Diari di Cineclub

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domenica 26 marzo 2017

BREVI CONSIDERAZIONI SULLA GIORNATA EUROSTOP DI IERI, SABATO 25 MARZO 2017 di Lorenzo Mortara






BREVI CONSIDERAZIONI SULLA GIORNATA EUROSTOP DI IERI, SABATO 25 MARZO 2017  
di Lorenzo Mortara



1 – In fondo chi dice che senza uscire dall’Unione Europea, non sia possibile cambiare in alcun modo le politiche così mal dette di austerità, cioè le consuete politiche di sfruttamento del Capitale, sta dicendo in termini marxisti che la sovrastruttura politica dell’Europa è molto più importante della sua struttura economica capitalistica. Il marxismo non è dogmatico come pensano i liberali, può anche ammettere un cambiamento delle sue leggi, ma essendo una scienza chiede almeno che si spieghi con precisione dove e quando sia avvenuto un simile ribaltamento di paradigma, cosa che i sovranisti nazionali di sinistra si guardano bene dallo spiegare. L’idea quindi che non sia possibile alcuna politica difensiva del proletariato all’interno dell’Unione Europea, è un semplice assioma, e come tale basta e avanza per catalogarlo tra gli errori d’impostazione che infiniti lutti hanno portato agli operai e che ancora ne porteranno se non verranno corretti. La struttura dell’Europa da 60 anni a questa parte, non è cambiata ed è il capitalismo. Se era possibile allora ottenere risultati parziali, è possibile anche adesso. Decide la lotta di classe, non quella istituzionale. In fondo i sovranisti non fanno che ribadire che bisogna partire dall’alto delle istituzioni borghesi anziché dal basso dello scontro proletario nelle fabbriche.

venerdì 27 aprile 2012

LE ANIME MORTE DELLA CGIL di Lorenzo Mortara




LE ANIME MORTE DELLA CGIL
di Lorenzo Mortara



Tutti i direttivi sindacali si somigliano, anche se sono semplici attivi per soli delegati. L’ultimo, intercategoriale, avvenuto qui alla Stazione dei Celti, a ridosso del 25 Aprile, è quindi uno spaccato abbastanza fedele di quello che sta succedendo dentro la Cgil. Ancora un anno fa si faceva fatica a parlare, la burocrazia serrava i ranghi contro le mine vaganti costrette a fare da spettatori a insipide comparse. L’inciucio con Cisl e Uil veniva salutato con suono di fanfare come neanche la Marsigliese nel giorno in memoria della Rivoluzione francese. Oggi la crisi morde talmente tanto le chiappe dei dirigenti, che l’alleanza col PD vacilla, le maglie si allargano e la baldanza dei dirigenti perde, insieme con metà della sua sicurezza, anche il pelo sullo stomaco. Per paura di essere travolta, la burocrazia terrorizzata, è costretta a confrontarsi e a lasciar parlare chi vuole. Ne esce un direttivo se non del tutto vivo, almeno vero.
Fin dall’iscrizione per gli interventi dei delegati, il peso della Fiom sovrasta quello delle altre categorie. Metà degli interventi previsti, provengono dai metalmeccanici. La terna arbitrale invita altri ad intervenire per diluire il peso della Fiom almeno di un terzo. L’operazione riesce, la quantità di mediocrità è salva, ma la burocrazia deve ancora far i conti con la qualità. La maturità dei metalmeccanici è di gran lunga superiore a quella delle altre categorie, in più d’un caso costrette, per non sfigurare troppo, a farsi rappresentare direttamente dal segretario. Se poi tra gli interventi venuti apparentemente da destra rispetto alla Fiom, qualche delegato o delegata ha la disgrazia di avere il cuore che batte lo stesso irrimediabilmente a sinistra, la burocrazia rischia l’infarto e deve intervenire.

Il problema – ci fa sapere chi è chiamato a fare da arbitro, possibilmente fischiando più falli possibili alla Fiom – è che nella Cgil ci sono due anime, quella massimalista e quella moderata e realista dei Di Vittorio, dei Lama e dei Trentin, si tratta di trovare un punto di convergenza...

In questa interruzione provvidenziale del direttivo, per quanto poco ortodossa, c’è in fondo tutto il nocciolo della problematica attuale della Cgil.
È indubbio che non sia affatto corretto essere chiamati a dirigere un direttivo, per interromperlo nel bel mezzo della discussione ed ergersi a Padre Eterno che divide i delegati in buoni e cattivi. Tuttavia, essendo uno che bada alla sostanza senza impressionarsi troppo della forma, debbo dire che l’arbitro ha detto la verità. E sarebbe stato veramente interessante potere fare l’intervento subito dopo, ma l’avevo già fatto per cui non posso far altro che replicare qui, sperando di non essere mandato direttamente all’inferno dai probiviri per aver profanato il tempio della loro concertazione.

È vero, inutile negarlo, nella Cgil ci sono proprio queste due anime, ma è nel linguaggio di quella moderata che viene definita massimalista l’altra. Moderazione e massimalismo, cioè, non sono termini neutri, al contrario sono velenosi e subdoli. Ed è per questo che vanno combattuti fino al loro completo ritiro, perché rimandano subito a positivo e negativo, relegando a priori nell’ombra chi ha la debolezza numerica di essere etichettato male dal dizionario grossolano degli altri. Perché quando l’arbitro moderato separa i virtuosi della moderazione dagli empi massimalisti per poi chiedergli di trovare un punto di convergenza, non fa altro, cosciente o meno, che pretendere che la convergenza venga trovata dal lato della moderazione, subordinando a lei il massimalismo che viene messo, così, a cuccia. In effetti, il problema non è la convergenza che si può sempre trovare, ma quale delle due anime debba trainare l’altra. E l’anima che deve guidare l’altra è quella massimalista ora in minoranza. Perciò, il suo compito non è trovare una convergenza, ma trasformarsi in maggioranza. Quando lo sarà, al linguaggio empirico e un po’ volgare che separa le due ali della Cgil, nell’ala moderata e in quella massimalista, sostituirà quello più scientifico e rigoroso che le separerà per quello che effettivamente sono: non ala positiva o negativa, perché chi rappresenti davvero l’una e chi l’altra è ancora tutto da dimostrare, ma ala classista e ala interclassista. Perché questi sono i contenuti concreti del massimalismo e della moderazione. Con la differenza non da poco, che l’ala classista sa riconoscerlo, perché ha coscienza di sé stessa, l’ala interclassista no perché, un tanto al chilo com’è, è così poco cosciente da nascondersi dietro la mantellina del giudice “super-partes” senza mai dirci, in realtà, da quale parte stia. Quando saremo noi a dirigere, da che parte staremo lo sapranno tutti, anche i moderati. Poiché chi non lo dirà apertamente sarà espulso, perché non bisogna ricordarsi soltanto il 25 di Aprile di essere partigiani, ovvero gramsciani, per poi essere indifferenti alla scelta di campo per tutto il resto dell’anno e quindi della vita.

Gli indifferenti della Cgil sono attualmente più forti perché avendo poca coscienza di classe, mediocri come sono, hanno già raggiunto il massimo del loro potenziale pressoché nullo. L’ala classista deve ancora farsi le ossa, temprarsi nel fuoco della lotta, fare esperienza per affinare il suo istinto e capire bene cosa ci cela dietro lo scontro con l’ala interclassista. A un livello più profondo, infatti, dietro l’anima classista e interclassista, si trova lo scontro tra l’anima proletaria e l’anima padronale della Cgil, tra l’ala marxista e l’ala liberale. In parole povere, tra l’anima rivoluzionaria e quella che non è più nemmeno riformista, ma direttamente controrivoluzionaria.

Non è quindi un caso che l’ala interclassista abbia tentato di darsi un tono appoggiandosi alla mitologia della Cgil. L’anima classista della Cgil è ancora molto fragile perché ha un compito molto più difficile, e la sua crescita è lenta e tortuosa perché ad ogni passo è imbrigliata dai fantasmi evocati dalla burocrazia per offuscarle la memoria. Richiamandosi a Di Vittorio, Lama e Trentin, l’ala interclassista cerca di schiacciare quella classista sotto il peso della tradizione della Cgil, di cui anche l’ala classista, così giovane ed inesperta, sente il fascino. Purtroppo! Perché i tre angeli della desolazione evocati dal Signor arbitro, rappresentano la miglior tradizione della Cgil che capitola prima ancora di combattere. Ecco perché l’ala interclassista ci si rispecchia in pieno. Perché non saprebbe trovare Maestri migliori per insegnare nuove sconfitte alle nuove generazioni di lavoratori. Perché il Piano del lavoro di Di Vittorio, presentato, senza un’ora di sciopero a Sua Maestà la Democrazia Cristiana, e di conseguenza subito cestinato senza neanche essere degnato d’uno sguardo; la Svolta dell’Eur di Lama con cui si sacrificavano i salari per il bene dei profitti; e infine la firma insanguinata di Trentin sullo smantellamento di quel che restava della scala mobile, sono l’anello di congiunzione che lega assieme tutta la catena di sconfitte a cui ci hanno portato questi condottieri falliti senza gloria e onore. E i loro allievi migliori, i peggiori sindacalisti di oggi, ancora non lo vogliono capire che non si può più proseguire su questa linea perché ha fatto bancarotta. Il guaio della Camusso, ultima erede degl’interclassisti è che i suoi predecessori, avevano ancora molto da rinculare. Ma rincula oggi rincula domani, da dar via non ti resta più nemmeno il culo e tanto meno la faccia che hai già perso chissà dove, tanto tempo fa.

L’anima moderata, invece, imperterrita, vuole proseguire sulla sua solita strada, perché si crede saggia e realista. Ed è talmente realista che non vede la realtà a un palmo di naso. È convinta che non ci siano solo gli scioperi per poter portare a casa qualcosa. Insiste che a far gli scioperi in questo momento si fa solo un favore ai padroni, anche se non abbiamo visto un solo padrone in piazza con noi della Fiom ad incitarci affinché si vada avanti. Spiega ancora che alle manifestazioni di sabato, senza scioperi, viene più gente, perché crede si possano risolvere i problemi riempiendo le piazze per niente, piuttosto che rischiare di averle mezze vuote per qualcosa. Infine, piagnucola che con le fabbriche piene di precari non abbiamo la forza per mobilitarci, di conseguenza solo perché abbiamo poca spinta, ci invita a non usar neanche quella, togliendo così ai precari quelle poche possibilità che ancora avevano per non restarlo a vita. E mentre ripete come una cantilena tutte queste fesserie in nome del realismo, non si rassegna a trarre la sola lezione che anche il più somaro degli iscritti della Cgil dovrebbe apprendere dalle recenti vicende: quel poco che la Cgil ha ottenuto, quella striminzita variazione sullo smantellamento dell’Art.18, quell’impercettibile arretramento del Governo Monti è stato ottenuto come al solito: con gli scioperi, in base alla legge ferrea della lotta di classe che non dà scampo oggi come allora come sempre. È alzandosi dal tavolo per preparare un pacchetto di 16 ore di sciopero che la Cgil ha ottenuto quel che ha ottenuto dal Governo Monti. L’anima moderata non lo vede e non lo capisce perché nulla sa apprendere dalla realtà. Vive da sempre nel suo idealismo metafisico dove la realtà non arriva nemmeno di sfuggita.

