Diari di Cineclub

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martedì 30 ottobre 2018

LELIO BASSO, LA SOLITUDINE DI UN SOCIALISTA LUXEMBURGHIANO di Diego Giachetti





LELIO BASSO,
LA SOLITUDINE DI UN SOCIALISTA LUXEMBURGHIANO
di Diego Giachetti



Diego Giachetti recensisce il nuovo libro di Sergio Dalmasso, La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico



Il libro appena pubblicato di Sergio Dalmasso, Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico (Roma, Red Star Press, 2018), aggiunge un nuovo importante tassello utile per comprendere le vicende legate alla sinistra politica e sociale italiana. Con la solita pazienza per i fatti e la documentazione che lo contraddistinguono, l’autore propone una snella e approfondita biografia politica di un protagonista del socialismo italiano, morto quarant'anni fa. Ritrovare e ripercorrere la vita di Lelio Basso significa entrare direttamente nella storia del socialismo italiano, nel periodo che va dal fascismo alla Resistenza, al lungo dopoguerra, con i dovuti e annessi riferimenti al contesto generale della seconda metà del'900.

Basso ha vissuto pienamente tutti quei decenni, li ha attraversati da protagonista nel senso di un militante che ha partecipato con le proprie idee e analisi alla lotta politica fuori e dentro il partito. Lo ha fatto senza mai rinunciare alla propria indipendenza di giudizio e di critica. Che Lelio Basso fosse un uomo che amava nuotare controcorrente lo dimostra la sua scelta di iscriversi nel 1921 al Partito socialista, proprio nel momento in cui tale partito non godeva di ottima salute. Aveva appena subito la divisione dei comunisti che portò alla costituzione del Partito comunista, al quale la maggioranza dei giovani socialisti aderì. La sua giovanile adesione al socialismo comportò conseguenze repressive ad opera del regime fascista: fu arrestato, processato e confinato.

sabato 29 settembre 2018

L'AREA DELLA RIVOLUZIONE NELL'ITALIA DEGLI ANNI SETTANTA di Diego Giachetti








L'AREA DELLA RIVOLUZIONE NELL'ITALIA DEGLI ANNI SETTANTA
di Diego Giachetti



Introduzione

Il biennio ‘68-69 liberò una nuova e potenziale domanda di partecipazione politica connotata però da una critica radicale degli istituti della politica tradizionale, in primo luogo partiti e sindacati. Si creò una situazione caratterizzata da diversi elementi contraddittori e conflittuali. Da un lato mai come allora si manifestò una discrepanza fra l’offerta politica e la domanda di centinaia, forse migliaia di quadri prodotti dal movimento, domanda alla quale corrispondeva: «una dissennata politica di chiusura “a riccio” da parte delle organizzazioni politiche istituzionali della sinistra […] Così mille e mille “piccoli Lenin” si trovarono chiuso ogni sbocco, sia politico che professionale. La FGCI, tradizionale serbatoio e luogo di promozione dei nuovi quadri del PCI, si trovò ridotta (letteralmente) ai figli dei dirigenti del PCI proprio negli anni della massima produzione di quadri giovanili da parte del movimento» (1). Non solo la sinistra istituzionale si chiuse a riccio nei confronti del movimento e delle sue istanze politiche, ma procedette all'emarginazione di quei quadri giovani simpatizzanti del movimento, all'espulsione di una serie di quadri giovanili comunisti in odore di trotskismo alla vigilia del ’68 e, infine, alla radiazione del gruppo che faceva capo alla rivista Il Manifesto. D’altro canto però quella domanda politica, proprio alla luce della critica profonda alla quale il movimento aveva sottoposto la politica stessa, difficilmente avrebbe potuto incanalarsi negli istituti partitici e sindacali tradizionali. Quella domanda politica provò quindi a soddisfarsi da sola costituendosi in nuove formazioni e gruppi politici. Un processo simile accadde nelle grandi fabbriche del nord rispetto ai sindacati tradizionali. Anche qui la pressione e le richieste rivendicative dei giovani operai comuni e meridionali, non trovando un’adeguata ricezione e risposta nei sindacati esistenti si risolsero nella costruzione di comitati autonomi, di assemblee operai-studenti costituendo il retroterra sociale dei gruppi extraparlamentari. La tendenza alla costruzione del partito, o meglio di una miriade di piccoli partiti, era quindi l’espressione di un fenomeno «di massa, sociale e, per di più spontanea […] gli ex studenti che negli anni ’70 costruirono i loro partitini lo fecero spinti da un profondo e spontaneo bisogno sociale» (2).

domenica 9 aprile 2017

IL "PICCOLO CESARE" AL CONGRESSO DEL PD di Diego Giachetti






IL "PICCOLO CESARE" AL CONGRESSO DEL PD
di Diego Giachetti




Renzi “narra” di meno, è più riservato, tiene a freno lingua, twitter e partecipazione ai talk show, in compenso ci pensano i mass media fare del congresso del Pd un evento che surclassa tutti gli altri, rappresentandolo come l’ombelico del mondo italiano. Ingrati tempi ci costringono a seguire la prima fase del congresso, quello riservata agli iscritti, a cui seguirà la seconda quella delle primarie aperte a tutti. I risultati del primo tempo sono noti, Matteo Renzi ha ottenuto 176.743 voti, pari al 66,73% dei 264.879 voti validi (su 266.370 votanti, cioè il 59,15% degli iscritti), Andrea Orlando si è fermato al 25,26%, con 66.917 voti, Michele Emiliano è arrivato terzo con 21.219 voti, pari all’8%.

Innanzi tutto non bisogna fare come fa Renzi il quale, non a caso, sbandiera la percentuale del suo successo, dimenticando i valori assoluti. I numeri parlano di un partito che si è fatto più piccolo, di una partecipazione politica attiva alla discussione in calo, così come sono diminuiti anche i votanti. Nel 2009 il Pd dichiarava 831.042 iscritti, nel 2013 erano calati a 539.354, dopo i tre anni di segreteria Renzi oggi risultano essere 449.852, meno 90 mila circa. Il partito guidato da Renzi ha subìto una cura dimagrante, senza attendere l’uscita dei “bersaniani”. Dei rimasti solo 266.726 hanno votato nei congressi di circolo del Pd, un’affluenza pari al 59%. Un piccolo universo, neanche rappresentativo più di tanto dei “fedeli” iscritti alla ditta: un 41% non ha neanche votato. Ecco che il 67% sbandierato come vittoria travolgente di Renzi si ridimensiona per acquisire il suo reale peso: poco più di 170 mila voti. Un successo in declino anche tra i fedelissimi del Pd. Sempre inchiodandosi sulle percentuali, il Pd sottolinea che l’affluenza a questo congresso è superiore a quella del 2013, quando arrivò al 55,34%. Tuttavia, sotto il profilo dei numeri assoluti, quattro anni fa gli iscritti erano 539.354 e i votanti 298 mila circa. Quindi anche in questo caso si registra al netto un calo di partecipazione di oltre 30 mila iscritti.

mercoledì 22 luglio 2015

LA VITA E' BELLA di Leon Trotsky






LA VITA E' BELLA di Leon Trotsky
recensione di Diego Giachetti




Un “piccolo” “grande” Trotsky quello riportato alla luce nella succinta antologia pubblicata dalla casa editrice Chiarelettere (Leon Trotsky, La vita è bella, Milano 2015) in coincidenza con i settantacinque anni dell’assassinio del protagonista, ad opera di un agente inviato da Stalin (21 agosto 1940).

