Diari di Cineclub

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sabato 18 maggio 2019

NON SI SOSPENDE LA LIBERTA' DI INSEGNAMENTO di Matteo Saudino






NON SI SOSPENDE LA LIBERTA' DI INSEGNAMENTO  
di Matteo Saudino



La vicenda di Rosa Maria Dell’Aria, docente di Lettere dell’istituto tecnico Vittorio Emanuele III di Palermo, sospesa dal Ministero dell’istruzione per quindici giorni con stipendio dimezzato, è di una gravità inaudita e senza precedenti nella storia dell’Italia repubblicana e democratica. 
La professoressa è stata, infatti, duramente sanzionata per non aver controllato e censurato il lavoro di ricerca svolto da alcuni suoi studenti, i quali, affrontando il tema delle leggi razziali fasciste del 1938, hanno costruito un parallelismo tra le politiche discriminatorie di Mussolini e le politiche su migranti e rifugiati attuate dal Ministero dell’Interno Salvini.

sabato 7 luglio 2018

"BUONA" SCUOLA: L'ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO AL POSTO DELLA TESINA DI MATURITA'







"BUONA" SCUOLA: 
L'ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO AL POSTO DELLA TESINA DI MATURITA'

di Matteo Saudino



Quello che si sta svolgendo in queste settimane, sarà l’ultimo esame di stato con tanto di approfondimento personale scelto dagli studenti come inizio del colloquio. Dal prossimo anno, infatti, la cosiddetta tesina andrà in soffitta per lasciare spazio ad una relazione sul percorso di alternanza scuola lavoro (ASL), svolto durante il triennio.

Gli insegnanti detrattori della ormai vetusta e inutile tesina possono finalmente tirare un sospiro di sollievo: dal 2019 basta approfondimenti scopiazzati da internet o fatti in modo superficiale gli ultimi giorni prima dell’esame e soprattutto basta sentire i soliti argomenti triti e ritriti (il sogno, l’illusione, il doppio, la luna, la belle époque, la memoria). Probabilmente si tratta di buone argomentazioni per festeggiare il pensionamento forzato della tesina, ma ci sono, a mio avviso, alcuni aspetti, non secondari, che meritano di essere affrontati e discussi pubblicamente.

Innanzitutto, con che cosa viene sostituito l’approfondimento personale dello studente? Lo stato, per valorizzare l’alternanza scuola lavoro e anestetizzare ogni forma di disobbedienza o non collaborazione di docenti e studenti, decide di inserire l’esperienza lavorativa non solo all'interno dei crediti scolastici, ma direttamente all'interno dello svolgimento dell’esame di stato e dunque nel sistema di valutazione, condizionando, in modo significativo, una parte del voto finale. Si toglie una ricerca multidisciplinare e si inserisce una relazione di fine alternanza: si tratta di uno stratagemma per presentare una coercizione come una libertà.

giovedì 14 maggio 2015

RENZI E IL DEGRADO DELLA SCUOLA PUBBLICA di Giovanni Di Benedetto




RENZI E IL DEGRADO DELLA SCUOLA PUBBLICA
di Giovanni Di Benedetto




La scuola pubblica è un posto davvero pericoloso. Rimangono ancora impresse nella memoria le immagini del crollo di qualche settimana fa degli intonaci del solaio nella scuola elementare Pessina di Ostuni. Feriti due bambini e una maestra. E ce ne sarebbe da raccontare: il distacco dell’intonaco in un Istituto Alberghiero di Pescara a Febbraio, il crollo, qualche anno fa, del controsoffitto del Liceo Darwin di Torino che provocò la morte di uno studente di 17 anni; il cedimento di calcinacci, lo scorso mese di Marzo, nella scuola Cirrincione di Bagheria, con due bambini curati al Pronto Soccorso. E si potrebbe continuare ancora. Il fatto è che le macerie, i crolli e il degrado dell’edilizia scolastica, oltre ad essere gravi di per sé, rimandano ad un altro genere di degrado, quello dell’istruzione pubblica nel nostro paese. La scuola italiana è davvero ridotta in frantumi. Rovine su rovine.

Sarà anche per questo che l’indignazione che negli ultimi mesi è cresciuta contro la cattiva scuola di Renzi ha attraversato il guado ed è straripata in quello che si annuncia, per il 5 Maggio, come lo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola più grande di sempre. La stessa decisione sciagurata di rinviare le prove Invalsi per le elementari, provvedimento nella sostanza illegittimo e antisindacale, è la conferma di quanto forte è, oramai, la marea montante contro il Disegno di Legge di Renzi. D’altra parte, pare davvero intollerabile questa forma sleale di boicottaggio che, con un semplice atto amministrativo, prefigura la soppressione dello stesso diritto di sciopero.

martedì 14 aprile 2015

SI MIGLIORA DAVVERO LA SCUOLA ELIMINANDO GRECO E LATINO? di Franco Cardini






SI MIGLIORA DAVVERO LA SCUOLA ELIMINANDO GRECO E LATINO?
di  Franco Cardini



Il tema è, o almeno sembra, di scottante attualità anche da noi. A Torino si sono recentemente misurati, in un “processo contro il liceo classico”, l’economista Andrea Ichino come accusatore e il semiologo Umberto Eco nei panni del difensore. Il liceo classico è risultato assolto, ma con formula dubitativa: dev’essere riformato. E il problema sta tutto lì: come lo riformiamo?

