Diari di Cineclub

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lunedì 1 aprile 2019

LA DEMOCRAZIA SECONDO MADURO di Antonio Moscato






LA DEMOCRAZIA SECONDO MADURO
di Antonio Moscato



Le dimensioni delle manifestazioni dell’opposizione, e la moltiplicazione delle rivolte notturne di diversi quartieri popolari un tempo schierati con Chávez, che da gennaio hanno visto moltiplicarsi assalti a forni e supermercati, avevano spiegato l’insolito comportamento di Nicolás Maduro, che aveva rinunciato ad usare la forza nei confronti della autoproclamazione di Juan Guaidó. Autoproclamazione effettivamente discutibile perché l’assunzione del ruolo di presidente interinale da parte del presidente del parlamento secondo la costituzione era prevista solo nel caso di un’improvvisa assenza del presidente eletto e non poteva essere usata per una tardiva contestazione della legittimità della sua rielezione, sia pure in una data arbitrariamente fissata per impedire la concertazione di un candidato credibile da parte di un’opposizione variegata e falcidiata dagli arresti di un gran numero di suoi esponenti come “mandanti delle violenze”.

lunedì 11 marzo 2019

VENEZUELA: I 30 GIORNI NEI QUALI JUAN GUAIDO' NON E' ANDATO DA NESSUNA PARTE di Gennaro Carotenuto





VENEZUELA: 
I 30 GIORNI NEI QUALI JUAN GUAIDO' NON E' ANDATO DA NESSUNA PARTE
di Gennaro Carotenuto


Escludendo l’intervento militare in Venezuela, la riunione del gruppo di Lima (il consesso dei governi latinoamericani di destra, riuniti ieri a Bogotá) ha chiuso nella sostanza la parabola del tentativo di Juan Guaidó come presidente autoproclamato del Venezuela e allo stesso tempo evitato la regionalizzazione della crisi. Proviamo a mettere insieme elementi di analisi sugli ultimi 30 giorni e in particolare sull'ultimo lungo fine settimana al confine tra Colombia e Venezuela.

La guerra si allontana dai Caraibi?

sabato 9 marzo 2019

VENEZUELA: LO STALLO di Antonio Moscato





VENEZUELA: LO STALLO
di Antonio Moscato



Se era il risultato di una accurata preparazione da parte degli organi speciali del più grande Stato imperialista, faceva proprio pena, e non solo per l’inconsistenza di Gaidó, che i sostenitori di Maduro presentano come il risultato di un lungo addestramento da parte dei suoi mandanti imperialisti, ma che è risultato per ora un fantoccio inconsistente, con un bilancio di fallimenti notevole. 
Incapace di valutare le forze in campo, pronto ad esaltarsi per poche dozzine di militari e poliziotti risultati disposti a disertare, Gaidó ha sprecato il mese che gli era concesso dalla costituzione per svolgere il compito di preparare elezioni in quanto presidente ad interim, sia pur autoproclamato, e si è illuso di poter usare le misere donazioni statunitensi ed europee come esca per mobilitare sotto le sue bandiere milioni di malcontenti. 
Incapace di far altro che aspettare un più consistente aiuto esterno, si è accorto che il Venezuela era l’ultimo pensiero dei governi europei, che non si sognavano minimamente di dare un seguito al grottesco ultimatum delle elezioni da convocare in una settimana, e che gli Stati Uniti non avevano voglia di impegnarsi in un’azione militare in compagnia soltanto della poco rispettabile Colombia di Duque e del Cile del pinochettista Piñera, dato che perfino l’esercito brasiliano rifiutava di partecipare a un’impresa dall'esito imprevedibile.

giovedì 24 gennaio 2019

LETTERA APERTA A GIORGIO CREMASCHI di Antonio Moscato







LETTERA APERTA A GIORGIO CREMASCHI
di Antonio Moscato


Caro Cremaschi,

il tono con cui affermi che sul Venezuela si debba “dichiarare da che parte si sta” dando per scontato che chi non accetta di stare con chi pretende di incarnare la rivoluzione bolivariana starebbe “coi golpisti reazionari sostenuti da Usa e UE”, senza sfumature (“O di qua o di là – dici - e chi sta di là è un nemico”), ricorda quello con cui Breznev e i suoi vassalli europei pretendevano di rappresentare “l’unico socialismo possibile” e respingevano nel “campo nemico” chiunque avesse dubbi o si richiamasse al progetto originario.

domenica 20 agosto 2017

"SI SONO CHAVISTA", IL VENEZUELA E NOI di Giorgio Cremaschi






"SI SONO CHAVISTA", IL VENEZUELA E NOI
di Giorgio Cremaschi




"Il ritorno dei colonnelli, ma ora sono di sinistra". Così qualche giorno fa titolava sulla edizione on line Il Fatto, riferendosi al Venezuela, ma anche alla Bolivia, al Nicaragua, all'Ecuador, insomma a tutti paesi latino americani i cui governi non si sono piegati ai diktat degli Stati Uniti e della UE. Credo che questo titolo ben sintetizzi la deriva di una buona parte di ciò che in Italia, ed in Europa, viene considerato o si consideri di sinistra. Di quella sinistra che è stata complice della più vasta e sconvolgente campagna di disinformazione di massa dalla fine della seconda guerra mondiale.

La "feroce dittatura" di Maduro è stato il motivo guida di ogni servizio televisivo, di ogni commento giornalistico, nulla e nessuno sui quotidiani e sulle tv italiane sì è distinto dalle veline del dipartimento di stato degli USA, che amplificavano quelle della opposizione venezuelana. Persino sulla Corea del Nord i mass media occidentali hanno mostrato qualche cautela in più, neppure contro Saddam e Gheddafi c'è stata la stessa unanime violenza informativa che si è scatenata contro il governo venezuelano. La dittatura peggiore del mondo e della storia, dovrebbe pensare un comune cittadino che costruisca i suoi punti di vista solo sulla informazione ufficiale. La falsificazione dei fatti e delle opinioni è stata così completa e radicale che, dopo che Maradona si era schierato con Maduro, la stampa ha persino sentito la necessità esaltare l'attacco che il campione ha ricevuto da Kempes, tralasciando di ricordare che quest'altro calciatore argentino non aveva avuto problemi a ricevere la coppa del Mondo dalle mani insanguinate del dittatore Videla. Essere contro il Venezuela di Chavez è diventata una patente di democrazia distribuita a cani e porci.

domenica 6 agosto 2017

IL VENEZUELA DOPO LE ELEZIONI PER L'ASSEMBLEA COSTITUTENTE: CONCILIAZIONE E RIVOLUZIONE? di Jorge Martin





IL VENEZUELA DOPO LE ELEZIONI PER L'ASSEMBLEA COSTITUTENTE: 
CONCILIAZIONE E RIVOLUZIONE?
di Jorge Martin


Ancora prima che il Consiglio Nazionale Elettorale (Cne) annunciasse i risultati delle elezioni per l’Assemblea Costituente che si sono tenute domenica 30 luglio in Venezuela, l’opposizione e l’imperialismo occidentale avevano già dichiarato che si erano verificate frodi di grande portata e che non avrebbero riconosciuto la legittimità dell’Assemblea. Da quel momento, si sono accumulate pressioni su tutti i fronti. Cosa si deve fare?

Queste non erano elezioni normali, bensì una importante battaglia nell’offensiva che l’oligarchia e l’imperialismo occidentale hanno scatenato negli ultimi quattro mesi contro la rivoluzione bolivariana. L’opposizione non solo ha dichiarato che avrebbe boicottato le elezioni, ma ha anche tentato di impedire fisicamente che si votasse. Il 30 luglio [giorno delle elezioni], le barricate impedivano l’afflusso degli elettori ai seggi, ci sono stati episodi di distruzione di materiale elettorale e macchinari, attacchi armati contro i seggi elettorali, compreso l’assassinio di un membro della Guardia Nazionale che proteggeva i seggi a La Grita (Mérida), assalti con esplosivi contro la Guardia Nazionale, ecc. Alla fine della giornata ci sono stati tra i 10 e i 15 morti, compreso un candidato dell’Assemblea Costituente a Bolivar.