Gli scritti spaziano da riflessioni sulla rivoluzione con particolare attenzione all’individuo, ai cambiamenti che si devono operare nella vita quotidiana, nelle “inezie” della vita sociale: essere più educati e cortesi, aver cura di se stessi e delle proprie cose, favorire la nascita di un linguaggio colto, perché la rivoluzione è prima di tutto un risveglio della personalità umana, «si contraddistingue per il crescente rispetto della dignità personale di ogni individuo».
Una rivoluzione non è tale se non presta attenzione ai deboli, se non aiuta i bambini, le madri, la donna, se non combatte il patriarcato, tutti quegli elementi che opprimono, quanto quelli economici e sociali, il libero sviluppo della personalità in tutti i suoi aspetti. Erano tutti elementi posti in essere dalla rivoluzione bolscevica, ben presto soffocati dalla controrivoluzione burocratica, totalitaria dello stalinismo contro il quale Trotsky continuò la sua battaglia puntando sulla necessità di una nuova rivoluzione politica in Unione Sovietica, per liberarla dal giogo oppressivo della dittatura burocratica, per ridare dignità alla persona.
Lo Stato stalinista infatti offendeva l’umanità, colpendola nel suo lato più debole: i familiari, gli amici, i figli e i nipoti. Oltre ai milioni di persone che morirono o furono ridotte in schiavitù decine di milioni di individui, i parenti delle vittime di Stalin, ebbero la vita segnata in modo devastante, con profonde conseguenze sociali. Una parte degli scritti ripresi nell’antologia riguardano l’analisi della società stalinista. «Stalin non è responsabile della storia, ma lo è di ciò che ha fatto, come pure del ruolo da lui ricoperto nella storia». La «casta dominante in Urss non rappresenta il comunismo, ma il suo nemico più perfido e pericoloso».

lunedì 16 marzo 2015

SETTANT'ANNI FA FINIVA LA SECONDA GUERRA MONDIALE di Diego Giachetti





SETTANT'ANNI FA FINIVA LA SECONDA GUERRA MONDIALE
di Diego Giachetti



La guerra mondiale che si concludeva settant’anni fa era, per dirla col titolo del libro di Antonio Moscato sulla Prima guerra mondiale, intitolato La madre di tutte le guerre (Edizioni La.Co.Ri. 2014), una filiazione di quel tragico evento. La Prima guerra mondiale lungi dall’essere, come la propaganda dell’epoca la descriveva per giustificarla, la guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre, non conquistò affatto un mondo di pace. Appena due decenni dopo la sua fine, scoppiò la Seconda. Quella guerra, come si capirà dopo, aveva aperto il “secolo breve” novecentesco e gli anni trascorsi tra il 1914 e il 1945 furono teatro di una nuova “guerra dei trent’anni” in Europa, conclusasi con la fine del secondo conflitto mondiale. La Prima guerra mondiale infatti, per come si concluse, per i trattati di pace che i vincitori imposero ai vinti, per la crisi sociale e politica che lasciò sul campo sia nei paesi vinti che vincitori, sfociata in Russia nella rivoluzione bolscevica, consegnò uno scenario instabile in tutta Europa. Si generarono rivoluzioni e controrivoluzioni. La controrivoluzione prima fascista e poi nazista trionfò in Italia, in Germania e successivamente in Spagna. Il breve ventennio che separò le due guerre non fu affatto pacifico e, anche sotto l’impulso della crisi economica e finanziaria del capitalismo del 1929, fomentò le ragioni dell’esplosione di un nuovo conflitto mondiale, quello che si concluse nel 1945.

Ernest Mandel, prima in un saggio del 1976 sui trotskisti e la Resistenza nella Seconda guerra mondiale (http://www.ernestmandel.org/fr/ecrits/txt/2005/les_trotskystes_et_la_resistance.htm) e poi in un suo libro sul significato di quella guerra (The Mening of the Second World War, London, Verso, 1986) indica le variabili che la caratterizzarono, suscitate dalla guerra stessa. Fu una guerra tra potenze imperialiste; fu una guerra di difesa da parte dei paesi soggetti alla volontà espansionistica dei paesi imperialisti; nelle colonie africane e asiatiche la guerra suscitò una guerra per l’indipendenza e la liberazione nazionale; dal 1941, con l’attacco all’Unione Sovietica, si aprì un fronte di guerra tra imperialismo tedesco e italiano e uno stato operaio; nell’Europa occupata dai tedeschi e dagli italiani si manifestò la guerra di Resistenza.

mercoledì 25 febbraio 2015

UN ANNO CON RENZI di Diego Giachetti





UN ANNO CON RENZI
di Diego Giachetti

Il 24 febbraio del 2014 Renzi si presentò al Senato per pronunciare il suo discorso d’investitura a capo del governo. Aveva acquisito quel posto sfrattando l’inquilino precedente, non prima di averlo assicurato che mai lo avrebbe fatto.

Continuità

Le politiche economiche e sociali del suo governo si sono mosse in piena continuità con l’impostazione neo liberista attualmente dominante, accelerando il passo a riforme che la destra avrebbe voluto fare senza mai riuscirci pienamente. Questa è una verità nota, che non vuol dire necessariamente conosciuta, ammessa candidamente da Michele Brambilla su «La Stampa» del 20 febbraio: «Renzi ha detto e fatto cose che, fossero state dette o fatte da Berlusconi, avrebbero scatenato la piazza» antiberlusconiana.

Non a caso, dopo aver conquistato il suo partito, ha sfondato nell’area del centro destra con un attacco in più direzioni. Ha svuotato elettoralmente Scelta Civica, incassando i suoi voti alle elezioni europee e ora raccoglie le spoglie dei transfughi dirigenti di questa lista nel PD. Ha fatto un accordo con Forza Italia ma contemporaneamente governa con l’appoggio di un “pezzo” fuoriuscito dal partito di Berlusconi, il Nuovo Centro Destra. Nell’insieme la sua politica ha trovato consenso tra l’antiberlusconismo dei berlusconiani i quali (niente si dà gratis) hanno fatto sentire il loro peso nelle scelte di politica economica e di riforme istituzionali, predisponendo, forse, il terreno per una grande confluenza al centro, un pienone del Pd che diventerebbe il “Partito della nazione”.