In Francia, il ministro Najat Vallaud Belkacem, con il collège (la scuola media inferiore) sembra andarci giù per le spicce. Nelle sue prospettive di riforma, peraltro subito impugnate e contestate, il latino e a fortiori il greco quasi spariscono sostituiti da “corsi alternativi” à la carte, che dovrebbero essere gli studenti (e/o le loro famiglie?) a scegliere. Il tutto è francamente un po’ fumoso: si parla di una scuola media inferiore “unica” (e unificata”), ma al tempo stesso si moltiplica un’offerta formativa che secondo alcuni dovrebb’essere meno “umanistica”, più “tecnica” e “scientifica”, ma che non appare in realtà sostenuta da alcun progetto didattico chiaro. Si parla come di un toccasana degli EPI (“Enseignements Pratiques Indisciplinaires”: oh, l’amore per le sigle!...) e di transversalité compétentielle, che più che un programma sembra un obiettivo: favorire nei ragazzi l’interesse per gruppi di problemi presentati come concreti anziché per singole discipline, dichiarate pregiudizialmente “astratte”. Quindi niente grammatica e sintassi greca o latina, roba ovviamente “inutile” (ma inutile rispetto a quale prospettiva), e sì invece, appunto, ad EPI che propongono scopi “caratterizzati da concrete competenze”, quali – udite, udite! – come si fa un giornale, come si organizza un dibattito eccetera. E ciò all’insegna del minore sforzo possibile nell’apprendimento e della massima adesione almeno intenzionale rispetto ai problemi e alle prospettive di natura “pratica”: di quelli che per esempio consentirebbero di trovar prima e meglio lavoro se non addirittura di far più soldi. Stessa fumosità per le lingue straniere: si parla dell’introduzione almeno di una seconda lingua dalla metà circa dell’intero corso di studi di sei anni, ma si resta sul generico per quanto attiene ai due problemi fondamentali, le risorse e la selezione nonché l’aggiornamento dei docenti. Anche per il tema, molto sentito sembra dalle famiglie, dell’horaire d’accompagnement, cioè dei corsi di sostegno per gli studenti la resa didattica dei quali è più debole (e questo è un problema davvero drammatico, e in costante crescita al pari del bullismo), si va sulle tre ore settimanali (poche): ma pare che i professori disponibili facciano difetto. E allora?

giovedì 25 settembre 2014

SCUOLA: RENZI VA ALLA GUERRA



SCUOLA: RENZI VA ALLA GUERRA



La scuola che vuole Renzi e il suo governo è la stessa che voleva Berlusconi. La sua politica di populismo propagandistico nasconde anche per questo settore un disegno liberista e reazionario che mai nessuno è finora riuscito ad imporre. Ciò che occorre, come sempre, è una lotta all'altezza dell'attacco.


Le cosiddette linee guida per l'ennesima controriforma della scuola sono contenute in un opuscolo di 136 pagine, il cui titolo è già tutto un programma: “La buona scuola”. Evidentemente, nel giudizio degli estensori, la scuola italiana è ancora una cattiva bambina che va prontamente rieducata.

Premesso che gran parte di questo verbosissimo sproloquio è costituita da pure dichiarazioni di intenti, vaghe indicazioni di obbiettivi e fumose considerazioni sui metodi, soffermiamoci un momento ad analizzare i più recenti fatti che l'anno preceduta, e che ne costituiscono le premesse.

Come sappiamo, la perdurante crisi economica sta spingendo sempre di più i conti dello Stato verso il baratro. Il debito pubblico viaggia spedito verso i 2.200 miliardi, la ripresa non si vede, il PIL non cresce, i consumi crollano, di far pagare chi non ha mai pagato non se ne parla nemmeno, la troika incombe... e quindi che cosa rimane da fare se non tagliare ancora la spesa pubblica, a partire da scuola e sanità?

Da queste semplici considerazioni è facile che capire che ancora una volta la ”linea guida” è una sola, ed è la stessa delle riforme Berlinguer, Moratti e Gelmini: sopprimere posti, diminuire i salari, aumentare i carichi di lavoro.
Naturalmente, come solitamente succede in questi casi, si è fatta precedere la riforma con dichiarazioni “terroristiche”: fra giugno e agosto, nel corso di interviste, tweet e dichiarazioni pubbliche, il sottosegretario Reggi e la ministra Giannini sono arrivati a paventare il raddoppio delle ore di lezione a parità di stipendio per i professori, la eliminazione delle ferie, la libertà di licenziare e assumere da parte dei Presidi e cento altre amenità del genere.
È un trucco vecchio come il mondo, in molti libri di scienze delle finanze gli vengono dedicati persino dei paragrafi: quando un governo vuole prendere provvedimenti che vanno a peggiorare la situazione economica di una certa categoria di cittadini, è bene che preventivamente faccia circolare voci volte a prefigurare gli scenari peggiori immaginabili, di modo che quando poi la riforma effettivamente voluta sarà presentata, apparirà come “meno peggio” rispetto a quella temuta, e i cittadini colpiti la accoglieranno quasi con rassegnazione, se non addirittura con soddisfazione: “pensavo peggio!”

mercoledì 10 settembre 2014

LA SCUOLA LIBERISTA E AZIENDALE DI MATTEO RENZI di Matteo Saudino




LA SCUOLA LIBERISTA E AZIENDALE DI MATTEO RENZI
di Matteo Saudino



Ancora una volta nella recente storia d’Italia è un governo di centro-sinistra a realizzare una riforma politica dall’impianto liberista, autoritario e aziendale tipica degli esecutivi conservatori di centro-destra. In passato è accaduto per la riforma delle pensioni (prima Dini e poi Fornero), per la riforma del lavoro (pacchetto Treu) e per l’istituzione dei centri di detenzione per immigrati senza permesso di soggiorno (legge Turco-Napolitano).

Ora è il turno della scuola. Al di là delle strumentali, ma molto significative, dichiarazioni dell’ex Ministro dell’Istruzione Gelmini (“Il patto educativo di Renzi raccoglie e realizza le proposte di cambiamento della scuola portate avanti da Forza Italia”), e dell’ex sottosegretario Aprea (“le proposte di Renzi sono una riproposizione del mio progetto”), la “buona scuola” renziana rappresenta a tutti gli effetti il punto di arrivo di decenni di tentativi di trasformare la scuola pubblica italiana in un’azienda funzionale alle esigenze delle imprese e del mercato.