LA GUERRA DI MADURO di Antonio Moscato





LA GUERRA DI MADURO
di Antonio Moscato




È molto probabile che Maduro non abbia molto tempo davanti a sé per uscire dalla situazione in cui si è cacciato. Evidentemente incapace di affrontare i problemi concreti del paese come un’inflazione che non ha paragone con quella di altri paesi con governi “progressisti” (che pure si confrontano alle stesse difficoltà oggettive come il calo del prezzo del petrolio e di altre materie prime, e che ugualmente non godono di particolare simpatia al vertice degli Stati Uniti), e come la forte contrazione del PIL, e la terribile scarsità di beni e servizi offerti ai cittadini, Maduro pensa di cavarsela con trovate estemporanee che, quando non sono di dubbia e controversa architettura costituzionale, rivelano una profonda ignoranza dei meccanismi dell’economia. L’ultima, passata in sordina nei commenti stampa di ogni orientamento, ma segnalata solo dall’attento organo vaticano L’Osservatore romano, è davvero bizzarra:

venerdì 4 agosto 2017

AUTONOMIA DI CLASSE IN VENEZUELA di Valerio Evangelisti




AUTONOMIA DI CLASSE IN VENEZUELA
di Valerio Evangelisti


Per mettere subito le cose in chiaro, non prendo nemmeno in considerazione le tesi di chi dice che in Venezuela, con la formazione di un’Assemblea costituente, sia in gioco la sopravvivenza della democrazia (e lo dice chi, da quasi vent’anni, ha sostenuto che nel paese vigesse una dittatura). In gioco la democrazia lo è, ma non per mano dei costituenti.

Si tratta di intendersi, in via preliminare, sul significato del termine “democrazia”. Per i greci, che hanno inventato la parola, era il potere del “demos”: non il popolo generico, bensì il “popolo minuto”, gli strati più deboli economicamente della società. In questo senso, gli Stati Uniti, che permettono la competizione elettorale solo a candidati abbastanza ricchi per presentarsi alle urne, non sono mai stati e non sono una democrazia. Quanto al resto dell’Occidente, il meccanismo elettorale seleziona oligarchie dotate di vita propria, senza possibilità di verifica, fino al voto successivo, dell’effettiva obbedienza degli eletti alla volontà dei votanti. Non mi ci soffermo, sono critiche già note dai tempi di Rousseau. Divenuta consapevole dello stato effettivo delle cose, la popolazione dell’Occidente vota sempre meno. E l’Unione Europea, fondata su centri di potere privi di controllo e su un parlamento inutile, consolida la sfiducia. E’ lo sfascio del modello governativo liberale.

giovedì 3 agosto 2017

VENEZUELA: "E' ORA DI FORGIARE UN NUOVO MOVIMENTO EMANCIPATORE




 VENEZUELA: "E' ORA DI FORGIARE UN NUOVO MOVIMENTO EMANCIPATORE

 Lettera aperta di “Marea Socialista” al chavismo critico e alla sinistra autonoma



Scriviamo questa lettera in un momento in cui si sta consumando una frode colossale contro il popolo Venezuelano.
L’elezione della Costituente Madurista rappresenta il collasso del paese per come lo abbiamo conosciuto nell’ultimo secolo; la bancarotta di uno Stato corrotto e debole e lo smantellamento della sua Repubblica. Allo stesso tempo mette in serio pericolo l’integrità della Nazione, minacciandola con la sua dissoluzione.
In questo modo si apre la porta ad un periodo di crudele saccheggio imperiale e di predominanza del capitale finanziario e mafioso, sotto qualsivoglia delle attuali “bandiere nazionali”. Sarà questo un periodo dove violenza e crescente repressione saranno legge, e dove le pene e le sofferenze dei più umili, oppressi ed esclusi, raggiungeranno picchi mai conosciuti nella storia moderna del Venezuela.

Due cupole politiche irresponsabili e criminali che hanno raggiunto le trincee dalle quali si apprestano a lanciare la sfida per il saccheggio, per il controllo e per i negoziati con il grande capitale, attentando alle nostre risorse naturali e alle condizioni di vita del nostro popolo.
Perseguiranno i loro intenti, anche se ciò dovesse significare una sanguinosa macelleria.

mercoledì 2 agosto 2017

VENEZUELA, INGERENZE IMPERIALISTE E BOLIVARISMO IN CRISI di Gippò Mukendi Ngandu





VENEZUELA, INGERENZE IMPERIALISTE E BOLIVARISMO IN CRISI
di Gippò Mukendi Ngandu


Venezuela, condannare l’ingerenza imperialista e il ruolo dell’opposizione di estrema destra non può impedire uno sguardo critico sull’esperienza del governo Maduro



Il Venezuela si trova da mesi di fronte ad una grave crisi economica e politica gravissima. Dal mese di aprile il paese latino americano è attraversato da proteste, scontri violenti, rappresaglie delle forze di estrema destra contro semplici cittadini in odore di “chavismo”, misure repressive da parte del governo, crescente insicurezza sociale, mancanza di cibo e di medicinali, inflazione alle stelle.

La forte crisi economica è dovuta in gran parte alla dipendenza del paese dalla rendita petrolifera. Attraverso di essa il chavismo impiegò tutte le sue energie per mettere all’opera una spesa sociale incentrata sull’obiettivo di ridurre le disuguaglianze, diventando una componente fondamentale della spesa pubblica. Con le Missiones, infatti, ci furono importanti e significativi miglioramenti dal punto di vista sociale così come culturale per le classi popolari.

sabato 29 luglio 2017

LE VOCI IGNORATE DELL'OPPOSIZIONE DI SINISTRA A MADURO di Antonio Moscato





LE VOCI IGNORATE DELL'OPPOSIZIONE DI SINISTRA A MADURO
di Antonio Moscato



L’informazione sul Venezuela continua ad essere inadeguata: ai giornali borghesi fa comodo amplificare le denunce vittimiste della MUD per screditare un movimento bolivariano che nella fase ascendente aveva suscitato grandi speranze non solo in America Latina, mentre diverse frange di sinistra “campiste” ma soprattutto il Manifesto continuano a credere che lo scontro sia tra un governo socialista e uno schieramento imperialista aggressivo e golpista. Lo stesso criterio impedisce di capire le responsabilità di quello che già è accaduto in altri paesi come il Brasile o l’Argentina, evitando ogni riflessione autocritica sullo scollamento tra i governi “progressisti” e le masse. Il risultato è che questi difensori acritici dell’esistente non hanno dubbi nel sostenere incondizionatamente Maduro, anche mentre svende alle multinazionali ampi territori del paese, e punta tutto sullo sviluppo della distruttiva industria mineraria.

venerdì 28 luglio 2017

LA SINISTRA E IL VENEZUELA - Geraldina Colotti intervista Giorgio Cremaschi





LA SINISTRA E IL VENEZUELA  
Geraldina Colotti intervista Giorgio Cremaschi






Puoi riassumere il tuo percorso politico e la tua posizione attuale?


Il mio percorso è comprensibilmente già lunghetto.. Sono nato nel 1948 e ho cominciato ad impegnarmi in politica a sostegno del Vietnam, come tanti. Nel 1967 mi sono iscritto alla FGCI, poi sono sempre stato nel PCI, su posizioni di sinistra, fino al suo scioglimento. Non ho mai fatto però attività di partito, ma sono stato prima nel movimento studentesco, son stato lavoratore studente e poi sono entrato nella FIOM dove ho passato una vita. Mi sono opposto alla svolta della Bolognina e dopo una breve inerzia nel PDS sono rimasto per un decennio senza tessera. All' epoca del G8 di Genova mi sono iscritto a Rifondazione, che ho lasciato appena insediato il secondo governo Prodi. Credo che la duratura catastrofe della sinistra radicale nasca tutta da lì..Mi sono sempre battuto in Cgil contro la concertazione e tutto il resto, fino al congresso del 2014 dove ho tentato una battaglia disperata per una opposizione di sinistra. Ma l'autonormalizzazione della Fiom di Landini ha tolto ogni spazio reale a questa posizione e ho lasciato la Cgil. Oggi sostengo il sindacalismo conflittuale ed in particolare la USB, ma cerco di stare con chi lotta e resiste, comunque. Lavoro alla organizzazione di Eurostop perché sono convinto che senza fare i conti con Euro, UE, Nato, non si tocchi neanche il margine del reale potere capitalista e imperialista. Sono e resto comunista.


La sinistra, anche "radicale", ha subito un arretramento di consapevolezza a tutti i livelli, prima di tutto in termini di internazionalismo. Qual è la tua percezione?