Effettivamente oggi la ventennale parentesi della partita tra berlusconiani e antiberlusconiani sembra chiudersi ad opera di un politico “nuovo” che eredita tre competenze della vecchia politica: «Renzi è svelto e brusco come Craxi, cinico come Andreotti, comunicatore e venditore come Berlusconi», scrive Marcello Sorgi («La Stampa», 20 febbraio 2015). Di ciò che restava della tradizione di sinistra ex PCI e dalla CGIL non ha ereditato nulla, anzi vuole liberarsene del tutto.

giovedì 22 gennaio 2015

AMEDEO BORDIGA E IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE di Diego Giachetti




AMEDEO BORDIGA E IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
di Diego Giachetti




Nel 1929 Trotsky definì «vivente, muscoloso, abbondante» il pensiero di Amadeo Bordiga, il quale si era schierato al suo fianco nella lotta contro lo stalinismo, nonostante la diversità dei rispettivi punti di vista su alcuni problemi di non poco conto. Non a caso la sua espulsione dal Partito Comunista d’Italia, avvenuta nel marzo del 1930, fu motivata proprio sulla base del suo “filostrotskismo” manifestato nel confino di Ponza. L’espulsione giungeva a conclusione di una parabola politica consistente, nella quale il rivoluzionario napoletano aveva svolto un ruolo di primo piano nel partito socialista e poi in quello comunista sorto nel 1921. L’arco di tempo che comprende questa lunga e intensa militanza politica è l’oggetto del lavoro svolto e pubblicato da due autori, Corrado Basile e Alessandro Leni (Amadeo Bordiga politico, Colibrì, Torino, 2014). Nel libro si affiancano in modo circostanziato i fatti della lotta di classe con il pensiero e l’operato di Bordiga, l’attenzione si concentra in particolare sul lavoro politico compiuto da Bordiga fino al 1926, data con la quale si identifica la sconfitta della tendenza da lui rappresentata. La biografia politica del protagonista è attentamente messa in relazione al contesto storico, sociale, politico entro il quale si sviluppò evitando avvitamenti celebrativi su se stessa. Il lettore percepisce, pagina dopo pagina, il confronto vivo e vivace tra interlocutori politici e contesto storico entro il quale si sviluppò l’analisi bordighiana di fenomeni rilevanti per la storia del movimento operaio italiano e internazionale: dalla prima guerra mondiale, alla rivoluzione russa, alla fondazione del nuovo partito comunista, all’emergere della reazione fascista accanto ai primi sintomi di involuzione staliniana del potere bolscevico. Una documentazione notevole e circostanziata sorregge una ricostruzione storica ponderata e che non fa sconti a critiche e a fughe sintetiche, poste aprioristicamente ai fatti così come si sono svolti e al modo di interpretarli da parte del protagonista del libro. E’ una ricollocazione a pieno titolo dell’uomo nella storia del suo tempo che sgombra il campo da semplificazioni, verdetti liquidatori perduranti nel lungo tempo del senso comune nonché, all’opposto, di mitizzazioni eroiche del Bordiga solo contro tutti.

sabato 28 giugno 2014

1914-2014, PRIMO CONFLITTO MONDIALE, LA MADRE DI TUTTE LE GUERRE di Diego Giachetti




1914-2014, PRIMO CONFLITTO MONDIALE, LA MADRE DI TUTTE LE GUERRE

 di Diego Giachetti

recensione del libro di Antonio Moscato: "La madre di tutte le guerre"



Fra le molte ricostruzioni delle Prima Guerra Mondiale e delle sua cause, molto spazio viene dato all’attentato di Sarajevo presentato come causa della guerra. Giornalisti più o meno qualificati ricamano poi con tono divulgativo affermando perentoriamente che quella fu la causa di tutto, un attentato terroristico che scatenò l’ira violenta e aggressiva, insita negli uomini in generale, travolgendo nella guerra i civilissimi paesi europei. La guerra quindi come accidente, come deviazione irrazionale dal lieto procedere della civiltà, impulso scatenato via via da attentati terroristici, pazzi fanatici al potere, figure demoniache che invadono il tranquillo procedere della storia. Naturalmente non è questa la strada scelta dall’autore del libro il quale antepone all’interpretazione la considerazione dei fatti, cosa oggi non affatto scontata. L’attentato di Sarajevo è certo un fatto, ma se l’ultimatum austriaco alla Serbia diventò il detonatore del conflitto fu «semplicemente perché tutte le potenze interessate avevano già il colpo in canna». Le guerre balcaniche, suscitate negli anni precedenti dai vari appetiti capitalistici in quel settore, non furono affatto un episodio trascurabile ma premonitore di quanto poteva accadere.

Inoltre, altri “fatti” si erano accumulati in quegli anni: concorrenza interimperialista per i possedimenti coloniali e per le rotte commerciali, corsa sfrenata al riarmo accompagnata da una virulenta propaganda nazionalista; tutto contribuiva a creare un clima niente affatto rassicurante per gli amanti della pace che sembrava invece assicurata dal grado di “civiltà” raggiunta e presunta delle potenze europee. Così la Seconda Internazionale, da un lato chiamava allo sciopero generale in caso di conflitto in Europa, dall’altro confidava nelle capacità di mediazione diplomatica degli stati borghesi e tutt’al più prevedeva conflitti circoscritti e isolati (come ad esempio nei Balcani) o nelle colonie. Per altro, l’adozione della parola d’ordine sciopero generale in caso di guerra non andò oltre l’enunciazione di principio, nessun approfondimento strategico e tattico, nessuna preparazione organizzativa predisposta nei vari paesi in caso di conflitto. Certo, come sottolinea l’autore, correnti di pensiero interne alla Seconda Internazionale, in primo luogo Rosa Luxemburg, segnalavano il possibile sbocco verso un conflitto interimperialistico a breve termine, provocato dalla esasperata concorrenza mondiale capitalistica. Tuttavia ciò che lasciò stupefatti e increduli anche gli esponenti di minoranza dell’Internazionale fu non tanto lo scoppio della guerra, quanto la capitolazione patriottarda delle socialdemocrazie europee, in primo luogo quella tedesca, la più organizzata e forte. Lenin stesso, quando gli portarono i giornali tedeschi con la notizia che i socialdemocratici avevano votato a favore dei crediti di guerra, non volle crederci, «è una falsa notizia messa in circolazione ad opera della canaglia borghese tedesca». Dovette ricredersi subito.

In questo quadro generale l’autore analizza l’entrata e la partecipazione italiana alla guerra. Si sofferma sulle imprese coloniali in Eritrea, Somalia, e Libia, dedica attenzione al “salto” di alleanze dell’Italia: dalla Triplice Alleanza all’Intesa e al “golpe” strisciante, gestito dalla Corona, dai potentati economici, dalle gerarchie militari e da intellettuali che promossero la mobilitazione dell’opinione pubblica (il caso più esemplare è quello di Gabriele D’Annunzio), che rovesciò la maggioranza parlamentare e impose la guerra a un’opinione pubblica in buona parte neutralista. La guerra Italiana viene raccontata nei suoi vari aspetti umani e militari: offensive inutili e costosissime in termini di vite umane, disfatta di Caporetto, renitenze, diserzioni, corti marziali, decimazioni di soldati. Il 1917 è l’anno più impegnativo su tutti i fronti, anche perché quello che accade in Russia apre uno spiraglio: la fine della guerra mediante la rivoluzione.