Proprio per questo, per come quella moderata è estraniata dal mondo, le famose due anime della Cgil sono solo apparenti e in ultima analisi si riducono a una. Perché, in effetti, una e una sola anima ha la Cgil: l’anima combattiva e irriducibile, l’anima rivoluzionaria. L’altra anima, infatti, l’anima interclassista, rappresenta soltanto la Cgil senz’anima, le anime morte del nostro sindacato. E non basterà il grande Gogol’ per resuscitarle. Ci vorrà uno più grande ancora che anziché rianimarle, le sotterri definitivamente. Perché prima che ci mozzino il fiato, ci vorrà proprio il respiro rigenerante e profondo di Karl Marx.


Stazione dei Celti,
Martedì 24 Aprile 2012
Viva la Liberazione!
Viva la Resistenza!
Evviva la Rivoluzione!

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/



lunedì 26 dicembre 2011

SCIOPERI INUTILI? DIPENDE... di Lorenzo Mortara



SCIOPERI INUTILI? DIPENDE...
di Lorenzo Mortara


                                                    È davvero un grande progresso
                                                    quando un governo non va più a puttane
                                                    perché ha risolto il problema
                                                    mandando direttamente noi!



La mobilitazione contro la manovra finanziaria del Governo Monti, parte oggi con due pericolosissime ore di sciopero proclamate da Fim & Uilm. A che servono, mi dicono gli operai? A niente si rispondono da soli mentre io annuisco dandogli piena ragione. Bisognava andare a Roma, bloccare le piazze con lo sciopero generale, continuano i miei operai. E qui non ci troviamo più molto d’accordo. In effetti, scioperi col contagocce che si ferma a due o quattro ore, non possono salvare neanche un goccia del nostro sangue dalle manovre succhia sangue dei banchieri e dei padroni. A Roma per ora non ci andremo, però la Fiom, anticipando quello del 16 Dicembre, ha proclamato per lunedì otto ore di sciopero in contemporanea con le quattro striminzite della Cgil, costretta a chiamarle per non fare la figura del fessacchiotto, in quanto la “compagna” Camusso si aspettava di essere contattata da Cisl & Uil, le quali ne hanno invece proclamate autonomamente due sempre per lo stesso giorno, fregandosene bellamente della nostra segretaria, dimostrando ancora una volta che ad andargli dietro come un cagnolino si ottiene solo di diventare ancora più ridicoli di loro.
Il numero di ore di sciopero proclamate dai vari sindacati hanno il pregio di mostrarci il loro peso reale: pressoché nullo quello di Cisl & Uil, quasi nullo quello della Cigl, dignitoso quello della Fiom. Infatti, siccome lunedì prossimo comincerà con quattro ore di sciopero della Cgil, per poi proseguire con due ore di lavoro e infine due ore di sciopero di Cisl & Uil, bene ha fatto da questo punto di vista la Fiom a proclamare l’intera giornata, sottraendola almeno al balletto ridicolo di Cgil-Cisl-Uil (Nota per il lettore – queste righe sono state scritte stanotte, poco prima che Cgil-Cisl-Uil si riunissero per mediare ed arrivare a tre miserabili ore unitarie di sciopero generale, cioè di fatto tre ottavi di sciopero generale. Il balletto è ora più sofisticato ma altrettanto ridicolo e non cambia la sostanza del discorso). Tuttavia la moltiplicazione delle ore di sciopero da destra a sinistra, mostra lo stesso identico difetto, per di più ingigantito. Infatti, se è vero che con due ore si spreca il 100% della propria mobilitazione, con otto ore se ne manda in fumo il 400%. Non due ore bisognava fare – mi ha detto addirittura il delegato Fim – ma due mesi. Come dargli torto quando ha pienamente ragione? Qui è infatti la radice del problema. Perché gli scioperi non servono a niente? Perché 2-4-8 ore non sono sufficienti per piegare Monti, perché di fronte a un attacco senza precedenti bisogna smetterla con difese che hanno fin troppi precedenti; perché l’unico sciopero sensato è quello che si pone un obbiettivo e lo persegue fino in fondo. Da anni i sindacati, anche quelli più agguerriti come la Fiom, purtroppo non lo fanno, hanno perso del tutto l’abc dello sciopero. Anche nei direttivi non si riesce a far ragionare le burocrazie che continuano a riproporre la stessa ricetta di scioperi inconcludenti senza mai tirare le somme della loro strategia, ed anzi al contrario prendendosela regolarmente con l’indifferenza del popolo addormentato, quando scoprono che nelle piazze, anche se gremite, di operai son venuti solo i delegati e pochi altri. Questa situazione, qualcuno l’ha sottolineata con una sentenza magistrale: le piazze son piene ma le fabbriche anche!

Sciopero dall'alto e sciopero dal basso

Le spiegazioni psicologiche date per l’attuale apatia del movimento operaio sono del tutto insufficienti ed errate, perché servono a coprire i tanti tradimenti sindacali che negli ultimi trent’anni, per non andare tanto più indietro, si sono consumati alle spalle dei lavoratori. Anche un sindacato come la Fiom, indubbiamente sulla via della guarigione, sconta l’enorme diffidenza che in questi anni i lavoratori hanno accumulato verso le loro organizzazioni di massa. Ripristinare la fiducia non è facile, ed è complicato dalla sordità della burocrazia che anche quando è in buona fede o comunque volenterosa, è strutturalmente incapace di ascoltare la base. La burocrazia continua dall’alto i suoi proclami di iniziative e di scioperi e non riflette sulle istanze spesso diametralmente opposte che emergono dalla base. La burocrazia si sente più avanti e matura rispetto agli operai e non si rende conto che un operaio che ti dica a bruciapelo «a cosa serve questo sciopero? Solo a perdere dei soldi», si dimostra invece infinitamente più adulto di una burocrazia che continua a non chiederselo. Il pericolo è enorme, anche perché non avendo conosciuto altro che scioperi testimoniali, le nuove generazioni corrono il rischio di convincersi davvero che gli scioperi non servano a niente. In realtà, gli scioperi servono, eccome se servono, ma esistono appunto due tipi di scioperi: gli scioperi dall’alto, burocratici, e gli scioperi dal basso, di lotta.

Le caratteristiche principali dello sciopero burocratico sono due: in primo luogo quella di essere diretto non contro i padroni, ma contro i governi, e in secondo luogo quella di indicare lo scopo ma mai la forza necessaria per raggiungerlo. Di qui la sua intrinseca inconcludenza. Tutto il contrario dello sciopero dal basso. Quando è determinato, lo sciopero dal basso non si rivolge contro i governi ma contro i padroni, indica un obbiettivo, ad esempio cento euro di aumento, e va avanti fino al raggiungimento. La burocrazia non capisce che scioperare semplicemente contro il Governo, senz’altro obbiettivo che denunciare l’iniquità di una manovra finanziaria, vuol dire farla passare. Conquistare cento euro con una lotta generale, al contrario, basta e avanza per far cadere qualunque Governo. Un Governo come le sue manovre cadono sempre dentro le fabbriche, mai fuori.
Da queste due tipologie, seguono anche due analoghe metodologie di sciopero: il metodo burocratico e il metodo di lotta.

Il metodo burocratico consiste nell’abbassarsi sistematicamente a una presunta immaturità dei lavoratori, quello di lotta nel tentativo di innalzamento della loro coscienza. La burocrazia giustifica i suoi scioperi burocratici dando la colpa ai lavoratori che non saprebbero resistere due giorni. Ammesso che sia così, la burocrazia non comprende che questo non la autorizza ad accodarsi alla scarsa resistenza dei lavoratori, illudendoli che una scampagnata di otto ore possa sostituire il coraggio che non hanno. Non comprendendo che in questo caso – sempre ammesso ripeto che sia davvero così – è necessario risparmiare le forze, la burocrazia finisce con lo sprecarle per poi lamentarsi quando di fronte alla mancanza di risultati concreti, gli operai si ritirano ancora di più di quanto non siano già chiusi nel loro guscio.
Il metodo di lotta è completamente diverso e radicalmente opposto. Se non si ha la forza sufficiente per vincere o quantomeno per avere buone probabilità di vittoria, il metodo della lotta prescrive di temporeggiare, di conservare le energie per meglio accumularle. Comincia un lungo periodo di propaganda, di spiegazione paziente ai lavoratori. Il metodo di lotta dovrà dire a brutto muso agli operai che se non hanno la forza di opporsi fino in fondo alle manovre padronali, è giusto che le subiscano, ma non è il caso che subiscano anche, dopo l’accorciamento della paga da parte dei Monti, anche quello dovuto alle scelte inconcludenti dei dirigenti sindacali. Se Monti ci fa cornuti, il sindacato non ci faccia anche mazziati.

Dallo sciopero come critica alla critica dello sciopero

Non si fa in queste righe la critica dello sciopero per invitare chi legge a non farlo. Chi ha letto queste righe in quest’ottica, se lo dimentichi perché non ha capito niente ed è fuori strada. È l’esatto contrario. Se la burocrazia proclama lo sciopero non ci sono scuse: va fatto. Chi non lo fa, oltre ad essere un crumiro, perde il diritto di critica alla burocrazia. Infatti, quando lo sciopero non serve a niente, serve almeno a scalfire le burocrazie. Sempre che lo si faccia. Bisogna armarsi di pazienza, perché ci sono interi periodi storici in cui non si può far altro che lavorare ai fianchi la burocrazia. Perché la burocrazia ti aspetta al varco. Se ad esempio un delegato non facesse gli scioperi inconcludenti, nel momento stesso in cui nei direttivi contestasse l’inutilità degli scioperi di due ore, sarebbe subito zittito dalla burocrazia con queste parole:
«Gli scioperi non servono a niente quando non vengono fatti. Prima di dire che non servono a niente bisogna farli».
 Una battuta del genere e la nostra critica alla burocrazia sarebbe spacciata.

Non sono solo, però, i delegati, che devono far gli scioperi burocratici, ma anche i lavoratori. Infatti qualora il delegato faccia il suo dovere e scioperi ma senza avere al seguito i lavoratori, quando nei direttivi chiederà di proseguire la lotta, si sentirà rispondere così:
«Eroico compagno, tu chiedi due mesi di sciopero quando gli operai non si muovono nemmeno per due ore».
La burocrazia vincerà un’altra volta con una scusa, ma intanto vincerà e uscirà rafforzata. Solo con la piena partecipazione agli scioperi la burocrazia non avrà stampelle d’appoggio per impedire il prosieguo della lotta. Aumentare l’intensità degli scioperi, strappandola alla burocrazia, sarà più semplice.
Bisogna ancora aggiungere che nel momento in cui la burocrazia proclama uno sciopero, non ci sono alternative perché uno sciopero anche piccolo è un momento di lotta. E quando si lotta non ci sono vie di mezzo, o di qua coi lavoratori o di là coi padroni. Non solo, lo sciopero dall’alto, per quanto disgusti, è pur sempre una risposta collettiva, organizzata, male ma organizzata. Non così la scelta di non farlo che è sempre individuale, cioè disorganizzata. Ecco perché sarà sempre irrimediabilmente perdente contro le burocrazie.
Non sapendo andare fino in fondo, la burocrazia con lo sciopero mette in campo una semplice critica, mentre la critica dello sciopero deve servire per mettere in campo una lotta. E una lotta che non sia solo lotta alla burocrazia, in fondo, si può mettere in campo anche con lo sciopero burocratico. Se gli operai non lo fanno è solo per abitudine, per scarsa iniziativa, perché nonostante sappiano nel loro profondo quale sciopero serva, finiscono per accodarsi per inerzia allo sciopero burocratico. Eppure che cosa significano otto ore di sciopero contro la manovra finanziaria di Monti? Significa che alla burocrazia non manca uno scopo, ma la volontà di raggiungerlo. Tocca quindi ai lavoratori metterci quel che manca alla burocrazia. È possibile? Certamente. C’è forse qualcuno che vieta alle RSU di agganciare allo sciopero burocratico nazionale, le loro richieste locali e proseguire fabbrica per fabbrica la lotta? Che cosa succederebbe se in ogni fabbrica, finito lo sciopero burocratico, cominciasse immediatamente e ad oltranza quello di lotta per un rialzo di 250 euro del salario? Nel giro di tre giorni Monti si metterebbe la sua finanziaria tra le gambe e ritornerebbe da dove è venuto. E se anche solo un pugno di fabbriche facesse quel che ho detto, almeno in quelle fabbriche le manovre padronali, pur passando in generale, peserebbero molto meno. Non sarebbero comunque risultati da scartare.

