma deve andare di pari passo con quest’ultima, esprimendosi anche in forme del tutto autonome, quindi come valore in sé.

Per seguire questa strada, però, non bisogna farsi condizionare da quei meccanismi tipici di un certo modo di fare politica, che, paradossalmente, hanno trionfato (entrando nella testa dei più) provocando automaticamente una sconfitta storica. E per farlo, forse, sarebbe utile ripescare le riflessioni e le teorie di quel Trotsky che, un grande pensatore e militante anarchico (dunque lontano dalle sue posizioni), il francese Maurice Joyeux, descrisse con queste parole:
 
“Si possono certo discutere le posizioni politiche di Trotsky, sia riconoscergli una certa responsabilità nell’evoluzione del comunismo in Russia, ma è a mia conoscenza il solo marxista che si sia rifiutato a porre l’espressione letteraria o artistica a rimorchio di un partito.”.


dal sito  http://www.pclavoratori.it/files/index.php?c1:o57:e1

sabato 30 aprile 2011


TROTSKY, ROSSELLI E LA "RIVOLUZIONE MEDITERRANEA"

di Carlo Felici

Varie volte il pensiero e l’esempio di Carlo Rosselli sono stati utilizzati da una certa falsa sinistra per giustificare una sorta di distacco dal marxismo, oppure un riformismo di tipo liberale, molto annacquato e sostanzialmente collateralista rispetto alla deriva neoliberista in atto, con un modello a senso unico di globalizzazione che tende a sfruttare popoli e materie prime per puri fini di profitto.Lo fece Veltroni in Italia, ma ancor prima Craxi, e devo dire che tali tentativi di recupero del pensiero di Rosselli sono sempre stati piuttosto grossolani e strumentali. Il tutto rimase confinato nell’ambito di slogan, senza invece portare ad un serio approfondimento degli scritti di Carlo Rosselli che, purtroppo, non sono nemmeno stati ristampati frequentemente.
In particolare, è stato completamente messo in ombra sia il taglio rivoluzionario del contributo di Rosselli sia il forte legame che egli cercò di intraprendere con i movimenti internazionalisti, compreso quello bolscevico di Trotsky.
Non molti sanno che Rosselli incontrò personalmente il rivoluzionario bolscevico ed ebbe con lui un fruttuoso scambio di idee, che però non si tradusse in una prospettiva di ampio raggio, di collaborazione attiva ma che avrebbe potuto preludere, almeno in Spagna, ad una convergenza di azioni comuni.
Il tutto è documentato in un articolo-intervista di Carlo Rosselli uscito su Giustizia e Libertà a Parigi il 25 maggio 1934. Lo scritto è addirittura preceduto da una citazione dagli scritti giovanili dello stesso Trotsky in cui si dice: “La gioia più grande è quella della lotta per la grande causa della giustizia e della libertà”.
Rosselli volle quell’incontro per proporre al rivoluzionario sovietico una collaborazione alla rivista di GL, e nell’articolo trapela una chiara ammirazione nei suoi confronti, scrive Rosselli: “Vi fu mai nella storia esule più vittorioso? Una dopo l’altra si chiudono davanti a lui le frontiere, proletarie, borghesi. Le classi di governo sono prese da un immenso sgomento a ragione di quella vittoria che Trotsky porta seco, la rivoluzione d’Ottobre, onde il suo nome sarà ricordato nei secoli accanto a quello di Lenin. Né sorprende che la frontiera più arcigna sia quella della sua rivoluzione. L’eroe di ottobre è troppo dinamico, non c’è posto per lui in Russia nei periodi di quiete. E’ un genio da ammirarsi in segreto e a distanza, vicino è troppo incomodo e pericoloso..”
La conversazione tra i due non fu particolarmente lunga ma restò comunque significativa. Trotsky non escluse la sua collaborazione anche se conservò delle riserve pregiudiziali verso il movimento socialista rivoluzionario di Rosselli che gli ricordava la sua prima esperienza, poi superata, di social rivoluzionario a Nicolaieff. Gli disse Trotsky: “Credo di conoscervi e di essere abbastanza informato sul movimento Giustizia e Libertà, vi ho già incontrato più volte nella mia vita, nella lotta rivoluzionaria in Russia..” ma poi replicò seccamente: “Oggi siete feroci contro Mussolini e il fascismo, è naturale. Ma domani? Domani, quando tornerete in Italia e gli abissi tra le classi si spalancheranno, da che parte starete?”
