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venerdì 15 luglio 2011





LA PARABOLA DELL'AUTOGESTIONE IN IUGOSLAVIA

di Riccardo Achilli


La Rivoluzione del nostro tempo sarà dal basso o non sarà
Daniel Guérin (1958)



Premessa: impostazione del problema

Ho scelto di aprire questa breve analisi sulle caratteristiche e l'evoluzione dell'esperimento autogestionario nella ex Iugoslavia con una citazione di Guérin, perché il grande autore marxista libertario può rappresentare, a mio avviso, una guida per comprendere soprattutto le ragioni del sostanziale fallimento di detto esperimento. Cosa diceva, infatti, Guérin, in proposito? “che la pianificazione potrebbe funzionare efficacemente solo se fosse diretta dal basso verso l’alto e non viceversa, cioé se provenisse dai gradini più bassi della produzione e fosse costantemente sottoposta al loro controllo ... Il futuro, senza alcun dubbio, sta nella gestione autonoma delle imprese da parte delle associazioni dei lavoratori. Ciò che resta da mettere a punto, è il meccanismo, certamente delicato, della loro federazione, dell’armonizzazione dei diversi interessi in un ordine che sia libero”. In questo breve passaggio si riconosce, in nuce, il fulcro del problema di un sistema di autogestione che abbia l'ambizione di superare i rapporti capitalistici di produzione. Tale problema, a mio avviso, si risolve con un approccio basato su tre passi, progressivamente sempre più impegnativi:

- primo passo: l'autogestione deve superare il livello micro-aziendale, cioè non può essere semplicisticamente considerata una modalità alternativa di gestione di imprese in concorrenza capitalistica fra loro, perché non farebbe altro che riprodurre una mera variante del capitalismo manageriale. Occorre quindi, in primo luogo, che le imprese siano non soltanto gestite, ma anche di proprietà, dei lavoratori stessi, in un sistema di proprietà socializzata e condivisa, dove la proprietà privata dei mezzi di produzione sia abolita. Ma ciò non è sufficiente;

- secondo passo: le imprese in autogestione, quand'anche fossero di proprietà dei lavoratori (e quindi in un sistema in cui non esiste più la proprietà privata dei mezzi di produzione), che le gestiscono collettivamente, non possono operare come elemento di rivoluzione socialista dal basso se sono inserite in un sistema in cui il loro finanziamento e lo scambio sul mercato finale dei loro prodotti siano ancora regolati da meccanismi capitalistici, ovvero concorrenziali, e finalizzati alla massimizzazione del profitto. In tal caso, infatti, le imprese socializzate sarebbero ancora sottoposte all'esigenza di estrazione di plusvalore, e si verificherebbe una modalità diversa di alienazione del lavoro, costituita da una competizione fra i consigli operai titolari delle diverse imprese (un caso esemplare. I Cantieri Navali Orlando di Livorno, che per una certa fase, alla fine degli anni Novanta, furono di proprietà dei lavoratori stessi, furono afflitti da problemi tipici delle imprese capitaliste: aumento del saggio di sfruttamento, tramite interventi di aumento della produttività del lavoro e di auto-moderazione salariale, incidenti, anche mortali, sul lavoro, ecc.). Occore quindi che le imprese socializzate operino in un sistema complessivo non capitalistico, dove cioè non vi è plusvalore, e le merci sono scambiate al loro valore d'uso, determinato dal lavoro concreto, diretto ed indiretto, necessario per produrle. Ma anche ciò non sarebbe sufficiente.

-Terzo passo: come specifica Guérin, anche in un sistema non capitalistico, occorrerebbe comunque un meccanismo di coordinamento delle imprese socializzate fra loro (in una logica di filiera, ovvero di interscambio di materie prime e beni intermedi ai vari stadi della produzione del prodotto finale) e di queste con il mercato finale di consumo. Tale meccanismo non potrebbe risolversi, banalmente, in un mero coordinamento orizzontale fra le diverse unità produttive, in una logica di autonomia totale. Infatti, ciò non garantirebbe la necessaria centralizzazione dell'informazione produttiva e di mercato, atta a far funzionare adeguatamente l'intero sistema economico, realizzando una efficiente allocazione dei fattori produttivi e l'incontro fra offerta e domanda ai livelli richiesti. Serve quindi un meccanismo di pianificazione, che però non può essere centralizzato, perché finirebbe (come purtroppo verificatosi nell'Urss) per generare una nuova classe sociale dominante, ovvero la burocrazia, e di conseguenza forme specifiche di alienazione e sfruttamento del lavoro. Occorre quindi inventare (e qui la questione è aperta) forme di programmazione che partano dal basso, siano del tutto de-burocratizzate, e risalgano progressivamente, lungo le filiere produttive, per poi nuovamente ridiscendere verso i mercati finali, in un continuo processo di concertazione e coinvolgimento dei lavoratori associati nella gestione delle imprese, anche nella loro veste di consumatori finali, che esprimono la loro domanda. Tale processo dovrebbe essere quindi connotato dal massimo liveello possibile di partecipazione e confronto, ma anche, d'altra parte, da un necessario momento di sintesi, che tiri le somme del processo partecipativo, e determini i flussi di produzione ed interscambio, verificandone però costantemente l'adeguatezza rispetto alle esigenze produttive di ciascuna impresa ed alle esigenze di consumo dei cittadini, ed adottando meccanismi flessibili per modificare in qualsiasi istante le decisioni assunte. Ciò riviene a creare un meccanismo di consultazione costante fra tutte le singole cellule della società (ovvero fra i vari comitati di gestione dei lavoratori delle singole imprese, e fra questi e le organizzazioni di base dei consumatori). Tale problematica, per Pierre Naville, si traduce anche nel problema della libertà di informazione, ovvero della possibilità di creare un sistema in cui l'informazione viene creata dal basso, e circola fluidamente, senza che vi sia una centralizzazione della stessa, ed una sua distribuzione dall'alto.
La disamina dell'esperienza di autogestione iugoslava è mirata ad evidenziare come, di fatto, il suo fallimento fu legato all'incapacità di rispettare le condizioni sopra descritte.

Breve storia dell'autogestione in Iugoslavia

Il dibattito sul progetto di autogestione si accese già nel 1948, in seno al Quinto Congresso dell'allora Partito Comunista Iugoslavo. La "via iugoslava al socialismo" già si scontrava apertamente con quella stalinista. La Costituzione federativa del nuovo Stato imponeva necessariamente anche un ampio decentramento del potere economico (altrimenti sarebbe stato un federalismo di pura facciata), che non poteva essere garantito dal rigido processo di pianificazione dall'alto tipico delle economie del Patto di Varsavia. In quella sede, Edvard Kardelj dice: "..E' fuori dubbio che nel periodo rivoluzionario di transizione dal capitalismo al socialismo, il ruolo determinante spetta ai dirigenti del partito proletario (...) Ma é altrettanto chiaro che lo stato maggiore rivoluzionario può raggiungere il successo solo a patto di basarsi sull'attività creatrice di larghe masse lavoratrici (...) A nostro avviso non si può lavorare senza commettere errori, ma riteniamo meno pericolosi gli errori che si commettono quando l'iniziativa dal basso si fa liberamente sentire che non quelli commessi dai burocrati che si sono messi in testa di essere infallibili (...) Non tenere conto di questi principi significa giungere inevitabilmente al burocratismo, all'isolamento dell'apparato burocratico rispetto alle masse popolari, all'assoggettamento di tali masse all'apparato burocratico stesso (...) Il delinearsi di questa situazione nell'ambito di un sistema socialista, per quanto breve possa esserne la durata, comporta tutta una serie di fenomeni negativi, quali ad esempio la mania delle ricette belle e fatte, il conservatorismo nei metodi e nelle forme organizzative, il soffocamento dell'iniziativa creatrice proveniente dal basso, l'allevamento di una categoria di burocrati invertebrati, il ristagno ideologico, la deviazione dal retto cammino della politica internazionalista...". Si consuma così la rottura con lo stalinismo, in nome di un progetto che intende rimettere al centro la creatività rivoluzionaria del lavoro nelle fabbriche, assegnando ai vertici di partito un ruolo di accompagnamento verso il socialismo (non vi è dubbio che eccheggi, in tale visione, l'eredità dell'ottica gramsciana del partito “cellulare”, come lo ebbe a definire Damen nella sua critica a Gramsci, quando dice che “nel partito che si formerà a Livorno Gramsci porterà, era inevitabile che ciò avvenisse, la concezione di un partito che basa la sua egemonia su di una struttura cellulare di fabbrica”).
La riforma autogestionale propriamente detta parte con la Legge sulla gestione delle imprese economiche statali e delle organizzazioni economiche superiori, votata il 27/6/1950 dall'Assemblea popolare, che ha formalmente introdotto una prima limitata forma di autogestione operaia nelle imprese iugoslave. In quell'occasione, Tito formulò chiaramente l'ambizione del progetto: "...Socializzando i mezzi di produzione finora gestiti dallo stato, non sono ancora state realizzate le aspirazioni del movimento operaio. - Le fabbriche agli operai e le terre ai contadini - non é un motto astratto e propagandistico, é un motto che contiene un significato pieno e profondo, il programma dei rapporti socialisti di produzione: sia per quanto riguarda la proprietà sociale, sia per fissare i diritti e i doveri dei lavoratori (...) può e dev'essere realizzato se pensiamo di costruire il socialismo (...) Oggi, da noi, saranno gli stessi lavoratori a dirigere le fabbriche, le miniere e il resto. Saranno loro a decidere come e quando lavorare, sapranno perché lavorano e come verranno impiegati i frutti del loro lavoro...".

L'attuazione della legge in questione, però, sollevò notevoli critiche, che portarono ad una più radicale riforma nel 1965. Fondamentalmente, per fare riferimento al nostro schema descritto nell'introduzione, latitava l'attuazione del “secondo passo”, ovvero la costruzione attorno alle imprese autogestite di un sistema realmente socialista, per cui perduravano elementi di capitalismo tali da produrre deviazioni, in particolare il sorgere di una classe di manager, che tendevano a riprodurre forme di borghesia. Afferma infatti Kardelj, all'atto della riforma del 1965: "...La società socialista tende a far sì che le funzioni di organizzatore del processo produttivo siano veramente "al servizio" dei produttori associati (...) Ma i conflitti di interesse, l'insufficiente sviluppo del nostro meccanismo di autogoverno, e il fatto che la classe operaia é ancora relativamente giovane, con la mentalità ancora gravata della coscienza del piccolo proprietario rurale, fa sì che le funzioni direttive nelle organizzazioni economiche acquistino (...) una grande autonomia, tanto che, in maggiore o minore misura assumono le funzioni di rappresentante del colletivo di lavoro. In tali condizioni, accade anche più spesso e facilmente che la forza e l'autonomia del rappresentante favoriscano il soggettivismo tecnocratico, determinati raggruppamenti di interessi (ad es. regionalistici - nazionalistici, ndr), tendenze e privilegi corporativistici, il soffocamento della critica, la degradazione dell'autogoverno, eccetera. Anche queste manifestazioni sociali creano tra gli uomini rapporti specifici che definiamo burocratismo..."