La “buona scuola”, di cui si stanno gettando le fondamenta, non deve più formare i cittadini (se non a parole), non deve più offrire gli strumenti culturali per decodificare la realtà, e nemmeno stimolare la crescita del pensiero critico, che sta alla base delle possibilità di autodeterminazione e di emancipazione individuale e collettiva. La nuova scuola italiana deve rottamare il passato; deve essere più moderna, flessibile, meritocratica (nuova mantra salvifico e rigenerante) e deve stare al passo con le sfide che il dinamico sistema economico capitalistico costantemente propone. Chi si ferma è perduto.
Per questo occorre cambiare la scuola e per questo il governo si appresta a varare l’ennesima riforma scolastica (la quarta in poco più di dieci anni- unico paese al mondo che può vantare tale primato).

venerdì 5 settembre 2014

LA BUONA SCUOLA LIBERISTA DI RENZI di Francesco Locantore




LA BUONA SCUOLA LIBERISTA DI RENZI
di Francesco Locantore 


Dopo gli annunci estivi del sottosegretario Reggi, della ministra Giannini e dello stesso Renzi, è stato reso pubblico il rapporto del governo Renzi intitolato “La buona scuola”, con una serie di idee guida per una riforma organica, nonostante il governo abbia deciso di non chiamarla così, della scuola italiana.

Il rapporto consta di ben 136 pagine, è diviso in sei capitoli ed è corredato da un allegato in cui si sintetizzano le dodici proposte che sintetizziamo in due blocchi: (1) reclutamento degli insegnanti, avanzamenti di carriera e gestione dell’organico; (2) intervento sui programmi di studio e alternanza scuola-lavoro.

domenica 31 agosto 2014

ROMA - 1 SETTEMBRE: ASSEMBLEA DEI LAVORATORI DELLA SCUOLA




Roma, 1 settembre: assemblea dei lavoratori della scuola


Considerato che la riforma della scuola sarà presentata mercoledì 3 settembre,

(A darne conferma il Primo Ministro Matteo Renzi che assicura essere pronta e che il rinvio è dovuto soltanto ad una questione comunicativa: Troppa carne sul fuoco oggi al Consiglio dei Ministri la riforma sarà presentata mercoledì. La notizia è stata data dall'agenzia ASkCA)

Riteniamo che:

UNITI POSSIAMO LOTTARE CONTRO I PIANI DEL GOVERNO

DIVISI ABBIAMO GIÀ PERSO

Con questa convinzione ci riuniremo in assemblea lunedì 1 settembre, riproponendoci di imparare dagli errori passati. Negli ultimi anni gli elementi e i motivi di divisione ci hanno impedito di trovare momenti unificanti di lotta nonostante la gran parte della categoria disapprovava le misure di politica scolastica che i diversi governi hanno realizzato. La nostra categoria si è trovata così frammentata e divisa ed ogni singolo spezzone ha cercato di resistere ma in modo isolato e, a volte, con modalità che di fatto hanno contribuito a ulteriori divisioni.

Crediamo che dobbiamo imparare dai nostri errori ed evitare di ripeterli. L'invito all'unità non è perciò solo di ordine morale: solo una forte, duratura e consapevole opposizione può fermare i cambiamenti che il governo vuole imporre alla scuola e che avranno pesanti conseguenze sul personale, sugli studenti, sulle famiglie.


Alle proposte di divisione rispondiamo con le nostre proposte

1) aumenti per tutte/i di 200 euro contro ogni riproposizione di riconoscimenti economici “ai più bravi”

2) difesa del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro contro l'individualizzazione dei diritti

3) miglioramento delle condizioni di lavoro contro l'aumento dell'orario ed il peggioramento dell'offerta formativa

4) immissione in ruolo dei precari su tutti i posti disponibili contro il tentativo di espulsione di migliaia di lavoratori e lavoratrici

Per questo invitiamo tutte/i all'incontro che preparerà l'Assemblea cittadina da tenere entro la metà di settembre e le ulteriori forme di mobilitazione



LUNEDÌ 1 SETTEMBRE

PRESSO IL CIELO SOPRA L'ESQUILINO ALLE ORE 17

via Galilei 57 – fermata Manzoni metro A
Autoconvocati scuola - Precari Uniti contro i tagli

Fonte



La vignetta è del Maestro Mauro Biani






domenica 26 maggio 2013

IL RITORNO DEL GATTOPARDO di Nicoletta Vallorani




IL RITORNO DEL GATTOPARDO
di Nicoletta Vallorani

Tomasi di Lampedusa era un genio. Tuttavia non credo proprio che immaginasse quanto sarebbe stata longeva e lungimirante la frase che nel Gattopardo esce di bocca al giovane Tancredi Falconeri, pronto ad unirsi, con grande scandalo della sua famiglia, alle truppe garibaldine. “Affinché tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi”.
Appunto.
Certo, si era nel Risorgimento. Quelli erano tempi eroici. E il Gattopardo è senza dubbio un capolavoro della letteratura. Però in Italia, e nella vita pubblica soprattutto, il principio è rimasto quello, non si scappa. Imbarbarito e senza prestigio artistico, formulato male e messo in scena ancora peggio, e tuttavia invariabilmente sempre quello: è un paese in cui nulla cambia se non la superficie delle cose. E quella deve cambiare, così noi gente normale ci illudiamo che finalmente si respiri un'aria diversa.

sabato 6 aprile 2013

LA SCUOLA NEL SISTEMA IN CUI NON SERVI A NULLA di Miguel Martinez





LA SCUOLA NEL SISTEMA IN CUI NON SERVI A NULLA
di Miguel Martinez



Un problema cronico, la scuola, si presenta sempre più grave. Se ne parla tanto, si propongono soluzioni, eppure si aggrava sempre di più, perché la decadenza della scuola si collega a un problema ben più vasto, una crisi sistemica che ha tante facce. Le facce più vicine sono quelle dei nostri figli in età scolare, ai quali ci sentiamo di dover dare qualche risposta. Partirò insomma dalla scuola, ma dovrò andare oltre.
Sento in giro due discorsi, il primo prevalente nei media, il secondo tra le persone che possiamo considerare in qualche modo affini a noi:

1) «la vecchia scuola va riformata, in buona parte privatizzata, "efficientizzata", finalizzata al mercato»;
2) «dobbiamo conservare a tutti i costi la vecchia scuola, come istituzione parastatale, sostanzialmente libera dal mercato».