La Storia dimostra che senza un coordinamento centrale, difficilmente la periferia può aggregarsi da sola con una simile coscienza. Tuttavia questo è lo spirito giusto con cui vanno affrontati gli scioperi che non servono a niente. Perché, in ultima analisi, non servono a niente per colpa nostra. Dipende sempre da noi non sprecarli. Perciò chi può, chi non ha da superare l’intralcio di Fim e Uilm, agganci agli scioperi nazional-burocratici prossimi venturi, le rivendicazioni necessarie per i suoi scioperi di lotta. E provi a vincere. Più scioperi di lotta vinceranno, meno scioperi burocratici vedremo.



Lorenzo Mortara
Delegato Fiom
Stazione Dei Celti
Mercoledì 7 Dicembre 2011


dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

mercoledì 26 ottobre 2011

DEL MARXISMO, DI PREVE E DELLE SUE SCIOCCHEZZE


DEL MARXISMO, DI PREVE E DELLE SUE SCIOCCHEZZE
di Lorenzo Mortara



In una risposta al forchettone rosso Turigliatto,  Trotzkismo, populismo, mitologia progressista dell’unanimità delle masse, “primavera araba 2011”, Libia 2011, Siria , c’è tutta la pomposa vuotaggine dei professori di marxismo come Costanzo Preve che non sono mai usciti dall’accademia. Preve stima molto Turigliatto, addirittura onesto, a suo dire, «per avere osato votare contro i crediti di guerra, finendo espulso dal partito in cui il fantoccio Bertinotti saltabeccava nei salotti romani vaticinando che la parola “comunismo” era diventata “indicibile”». Preve vuol discettare sul trotskismo, lanciandogli la solita accusa di essere pura metafisica, tanto fuori dalla realtà da non toccarla mai. E certo chi vede in Turigliatto, fantoccio di Bertinotti e disonestà fatta a forma di compagno, chissà quale suo oppositore, la realtà la legge davvero in maniera impeccabile. Chi esalta Turigliatto per avere osato votare contro una volta, dovrebbe anche indignarsi contro lo stesso senatore per aver accettato di votare a favore tutte le altre. Soprattutto dovrebbe chiedersi cosa significhi un voto contrario in mezzo a un mare di voti a favore. Votando contro i crediti di guerra, i realisti che vedono solo la facciata delle cose, credono che Turigliatto abbia votato contro la missione di guerra in Afghanistan, in realtà Turigliatto ha votato solo a favore di sé stesso, della sua pubblicità (1).
Con queste premesse, già possiamo indovinare dove andranno a parare le critiche di Preve al trotskismo. L’istinto accademico gli fa scegliere Turigliatto come avversario perché Turigliatto non è un marxista o è solo un marxista delle balle. Preve non lo sa così come non sa cos’è il marxismo, per cui è incapace di orientarsi nel mare dei marxismi, finendo per scegliersi quello più adatto alla sua mediocrità intellettuale.

Preve comincia la sua critica al trotskismo piagnucolando come una donnicciola per la scarsa considerazione che ricevono i suoi scritti. Apparentemente sembra fare spallucce, in realtà senza il conforto di accademici e altri tromboni del pensiero critico, Preve sarebbe morto. Se invece è vivo è perché non è vero che non sia preso in considerazione. Al contrario, non c’è piccolo borghese di sinistra che non veda negli scarabocchi di Preve la quintessenza della genialità. La risposta di Turigliatto ne è la riprova. Perché allora Preve si descrive come un ex “eretico” trasformato ora in “apostata”? Perché gli serve questa posa da anticonformista per dare chissà quale tono alternativo ai suoi scritti. Se fosse sincera la sua indifferenza all’isolamento, sarebbe molto più preoccupato di essere preso in considerazione da Turigliatto che di rimanere da solo. In effetti solo i Turigliatto possono davvero prendere in considerazione Preve, l’idolo dei tanti Fusaro che crescono come funghi nella crisi del capitalismo. Preve cerca un dibattito tra idee, perché è fuori della sua portata ricercare la loro origine sociale, il loro interesse di classe corrispondente, per cui già solo per questo fatto, per il marxismo, discutere di Preve ha la stessa importanza che discutere se sia meglio avere un insignificante fiorellino in più o meno nel proprio giardino d’infanzia cerebrale.
Preve è più grato a chi lo trova “delirante” anziché “stimolante”. Purtroppo per lui non è né l’uno né l’altro. Preve in verità non è niente. Almeno per noi proletari. Purtroppo è qualcosa per i piccoli borghesi, e siccome spesso idee piccolo borghesi s’infiltrano nella nostra testa, ci tocca occuparci almeno una volta anche di questo parvenu, offrendo il nostro modesto contributo per disinfestare il nostro campo dalla sua gramigna.

In questa sua risposta a Turigliatto, Preve parla di un sacco di cose, siccome però non cita mai niente, non si sa bene dove se la prenda col trotskismo e dove invece le sue accuse siano rivolte ad altri. Perciò qui si prenderà in considerazione solo la parte espressamente dedicata a noi, lasciando da parte tutto il resto di critiche a non si sa chi, tanto più che sono di una noia mortale.

Non si può rispondere più di tanto al Preve che pensa di aver scoperto chissà cosa nella soppressione della dicotomia Destra/Sinistra. Lo stesso dicasi al Preve che ci rivela che nelle rivoluzioni le masse si dividono in due (a volte anche in tre e più...). Noi marxisti non lo sapevamo e ringraziamo cotanta sapienza. Quello che Preve non sa, è che dopo aver scoperto masse rivoluzionarie e controrivoluzionarie, per sapere quali rappresentino le prime e quali le seconde, basta vedere da che parte si schieri il filosofo accademico, per schierarsi immediatamente dall’altra parte ed essere sicuri al 100% di stare dalla parte giusta. Indovinate, infatti, che posizione Preve ha preso sulla Rivoluzione Libica? Contro gli insorti ovviamente, a suo dire «controrivoluzionari razzisti linciatori di africani», in realtà semplici rivoltosi che non corrispondono mai allo schemino preconfezionato delle rivoluzioni che tutti gli idealisti hanno nella testa, per poterle bollare di non corrispondere ai loro sogni.


L’ESSENZA DI PREVE

La metodologia di Preve è quella solita della borghesia: non critica Trotsky per quello che ha detto ma per quello che ha capito lui dalla sua interpretazione per nulla originale. Il pensiero trotskista è sempre riportato indirettamente, sfido poi che nessuno di noi abbia mai voglia di prenderlo in considerazione, perché dover perdere tanto tempo dietro cotanta codardia intellettuale? Invece no, da insopportabile intellettualoide pressappochista di marxismo, Preve si incazza se non gli si risponde, convinto com’è di aver scoperto chissà quale nuovo filone del pensiero. Ne viene che alla fine Preve spaccia per critica al trotskismo quelle che in realtà sono solo le sue opinioni senza capo né coda su questo e su quello. Né più né meno di quello che uno può dire quando si alza al mattino leggendo le prime notizie sul giornale. La discussione è da bar, si scioglie come lo zucchero nel caffè e lascia il tempo che trova.
Secondo questo genio, la radice della critica di Trotsky alla burocrazia sovietica sta in Bakunin. E sta in Bakunin perché così ha deciso lui, non per altro. Fin qui, per umana pietà, potremmo quasi soprassedere, se non fosse per il resto:

" Davanti ad un negozio semivuoto si fa la coda, per regolare la coda ci vuole una guardia armata, e la guardia armata si serve per prima. Questo è il “paradigma” semplificato del trotzkismo. Esso suggerisce implicitamente la soluzione economicistica per cui in condizioni di sviluppo e di abbondanza delle forze produttive, la guardia armata diventa inutile.
Si tratta di un errore teorico profondo, che presuppone una concezione economica “finita” fondata sul Bisogno. Ma il capitalismo non si fonda sul progressivo esaudimento dei Bisogni, ma sulla produzione illimitata dei Desideri. Con una terminologia mutuata dalla Scienza della Logica di Hegel, il Bisogno fa parte della Logica dell’Essere in generale (la produzione e il consumo in generale), ma il Desiderio fa parte della Logica dell’Essenza, che è una negazione determinata dalla semplice Logica dell’Essere (si pensi al comunismo di Negri e Hardt, ricavato concettualmente dall’antropologia del desiderio di Deleuze).
Il succo del discorso è che non ci sarà mai un momento in cui lo sviluppo delle forze produttive renderà possibile l’estinzione dello Stato (tesi marxiana utopistica da me non condivisa) e renderà superflua la mediazione detta “burocratica”. "

Che guazzabuglio! E questo sarebbe, secondo il giovane Fusaro – perfetto erede di questo residuato preistorico – il più grande filosofo vivente?
Quello che per Preve è il succo del discorso, in realtà è la scorza del marxismo che lui non è riuscito nemmeno a scalfire. In effetti, il capitalismo si fonda sulla produzione illimitata di merci e, per induzione, di bisogni. Non solo, il carattere sempre più esclusivo dell’appropriazione privata della ricchezza e della contemporanea spoliazione di masse enormi di popolazione, renderà sempre più necessario lo Stato alla borghesia per costringere con la forza i proletari a sottostare all’autorità del suo ordine. Se il capitalismo fosse eterno, eterno sarebbe anche lo Stato. Gli è che lo Stato che deve estinguersi non è lo Stato capitalistico, bensì quello operaio. Lo Stato capitalistico proprio perché progressivamente non può estinguersi ma solo rafforzarsi, deve essere abbattuto in un colpo solo con la rivoluzione proletaria. Sostituito con uno Stato operaio la cui base è una produzione socialista, pianificata e abbondante ma non costretta per forza a crescere all’infinito, questo Stato potrà benissimo estinguersi. Anche perché non è la crescita infinita che costringe il capitalismo a servirsi del suo Stato, bensì l’infinito accaparramento privato delle risorse. Perché, col socialismo, ammesso si riesca a crescere all’infinito, anche la ripartizione sarà infinita. Infatti, una ricchezza infinita e illimitata, divisa per “N” numero delle persone, darà sempre una ricchezza illimitata e infinita per ciascuno. Invece, col capitalismo, una ricchezza illimitata e infinita limiterà sempre al salario minimo o poco più la ricchezza della razza proletaria, perché il resto dell’infinita ricchezza sarà sempre in mano all’illimitata ingordigia del borghese. Fa sempre una certa impressione scoprire come possa esserci qualcuno, come Fusaro, il quale crede che possa essere il più grande filosofo vivente un poveretto incapace di afferrare anche solo le prime nozioni di matematica elementare. Preve può mutuare da chi vuole l’essenza del Bisogno, ma come tutti i borghesi non si rende conto di eternare soltanto il suo concetto infinito di Bisogno, di Desiderio e dell’Essere, i quali sono in realtà solo l’essenza storica del profitto del Borghese. Il Bisogno illimitato del profitto, fa parte dell’essenza dell’Essere sotto il regno storico del capitalistico. Finito il suo regno, l’essenza dell’Essere avrà tutto un altro profumo. Anche la puzza dei Preve si estinguerà.