Emerge quindi la principale critica che lo stesso Kardelj avrebbe fatto rispetto al sistema di autogestione, ovvero il sorgere, in seno alle imprese autogestite, di una “strana borghesia”, ovvero una classe di manager sempre più autoreferenziale, e che tende a riprodurre, nei suoi rapporti con i lavoratori, modalità tipiche del capitalismo manageriale. Le cause di tale deviazione sono essenzialmente da imputare ad un insufficiente sviluppo dei meccanismi di autogestione (donde la necessità di una riforma più radicale, come quella implementata nel 1965) ed a problemi di insufficiente sviluppo dell'autocoscienza dei lavoratori, da cui la tendenza a delegare eeccessivamente.
La riforma, quindi, arriverà a delineare nel modo più compiuto ed avanzato il meccanismo di autogestione, che può sintetizzarsi nel seguento modo. Viene ridefinita la partecipazione dei lavoratori al processo produttivo sulla base del principio del lavoro associato. Questo assume valore giuridico e significa, per i lavoratori, la libera associazione del proprio lavoro con mezzi di produzione di proprietà sociale all'interno di entità economiche di base: le OBLA.
Un'OBLA corrisponde ad un reparto di impresa. Essendo le unità minime di lavoro associato, rappresentando cioé solo una parte del processo produttivo, le OBLA sono obbligate ad associarsi tra loro per dare vita alle organizzazioni di lavoro associato (OLA), per dare vita cioé ad unità produttive corrispondenti, a grandi linee, al concetto d'impresa. Le OLA così costituite, dovrebbero presentare, per il modo originale in cui sono organizzate, una certa flessibilità ed una capacità di modificare la propria composizione come il proprio orientamento produttivo. L'ultimo livello d'integrazione previsto dal nuovo sistema è l'associazione di più OLA in organizzazioni composite di lavoro associato (OCLA). Queste ultime, essendo costituite da più imprese, corrispondono in un certo qual modo a dei cartelli o consorzi produttivi veri e propri.
Le decisioni concernenti gli aspetti correnti della gestione - assegnazione di posti, condizioni di lavoro, priorità sociali, distribuzione del plusvalore, assunzioni e dimissioni, ecc. - si possono risolvere entro i confini delle OBLA. Ogni OBLA risolve queste questioni in assemblea; sempre in assemblea ogni OBLA elegge un presidente con il compito di rappresentare l'OBLA nel Consiglio dei Lavoratori. Il Consiglio dei Lavoratori è quindi un secondo livello (più generale) di decisione ed è formato, oltreché da tutti i presidenti di OBLA (interessi di reparto), anche dai presidenti delle varie Commissioni - occupazione, distribuzione del reddito, ricerca e sviluppo, casa, assistenza, ecc. - (interessi generali).
Va precisato che le Commissioni hanno solo potere consultivo, i loro rispettivi presidenti sono eletti per mezzo di un voto generale mentre l'inclusione di qualsiasi lavoratore all'interno di una Commissione è libera e volontaria nonché determinata dalle sue personali attitudini. Le Commissioni, pur avendo solamente un ruolo consultivo, sono importanti in quanto consentono ad ogni lavoratore di essere praticamente coinvolto nella gestione per ciò che riguarda la preparazione delle decisioni.
Il Consiglio dei Lavoratori prende le decisioni sulla base delle raccomandazioni sviluppate dalle Commissioni e dai Comitati. I Comitati sono generalmente tre:

a) Comitato esecutivo, il più importante, la cui presidenza spetta al direttore generale (che riceve l'incarico dal Consiglio dei Lavoratori) è composto dai segretari d'azienda e dai capi dipartimento;

b) Comitato di Gestione, strettamente legato al Comitato Esecutivo, è composto dai dirigenti di OBLA (capi reparto) eletti direttamente in assemblea da ogni sigola OBLA;

c) Comitato di Supervisione, organo di controllo dei lavoratori e supervisore delle attività gestionali. Il Presidente così come i membri possono essere eletti o direttamente con voto generale o dal Consiglio dei Lavoratori. Dal Comitato di supervisione dipendono due commissioni: la Commissione dei Reclami (a cui si rivolge l'individuo colpito da un'azione della collettività), eletta per mezzo di voto generale, e la Commissione per le responsabilità di lavoro (dove vengono attribuite le responsabilità nel caso il comportamento irresponsabile di un individuo abbia leso gli interessi della collettività), eletta dal Consiglio dei Lavoratori.

Di norma, il direttore generale detiene l'incarico per quattro anni; detto incarico viene assegnato dal Consiglio dei lavoratori previa presentazione di un programma di sviluppo. Se il programma proposto viene accettato dal Consiglio e dalle OBLA esso diventa una sorta di legge interna a cui tutti, dal Consiglio ai dirigenti, devono rimettersi mentre il Comitato Esecutivo si assumerà la piena responsabilità per la realizzazione dello stesso.
Questo sistema andava a costruire, di fatto, una programmazione dal basso, dalle OBLA fino ai livelli superiori di aggregazione produttiva, che potevano giungere fino all'intero settore produttivo. Tale sistema era però di tipo competitivo: le singole OLA si facevano concorrenza fra loro, anche quando appartenevano ad una medesima OCLA, con modalità di fatto simili a quelle del capitalismo.
Inoltre, il sistema delle imprese autogestite conviveva con imprese dirette e gestite a livello statale (o di singola Repubblica), con imprese di tipo cooperativo e con imprese miste, dove veniva consentita una compartecipazione di investitori stranieri al capitale sociale. In particolare, le imprese pubbliche erano organizzate secondo un modello oligarchico: Le IES (Imprese Economiche di Stato) dovevano realizzare i piani di produzione preparati, secondo una logica pianificatoria centralizzata, dalle agenzie del governo (le AOR). Il direttore delle IES, al quale spettavano tutte le decisioni, rispondeva direttamente alla sua AOR di competenza, mentre tutti gli addetti, dagli operai ai colletti bianchi, rispondevano direttamente al direttore. Nel 1978, su una popolazione attiva di 9.276.000 persone i salariati erano 5.385.000, i disoccupati 735.000, i lavoratori autonomi (piccoli artigiani, contadini, ecc.) 3.156.000, gli emigrati 800.000. Osservando questi dati possiamo notare che, escludendo i disoccupati, i lavoratori autonomi, gli emigrati e una buona parte dei salariati (impiegati in imprese statali centralizzate, nei servizi, ecc.), i lavoratori interessati da processi lavorativi autogestiti erano una minoranza.
L'esperienza dell'autogestione, come sopra delineata, si concluse virtualmente con la riforma legislativa del 1978, nella quale si avvia un processo di destrutturazione dell'esperimento, che troverà il suo culmine nell'ulteriore riforma del 1981. L'economia iugoslava, a quei tempi, era già caratterizzata da una gravissima crisi strutturale, derivante dalle debolezze del suo modello di sviluppo, intriso di una ingovernabilità politica ed economica crescente, di una difficoltà peculiare nel gestire correttamente la politica monetaria e quella valutaria, che si tradusse in una spirale inflazionistica gravissima, di una propensione all'indebitamento estero, che finì per mettere il Paese alla mercè delle politiche neoliberiste e socialmente distruttive del FMI, di enormi sperequazioni di sviluppo economico fra le varie Repubbliche.
La legge 312 del 1978, non mutando sostanzialmente la situazione di scarsa affluenza di capitale straniero, crea verso la metà degli anni '80 confronti aspri tra gli organi federali e gli ambienti legati al settore "autogestito" interessati ad una modifica della normativa in vigore nel senso di una liberalizzazione pressocché totale dell'investimento estero. Questo dibattito aveva il fine di modificare alcuni aspetti sostanziali della legge n.312 per arrivare concretamente alla definizione di un nuovo quadro giuridico in materia. Benché il dibattito riguardasse solo modifiche da apportare rispetto alla eventuale partecipazione di imprese estere alle imprese autogestite, in realtà la sua portata fu tale da sconvolgere il disegno stesso dell'autogestione iugoslava, e quindi le riforme alla 312 possono considerarsi a pieno titolo il canto del cigno di tale esperimento. In questo senso i settori manageriali chiedevano le seguenti riforme rispetto alla 312:
L'art.10, che nella 312 vietava l'intervento di capitale straniero nelle attività legate al commercio e alla sicurezza sociale. Nella proposta per il nuovo progetto di legge questa barriera si sarebbe dovuta superare. L'art.11 prevedeva che l'ammontare dell'investimento straniero in una impresa iugoslava non potesse superare il 49% del capitale complessivamente investito in quell'impresa. Ciò per garantire la "proprietà collettiva" dell'impresa stessa. Secondo i manager e dirigenti aziendali iugoslavi il nuovo assetto giuridico non avrebbe dovuto porre alcun limite all'investimento di capitale straniero. L'art.15 stabiliva che nell'organo amministrativo dell'impresa mista i rappresentanti del capitale straniero investito non potessero essere in numero maggiore rispetto ai rappresentanti iugoslavi dell'impresa stessa o delle imprese che partecipavano all'attività produttiva. La ragione di questa legge si trova nella difesa del principio dell'autogestione che altrimenti verrebbe compromesso in sede amministrativa da una rappresentanza estranea agli interessi dei lavoratori. Anche questo passaggio della legge 312 viene messo in discussione e le ragioni sono di natura squisitamente capitalistica. L'art.19 della 312 stabiliva che qualora venisse realizzato dall'impresa mista un profitto superiore a quello fissato per contratto, la parte di questa eccedenza attribuibile all'investitore straniero sarebbe servita per rimborsargli parte della sua quota societaria. In questo modo, maggiore era l'efficenza dell'impresa, maggiore la spinta per estromettere (attraverso il rimborso della quota societaria) l'investitore straniero. Nel nuovo progetto di legge verrebbe invece sancita la piena libertà, per l'investitore straniero, di disporre del reddito realizzato e di trasferirlo all'estero. Altra significativa proposta era la "attenuazione" di quelle imposte fisse sul reddito dell'impresa destinate alla costituzione di fondi di solidarietà per alloggi, borse di studio, premi assicurativi e percepite come "improprie" o non direttamente collegate alla gestione congiunta. Ed appare evidente come questo provvedimento sia direttamente speculare a quello volto alla privatizzazione delle attività sociali-assicurative attraverso un intervento del capitale straniero in esse (vedi art.11).
Il 27 novembre 1984 il Parlamento approva la nuova legge sugli investimenti esteri in organizzazioni di lavoro associato. La nuova legge risponde quasi totalmente alle esigenze liberalizzatrici emerse dal dibattito circa la vecchia legge 312 del 1978. L'articolo 11, che fissava nel 49% la soglia massima di partecipazione del capitale estero nelle imprese jugoslave, viene abolito portando tale soglia al 99%. All'investitore viene concesso il diritto di veto che di fatto ne aumenta il potere decisionale. Vengono inoltre previste negoziazioni tra le parti sui parametri gestionali con l'obiettivo di portare a standards "normali" la produttività dell'impresa mista. Viene inoltre stabilito, nella nuova legge del 1984, che il mancato rispetto degli obiettivi pattuiti graverà esclusivamente sulla quota di reddito spettante al partner jugoslavo. L'articolo 19 viene aggirato consentendo all'investitore straniero di trasferire il 100% della sua quota di profitto all'estero. Infine, sempre per rimanere all'interno delle modifiche più significative, gli oneri derivanti dalle imposte destinate alla costituzione dei fondi per la riproduzione sociale, per gli ammortamenti superiori alle quote stabilite per legge, ecc., cioé tutte quelle sottrazioni apportate al reddito finale dell'impresa non direttamente collegati alla produzione verranno sopportati esclusivamente dal partner iugoslavo.
A quel punto però anche gli investimenti direttamente produttivi non avranno ricadute positive né per i lavoratori e per il rilancio dell'occupazione né per ciò che riguarda l'economia nazionale, in quanto la Iugoslavia andrà comunque incontro ad un disastro economico e sociale. Inoltre, sempre più di frequente i nuovi impianti (o i vecchi impianti che ora però lavoreranno su appalto straniero) saranno subordinati alle esigenze del circuito produttivo della multinazionale investitrice piuttosto che alle esigenze del tessuto economico del paese ospitante ed alle esigenze del mercato interno.
Va comunque rilevato che, in primo luogo, le richieste di modificazione della legge 312, che porteranno alla nuova legge del 1984, non provengono da direttive "esterne" (come, ad esempio, dal FMI) ma sono il frutto dello scontro tra il livello politico federale e quelli che potremmo definire gli "ambienti imprenditoriali" cioé le rappresentanze politico-tecnico-scientifiche delle imprese autogestite. In secondo luogo, le proposte di modificazione della legge 312, che provengono direttamente dagli "ambienti imprenditoriali" rappresentanti cioé il sistema di fabbrica ("autogestita" o meno), non appaiono certo come l'espressione degli interessi operai e dei lavoratori. Ciò significa, in pratica, che i gruppi dirigenti delle imprese autogestite, virtualmente eletti dai lavoratori, nella realtà non ne rappresentavano gli interessi e si comportavano, in tutto e per tutto, come spezzoni della borghesia.