Secondo me, dobbiamo invece uscire da questo doppio monologo, così come usciamo dal doppio monologo «destra e sinistra».

martedì 2 aprile 2013

L'UNIVERSITA' REGNO DELLA DISUGUAGLIANZA di Luciano Governali




L'UNIVERSITA' REGNO DELLA DISUGUAGLIANZA
di Luciano Governali

Dai numeri ai fatti. Un commento al XV Rapporto Almalaurea



Si è tenuto il 12 marzo all’Università Ca’ Foscari di Venezia il convegno di presentazione del XV rapporto di Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati. Combinando fonti Istat con le indagini su oltre 400.000 laureati provenienti da tutti e 64 gli atenei italiani, il rapporto continua a rappresentare la fonte più completa per analizzare la situazione lavorativa dei laureati italiani.


Considerando che i numeri sono una cosa e la loro interpretazione spesso un’altra, forniamo la nostra.
Cosa raccontano dicono, a mio avviso, grafici e statistiche?

lunedì 18 febbraio 2013

ESONERO RELIGIONE: UNA SCELTA A FAVORE DELL'ACCOGLIENZA



ESONERO RELIGIONE: UNA SCELTA A FAVORE DELL'ACCOGLIENZA
di Silvana Ronco*

Tempo di iscrizioni, tempo di scelte importanti per i genitori che hanno figli in età scolare, soprattutto per coloro che li iscrivono per il primo anno a scuola. La novità che in questo periodo fa notizia è l’obbligo delle iscrizioni on line per il primo anno dei vari ordini di scuola, obbligo da cui sono escluse le scuole dell’infanzia e i corsi per l’istruzione degli adulti. Per le scuole private paritarie il percorso delle iscrizioni on line resta facoltativo, a discrezione della singola scuola, tanto per far riflettere su come la scuola privata segua un percorso «privilegiato» che la distingue da quella pubblica non solo per i cospicui finanziamenti diretti e indiretti ricevuti ma anche dal punto di vista dei percorsi amministrativi che, da un lato, vincolano le segreterie delle scuole pubbliche a uno sforzo maggiore a fronte dei tagli di fondi e personale, e dall’altro vedono mantenuti i privilegi di scuole private in cui non si percepisce crisi.

sabato 16 febbraio 2013

LA DISTRUZIONE DELL'UNIVERSITA' di Luciano Governali




LA "PISTA CIFRATA" DELL'UNIVERSITA' ITALIANA
di Luciano Governali




La cronaca dell’ultimo autunno ci ha raccontato di un mondo della scuola in subbuglio per i tentativi del governo Monti di scaricare anche sull’istruzione pubblica le tensioni derivanti dai piani di risanamento europei. Ogni singolo provvedimento e dichiarazione dei ministri deve però essere letta alla luce di un disegno complessivo, una visione della società e delle istituzioni della formazione propria di questo governo e probabilmente rimasta invariata, per buona parte del capitalismo italiano, nel corso di decenni.

L’istruzione secondaria e superiore (licei, istituti e università), cui siamo abituati a conferire il carattere “di massa”, nacque nella seconda metà degli anni cinquanta, fra mille resistenze e dibattiti accesi che in pochi anni videro completamente stravolti i posizionamenti politici e le interpretazioni della classe dirigente.