Parto da una mia riflessione. Sono sempre stato un poco eretico e sempre critico verso il socialismo reale. Ma oggi non posso che constatare che catastrofe per tutti i popoli e per tutto il mondo del lavoro, su scala globale, sia stato il crollo della Unione Sovietica. Non è una nostalgia, che non mi appartiene, e d'altra parte sono state le sue stesse burocrazie ad affondare il socialismo reale. Ma resta il fatto che il crollo di quel sistema e la sua sussunzione nel capitalismo ha segnato un punto di svolta negativo nella storia sociale umana. Le stesse socialdemocrazie più anticomuniste ne hanno subito i colpi. La globalizzazione ha subito assunto il segno del capitalismo liberista più violento e selvaggio e davvero si è affermato un mondo ad una dimensione. Le sinistre radicali all'inizio hanno pensato di reggere con la contestazione alla globalizzazione, come si è detto spesso, "dal basso", senza più porsi il problema del potere e della proprietà. "Cambiare il mondo senza prendere il potere" è un testo celebre. Allora essere di sinistra radicale ed essere NoGlobal era la stessa cosa, lo ricordo perché oggi pare che contro la globalizzazione ci siano solo i neofascisti. Ma questo essere noglobal aveva appunto il limite di non pensare alla struttura reale del potere, economico e politico. E soprattutto di ignorare la questione della proprietà, considerata un non problema visto che il controllo dal basso avrebbe risolto tutto, sia che il padrone fosse privato, sia che fosse ancora pubblico. Con la nuova fase di guerra globale iniziata dopo l'attentato del 2001 alle Torri Gemelle e poi con la grande crisi capitalistica iniziata nel 2007 e ancora in corso, tutto è cambiato e il movimento noglobal di sinistra ( pure grande, ricordiamo il New York Times che lo definì la seconda superpotenza mondiale ) è stato spazzato via. La sua ingenuità sul potere è stata usata dal potere stesso per distruggerlo. Altro che Impero come luogo della rivoluzione delle moltitudini, mai uno scenario fu più lontano dalla realtà. Non c'era l'Impero, ma gli imperialismi che facevano piazza pulita di diritti sociali e conquiste del lavoro in casa loro per essere più competitivi possibile. Gli stati non sparivano affatto, ma venivano riconvertiti in strumenti fondamentali della governance capitalista. E il superstato Unione Europea si rivelava lo strumento fondamentale di questa privatizzazione degli stati. La sinistra radicale, incapace perfino di pronunciare la parola nazionalizzazione senza storcere la bocca, non era in grado di proporre nulla di alternativo, se non buoni propositi. La tragica parabola di Tsipras e Siryza sono la fotografia più cruda di tutto questo. Un governo che aveva racçolto il 60% di NO alla Troika dal suo popolo, è diventato il più diligente esecutore degli ordini della Troika.
La sinistra radicale europea è morta lì, da allora la protesta sociale non si rivolge ad essa ma alle varie forme di populismo. Destra Lepen, centro Cinquestelle, sinistra Podemos ed in parte Melenchon.

lunedì 11 gennaio 2016

VENEZUELA, L'INDISPENSABILE "COLPO DI BARRA di Guillermo Almeyra






VENEZUELA, L'INDISPENSABILE "COLPO DI BARRA 
di Guillermo Almeyra




Il governo di Nicolás Maduro, che aveva avuto un po’ più della metà dei voti quando venne eletto dopo la morte di Hugo Chávez, alla fine è stato battuto perdendo il 12% degli elettori e oltre 2 milioni di votanti che prima sostenevano il chavismo. Il processo bolivariano, così fondamentale per il Sudamerica, è in grave pericolo.

Finora, né il governo né i difensori acritici dei governi “progressisti” hanno fatto un serio bilancio di questa sconfitta, che è arrivata mentre Maduro chiamava ad infliggere una “sconfitta decisiva” ai suoi avversari, e neanche del vergognoso tracollo del kirchnerismo argentino, convinto che avrebbe vinto già al primo turno l’elezione presidenziale. Meno ancora esiste un bilancio sulla corruzione del Partito dei Lavoratori brasiliano, che fornisce pretesti all’estrema destra, o delle difficoltà di Evo Morales sul referendum per un suo terzo mandato consecutivo, né di Rafael Correa che si scontra con i movimenti sociali.
Tutti costoro – da Maduro fino ai suoi sostenitori più ciechi – accampano la giustificazione che l’imperialismo finanzia una feroce campagna di intossicazione dell’opinione pubblica e, con suoi agenti locali, vuole abbattere il governo e che i mezzi di informazione locali – e la grande stampa capitalista internazionale – sono riusciti a confondere le maggioranze popolari. Questo argomento, però, nasconde il fatto che dall’imperialismo e dall’estrema destra non c’era altro da aspettarsi e che chiedere loro un comportamento democratico equivale a pretendere che un maiale voli, e che è inoltre impossibile nascondere le difficoltà dietro una reboante retorica nazionalista borghese, perché questo porta a perdere l’appoggio di larghi strati popolari chavisti o peronisti, che hanno votato per l’opposizione in segno di protesta per la pessima gestione economica, la penuria, la corruzione e il paternalismo decisionista.

martedì 12 marzo 2013

HUGO CHÁVEZ È MORTO: LA LOTTA PER IL SOCIALISMO È VIVA!





HUGO CHÁVEZ È MORTO: 
LA LOTTA PER IL SOCIALISMO È VIVA!

Dichiarazione della Tendenza Marxista Internazionale


Hugo Chávez non c’è più.
La causa della libertà, del socialismo e dell’umanità ha perso un coraggioso sostenitore. È morto martedì 5 marzo alle 4.25 del pomeriggio (secondo l’ora locale). Ha dato la notizia il Vicepresidente Maduro. Il Presidente aveva solo 58 anni, ed era in carica da 14. Ha combattuto il cancro negli ultimi due anni, ma la notizia della sua morte è stata comunque uno shock.
Non appena la morte del Presidente è stata resa nota, il popolo venezuelano ha cominciato a riunirsi nelle piazze intitolate a Bolivar nel centro delle città grandi e piccole in tutto il Venezuela. Molti raccontano di persone scoppiate in lacrime o improvvisamente ammutolite per strada. Folle di persone sconvolte si sono radunate fuori dall’ospedale militare di Caracas dove Chávez è morto. Questa espressione di dolore si è presto tramutata in una manifestazione di massa di sfida. Come nelle molte occasioni in cui la rivoluzione è stata minacciata, la popolazione si è riversata nelle strade di Caracas.
La ragione di questa manifestazione di sostegno ed emozione non è difficile da comprendere. Agli occhi delle masse Chávez rappresenta la rivoluzione, il loro risveglio alla vita politica, le battaglie compiute nell’ultimo decennio, la sensazione che per la prima volta erano i lavoratori e i poveri al potere. Rappresenta colui che ha opposto resistenza all’imperialismo e all’oligarchia.

domenica 10 marzo 2013

I TENTATIVI DI INTEGRAZIONE NEL POSTCHAVISMO di Guillermo Almeyra



UNASUR, MERCOSUR, ALBA: 
I TENTATIVI DI INTEGRAZIONE NEL POSTCHAVISMO
di Guillermo Almeyra



Hugo Chávez era di gran lunga – compresi i suoi errori e i suoi limiti, non meno grandi della sua figura storica – la guida più radicale e decisa dei governi cosiddetti “progressisti” dell’America Latina e di tutti i politici di questo settore nel continente.

Era in grado di evolvere, di sentire l’influenza popolare, di rispondere alle avversità combattendo con tenacia e, pur sorreggendosi su un apparato – nello specifico, l’esercito – non ne dipendeva, né nel portare avanti la politica che si proponeva, né per fare politica. In un continente di caudillos, ed essendo lui stesso un caudillo che tutto misurava in rapporto alla propria persona e considerava l’organizzazione dei lavoratori come sua emanazione (per questo affermava: “I sindacati sono controrivoluzionari”), non era soltanto questo.

giovedì 1 novembre 2012

VENEZUELA: IL PROGETTO POLITICO DI CHAVEZ di Michele Ferro



VENEZUELA: IL PROGETTO POLITICO DI CHAVEZ
di Michele Ferro


Le elezioni politiche in Venezuela hanno confermato Chavez Presidente della repubblica.  
Si è trattato di elezioni regolari che hanno ancora una volta dimostrato l’affetto e la fiducia che la maggioranza dei venezuelani, soprattutto di coloro che ancora oggi vivono nella povertà e ai margini della società, nutre nei confronti di questo personaggio. Per costoro Chavez rappresenta la  speranza di un futuro migliore. Chavez è stato sempre eletto attraverso regolari elezioni e questa legittimità ha avuto la sua massima consacrazione nel 2002, quando un colpo di stato organizzato da alcuni generali dell’esercito venezuelano, fu sventato attraverso una vera e propria mobilitazione popolare e con l’aiuto determinate di una consistente parte dello stesso esercito fedele al Presidente.
Nel mio recente viaggio in Venezuela ho cercato di capire cosa significasse e quali prospettive avesse la politica istaurata da Chavez negli ultimi anni e mi permetto di esprimere alcune riflessioni in merito.