Naturalmente l’obiettore d’incoscienza marxista, ribatterà che siccome dopo la Rivoluzione in Russia, lo Stato non si è estinto, la tesi di Marx va rigettata. Noi marxisti abbiamo già risposto più e più volte a questo problema. Non è il caso adesso di ritornarci su. Chi vuole può leggersi i testi di Trotsky sull’argomento. Preve comunque ne deduce che «la classe salariata, operaia e proletaria non è e non sarà mai una classe strategicamente rivoluzionaria». Non si capisce bene perché dalle premesse sull’infinito bisogno si concluda col carattere non rivoluzionario della classe operaia. Tuttalpiù si potrebbe dire che il proletariato potrà fare la rivoluzione ma non potrà fare a meno del suo Stato. Per noi tutto questo strologare su estinzione dello Stato, classe rivoluzionaria e altre inutili fole è solo una perdita di tempo.
I marxisti fanno congetture su ciò che sarà, basandosi ciò che è attualmente e su ciò che era prima. I borghesi basano quello che è su ciò che sarà secondo le loro fantasie. Per cui non è rivoluzionaria l’unica classe che le rivoluzioni le sappia fare, in quanto lo Stato durerà all’infinito. E siccome il proletariato non è rivoluzionario nonostante sappia fare le rivoluzioni, per abbattere il capitalismo dovrà allearsi a spezzoni sociali più rivoluzionari di lui anche se le rivoluzioni non sanno manco cosa siano. Il fatto è che uno Stato che è infinito, è infinito sia in avanti che indietro, sia nel futuro che nel passato. Avveniristico com’è, Preve, filosofo fantascientifico, non si è accorto che il suo Stato futuribile infinito, è già semi-infinito per la Storia. La Storia non ha visto sorgere l’eterna essenza del Bisogno illimitato fino a quando gli uomini hanno vissuto nel comunismo primitivo, senza bisogno di dividersi in classi. E se gli uomini hanno già fatto a meno dello Stato nel passato, potranno farne a meno anche nel futuro. Questo comunque lo vedremo. Noi marxisti non siamo così preoccupati del futuro dello Stato operaio. Per ora ci basta abbattere quello capitalistico. Del resto ci preoccuperemo dopo. I Preve invece, fanno i marxisti del 3000 proprio perché attraversare mille anni di tempo, vuol dire allontanarsi così tanto dall’attualità bruciante della rivoluzione, da essere sicuri di non riuscire a farla nemmeno per sbaglio.

PREVE IL BUROCRATE

Il crollo dell’Urss è il trionfo teorico di Trotsky. Trotsky fin dagli anni ’20 previde le linee essenziali dello sviluppo dell’Unione Sovietica. Eppure per Preve, professore di realismo, al momento del crollo, i marxisti, che avevano compreso tutto da almeno sessant’anni, «non avevano capito niente». Sentiamo dunque Preve sul crollo dell’Urss. Non tema il professore, non sarò certo io a etichettarlo come stalinista, campista, fascista eccetera. Purtroppo per lui simili epiteti son fin benevoli, anche se la sua presunzione gli fa credere di essere superiore a queste ed altre fetecchie. Ecco comunque Preve:

"Immaginiamoci un bellissimo palazzo, la cui vista è però impedita da apparecchiature, strutture di sostegno, puntelli e ponteggi. Il suo contemplatore estetico, munito magari di una buona guida turistica (metaforicamente, un compendio di pensiero marxista), chiederà di togliere la fastidiosa struttura di sostegno, con i suoi antiestetici ponteggi e puntelli, per poter finalmente vedere il palazzo nella sua interezza. Bene, la struttura di sostegno viene tolta, ed immediatamente il palazzo crolla. Era infatti la struttura antiestetica di sostegno che lo teneva su, non certo le fondamenta e i muri maestri.
Chiunque abbia assistito alla fine dell’URSS nel 1991 e dei paesi fantocci dell’Europa Orientale sa benissimo che è avvenuto questo. Rimossa la burocrazia (in linguaggio trotzkista, lo stato operaio degenerato) l’intero baraccone è crollato, trasformando milioni di persone in mendicanti, esercito industriale di riserva, prostitute se donne giovani e/o badanti se donne di mezza età e anziane. Se ne sono accorti tutti, tranne i trotzkisti occupati a prendersela con il burocrate Fidel Castro (Dio lo conservi!) e con il bonapartista Chavez (Dio lo conservi!)."

Immaginiamoci un manicomio e vedremo apparire Preve davanti ai nostri occhi. Davvero è difficile riuscire a condensare tante cretinate in dieci righe. Innanzitutto chiariamo quel che ha detto Trotsky.

Trotsky sostenne che senza l’abbattimento della burocrazia, questa, facendo sempre più da freno alla pianificazione e impantanando sempre di più la Russia, prima o poi avrebbe cercato la sua salvezza nel ripristino dei rapporti di produzione borghesi capitalistici. Molti quadri dirigenti, paladini del socialismo fino al giorno prima, si sarebbero trasformati nella “nuova” burocrazia di rapina capitalista. La sostituzione dell’economia pianificata con quella di mercato avrebbe portato al crollo vertiginoso dell’economia e della cultura. È precisamente quello che è avvenuto (2). Quello che invece è avvenuto secondo Preve, è avvenuto solo nella sua testa vuota.
In linguaggio trotskista, Stato operaio degenerato non vuol dire affatto burocrazia. La burocrazia è solo la degenerazione dello Stato operaio, lo Stato operaio è la base produttiva, l’economia pianificata. Col crollo del 1989-91 – ormai lo sanno anche gli asini – è questo che è stato rimosso non la burocrazia che è ancora tranquillamente al comando. Il presunto sostegno dello Stato operaio è diventato il sostegno dello Stato capitalistico. E questo dimostra che il sostegno non sosteneva altro che sé stesso, altrimenti non avrebbe smesso di sostenere il suo Stato. È precisamente affondando lo Stato operaio che la burocrazia è rimasta a galla, sul suo cadavere. E l’ha affondato perché sempre più incapace di pianificarne l’economia, nemmeno a suo vantaggio. Eppure per Preve sono le masse ad essere incapaci ad autogestirsi. È davvero una beffa per le masse sapere che il fallimento del Socialismo Reale, non è dovuto a dei “socialisti” burocrati falliti, ma a loro che la gestione economica avevano cominciato a realizzarla anziché a distruggerla.

Non essendo in grado di autogestirsi, il proletariato sarebbe stato quindi salvato dal paternalismo della burocrazia piena d’amore per le masse. Gulag, purghe e tutto il resto sarebbero dunque l’ira per un amore tradito, tradito s’intende dalle masse. E perché la burocrazia si sarebbe presa così a cuore le sorti delle masse? Perché «su quelle basi, non si sarebbe comunque potuto “transire” da nessuna parte» tanto meno al comunismo. Preve, come tutti i dottrinari, è incapace di vedere le cose nel loro insieme, separa le parti come fossero compartimenti stagni. Le basi di cui parla Preve in realtà non esistono. Le basi su cui si è sviluppata l’Unione sovietica sono le lotte di classe nel mondo intero. Partita da una base arretrata, la Russia di Lenin avrebbe potuto tranquillamente allargarla se fosse venuta in suo soccorso una qualche rivoluzione in Occidente. La rivoluzione, purtroppo, non arrivò in tempo, perché sopraffatta prima dalla controrivoluzione. Questo però lo possiamo dire oggi, a giochi fatti, al momento della Rivoluzione Russa nessuno poteva essere sicuro delle pieghe che avrebbe potuto prendere su scala internazionale. Questo basta e avanza per giustificarla. Anche durante la controrivoluzione stalinista, però, non sono certo mancate occasioni per estendere la rivoluzione. Se non sono state sfruttate, è proprio perché il “socialismo in un Paese solo”, è appunto l’unica base necessaria per lo sviluppo della burocrazia e dei suoi privilegi. Quello che per Preve fu un esperimento storico di «ingegneria sociale autoritaria ed egualitaria sotto cupola geodesica (sic!) protetta» fu soltanto lo sviluppo di una società di una casta autoritaria e niente affatto ugualitaria sulla base di un’enorme massa di sfruttati. Tutto qua, non c’è bisogno di ricorrere ai paroloni...

Anche la metafora scelta da Preve è quanto mai infelice. L’impalcatura burocratica mica nascondeva il palazzo delle meraviglie. Tutto il contrario. Quanto più cresceva la burocrazia, tanto più il palazzo sottostante, lo Stato operaio, andava a rassomigliare alla miseria di una baraccopoli. Ecco perché alla fine è rimasta solo l’impalcatura burocratica, perché ormai s’era mangiata tutto comprese le fondamenta e i muri maestri.
Incapace di dare la colpa ai veri responsabili del crollo dell’Urss, Preve scarica la responsabilità su chiunque, marxisti compresi. Per sfortuna di Preve, col crollo del comunismo, noi marxisti c’entriamo ben poco, e se abbiamo contribuito a qualcosa, come pensa ingenuamente Preve, abbiamo contribuito come potevamo alla conservazione dello Stato operaio. L’Urss è crollata da sola, proprio perché senza intervento di alcuno, la burocrazia, come aveva previsto Trotsky, aveva dato inizio ad un processo che in un modo o nell’altro avrebbe riportato al capitalismo. Preve, come tutti i non marxisti, è incapace di vedere le cose in movimento. Il suo cervello schematico può comprenderle solo mummificandole. Non riesce a vederle in divenire, per cui la controrivoluzione avviene per colpa di “ceti medi infiltrati” nello stesso partito comunista sovietico. In effetti è pressapoco così, solo che gli infiltrati erano tutto il partito e si erano infiltrati da almeno 50 anni. Preve si illude che a un certo punto ci siano stati burocrati buoni, Gorbaciov, a difesa della rivoluzione, e burocrati cattivi, Eltsin, alla testa della controrivoluzione. In realtà Gorbaciov, un analfabeta di marxismo con una voglia di liberalismo sulla fronte e un’oca al guinzaglio per le trasferte mondiali, era solo l’altra metà di Eltsin e viceversa. Entrambi erano elementi di un processo più grande di loro. Se non fosse stato l’uno, sarebbe stato l’altro o un loro successore ancora a ripristinare il capitalismo, perché lo Stato operaio poteva sopravvivere solo abbattendo tutte le belle statuine ingessate nel Cremlino che lo soffocavano. La riprova migliore è la burocrazia cinese, mantenutasi al potere con meno scosse, ma come la sua sorella sovietica passata armi e bagagli dall’altra parte della barricata. Presto, di prove, il filosofo Preve potrebbe averne un’altra, a Cuba, destinata a fare la stessa fine di Russia e Cina, a meno che con la crisi del capitalismo, da qualche parte, sbuchi una nuova rivoluzione.