venerdì 4 marzo 2011


         UN ATTACCO ALLA SCUOLA PUBBLICA E LAICA

                                        di Paolo Naso


Secondo un collaudato copione di affermazioni perentorie e pronte smentite, nei giorni scorsi il presidente del Consiglio ha affermato che "libertà vuol dire non essere costretti a mandare [i propri figli] in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori" per poi attaccare i giornalisti e i comunisti che ancora una vota avrebbero travisato il suo pensiero.
Bene: che il capo del Governo non attacchi la scuola che esso stesso finanzia sulla base di un principio costituzionale, è cosa buona e importante. Tuttavia rimane più di qualche dubbio sull'idea che il premier ha della scuola pubblica e della sua difficile situazione in questi anni. I mali della scuola non nascono oggi e sono in molti e di diverso orientamento politico i responsabili di questo stato di cose. Berlusconi, però, presiede il Governo in carica ed oggi è giusto chiedere a lui e alla sua maggioranza che idea abbia della scuola pubblica e come intenda restituirle la centralità che per interi decenni – anche quelli del "potere democristiano" - essa ha sempre avuto.
"La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.", si legge all'articolo 33 della Costituzione che postula la centralità della scuola "della Repubblica". Il riconoscimento che anche "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione" non sminuisce questa centralità e comunque implica che le scuole private funzionino "senza oneri per lo Stato". Sappiamo bene che questa clausola viene aggirata in vari modi ma il testo questo dice ed è questa formulazione che dovrebbe costituire la stella polare di ogni legge sulla scuola.
L'affermazione del presidente Berlusconi e il silenzio del ministro Gelmini che ha applaudito la sua frase, hanno giustamente aperto un dibattito che merita grande attenzione e che vale la pena tenere aperto per un pò.
I nodi sono almeno tre.
Il primo riguarda le risorse: la scuola statale ha bisogno di più fondi mentre la tendenza va esattamente nella direzione opposta.
Il secondo punto riguarda la libertà d'insegnamento a cui nessuno può rinunciare in toto o in parte senza fare della scuola della Repubblica una scuola di "regime" o di "tendenza", magari con le bandiere padane o quelle neoborboniche, o con gli sponsors che decidono contenuti, finalità e metodi della didattica.
Il terzo punto – che per i valdesi e i metodisti come per tante altre comunità di "minoranza" è ovviamente decisivo – è quello della laicità. I protestanti italiani sono impegnati da anni su questo fronte perché convinti che soltanto in una scuola laica possa costruirsi e crescere la libertà del cittadino, di quello che crede come di quello che non crede o crede in modo non convenzionale. Contrariamente a quello che in Italia spesso si afferma e si predica, la scuola laica non è affatto "contro" la religione ma assume (dovrebbe assumere, se potesse essere pienamente laica) il tema delle religioni come questione culturale di grande rilievo a prescindere dagli orientamenti o dalle appartenenze confessionali.
Il premier ha parlato (male) della scuola pubblica e raccolto la standing ovation di fronte alla platea dei Cristiano riformisti. E' una nuova forza culturale e politica che intende rifarsi alla dottrina sociale della Chiesa "senza i quali – si legge nel loro sito - ogni nostra azione perderebbe di identità e di intensità, ma soprattutto di significato". Frase rituale e generica, tuttavia ben chiarita dall'appello contro la cristianofobia e a "difendere l'Italia cristiana" pubblicato in evidenza sul sito. Al leader di questa formazione, Antonio Mazzocchi, il premier avrebbe affidato l'incarico "di curare, nell'ambito del nuovo progetto, i rapporti col mondo cattolico a livello locale". Le affermazioni di Berlusconi si collocano quindi nel quadro di una esplicita rincorsa ai consensi del mondo cattolico che, dopo un lungo sodalizio, dal bunga bunga in poi mostra comprensibile imbarazzo. Mettere sul piatto dell'offerta politica una scuola pubblica meno laica e meno centrale nel sistema dell'istruzione, e magari qualche ulteriore finanziamento alle scuole private: il messaggio rivolto ai quasi sconosciuti Cristiano riformisti in realtà è indirizzato ad altre orecchie e ad altre gerarchie che invece, probabilmente, hanno capito benissimo che cosa il premier volesse dire.



1 marzo 2011


dal sito http://www.chiesavaldese.org/index.php

domenica 26 dicembre 2010

SCUOLA E UNIVERSITA'





NATURA ABHORRET A VACUO

di Francesco Sylos Labini





La natura rifiuta il vuoto. L’Italia, a quanto pare, per il momento no. Un vuoto intorno a noi che si espande in ogni dove: un vuoto culturale e politico. E’ intorno a quella splendida manifestazione di centomila e più persone che ha pacificamente attraversato Roma lo scorso 14 dicembre. E’ dentro quelle centinaia che hanno selvaggiamente e stupidamente spaccato vetrine, incendiato, picchiato ed a quelle migliaia che hanno incitato o almeno che non hanno criticato. Ma è anche intorno a quei tutori dell’ordine che si trovavano in strada, che le hanno prese e le hanno date e che il giorno prima e qualche giorno dopo avevano anche loro manifestato per ragioni analoghe a quelle degli universitari, dei terremotati dell’Aquila e dei sommersi d’immondizia di Terzigno: non solo contro i tagli, ma per rivendicare la propria dignità. Ed il vuoto è intorno ai ricercatori sui tetti che stanno ancora cercando invano qualcuno con cui discutere della riforma universitaria, che sia capace di mettere insieme qualche concetto che vada al di là di qualche insulso slogan. Ma è vuoto che sta intorno anche a quella parte di docenti universitari più anziani che hanno perso qualsiasi riferimento e che si trovano sperduti e atomizzati, che vorrebbero reagire ma non sanno da che parte incominciare.

E’ un vuoto che si trova soprattutto intorno a tutti quanti quelli che hanno alzato la testa per vedere se ci sia qualcuno all’orizzonte che li ascolti, che li rappresenti, che capisca le ragioni di un malessere che non è solo generazionale ma che diventa ogni giorno più trasversale in ogni direzione lo si guardi e lo si consideri. E’ il vuoto che si legge negli editoriali dei grandi giornali dove i ragionamenti partono da basi irreali e sfociano in considerazioni sbandate. E’ il vuoto che sta intorno al sindacato che cerca di arginare il malessere, ma vi si trova sommerso da ogni dove. Rendersi conto del vuoto intorno è un punto di partenza, che è mancato nelle lamentele dei più in questi anni, degli indifferenti che criticano questo e quello solo di fronte al caffé. Perché la presa di coscienza di questo vuoto può trasformare l’inedia e l’indifferenza in un’energia positiva e propositiva. Perché se non avviene questo la natura, anche in Italia, rifiuterà il vuoto: qualcosa lo riempirà ed il peggio è sempre in agguato.

Giovanni Sartori descrive la situazione con queste parole: “Sì, i giovani di oggi avranno una vita dura. Ma fu dura anche la vita dei giovani che si trovarono, dopo la fine dell’ultima guerra, con un Paese distrutto e un avvenire che sembrava senza avvenire. Noi, i giovani di allora, ce la siamo cavata”. A me sembra che il paragone con la generazione che è uscita dalla guerra non sia del tutto pertinente. C’è una similarità nel fatto che nel Paese oggi ci sono macerie morali ed etiche ma, per il momento almeno, non materiali. I giovani degli anni ‘40 e ‘50 avevano di fronte un paese anche materialmente da ricostruire e la possibilità di farlo pur tra mille difficoltà. Oggi c’è una generazione che non vede una via d’uscita e per la quale l’avvenire è solo un tunnel buio: trova ovunque un cartello con scritto “occupato”. E’ tutto troppo occupato, non ci sono vie di fuga dal vuoto e soprattutto nessuno che se ne occupi per capire come fare.