Il Presidente Chavez ha improntato la sua politica sul principio che il popolo indigeno, cioè i discendenti dei popoli che originariamente abitavano quelle terre ( prima della conquista spagnola) siano i legittimi titolari dei diritti di proprietà e di sfruttamento delle enormi ricchezze minerarie che quelle terre contengono e sono anche i legittimi titolari dello sfruttamento dei terreni destinati o da destinare all’agricoltura (considerato che questa potrebbe avere importanti sviluppi derivanti dall’eccezionale situazione climatica che consente produzioni più volte ripetute nel corso dello stesso anno).
La parola d’ordine di Chavez consiste nel rivendicare al popolo indigeno la riappropriazione della propria dignità. Questa rivendicazione comporta come conseguenza l’insofferenza nei confronti degli europei e dei loro discendenti che costituiscono i detentori del potere economico del Paese.
Infatti il Governo procede con continue acquisizioni attraverso espropri di beni di cui gli europei dispongono, come terreni agricoli, impianti industriali, interi fabbricati per abitazioni e su ognuna delle proprietà espropriata viene disteso un grande striscione che rivendica la riappropriazione a favore del Popolo in nome del Socialismo.
Ma questi beni per la maggior parte rimangono inutilizzati perché non esiste una classe dirigente in grado di mettere a frutto, nell’interesse del Popolo venezuelano, tutto ciò che viene espropriato. Perciò i terreni rimangono incolti, le fabbriche rimangono chiuse con la conseguenza che gli operai che vi lavoravano, anche se con salari da fame, si ritrovano ad incrementare la massa di vagabondi pronti a utilizzare qualsiasi mezzo per sfamarsi. I fabbricati espropriati vengono occupati illegalmente (con la complicità della polizia locale) da indigeni abitanti dei ranchitos.
Qualche milione di indigeni vive nei ranchitos, migliaia di piccole costruzioni fatiscenti addossate alle colline che circondano Caracas, in condizioni davvero inaccettabili per un paese civile, sia dal punto di vista igienico e sanitario, sia dal punto di vista delle relazioni sociali. Si tratta per lo più di persone analfabete e senza alcuna occupazione.
Da questa situazione deriva uno dei maggiori problemi del Paese, ed in particolare per la Capitale, la gestione dell’ordine pubblico. Furti, rapine ed omicidi per rapine sono all’ordine del giorno e questo costituisce per i comuni cittadini motivo di preoccupazione e di paura, tale da evitare alcune zone della città, anche all’interno del centro storico.
Chavez si è posto il problema dell’eliminazione dei ranchitos, predisponendo un piano per l’edificazione di interi nuovi quartieri da destinare agli abitanti dei ranchitos, ma l’ampiezza del fenomeno non consente di essere ottimisti sia sulla riuscita sia sui tempi di attuazione del programma.
Chavez si è anche reso conto che l’analfabetismo e comunque la mancanza di una formazione scolastica adeguata non consente agli indigeni di formare una classe dirigente in grado di sostituire gli europei nella gestione dell’economia ed ha predisposto un piano per lo sviluppo delle attività scolastiche, che, anche in questo caso, anche se con alcuni importanti risultati positivi, trova notevoli ostacoli a decollare. In attesa che maturi questa nuova classe dirigente indigena il Presidente è costretto ad utilizzare personale qualificato proveniente dai Paese amici. 
Per la sanità, la cui riforma è uno dei meriti che il Presidente si ascrive e che effettivamente ha consentito al Paese un salto di qualità a favore delle classi più povere, la struttura medica ospedaliera è gestita quasi integralmente da personale cubano, per le costruzioni la maggior parte delle imprese sono di nazionalità iraniana.

Chavez, pur nel suo evidente populismo, persegue un progetto politico che ha una sua dignità, la rivendicazione dei diritti degli indigeni si ascrive nel solco storico dei liberatori sudamericani (il riferimento a Simon Bolivar è costante nella sua azione politica), ma appare di difficile realizzazione l’utopia di mettere alla porta gli eredi dei conquistatori e i discendenti degli immigrati europei dalla fine dell’800 al dopoguerra del II conflitto mondiale, considerato che questi detengono l’intero potere economico della nazione. 
Forse non sarebbe sbagliato aprire un dialogo con la parte più disponibile di questo settore della società (i cui membri in maggioranza risultano venezuelani a tutti gli effetti) ed utilizzarne le capacità imprenditoriali per realizzare un riequilibrio della società a favore degli indigeni.


31 ottobre 2012


giovedì 11 ottobre 2012

INSEGNAMENTI DELLE ELEZIONI VENEZUELANE di Guillermo Almeyra




INSEGNAMENTI DELLE ELEZIONI VENEZUELANE
di
Guillermo Almeyra


La scorsa settimana ho scritto un articolo sulle elezioni in Venezuela che i risultati hanno interamente confermato: Almeyra: Chávez presidente, e poi?. Il popolo venezuelano non si è lasciato ingannare e ha votato per salvaguardare le proprie conquiste e per il futuro, contro il ritorno al passato presentato come rinnovamento.
Chavez ha vinto, infatti, con 10 punti percentuali di differenza. Pur avendo ottenuto il 54,66% dei voti – non il 70% che presentava come obiettivo – ed avendo avuto 7,7 milioni di voti – non 10 come proclamava – la differenza è comunque grande, visto che ha avuto quasi 1,5 milioni di voti più degli avversari del fronte di destra, il MUD, che ne ha ottenuti 6,3 milioni. In una tornata elettorale cui ha partecipato niente meno che l’81,6/ dell’elettorato (non ha votato solo chi non poteva realmente farlo) ha ripreso i suoi voti del 2006 (ne aveva avuti allora 7,3 milioni), ma l’opposizione ne ha recuperati, rispetto ai poco più di 4 milioni all’epoca, 2,1 milioni, che è riuscita a sottrarre all’astensione e allo stesso chavismo.
I fatti hanno la testa dura, e chi non riesce a prevederli non riesce neppure a prepararsi a quello che accadrà. Chi ragiona non ha fede, diceva Sant’Agostino che di fede se ne intendeva. Ergo, chi ha fede non ragiona e non è in grado di distinguere l’appassionata volontà di sospingere il processo rivoluzionario in Venezuela, che è parte importantissima dell’attuale rapporto di forza in America latina, dall’analisi fredda dei problemi che quel processo si trova di fronte. Il fideista va in cerca di capi, santi, certezze, e tutto quel che possa essere pensiero critico e che suoni come un “sì però” di sinistra gli sembra che “aiuti l’imperialismo”. Ignora che la “verità è rivoluzionaria” e taccia di sabotatore, scettico, agente del nemico chi gli segnali che la strada che sta seguendo può condurre al precipizio…. Così, l’acritico accecato dalla fede fomenta il conservatorismo e la burocratizzazione – vale a dire, proprio quel che indebolisce i movimenti dipendenti da capi – e intralcia la presa di coscienza dei lavoratori, che costituiscono la base principale di sostegno e la garanzia sia di quei capi, sia dei movimenti. Coloro che confondono la politica con la fede religiosa o la passione del tifo calcistico non aiutano per nulla il capo che sostengono, né il processo di cui dicono di essere al servizio. Sono più papisti del Papa. Chavez, in effetti, sta correggendo il tiro, si è accorto che non l’intera metà Venezuela all’opposizione è controrivoluzionaria e filo imperialista e si è reso conto di dover recuperare i voti popolari persi e, perciò, come prima misura dopo il suo trionfo ha proposto una politica di inclusione.
Queste sono state elezioni atipiche, perché sono state in realtà un plebiscito pro o contro Chávez, in cui ha anche pesato un riconoscimento nei confronti di un lottatore che, nonostante la sua grave malattia, si è battuto con tutte le sue forze per preservare quel che si è conquistato, è ha avuto un ruolo la solidarietà verso il malato che lotta. Anche se Chávez ha condotto una campagna elettorale d’apparato, non per far ragionare e meno ancora per organizzare le sue basi, non si votava per un partito, ma a favore o contro un uomo che, per tutti, avversari inclusi, si identificava con un processo che ha eliminato l’analfabetismo, ha ridotto della metà la miseria e la povertà, ha fornito servizi essenziali e dignità ai più diseredati e ha collocato in prima fila il Venezuela tra i paesi dell’America latina.
Pur se Hugo Chávez prende ad esempio Perón o il kirchnerismo, tutti si rendono conto che, a differenza del primo - che era un personaggio di destra, attorniato da reazionari, amico di tutti i dittatori dell’epoca, un militare che scappò nel 1955 per non dipendere dagli operai, che si rifiutò di armare contro i nemici ormai sconfitti, e un uomo che patrocinò gli assassinii delle bande parastatali del’Alianza Anticomunista Argentina – e a differenza del kircherismo, sorto dal nocciolo del menemismo e del duhaldismo e dedito a salvaguardare i profitti dei capitalisti e lo stesso sistema – Chávez è un uomo coraggioso, che si gioca la vita per il Venezuela plebeo senza ricercare vantaggi personali e che, anche se la sua politica preserva il capitalismo, non è filo capitalista.
Alle elezioni del 16 dicembre, tuttavia, non si voterà per Chávez ma si eleggeranno governatori. I candidati chavisti non sono stati scelti dal popolo e non godono dell’autorevolezza e del prestigio del comandante. Per questo se quest’ultimo non reagisce lasciando campo libero alla partecipazione delle basi e alla libera scelta di rappresentanti, c’è il pericolo che l’opposizione, che già controlla importanti governatorati, conquisti ulteriori posizioni, perché il riflesso di autodifesa che domenica scorsa ha portato a una vittoria massiccia non avrà più la stessa forza, e un’astensione o una dispersione di voti nelle file bolivariane potrebbe avvantaggiare l’opposizione di destra unificata, specie se questa mantiene la sua tattica e si sforza di nascondere il suo malcelato “gorillismo”.
Chávez ha un progetto nazionalista e democratico, necessario ma non sufficiente, tuttavia non un progetto socialista. Il Venezuela dipende più che mai dal petrolio e dal mercato degli Stati Uniti. La tanto odiata corruzione ha la sua base nel mantenimento della rendita petrolifera e nel burocratismo di buona parte dell’apparato statale di un paese capitalista dipendente. Il paternalismo asfissia gli organismi di massa e li sottomette al suddetto apparato, castrandoli. Chávez non solo non crea le condizioni per costruire i suoi successori di qui al 2019 o anche prima: impedisce anche fondamentalmente - con la sua confusione ideologica che mescola Marx con Gesù e con Perón, e con l’accentramento del potere – la crescita politica, l’autogestione e l’autorganizzazione delle sue basi d’appoggio – i suoi veri “successori” – che rappresentano la garanzia della prosecuzione del processo rivoluzionario.
È questo che occorre cominciare a correggere urgentemente di qui a dicembre- Perciò è indispensabile il contributo della discussione aperta e franca di coloro che sono amici della rivoluzione.