Il bilancio dell'esperienza

Quanto detto vale a dimostrare il sostanziale fallimento dell'esperienza di autogestione. Il fallimento non è misurabile tramite gli indicatori economici di crescita o di sviluppo. Fra 1950 e 1980, il PIL pro capite iugoslavo, in termini reali (quindi depurato dall'effetto della variazione dei prezzi) era cresciuto del 74% , arrivando al 22-mo posto nel ranking mondiale. Il tasso di disoccupazione, fino alla crisi petrolifera degli anni Settanta, era molto basso; i parametri misuranti il livello di istruzione e la copertura sanitaria della popolazione erano in costante miglioramento. Tuttavia, tali risultati non sembrano potersi collegare, se non in parte, con l'autogestione in senso stretto (che peraltro come si è visto era una frazione minoritaria dell'economia nazionale). In larga misura, sono da attribuirsi alla strategia di non allineamento, che consentirà alla Iugoslavia di esportare i propri prodotti sia in Occidente che nei Paesi socialisti; di ricevere investimenti diretti dai Paesi capitalisti, ma anche dalla Cina; di incrementare, tramite il turismo, gli introiti di valuta estera pregiata; di utilizzare la possibilità data ai propri cittadini di emigrare, come valvola di sfogo per evitare fenomeni di disoccupazione legati ad eccedenze di offerta di lavoro, anche le politiche monetarie e reali, molto accomodanti (pagate però in un secondo momento da iper infllazione e debito pubblico altissimo) contribuiranno ad alimentare, tramite l'espansione della domanda aggregata (soprattutto sotto forma di grandi programmi di investimento pubblico e di una espansione rapida dei consumi), la crescita rapida del PIL nazionale.
Già nel 1969 Tito ebbe a dichiarare che "in alcune aziende quasi tutto il potere é in mano ad un ristretto gruppo di dirigenti, esperti, uomini di affari che si comportano come un'equipe manageriale. In aziende di questo tipo, ove si trascurano obblighi e responsabilità di fronte al colletivo di lavoro e agli organi di autogestione dei redditi, decide questo ristretto gruppo di persone, spesso senza interpellare gli operai, e si arriva al punto di non chiedere neppure il loro parere. Con una tale prassi l'autogestione operaia si riduce ad una formalità . Nei consigli operai di certe aziende si diminuisce notevolmente il numero degli operai impegnati nella produzione diretta. Essi vengono sempre più sostituiti da persone che mantengono posizioni dirigenti nel processo produttivo o che lavorano nell'amministrazione. A ciò è direttamente collegata la tendenza a diminuire il numero dei membri dei consigli operai in generale e di prolungare il mandato a coloro che già lo detengono di tre oppure quattro anni (...) Come marxisti e leninisti e come comunisti decisamente votati all'autogestione operaia non dobbiamo permettere il realizzarsi di tali tendenze (...) Dobbiamo lottare anche perché gli interessi diretti e storici della classe operaia (...) costituiscano il fattore fondamentale e determinante del nostro sviluppo socialista. Se non porremo così le cose, ci potrebbe accadere che, dietro il paravento dell'autonomia del fatto economico, il vero potere nelle organizzazioni di lavoro venga assunto da questo strato manageriale anche nelle comunità politico-sociali e nell'apparato politico-amministrativo..."

Tali dichiarazioni, successive di quattro anni alla grande riforma dell'autogestione del 1965, sembrano identiche a quelle, già analizzate, fatte da Kardely poco prima dell'implementazione della riforma stessa. Sono quindi il miglior barometro della reale dimensione del fallimento dell'esperimento autogestionale: un fallimento sul piano del contributo all'avanzamento in direzione di una società socialista, più che un fallimento economico o gestionale. Di fatto, l'autogestione, anziché consegnare le imprese ad una reale proprietà collettiva dei loro lavoratori, realizzò la nascita di una burocrazia, con comportamenti tipici della borghesia capitalista, per l'appunto ciò che Kardely sintetizzò con l'amara espressione di “strana borghesia”. Ciò era per certi versi inevitabile, atteso che la burocrazia politica iugoslava esercitava comunque, tramite le borghesie burocratiche sindacali, un controllo sui consigli operai e, tramite l'Alleanza Socialista del Popolo Lavoratore (una sorta di associazione rappresentativa della società civile), un controllo sul sistema assembleare. Infatti, i lavoratori dovevano scegliere i propri rappresentanti nei consigli operai all'interno di liste sindacali e, per potersi candidare alle elezioni per l'assemblea relativa ad una qualsiasi "comunità socio-politica" ci si doveva necessariamente iscrivere ad una delle "organizzazioni socio-politiche" costituenti l'A.S.P.L. e, quindi, sottoporsi al controllo, sia pure indiretto, della burocrazia politica della Lega dei Comunisti. Di conseguenza, considerazioni legate più alla fedeltà politica che al merito, imposte dalla longa manu del partito, prevalsero, spesso, nella scelta delle strutture direttive delle imprese autogestite, così come tramite pratiche nepotistiche, consociative, o demagogiche, quando non apertamente di corruzione, i quadri dirigenti delle imprese riuscirono a imporre il loro controllo duraturo sulle stesse. D'altra parte, spesso lo stesso livello di preparazione culturale, tecnica, professionale, rendeva pressoché inevitabile che le oligarchie assumessero un controllo permanente sulle imprese, emarginando i lavoratori.
Più in generale, nello schema che si è delineato nella premessa di questo articolo, ciò che venne a mancare, e che determinò il fallimento dell'esperimento, fu il “secondo passo”, ovvero la creazione, attorno alle imprese autogestite, di un ambiente socialista. Il mantenimento di un sistema concorrenziale impose infatti alle imprese autogestite di affidarsi alla guida di quei personaggi, legati alle reti di conoscenza giuste, nei Ministeri e nel partito, in grado di far ottenere alle imprese stesse finanziamenti e commesse pubbliche. Si creò così una rete di consorterie politico-sindacal-aziendali, che consolidò il potere delle burocrazie, soffocando il significato reale dell'autogestione. Questo conglomerato di potere, a ben vedere, non è molto diverso da ciò che si realizzerebbe in un sistema capitalista.
Josip Zupanov riporta i risultati di un'inchiesta sulle imprese autogestite nel decennio '60-'70:

-viene rilevato un modello oligarchico di controllo sia tra i quadri esecutivi che nel Consiglio dei Lavoratori e nell'Ufficio di gestione;

-viene inoltre sottolineato come la distribuzione dei poteri nel Consiglio dei Lavoratori stesso fosse direttamente connesso alla stratificazione socio-occupazionale dell'impresa: il Consiglio era dominato dai dirigenti mentre i lavoratori avevano un potere molto limitato.

Inoltre, tale sistema che preservava elementi di mercato e di capitalismo, uniti all'autogestione, fece sì che i settori produttivi di base, vitali per far funzionare il resto dell'economia (produzione di energia, metallurgia, petrolchimica e chimica di base, meccanica di base) utilizzarono il loro potere di ricatto per auto-pagarsi salari più alti rispetto a quelli erogati nei settori dei beni di consumo.
Infine, tale sistema ibrido, in cui non si realizzò il famoso “secondo passo”, generò disoccupazione. Le imprese auto gestite avevano infatti interesse a non fare assunzioni fra i giovani alla ricerca di lavoro, perché se aumentava la base occupazionale aziendale, a parità di risorse da distribuire per salari, questi ultimi diminuivano, o non potevano aumentare. Anche questo effetto è molto interessante, perché riproduce una dinamica competitiva fra insiders ed outsiders, sul mercato del lavoro, tipica del capitalismo, che invece in una economia in transizione verso il socialismo, in teoria, dovrebbe scomparire. Anche in questo caso, dunque, in assenza di progressi a livello sistemico verso il socialismo, l'autogestione finì per produrre degenerazioni tipicamente capitalistiche, anziché funzionare da leva per accelerare la costruzione del socialismo.
Sarebbe interessante studiare in quale misura la progressiva svolta liberista della Iugoslavia, costituita dalla sepoltura dell'autogestione nel 1984, e più in generale dalle riforme introdotte da Ante Markovic, sin dal 1982, sotto la pressione del FMI, abbiano ispirato i riformisti sovietici, guidati da Gorbaciov e dal suo collaboratore Gajdar, nell'implementazione della perestrojka nella seconda metà degli anni Ottanta. Certamente, il crollo di quello spirito mutualistico e cooperativo che era alla base della costruzione stessa della Iugoslavia (e che in campo economico si manifestava tramite l'autogestione, mentre in quello politico tramite il federativismo e l'autonomia di ogni gruppo etnico, in un quadro di forte solidarietà reciproca) fu la premessa per il risorgere di individualismi ed egoismi nazionalistici ed etnici, e quindi fu alla radice, insieme al tracollo economico ed alle interferenze neo-imperialiste esterne, della tragedia che di lì a pochi anni si sarebbe scatenata.
Occorre anche chiudere il bilancio con l'evidenziazione che, pure in questo contesto negativo, ebbe l'esperimento di auto governo. Fu il motore di una intensa crescita dei livelli produttivi e di una rapidissima industrializzazione di un Paese che, ad eccezione della Slovenia e di alcune zone della Croazia e della Vojvodina, era di fatto agricolo ed arretrato. Aumentò la disciplina lavorativa e gli indici di produttività schizzarono verso l'alto, perché i lavoratori sentivano l'azienda come una cosa "loro". Ed avevano un incentivo ulteriore a lavorare di più e meglio. Inoltre, generò una importante presa di coscienza dei lavoratori, che parteciparono attivamente alla gestione dell'impresa, crescendo in termini di consapevolezza del loro ruolo di produttori, step di importanza capitale per costruire una coscienza rivoluzionaria. Ciò ha altresì permesso al movimento operaio internazionale di prendere coscienza del fatto che“proprietà statale” e “proprietà sociale”, per dirla con Edvard Kardelj, non sono la stessa cosa, esattamente come non lo sono il socialismo e il capitalismo di Stato.
Naturalmente, tutto ciò non è sufficiente per qualificare positivamente l'esperienza testè rammentata in forma molto sintetica, e richiama la necessità di compiere tutti e tre i passi richiamati in premessa, senza i quali l'autogestione, di per sè, è una parola vuota, inutile, ed anche per certi versi dannosa.

4 luglio 2011
 
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

giovedì 21 aprile 2011


LA MACHNOVŠČINA
di Daniel Guérin




Se la liquidazione degli anarchici delle città, piccoli nuclei impotenti, doveva essere abbastanza facile, non fu così nel sud dell'Ucraina; qui il contadino Nestor Machno aveva costituito una forte organizzazione anarchica rurale, sia economica sia militare. Figlio di contadini poveri ucraini, Machno aveva vent'anni nel 1919. Giovanissimo, aveva partecipato alla Rivoluzione del 1905 ed era diventato anarchico. Condannato a morte dallo zarismo, la pena era stata commutata e gli otto anni trascorsi, quasi sempre ai ferri, nella prigione di Butirki, erano stati la sua unica scuola. Con l'aiuto di un compagno di prigionia, Pëtr Aršinov, colmò, almeno in parte, le lacune della sua istruzione.
L'organizzazione autonoma delle masse contadine di cui prese l'iniziativa subito dopo l'Ottobre, copriva una regione popolata da sette milioni di abitanti, e formava una specie di cerchio di 280 km di profondità per 250 di larghezza. L'estremità meridionale toccava il mare di Azov, raggiungendo il porto di Berdiansk. II suo centro era Gulyai-Polyé, un grosso borgo di 20-30.000 abitanti. Si trattava di una regione tradizionalmente ribelle, che era stata, nel 1905, teatro di violenti tumulti.
Tutto era incominciato con l'instaurazione in Ucraina di un regime di destra, che era stato imposto dagli eserciti di occupazione tedesco e austriaco, e si era affrettato a rendere ai vecchi proprietari le terre di cui i contadini rivoluzionari si erano appena impadroniti. I lavoratori delle terre difesero con le armi in pugno le loro recenti conquiste. Le difesero tanto contro la reazione quanto contro l'intrusione intempestiva, nelle campagne, dei commissari bolscevichi, e contro le loro requisizioni troppo pesanti. Questa gigantesca jacquerie fu animata da un giustiziere, una specie di Robin Hood anarchico, soprannominato dai contadini "Padre" Machno. Il suo primo fatto d'arme fu la presa di Gulyai-Polyé, a metà settembre del 1918. Ma l'armistizio dell'11 novembre determinò la ritirata delle forze d'occupazione austro-tedesche mentre offriva contemporaneamente a Machno un'occasione unica di costituire riserve d'armi e scorte.
Per la prima volta nella storia, i principi del comunismo libertario furono applicati nell'Ucraina liberata e, nella misura in cui le circostanze della guerra civile lo permisero, fu praticata l'autogestione. Le terre disputate agli antichi proprietari terrieri furono coltivate in comune dai contadini, raggruppati in "comuni" o liberi "soviet di lavoro". I principi di fratellanza e di uguaglianza erano rispettati. Tutti, uomini, donne, bambini dovevano lavorare secondo le loro forze. I compagni eletti alle funzioni di gestione, a titolo temporaneo, riprendevano poi il loro lavoro abituale a fianco degli altri membri della comune.
Ogni soviet non era che l'esecutore della volontà dei contadini della località in cui era stato eletto. Le unità di produzione erano federate in distretti e i distretti in regioni. I soviet erano inseriti in un sistema economico complessivo, fondato sull'uguaglianza sociale. Dovevano essere assolutamente indipendenti da qualsiasi partito politico. Nessun politico vi doveva imporre la sua volontà dietro la copertura del potere sovietico. I loro membri dovevano essere autentici lavoratori, a servizio esclusivo degli interessi delle masse lavoratrici.
Allorché i partigiani machnovisti penetravano in una località, affiggevano dei manifesti, in cui si poteva leggere:

"La libertà dei contadini e degli operai appartiene a loro stessi e non può subire restrizione alcuna. Tocca ai contadini e agli operai stessi agire, organizzarsi, intendersi fra di loro, in tutti i campi della loro vita, come essi stessi ritengono e desiderano (...). I machnovisti possono solo aiutarli dando loro questo o quel parere o consiglio (...). Ma non possono, e non vogliono, in nessun caso, governarli".