Conclusa la guerra il discorso ritorna sul contesto europeo: i trattati di pace e i loro nefasti lasciti, la crisi economica e sociale che attraversa i vari paesi, vinti o vincitori che siano, l’introduzione, grazie all’esperienza della guerra, della violenza aggressiva e sistematica contro gli avversari politici, di cui i primi esponenti furono i fascisti italiani. Insomma, crollò subito il mito della guerra che avrebbe dovuto porre fine a tutte le guerre, col quale la propaganda aveva giustificato la guerra stessa. Non si conquistò affatto un mondo di pace, appena due decenni dopo, scoppiò la Seconda guerra mondiale. Allora iniziò il “secolo breve”, ma nessuno poteva ancora saperlo.



Copie del libro edito dalle Edizioni La.Co. Ri. possono essere richieste a:
sinistra@anticapitalista.org oppure a sinistra.anticapitalistatorino@gmail.com


dal sito Sinistra Anticapitalista



mercoledì 29 gennaio 2014

VENT’ANNI DI SILVIO BERLUSCONI di Diego Giachetti




VENT’ANNI DI SILVIO BERLUSCONI
di Diego Giachetti



Ma tu chi sei?. Sono il tuo incubo peggiore!. 
(Sylvester Stallone in Rambo 3)




Vent’anni or sono, il 26 gennaio del 1994, Silvio Berlusconi annunciò la sua discesa nell’arena politica con Forza Italia, partito costruito repentinamente davanti a un notaio a Milano il 29 giugno 1993. L’uomo che stava per scendere nella politica era presidente della Fininvest un grosso gruppo imprenditoriale, composto da circa 300 aziende organizzate in sette comparti, poteva contare su 40 mila collaboratori sparsi su tutto il territorio nazionale nelle sedi regionali di Pubblitalia, disponeva di 530 punti vendita Standa, di 300 aziende di Programma Italia, più gli uffici di Mediolanum assicurazioni e di Edilnord. Le risorse finanziare, umane, organizzative, tutte necessarie alla costruzione del movimento politico, vennero dalle aziende Fininvest, ad iniziare dalla gruppo dirigente, quello aziendale, che si trasferì in politica.

Un partito costruito dall’alto quindi, governato e organizzato dallo staff aziendale con a capo il suo presidente in una fusione diretta tra rappresentanza politica e rappresentanza di interessi economici che non aveva precedenti nella storia italiana e che poteva trovare un suo spazio e una sua collocazione approfittando di due coincidenze: il disorientamento in cui versava un’Italia conservatrice, numerosa ma disomogenea, accomunata da una forte avversione per la sinistra; la riforma elettorale (il Mattarellum) che nel 1993 aveva abolito il sistema proporzionale, in vigore dal 1946, introducendo il maggioritario-bipolare.

mercoledì 11 settembre 2013

LA TRAGICA CONCLUSIONE DELL’ ESPERIENZA DI UNIDAD POPULAR IN CILE di Diego Giachetti




LA TRAGICA CONCLUSIONE DELL’ ESPERIENZA DI UNIDAD POPULAR IN CILE
di Diego Giachetti



Porque esta vez no se trata
de cambiar un Presidente
sera el pueblo quien construya
un Chile bien diferente!…

Echaremos fuera al yanki
y su lenguaje siniestro
con la Unidad Popular
ahora somos Gobierno

Inti-Illimani
Cancion del poder popular



La mattina dell’ 11 settembre 1973 reparti della marina cilena si sollevano a Valparaiso e occupano la città. Contemporaneamente nella capitale soldati e mezzi militari circondano il palazzo presidenziale della Moneda chiedendo le immediate dimissioni del Presidente Salvador Allende. La richiesta è firmata dal generale Pinochet, comandante in capo dell’esercito, dall’ammiraglio Merino, dal generale Guzman Leigh e dal comandante del corpo dei carabineros Mendoza. Dal palazzo, Allende risponde dichiarandosi “pronto a resistere con tutti i mezzi, anche a costo della vita, in modo che ciò possa costituire una lezione nella storia ignominiosa di coloro che hanno la forza ma non la ragione”.
Verso mezzogiorno le truppe golpiste sferrano l’attacco finale al palazzo con bombardamenti aerei e cannoneggiamento. Poco dopo viene mostrato il corpo di Allende morto suicida, secondo i generali, caduto combattendo secondo altre fonti. Nel frattempo soldati e carabineros circondano e perquisiscono a Santiago tutte le sedi dei partiti democratici, dei giornali, le banche e le fabbriche. Sacche di resistenza si stanno organizzando in alcuni quartieri proletari della città. Nel primo pomeriggio la giunta militare rilascia un proclama nel quale si afferma che le forze armate e la polizia sono unite per lottare “per la liberalizzazione del paese dal giogo marxista”. Viene proclamato il coprifuoco in tutto il paese, vengono messi fuori legge il Partito Comunista, il Partito Socialista e tutte le organizzazioni rivoluzionarie. Ventisette giornali vengono soppressi, non compariranno più nelle edicole.
L’indomani, il 12 settembre, nelle vie di Santiago e in quelle di quasi tutte le maggiori città si segnalano scontri tra gruppi di resistenti e le truppe golpiste che procedono ai rastrellamenti. La giunta militare trasmette di continuo bandi e proclami invitanti a cedere le armi, a fare opera di delazione nei confronti dei dirigenti delle organizzazioni di sinistra e del sindacato. Nel bando numero 32 si dichiara esplicitamente che “sono passabili di fucilazione coloro che si renderanno comunque colpevoli di propaganda sovversiva”. Le esecuzioni sommarie da parte dell’esercito e dei carabineros si succedono per le strade.
Il 13 settembre si forma il nuovo governo composta da militari e due civili. Il parlamento viene sciolto; la DC cilena, in un suo comunicato, inneggia ai generali quali “salvatori della patria”. Dopo aver ricordato la tradizionale fiducia nelle istituzioni, dimostrata delle forze armate cilene, nel comunicato si afferma che l’esercito si è assunto il compito di governare il paese onde “evitare grandi pericoli di distruzione e di totalitarismo”; per questa ragione “meritano la cooperazione di tutti i settori”, al fine di contribuire al ristabilimento della “normalità… della pace e dell’unità tra i cileni”.
Notizie sulla sanguinosa repressione in corso e sulla resistenza alla giunta militare cominciano a trapelare su alcuni giornali argentini. Si apprende così che i minatori delle miniere di Chuquicamata e di El Teniente hanno bloccato gli impianti e resistono con le armi all’esercito. Anche nelle città di Los Andes, Conception, Arica, Las Cuevas la resistenza è sostenuta. A Santiago, dopo una lunga resistenza, costata centoventiquattro morti e oltre seicento arresti, i militari occupano l’università tecnica. Anche la fabbrica Suma dopo una battaglia di viarie ore cade in mano all’esercito lasciando sul terreno i corpi di cinquanta lavoratori e centinaia di feriti. A questo punto la repressione assume sempre più le caratteristiche di un vero e proprio massacro indiscriminato che colpisce non solo i militanti di sinistra, ma le loro famiglie, i parenti i conoscenti e tutti quelli che si trovano nelle vicinanze del luogo dove il compagno o la compagna vengono individuati. I giornali dell’epoca, nei loro resoconti, riferiscono di interi palazzi fatti saltare con la dinamite e di quartieri bombardati a tappeto.