(traduzione di Titti Pierini, 10/10/12)




domenica 2 settembre 2012

IL VENEZUELA DI FRONTE ALLE ELEZIONI di Guillermo Almeyra



IL VENEZUELA DI FRONTE ALLE ELEZIONI
di Guillermo Almeyra




Certamente, vincere le prossime elezioni e conservare non soltanto la presidenza della Repubblica ma anche la maggioranza in parlamento è naturalmente la condizione di base per tenere in piedi il processo bolivariano. Chávez deve vincere – e vincerà – per infliggere un ulteriore colpo all’indebolita destra e alla pressione degli Stati Uniti, che tornerà ad incrudirsi una volta conclusa la vicenda elettorale statunitense, sia che vinca Barak Obama sia, a maggior ragione, che vinca il cavernicolo Mitt Romney.
Tuttavia la destra, che conta sull’appoggio di oltre un terzo dell’elettorato, non è solo composta da oligarchi e fascisti. Anche vaste frange di ceti medi ed anche di operai la voteranno perché insoddisfatti per l’insicurezza, la corruzione interna all’apparato statale, l’imposizione dei candidati in seno al Psuv (privo di autonomia e strumento burocratico del governo), nonché per il sistema verticistico con cui si prendono tutte le decisioni. Questi operai e ceti medi poveri non sono controrivoluzionari e agenti dell’imperialismo, come i loro candidati e principali dirigenti, ma conservatori e neoliberisti che però il processo bolivariano dovrebbe cercare di conquistare o di neutralizzare, per staccarli da chi li sta portando al disastro, anziché metterli tutti nello stesso sacco di quanti lavorano per tornare al passato.

Al tempo stesso, coloro che votano per Chávez non sono ciechi di fronte ai problemi connessi alla corruzione, al verticismo, al burocratismo, alla conduzione militaresca di un processo che esige, invece, la più ampia e decisiva partecipazione della popolazione, la piena discussione delle diverse possibili soluzioni dei problemi di fondo, il controllo popolare delle realizzazioni e delle istituzioni. Tra questi vi sono centinaia di migliaia di persone che si sono mobilitate, che hanno fatto scioperi che sono stati repressi e che sono contrarie al metodo di selezione dei candidati, troppe volte autoritario e burocratico, e all’asfissia della democrazia di base, ma che, nonostante questo – per maturità politica – voteranno per Chávez contro la destra nazionale e internazionale, senza lasciarsi ingannare dalla propaganda falsamente di sinistra dei lupi mascherati da agnello che seguono Cardiles.
Le elezioni dovrebbero costituire l’occasione per favorirne l’autorganizzazione e la politicizzazione perché la base del “chavismo” costituisce la garanzia della salvaguardia del processo bolivariano, così come è stata la forza che ha sconfitto nelle piazze i golpisti grazie alla mobilitazione al momento del golpe che aveva destituito Chávez.

Anziché presentare una candidatura indipendente e antichavista, quale quella del combattivo sindacalista Orlando Chirino, separando i socialisti dai chavisti, la sinistra rivoluzionaria avrebbe dovuto lavorare insieme ai chavisti sostenitori del socialismo per rafforzare l’autorganizzazione dei lavoratori e, una volta sconfitta la destra, dar battaglia in condizioni migliori contro il verticismo e i burocrati tecnocratici che aspettano che Hugo Chávez se ne vada per controllare l’apparato statale. Le grandi battaglie, infatti, verranno dopo ottobre.
Perché, per un verso, la sconfitta elettorale della destra non le lascia se non la strada del golpe (oggi ancora prematuro) o dell’assassinio di Chávez, e la costringe a corteggiare la destra burocratica chavista per il dopo-Chávez. Infatti l’altra possibilità – quella di un’invasione dalla Colombia – è stata al momento allontanata o rinviata grazie alla vittoria della diplomazia cubana e venezuelana che ha pacificato il confine colombiano-venezuelano aprendo la strada per la pace tra il governo di Bogotà e le Farc e l’Eln, cosa che lascia ai militari di destra colombiani e agli Stati Uniti pretesti per qualunque provocazione e, al tempo stesso, stimola il rientro nelle proprie terre di centinaia di migliaia di contadini sloggiati da queste, che si scontreranno con i paramilitari e i narocotrafficanti.

Perché, per altro verso, Chávez non ha permesso, con il suo decisionismo, lo sviluppo di una squadra di rivoluzionari che possa sostituirlo ed ha, al contrario, concesso potere a figure conservatrici e di destra che ritiene gli siano fedeli, quali Diosdado Cabello e tanti altri. Il bonapartismo dischiude sempre la strada alla transizione burocratica verso la controrivoluzione, per cui, onde evitare questo rischio, la vittoria elettorale dovrà fornire le basi perché il popolo venezuelano crei e sviluppi il proprio potere basilare di fronte a quanti intendono considerarlo solo come massa di manovra e sostituirlo.

Le elezioni sono un misto tra un processo democratico e legale di risoluzione dei conflitti, un’accesa lotta di classe mascherata e mediata, e una contesa in seno allo stesso processo bolivariano tra una casta burocratico-tecnocratica che si va affermando nel governo, Hugo Chávez che si muove in maniera bonapartista e, per finire, la spinta popolare per costruire elementi di potere del popolo. L’andamento del prezzo mondiale del petrolio – che determina i margini di cui dispone il governo Chávez – e gli sviluppi delle condizioni di salute dello stesso Comandante, sono altrettanti elementi incontrollabili e che continueranno ad avere grande incidenza sull’evoluzione del processo bolivariano dopo le elezioni di ottobre. Se infatti il prezzo del petrolio scendesse a causa del ridursi del consumo mondiale in seguito alla crisi, si acuirebbe la polemica sulla redistribuzione degli introiti tra le varie classi e settori sociali e, se la malattia del presidente peggiorasse nel 2013, la lotta per la sua sostituzione porrebbe all’ordine del giorno l’alleanza tra la destra chavista e il settore dell’opposizione più disposto a trattare per controllare il potere in una sorta di colpo di Stato incruento e burocratico.