Quando, più tardi, nell'autunno del 1920, gli uomini di Machno furono portati a concludere, da pari a pari, un effimero accordo con il potere bolscevico, insistettero per l'adozione della seguente postilla: "Nella regione in cui opererà l'esercito machnovista, la popolazione operaia e contadina creerà le proprie istituzioni libere per l'autoamministrazione economica e politica; queste istituzioni saranno autonome e collegate federativamente - per mezzo di patti - agli organi governativi delle Repubbliche Sovietiche". Sbalorditi, i negoziatori bolscevichi stralciarono questa postilla dall'accordo, per riferire a Mosca, dove, naturalmente, fu giudicata "assolutamente inammissibile".
Una delle debolezze relative del movimento machnovista era l'insufficienza di intellettuali libertari nel suo seno. Ma, almeno saltuariamente, fu aiutato dall'esterno. Dapprima, da Kharkov e da Kursk, da parte degli anarchici che, sul finire del 1918, si erano fusi in un'alleanza detta Nabat (l'Allarme), animata da Volin. Nell'aprile 1919, tennero un congresso in cui si pronunciarono "categoricamente e definitivamente contro ogni partecipazione ai soviet, divenuti organismi puramente politici, organizzati su una base autoritaria, centralizzatrice, statale". Questo manifesto fu considerato dal governo bolscevico come una dichiarazione di guerra e il Nabat dovette cessare ogni attività. In seguito, a luglio, Volin riuscì a raggiungere il quartier-generale di Machno ove, di concerto con Pëtr Aršinov, assunse l'incarico della sezione culturale ed educativa del movimento. Presiedette uno dei congressi, quello tenuto in ottobre a Aleksandrovsk. Vi furono adottate delle Tesi Generali, che precisavano la dottrina dei "soviet liberi".
Il congresso riuniva delegati dei contadini e delegati dei partigiani. In realtà, l'organizzazione civile era il prolungamento di un esercito insurrezionale contadino, che praticava la tattica della guerriglia. Era assai mobile, capace di percorrere fino a cento chilometri al giorno, non solo con la sua cavalleria, ma anche grazie a una fanteria che si spostava su leggere vetture ippotrainate, a molla. Questo esercito era organizzato sulle basi, specificatamente libertarie, del volontariato, del principio elettivo, in vigore per tutti i gradi, e della disciplina liberamente accettata: le regole di quest'ultima, elaborate da commissioni di partigiani e quindi ratificate da assemblee generali, erano rigorosamente osservate da tutti.
I corpi franchi di Machno diedero del filo da torcere agli eserciti "bianchi" interventisti. Quanto alle unità di guardie rosse bolsceviche, erano assai poco efficaci. Si battevano solo lungo le strade ferrate, senza mai allontanarsi dai loro treni blindati, ripiegando al primo insuccesso, astenendosi spesso dal riprendersi i propri combattenti. Così ispiravano poca fiducia ai contadini che, isolati nei loro villaggi e privi d'armi, sarebbero stati alla mercé dei controrivoluzionari. "L'onore di avere annientato, nell'autunno del 1919, la controrivoluzione di Denikin spetta principalmente agli insorti anarchici"; scrisse Aršinov, il memorialista della machnovščina.
Machno rifiutò sempre di porre la sua armata sotto il comando supremo di Trotsky, capo dell'Armata Rossa, dopo la fusione in quest'ultima delle unità di guardie rosse. Così il grande rivoluzionario credette di doversi accanire contro il movimento insurrezionale. Il 4 giugno 1919, redasse un ordine, con cui proibì il prossimo congresso dei machnovisti, accusati di levarsi contro il potere dei Soviet in Ucraina, stigmatizzò ogni partecipazione al congresso come atto di "alto tradimento" e ordinò l'arresto dei suoi delegati. Inaugurando una procedura che sarà imitata, diciotto anni dopo, dagli stalinisti spagnoli contro le brigate anarchiche, rifiutò armi ai partigiani di Machno, sottraendosi al dovere di assisterli, per accusarli poi di "tradire" e di lasciarsi battere dal le truppe bianche.
Tuttavia i due eserciti si trovarono d'accordo, in due occasioni, allorché la gravità del pericolo interventista esigette una azione comune; questo accadde, dapprima, nel marzo 1919 contro Denikin, poi durante l'estate e l'autunno 1920, quando sorse la minaccia delle forze bianche di Wrangel, distrutte, infine, da Machno. Ma, appena scongiurato l'estremo pericolo, l'Armata Rossa riprendeva le operazioni militari contro i partigiani di Machno, che restituivano puntualmente i colpi subiti.
Alla fine di novembre del 1920, il potere non esito ad organizzare un agguato. Gli ufficiali dell'esercito machnovista di Crimea furono invitati dai bolscevichi a partecipare ad un consiglio militare. Furono subito arrestati dalla polizia politica, la Ceka, e fucilati, e i loro partigiani disarmati. Nello stesso tempo una offensiva in piena regola veniva lanciata contro Gulyai-Polyé. La lotta - una lotta sempre più disuguale - fra libertari ed "autoritari" durò ancora nove mesi. Ma, alla fine, messo fuori combattimento da forze molto superiori di numero e meglio equipaggiate, Machno dovette abbandonare la partita.
Riuscì a rifugiarsi in Romania, nell'agosto 1921, quindi a raggiungere Parigi, dove morì, più tardi, malato e povero. Così finiva l'epopea della machnovščina, prototipo, secondo Pëtr Aršinov, di un movimento indipendente delle masse lavoratrici, e, perciò stesso, fonte di ispirazione futura per i lavoratori del mondo.


Dal sito  http://www.nestormakhno.info/index.htm

lunedì 7 febbraio 2011

TRE PROBLEMI DELLA RIVOLUZIONE di Daniel Guérin


                  TRE PROBLEMI DELLA RIVOLUZIONE

                                    di Daniel Guérin

Per gentile concessione della Massari editore pubblichiamo questo saggio di Daniel Guérin tratto dal suo libro "Per un marxismo libertario"- Massari ed.2008-



Volin, storico libertario della Rivoluzione russa, dopo esserne stato attore e testimone, scrive:

Un problema fondamentale ci è stata tramandato dalle rivoluzioni precedenti – alludo specilmente alla Rivoluzione francese del 1789 e a quella russa del 1917 – sorte all’origine contro l’oppressione, animate da un potente soffio di Libertà, proclamanti la Libertà come loro obiettivo essenziale: perché esse sono andate a sboccara in una nuova dittatura, esercitata da altri strati dominatori e privilegiati e quindi in una nuova schiavitù delle masse popolari? Quali sarebbero le condizioni per evitare a una rivoluzione una così triste fine? Una tale fine sarebbe, per molto tempo ancora, una specie di fatalità storica: oppure si dovrebbe a fattori passeggeri, o addirittura ad errori e manchevolezze evitabili nell’avvenire? E in quest’ultimo caso, quali sarebbero i mezzi per eliminare il pericolo che già minaccia le rivoluzioni future?”. (1)

Penso con Volin, che le due grandi esperienze storiche della Rivoluzione francese e di quella russa siano indissolubilmente legate. Malgrado le differenze d’epoca, di ambiente, di “contenuto di classe”, il problema che pongono, gli scogli contro i quali hanno urtato sono fondamentalmente gli stessi. Tutt’al più nella prima Rivoluzione si sono manifestati in modo più embrionale che nella seconda. Così, gli uomini di oggi non possono trovare la strada della loro emancipazione definitiva se non riuscendo a individuare nelle due esperienze quanto vi è stato di progressivo e quanto di fallimentare, al fine di trarne lezioni per il futuro.
La causa essenziale del relativo fallimento delle due più grandi rivoluzioni della storia non risiede, a mio avviso – per riprendere le parole di Volin- né dalla “fatalità storica”, né nei semplici “errori” soggettivi dei soggetti rivoluzionari. La Rivoluzione porta in sé una grave contraddizione (che fortunatamente –vi ritorneremo- non è irrimediabile e si attenuerà col tempo): essa non può nascere, non può vincere se non scaturisce dalle profondità delle masse popolari stesse, dallo loro irresistibile sollevazione spontanea; ma le masse popolari, anche se l’istinto di classe le spinge a rompere le proprie catene, mancano di educazione e coscienza. E dato che si scontrano, nel loro slancio straordinario ma tumultuoso e cieco verso la libertà, con le classi sociali privilegiate, coscienti, istruite, organizzate, sperimentate, esse potranno trionfare contro la resistenza che incontreranno solo se riusciranno ad acquisire nel fuoco della lotta la coscienza, la scienza, l’organizzazione, l’esperienza che manca loro.
Ma il fatto stesso di forgiare le armi che abbiamo appena enunciato e che sole possono assicurar loro la superiorità sull’avversario, comporta un immenso pericolo: quello di uccidere la spontaneità che rappresenta il nerbo della Rivoluzione, di lasciar confiscare il movimento da parte di un’élite minoritaria di militanti più istruiti, coscienti e sperimentati, che inizialmente si offrono come guida, per imporsi poi come capi e sottomettere le masse a una nuova forma di oppressione dell’uomo da parte dell’uomo.
Dal momento in cui il socialismo è stato in grado di affrontare questo problema, che ha avuto la percezione di questa contraddizione, vale a dire, in generale, a partire dalla metà del XIX secolo, esso non ha smesso di dibattercisi, di oscillare tra i due poli estremi della libertà e dell’ordine. Ognuno dei suoi pensatori e dei suoi protagonisti si è impegnato, a tentoni e scontando ogni sorta di esitazioni e di contraddizioni, per risolvere il dilemma fondamentale della Rivoluzione. Proudhon, nel suo famoso Mémoire sur la propriété (1840), aveva creduto di trovarne la sintesi, quando scriveva con ottimismo:

La più alta perfezione della società si trova nell’unione tra l’ordine e l’anarchia”.

Ma un quarto di secolo più tardi, constatava con malinconia:

Queste due idee, libertà (...) e ordine si appoggiano l’una all’altra (...). Non si possono separare, né assorbire l’una all’altra; ci si deve rassegnare a vivere con entrambe, equilibrandole... Nessuna forza politica ha ancora trovato la vera soluzione dell’accordo tra la libertà e l’ordine”. (2)

Oggi un immenso impero, costruito sotto le insegne del “socialismo”, cerca penosamente, empiricamente, talvolta in modo convulso, di eludere il pugno di ferro di un “ordine” fondato sulla costrizione, per ritrovare la strada verso la libertà cui aspirano i suoi milioni di adepti, ogni giorno meno rozzi e più coscienti. Il problema, dunque si pone in modo sempre bruciante, e non è stata ancora detta l’ultima parola.
Se si guarda più da vicino, il problema implica tre aspetti relativamente distinti, benché strettamente legati:

1. Nella fase della lotta rivoluzionaria, quali devono essere gli ambiti rispettivi della spontaneità e della coscienza, delle masse e della direzione?
2. Una volta rovesciato l’antico sistema di oppressione, quali forme di organizzazione politica o amministrativa bisogna sostituire a quella che è stata appena sconfitta?
3. Infine, da chi e come dev’essere amministrata l’economia dopo l’abolizione della proprietà privata (problema che si pone in tutta la sua ampiezza per la rivoluzione proletaria, ma che si è posto in modo solo embrionale per la Rivoluzione francese)?

Su ognuno di questi tre punti, i socialisti del XIX secolo hanno esitato, tergiversato, si sono contraddetti, affrontati.
Quali socialisti?
In generale si possono individuare al loro interno tre correnti principali:

a) Coloro che definirei gli autoritari, gli statalisti, i centralisti, eredi, gli uni dalla tradizione giacobina e blanquista della Rivoluzione francese (3), gli altri dalla tradizione tedesca (o più precisamente prussiana) della disciplina militare e dello Stato con la S maiuscola.
b) Coloro che definirei gli antiautoritari, i libertari, eredi, da una parte della democrazia diretta del 1793, dell’idea comunista e federalista e, dall’altra, dell’apoliticismo sansimoniano mirante a sostituire a un governo politico l’ “amministrazione delle cose”.
c) Infine, i socialisti cosidetti scientifici (Marx ed Engels) che tentavano attivamente, e non sempre con coesione e successo – e spesso per motivi tattici (poiché dovevano fare concessioni alle due ali, autoritaria e libertaria, del movimento operaio) – di coinciliare queste due correnti, di trovare un compromesso tra l’idea autoritaria e quella libertaria.