Sartori conclude il suo editoriale scrivendo “Ma i giovani di oggi che si battono contro la riforma universitaria Gelmini si battono a proprio danno e per il proprio male”. Ma come, anche Sartori, l’inventore dell’ “homo videns” che ha messo lucidamente a fuoco il primato dell’apparire rispetto alla sostanza, ci viene a raccontare, senza discuterne la ragione nel merito, che la riforma Gelmini è una buona riforma. E’ proprio questa la perdita di ogni riferimento culturale e di ogni orientamento in un Paese disgregato. Perché si può essere d’accordo o meno con la riforma Gelmini, non è questo il punto. Il punto è che quando si prende posizione bisogna saper illustrare le proprie ragioni, altrimenti non si tratta di presentare posizioni meditate quanto invece di riflettere slogan esterni che vengono ripetuti alla nausea da ogni trasmissione televisiva. E ad oggi, vigilia della probabile approvazione del ddl Gelmini, qualcuno che sappia illustrare, partendo dal testo, cosa questo prevede di buono e perché ed in cosa sia condivisibile e difendibile, ancora non si è visto (a parte le balle che ci racconta il prof. Giavazzi, ça va sans dire).

Irene Tinagli, giovane talento nostrano, dopo tanti anni passati a sgobbare nelle famose “migliori università americane”, riesce però ad osservare che “anche i ricercatori salgono sui tetti per difendere i loro contratti” per concludere che “i ricercatori hanno paura della concorrenza degli scienziati stranieri”. Mentre è ovviamente falso affermare che i ricercatori salgono sui tetti per difendere i loro contratti, trattandosi di ricercatori già assunti con contratti a tempo indeterminato, è stupefacente la seconda considerazione: forse nelle prestigiose università frequentate dalla dottoressa Tinagli si stanno già formando le file di ricercatori stranieri pronti a venire a lavorare in Italia, ma noi qui nella paludosa colonia di stranieri non ne abbiamo proprio visti e da un pezzo. C’è forse bisogno di ricordare che gli stipendi d’ingresso in Italia sono tra i più bassi in Europa? O forse che i progetti di ricerca dell’anno 2009 ancora non sono stati finanziati? O che le risorse per le università per l’anno 2010 ancora non sono state assegnate? Ma non diciamolo ad alta voce, che forse gli “scienziati stranieri” non lo hanno ancora scoperto e dunque verranno lo stesso a fare concorrenza a quei pelandroni dei ricercatori italiani.

Di fronte a questa decadenza generalizzata è necessario ripartire dal ricostruire un riferimento culturale prima ancora che politico. Ma una cosa è certa: non si esce da un ventennio di Berlusconismo fischiettando e ci sarà bisogno di tanta pazienza, intelligenza ed immaginazione per ricostruire un Paese distrutto moralmente e per attraversare un periodo di turbolenze che non si annuncia breve.


22 dicembre 2010

Dal Blog http://ricercatorialberi.blogspot.com/2010/12/natura-abhorret-vacuo.html

mercoledì 22 dicembre 2010

LASCEREMO I PALAZZI DEL POTERE NELLA SOLITUDINE DELLA LORO MISERIA


Lettera degli studenti della "Sapienza" per la manifestazione del 22 dicembre


Alla c. a. Sindaco di Roma Gianni Alemanno

Alla c. a. Questore di Roma Francesco Tagliente

Alla c. a. del Prefetto di Roma Giovanni Pecoraro


Oggetto: La nostra richiesta di autorizzazione

Con la presente gli studenti e le studentesse della Sapienza comunicano alle autorità che il giorno 22 dicembre sfileranno per le strade di Roma.
Apprezziamo davvero la vostra apertura al dialogo che in queste settimane si è manifestata ripetutamente e in vari modi: dalle centinaia di denunce per manifestazione non autorizzata, agli arresti immotivati, alla costruzione di una "zona rossa" permanente e in continua espansione.
Siamo molto lieti di tanta premura nel volerci proteggere, tenendoci lontani dai patetici teatrini e compravendite di parlamentari, che avvengono ormai come consuetudine dentro Montecitorio e Palazzo Madama.
Potete stare tranquilli: la politica istituzionale si è già allontanata dai noi e dal resto della società molto tempo fa. Sono proprio i nostri cortei e i nostri blocchi stradali ad aver riportato la politica vera nelle strade e nelle piazze, dall'università a tutta la città.
Per il movimento studentesco il corteo spontaneo è da anni la vera pratica con la quale far vivere e rendere visibile il diritto di manifestare, la voglia di partecipare e prendere parola sul nostro futuro.
Proprio per questo motivo il 22 lasceremo i palazzi del potere nella solitudine della loro miseria e andremo nelle altre zone della città, per parlare con chi come noi è inascoltato da quegli stessi palazzi.
Vogliamo però interloquire con chi ha detto, in questi giorni, che bisogna ascoltare il nostro disagio, perciò domani una nostra delegazione porterà una lettera al Presidente Napolitano.
Vi inviamo questa richiesta di autorizzazione e vi chiediamo: siete disposti a garantire il diritto di manifestare?
Gli studenti e le studentesse della Sapienza in mobilitazione

(21 dicembre 2010

martedì 7 dicembre 2010

SCUOLA E UNIVERSITA'





ARRIVANO I LORO 

di Francesco Sylos Labini




Il Partito Democratico, nelle vicende parlamentari del ddl Gelmini, prima alla Camera e poi con il rinvio del Senato, ha agito con una determinazione poche volte vista prima e soprattutto in sintonia con i ricercatori, i docenti e gli studenti. Ne ha ascoltato le ragioni, con loro ha discusso dei contenuti della riforma e con loro ha anche messo a punto la strategia politica. Malgrado le perplessità iniziali, da parte di entrambi, si è faticosamente trovato un terreno comune. Come sottolineato da Walter Tocci, che insieme a Manuela Ghizzoni e Giovanni Bachelet, è stato tra i deputati che più si sono impegnati nell’opposizione parlamentare al ddl Gelmini, “Intanto lasciatemi dire che è stata una bella vittoria. Merito di un grande movimento di studenti, ricercatori e professori che, e questo è finalmente un bel fatto nuovo, si è dato la mano con l’opposizione parlamentare. E stavolta il PD ha dispiegato tutta la sua forza di opposizione, dai gruppi parlamentari ai leader, Franceschini e Bersani alla Camera, Finocchiaro al Senato”.