Per questo è fondamentale utilizzare le elezioni per seminare idee socialiste, accrescere la politicizzazione e la coscienza fra i lavoratori e i settori popolari, costruire potere popolare battendosi per la vittoria di Chávez, senza tuttavia sottomettersi al chavismo burocratizzato


31 agosto 2012

per "La jornada"
traduzione di Titti Pierini

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/



mercoledì 16 febbraio 2011


   LA VIA VENEZUELANA AL CAPITALISMO
                NOTA CRITICA AD ALAN WOODS
                                         di Stefano Zecchinelli

Pubblichiamo questo saggio di Stefano Zecchinelli che nasce da una riflessione sulla recente  intervista del quotidiano venezuelano "El Mundo" al dirigente trotskista Alan Woods.
L'intervista integrale qui pubblicata il 24 gennaio 2011 la potete trovare sotto l'etichetta "Woods Alan".

1. Il prestigioso quotidiano Venezuelano El Mundo ha recentemente intervistato Alan Woods, teorico marxista di formazione trotskista, sollevando una serie di questioni riguardanti la Transizione dal Capitalismo al Socialismo.
Alan Woods commette,a mio avviso, tutta una serie di errori, anche grossolani, che se non analizzati e spiegati, possono aprire una pericolosa falla all’interno del Marxismo Rivoluzionario, a cui lo stesso Woods dice di appartenere.
In questo scritto farò una critica alle posizioni di Woods, e mi soffermerò su due importanti questioni di teoria marxista, presentando i dovuti riferimenti teorici:

1) La formazione del Mercato Interno e quindi prenderò in esame anche la Questione Nazione.
2) Il controllo operaio.

                                  Le pagine de El Mundo con l'intervista


2.Iniziamo a leggere l’intervista al Marxista Inglese e riportiamo:

" La rivoluzione venezuelana ha alcune somiglianze con altre rivoluzioni, ma anche delle differenze. Inizialmente, il Movimento Bolivariano non ha posto la questione del socialismo. Il loro obiettivo poteva essere definito come democratico-rivoluzionario. Anche i compiti oggettivi che aveva davanti la rivoluzione russa erano di carattere democratico. Ciò si vede nel programma dei bolscevichi: “Pace, pane e terra”. Ma la esperienza ha dimostrato che l' unico modo di soddisfare queste rivendicazioni è stato con la presa del potere della classe lavoratrice. Anche all'inizio della rivoluzione cubana, Fidel Castro aveva un programma nazionale-democratico. Ma la feroce opposizione della borghesia e dell' imperialismo portò la rivoluzione cubana ad espropriare ai latifondisti e ai capitalisti per rispettare quel programma.Allo stesso modo che a Cuba, la feroce resistenza della oligarchia venezuelana ha spinto la rivoluzione verso la linea socialista. Si è iniziato ad espropriare i latifondisti e i capitalisti. Purtroppo, la rivoluzione ancora non ha realizzato il compito più importante: l'eliminazione del potere economico della oligarchia. La storia dimostra che è impossibile fare una rivoluzione a metà. Il Cile ha dimostrato ciò con assoluta chiarezza".

Giustamente Woods rivendica la validità del Programma di Transizione di Trotsky, tanto poco letto e ancor di più, poco studiato.
Volendo subito mettere a tacere i cervelli elettronici che pensano (senza sapere che Lenin criticava ‘’la Rivoluzione Mondiale’’ di Gorter e non Trotsky!) che la Rivoluzione Permanente è lo scoppio della Rivoluzione contemporaneamente in tutti i paesi del Mondo, faccio subito qualche precisazione:
Trotsky dice molto bene come le rivendicazioni democratiche dovevano essere il ponte per le rivendicazione socialiste,e quindi in questo modo si sarebbe superata la contraddizione fra la maturità delle condizioni oggettive per la Rivoluzione e l’immaturità delle masse. La contraddizione deve essere superata attraverso delle rivendicazioni transitorie,che si sostituivano al vecchio Programma Minimo della Socialdemocrazia;questa lezione è stata assimilata da una parte del Movimento Rivoluzionario, mentre altri rispettabilissimi Marxisti,come ad esempio Bordiga,si sono mantenuti all’interno di un paradigma Teorico assolutamente Secondo-Internazionalista.
Il grande merito di Lev Davidovic è stato quello di capire come la Rivoluzione Democratica del 1905 si sarebbe sviluppata in Trascendenza,fino al rovesciamento dell’ordine zarista,dodici anni dopo.
Quindi il Teorico Inglese (mi riferisco a Woods) fa bene a citare Trotsky,o almeno il Programma di Transizione,ma non si capisce come faccia ad applicare questo alla Rivoluzione Nazionale Cubana e all’esperienza Venezuelana.
Andiamo avanti:

''In Cuba l'abolizione del capitalismo dopo la rivoluzione del 1959 ha permesso di raggiungere delle importanti conquiste nel campo della salute, della fine del analfabetismo, di ottenere un livello di educazione superiore della popolazione, un'aspettativa di vita maggiore e una forte riduzione della mortalità infantile, etc., I loro indici sono i migliori di tutta l' America Latina e in alcuni casi sono superiori a quelli dei paesi capitalisti avanzati. Nonostante ciò, Cuba è solo una piccola isola, in balia del mercato mondiale e inoltre sottomessa ad un blocco e un embargo feroci che causano enormi danni economici. Gli Usa vogliono ad ogni costo la fine della rivoluzione cubana perché temono l'esempio della superiorità di un' economia che non risponde alla legge del profitto privato di una minoranza. Ciò nonostante, l'idea che i problemi dell'economia cubana si possano risolvere con misure di mercato, è sbagliata e inoltre metterebbe in pericolo le conquiste della rivoluzione. Quello che serve è un autentico controllo operaio che ponga fine a quello burocratico, che conduce alla corruzione e allo spreco. Soprattutto, non si può costruire il socialismo in un paese solo. È necessario l' allargamento della rivoluzione socialista all' America Latina, a cominciare dal Venezuela."

Il fatto che ci siano Paesi in America Latina che si collocano al di fuori del controllo dell’Imperialismo Americano,che è ancora l’Imperialismo più forte militarmente,di certo è positivo, e un Marxista non può che difendere la Sovranità Nazionale di questi Paesi contro la minaccia Yankee.
Deve essere chiaro che abbandonare questo Mondo Uni-Polare,dove gli Usa fanno tutto ciò che gli pare,mandando avanti operazioni di sciacallaggio planetario,non può che essere positivo.
A sostegno di ciò ricordo le posizioni dolorose di Chen Duxiu verso la Cina,di Trotsky verso la Monarchia Etiope,e di Nahuel Moreno verso l’Argentina di Peron; di certo tutto ciò non ha nulla a che vedere con la Geo-Politica ridotta ad ideologia,al massimo parlerei dell’importanza della Geo-Politica come Metodo (giusto per puntualizzare la mia posizione!).
Un marxista, inoltre, deve sapere che ciò che caratterizza il Capitalismo è il Rapporto Salariale presente in tutto il Mondo,quindi in America come in Cina,e questo porta alla grande divisione di due blocchi sociali contrapposti,i Dominanti e i Dominati,o usando Termini Classici,Borghesia e Proletariato; non possiamo che lavorare per l’unità dei dominati,e non possiamo perdere di vista la riproduzione su Scala Globale del Capitale.
In questo modo ho stabilito i parametri della polemica.
Detto ciò faccio notare al lettore che le conquiste della Rivoluzione Cubana, che ben si è guardata da mettere in discussione in Rapporto Salariale,non sono assolutamente socialiste,si rilegga con attenzione "In Cuba l'abolizione del capitalismo dopo la rivoluzione del 1959 ha permesso di raggiungere delle importanti conquiste nel campo della salute, della fine del analfabetismo, di ottenere un livello di educazione superiore della popolazione, un'aspettativa di vita maggiore e una forte riduzione della mortalità infantile, etc., I loro indici sono i migliori di tutta l' America Latina e in alcuni casi sono superiori a quelli dei paesi capitalisti avanzati".

Quindi secondo Woods l’abolizione del Capitalismo invece di iniziare a liberare ore di vita porta a qualche semplice rivendicazione sociale; il nostro Teorico evidentemente è fuori dall’orbita di Marx.
Non è questa la sede per fare un esame critico della Rivoluzione Cubana,ma ritengo che il passaggio dalle Borghesie Private alla Burocrazia di Stato mantiene sempre lo stesso spartito musicale,e suona esattamente così ‘’plusvalore,plusvalore,plusvalore!’’.
Ed infatti ‘’Il Nostro’’ più sotto:

" Nel Vietnam, come in Cina, la burocrazia al governo ha intrapreso la strada capitalista, il che ha comportato conseguenze negative per la popolazione. Si sono distrutte conquiste storiche come la sanità pubblica e si è generato un aumento impressionante della disuguaglianza oltre al super-sfruttamento della classe lavoratrice. La legge che governa quelle economie è quella del profitto, non quella degli interessi e dei bisogni della popolazione. Non posso considerare quei paesi come socialisti".