Cerchiamo di riassumere brevemente i tentativi compiuti da queste tre correnti del pensiero socialista per risolvere i tre problemi fondamentali della Rivoluzione.


                               
                               1. Spontaneità e coscienza

Gli autoritari non hanno fiducia nelle capacità delle masse di pervenire da sole alla coscienza; hanno –anche quando pretendono il contrario- un timor panico delle masse. A loro avviso, questesono ancora abbruttite da secoli di oppressione. Hanno bisogno di essere guidate e dirette. Un piccolo gruppo di dirigenti deve sostituirsi ad esse, per insegnare loro una strategia rivoluzionaria e condurle alla vittoria.
I libertari, al contrario, sostengono che la Rivoluzione dev’essere opera delle masse stesse, della loro spontaneità, della loro libera iniziativa, delle loro facoltà creative tanto insospettate quanto straordinarie. Essi mettono in guardia contro i dirigenti che –in nome di una più ampia coscienza- pretendono di imporsi alle masse per poi spogliarle dei frutti della loro vittoria.
Quanto a Marx ed Engels, essi pongono l’accento sia sulla spontaneità che sulla coscienza. Ma la loro sintesi resta zoppa, incerta contradditoria. Conviene del resto precisare che i libertari non sfuggono sempre, anche loro, allo stesso rimprovero. Si ritrovano in Proudhon, contrapposti all’esaltazione ottimistica della “capacità politica della classe operaia”, dei passaggi pessimistici in cui egli dubita della suddetta capacità e si affianca agli autoritari nella loro suggestione che le masse debbano essere dirette dall’alto. (4)
Ugualmente Bakunin non riuscirà mai a liberarsi completamente del cospirativismo “quarantottesco” della sua giovinezza e, subito dopo aver puntato sull’irresistibile istinto primario delle masse, eccolo prevedere l’ “infiltrazione” invisibile di queste da parte di dirigenti coscienti e organizzati in società segrete. Di qui, questo singolare rincorrersi: coloro che egli accusa, a volte non senza fondamento, di autoritarismo, lo accusanodi flagrante delitto di machiavellismo autoritario.
Le due tendenze antagoniste della Prima internazionale si rimprovano reciprocamente, ognuna con qualche ragione, di manovre sotterranee per assicurarsi il controllo del movimento. (5) Si dovrà attendere, come vedremo, Rosa Luxemburg per avere una sintesi abbastanza valida tra la spontaneità e la coscienza.
Ma Trotsky compromette questo equilibrio raggiunto così laboriosamente per portare la contraddizione al suo culmine: egli è per certi versi, “lussemburghiano”; come testimoniano i suoi 1905 e Storia della Rivoluzione russa, il senso e l’istinto della rivoluzione dal basso; egli mette l’accento sull’azione autonoma delle masse; ma alla fine si allinea –dopo averle brillantemente combattute- alle concezioni blanquiste sull’organizzazione di Lenin (6) e, una volta arrivato al potere, arriverà a comportarsi in modo ancora più autoritario del suo capofila.
Infine, nella dura battaglia dal suo esilio,si riparerà dietro Lenin, divenuto tabù, per intentare il processo contro Stalin; e questa identificazione gli impedirà fino alla fine di esprimere quel tanto di lussemburghismo che era in lui.


                                 2. Il problema del potere

Gli autoritari sostengono che le masse popolari, dirette dai loro capi, devono sostituire allo Stato borghese un proprio Stato decorato con l’epiteto di “proletario” e che, per assicurare la sua perennità, devono spingere all’estremo i mezzi di costrinzione usati dal primo (centralizzazione, disciplina, gerarchia,polizia). Questo schema strappa ai libertari –e ciò ancora dopo più di un secolo-grida di spavento e di orrore. A chi giova - si domandano una rivoluzione che si accontenti di sostituire un apparato repressivo a un altro? Avversari irriducibili dello Stato, di ogni forma di Stato, dalla rivoluzione proletaria si attendono l’abolizione totale e definitiva della coercizione statale. Al vecchio Stato oppressore vorrebbero sostituire la libera federazione dei comuni associati, la democrazia diretta dal basso verso l’alto.
Marx ed Engels cercano la loro strada tra queste due tendenze estreme. Essi hanno subito l’impronta giacobina ma, da una parte, il contatto con Proudhon verso il 1844, l’influenza di un Moses Hess, e dall’altra la critica dell’hegelismo, la scoperta dell’ “alienazione”, li hanno resi alquanto libertari. Essi rifiutano lo statalismo autoritario sia del francese Louis Blanc sia del tedesco Lasalle. Si dichiarano fautori dell’abrogazione dello Stato. Ma a termine. Lo Stato, “la farroginosa macchina governativa” deve permanere all’indomani della Rivoluzione solo per qualche tempo. Nel momento in cui le condizioni materiali saranno realizzate permettendo di superarlo, allora “deperirà”. In attesa di quel giorno, bisogna cercare di “attenuarne al massimo gli spiacevoli effetti”. (7)
Questa prospettiva immediata, preoccupa, giustamente, i libertari. La sopravvivenza, per quanto “provvisoria”, dello Stato non dice loro niente di buono ed essi annuniciano profeticamente che, una volta reinsediatosi, il Leviatano (8) rifiuterà ostinatamente di dimettersi. La critica incalzante dei libertari pone Marx ed Engels nell’imbarazzo e li spinge a fare ai loro avversari concessioni tali che a un certo momento la disputa tra socialisti sullo Stato sembra non avere più un oggettoe non essere altroche una semplice disputa verbale. Ahimé! Questo bell’accordo non dura che lo spazio di un mattino.
Ma il bolscevismo del XX secolo rivela che non si trattava di una disputa puramente verbale. Lo stato transitorio di Marx ed Engels diviene, già nella sua forma embrionale, con Lenin e ancor più con i suoi posteri, un mostro tentacolare, che proclama, senza mezzi termini, il proprio rifiuto di deperire.


                              3. La gestione dell’economia

Infine, con quale regime di proprietà sostituire il capitalismo privato?
Gli autoritari non hanno difficoltà a rispondere. Dato che il loro principale difetto è la mancanza d’immaginazione, unita alla paura dell’ignoto, si basano su forme di amministrazione e di gestione copiate dal passato. Lo Stato accentrarà nella sua immensa rete tutta la produzione, tutto lo scambio, tutta la finanza. Il “capitalismo di Stato” sopravviverà alla rivoluzione sociale. La burocrazia, già gigantesca sotto Napoleone, il re di Prussia o lo Zar, non si accontenterà più, in regime socialista, di percepire delle imposte, di arruolare un esercito, di moltiplicare le polizie: essa stenderà i propri tentacoli sulle fabbriche, le miniere, le banche, i mezzi di trasporto.
I libertari lanciano un grido di spavento. Questa esorbitante espansione di poteri dello Stato appare loro come la tomba della libertà. Max Stiner è stato uno dei primi a insorgere contro lo statalismo della società comunista. (9) Proudhon non grida meno forte e Bakunin lo segue:

Io detesto il comunismo –dichiara in un discorso- (...) perché porta necessariamente alla centralizzazione della proprietà nelle mani dello Stato, mentre io (...) vedo l’organizzazione della società e della proprietà collettiva o sociale dal basso in alto, attraverso la via della libera associazione, e non dall’alto in basso attraverso una qualche autorità, qualunque essa sia”. (10)