Ma Rosselli gli si rivolse altrettanto duramente da vero rivoluzionario: “Crediamo di avere capito la lezione di Ottobre, la vostra lezione. Non attenderemo Costituenti. Non forniremo Kerenski. Gli obiettivi supremi li conquisteremo subito. Giustizia e Libertà è un movimento giovane, appena agli inizi, non potete imprigionarlo nelle formule ed esperienze del passato”
Trotsky allora quasi si persuase e replicò: “Finché il fascismo era un fatto che si svolgeva ai margini della vita europea, si poteva supporre che il popolo italiano si sarebbe sottratto alla legge comune. Ma dopo la Germania, una rivoluzione italiana non sfuggirà ai binari obbligati” e quindi, messo di fronte ai concreti fatti dell’azione antifascista, non si sottrasse alla possibilità, un giorno, di poter collaborare, però, da vecchio bolscevico non si fece molte illusione e concluse: “Ma domani, in pieno processo rivoluzionario, vi combatterò”. Egli infatti prevedeva una rottura netta tra borghesia e proletariato in Italia, insistendo sull’aut aut tra l’essere bolscevichi e leninisti o alleati della borghesia. Naturalmente Rosselli non ebbe difficoltà a replicare che in Italia il proletariato doveva necessariamente tener conto dei ceti medi e piccolo borghesi e che Trotsky stesso aveva sostenuto la tesi che dove la rivoluzione non segue il disastro militare è necessaria e inevitabile una lunga fase di transizione.
Il colloquio infine si chiuse per la necessità di Trotsky di adempiere ad altri impegni e l’impressione di Rosselli fu che il rivoluzionario russo fosse “prigioniero del suo passato, e della storia polemica con Stalin, col bolscevismo che lo ha saccheggiato rinnegandolo”
Pur tuttavia Rosselli torna ad ammirarlo chiudendo il suo articolo con queste parole: “Trotsky è la rivoluzione vittoriosa..e la limitazione [della sua opera] è piuttosto dovuta alla straordinaria forza di astrazione di un pensiero che si svolge nel suo intimo in modo così coerente e completo da non aver bisogno dei contributi altrui”..L’unico contributo di cui può avere bisogno uno come lui è quello di un popolo, conclude Rosselli, anche se dubita che questo popolo possa essere quello occidentale.
Perché ricordare oggi tutto questo?
Innanzitutto per sfatare una sorta di uso strumentale del pensiero di Rosselli in funzione pseudo liberale e antirivoluzionaria o contraria ad una vera e propria lotta di classe, di cui Rosselli, con Gobetti, lo ricorda esplicitamente in quel dialogo, voleva ardentemente essere partecipe. E poi anche per capire che oggi, la migliore attuazione del pensiero social rivoluzionario di Rosselli che, non dimentichiamocelo, intende il liberalismo come il cammino della lotta per la libertà dall’oppressione del capitalismo che impone la miseria ai lavoratori, è la creazione di un partito che sia coerente con quel che egli stesso scrisse pochi mesi prima di morire, in circostanze non ancora del tutto chiarite e che forse videro, proprio in funzione antisocialista e antitroskista, convergere gli sforzi congiunti dei servizi segreti fascisti e stalinisti.
Cosa scrisse Rosselli è noto e io lo ho più volte riportato nei miei precedenti interventi: "Probabilmente il Partito Comunista, così come è oggi è costituito e funziona, non può modificare i suoi caratteri essenziali. Ma un nuovo partito unito del proletariato nel quale i comunisti portassero le loro grandi virtù di organizzazione, di disciplina, di entusiasmo, di lavoro, e trovassero quella libertà intellettuale, quel fermento critico che loro difetta, consentirebbe non solo di superare su un piano di rinnovamento e di vita la scissione proletaria, ma di condurre con risolutezza e con frutto la nuova politica dai comunisti auspicata."
Rosselli lo scrisse quasi come in un testamento, il 9 aprile 1937..solo due mesi prima di morire.