Tutto bene quel che finisce bene dunque? Mica tanto. Oramai il destino del ddl Gelmini è legato a quello del governo, che non è buona cosa in quanto la sua eventuale (non) approvazione viene condizionata da un quadro più ampio e confuso, piuttosto che essere legato ad una seria discussione dei suoi contenuti (mai avvenuta finora con il Governo o con i suoi supporters, a parte le ridicole messe in scena nei salotti televisivi). Inoltre, da una parte del PD cominciano ad arrivare dei segnali piuttosto inquietanti ed ambigui, in controtendenza con i fatti finora dimostrati.

In particolare, Michele Salvati, considerato “da alcuni come il teorico del nascente Partito Democratico”, nonché presidente del comitato scientifico della fondazione Democratica scuola di politica, il cui presidente è Walter Veltroni, ha scritto un editoriale sul Corriere della Sera il cui punto chiave è “…come mai sono convinto che, tutto considerato, sia (il ddl Gelmini, ndr) da approvare anche al Senato ? Perché le scelte reali in politica si fanno spesso tra il peggio ed il meno peggio. E questa legge contiene sufficienti spunti innovativi e in una giusta direzione di premio al merito, per migliorare la situazione esistente: in parte li ha già segnalati Giavazzi sul Corriere di ieri…”.
Dei supposti spunti innovativi segnalati da Giavazzi ne abbiamo già parlato: vuote e false dichiarazioni su cui non c’è da aggiungere altro. Salvati di suo non aggiunge altri punti specifici, a parte notare che la riforma sia un “mostro di norme” (e fin qui ci siamo) per poi addentrarsi in qualche vuota considerazione sul fatto che s’introdurrebbero la valutazione ed il merito. Il punto è che sulla valutazione delle chiacchiere da bar tutti, ma proprio tutti, sono d’accordo. A parte il fatto che non è chiaro come si faccia a prendere sul serio la parola valutazione in bocca al Ministro Gemini, ricordiamo che non basta scrivere la parola valutazione per applicarla davvero nella realtà. Non basteranno tre anni per mettere in funzione l’agenzia di valutazione (ANVUR) che la legge prevede in maniera piuttosto vaga ed a cui delega la valutazione: non è affatto chiaro cosa sarà e su quali criteri valuterà e quali saranno i premi e quali le punizioni (vogliamo parlare della RAE inglese, per caso?). Rimanendo con i piedi per terra, non si capisce il motivo (o lo si capisce perfettamente) per il quale la ministra paladina della meritocrazia (!), non abbia continuato il vecchio monitoraggio (CIVR) almeno per avere un quadro della situazione attuale. Insomma le dichiarazioni devono essere normalizzate sui fatti e non sulle (buone) intenzioni di cui, come sappiamo, è lastricato il pavimento dell’inferno. In base a queste analisi, prive di sostanza, Salvati audacemente conclude: “Ragion per cui: teniamoci la Gelmini. Anzi ripartiamo dalla Gelmini in direzione di una vera autonomia delle università”.

Questa è l’essenza del ragionamento alla base di tutte le terribili sconfitte degli ultimi venti anni del centro sinistra. La sorda politica del meno peggio, che ha sempre messo in un angolo la realtà, ha generato disastri immani a cui ci vorranno decenni per porre rimedio. Una politica che ha perso la bussola della realtà, che non la conosce se non come riflesso di un ricordo offuscato e distorto di qualche decennio fa, che vede qualsiasi sprazzo vitale che viene da “fuori” come una minaccia. Una politica auto-referenziale basata su slogan vuoti, residui ormai archeologici di un recente passato. Cosa deve succedere ancora perché ci si renda definitivamente conto che questa è una politica fallimentare, che ha generato solo sconfitte e umiliazioni? Se c’è una speranza in questo Paese, questa è rappresentata anche (ma non solo) da quei tanti che stanno protestando in questo momento, che si arrampicano sui tetti cercando di reggersi forte, che dormono sotto la pioggia autunnale, che sono diventati esperti di legislazione venendo dal maneggiar provette e protoni, matite e carte geografiche, che sanno insegnare ma hanno capito che se non appari in TV non esisti, che si oppongono ad una riforma fatta da vecchi per vecchi, ma sono convinti che il sistema sia da riformare radicalmente. Che non stanno giocando a fare i piccoli rivoluzionari. Che non stanno inscenando una meschina rivendicazione di categoria per aver un avanzamento di carriera. Gente che ha dignità, che pensa con una certa prospettiva, che conosce i problemi reali ed attuali, che riflette sulle soluzioni, che è pronta a discutere con qualsiasi interlocutore, finanche con improbabili futuristi sui tetti di Roma. Ci rifletta il giovane rivoluzionario che fu, cercando di aprire gli occhi sulla realtà Italia anno 2010 e lasci stare il comodo megafono usato stando seduto nel suo comodo divanetto.