Ma gli antiautoritari non sono unanimi nella formulazione della loro controproposta. Stiner suggerisce una “libera associazione” di “egoisti” d’ispirazione troppo filosofica e instabile!
Proudhon, più concreto, una combinazione per certi versi retrograda, piccolo-borghese, corrispondente allo stadio ormai superato della piccola industria, del piccolo commercio,dell’artigianato: la proprietà privata deve essere salvaguardata; i piccoli produttori, rimasti indipendenti, devono prestarsi a un aiuto reciproco; tutt’al più egli ammette la proprietà collettiva di un certo numero di settori che, ammette, sono già controllati dalla grande industria: i trasporti, le miniere ecc. Ma Stiner come Proudhon, ognuno a suo modo, prestano così il fianco a una scarica di legnate che gli somministra il marxismo, del resto poco ingiustamente.
Bakunin, da parte sua, si separa deliberatamente da Proudhon. Contro il suo maestro, egli fa per poco, nella Prima internazionale, fronte unico con Marx.
Egli rifiuta l’individualismo Postproudhoniano. Trae le conseguenze dell’industrializzazione. Si richiama alla proprietà collettiva. Non si presenta né comunista né mutualista, ma collettivista. La produzione deve essere gestita, su base locale, dalla “solidarietà tra comuni”, e su base professionale, da compagnie (o associazioni) operaie. Sotto l’influenza dei bakunisti, il congresso della Prima internazionale a Basilea, nel 1869, decide che nella società futura “il governo sarà sostituito dai consigli delle corporazioni dei mestieri”. (11) Marx ed Engels fluttuano e si barcamenano tra i due estremi. Nel Manifesto comunista del 1844, ispirato da Louis Blanc, avevano adottato la troppo comoda posizione ultrastatalista. Ma più tardi, sotto l’influenza della Comune del 1871 e la pressione degli anarchici, essi stempereranno questo statalismo e acconsentiranno a trasferire la produzione “nelle mani degli individui associati”. (12) Ma queste velleità libertarie non saranno di lunga durata e ben presto torneranno –nella lotta a morte che ingaggieranno contro Bakunin e i suoi discepoli- a una fraseologia più autoritaria e statalistica.
Non è dunque senza ragione (benché non sempre con totale buonafede) che Bakunin accusa i marxisti di sognare di concentrare tra le mani dello Stato tutta la produzione industriale e agricola. In Lenin, le tendenze stataliste e autoritarie che si sovrappongono a un anarchismo che esse contraddicono e annientano, sono già in nuce e con Stalin –trasformatasi la “quantità” in “qualità”- esse degenerano in un capitalismo di stato oppressore che Bakunin, nella sua critica, talvolta ingiusta, di Marx, sembra aver anticipato.
Questo breve richiamo storico ha interesse solo nella misura in cui ci può aiutare a orientarci nel presente. Gli insegnamenti che ne traiamo ci fanno comprendere in modo tanto eclatante quanto drammatico che, malgrado concezioni che oggi appaiono desuete, infantili e demenziali al vaglio dell’esperienza (per esempio il loro “apoliticismo”), per quanto riguarda l’essenziale, i libertari avevano ragione contro gli autoritari. I secondi hanno rovesciato ondate di ingiurie sui primi, giudicando il loro programma “un’accozzaglia di idee d’oltretomba” (13), di utopie reazionarie, superate e decadenti. (14)
Ma è indubbio, oggi, come sottolinea con forza Volin (15) che l’idea autoritaria, lungi dall’appartenere al futuro, non è altro che una conseguenza del vecchio mondo borghese, logora e moribonda.
Se è un’utopia, è quella del cosidetto “comunismo” di Stato, il cui fallimento è così palese che i suoi beneficiari (preoccupati prima di tutto di salvare i propri interessi di casta privilegiata)cercano oggi,attivamente e a tentoni, i mezzi per migliorarlo e di liberarsene.
L’avvenire non è più, ormai, né del capitalismo classico come voleva persuaderci il defunto Merleau-Ponty, né del capitalismo riveduto e corretto da un “neoliberismo” o del riformismo socialedemocratico. Il loro duplice fallimento non è meno strepitoso di quello del capitalismo di Stato. L’avvenire è sempre, e più che mai, del socialismo, ma di un socialismo libertario. Come annunciava profeticamente Kropotkin, sin dal 1896, la nostra epoca “avrà il marchio delle idee libertarie (...) la prossima rivoluzione non sarà più giacobina.” (16)
I tre problemi fondamentali della Rivoluzione, cui accenavamo im precedenza, devono e possono trovare infine la loro soluzione. Noi non siamo più ai balbettamenti, ai tentennamenti del pensiero socialista del XIX secolo. I problemi non si pongono più in astratto, ma concretamente. Oggi disponiamo di un’ampia messe di esperienze pratiche. La tecnica della Rivoluzione si è immensamente arricchita. L’idea libertaria non si iscrive più tra le nuvole, ma emerge dagli eventi stessi, dalle ispirazioni più profonde, anche quando sono respinte, e più autentiche delle masse popolari.
Il problema della spontaneità e della coscienza è molto più facile a risolversi oggi che un secolo fa. Le masse, se sono sempre un pò in ritardo rispetto alla bancarotta del sistema capitalistico –a causa dell’oppressione che le mantiene sottomesse- se mancano ancora di educazione e di lucidità politica, tuttavia hanno recuperato una buona parte del loro ritardo storico. Ovunque nei paesi capitalistici avanzati, come in quelli in via di sviluppo o assoggettati al cosidetto “comunismo” di Stato, esse hanno fatto un prodigioso balzo in avanti. Sono molto meno inclini a farsi abbindolare. Conoscono l’entità dei loro diritti. La loro conoscenza del mondo e del proprio destino si è considerevolmente arricchita. Se la debolezza del proletariato francese prima del 1840 – a causa della sua inesperienza ed esiguità- ha potuto generare il blanquismo, quella del proletariato russo prima del 1917, il leninismo, quella del nuovo proletariato prostrato e distrutto dopo la guerra civile del 1918-20 o freddamente sradicato dalle campagne, lo stalinismo, oggi le masse attive hanno meno bisogno di delegare i propri poteri nelle mani di tutori autoritari e cosidetti infallibili.
Del resto, grazie sopratutto a Rosa Luxemburg (17), nel pensiero socialista è penetrata l’idea che – anche se le masse non sono ancora completamente mature e la fusione tra scienza e classe operaia sognata da Lasalle non si è ancora interamente compiuta- il solo mezzo per colmare questo ritardo, di rimediare a questa deficienza, è quello di aiutare le masse a fare da sole il loro apprendistato nella democrazia diretta dal basso verso l’alto; di sviluppare, incoraggiare, stimolare la loro libera iniziativa; di inculcare loro il senso di responsabilità –invece di mantenere in loro- come fa il comunismo di Stato (che sia al potere o all’opposizione) le secolari abitudini di passività e sottomissione, il complesso di inferiorità trasmesso loro da un passato di oppressione.
Anche se questo apprendistato è talvolta difficile, se il ritmo è lento, anche se grava la società di costi aggiuntivi, e se si può effettuare solo a prezzo di qualche “disordine”, queste difficoltà e ritardi, questi costi aggiuntivi e problemi di crescita sono infinitamente meno nocivi del falso ordine, il falso splendore, la falsa “efficienza” del comunismo di Stato che annienta l’uomo, uccide l’iniziativa popolare e infine disonora l’idea stessa del socialismo.
Per ciò che concerne il problema dello Stato, la lezione della Rivoluzione russa è scritta a chiare lettere. Liquidare, come si è fatto, sin dall’indomani del trionfo della Rivoluzione il potere delle masse, ricostruire sulle rovine dell’antica macchina statale un nuovo apparato oppressivo ancor più perfezionato del precedente, battezzato in modo fraudolento “partito del proletariato”, e spesso assorbendo nel nuovo regime le “competenze” del regime defunto (sempre imbevuto del vecchio Furerprinzip), lasciare poco a poco ergersi una nuova classe privilegiata che tende a considerare la propria sopravvivenza come un fine in sé e a perpetuare lo Stato che assicura tale sopravvivenza, questo è il modello che abbiamo oggi il compito di non perpetuare. Del resto, se si prende alla lettera la teoria marxista del “deperimento”, le condizioni materiali che avevano provocato (secondo i marxisti) e legittimato la ricostruzione di un apparato statale dovrebbero permettere oggi d’impedire, sempre più, a quel gendarme avido e ingombrante che è lo Stato, di rimanere al suo posto.
L’industrializzazione, benché a ritmi diversi a seconda dei paesi, marcia a passi da gigante nel mondo intero. La scoperta di nuove fonti di energia, dalle possibilità illimitate accellera prodigiosamente questa evoluzione. Lo Stato totalitario –generato dalla penuria e fondata su questa la propria giustificazione- diviene ogni giorno un più superfluo. Per ciò che concerne la gestione dell’economia, tutte le esperienze fatte sia in un paese del capitalismo molto sofisticato come gli Stati Uniti, sia nei paesi dominati dal “comunismo di Stato”, dimostrano che il futuro, almeno per ampi settori dell’economia, non è più nelle gigantesche unità di produzione. Il gigantismo. che aveva così impressionato i defunti capitani d’industria yankee ma anche il comunista Lenin, appartiene al passato. Troppo grande è il titolo di un’opera americana sui misfatti di questo flagello all’interno dell’economia degli Stati Uniti. (18)
Da parte sua, Kruscev, rozzo volpone, aveva finito per cogliere –benché tardivamente e timidamente- la necessità di un decentramento industriale. Si è a lungo creduto che gli imperativi sacrosanti della pianificazione esigessero la gestione dell’economia da parte dello Stato. Oggi si è convinti che la pianificazione dall’alto, la pianificazione burocratica, è una fonte terribile di disordine e spreco e, come afferma Merleau-Ponty “non pianifica”. (19) Charles Bettelheilm ci ha mostrato in un libro tuttavia troppo conformista al momento in cui fu scritto (20), che la pianificazione potrebbe funzionare efficacemente solo se fosse diretta dal basso verso l’alto e non viceversa, cioé se provenisse dai gradini più bassi della produzione e fosse costantemente sottoposta al loro controllo, mentre in Urss questo controllo delle masse brilla per la sua assenza. Il futuro, senza alcun dubbio, sta nella gestione autonoma delle imprese da parte delle associazioni dei lavoratori. Ciò che resta da mettere a punto, è il meccanismo, certamente delicato, della loro federazione, dell’armonizzazione dei diversi interessi in un ordine che sia libero. Da questo punto di vista, il tentativo di sintesi del socialista belga César de Paepe, oggi troppo dimenticato, tra anarchismo e statalismo, merita di essere ripreso. (21)
Su altri piani, l’evoluzione stessa della tecnica, dell’organizzazione del lavoro apre la strada a un socialismo dal basso. Le ricerche più recenti in psicologia del lavoro hanno portato alla conclusione che la produzione del lavoro è veramente “efficente” solo quando non schiaccia l’uomo, se lo coinvolge invece di alienarlo, se fa appello alla sua iniziativa, alla sua piena cooperazione, se trasforma il suo lavoro ripetitivo in gioia, condizione questa non pienamente realizzabile né nelle caserme industriali del capitalismo privato, né in quelle del capitalismo di Stato. Del resto, l’accelerazione dei mezzi di trasporto facilita molto l’esercizio della democrazia diretta. Un esempio: in poche ore, grazie all’aereo, i delegati delle sezioni locali dei sindacati operai statunitensi più moderni come quello dell’automobile, sparsi per tutto un continente, possono essere facilmente riuniti.
Ma, se si vuole rigenerare il socialismo, rovesciato dagli autoritari, rimettendolo in piedi, bisogna fare presto. Sin dal 1896 Kropotkin sottolineava con forza che finché il socialismo assumerà un volto autoritario e statalistico, provocherà nei lavoratori una certa sfiducia, per cui vedrà i suoi sforzi compromessi e il suo ulteriore sviluppo paralizzato. (22) Il capitalismo privato, condannato storicamente, sopravvive oggi solo grazie alla corsa agli armamenti, da un parte, e al fallimento relativo del comunismo di Stato, dall’altra.
Noi potremo vincere ideologicamente il Big Businnes e la sua pretesa “libera impresa” –sotto la cui copertura domina un pugno di monopòli- potremo relegare al negozio degli accessori il nazionalismo e il fascismo sempre pronti a rinascere dalle proprie ceneri, solo se saremo capaci di presentare, nei fatti, un sostituto concreto allo pseudocomunismo di Stato.
Quanto ai paesi cosidetti socialisti, essi usciranno dal loro impasse attuale solo se li aiutiamo, non a liquidare, ma a ricostruire da cima a fondo il loro socialismo. Kruscev si è alla fine spezzato la schiena per aver esitato troppo a lungo tra il passato e il futuro. I Gomulka, i Tito, i Dubcek, malgrado la loro buona volontà e la loro velleità di destalinizzazione o di destatalizzazione, rischiano di pestarsi i piedi, di perdere l’equilibrio sulla corda rigida su cui si mantengono in un instabile equilibrio e, alla lunga, di arenarsi, se non acquisiranno l’audacia e la perspicacia che permettano loro di definire gli elementi essenziali di un socialismo libertario.

La Rivoluzione del nostro tempo sarà dal basso o non sarà.

(1958)

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NOTE


1. Volin, La Rivoluzione sconosciuta, (2 voll., Ed. Franchini, Carrara 1976). Pp. XIV-XV. Ne L’Unique e sa Propriété (1845), Max Stirner annunciava come interno al “principio della Rivoluzione” il seguente assioma pessimistico: “Un nuovo padrone viene sempre messo al posto del precedente e la distruzione è una ricostruzione (...). Il padrone risuscita come Stato, il servo riappare come cittadino”. Edition SLIM, 1948, pp.139,172-3 (L’Unico e la sua Proprietà, Ed. Anarchismo, 1987).

2. P.-J.Proudhon, De la capacité politique des classe ouvrières (1864), Rivière, 1924, p.200.

3. Cfr. “La révolution déjacobinisée”, pp.41 sgg.

4. Proudhon, De la capacité..., cit. pp. 88, 119.

5. L’alliance de la Democratie socialiste et l’Association Internationale des Travailleurs, Londra-Amburgo, 21 luglio 1873 (trad.it. in Friedrich Engels, L’Internazionale e gli anarchici, a cura di Antonio Bernieri, Ed. Riuniti, Roma 1965).

6. Lev Trotsky, Défense du Terrorisme (1920), ed.francese 1936, p.53 (Terrorismo e comunismo, Sugar, Milano 1964).

7. Prefazione di Engels del 18 marzo 1891 a La guerra civile in Francia.

8. Titolo della celebre opera dell’inglese Thomas Hobbes (1651), che costituiva, tra le altre cose, in’apologia del despotismo.

9. L’Unico e la sua Proprietà, cit.

10. Discorso al Congresso di Berna (1868) della lega della Pace e della Libertà, in Mémoire de la Fédération Jurassienne, Sonvillier, 1873, p.28

11. Cfr. Oscar Testut, L’Internationale, 1871, p.154.

12. Prefazione del 24 giugno 1872 al Manifesto comunista.

13. “Les prétendues scissions de l’Internationale”, 5 marzo 1872, riprodotto nel Mouvement socialiste, luglio-dicembre 1913.

14. G.V. Plechanov, Marxisme et anarchisme, fine del cap.6 e prefazione di Eleanor Marx-Aveling

15. Volin, op.cit., pp.218,229.

16. P.Kropotkin, L’Anarchie, sa philosophie, son idéal, p.51.

17. Si veda il testo di Rosa Luxemburg del 1904, posto in appendice a Trotsky, Nos taches politiques, P.Belfond, Paris 1970 (Si tratta di “Problemi organizzazione della socialdemocrazia russa”. Questa e le altre appendici non sono incluse nell’ed. Italiana -tradotta dal francese- de I nostri compiti politici, Samonà e Savelli, Roma 1972. Una traduzione dall’originale russo in italiano è in preparazione presso Massari editore).

18. Morris Ernst, Too Big, New York, 1940.

19. ”Réforme ou maladie sénile du communisme”, in L’Express, n°23, novembre 1956.ù

20. Charles Bettelheim, La Planification soviétique, 1945,pp.149, 258-9.

21. Cfr. César de Paepe, “De l’organisation des services publics dans la société future”, 1974, in Ni Dieu ni maitre. Anthologie historique du mouvement anarchiste, Maspero, Paris 1970, pp.317 sgg. (Sull’organizzazione dei servizi pubblici nella società futura” in Daniel Guérin –a cura di- Né Dio né padrone. Antologia del pensiero anarchico, 2 voll., Jaca Book, Milano, 1971, pp.307-18).

22. Kropotkin,op.cit., pp.31-3

martedì 23 novembre 2010





OSSERVAZIONI
SULLE CRITICHE DI
DANIEL GUERIN A ROSA LUXEMBURG 


di Michele Nobile






In Rosa Luxemburg e la spontaneità rivoluzionaria Daniel Guérin riconosce che Rosa

«non fa che tornare alle fonti autentiche del marxismo e, ancora più, benché abbia ritenuto opportuno doversene difendere, dell’anarchismo, quando prende in contropiede  Kautsky e Lenin e recupera la nozione di autoattività, termine usato talvolta da Rosa, e di spontaneità, vocabolo di cui si servì più spesso»
(Daniel Guérin, Rosa Luxemburg e la spontaneità rivoluzionaria, Mursia, Milano 1974, p. 26; nelle citazioni che seguono il grassetto è mio, i corsivi sono nel testo originario);

«La lucida comprensione dimostrata da Rosa per quello che, attraverso la rivoluzione del 1905, ella preferisce chiamare sciopero di massa, anziché sciopero generale, rimane un contributo prezioso all’arsenale ideologico del comunismo libertario e, allo stesso tempo, un faro sul quale si può orientare l’artigiano stesso di questa forma di lotta, ai nostri giorni sempre più coerente e più efficace: la classe operaia» (p. 84).