Questo oggi potrebbe essere tranquillamente il programma fondativo di un vero grande partito della sinistra solidamente ancorato all'Internazionale Socialista, questo inoltre è anche, credo, l’intento di ciò che i socialisti sparsi in tutte le contrade della sinistra possono e devono mettere in atto. I segnali incoraggianti di Vendola e Bertinotti vanno direttamente in questa direzione, e quindi non si può più considerare di poter arruolare Rosselli nelle file dei postcraxiani, se non facendo un grave torto alla sua memoria, e tanto meno in quelle dei cosiddetti socialiberali che intendono fare comunella con il costituendo grande centro.
Carlo Rosselli resta un grande rivoluzionario sostenitore, ieri come oggi, di una lotta di classe che attualmente è da intendersi in forma globale, esattamente come Trotsky intendeva dovesse svolgersi la sua “rivoluzione permanente”. Cambiano senza dubbio, nel contingente, gli strumenti per concretizzarla, perché non abbiamo un’armata rossa in cui arruolarci, ma un mondo in cui scegliere da che parte stare. O dalla parte degli speculatori che fanno crescere i prezzi delle derrate alimentati e lucrano oltre che sui prezzi del cibo e delle materie prime anche sui fattori eversivi che spingono i popoli a ribellarsi, oppure dalla parte di chi è in rivolta e coordina i suoi sforzi su scala globale, avendo ben chiaro in mente che una lotta comune, non può avere obiettivi meramente nazionalistici, ma mete convergenti condivise su scala planetaria.
Quindi, come anche Ferrero fa notare, non cediamo alle facili strumentalizzazione e alla paura delle invasioni dei popoli che si stanno rapidamente avvicinando alle condizioni di povertà in cui già, per altro, vivono masse sempre più vaste del mondo cosiddetto sviluppato, né alle lusinghe dell’armiamoci e partite, per missioni che non portano la pace, ma quel caos in cui si interviene (e che poi si consolida) solo per controllare le fonti dell'accumulazione del capitale. Quelle energetiche, applicando una feroce politica di “prescindenza”, anche a suon di bombe, verso popoli che sono considerati solo scenografia ingombrante nel teatro affaristico della globalizzazione a fini di profitto.
Ricordiamo la lezione del rivoluzionario Rosselli che intendeva la lotta per la giustizia e per la libertà come un dovere e una missione, anche e soprattutto rinnovando profondamente i valori e la prassi della sinistra italiana, superando di slancio quegli steccati ideologici e strumentali che spesso mascherano solo meschine forme di potere e di vassallaggio..
“Il compito di una società socialista non è di distruggere la concorrenza degli uomini e delle organizzazioni ma di renderla veramente effettiva e libera” affermava Carlo Rosselli.
Questo credo sia il senso mirabile dell’obiettivo del socialismo del XXI secolo, che lotta non solo contro l’oppressione e la miseria causata dalle guerre, dalle disuguaglianze e dalla marginalizzazione dei popoli che sono ritenuti oggetto di feroci politiche neocoloniali, ma anche per quella libera iniziativa necessaria contro gli oligopoli che guidano questa nuova forma di totalitarismo attraverso enormi speculazioni finanziarie e mediante l’annientamento delle piccole e medie aziende, annullando così sia la effettiva concorrenza che la creatività, ed imponendo la desertificazione della stessa libera iniziativa in nome di una ferrea dittatura che premia i ricchi e relega i poveri in interi stati ridotti a ghetti e discariche di massa.
Noi siamo oggi, in Italia, in bilico verso questo destino, dato che le discariche sono già qui e avanzano nelle nostre città come segno di degrado e oggetto di ricatto politico, e i nostri governi sono ridotti a “netturbini” delle direttive altrui. Non ci salveremo certo con una resa incondizionata a coloro che le riempiono oltre che di spazzatura, di corruzione, precarietà e residui di servizi fatiscenti, noi ci salveremo solo partecipando ad una lotta rivoluzionaria, al pari di chi già in quel mondo Mediterraneo, da sempre “nostrum”, si sta muovendo per cambiare seriamente il suo destino.