domenica 16 dicembre 2012

I DILEMMI DI TROTSKY di Diego Giachetti




I DILEMMI DI TROTSKY
di Diego Giachetti


Il 7 novembre del 1939 Trotsky compì sessant’anni. La Seconda guerra mondiale era appena cominciata in Europa. L’anno prima in una località alla periferia di Parigi era stata fondata la Quarta Internazionale. Dal Messico Trotsky aveva seguito tutti gli sviluppi e aveva collaborato a quello fu il documento di fondazione, il Programma di transizione. Tutto sommato quell’anno trascorse tranquillamente. La presenza del nipote dava gioia e vivacità alla routine quotidiana dei due nonni.
La presenza di cari amici, delle guardie del corpo e dei segretari aiutavano a trascorre meglio le ore serali con conversazioni intelligenti e rilassanti. Certo di sottofondo albergava sempre la sofferenza vecchia e nuova per i familiari e gli amici deceduti, per l’ultimo figlio, Sergej, arrestato e deportato in Unione Sovietica e di cui non avevano più notizie. Era una sofferenza discreta, mai manifestata in modo eclatante in pubblico, vissuta nel privato da entrambi i genitori. Come il marito anche Natalja soffriva in silenzio, il suo carattere le impediva ogni “debolezza”, sfogava la tensione lavorando e dedicandosi a coltivare i suoi interessi artistici. Si occupava dell’amministrazione della casa, seguiva con attenzione i lavori di sistemazione dell’edificio, curava le piante nel giardino, controllava che la dieta ferrea a cui Trotsky doveva sottoporsi fosse rispettata, riceveva ospiti e visitatori che volevano parlare o conoscere suo marito. Nel frattempo, con ostinazione e ansia aspettava qualche conferma dalla Russia che Sergej fosse vivo.
Durante il loro ultimo esilio in Messico i due coniugi si resero conto che attorno a loro si stava creando un terribile vuoto, una grande solitudine. La loro generazione, quella che aveva intrapreso la via della rivoluzione alla fine dell’800, era stata spazzata via dalla scena. Se era in buona parte sopravvissuta ai bagni penali dello Zar, alle deportazioni in Siberia, all’esilio, alla guerra civile dopo la rivoluzione russa, non altrettanto si poteva dire della repressione messa in atto da Stalin. Scomparendo dalla scena la generazione si era lasciata, nel ricordo dei pochi sopravvissuti, una scia dolorosa di affetti rescissi da morti violente, separazioni e rinnegamenti, prese di distanza in sincerità o malafede. Anche la parte migliore della nuova generazione, quella portata alla ribalta dalla rivoluzione del 1917, che comprendeva i figli e le figlie di Trotsky, tutti deceduti, era sotto attacco, calpestata e schiacciata. Certo, durante gli anni della loro ultima emigrazione, i due coniugi avevano conosciuto nuovi amici, ma ciò non era stato sufficiente a riempire quel vuoto, quella solitudine “storica” che albergava nell’animo, più forte di ogni pur sincera e spassionata nuova amicizia.

Primo dilemma: pubblico e privato

Pubblicamente Trotsky non si abbandonava alla disperazione, pur potendo contare, se lo avesse fatto, su elementi fondati e ragionevoli. Dichiarava di voler continuare a battersi con tutte le forze che gli restavano, ma nel profondo dell’animo non poteva fare a meno di pensare che nulla era più come una volta a cominciare dal suo “corpo”. Si sentiva vecchio, l’energia vitale si stava esaurendo, la stanchezza spingeva per prevalere sulla volontà. Tuttavia, ancora e forse più di prima ragione e logica bussavano prepotentemente alle porte del pensiero ponendo nuovi interrogativi circa il divenire storico e il posto che in esso avrebbero potuto occupare i rivoluzionari ispirati dal marxismo. Trotsky non si sottrasse a queste domande. Anzi, sovente fui lui stesso a cercarle tra le righe delle discussioni e delle analisi per esplicitarle ed esplorarle fino in fondo. Lo fece a modo suo insistendo nel distinguere il suo destino personale e familiare dall’analisi e dal giudizio politico perché, intuiva, quanto esso potesse influenzare l’interpretazione delle vicende sociali e politiche se considerate dal punto di vista soggettivo, date le vicende drammatiche vissute. Quando gli fu chiesto se non ritenesse che il suo destino personale fosse patetico e tragico, rispose negativamente, perché non intendeva affatto osservare il mondo da un punto di vista personale. Era il processo storico che imponeva, a secondo delle circostanze, di nuotare con la corrente favorevole o controcorrente. Rispetto a chi sottolineava la tragedia della sua vita personale e familiare, egli rispondeva: «non è così che va posta la questione. Tale tragedia non vive in me. La vera tragedia sta in chi tradisce se stesso, perché così si tradisce la vita. Io tale tragedia non l’ho vissuta, perché sono sempre e felicemente pronto a difendere le mia convinzioni. Non ho mai tradito me stesso» . Se un’idea è giusta essa è più forte della più potente polizia, diceva, riferendosi alla montagna di accuse false costruita contro di lui dagli agenti di Stalin. Stalinismo, fascismo, nazismo, l’accumulo di tensioni che muovevano verso una nuova guerra mondiale, facevano sì che il futuro apparisse tetro, senza colori vivaci. Questa era la realtà e tanto peggio per i desideri se non coincidevano coi fatti. Di nuovo egli aveva davanti a sé la dicotomia che gli si presentò all’inizio del XX secolo, quando i fatti e gli eventi ponevano perentoria una richiesta di resa, poiché utopia, speranza, fede e amore parevano morte, la rivoluzione russa era fallita ed egli era stato deportato in Siberia. Era questo il futuro che si prospettava? No, aveva replicato allora «l’indomabile ottimista, “tu sei solo il presente”» (2) , convinto, per dirla con una delle tante sue metafore, che l’umanità procedesse come certi pellegrini medievali che nel cercare la strada facevano due passi avanti e uno indietro.