Il giudizio lusinghiero si sfuma però molto nel corso dell’analisi dell’opera di Luxemburg e in sede di giudizio conclusivo.
Per Guérin

«Questi strani cambiamenti, questi sorprendenti zig-zag tradiscono l’imbarazzo in cui si trovava Rosa Luxemburg, prigioniera del suo partito, nei confronti dello sciopero generale, che a volte condannava come anarchico e a cui a volte aderiva» (p. 82)
«L’opera teorica di Rosa Luxemburg, nel corso della sua vita, rimase per lungo tempo incerta e incoerente, perché ella faticò a liberarsi completamente dall’influenza dell’ambiente socialdemocratico tedesco in cui aveva scelto di militare e in cui intendeva rimanere ad ogni costo (...)» (p. 82)
«non riuscì mai ad affrancarsi completamente da una certa concezione della centralizzazione e dell’organizzazione dall’alto che le erano state inculcate» (p. 82).

Questi sarebbero anche i limiti dello Spartacusbund, rilevanti nel congresso di fondazione:

«l’equivoco che sovrastava quel congresso, vale a dire la trasformazione di Spartacus in partito comunista e, di conseguenza, la sua subordinazione a una rivoluzione russa che aveva già cominciato a gettare via, e Rosa ne era a conoscenza, il programma della democrazia operaia sovietica» (p. 85).

Malgrado l’indubbia simpatia per Rosa il giudizio conclusivo di Guérin è indubbiamente severo. Esso si basa su questi argomenti, da me sintetizzati e riportati nell’ordine con cui si presentano:

1) l’oscillazione di Rosa circa l’autentica forza motrice del processo rivoluzionario rappresentato dal Massenstreik: per Guérin nella presentazione del movimento del 1905 si alternano in Rosa i brani in cui sottolinea le carenze del partito e, in contraddizione, i brani in cui saluta l’efficacia dei suoi interventi (p. 39), sicché «si era creduto di capire che la spontaneità delle masse era il motore dell’azione rivoluzionaria. Ora, sembra che nulla sia possibile senza i colpi di sperone del partito» (p. 41) e «Al feticismo della spontaneità succede (o, meglio, si sovrappone, perché i due temi contraddittori sono strettamente collegati), il feticismo del partito» (p. 42).
2) Per Guérin Rosa avrebbe in mente un modello di partito del tutto ideale; si può dire che non riesca a prescindere dalla forma-partito in quanto tale:
«Questo partito rivoluzionario ideale, che pretende di dirigere il proletariato, e che allo stesso tempo coltiva la sua spontaneità e si guarda dall’imbrigliare la sua forza elementare, dove lo aveva scoperto Rosa nella realtà?» (p. 43).
3) Rosa condanna ripetutamente lo «sciopero generale» anarchico, impegolandosi in una polemica bizantina con l’anarchismo:
«Ma non significava forse cercare una polemica bizantina con l’anarchismo il fatto di cavillare sul carattere unico o meno, continuo o meno, di quella recrudescenza di scioperi generali, allo stesso tempo distinti e amalgamati in un tutto, che caratterizzava il 1905?» (p. 79).
E dopo l’apprezzamento di Rosa:
«Ma le diatribe troppo spesso esagerate e ingiuste della grande militante contro il sindacalismo rivoluzionario e l’anarchismo gettano un’ombra sulle sue intuizioni e ne riducono la portata, perché emanano un cattivo odore di socialdemocrazia» (p. 85).
4) Al congresso internazionale di Copenaghen del 1910
«Rosa credette opportuno schierarsi dalla parte dei peggiori riformisti socialdemocratici (...), per ottenere il rinvio “ad un prossimo congresso di una mozione di Vaillant e Keir Hardie che raccomandava “lo sciopero generale operaio soprattutto nelle industrie che fornivano alla guerra i suoi strumenti”» (p. 81).
5) Infine, penso possa considerarsi una implicita critica di Rosa la prospettiva indicata dallo stesso Guérin:
«1. l’élite rivoluzionaria non deve essere composta principalmente da intellettuali esterni alla classe, ma da operai avanzati (...);
2. questa minoranza non trae nessun vantaggio a chiamarsi “partito”, perché questo termine ha assunto implicazioni allo stesso tempo autoritarie, settarie ed elettoralistiche che suscitano la crescente diffidenza dei lavoratori» (p. 84).

Io credo che Guérin fosse rimasto colpito in modo molto sfavorevole dalla polemica di Rosa con l’anarchismo (il punto tre nell’elenco precedente) e che, in fondo, siano state queste a influire in modo decisivo sulla sua interpretazione complessiva della rivoluzionaria polacca. Questo però, piuttosto che un motivo di critica della sostanza politica dell’opera e della teoria di Luxemburg, tale che possa ridimensionarne la portata, è un esempio ulteriore del mancato incontro, almeno sul piano esplicito e della consapevolezza, tra quanto di meglio espressero l’anarchismo e il marxismo a cavallo dei secoli XIX e XX. Si può lamentare il fatto, si può denunciare che Rosa abbia messo tutta l’erba in un fascio, che se la sia presa con una versione caricaturale del sindacalismo rivoluzionario, ma tutto ciò di per sé non intacca nel merito la prospettiva luxemburghiana. Tanto è vero che non può affatto considerarsi alternativo o diverso dalla linea luxemburghiana, e anzi è coincidente con essa, l’idea che «l’élite rivoluzionaria non deve essere composta principalmente da intellettuali esterni alla classe, ma da operai avanzati (...)». Il secondo punto, quello sul partito, è anacronistico se riferito ai primi del ‘900; e il giudizio sullo Spartacusbund tralascia sia quanto poco fosse un partito sia, e più grave, le critiche fraterne di Rosa ai bolscevichi al potere.

La citazione al punto 4 merita particolare attenzione perché si tratta dell’unica azione politica indicata a sostegno della valutazione complessiva e perché si presta a chiarire l’essenza del Massenstreik, le presunte incoerenze di Rosa e il senso della sua critica dell’anarchismo.

Il congresso di Copenaghen si tenne dal 28 agosto al 3 settembre 1910, cioè nello stesso anno durante il quale:
a) dal 6 febbraio e fino a maggio in tutta la Germania si sviluppò una massiccia ondata di grandi manifestazioni in risposta alla proposta di una pseudo riforma del sistema elettorale prussiano; nello stesso tempo aumentava e si inaspriva la conflittualità nei luoghi di lavoro, al punto che quell’anno venne raggiunto il numero più alto di scioperanti e di serrate dal 1905 (che, a sua volta, rappresenta il livello massimo di conflittualità per l’intero periodo 1848-1917).
In quella situazione Rosa dispiegò tutte le sue energie per la radicalizzazione del movimento e l’uso dello sciopero politico di massa. Si può anzi dire che per Rosa quello fu l’anno migliore, prima del 1918, per mettere in pratica in Germania quanto delineato sulla base dell’esperienza del 1905 in Polonia e in Russia.
b) Per questa ragione quello fu anche l’anno della rottura aperta e irreversibile tra Kautsky e Rosa. In «Teoria e prassi», l’articolo di Luxemburg che segnò quella rottura, si legge tra l’altro:

«gli scioperi di massa devono procedere dalla massa e dalla sua azione progressiva. Ma condurre così avanti quest’azione nel senso di una tattica energica, di una violenta offensiva, che la massa diventi sempre più cosciente dei propri compiti, questo il partito lo può ed anche lo deve. La socialdemocrazia non può creare artificialmente un movimento di massa rivoluzionario, ma in certe circostanze essa può ben paralizzare la più bella azione delle masse con la sua tattica oscillante e debole», come nel 1902 in Belgio;
«il complicato apparato organizzativo e la severa disciplina di partito (...) eccellente espediente limitatamente al tran-tran quotidiano parlamentare e sindacale, ma per le date caratteristiche dei nostri circoli dirigenti rappresentano un ostacolo in caso d’azioni di massa in grande stile (...)»
(Scritti scelti, a cura di L. Amodio, Einaudi, Torino, 1976, p. 372 e 376).

Non si tratta certo di parole che si confanno ad una feticista del partito.

Al congresso di Magdeburgo della Spd, tenutosi meno di un mese dopo quello dell’Internazionale (dal 18 al 24 settembre), Luxemburg cercò disperatamente di far passare in una mozione l’apertura di una (nuova) discussione sullo sciopero di massa nella quale, in origine, si leggeva: «che la lotta per il diritto di voto in Prussia può essere condotta alla vittoria solo attraverso una grande e decisa azione di massa del popolo lavoratore, facendo ricorso a tutti i mezzi, se necessario anche allo sciopero politico di massa». Ma la possibilità di una nuova discussione sulla stampa di partito e della propaganda dello sciopero di massa venne respinta. Si tenga presente che la centrale sindacale non voleva neanche sentirne parlare. La burocrazia sindacale era il solidissimo bastione su cui potevano contare i teorici «revisionisti» e i «pratici» apertamente di destra, puntualmente bistrattati, a parole, nei congressi; nonostante la sua pretesa di indipendenza e parità rispetto al partito, l’influenza politica della burocrazia sindacale sulla direzione del partito, andò crescendo dal 1906 su questioni come lo sciopero di massa, l’anti-militarismo, il movimento giovanile, il colonialismo, il primo maggio, la stessa composizione dell’esecutivo, al cui interno il potere reale fu nelle mani di Ebert fin dal 1911. Il lavoro di Rosa venne sempre più attivamente contrastato anche dall’esecutivo del Spd e da Bebel, che tentò di «processarla» per indisciplina al congresso della del 1911, per aver svelato e documentato l’inerzia della direzione centrale a proposito della crisi marocchina, luglio 1911.

Inoltre, come ricorda anche Guérin nella pagina precedente al passaggio sul congresso di Copenaghen, al congresso dell’Internazionale di Stoccarda nel 1908 Rosa presentò, in accordo con Lenin, un emendamento alla mozione di Bebel sulla questione delle iniziative da intraprendersi contro la guerra. In quel congresso Rosa prese le distanze sia da Bebel che da Vollmar, rappresentante della destra dei «pratici» revisionisti: Nettl giudica questo «una velata dichiarazione di guerra al gruppo dirigente del partito tedesco» (Peter Nettl, Rosa Luxemburg, , Milano, 1970, I, p. 437). In effetti, accostare Bebel, il patriarca che incarnava la storia e l’identità del Spd come partito «rivoluzionario» e quasi un mondo a parte rispetto alla borghesia, a uno dei più rappresentativi, se non il più rappresentativo, tra gli uomini «pratici» fautori del compromesso con il liberalismo e dell’integrazione nel sistema, significava dire che dietro la fraseologia altisonante e «ortodossa» della centrale del partito si celava l’opportunismo politico. Ma al fine del discorso sul Massenstreik è anche più importante ricordare che era stata già presentata un emendamento alla mozione di Bebel, da parte di Jaurès e Vaillant: sul tema dell’antimilitarismo e dello «sciopero militare» le delegazioni francesi ai congressi internazionali erano sempre e decisamente più a sinistra di quelle tedesche. Nel suo intervento Rosa disse, richiamando la mozione sullo sciopero generale adottata dal congresso di Jena della Spd nel 1905:

«In quella risoluzione si dichiarava che lo sciopero generale, respinto per anni come anarchico, è un mezzo al quale in determinate circostanze si può fare ricorso ... E’ vero che allora non si trattava di un’arma contro la guerra, ma di un’arma per imporre il suffragio universale ... Dopo i discorsi di Vollmar e di Bebel riteniamo necessario inasprire la mozione di Bebel... Devo aggiungere che nel nostro emendamento in parte andiamo oltre quello presentato dai compagni Jaurès e Vaillant: infatti richiediamo che in caso di guerra l’agitazione non sia indirizzata solo alla cessazione della guerra, ma tenda a utilizzare la guerra per accelerare il crollo del dominio di classe in generale» (Nettl, I, p. 435).