Riunita la burocrazia buona e quella cattiva nella sola burocrazia esistente, la teoria di Preve si riduce alla burocrazia che si è annientata da sola, suicidata. Ma perché avrebbe dovuto suicidarsi il grande sostegno allo stato operaio degenerato? Perché quello di cui Preve non si accorge è che a conti fatti, lui non sa dirci chi ha tolto il sostegno. La burocrazia non ha tolto il sostegno, ha solo cercato di riformarlo. Non è nemmeno detto che Gorbaciov non sia stato in parte sincero. Ma le intenzioni contano poco quando si è incoscienti di essere un semplice ingranaggio del processo storico. In questo, Preve, davvero va a braccetto degli stalinisti, i quali fin dai tempi di Chruščёv sostenevano l’autoriforma della burocrazia per salvare il sistema. Preve non è proprio uno stalinista, ovviamente, ma ha la loro stessa ottusità di pensiero. La burocrazia in effetti ha provato a riformarsi non per salvare il sistema, ma solo sé stessa. E alla fine per salvare sé stessa ha dovuto suicidare lo Stato operaio. Preve non riesce a capacitarsi di una simile perdita, convinto com’è che questo suicidio coincida con la perdita della sua amata burocrazia, per la quale in fondo ha fatto il tifo per mancanza di più ampie risorse intellettuali.

ALLA DESTRA E ALLA SINISTRA DI PREVE

Ricapitoliamo: la classe operaia non è rivoluzionaria perché incapace di autogestirsi. Lo Stato non può estinguersi perché infinito. Infine la burocrazia sovietica è crollata lasciando al potere non si sa chi, smentendo Trotsky. Che significa tutto ciò in termini marxisti? La classe operaia deve essere deficiente per chi è in cerca di una scusa qualsiasi per appiopparle un padrone qualunque. Lo Stato durerà all’infinito per chi sarà all’infinito un borghese. Ma un borghese gongola per il crollo dell’Unione Sovietica. Se Preve piagnucola per la povera burocrazia buona uccisa dai cattivi ceti medi, è solo perché lui un borghese vero e proprio non è. Preve è anch’esso un piccolo borghese di ceto medio. Come tutta la sua razza ibrida, sta un po’ di qua e di là. Per essere un borghese ben fatto, gli manca il capitale che gli faccia crescere il pelo sullo stomaco necessario per fare la sanguisuga a pieno servizio. Per essere invece un proletario gli manca l’abc della nostra teoria. È questa ignoranza assoluta di fondo che sta a garanzia della sua presunzione davvero insopportabile di avere qualcosa di nuovo da dire. Ma tutte le sue antitesi sono solo ipotesi dell’unica tesi che il marxismo ha appena dimostrato: Costanzo Preve è un controrivoluzionario. Supera la dicotomia destra/sinistra perché rimanendoci dentro rischierebbe di trovarsi in mezzo alla rivoluzione e di dover scegliere una delle due parti. In quel momento, schierandosi dall’altra parte, i suoi sofismi si smaschererebbero immediatamente. Già ora è schierato dall’altra parte nelle rivoluzioni arabe. Ma finché la rivoluzione non arriverà sotto casa sua, la sua eco reazionaria internazionale, non sarà di danno alla sua caratura di provinciale. Dentro la sua accademia, saltando a piè pari destra e sinistra, Preve potrà così continuare la sua opposizione di carta. Destra e sinistra continueranno per la loro strada, essendo solo la versione politica delle categorie economiche Capitale & Lavoro. Finché ci saranno queste due categorie economiche, ci saranno anche una destra e una sinistra. Dire che destra e sinistra sono superate, significa solo che il Lavoro in questo momento non è rappresentato, perché il Capitale sta vincendo. La crisi epocale del capitalismo, aprirà squarci per il riequilibrio dei rapporti di forza. A breve le teorie di Costanzo Preve saranno rimesse al loro posto dalla Storia. In attesa delle unghie della vecchia talpa, speriamo che articoli come questo servano a farle tacere almeno per un po’.

Stazione Dei Celti, Ottobre 2011
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NOTE
1) Tutta l’ipocrisia, l’opportunismo e tutto l’appoggio ai padroni dato in Parlamento dagli eroi della futura Sinistra Critica, Turigliatto compreso e soprattutto, è documentato nell’ottimo testo di Andrea Furlan, Oppositori... dalla parte del governo, contenuto a pag. 285 del libro I Forchettoni rossi, scritto a varie mani dai compagni di Utopia Rossa, e a cura di Roberto Massari – Massari Editore, Bolsena 2007.
Per la verità storica, bisogna ancora dire che Turigliatto non votò proprio contro, semplicemente si assentò. Il significato è lo stesso ma la malizia è doppia.

2) Nell’ultimo numero di N+1  (N°29, Aprile 2011), la rivista di alcuni bordighisti, possiamo leggere:

«Quando è caduta l'URSS vi è stata, all’interno del capitalismo sovietico, una transizione predatoria a cui la popolazione non ha potuto e saputo opporre una lotta conseguente; ebbene, l’assetto successivo ha causato finora almeno 20 milioni di morti. Si tratta di un calcolo propagandistico occidentale basato sulla diminuzione dell’aspettativa di vita, ma è esatto. Anzi, qualcuno sostiene che bisognerebbe aggiungere, alla cifra dei morti, quella dei non nati».

Prendiamo pure questi dati per indicativi, quel che conta è che anche questa è un’ulteriore prova del fatto che Trotsky abbia avuto ragione. Notare inoltre la vaghezza con cui i bordighisti parlano di transizione a non si sa che cosa dal “capitalismo sovietico”, segno che a vent’anni dal crollo dell’Urss non si rassegnano ancora ad aver avuto torto contro il marxismo.

dal sito  http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

venerdì 17 giugno 2011

"LA FIOM E LA LOTTA DI CLASSE A COLPI DI SENTENZE"... E OLTRE


"LA FIOM E LA LOTTA DI CLASSE A COLPI DI SENTENZE"... E OLTRE

E’ il titolo eloquente di un interessante contributo di  Lorenzo Mortara , da cui prendiamo spunto per svolgere alcune considerazioni sui più recenti sviluppi della vicenda sindacal-politica italiana, dove è per noi chiaro che le vittorie elettorali del centro-sinistra, al pari di quelle giudiziarie della Fiom, lasciano inalterati i rapporti di forza tra capitalismo e proletariato che, nella realtà sociale e nei posti di lavoro, sono attualmente molto sfavorevoli alla nostra classe, con tendenza al peggioramento.
Nelle elezioni amministrative, a dispetto di “trionfi” destinati a evaporare, vediamo riflesso questo quadro reale sfavorevole nella misura in cui, secondo il copione della più moderna democrazia, del tutto assente vi è stato ogni barlume di riferimento (figuriamoci il resto...) alla questione di classe, presentandosi il centro-sinistra, in linea con tutta la sua azione precedente e in ogni sua componente (soprattutto in quelle supposte “estremiste” che hanno conquistato la poltrona di sindaco a Milano e a Napoli), per quel che esso effettivamente si propone di essere, ovvero una diversa opzione offerta essenzialmente alla borghesia “progressista” che vuole infine sbarazzarsi dell’ingombrante uomo di Arcore.

Più che mai opportuno ci sembra, quindi, richiamare l’articolo di Mortara. La sua analisi conferma una volta di più la necessità di dare battaglia a fondo contro l’ “opposizione” del centro-sinistra (bancarottiera per gli interessi della nostra classe) come unica strada percorribile per quanti vogliano contribuire alla ripresa di un vero movimento di lotta che sia esso a mandare a casa il governo Berlusconi, a contrastare realmente la generale offensiva antiproletaria del capitalismo. Lo abbiamo detto nel modo più netto sin dall’inizio di questa legislatura a maggioranza centro-destra, articolando il nostro intervento sui meriti conseguenti e deprecando lo spettacolo di quanti “rivoluzionari, per prendersi in carico il pericolo che incomberebbe sulla democrazia e sulla costituzione “antifascista...”, hanno lasciato cadere o hanno attenuato la denuncia dell’accozzaglia centro-sinistra per accodarsi all’union sacré antiberlusconiana.

Cosa scrive Mortara?

Dopo aver fatto la conta delle nove sentenze favorevoli alla Fiom, che è andata per vie legali contro l’accordo separato di rinnovo del CCNL metalmeccanico, e dell’unica sfavorevole, egli conclude che tutta questa guerra di carte non ha cambiato proprio niente “né dove si è vinto né dove si è perso”. Né può escludersi, aggiunge, che gli sviluppi ulteriori della contesa giuridica ribaltino gli esiti iniziali, essendo il codice “interpetrabile più o meno come la Smorfia napoletana” (ben detto! per un potere di classe che è istituzionalmente preservato e giammai contraddetto dalla costituzione “bellissima”, dalle leggi “uguali per tutti”, dalla “neutrale” magistratura, dove peraltro è per noi davvero assodato che un Guariniello non fa primavera).
Soprattutto, egli scrive, le vittorie legali a nulla servono se i padroni possono farsene un baffo “davanti all’impotenza calabrache di sindacalisti Fiom modello ex-Bertone”, quando i trionfi tribunalizi si accompagnano a sonore sconfitte in fabbrica. I padroni possono incassare tranquillamente le sentenze a loro avverse, se al tempo stesso possono vincere contro i lavoratori nelle aziende.
La tesi di una sofisticata “mossa del cavallo” concertata (per “mettere spalle al muro” la Fiat “obbligandola all’investimento”) tra una dirigenza Fiom tutta d’un pezzo che non firmerà l’accordo... per andare avanti con le cause, e i delegati della RSU che avrebbero dato indicazione per il SI in esecuzione di questo comune disegno, viene sbugiardata da Mortara per quel che merita.
Spalle al muro sono purtroppo i lavoratori e non la Fiat. Mentre la sintonia tra i dirigenti nazionali e gli RSU va colta non sul piano di geniali ed efficaci “strategie”, bensì su quello della comune debolezza.
La realtà è che la Fiom non ha mai messo in campo alcuna difesa reale per i lavoratori, sicché quelli registrati alla ex-Bertone (e ancora a Melfi, dove i delegati Fiom hanno chiesto pur essi al proprio sindacato nazionale di firmare gli “accordi” capestro della Fiat) sono gli esiti conseguenti e inevitabili. “Dietro la capitolazione dei delegati della ex-Bertone (leggiamo ancora da Mortara e condividiamo) ci sta la sostanziale accettazione di una sconfitta da parte dei dirigenti Fiom”.

La Fiom, lo abbiamo scritto in precedenti note, ha preteso rispondere all’attacco durissimo di Chrysler-Fiat “con argomenti che non offrono una alternativa ai lavoratori”. Se questa verità, a pochi giorni dal primo referendum di Pomigliano, gli veniva rinfacciata da un centinaio di operai campani che, insufflati dai sindacati firmatari, scrivevano al Giornale per criticare la Fiom che “con il suo NO si salva l’anima ma non aiuta in niente i lavoratori nella difficoltà estrema...”, adesso toni e contenuti analoghi li vediamo emergere direttamente in casa Fiom, sia nella pantomima della ex-Bertone e sia nei pronunciamenti dei delegati di Melfi.