PS L'articolo-intervista di Rosselli si può trovare integralmente nel libro edito da Massari Editore della collana Contro Corrente, intitolato: Lev Trotsky "Scritti sull'Italia" introduzione e cura di Antonella Marazzi.

25 aprile 2011

dal sito http://www.legadeisocialisti.it/lds/

sabato 19 marzo 2011

IL MARXISMO DI TROTSKY FRA SCIENZA E DIALETTICA DELLA NATURA di Stefano Zecchinelli




IL MARXISMO DI TROTSKY FRA SCIENZA E DIALETTICA DELLA NATURA


                                 di Stefano Zecchinelli




1. Il modo miglior per introdurre il dibattito sul marxismo di Trotsky e la scienza, è citare il marxista peruviano J.C. Mariategui che dirà,a riguardo di Lev Davidovic:

‘’Trotsky non è solo un protagonista,ma anche un filosofo, uno storico,un critico della rivoluzione. Naturalmente nessun dirigente della rivoluzione può mancare di una visione panoramica e sicura delle sue radici e della sua genesi. Lenin, per esempio, si distinse per una facoltà singolare di percepire e comprendere la direzione della storia contemporanea e il senso dei suoi avvenimenti. Ma anche gli studi più penetranti di Lenin non andarono oltre le questioni politiche ed economiche. Trotsky, invece, si è interessato egualmente, alle conseguenze della rivoluzione nel campo della filosofia e dell’arte’’.

Trotsky si è interessato di filosofia,di arte,ed anche di scienza,come dimostrano molti suoi scritti (A,b,c,della dialettica o Marxismo e scienza),cogliendo,con le armi affilate della critica,il punto di vista della totalità.

sabato 29 gennaio 2011








L’ULTIMA BATTAGLIA DI TROTSKY

di Roberto Massari







Pubblichiamo la seconda ed ultima parte de "LA FONDAZIONE DELLA QUARTA INTERNAZIONALE"  tratta dal libro di Roberto Massari "Trotsky"-ErreEmme ediz.1990-
La prima parte è stata pubblicata il 27 gennaio.


SECONDA PARTE

A settembre del 1938 la Quarta internazionale non nacque né male né bene.
Nacque così come poteva nascere un progetto internazionalistico e rivoluzionario in quell’anno di passaggio, dati quei rapporti di forza, quelle energie disponibili e quella drammatica congiuntura politica. Si può discutere se quattro anni prima vi sarebbero state condizioni più favorevoli. Così a noi sembra, per esempio, anche se non tanto favorevoli da eliminare i principali svantaggi. Si sarebbero evitate le debolezze più appariscenti, ma ovviamente non possiamo sapere per quanto tempo e fino a che punto. Del resto, quale marxista avrebbe potuto ipotecare il futuro nel 1934 o nel 1938 (od anche oggigiorno), garantendo il tipo di condizioni prevalenti di lì in poi? Vi sarebbero state, invece, delle condizioni certamente diverse, e tra queste si sarebbe dovuto includere anche l’eventuale “non-fondazione” del 1938, con tutte le conseguenze negative connesse.
E’ evidente quindi che la discussione va posta su un altro piano. Quale rapporto esisteva nella mente di Trotsky –e dato il metodo del personaggio, anche nella realtà oggettiva da lui analizzata- tra la situazione mondiale e i compiti che un ersatz (un surrogato) di Internazionale vi avrebbe dovuto svolgere? In pratica, perché Trotsky decideva di procedere ad una “proclamazione” della Qi, prima che fossero soddisfatte le condizioni che egli stesso aveva stabilito come minime e irrinunciabili per un’Internazionale degna del nome?