Niente da aggiungere,il mio disaccordo è enorme.



3. Siamo arrivati al problema principale, che in questo articolo cercherò di mettere a fuoco con sintesi e precisione; il problema riguardante la formazione del Mercato Interno.
Nei Paesi Coloniali le differenziazioni delle Classi,quando ci fu il processo di decolonizzazione,erano poco visibili,proprio perché le strutture economiche e sociali di quei Paesi non potevano dirsi Capitalistiche.
I Movimenti di Liberazione Nazionale,una volte rotte le catene dell’Imperialismo,non potevano che affrontare il problema dell’Industrializzazione e quindi del reperimento dei Capitali.
Questa cosa ha coinvolto negli stessi termini Cuba,la Cambogia e il Ghana di Nkrumah, solo per fare qualche esempio, diciamo così ‘’illustre’’.
La dimostrazione dell’assenza di una ‘’Prospettiva Socialista’’ è stata data dalle stesse rivendicazioni di quei Movimenti una volta giunti al potere;questi fin da subito hanno ripudiato l’Internazionalismo,e hanno rivendicato l’autonomia di un Mercato Interno in funzione Anti-Imperialista.Castro stesso difese il Modello Interclassista di Allende in Cile e dei Sandinisti in Nicaragua;vediamo se riesco a spiegarmi meglio.
Nel momento in cui si rinuncia ad esportare la Rivoluzione, è necessario che i ‘’Nuovi Dominanti’’ lavorino per creare un Regime Salariale Interno cercando di ottenere i Capitali utili per la crescita economica,e quindi,come si è visto, si sono tracciati degli ‘’opportuni’’ rapporti Geo-Politici.
Fu così per i Paesi che in quegli anni aderirono al Movimento dei Non Allineati ed è così per il Venezuela di Chavez,molto vicino al fronte Euroasiatico capeggiato da Russia,Cina ed Iran.Della politica estera venezuelana Woods ovviamente non parla.
Ecco, siamo arrivati al piatto forte: le nazionalizzazioni.



4. Apro il discorso sulle nazionalizzazioni citando Bruno Maffi:

'' Di fronte alla campagna pubblicitaria che i partiti della “ricostruzione nazionale” svolgono in tutti i paesi per gabellare la politica delle nazionalizzazioni come un “passo avanti verso il socialismo”, l’avanguardia rivoluzionaria deve avere il coraggio di affermare che, al contrario, quella politica rappresenta il più raffinato metodo di sfruttamento intensivo del lavoro e di conservazione totalitaria del profitto, e che avvia al socialismo al modo che avvia ad esso tutta l’evoluzione dell’economia capitalistica, portando cioè alla più drammatica esasperazione il contrasto tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell’appropriazione dei prodotti del lavoro, e l’antitesi tra capitale costante e capitale variabile. Nella fase monopolistica, accentratrice, totalitaria del capitalismo la politica delle nazionalizzazioni e della economia controllata dallo Stato è l’estrema arma di difesa del profitto e il più spietato strumento di sfruttamento del lavoratore". (1)

Ed ancora Maffi (mi scuso la lunghissima citazione):

"Alla fine del secondo conflitto imperialistico, la politica delle nazionalizzazioni ci appare come l’incrocio di esigenze insieme politiche ed economiche della società capitalistica. Le prime si ricollegano a quello che è il dato fondamentale della situazione aperta dalla guerra: il fatto cioè che questa è stata combattuta dalla parte vincente con la partecipazione diretta dei partiti tradizionali della classe operaia assurti a forze agenti e dominanti dello spaventoso massacro. Bisognava dare al conflitto l’apparenza di un “contenuto sociale”, e non è certo a caso che gli stessi slogan fossero lanciati, con tanto maggior zelo e calore quanto più la guerra volgeva alla fine, da una parte e dall’altra della barricata, e la repubblichetta di Salò gettasse sul mercato il suo piano di “socializzazione” dell’economia italiana proprio mentre il Consiglio nazionale francese della Resistenza portava a termine il suo. La pace, portando quasi dovunque al potere i partiti cui era spettato durante la guerra l’onore di convogliare in essa il proletariato non come massa passiva e recalcitrante ma come forza attiva, affidava loro il compito di sostanziare, dello stesso “contenuto sociale”, la ricostruzione postbellica, la riattivazione del meccanismo logoro dell’economia borghese. L’ideologia della “nazione” e del “popolo” doveva realizzare nella pace gli stessi benefici effetti che aveva realizzato in guerra con un insieme di parole d’ordine immediatamente suggestive per la classe operaia. La via era stata indicata e tracciata dagli stessi più tipici rappresentanti della conservazione capitalistica, e se in Inghilterra la politica laburista delle nazionalizzazioni trovava un terreno già preparato dalla politica economica del gabinetto Churchill, in Francia, dove il carattere propagandistico e pubblicitario della campagna delle nazionalizzazioni è stato particolarmente trasparente, i propagandisti di sinistra potevano ereditare gli slogan gaullisti della lotta contro i monopoli e per “l’assunzione da parte della nazione dei fondamentali mezzi di scambio e produzione e la partecipazione della classe operaia alla direzione della economia nazionale” (Programma del Consiglio nazionale della Resistenza", inverno 1944)''.

Dunque è chiaro che il Teorico della Sinistra Comunista si rivolgeva ad un contesto ben diverso, ma nonostante ciò spiega lo scopo delle nazionalizzazioni molto bene;  lo stesso approccio può essere benissimo utilizzato per studiare altri contesti.
Quindi i Dominanti (e parlo di Classe Sociale non di Stati!) ricorrono alle nazionalizzazioni per ristrutturare il Mercato Interno e si impegnano a dare a questa ristrutturazione un contenuto sociale,  dovendo, del resto, avere l’appoggio dei Ceti Subalterni.
I Partiti Stalinisti,ubriachi del ‘’Socialismo in un paese solo’’ hanno parlato di ‘’Vie Europee al Socialismo’’,nello stesso modo in cui negli anni’60, proclamarono le ‘’Vie Africane al Socialismo,ed ora si accodano a Cuba ultima rocca forte del Marxismo e al Modello Bolivariano.
Le Nazionalizzazioni dei settori strategici dell’Industria Nazionale sono stati in Europa l’ultimo atto dell’Economia Fordista nel trentennio 1945-1975; modello che è stato smantellato nel Mondo Occidentale, determinando il transito al Capitalismo Manageriale, ma che viene adottato solo ora nei vecchi Paesi Coloniali.
Il Fordismo non esclude concessioni sociali (come hanno pensato gli Operaisti), anzi ha come presupposto (e qui l’Urss è stato un campione dei Economia Fordista!) la piena occupazione,fondamentale per incentivare i consumi e creare un Mercato Interno forte.
E’ incredibile che Woods,che viene da una Corrente che da sempre si è opposta allo Stalinismo, non riesca a riconoscere i Capitalismi in ascesa e prenda simili cantonate.



5. Woods prosegue nella sua interessante intervista:

''Qualsiasi persona che consideri l' evoluzione dell'economia venezuelana negli ultimi anni, solo può arrivare a concludere che la borghesia non sta facendo niente per sviluppare le forze produttive. Il sabotaggio padronale di dicembre 2002 – gennaio 2003 ha messo quasi in ginocchio il paese. Oggi, il settore privato non sta investendo in Venezuela. Al contrario, c'è una fuga di capitali o, se vogliamo darle il suo vero nome, uno sciopero del capitale. L' economia si mantiene solo grazie al settore statale.Durante gli ultimi dieci anni la borghesia ha chiuso più di 4.000 medie e grandi aziende. Sondaggi del settore imprenditoriale venezuelano segnalano che per il 2010, meno del 15% dei capitalisti prevedono un aumento dei lavoratori in nomina, e solo il 60% degli investimenti di capitale nel settore manifatturiero sarà per investimenti operativi.Queste cifre mostrano che i capitalisti non possono sviluppare l' economia venezuelana. Al contrario, la stanno distruggendo. Continuare con la situazione odierna significherà più chiusure di fabbriche, più disoccupazione, più inflazione e più caos".