Ai suoi NO (reali NI, come abbiamo chiarito fin dal primo intervento e come ha rimarcato un nostro lettore sia pur con argomenti a nostro avviso non decisivi) la Fiom non ha fatto seguire alcuna credibile prospettiva nella cui visione affrontare lo scontro imposto dal padronato. Questo deficit d’origine ci consegna oggi una sequela di sentenze che nulla dirimono, mentre la realtà dello scontro fa velocemente il suo corso e, dopo i primi due referendum persi con onore, ora, alla ex-Bertone e a Melfi, sono direttamente quelli del NO a votare in massa SI e a chiedere che si firmi ciò che la Fiat pretende.
Intanto il padronato accenna qua e là a voler passare all’incasso generale. Abbiamo letto sul Manifesto del 24/05/2011 della Festa Srl (call center romani che lavorano in concessione dello Stato per scommesse e giochi) che impone ai lavoratori la rinuncia al CCNL a favore di fantomatici contratti in deroga (sottoscritti da Fistel Cisl) pena il “trasferimento a Lucca” o l’accettazione di “volontarie” dimissioni.
I fatti dimostrano che la politica della Cgil e quella della stessa Fiom sono votate, pur con diverse accentuazioni, alla bancarotta dei lavoratori, i quali, fintanto ad esse daranno credito o lasceranno spazio, sono destinati a restare con le mani legate di fronte all’aggressione del capitalismo. E’ ora di iniziare a reagire. Solo la battaglia a fondo contro la visione e i contenuti della complessiva opposizione portata avanti con mortifera costanza dal fronte sindacal-politico centro –“sinistro” (con certe ruote “rivoluzionarie” al seguito: cosa non si fa in nome della democrazia “da salvare”!) può fungere da propedeutico e corroborante per risalire la china. Ciò sarà dato solo abbandonando finzioni e illusioni sulla “democrazia super partes” che dovrebbe proteggerci contro padroni “anticostituzionali e reazionari”, solo impedendo che si trasfiguri in questa pantomima della “democrazia in pericolo” la sostanza evidentissimamente antiproletaria dell’attacco in corso, solo ricominciando a prendere in carico seriamente e con l’indispensabile ri-orientamento verso il programma di classe i problemi che l’attacco del capitalismo in crisi ci pone.

In sostanza noi imputiamo al vertice Fiom di aver voluto opporre una difesa grettamente nazionale (e nazional-corporativa) contro un attacco la cui portata e il cui campo di riferimento è palesemente mondiale. Gli imputiamo di aver voluto eludere lo scontro di classe, quando è questa l’indiscutibile sostanza dell’attacco di Chrysler-Fiat, per rispondere sul crinale evanescente della “democrazia italiana violata”, delle cause legali, dell’unità di tutti “per la difesa della costituzione” (in piena alleanza, e anzi al seguito, di un Fassino – tanto per dire – favorevole ai piani Fiat e ora supervotato sindaco di Torino...).

Cosa si deve fare quando una borghesia imprenditoriale italo-americana, supportata fino a ieri dallo Stato italiano e ora dai governi americano e canadese, sferra attacchi decisivi contro gli operai statunitensi, imponendo ad essi con ricatti diecimila volte maggiori accordi capestro a fronte dei quali i nuovi contratti separati di fabbrica-Italia sono rose profumate e ghirlande di fiori? Cosa si deve fare quando, assestato l’attacco nella nuova casa madre, si passa a ricattare i lavoratori italiani (tuttora più tutelati rispetto ad altri) e si mettono in concorrenza spietata tutti gli stabilimenti Chrysler-Fiat dei diversi paesi? Quali difese efficaci possono e devono apprestare i lavoratori che vedono le proprie vite appese al calcolo delle migliori attese di profitto di ristretti circoli imprenditoriali, finanziari, statuali, i quali dominano un gioco (che, beninteso, è effettivamente di sopravvivenza tra squali di pari appetito) dove il profitto è tutto e le vite di decine di migliaia di lavoratori nulla?

Qui non ci sono ricette facili e siamo i primi a dire che non vale declinare a pappardella i principi di un astratto internazionalismo, perché occorre invece esser pronti (volendolo fare, però!) a contrastare tutti i contraccolpi, a voler superare tutti gli ostacoli che ci provengono dalla rimozione pluridecennale di ogni idea di solidarismo verso i lavoratori degli altri paesi (di fatto identificati come “concorrenti” insieme ai loro padroni e ai rispettivi capitalismi), di ogni concreto collegamento e prima ancora di qualsivoglia educazione ed orientamento classisti e internazionalisti, non solo di dirigenze sindacali sostanzialmente integrate nei rispettivi borghesissimi Stati, ma nella stessa massa operaia dimentica di se stessa e per lungo tratto ancora lanciata a muoversi contro i suoi stessi interessi.

Della Fiom, che con i suoi avvocati ha promosso decine di cause davanti ai tribunali italiani, mai si è letto che nei mesi passati abbia inteso promuovere una iniziativa comune dei lavoratori Chrysler-Fiat dei diversi paesi, una riunione internazionale che non fosse la replica di riti stantii e inutili (e comunque neanche di questo genere di incontri si è sentito parlare), che non risultasse sterilizzata e preclusa dalle consegne di allineamento agli interessi competitivi della propria “economia nazionale” da parte di burocrazie sindacali che in realtà si pongono come ulteriore ostacolo a un effettivo passsaggio in questa direzione.
Sappiamo benissimo che i coordinamenti europei e internazionali dei gruppi multinazionali e le varie confederazioni sindacali mondiali presenti sulla scena traducono i livelli più squallidamente “istituzionali” di apparati tanto interessati al “prestigio di ruoli internazionali” (e relative trasferte “tutto pagato”) quanto inservibili al fine in questione dieci volte di più di quanto già non lo siano per la difesa immediata dei lavoratori alle rispettive scale nazionali. Ci vengono in mente certi resoconti deprimenti di Rinaldini (finalizzati a escludere una volta di più ogni proposito di solidarietà internazionalista e a riproporre la visione di una lotta centrata sulla “specificità italiana”...) su quel che si registra in consessi del genere, con “rappresentanti dei lavoratori” (del calibro di un Rinaldini, appunto, sicchè il “risultato è garantito”...) che, invece di collegare e unire l’organizzazione e le lotte, rilanciano la competizione tra lavoratori nella misura in cui anche i “migliori” non sanno far altro che spendere gli argomenti corrispondenti agli interessi del proprio capitalismo nazionale e a quelli (suppostamente tali) dei “propri” lavoratori in quanto subordinati ai primi.

Mai ci siamo sognati di pensare che il proletariato che si risvegli ai suoi compiti debba riconquistare istanze del genere alle proprie necessità, perché sappiamo da tempo che dovrà dotarsi di propri efficaci strumenti di collegamento e di organizzazione delle proprie forze presenti in tutto il mondo scontrandosi anche contro questa impalcatura, non solo inservibile ma estranea e nemica.
Dunque non di questo si tratta. Più semplicemente si vuol chiedere ai molti che con i Landini e i Cremaschi si sono spesi per la resistenza dei lavoratori metalmeccanici, per la lotta contro i ricatti “di Marchionne”, in critica inoltre alla linea camussiana sulla Fiat, sugli accordi separati, sui tentativi di ricucire con Confindustria e con Cisl-Uil, etc. etc., se l’attacco Chrysler-Fiat, che ha colpito i lavoratori americani, italiani, polacchi, serbi, etc., con l’obiettivo, finora centrato, di metterli gli uni contro gli altri o comunque di tenerli ben separati e gli uni agli altri indifferenti se non – preferibilmente – ostili, non meritasse almeno il tentativo di un’interlocuzione in questa direzione.

Chiediamo ai lavoratori di ragionare assieme e discutere se l’incontro e il collegamento con i lavoratori Fiat degli altri paesi (tanto per cominciare da dove il capitalismo ci impone un passaggio obbligato e finora eluso alla grande, non solo dalle leadership...) siano necessari o se si tratti di optional di cui poter fare a meno. Quindi poi se i contenuti portati avanti dalla Fiom nella sua piattaforma e negli appelli contro “i ricatti di Marchionne” siano di quelli che predispongono l’incontro e la comune iniziativa, o non piuttosto ignorano i lavoratori degli altri paesi, considerandoli come soggetti estranei alla propria partita e disconoscendoli come parte di un unico fronte sotto attacco le cui forze avvicinare e unificare per resistergli.

Ecco il senso della nostra critica alla Fiom. Chrysler-Fiat, con una terna di Stati e relativi governi (e buona parte di opposizioni) iper-capitalisti al seguito, parte all’attacco di qualche centinaia di migliaia di lavoratori sparsi in tutto il mondo con effetti a cascata certo non circoscritti ai dipendenti di quel gruppo, e voi, signori dirigenti della Fiom, cosa avete da dire e cosa avete detto?
Che il ricatto “di Marchionne” ha violato la costituzione dell’Italia, che Marchionne vuole tenere fuori dalle fabbriche-Italia la nostra costituzione, la nostra democrazia, che accordi e referendum del genere non sono votabili (e pur adesso li avete votati e votati per il SI...).
Cosa significa questo lo abbiamo già scritto. Significa che non vi siete mai sognati di pensare all’offensiva antioperaia di Chrysler-Fiat come a un problema unitario che colpisce i lavoratori di tutto il gruppo, le cui forze quindi tendere a collegare e unificare per poter respingere insieme un attacco comune. Significa che non vi siete mai disposti a considerare questo più ampio scenario, non avete mai né cercato né usato argomenti idonei a promuovere fosse anche un solo piccolo passo iniziale in questa direzione. Avete semplicemente detto: “negli Stati Uniti, in Serbia e in Polonia accada quel che deve accadere, ma qui in Italia queste cose non si possono fare, a noi lavoratori italiani ci dovete preservare i diritti garantitici dalla nostra costituzione”. Argine di fango, illusione destinata – come merita – a cadere, lasciando i lavoratori nudi di ogni difesa! “Noi non siamo polacchi” ha gridato in assemblea un operaio di Pomigliano, che evidentemente ha inteso per il verso giusto i vostri appelli.
Ma su queste basi viene negata ogni prospettiva internazionalista di classe (le due cose viaggiano assieme e la vostra pseudo –“resistenza” ne dà la conferma in negativo) e ci si getta anima e cuore in una battaglia dai richiami e dai contenuti nazional-corporativi, in nome della “nostra democrazia da difendere” (come avete piagnucolato in decine di stucchevoli “appelli unitari”), dell’alleanza antiberlusconiana “da Vendola a Fini”, dell’interclassismo a tinte tricolori con inni di Mameli a suggello, del CLN di salvezza nazionale contro i reazionari Berlusconi-Marchionne che sparuti drappelli finora senza masse (ma il peggio, di questo passo, non possiamo escluderlo...) pretendono di incalzare cantandogli contro “Fratelli d’Italia” (dalla pena... al vomito!).
E non dite che una diversa prospettiva era preclusa dalle decisioni dei sindacati statunitensi dell’auto (con tutto il male che giustamente di essi può e deve dirsi) e dai lavoratori da essi rappresentati, perché invero non vi abbiamo mai visti prendere in carico i problemi di quei lavoratori quando la Chrysler rischiava di chiudere insieme ad altri colossi multinazionali spazzati via dalla crisi, non vi abbiamo mai visti interessarvi alle vicende che avvenivano oltre Atlantico e che vi illudevate che mai ci avrebbero riguardato. E, d’altra parte, non avete forse allo stesso modo declinato nel disinteresse più totale le poche, ma non per questo insignificanti, parole di altro segno che vi/ci sono provenute in questi anni (invero anche di recente come abbiamo potuto registrare sul nostro sito) da rappresentanti sindacali e da sia pur ristretti nuclei di lavoratori degli stabilimenti Fiat in Polonia e in Serbia, parole che richiamano la necessità di un collegamento tra lavoratori dei diversi paesi e non certo inneggiano, come le vostre, alla difesa separata e nazional-corporativa?