Secondo dilemma: stalinismo e comunismo

In questo quadro di filosofia della storia egli inseriva e spiegava il suo atteggiamento di fronte alla barbarie rappresentata dai processi in corso a Mosca che testimoniavano il grado di involuzione del regime sorto dalla rivoluzione russa. Alla domanda se dai processi di Mosca traeva conclusioni pessimistiche circa il divenire del socialismo, rispose di non vedere alcun fondamento per il pessimismo. Niente era perduto, disse, «l’umanità si è sviluppata dalla scimmia al Comintern. Ed avanzerà dal Comintern al socialismo autentico» (3).
Reagì con vigore a chi gli opponeva polemicamente la constatazione che i processi di Mosca fossero l’esito della rivoluzione d’ottobre e del bolscevismo. I processi di Mosca non disonoravano la rivoluzione, poiché erano il risultato di una controrivoluzione. Non disonoravano la vecchia guardia bolscevica, perché loro erano le vittime e non i carnefici. Tuttavia non poté fare a meno di chiedersi se quei processi segnavano l’involuzione definitiva della Rivoluzione russa, man mano che la tragedia della repressione poliziesca, della deportazione e dell’eliminazione fisica degli oppositori, andava definendosi in una “quantificazione” tragica. Trotsky era a conoscenza che in quegli anni erano state escluse dal partito più di mezzo milione di persone. Sapeva che molti di loro erano stati fucilati, gettati in galera, nei campi di concentramento, esiliati in zone lontane; sapeva che a queste centinaia di migliaia di persone si aggiungevano milioni di senza-partito. E non si limitava alla costatazione del fatto, avanzava commenti inquietanti circa il significato che in futuro avrebbero assunti termini quali “comunismo” e “socialismo”, se il processo degenerativo dello stalinismo non si fosse arrestato. Il danno che lo stalinismo stava provocando al movimento operaio e all’ideale socialista era peggiore dei colpi, pur tremendi, inflitti dal fascismo e dal nazismo – osservò - perché Stalin lo attaccava dall’interno: «non un solo principio resta integro; non c’è ideale che non venga macchiato. Le stesse parole socialismo, comunismo sono compromesse dal momento che sgherri, senza alcun controllo, con l’etichetta di “comunisti”, chiamano socialismo il regime da essi imposto» (4) . La ragione imponeva di non abbandonarsi alla disperazione, di continuare a battersi con tutte le forze che gli restavano per non abbandonare «la bandiera del socialismo nelle mani dei falsari», di consegnarla “pulita” di falsificazioni e di orrori alle future generazioni, consapevole, come disse, che la lotta da sostenere riguardava l’avvenire dell’umanità, e sarebbe stata dura, lunga: «forse la verità trionferà sulle nostre ossa. Noi le apriremo la strada» (5).


Terzo dilemma: crisi di civiltà e rivoluzione

Ma il bilancio e il ragionamento non potevano contemplare solo l’esito involutivo della Rivoluzione russa, altri fenomeni pesavano sulle vicende storiche del primo dopoguerra: il fascismo si era affermato in Italia, in Germania, in Spagna. La rivoluzione fuori dall’Unione sovietica non solo non aveva trionfato (lasciandola sola, isolata in un paese arretrato), ma il movimento operaio di quei paesi, con le sue organizzazioni sindacali e partitiche, non era stato capace di impedire l’avvento di dittature reazionarie. Indebolito da queste sconfitte esso non aveva saputo e potuto impedire lo scoppio di una nuova guerra mondiale tra i due blocchi imperialisti, così come era stato incapace di impedire la Prima.
La guerra in corso rappresentava lo sviluppo tragico delle contraddizioni insite nel modo di produzione capitalistico, un segno di decadenza e di incapacità di garantire la sua sopravvivenza, se non ricorrendo alla distruzione di forze produttive, socio-economiche e umane di vasta portata. La guerra come crisi di civiltà, quindi, che apriva il campo alla possibilità storica della rivoluzione socialista, quale forma economico-sociale superiore al capitalismo. La guerra dimostrava che la società non poteva più vivere su basi capitalistiche, quindi sottoponeva «il proletariato ad una prova nuova e forse decisiva. Se questa guerra provoca, come crediamo fermamente, una rivoluzione proletaria, essa deve inevitabilmente condurre al rovesciamento della burocrazia nell’Urss e alla rigenerazione della democrazia sovietica su una base economica e culturale assai più elevata di quella del 1918. […] Se tuttavia si ritiene che l’attuale guerra non provocherà una rivoluzione ma un declino del proletariato, allora non rimane che un’alternativa: l’ulteriore decadimento del capitalismo monopolistico, l’accentuazione della sua fusione con lo Stato e la sostituzione della democrazia dovunque sia rimasta in vigore, con un regime totalitario. L’incapacità del proletariato di prendere in mano la direzione della società potrebbe effettivamente condurre, in questa situazione, al sorgere di una nuova classe sfruttatrice dal seno della burocrazia bonapartista fascista. Ciò costituirebbe, secondo quanto possiamo comprendere basandoci su elementi indicativi, un regime di declino contenente i germi dell’eclissi della civiltà»  (6).

Interrogativi circa il futuro prossimo, alla luce degli scenari nuovi che la guerra mondiale permetteva di ipotizzare, furono tipiche degli ultimi mesi di vita di Trotsky. In quei mesi discutendo con i compagni americani, ipotizzò che l’assenza di una rivoluzione socialista nel corso o subito dopo la Seconda guerra mondiale avrebbe costituito la prova dell’incapacità del proletariato a fare la rivoluzione e a rovesciare la società capitalistica, il venir meno, quindi, della sua funzione storica. Ciò avrebbe obbligato a rivedere parte dei pronostici marxisti, e il programma del partito avrebbe dovuto tener conto di un nuovo assetto sociale mondiale caratterizzato dalla decadenza della civiltà, senza più possibilità di una rivoluzione socialista.

Quarto dilemma: il soggetto

La questione riguardava l’attendibilità del soggetto rivoluzionario, cioè il proletariato. Per alcuni l’esperienza storica era lì a dimostrare che non si poteva riporre speranza nella capacità del proletariato di assumere la guida di un processo di trasformazione sociale in senso socialista. Trotsky prese in seria considerazione questa ipotesi e, al fine di confutarla, la sviluppò fino alle estreme e logiche conseguenze. Il 25 settembre 1939, poche settimane dopo l’invasione tedesca della Polonia, affermò che se si riteneva il soggetto proletario incapace «di portare la società capitalistica fuori dal vicolo cieco in cui si trovava», allora la burocratizzazione dello Stato sovietico «sarebbe stata a sua volta la conseguenza dell’incapacità del proletariato stesso di far funzionare la società tramite il meccanismo democratico»; «se si adottasse questa concezione, vale a dire se si riconosce che il proletariato non avrebbe la forza di portare a termine la rivoluzione socialista, allora bisognerebbe concludere che la burocrazia, intesa come ceto politico e sociale, nelle sue varianti di bonapartismo fascista e stalinista, prefigura una nuova classe sociale capace di «rimpiazzare la borghesia decadente come classe dominante su scala mondiale» (7). In tal caso, concludeva, «dovremo quindi riconoscere a malincuore che, se il proletariato mondiale dovesse realmente dimostrarsi incapace di compiere la missione storica che gli è stata affidata dal corso degli eventi, non rimarrebbe altro che riconoscere che il programma socialista basato sulle contraddizioni interne alla società capitalista si sarà risolto in un’utopia. E’ chiaro che si richiederebbe un nuovo programma minimo, per la difesa degli interessi degli schiavi della società totalitaria burocratica»  (8).
Non erano affermazioni da poco. Se il proletariato fosse stato rigettato indietro dovunque e su tutti i fronti, allora si sarebbe dovuto «porre la questione della revisione della nostra attuale concezione e delle forze motrici della nostra epoca, […] rivedere la prospettiva storica mondiale per i prossimi decenni, e forse per i prossimi secoli» (9).
Erano interrogativi amari, ma non per questo negati, che mordevano nel suo pensiero e lo portavano a dire nel dialogo familiare con Natalja, che se tutto questo era vero, allora «bisognava ripensare tutto, assolutamente tutto» (10) . Erano parole pronunciate per amore di polemica ma, come ha osservato Isaac Deutscher, «fino allora non aveva mai contemplato così da vicino la possibilità di un totale fallimento del socialismo»  (11).
Tuttavia oltre a questi interrogativi Trotsky non andò, rimasero domande isolate. Se fossero state qualcosa di più di semplici ipotesi avanzate per portare fino alle estreme conseguenze il filo logico di un ragionamento, se davvero fosse stato in procinto di compiere una svolta politica e analitica di quello spessore, allora tra le sue carte inedite si sarebbero dovuto trovare tracce consistenti. Appunti, note, schizzi o progetti di scrittura è quanto di solito si lascia dietro chi si appresta a rivedere una parte importante della sua concezione del mondo. Van Heijenoort, che fu per diversi anni segretario di Trotsky, era convinto che egli fosse sul punto di “fare la barba a Marx” e aveva pronto un progetto di libro su questo tema. Dovette ricredersi e rinunciare al suo progetto perché, quando quarant’anni dopo la morte, nel 1980 poté accedere al suo archivio non trovò alcun riscontro tra le carte del rivoluzionario e dovette limitarsi a segnalare, come ricordò, che «i suoi pensieri si spingevano più lontano di quanto fosse pronto a quel tempo a mettere sulla carta» (12).