Alla luce di questi dati farò qualche considerazione sul conflitto sociale del Venezuela, ma le stesse considerazioni potrebbero andare benissimo per molti altri Paesi dell’America Latina o del Medio Oriente.
Dunque direi che da una parte abbiamo le Classi Medie che si stanno Occidentalizzando, e che si concentrano sempre di più nei grossi centri urbani, mentre dall’altra abbiamo una forte componente operaia e contadina concentrata nella periferia, indubbia base sociale di un Governo,comunque di Sinistra, come quello di Chavez.
Solitamente l’Imperialismo fa leva sui Gruppi Emergenti Nazionali che facendo affari con il Capitale Privato Straniero, perdono la loro base sociale e diventano, quindi, impersonali; Lenin,del resto, ha descritto questa tendenza della Borghesia ad Internazionalizzarsi già nel 1913.
La situazione è cambiata con l’Occidentalizzazione,e quindi anche la Colonizzazione Culturale dei Ceti Medi; vediamo in che modo.
L’Imperialismo con la nascita di queste frange a lui favorevoli,e qui ha giocato un ruolo fondamentale anche Internet che ha generato un vero e proprio Cervello Artificiale Globale,ha trovato lui stesso (e questo è paradossale!) una sua base sociale,creando una combinazione di fattori interni ed esterni,volti a rovesciare gli ‘’Stati Canaglia’’,e a fargli mantenere la sua egemonia. E in questo contesto che deve essere inserito Gene Sharp e la sua Teoria delle Rivoluzioni Colorate,quasi da intendersi come ultima spiaggia di un Sistema di Potere che vive la sua Agonia Mortale.



6. Siamo giunti all’ultima questione che volevo trattare, dopo di che posso congedarmi; cediamo la parola a ‘’Il Nostro’’:

" La classe lavoratrice venezuelana non è “atomizzata”. È stata il motore principale della rivoluzione dagli inizi. Ricordiamo che sono stati i lavoratori quelli che salvarono la rivoluzione in dicembre del 2002, quando hanno sconfitto la serrata padronale. Le esperienze di controllo operaio che ci sono state in Venezuela non hanno paragone in tutto il mondo e dimostrano un livello di coscienza e di organizzazione molto avanzato da parte dei lavoratori venezuelani. Un'altra cosa è che i loro dirigenti sindacali siano all'altezza. Recentemente ci sono state azioni e manifestazioni della classe lavoratrice che dimostrano chiaramente che i lavoratori sono in lotta per radicalizzare la rivoluzione. La marcia dell' UNT del 9 novembre per una nuova Legge sul lavoro è solo uno di molti esempi".

Continua:

" Basta la storia dell'ultimo decennio per dimostrare l' enorme potenzialità creatrice delle masse. Si è manifestata in tutte i momenti critici della Rivoluzione. Durante la serrata padronale, i lavoratori hanno occupato le installazioni petrolifere, espulso i vecchi manager controrivoluzionari e rimesso in funzione i macchinarii sotto il controllo operaio. Non solo hanno salvato la Rivoluzione, ma hanno dimostrato anche che erano capaci di dirigere l' industria e raggiungere migliori risultati di prima. Quello che è vero per i lavoratori del petrolio lo è anche per i lavoratori di qualsiasi altra branca dell'industria. Abbiamo visto molti altri esempi che dimostrano come i lavoratori siano capaci di dirigere l'industria e aumentare la produttività, se gli si permette di farlo. Ma la burocrazia ha portato avanti una campagna sistematica per screditare l' idea del controllo e della gestione operaia, sabotando ogni mossa in questa direzione".

L’Autogestione pone il problema del passaggio dal Capitalismo al Socialismo, ma non lo risolve, questo è bene chiarirlo, dato che leggo un po’ di confusione fra tanti presunti teorici marxisti.
Con l’Autogestione gli operai hanno il controllo, ma la titolarità dei mezzi di produzione resta in mano agli imprenditori, quindi da una parte abbiamo la grande concessione sociale da parte dei Dominanti (Potere Borghese per capirci),e dall’altra si crea il dualismo di poteri Dominanti/Dominati.
Gli operai devono utilizzare questa concessione per regolare i rapporti di forza a loro favore, ma il più delle volte, e abbiamo validi esempi storici, si sono fermati alla mera conquista del potere economico, per poi vedersi togliere il doppio di quello che avevano conquistato.
Vale la pena di ricorrere alla penna di Trotsky:

'' Per essere duratura, stabile, “normale”, la partecipazione degli operai alla direzione della produzione dovrebbe essere basata sulla collaborazione e non sulla lotta di classe. Ma una simile collaborazione di classe è possibile solo tra i vertici dei sindacati e le associazioni padronali. Le esperienze del genere sono state numerose: in Germania (la democrazia economica), in Inghilterra (il mondismo), ecc.Ma in tutti questi casi non si è trattato di un controllo operaio sul capitale, ma di una subordinazione della burocrazia operaia al capitale. Una tale subordinazione, come mostra l’esperienza, può durare anche a lungo: dipende dalla pazienza del proletariato.Ma più si è vicini alla produzione, alla fabbrica, all’officina, meno è possibile un simile regime, perché si tratta in questo caso degli interessi immediati e vitali dei lavoratori e tutto il processo si svolge sotto gli stessi occhi degli operai". (2)

Quindi è chiaro che non ci si può fermare al controllo della produzione, ma si deve spingere avanti la lotta fino alla conquista del potere politico.
Sarebbe interessante discutere anche di come riorganizzare un Modello Socialista sulla base dell’Autogestione,o meglio ancora come prospettare il Comunismo dei Consigli, ma di certo non è questo l’intento del mio articolo, e mi limito a queste segnalazioni.

7. Woods conclude dicendo:

'' Il problema col riformismo è che rende impossibile il funzionamento normale del capitalismo, ma no mette niente di coerente al suo posto. La nazionalizzazione parziale non risolve niente di fondamentale. Al contrario, distorce il meccanismo del mercato e provoca il caos. Continua ad essere impossibile avere un piano razionale della produzione perché i settori chiave dell' economia permangono in mano ai privati. Solo quando questi settori decisivi dell'economia saranno nazionalizzati sarà possibile mettere in moto il colossale potenziale produttivo del Venezuela per soddisfare gli interessi del popolo".

Quindi, al contrario di quello che dice ‘’Il Nostro’’, avrete capito che il Capitalismo si supera soltanto facendo pesare sulle Classi al Potere il peso del conflitto sociale, a prescindere dalla platonica distinzione fra Dominanti buoni e Dominanti cattivi.
Marx ha sempre contrapposto allo Stato Borghese uno Stato Operaio sul modello della Comune di Parigi,quindi la sostituzione della Democrazia non Rappresentativa con una autentica Democrazia Diretta.
Dice bene Bordiga:

'' Ecco un punto fondamentale di dissenso tra i comunisti e i socialdemocratici, che pensano di andare al potere nei Parlamenti e coi Parlamenti. La diversità, l'antitesi, strettissimamente connessa col modo di considerare la macchina esecutiva dello Stato borghese. Infatti, qualunque trapasso parlamentare di potere, anche se fosse accompagnato da esteriori mutamenti di certe forme costituzionali, si risolverebbe nel cambiare i ministri, cioè in fondo coloro che meno influiscono sulla routine del funzionamento di tutto l'apparato statale. Mentre i comunisti si propongono di costituire una nuova macchina di potere le cui funzioni rispetto a quella borghese siano perfettamente capovolte, i socialdemocratici presentano al proletariato la possibilità di prendere la macchina attuale con procedimento parlamentare, ossia pacifico e legalitario, e servirsene per i fini rivoluzionari della espropriazione della borghesia". (3)

Perfetto, bravo Bordiga,è proprio così! Ma ora mi chiedo è presente tutto questo nella analisi di Woods sulla Rivoluzione Venezuelana? Ma per favore,non scherziamo, non è presente proprio nulla.

Posso davvero chiudere il discorso mettendo in guardia i lettori dalle presunte ‘’Vie Nazionali al Socialismo’’, al massimo parleremo di una ‘’Via Chavista al Capitalismo’’, ma ci auguriamo che sia ancora presto per farlo.

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NOTE


(1) Bruno Maffi ‘’Le nazionalizzazioni arma del capitalismo'' Questo articolo, pubblicato nel dicembre 1946 sul numero 4 della rivista Prometeo (Serie I), è stato trascritto per il web dalla Libreria Internazionale della Sinistra Comunista.

(2) Lev Trotsky ‘’Il controllo operaio sulla produzione’’ Estratto di una lettera scritta a un gruppo dell’Opposizione di sinistra tedesca il 20 agosto 1931

(3) Amadeo Bordiga ‘’Il problema del potere’’ Articolo per Ordine Nuovo del 14 febbraio 1922.


15 febbraio 2011
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