I fatti ci danno conferma. Come scrive Mortara, oggi la Fiom, mentre “festeggia le sue nove vittorie di carta”, intanto “si appella a Fim e Uilm e a Federmeccanica per definire regole cogenti sulla rappresentanza e sulla democrazia capaci di impedire la pratica degli accordi separati...” (“è come chiedere al lupo, che si è divorato Cappuccetto Rosso, di restituirlo!”). Quindi: cause a tutto spiano da un lato, ma sostanziale marcia indietro alla ex-Bertone e a Melfi, come anche nelle proposte di composizione del disaccordo con Confindustria e Cisl-Uil a partire dalle “regole sulla rappresetanza”.
Un decorso che, con tutta la (non irriducibile) distanza tra maggioranza e minoranza della Cgil, tra segreteria camussiana e Fiom, di fatto le accomuna: sia l’una che l’altra stanno procedendo in modo più o meno dichiarato verso la sostanziale accettazione degli accordi inzialmente rifiutati e questo è il dato centrale della loro azione, deleteria per la nostra classe che peraltro, e anche questo va detto, poco o niente finora vi ha opposto.
La Cgil ha indetto lo sciopero soltanto il 6 maggio, data sufficientemente lontana dallo sciopero metalmeccanico del 28 gennaio e sufficientemente vicina alle elezioni amministrative, in prossimità delle quali sta bene riempire le piazze e creare aspettative con tutti gli argomenti antiberlusconiani possibili. Che lo sciopero del 6 maggio sia stato uno “sciopero elettorale” lo conferma non solo il fatto che esso ha individuato come sua esclusiva controparte il governo di centro-destra (che controparte, ma non certo esclusiva, lo è a pieno titolo), ma anche l’iniziativa della Camusso che proprio in quei giorni ha presentato a Confinudustria e Cisl-Uil una “proposta di riforma della contrattazione” che ricalca nell’essenziale (ovvero nello svilimento del CCNL, ammettendo recuperi al di sotto dell’inflazione e ampia possibilità di deroga a livello aziendale e locale) quanto già sottoscritto separatamente da quegli altri. Lo sciopero del 6 maggio non ha visto al centro né la denuncia di Confindustria (e della Fiat), né quella degli accordi separati che nelle varie categorie stanno sancendo condizioni sempre più deteriorate per i lavoratori. Tutti gli strali della Cgil sono stati indirizzati contro Berlusconi, mentre la Camusso proprio in quei giorni ha accentuato l’iniziativa volta a ricucire gli strappi con Confindustria.
Il tutto in vista e in prossimità della tornata elettorale, a suggello del fatto che questa politica, che si riempe la bocca di democrazia mentre arretra continuamente sugli interessi di classe, non sa far altro che eludere la presa in carico delle necessità dei lavoratori sul terreno della lotta per convergere, prima o poi, sulle istanze del fronte avverso, puntando a finalizzare gli accenni di mobilitazione che si sono dati e quelli che in forma ultra-controllata è stato utile chiamare in campo al mero scopo di una favorevole conta di voti, così certificando ancora una volta il proprio mestiere di sempre: quello di pompieri della lotta di classe, votati a spegnere nelle urne del potere borghese (così come nelle aule dei suoi tribunali) ogni (anche solo potenziale) energia di lotta della classe operaia e lavoratrice.
Una politica che è foriera di gravi ulteriori arretramenti “nelle fabbriche”, cioè nella realtà dei rappporti di forza tra capitale e classe lavoratrice, anche quando, a detta di costoro, “si vincerebbe”, nei tribunali e nelle urne.

Abbiamo letto su Liberazione del 21/05/11 l’articolo di Cremaschi (“Nei ballottaggi di Milano e Napoli la differenza la può fare il lavoro”) che si arrampica sugli specchi per affermare che nelle candidature di Pisapia e De Magistris sarebbe stata messa in primo piano la questione del lavoro. A Milano, in particolare, sarebbe stata la lotta della INNSE a dare il là alla riscossa operaia che ha portato sulla poltrona di sindaco il candidato del centro-sinistra.

Niente ci sembra più fasullo e francamente ridicolo. Le vittorie di Pisapia e De Magistris sono state possibili su terreni dove la questione di classe, lo abbiamo detto in apertura, oltre a non essere centrale, vi è stata e vi è francamente del tutto assente, se non esorcizzata. Chi ritiene che questo sia soltanto il portato di sapienti strategie elettorali avrà modo di ricredersi. Intanto vada a leggersi alcuni esplicativi editoriali della stampa borghese, uno per tutti quello di Piero Ostellino sul Corriere della Sera del 26/5/11, “Una città due borghesie”, dove si legge, tra altro, che “Letizia Moratti e Giuliano Pisapia hanno come grandi elettori le due borghesie nelle quali è (apparentemente) divisa la upper class nazionale. L’una di (centro)destra, si dichiara ’moderata’; l’altra, di (centro)sinistra, ’progressista’...”. O legga ancora sullo stesso numero Massimo Moratti, petroliere presidente dell’Inter, per il quale: “Giuliano mi sembra una persona perbene. Si rivolge a tutti e incarna i valori e la tradizione della borghesia milanese...”.

Chi sbaglia a fare i conti: Ostellino/Moratti o Cremaschi? Noi non abbiamo dubbi. Nella canditatura di Pisapia e nella sua campagna elettorale abbiamo visto riflesso l’ulteriore percorso compiuto da Federazione della Sinistra e SEL nella “ri-affondazione” definitiva di ogni velleità di “comunismo” ridotto a barzelletta dai suoi stessi ex-rappresentanti pur di poter essere riammessi nel gioco, almeno in quello delle amministrazioni locali.
Rispetto alle arrampicate sugli specchi di Cremaschi ci sembra molto più sensato e veritiero registrare una linea di continuità tra il SI espresso dagli operai alla ex-Bertone e la plebiscitaria elezione di Piero Fassino a Torino al primo turno. Nella elezione di Fassino, esponente del centro-sinistra notoriamente schierato con Marchionne e in generale contro le “rigidità” sindacali della Fiom e della stessa Cgil, vediamo riflessa “la questione del lavoro” di cui parla Cremaschi, ma non nel senso di inesistenti riscosse (poi tradotte in voti...), sì invece in quello di un reale arretramento della classe operaia che, deprivata (e deprivatasi) di ogni sua propria prospettiva – distinta e contrapposta a quelle di tutti i Fassino e della upper class nazionale in ogni suo fazione e componente –, si piega oggi al SI sui ricatti in fabbrica e vota in massa il candidato del centro-sinistra che quei ricatti giustifica e sostiene.

Da questa non confortante realtà si riparte. Questi i meriti su cui dare battaglia perché ripartenza e lotta contro il capitalismo possano darsi, superando in avanti le attuali indubbie e gravi difficoltà del nostro fronte.

4 giugno 2011

Nucleo Comunista Internazionalista

dal sito IL PANE & LE ROSE             

9 giugno2011

sabato 14 maggio 2011



LA FIOM E LA LOTTA DI CLASSE A COLPI DI SENTENZE
di Lorenzo Mortara

Con le prime sentenze dei tribunali ai ricorsi della Fiom, contro il Contratto separato firmato nel 2009 da Confindustria, Fim e Uilm, nonostante quello vecchio scada alla fine del 2011, le bacheche delle fabbriche si son riempite di volantini in favore dell’accusa o in favore della difesa.

A sinistra, la Magistratura conferma nove volte la validità del Contratto 2008 firmato anche dalla Fiom. A destra, la stessa Magistratura dà almeno una ragione a Fim e Uilm.
Il volantino della Fiom, rispetto a quello di Fim e Uilm è tanto più onesto quanto più ingenuo.

Secondo Fim e Uilm la sentenza in loro favore, sarebbe un clamoroso esempio di tutela all’incontrario della Fiom, in quanto le aziende vengono legittimate a chiedere indietro gli aumenti salariali ottenuti dalle due confederazioni gialle. Il ricorso della Fiom, dunque, si sarebbe concluso con un autogol per i suoi tesserati che pagheranno la sconfitta della loro dirigenza in termini di riduzione del salario e delle tutele.
Anche se credono di essere furbi, i burocrati di Fim e Uilm, non sono per niente intelligenti. La Fiom non ha bisogno di occultare alcuna sentenza, sono Fim e Uilm che cercano di distorcerle.
Fim e Uilm focalizzano l’attenzione, sfocandola lo stesso, su una sola sentenza, dimenticando apposta le altre nove. Corretto, però, sarebbe valutarle tutte, solo così è possibile dare un giudizio complessivo e onesto sulle azioni giudiziarie della Fiom.

Per ora, avendo vinto nove ricorsi su dieci, la Fiom ha tutelato nel 90% dei casi i suoi iscritti, e nel 100% quelli di Fim e Uilm o quelli restanti o non iscritti ad alcun sindacato. Tuttalpiù, la Fiom, avrebbe costretto i suoi iscritti, in un 10% dei casi, a restituire la mancia d’aumento piovuta più dalle mani della Confindustria che dal Contratto separato di Fim e Uilm. Già, perché se è vero che in questo caso, e solo in questo, Fim e Uilm hanno ragione a dire che gli iscritti alla Fiom potrebbero vedersi ridotto il loro salario, hanno torto a dire in malafede che, oltre al salario, vanno incontro alla riduzione delle tutele. Infatti, l’unica sentenza vagamente favorevole a Fim e Uilm, conferma che per gli iscritti alla Fiom il Contratto 2008 è ancora valido ed esigibile. Non prevedendo deroghe, non si capisce come i lavoratori Fiom possano essere meno tutelati dal vecchio contratto, rispetto agli iscritti Fim e Uilm che ce le hanno in quello nuovo. In quest’unico caso, i padroni potrebbero chiedere la restituzione dell’aumento salariale agli iscritti della Fiom, e subito dopo, non avendola più tra le balle, applicare le deroghe a quelli di Fim e Uilm e abbassare i loro salari al livello di quelli della Fiom o addirittura oltre. A quel punto però, agli iscritti di Fim e Uilm, basterebbe passare alla Fiom per difendersi dalla decurtazione del salario stabilita, previo deroga, dal loro stesso, nuovo Contratto.

Fin qui per la Magistratura e il diritto. Per loro disgrazia, non sono né l’uno né l’altra a stabilire salari e tutele, ma la lotta di classe e i rapporti di forza tra Capitale & Lavoro che i tribunali scalfino appena.

Per la lotta di classe, queste sentenze danno grosso modo ai lavoratori i diritti che avevano prima. Non risulta, infatti, che a sentenza emessa, sia cambiato qualcosa né dove si è vinto né dove si è perso. Laddove Fim e Uilm hanno vinto, il padrone può anche aver diritto alla restituzione degli aumenti salariali, ma non è detto che abbia la forza di farlo, specie se i “suoi” lavoratori saranno rappresentati in larga maggioranza dalla Fiom. Alla stessa maniera, dove ha vinto la Fiom o dove potrebbe anche vincere, i padroni passeranno come un rullo compressore sopra tutte le sentenze che gli daranno torto, se avranno davanti l’impotenza calabrache dei sindacalisti Fiom modello ex-Bertone.
Se c’è una cosa che davvero confermano le sentenze, non è la vittoria schiacciante della Fiom o il gol della bandiera di Fim e Uilm. Le sentenze confermano una volta di più che il diritto non è la Sacra Bibbia e nemmeno un teorema di matematica. Su questo è bene che riflettano quei lavoratori che ripongono tutte le loro speranze in denunce e tribunali, come fossero l’ultima parola di Dio. Le sentenze dimostrano che il codice è interpretabile più o meno come la Smorfia Napoletana. Inoltre, la Fiom, ha vinto solo il primo round. Salendo di grado, di appello in Cassazione, è molto probabile che al terzo e ultimo, le sentenze verranno ribaltate 9 a 1 a favore di Fim e Uilm, cioè dei padroni, confermando la verità di classe della giustizia borghese. Anche per miracolo non andasse così, appellarsi alla potenza dei tribunali borghesi, significa ammettere di non avere la forza di mobilitarsi nei luoghi di lavoro. Ma anche se non si ha la forza – ammesso e non concesso che sia così – ciò non significa che i lavoratori debbano cercare altre strade, perché altre strade non ce ne sono. I lavoratori, in generale, non devono procedere a colpi di sentenze o per petizioni. Possono farlo solo a patto che simili espedienti siano presi per quello che sono: effetti collaterali e secondari della lotta di classe. L’asse centrale dell’attività sindacale deve essere la mobilitazione, con la forza della quale strappare ai padroni diritti e contratti. Più ci si attarda ad appellarsi ai tribunali, più le vittorie legali si tradurranno nelle fabbriche in sconfitte per i lavoratori. La vicenda della ex Bertone ne è un primo segnale inquietante.