Sulla scia della migliore tradizione marxista, Trotsky non concepì mai l’internazionalismo (e quindi anche l’appartenenza ad una organizzazione internazionale) come un “dovere”, un principio astratto ricavabile dalle leggi storiche della lotta di classe mondiale.
Certo in lui, come nei suoi grandi predecessori, esisteva lo “spirito internazionalistico”, -una formazione culturale cosmopolita, un istintivo rifiuto del nazionalismo, una pratica ininterrotta di milizia politica in esilio, in carcere, in giro per l’Europa (e per Trotsky, anche negli Usa)- che analogamente si era manifestato in altre grandi personalità come Lenin, Rosa Luxemburg, Parvus, Rakovskij ecc. Ma trattandosi di rivoluzionari di professione, il dato culturale non poteva che sottendere quello politico. E su tale piano ci si imbatte nelle motivazioni internazionalistiche di un’intera generazione.
La rottura della Seconda internazionale e il passaggio alla Terza, cui Trotsky contribuì potentemente, non avvenne per astratte ragioni di principio, né per la “scoperta” dell’opportunismo socialdemocratico (che i marxisti più lucidi avevano cominciato a denunciare per lo meno dagli inizi del secolo), e nemmeno per la “scoperta” che tra il Programma minimo e il massimo vi fosse quello transitorio. Tutto ciò era più o meno chiaro agli occhi della sinistra marxista, e le polemiche del tempo, prima del 1917, riguardavano già concretamente le conseguenze pratiche di tale intuizioni. Anche il famigerato “tradimento” della socialdemocrazia, all’alba della Prima guerra mondiale, non costituì una vera e propria svolta nell’analisi politica e teorica dell’avanguardia marxista, come se questa si fosse improvvisamente resa conto dell’esistenza del socialpatriottismo.
Costituì invece, una profonda svolta nelle condizioni politiche concrete di svolgimento dell’agitazione, paese per paese. La lotta alla guerra si trasformò in uno strumento di chiarificazione politica, di radicalizzazione, di differenziazione in seno alle masse lavoratrici e quindi, in ultima istanza, di raggruppamento nella nuova Internazionale (la Terza).
Quando Trotsky ritenne matura la situazione per una nuova internazionale (la Quarta), fece un ragionamento analogo, ritenendolo giustificato storicamente solo dopo il 30 gennaio 1933, quando si era visto Hitler assumere la guide della Cancelleria, praticamente senza colpo ferire, aiutato oggettivamente dalla politica del “terzo periodo” del Comintern. Nella primavera e poi a luglio dello stesso anno, Trotsky ritenne che le condizioni per una nuova Internazionale emergessero da quella sconfitta del movimento operaio e lo ribadì definitivamente ad ottobre, convincendosi che la nuova Internazionale avrebbe dovuto costituirsi in sezione anche nell’Urss. Tutto ciò non fu frutto di indignazione morale davanti al nuovo “tradimento” –come pure sarebbe stato legittimo- né della “scoperta” che ormai in Urss non esisteva più la dittatura del proletariato, ma la dittatura di una burocrazia sul proletariato, fondata socialmente su alcune conquiste di quest’ultimo.
Era il frutto dell’analisi delle nuove condizioni politiche determinate dalla sconfitta del movimento operaio –e quindi secondo Trotsky, anche del Comintern- nella questione tedesca. Si dimentica spesso, a questo riguardo, che all’epoca Trotsky parlava ancora solo di incoscienza, di incapacità suicida del Comintern davanti al nazismo e non ancora di esplicita scelta di campo, di volontà controrivoluzionaria, come farà invece all’epoca dei Fronti popolari, dopo la Spagna soprattutto.
Nel 1933 non vi era stata quindi una vera e propria svolta nell’analisi strutturale dello stalinismo, come si ripete spesso erroneamente. Vi era stata invece una verifica storica concreta di cosa lo stalinismo fosse effettivamente diventato dopo il 1928: vale a dire dopo l’instaurazione della sua dittatura totale e la rottura violenta, sul piano sociale, dell’alleanza operai-contadini. Trotsky prese atto lucidamente di tutto ciò, anche se con dei ritardi di analisi a questo riguardo, dei quali abbiamo già detto.
Rispetto alla decisione di dar vita alla Qi, non importa quindi sapere con quanti anni di anticipo sarebbe stato possibile prevedere le responsabilità del Comintern nella vittoria del nazismo, ma essenzialmente quali condizione nuove, nella realtà oggettiva e quindi anche negli occhi delle masse, quel tipo di vittoria del nazismo veniva a produrre. Tra queste condizioni, ovviamente, vi era l’allontanamento, per tutta una fase, della possibilità di portare a termine vittoriosamente dei processi rivoluzionari.
Ma le internazionali non si utilizzano solo per la conquista del potere, benché questa sia la loro prospettiva storica fondamentale. Le masse lavoratrici possono servirsene in certe epoche anche per altri obiettivi intermedi, determinati dalle esigenze che prevalgono ad un momento dato, a causa di determinate condizioni storiche. Nel 1933 queste esigenze erano già da tempo diventate essenzialmente difensive. Ancor di più dovevano esserlo dopo la vittoria di Hitler.
Trotsky analizzava realisticamente tutto ciò e vedeva la funzione concreta immediata di una nuova Internazionale nel bisogno, come ha ben sintetizzato Deutscher, di

“arginare la ritirata e riorganizzare le forze per la difesa e la controffensiva” (Il profeta in esilio, p.277)