Sia la mozione del congresso di Jena del Spd che quella (emendata) del congresso internazionale di Stoccarda furono dei compromessi, o delle giustapposizioni ma, comunque, rappresentarono, un relativo successo tattico della sinistra.
Il punto è che tutta la questione non può essere limitata a «sciopero generale contro la guerra» si oppure no: è più complicata. Bisogna tener conto delle particolarità dell’ambiente politico, ideologico, psicologico e di stile dei partiti socialisti prima dello spartiacque della guerra mondiale e della rivoluzione russa; l’opportunismo politico si manifestava in forme diverse, in particolare nei partiti francese e tedesco, esprimendo differenze ideologiche e organizzative importanti.
Come a Jena anche una parte dei riformisti, ad es. Bernstein (ma non la direzione sindacale), aveva ammesso la possibilità di ricorrere all’arma estrema dello sciopero generale in caso di minaccia al suffragio universale, così i pacifisti come Jean Jaurès e Keir Hardie intendevano l’iniziativa contro la guerra come essenzialmente preventiva e difensiva. Dunque, anche lo «sciopero generale» era un’estrema arma preventiva, a cui ricorrere dopo il fallimento dell’arbitrato e delle conferenze internazionali per il disarmo, per i quali sia Luxemburg che Lenin provavano profondo disprezzo: per loro era come pretendere che potesse esistere capitalismo senza sfruttamento. Per quanto fosse posizione più a sinistra di quella prevalente nelle delegazioni tedesche, l’agitazione dello spauracchio dello «sciopero generale» contro la guerra costituiva il pendant della prassi parlamentaristica.
Repubblicano erede della tradizione giacobina piuttosto che marxista, patriota e pacifista, idealista ed entusiasmante oratore, in vita e in morte Jean Jaurès incarnò le contraddizioni, alla francese, le contraddizioni del riformismo secondointernazionalista: appoggiò la partecipazione di Alexandre Millerand nel gabinetto Waldeck-Rousseau (1899-1902), dopo il 1848 la prima in assoluto di un socialista a un governo borghese, affermava di essere pronto a difendere la libertà della Francia da un aggressione ma venne assassinato da un nazionalista la sera del 31 luglio 1914, giusto tornato dall’ultima inconcludente riunione del Bureau socialista internazionale e un giorno prima della mobilitazione per la guerra.
L’osservazione critica di Guérin è pertinente a una valutazione del rapporto tra la corrente pacifista riformista e la corrente rivoluzionaria relativamente all’inerzia conservatrice della delegazione tedesca, ma è poco o nulla pertinente per quel che concerne la coerenza di Rosa Luxemburg circa lo sciopero di massa e il modo di intendere il rapporto tra movimento di massa e avanguardia organizzata. Si può considerare tatticamente sbagliata la posizione di Luxemburg, ma deve essere chiaro che nel caso della mozione Jaurès-Hardie lo «sciopero generale contro la guerra» è una dimostrazione politica decisa dai partiti e dai sindacati, quindi qualcosa di molto diverso dal Massenstreik della Luxemburg, che è invece un processo rivoluzionario non predeterminabile che sorge dalle viscere della classe.
Per come era inteso dal pacifismo umanitario e riformista lo «sciopero generale» era un atto volontaristico, che presupponeva una visione ottimistica dello sviluppo storico e della capacità d’intervento delle organizzazioni e delle masse operaie in caso di guerra; per Luxemburg, invece, lo sciopero di massa non poteva essere una panacea.

Con ciò ci avviciniamo alla sostanza del problema: la critica di Luxemburg all’anarchismo e la specificità del Massenstreik.
Come rilevato da Guérin, in Sciopero generale, partito e sindacato Rosa Luxemburg attaccò duramente l’anarchismo, liquidandone la presenza nella rivoluzione russa e generalizzando, fatto sgradevole quanto l’associare, sia pure occasionalmente, Rosa a Ebert, Vandervelde e Victor Adler. Non a caso Rosa criticò l’anarchismo specialmente nei paragrafi iniziali; critiche implicite possono dedursi dagli argomenti circa il rapporto tra lotta economica e lotta politica, lotta di classe e utilizzo del parlamento. Si tratta ora di capire il senso di questa critica.

La prima questione, ma per noi la meno importante, è la ragione tattica dell’attacco luxemburghiano all’idea anarchica dello sciopero generale. Questa ragione è fornita dalla stessa Luxemburg: all’inizio dell’opuscolo, citando Engels, sostenne che la sua posizione a proposito è

«a prima vista così inattaccabile [auf den ersten Blick so unanfechtbar] che per un quarto di secolo ha reso segnalati servigi al moderno movimento operaio, come arma logica contro le chimere anarchiche e come mezzo ausiliario per portare l’idea della lotta politica in larghissimi strati della classe operaia» (Sciopero generale, partito e sindacati, in Scritti politici di Rosa Luxemburg, a cura di Lelio Basso, Editori Riuniti, Roma 1970, p. 298).

Ma, aggiunse subito:

«La rivoluzione russa ha sottoposto la predetta argomentazione ad una radicale revisione. Essa ha per la prima volta nella storia delle lotte di classe fatto maturare una grandiosa realizzazione dell’idea dello sciopero di massa e – come esporremo più avanti in dettaglio – dello stesso sciopero generale e con ciò ha aperto una nuova epoca nello sviluppo del movimento operaio» (Basso, p. 298)
Il modo più semplice ed efficace per ridimensionare o liquidare la lezione degli scioperi di massa della rivoluzione russa e il significato storico della stessa come segnale di una nuova epoca del movimento operaio era spiegarli con l’arretratezza sociale e politica della Russia, mantenendo la connessione tra anarchismo, sciopero di massa e immaturità del movimento operaio. Questo metodo venne effettivamente impiegato nel 1905 e nel 1910 anche da Kautsky.
Per «sdoganare» un concetto che in prima istanza era assimilato, a torto o a ragione, con l’anarchismo, Rosa doveva enfatizzare la differenza tra l’esempio russo e la concezione anarchica, tra la nuova prospettiva strategica e l’anarchismo. Questa manovra eludeva il nodo dei rapporti storici e della possibile convergenza tra «marxisti» rivoluzionari e anarchici e, cosa a mio parere politicamente più importante, la genesi del parlamentarismo socialdemocratico.
Quel che più conta è però che l’«ortodossa» Rosa si presentava come una «revisionista» della strategia politica in campo marxista o, per meglio dire, sosteneva che era la lotta di classe ad imporre di rivedere e qualificare il giudizio engelsiano, «arma logica» [logische Waffe] che aveva esaurito la sua funzione. Nella nuova epoca gli argomenti di Engels erano superati: in questo modo il primo veniva salvato, ma condannati gli epigoni conservatori. Delimitando storicamente la validità della critica anti-anarchica Rosa anticipava gli avversari privandoli di munizioni.

Il problema non era solo tattico, né Rosa si limitò alla difesa preventiva. E’ vero che tratta l’anarchismo come un tutto indifferenziato, ma il nocciolo della questione è comprendere in cosa consista la sua critica della concezione anarchica dello sciopero generale e quale ruolo essa svolga nei confronti dei suoi reali, e molto potenti, avversari socialdemocratici.
A questo scopo è opportuna una lunga citazione:

«Finora sia gli zelanti sostenitori di un “tentativo di sciopero di massa” in Germania, del genere di Bernstein, Eisner, ecc., sia i rigidi avversari di questo tentativo, come p. es. nel campo sindacale sono rappresentati da Bömelburg, stavano in complesso sullo stesso terreno, cioè sul terreno della concezione anarchica. I poli apparentemente opposti non solo non si escludono vicendevolmente, ma, come sempre, si condizionano anche e nello stesso tempo si completano l’un l’altro. Per la concezione anarchica cioè, la speculazione diretta sul “grande patatrac”, sulla rivoluzione sociale, è soltanto una caratteristica esteriore e non essenziale. Essenziale è invece la considerazione del tutto astratta e antistorica dello sciopero di massa, come in generale di tutte le condizioni della lotta proletaria. Per l’anarchismo esistono come premesse materiali delle sue speculazioni “rivoluzionarie” soltanto due cose: innanzitutto il cielo azzurro e poi la buona volontà e il coraggio di salvare l’umanità dall’attuale valle di lacrime capitalistica. In questo cielo azzurro già sessant’anni fa si deduceva per via di ragionamento che lo sciopero di massa era la via più breve e più facile di fare il salto nell’al di là del sociale migliore. Nello stesso cielo azzurro, ancora per via speculativa, si deduce che la lotta sindacale è la sola reale “azione diretta delle masse” e quindi la sola lotta rivoluzionaria – questo è notoriamente il più recente ghiribizzo dei “sindacalisti” francesi e italiani. Il guaio per l’anarchismo è sempre stato che i metodi di lotta improvvisati nel cielo azzurro non solo eran dei conti senza l’oste, cioè delle pure utopie, ma che, proprio perché non tenevano alcun conto della disprezzata malvagia realtà, in questa malvagia realtà finivano il più delle volte con il trasformarsi inopinatamente da speculazioni rivoluzionarie in ausiliari pratici della reazione.
Ma sullo stesso terreno del ragionamento astratto e privo di senso storico si pongono oggi coloro che vorrebbero ordinare al più presto uno sciopero generale sulla base di una decisione del comitato direttivo e a un giorno stabilito dal calendario, quanto coloro che, come i partecipanti al congresso sindacale di Colonia vorrebbero escludere dal mondo il problema dello sciopero di massa, vietandone la “propaganda”. Entrambe queste tendenze partono dalla concezione comune, puramente anarchica, che lo sciopero di massa sia un mezzo di lotta meramente tecnico, che potrebbe essere a piacere, e in tutta scienza e coscienza, “ordinato” oppure “proibito”, una specie di coltello tascabile che si può tener chiuso e pronto in tasca “per ogni evenienza” ma che si può anche decidere di aprire e di usare». (Basso, p. 301-302)

All’anarchismo Rosa rimprovera, in sintesi, il volontarismo combinato con il ragionamento che prescinde dalle concrete circostanze storiche, quella che può dirsi una concezione mitica dello sciopero generale, che si esprime in una teoria «sindacale» della rivoluzione. Non si tratta di critiche originali, né qui interessa entrare nel merito della validità e della universalità delle considerazioni dell’autrice. Interessa, invece, evidenziare il colpo offensivo portato alle correnti riformiste, sia a quelle che di sciopero di massa neanche volevano discutere (e che erano inclini a elaborare una specifica «teoria del sindacalismo» distinta da quella socialdemocratica) sia a quelle che lo riducevano a estrema risorsa per la difesa dei presupposti della prassi gradualista. Questi due erano i veri avversari, rispetto ai quali era funzionale la critica dell’anarchismo. L’originalità del discorso della Luxemburg è nel rovesciare su quegli avversari la tradizionale critica di metodo fatta all’anarchismo: «i poli apparentemente opposti non solo non si escludono vicendevolmente, ma, come sempre, si condizionano anche e nello stesso tempo si completano l’un l’altro».
 
Sul piano del metodo per Rosa l’anarcosindacalismo, la destra sindacale e i riformisti condividevano l’idea che lo sciopero di massa potesse essere proclamato o proibito a volontà, fissandone obiettivi, durata, forme. 
Lungi da potersi ricondurre la critica dell’anarchismo a incoerenza in tema di spontaneità, le critiche allo stesso da parte della Luxemburg sono strumentali a ribadire il fatto che lo sciopero di massa come movimento sociale con caratteristiche rivoluzionarie non può essere deciso o proibito da nessuno. Lo sciopero di massa è infatti un movimento spontaneo, che nasce dalla viscere della società, emerge attraverso processi «inconsci»:

«Non è quindi con astratte speculazioni sulla possibilità o l’impossibilità, sull’utile o sul danno della sciopero di massa, ma con la ricerca di quei momenti e di quelle condizioni sociali da cui lo sciopero di massa scaturisce nella presente fase della lotta di classe, in altre parole: non con il giudizio subiettivo dello sciopero di massa dal punto di vista di quello che è desiderabile, ma soltanto con la ricerca oggettiva delle fonti dello sciopero di massa dal punto di vista di quel che è storicamente necessario che il problema può essere afferrato e anche discusso» (Basso, p. 303).
«E’ impossibile “propagandare” lo sciopero di massa come un astratto mezzo di lotta esattamente come è impossibile propagandare la “rivoluzione”» (Basso, p. 304)
L’azione dello sciopero di massa è un processo multiforme: «Essa modifica semplicemente le sue forme, la sua estensione, la sua efficacia. Essa è il polso vivente della rivoluzione e al tempo stesso ne é la più possente ruota motrice (...) esso è il modo del movimento della massa proletaria, la forma di manifestazione della lotta proletaria nella rivoluzione» (Basso, p. 327)

Quale sia la forza motrice della rivoluzione è dunque chiaro; e ne consegue che la valutazione circa la coerenza di Rosa sul Massenstreik e il rapporto tra movimento e avanguardia politica non deve assumere come pregiudiziale il suo giudizio sull’anarchismo. Di esso va colta la sostanza e la funzione nella polemica, in quel tempo, in quel paese e in quel partito.
Altrimenti il rischio è un giudizio affrettato e accrescere il baratro tra anarchismo e marxismo, proprio nella rivoluzionaria che nei fatti ha più contribuì a ridimensionarlo.
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