Quali sono gli errori dei delegati della ex Bertone? Per loro la Fiat deve assumersi la responsabilità dell’investimento, non scaricarla sui lavoratori. Eppure, scaricando la responsabilità dell’investimento sulle scelte dei lavoratori, la Fiat non dimostra affatto di non sapersela assumere, al contrario dimostra perfettamente di sapersela assumere nell’unica maniera in cui sanno assumersela i padroni. Scaricare sui suoi dipendenti la responsabilità dell’investimento, è l’indice della forza della Fiat. Rimpallarlo alla Fiat come hanno fatto i nostri delegati, è invece l’indice della loro debolezza. Che i lavoratori siano più deboli dei padroni è ovvio, ma compito dei delegati è infondere più forza e coraggio possibile a chi rappresentano, non ritrasmettere moltiplicata la loro paura. È in questi momenti che si vede il valore di un delegato, è lì che deve dimostrare di essere un capo all’altezza dei lavoratori. Purtroppo, alla ex Bertone, ci saranno anche 10 delegati della Fiom su 16, ma ci sono solo 16 gregari e nessun capo. I lavoratori, per loro disgrazia, non hanno alcun leader.
Non si può però addossar tutta la colpa ai 10 delegati della Fiom, senza capire che la loro capitolazione ai diktat di Marchionne non è che il riflesso di un comitato centrale che invece di partire all’attacco, è ancora attardato nelle secche delle aule di tribunale. Alla ex Bertone non abbiamo leader, ma non possiamo averceli se forse non li abbiamo nemmeno ai piani superiori della Fiom. Anche se fa male ammetterlo, forse bisogna prendere atto che la mano tesa di Landini alle RSU dimissionarie della ex Bertone, è l’abbraccio tra dirigenti della stessa pasta. Infatti, ai padroni va bene perdere nei tribunali, purché vincano dove conta, nelle fabbriche. E a tutt’oggi, la Fiom non è stata in grado di dare ancora alcuno sbocco alla lotta contro Marchionne e il suo modello. Dunque, dietro la capitolazione dei delegati della ex Bertone, ci sta la sostanziale accettazione di una sconfitta dei dirigenti della Fiom.

Per battere Marchionne ci vuole ben altro che i tribunali. Bisogna mettere in campo tutto il potenziale di lotta dei metalmeccanici, senza dividerli fabbrica per fabbrica e unendoli quando è possibile attraverso l’alleanza di tutte le sigle sindacali disposte a battersi contro l’amministratore della Fiat. La Fiom è ancora molto lontana da questa posizione. Infatti, mentre festeggia con un volantino le sue nove vittorie di carta, alla fine, invece di rivolgersi a sinistra verso i sindacati di base per una comune lotta, si appella a Fim, Uilm e Federmeccanica, per definire, come cosa prioritaria, «regole cogenti sulla rappresentanza e sulla democrazia capaci di impedire la pratica degli accordi separati». Appellarsi a chi ha smantellato la rappresentanza per definire regole sulla rappresentanza, è come chiedere al lupo, che si è divorato Cappuccetto Rosso, di restituirlo!
I Cappuccetti rossi che guidano la Fiom non devono appellarsi a Fim e Uilm, tanto meno a Federmeccanica, ma appoggiarsi esclusivamente sui lavoratori.
Le nuove regole saranno stabilite dalla vecchia lotta di classe, quando la Fiom si deciderà a guidarla fuori dai tribunali. In caso contrario, tutte le sentenze di questo mondo, sanciranno solo l’ennesima sconfitta a tavolino della Fiom e della classe operaia.

Stazione dei Celti, Maggio 2011

dal sito  http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

domenica 27 marzo 2011

I VICERÉ di Lorenzo Mortara




I VICERÉ

di Lorenzo Mortara


È del 1894, I Viceré, uno dei massimi capolavori della letteratura italiana, uscito fuori dalla penna verista di De Roberto. Al suo apparire e per molto tempo, il romanzo non ebbe fortuna, anche, ma non solo, per la stroncatura senza appello che gli appioppò l’estetica da governante del Croce. La retorica risorgimentale, di cui oggi festeggiamo i 150 anni della sua puntuale riproposizione, non poteva sopportare molto un romanzo che faceva piazza pulita del mito unitario.
Il romanzo si snoda a cavallo dell’impresa garibaldina dei mille e narra le vicende della nobile famiglia Uzeda di Francalanza, i Viceré appunto dei Borboni, il cui destino, senza che vi sia del fatalismo, perlomeno in chi scrive, è quello di governare sia prima che dopo il passaggio di consegne tra la monarchia spagnola e quella sabauda.
A livello dei personaggi, l’opera è imperniata sull’apparente contrasto tra Don Giacomo Uzeda, Principe di Francalanza, e il principino Consalvo, suo figlio. Contrasto che De Roberto segue fin dall’infanzia del principino, smussandone via via gli angoli, per scioglierla nell’ultima parte del romanzo in una sostanziale continuità. Consalvo, in effetti, è il vero erede di Don Giacomo, e il contrasto col padre, apparentemente di valori e di ideali, non può che essere alla fine solo un banale scontro generazionale tra il vecchio e il nuovo modo di difendere gli stessi interessi.
Sullo sfondo dell’alleanza tra la borghesia industriale del Nord e l’aristocrazia terriera del Sud su cui s’imperniava la nascente industrializzazione capitalistica italiana, il romanzo non concede spazio a sentimenti, emozioni o altre pose romantiche. Tutto è calcolo, cinismo e arrivismo, comprese fede e superstizioni che fanno solo da supporto. I rapporti sono bloccati. Le donne non contano. L’interesse costringe alla capitolazione ogni timido tentativo che i personaggi fanno, qua e là, di ribellarsi.
Per il pessimismo senza speranza, ma anche senza rimpianti, con cui De Roberto narra i primi passi dello Stato unitario, il romanzo è stato associato a Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Il paragone è più che pertinente, anche se va detto che è De Roberto ad anticipare Tomasi di Lampedusa. La famosa frase in cui si riassume Il Gattopardo, «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», è anticipata da De Roberto nella parodia che fa del motto del D’Azeglio: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri». I Viceré son tutti qua, immobili nella loro sete di dominio. La ribellione di figli e figliastri non riesce mai perché in fondo è finta, troppo compromessa e assoggettata a un mondo che tutto sommato accettano e condividono. La prosa di De Roberto, lenta e sicura come la vita oziosa di questi nobili, segue tutte le incoerenze dei personaggi, ben conscio che l’unica coerenza che possa dare solidità alla narrazione, è la fedeltà assoluta all’interesse personale della famiglia Uzeda.
La modernità dell’opera, oltre al suo indubbio impianto laico, merce rara all’epoca e non troppo disponibile nemmeno ora, si può anche trovare in alcune felicissime trovate dell’autore che non possono non stupire il lettore d’oggi. Si resta ad esempio sbalorditi, nello scoprire come rassomigli a qualcuno il modo in cui Consalvo si comprerà un seggio in Parlamento. I Viceré dei Borboni, cambieranno subito bandiera, non appena Consalvo capirà che basterà un po’ di demagogia per entrare nelle grazie dei Savoia. Per convincere i suoi concittadini a votarlo, sarà a favore della proprietà privata e contro lo sfruttamento, per la laicità e al tempo stesso per la religione, ma soprattutto sarà per la pubblicità di sé stesso. Non convinto del tutto dalla sua retorica, infatti, Consalvo aggiungerà una specie di opuscolo da regalare a tutti i suoi “sudditi” poco prima del giorno delle elezioni. Come non vedere in questa campagna, il precedente letterario che anticipa lo stucchevole analfabetismo sottoculturale con cui il Viceré, Uzeda-Berlusconi, ha chiesto alla nazione di mandarlo al potere? In effetti, a ben guardare, Una Storia italiana non è che la riedizione aggiornata con cui si è conclusa la preistoria borbonica.
Oggi che il successo e la grandezza del romanzo di De Roberto, sono finalmente riconosciuti, si corre però il rischio opposto di sopravvalutarne lo spirito nichilista. L’immobilismo eterno con cui De Roberto e Tomasi di Lampedusa guardano alle cose umane, è spesso associato al presunto carattere dei siciliani, ma almeno per De Roberto si può forse ipotizzare che fosse più che altro dovuto al contesto storico-culturale da cui proveniva. Ai tempi de I Viceré, il socialismo in Italia muoveva i suoi primi passi, e Marx ed Engels erano ancora sommersi tra il positivismo, l’idealismo piccolo borghese e l’anarchismo. Ci sarebbero voluti ancora parecchi anni prima che attecchisse la concezione scientifica del moderno progresso socialista. E una volta attecchita, poco più di un lustro bastò per sommergerla di nuovo nel medioevo stalinista da cui ancora non è risorta.
Perciò, anche se apparentemente la Storia sembra aver dato ragione al pessimismo senza speranza di De Roberto, noi operai non possiamo unirci al coro disfattista con cui a 150 anni dall’unità borghese d’Italia, parecchia intellighenzia ha riproposto, con rabbia, la “quistione meridionale”. Per chi è armato del metodo storico marxista, non dicono niente di nuovo le lamentele in forma di libro contro l’occupazione, l’assoggettamento e la repressione con cui i briganti del Nord si annettevano i contadini del Sud, in vista della loro proletarizzazione da immettere nell’incipiente mercato nazionale.
La mancata rivoluzione del Risorgimento, era in realtà l’unico modo possibile ai borghesi per rivoluzionare i rapporti di produzione in Italia. L’aumento del divario Nord-Sud, non è l’indice del fallimento unitario, al contrario mostra il suo strepitoso successo, dietro al quale si cela la vera contrapposizione, tra padroni e salariati, che permea l’Italia come tutto il resto del mondo.
Solo col completo dispiego del capitalismo è possibile portare pienamente allo scoperto il contrasto fondamentale tra padroni e operai e liberarsi degli ultimi Borboni senza corona che infestano l’Italia. Tornando indietro, al Regno Delle Due Sicilie, è impossibile.
Tuttavia, se questo non è ancora avvenuto, non è per l’immutabilità delle cose o perché il nichilismo dei senza speranza alla De Roberto, abbia avuto ragione. Il motivo è meno metafisico e più terra terra, e va ricercato nel fallimento secolare, storico della sinistra. Infatti, mentre borghesi industriali, proprietari terrieri, preti e altri redditieri, si alleavano per difendersi coi denti e con le unghie dall’ascesa del proletariato, in 150 anni di Storia, la sinistra tutta, invece di sentirsi intimamente legata alla nostra sorte, ha finito in un modo o nell’altro, specie nei momenti decisivi, a farsi anch’essa – purtroppo! – gli affari loro.



(a Giovanni Forti chiunque sia la sua governante)

Stazione dei Celti, Domenica 27 Marzo 2011



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