Aveva possibilità di successo un tale tentativo? Non era forse un’illusione competere con il forte apparato cominternista e con i partiti socialdemocratici nell’organizzare la “ritirata”? Non si correva il rischio in tal modo di favorire le tendenze già presenti spontaneamente tra le masse a cercare nei vecchi apparati –benché responsabili delle vittorie di Mussolini, Ciang Kai Shek e Hitler- un ultimo scoglio di classe, cui aggrapparsi per resistere alla tempesta?
Certo, tali pericoli esistevano, ed anzi, a posteriori, si sono dimostrati come la tendenza dominante nell’ambito del movimento operaio occidentale. E fu proprio l’impatto di questo riflesso difensivo delle masse che –insieme a fattori di altra natura- fece abbandonare allo stesso Comintern la teoria del “socialfascismo” e dell’ “offensiva” (per operare, come è noto, una sferzata di 180 gradi, verso la ricerca di alleanze con la borghesia nei fronti popolari).
Ma quali alternative si presentavano per l’Opposizione di sinistra internazionale, che non era abbastanza piccola nel 1933 per limitarsi a un puro lavoro di propaganda (come sarà invece dopo il ’38), né abbastanza grande per potere organizzare in prima persona, paese per paese, la “difensiva” e la “ritirata” in prima persona? Bisognava comunque tentare, nella consapevolezza di avere contro le condizioni immediate del lavoro politico, ma favorevole la tendenza storica all’accentuazione delle contraddizioni interimperialistiche (tra “democrazie” e fascismi) ed all’aggravamento della crisi dello stalinismo. La guerra mondiale era resto già iscritta nell’analisi delle tendenze di fondo, anche se essa non appariva immediatamente all’ordine del giorno.
Per l’assolvimento di questo genere di compiti –l’organizzazione della “ritirata”- la proclamazione della Qi sarebbe servita a poco. Occorrevano energie, quadri, apparati o, come dirà Trotsky più tardi, “schegge” dei vecchi apparati. Cruciale sarebbe stata in questo lavoro la raccolta di tutte le forze disponibili – in primo luogo quelle dei gruppi centristi di Spagna, Germania, Olanda, Francia ecc. – in una struttura di coordinamento, che permettesse delle esperienze in comune. Utile allo stesso scopo anche l’ “entrismo” negli apparati socialdemocratici, in Francia, negli Usa, ecc, dove si fosse potuto proseguire un certo lavoro di agitazione.
La Rivoluzione spagnola sconvolse tatticamente questi progetti, nel momento in cui confermava la profonda attualità storica della teoria della rivoluzione permanente. In Spagna occorreva assumere rapidamente un ruolo dirigente nell’ambito della guerra civile e contrapporsi da sinistra alla linea di collaborazione di classe (degli anarchici e staliniani inclusi). Il Poum riuscì a farlo più agevolmente, in una prima fase, per le sue caratteristiche “centriste”: ma per le stesse ragioni non fu in grado di capitalizzare politicamente il patrimonio accumulato. Il Movimento per la Qi, invece, nonostante la correttezza delle proprie posizioni, non riuscì a darsi una dimensione tattica adeguata e svolse quindi in Spagna un ruolo pressoché irrilevante.
Le contraddittorie vicende del Movimento in Francia, del resto, non facevano che confermare l’impossibilità di tradurre in pratica, in una linea d’azione precisa, l’obiettivo concreto (“difensivo” in una prima fase, ma poi di “offensiva” in concomitanza degli scioperi di massa) per il quale la Qi avrebbe dovuto organizzarsi a partire per lo meno dal 1933.
A ciò si potrebbero aggiungere numerosi altri fattori, che qui non citiamo per brevità, tra i quali non trascurabile lo sterminio fisico della sezione russa, che all’epoca era la sezione su cui Trotsky più contava e si illudeva, come dimostra, tra i tanti che si potrebbero citare, il seguente giudizio del 1936 (dal n.48 del Bollettino dell’Opposizione internazionale):

"Oggi la Quarta internazionale possiede già il suo nucleo più forte, più numeroso e più agguerrito nell’Urss."