Quinto dilemma: il difetto sta nel manico o in chi lo impugna?

Le sconfitte subite dal movimento operaio erano dovute all’inadeguatezza intrinseca dei lavoratori a governare e trasformare la società, oppure andavano addebitate ad errori di “comando”, di direzione politica che, come tali, potevano essere corretti? Se il difetto stava nella direzione politica e sindacale, allora il compito era quello di costruire nuovi partiti e una nuova Internazionale. Ma se, al contrario, l’insuccesso era il risultato di una debolezza intrinseca alla classe lavoratrice, allora bisognava prendere in considerazione che la concezione marxista del processo storico e del soggetto storico promotore della rivoluzione, andava rivista. Il marxismo si fonda sulla prospettiva che il socialismo sia attuato dal proletariato organizzato. Se questo non è vero allora il marxismo non è una concezione scientifica della storia, ma una forma di falsa coscienza, un’ideologia che induce «le classi oppresse e i loro partiti a credere di lottare per i propri scopi, mentre in realtà non fanno che promuovere gli interessi di una nuova, o magari di una vecchia, classe dominante» (13). Era l’incapacità del proletariato a essere forza egemone e dirigente del governo socialista e della lotta per la trasformazione sociale che produceva la burocrazia politica e sindacale? Quest’ultima era il riflesso del fatto che un proletariato incapace di diventare classe dirigente e dominante affidava a un ceto di “professionisti” il compito di guidarlo e di dirigere la società?
Esistevano, si chiedeva Trotsky, prove storiche sufficienti ad avvalorare la tesi che la classe lavoratrice fosse incapace di abbattere il capitalismo e di trasformare la società? Lo sguardo a ciò che di recente era accaduto negli anni venti e trenta del novecento - trionfo del fascismo, del nazismo, del franchismo, lo stalinismo in Unione Sovietica, la persistenza di una vacillante democrazia borghese - poteva indurre la generazione che aveva vissuto solo quelle esperienze a dubitare delle capacità politiche del proletariato. Era però uno sguardo superficiale e miope in quanto in primo luogo non vedeva la rivoluzione russa del 1917, la vittoria dei soviet, la nascita del governo sovietico. Si consideravano solo le sconfitte, dimenticando che esse vennero alla fine di un processo nel quale il proletariato, in Russia, come in Spagna, in Italia, in Germania, in Francia e in altri paesi ancora, aveva dimostrato, nel primo dopoguerra, una grande disponibilità alla lotta e alla rivolta. Infine, la sconfitta non doveva essere imputata alla classe lavoratrice ma ai suoi dirigenti, che si erano dimostrati incapaci di tradurre la sua forza sociale in processo rivoluzionario. Più in generale, Trotsky ribaltava completamente il ragionamento. Non bisognava partire dall’idea che le cause delle sconfitte subite risiedessero nelle «qualità sociali del proletariato stesso»; se così fosse, allora la situazione della società moderna «dovrebbe essere definita senza speranze» (14), perché nelle condizioni in cui la società capitalistica versava - di crisi e di decadenza - il proletariato non poteva crescere né numericamente né culturalmente. La questione andava posta in altro modo, mettendo in rilievo l’antagonismo esistente fra il bisogno oggettivo delle masse lavoratrici «di liberarsi del caos spaventoso del capitalismo, e il carattere conservatore, patriottico e profondamente borghese della direzione operaia tradizionale» (15).
A ciò aggiungeva una serie di osservazioni metodologiche circa il rapporto tra direzioni politiche, classi sociali e composizione di queste ultime. La direzione politica «non riflette la classe direttamente e in modo lineare», nel caso delle classi subalterne e in particolare nei periodi di riflusso delle lotte e di reazione vera e propria, le direzioni politiche soccombono «inevitabilmente alla pressione della classe dominante» (16). Fuori da ogni facile schematismo dunque, anche per quanto riguardava il concetto di classe. La semplice definizione di questo concetto non è sufficiente all’analisi «perché la classe consiste di vari strati, passa attraverso differenti stadi di sviluppo, viene a trovarsi in diverse condizioni, è soggetta all’influenza di altre classi» (17). Un’analisi esauriente non poteva escludere questi fattori. Da un lato quindi Trotsky, trascinato dalla logica del ragionamento, si imponeva di considerare ogni ipotesi, traendone le implicazioni e le conclusioni più estreme e più azzardate; dall’altro rimaneva ancorato agli elementi sociali e storici che caratterizzavano la situazione del momento e su di essi scommetteva.
La nuova guerra mondiale rompeva un quadro che si era andato consolidando nei due decenni precedenti. Disarticolava la staticità totalitaria cui sembravano destinati i regimi fascisti e lo stalinismo in quanto quei regimi di origine bonapartista erano solo fenomeni transitori, nati da una crisi sociale e politica acuta. Come tali quindi non potevano «essere una condizione permanente della società. Uno stato totalitario è capace di sopprimere le contraddizioni sociali durante un certo periodo, ma è incapace di perpetuarsi» (18)  nel lungo periodo. La guerra poi, riteneva, come in parte avvenne, avrebbe rimesso in movimento le classi lavoratrici, ridando fiato alla prospettiva di rispondere alle barbarie del conflitto con la prospettiva del socialismo. Insomma, tutti gli eventi che si stavano delineando nel mondo all’inizio del 1940 consentivano a Trotsky di prevedere che la possibilità oggettiva di una rivoluzione socialista era ancora matura.


Sesto dilemma: pessimismo o ottimismo storico?

I suoi pensieri non potevano non ritornare ad interrogarsi anche sullo sviluppo storico. L’ottimismo che lo aveva guidato fin dagli anni giovanili, aveva ancora ragione d’esistere? Nel rispondere a questa domanda bisognava in primo luogo impedire che i dati del presente influenzassero troppo e soggettivamente il giudizio. Sapeva che la psiche umana tende ad adattarsi al tempo in cui vive: «Essa è pigra e ama l’ipnosi della ruotine», tende alla conservazione dello status quo, senza fatti che elettrizzano la scena storica, il pensiero tende all’inerzia: «i grandi avvenimenti si creano all’intersezione di grandi cause. E queste ultime, indipendentemente dalla nostra volontà, si formano nel corso della nostra esistenza sociale. E qui sta la loro forza insormontabile. Noi non facciamo gli avvenimenti. E’ già tanto se li prevediamo» (19). Quando il periodo storico è ascendente tutto è più facile, anche per il pensiero politico, come osservò a suo tempo il rivoluzionario italiano Amadeo Bordiga: «Tutti sanno dirigersi quando si afferma la vittoria, ma pochi sanno farlo quando giunge, si complica e persiste la disfatta» (20).
Quando si vive in un’epoca reazionaria il pensiero tende alla mediocrità, è meno ardito, meno penetrante, più incerto e insicuro: «la capacità di generalizzazione dell’analisi politica tende a scomparire: ogni problema se ne sta da solo, come un ceppo in un bosco tagliato» (21) . Nei periodi reazionari, quando la controrivoluzione avanza sicura, passando di vittoria in vittoria, le classi subalterne tendono a perdere la loro consistenza e sostanza acquisite in precedenza. La sconfitta opera sul piano della composizione della classe, disaggrega, divide, separa, la indebolisce ideologicamente assieme alla sua avanguardia che appare isolata, poiché il livello di consapevolezza culturale e politica arretra per ritornare a tappe che si pensavano superate da tempo. Allora chi intende mantenersi all’interno di un quadro marxista di riferimento, sente il bisogno di riscoprire il marxismo “autentico”, di ritornare a Marx, poiché considera il marxismo fallito nelle varie forme storiche in cui politicamente e organizzativamente esso si è manifestato. Quindi a ritroso si comincia a spulciare il bolscevismo, per poi accorgersi che il marxismo era già fallito nella forma socialdemocratica. Così si approda all’opera di Marx e di Engels.
Riscoprire i classici, ritornare all’origine del proprio pensiero di riferimento è sempre positivo, ma sovente è un’operazione ibrida che si compie «senza uscire dal proprio ufficio e senza neanche togliersi le pantofole» (22). Come passare da questo lavoro di riconsiderazione ai compiti politici che premono? I decenni di lotte teoriche e politiche, seguite alla morte di Marx (1883) ed Engels (1895) impongono anch’essi di essere riconsiderati. Se non lo si fa è difficile indicare una nuova via: «tutto si riconduce al semplice consiglio di ristudiare Il capitale. Nulla da obiettare. Ma anche i bolscevichi hanno studiato Il capitale e non a occhi chiusi. E questo tuttavia non ha impedito la degenerazione dello Stato sovietico né la messa in scena dei processi di Mosca. Allora che fare?» (23). Da questo percorso può emergere e riconsolidarsi una forte avversione alla società capitalistica, ma ciò da solo non è sufficiente, manifesta solo un atteggiamento negativo verso quel tipo di sistema socio-economico, occorre andare oltre, «accettare tutte le conclusioni pratiche della concezione rivoluzionaria in campo sociale» (24).
Dentro questi assiomi si muovevano le sue riflessioni nel corso degli ultimi anni della sua vita. Vivendo in un periodo controrivoluzionario il suo ottimismo di fondo non venne meno, si stemperò un po’ assumendo la forma di pessimismo immediato e a breve termine, che non inficiava però il suo ottimismo nel lungo periodo. Ora il processo storico gli sembrava rappresentabile simbolicamente non con una linea retta ma con una spirale. I fatti storici si accumulavano in cerchi a spirale che salivano lentamente e faticosamente la scala storica. Se la storia si avvita come una spirale allora alcune fasi di arretramento, di ritorno, sono inevitabili. Si avanza certo, ma con più fatica, perché la storia è sempre stata mossa da tensioni drammatiche, non da un quieto e sereno progresso, senza colpi di scena e avventure nefaste.


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NOTE

1) Citazione tratta da Juan Luis Velázquez, L’homme Trotsky, «Cahiers Leon Trotsky», n. 12, dicembre 1982, p. 92
2) Lev Trotsky, Sull’ottimismo e il pessimismo, sul XX secolo e su molte altre cose, in Lev Trotsky, Gli anni formativi, opere scelte, vol. 1, Roma, Prospettiva edizioni, 1994, p. 30
3) Citazione tratta da Raya Dunayevskaya, Trotsky, l’uomo, a cura di Paolo Casciola e Renato Campana, «Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso», n. 3 luglio 1988, p. 14
4) Lev Trotsky, I crimini di Stalin, Milano, Garzanti, 1962, p. 327
5) Lev Trotsky,  Discorso per la riunione di New York, in La lotta allo stalinismo 1935/40, opere scelte, volume 6, Roma, Prospettiva Edizioni, 2000, p. 89
6) Lev Trotsky, L’Urss in guerra, in Lev Trotsky, In difesa del marxismo, Roma, Samonà e Savelli, 1969, p. 47
7) Ivi, p. 46
8) Ivi, p. 48
9) Ivi, p. 55
10) La frase di Natalja è ripresa dalla testimonianza di Guy Prévan, Benjamin Péret, rivoluzionario permanente, «Quaderni Pietro Tresso, n. 68, marzo 2009, p. 36
11) Isaac Deutscher, Il profeta esiliato, Milano, Longanesi, 1963, p. 589
12) V. Heijenoort, In esilio con Trotsky: da Prinkipo a Coyoacan, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 140
13) Isaac Deutscher, Il profeta esiliato, cit., p. 587
14) Lev Trotsky, L’Urss in guerra, cit., p. 53
15) Ibidem
16) Ivi, p. 51
17) Lev Trotsky, Da un graffio al pericolo di cancrena, in Lev Trotsky, In difesa del marxismo, cit., p. 223
18) Lev Trotsky, L’Urss in guerra, cit., p. 53
19) Lev Trotsky, Letteratura e rivoluzione, Torino, Einaudi, 1973, p. 238
20) Amadeo Bordiga, intervento alla riunione di Napoli, 1° settembre 1951, citato da Gilles Dauvé, Le roman de nos origines, a cura di Fabrizio Bernardi, Dino Erba, Antonio Pagliarone, Milano, Pagine marxiste, 2010, p. 48
21) Lev Trotsky, Letteratura e rivoluzione, cit., p. 289
22) Lev Trotsky, Bolscevismo e stalinismo, in La lotta allo stalinismo 1935/40, opere scelte, volume 6, Roma, Prospettiva Edizioni, 2000, p. 132
23) Ibidem
24) Lev Trotsky, Quattro lettere alla maggioranza del Comitato nazionale del Socialist Party, in Lev Trotsky, In difesa del marxismo, cit., p. 137



Pubblicato sulla rivista “Il Ponte”. N. 10, ottobre 2012

dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/



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