L’azione “difensiva” contro il dilagare del fascismo, che Trotsky vide a lungo come la minaccia più grave incombente sulla Francia, fu assolta, bene o male, dal Comintern alleato alla socialdemocrazia. E diede a quest’ultimo il prestigio per intervenire in Spagna (a soffocare la rivoluzione, ovviamente, ma non fu così che apparve l’intervento sovietico agli occhi del movimento internazionale, intossicato dalla propaganda demagogica dei vari partiti comunisti.
Tutto ciò trasformò le condizioni oggettive per la creazione di una nuova Internazionale, togliendole praticamente il terreno politico concreto più immediato. Le vicende del centrismo e del trotskismo di quei anni, si possono agevolmente spiegare alla luce di questo fenomeno macroscopico, molto più che sulla base delle debolezze personali, le meschinità di gruppo o le trame della Gpu. Tutti questi fattori esistettero, ovviamente, ma solo in funzione secondaria.
L’approssimarsi dell’ormai inevitabile guerra mondiale, poneva le condizioni per la creazione della Qi su un piano diverso. Occorreva in primo luogo darsi uno strumento efficiente che permettesse all’avanguardia di affrontare la nuova congiuntura politica determinata dalla guerra. L’ideale sarebbe stato, ovviamente, di poter costruire uno strumento che permettesse fin dall’inizio della guerra di organizzare un’agitazione antipatriottica, disfattista rivoluzionaria, nei modi e nelle forme che Trotsky aveva già indicato nel 1934.
La realtà oggettiva convinse Trotsky che l’obiettivo minimo ragionevolmente raggiungibile era di permettere ai quadri raccolti o semplicemente a parte di loro di sopravvivere. E di farlo abbastanza a lungo da poter entrare in scena in una congiuntura più favorevole, nel corso del conflitto mondiale, in modo da poter applicare finalmente il programma e sfruttare l’ersatz di organizzazione. Non fare questo, non riuscire a svolgere un ruolo nella guerra mondiale, subire questo nuovo grande massacro tra i lavoratori, significava per Trotsky arrendersi senza combattere davanti alla più grave delle sconfitte storiche del proletariato. Questa avrebbe potuto rimandare per decenni la possibilità del socialismo (come poi è avvenuto) o addirittura, come ebbe a dire lo stesso Trotsky in un passo già ricordato, forse anche per tutta un’epoca, se non per sempre.

La Qi andava costituita, quindi, di fretta e in corsa con i tempi della diplomazia occidentale, cui si aggiunse con la sua folle irrazionalità quella del Cremino. Occorreva tentare senza alcuna certezza di vittoria, anzi, come Trotsky ripeté per anni e fino alla morte, con sempre minori possibilità di vittoria immediata (checché egli abbia sussurrato in punto di morte a J.Hansen –secondo la leggenda- sulla “vittoria della Qi”. Sarebbe veramente strano, per un marxista che aveva vissuto consapevolmente per tutta la vita l’alternativa storica tra “socialismo o barbarie”, morire avendo sulle labbra la certezza della vittoria della Qi: di quell’ersatz, per giunta che così poco competente si era dimostrato anche nella difesa della sua incolumità fisica).
Che la questione delle guerra fosse al centro del progetto di “affrettata” proclamazione della Qi, si sembra assolutamente fuori discussione. Non solo per gli scritti abbondantissimi sulla questione, non solo per la struttura analitica stessa del pensiero che sta alla base del Programma di transizione –concepito, per inciso, proprio perché potesse essere un richiamo dei principi generali del marxismo rivoluzionario, tradotti in un programma d’azione immediato per l’Internazionale durante la guerra – ma per la drammatica accentuazione organizzativistica che caratterizza l’attività di Trotsky negli ultimi anni della sua vita.
A quasi mezzo secolo dal 1938 non si può non riconoscere che quel progetto fallì sul piano politico: fu cioè sconfitto dall’avversario e dalle forze schiaccianti da questi messe in moto. Trotsky se ne rese conto, ma alternative non se ne davano. Non sappiamo quanti già allora ne fossero consapevoli (e forse per questo reagirono con la demoralizzazione, le capitolazioni, il ritorno al privato). Ma ciò non significa che il tentativo non andasse fatto, né che il fallimento fosse scontato. La sopravvivenza dell’ersatz di Internazionale, per esempio, sarebbe stata in astratto anche possibile, soprattutto se Trotsky fosse rimasto in vita e avesse potuto costituire ancora per alcuni anni un punto stabile di riferimento. Proteggere la vita di Trotsky in Messico non era dopotutto un’impresa irrealizzabile. Ed a guerra conclusa chissà…
Di più allo studioso non è dato di fantasticare.
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