Continua Salvati: “Il riformismo ed il dialogo bipartisan sono deboli ovunque in democrazia, e da noi in particolare perché incontrano due nemici poderosi: gli interessi dei conservatori e gli schieramenti ideologici”. Ma di che cosa si stia parlando non si capisce affatto. Quale dialogo bipartisan e con chi, se interi pezzi del mondo universitario non sono mai stati ascoltati? Chi sono i conservatori, chi ha schieramenti ideologici? Chi più della conferenza dei Rettori può rappresentare meglio i conservatori dell’accademia, e chi più della conferenza dei rettori ha appoggiato entusiasticamente questa riforma? Chi più di chi scrive che “il sistema universitario e della ricerca in Italia non sono riformabili… Illudendosi che sia possibile migliorare l’esistente in realtà si fa il gioco dei conservatori, cioè di coloro che sono responsabili del disastro in cui ci troviamo…” è schierato ideologicamente, e chi più del prof. Giavazzi, autore del brano, ha sempre sostenuto l’approvazione del ddl Gelmini ? Ma una volta che sia una, sarà mai possibile fare un ragionamento preciso sui costi, vantaggi, limiti e risultati? Pare proprio di no, ma d’altronde per parlare dell’argomento bisognerebbe conoscerlo, bisognerebbe capire quali sono i problemi dell’università italiana nell’anno 2010 e quali sono le prospettive future delle generazioni più giovani. E a questo punto ci troviamo di fronte al vuoto spinto dei nostri ex-rivoluzionari in panciolle.

Siamo comunque abituati alle mistificazioni del ministro Gelmini come “i ricercatori fanno il gioco dei baroni” (quando invece ai “baroni” è affidato il reclutamento ed i ricercatori ne sono invece esclusi), ma è sorprendente (relativamente parlando) che proprio gli intellettuali ed accademici vicini al PD, che dovrebbero contribuire alla discussione nel merito, preferiscono invece giudicare una riforma sulla base di astratte e inconcludenti categorie (riformatori vs conservatori). E’ ovviamente giusto dissentire dalle opinioni della propria area politica (gli intellettuali servono proprio a questo) ma sarebbe meglio farlo sulla base dei contenuti delle proposte e dei loro effetti sul sistema universitario e non con insulsi slogan. Soprattutto, quando non si è più in grado di comprendere la realtà sarebbe bene esimersi dal commentarla. Noi speriamo che il Partito Democratico prenda prontamente le distanze da uno dei suoi più visibili esponenti intellettuali per non ricadere nell’ambiguità che lo ha contraddistinto nel recente passato; il rifiuto di queste posizioni sarà il segnale di un vero rinnovamento della sua politica.

5 dicembre 2010





dal blog http://ricercatorialberi.blogspot.com/

(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano online)

giovedì 14 ottobre 2010




PERCHE' LA RIFORMA GELMINI E' DA ROTTAMARE PRIMA CHE NASCA  
di Francesco Sylos Labini








Le discussioni sul DDL Gelmini sono spesso basate su slogan del tipo: introduce la meritocrazia e la valutazione nell'università, limita i poteri dei "baroni", ecc. A me sembra che dietro questi slogan non ci sia nulla di concreto, tantomeno l'introduzione di criteri di valutazione seri o dei limiti ai poteri dei baroni. Questa è una riforma che non presta alcuna attenzione alle forze più fresche ed attive del mondo della ricerca e dell'università. La riforma Gelmini, con le sue 179 norme più le deleghe (che fa 500 norme)rappresenta l’affossamento definitivo del sistema pubblico.

IL CORPO DOCENTE

Il corpo docente dell'università (professori ordinari, associati e ricercatori) è il più anziano tra i paesi OCSE. In particolare vi è un grande quantità di ultra-sessantenni (27% con età maggiore di 60 anni, di cui il14% con età maggiore di 65 anni) ed una piccola frazione di giovani (1,8 % sotto i 30 anni e 14% tra 30 e 40). E’ bene tenere presente che entrambe queste caratteristiche non si ritrovano in nessuno dei paesi sviluppati (e non!).
Dal 1980 al 2005, si osserva un innalzamento dell’età media di reclutamento che cresce di circa quattro mesi ogni anno, ovvero i ricercatori assunti nel 1980 erano mediamente di otto anni più giovani rispetto a quelli assunti nel 2005 (29 anni nel 1980 e 37 nel 2005). Questa tendenza è caratteristica del sistema universitario nella sua interezza ed è un fenomeno di lungo corso. In tutti gli altri paesi europei i docenti universitari vanno in pensione a 65 anni. In Italia, si arriva oltre i 70. Il numero di “precari” («giovani» ricercatori qualificati con contratti di lavoro temporanei) nell’università e negli enti di ricerca è stimato essere una frazione rilevante che coinvolgono più del 50% del personale a tempo indeterminato circa (stimedicono addirittura il 100%, ovvero 70,000 o più unità). Dal breve elenco di cui sopra si nota che l’Italia è il paese al mondo in cui è massimo il contrasto tra giovani ed anziani nel corpo docente. Dunque per rimetterci in linea con il resto del mondo bisognerebbe considerare seriamente la proposta di abbassare l’età pensionabile dei docenti a 65 anni. E' una proposta del tutto ragionevole e necessaria. Ovunque si va in pensione a 65-67 anni. Ma un intervento così delicato andrebbe considerato all'interno di una riforma seria dell'università e discusso nel contesto in cui avviene, perché sono tanti i problemi che emergono insieme a quello dell’età pensionabile. Nei prossimi 10 anni, tra il 40 e il 50 per cento del corpo docente attuale andrà in pensione. Diminuendo improvvisamente l’età pensionabile questa frazione aumenterebbe, andando oltre il 60 per cento. Se poi consideriamo il blocco del turn over al 20 per cento, ecco che diventa chiaro un disegno di ridimensionamento del sistema universitario italiano, cosa che potrebbe in linea di principio avere un senso (ma non lo ha se si vogliono raggiungere standard europei) ma solo dopo una discussione pubblica ed approfondita del ruolo dell'università nella società e non come indotto di una politica di tagli indiscriminati.

RECLUTAMENTO

Vediamo come viene affrontato il problema del reclutamento, problema chiave non solo per l'immissione in ruolo di nuove leve ma anche per la progressione di carriera degli attuali docenti. Il DDL Gelmini vuole introdurre una figura nuova ispirata alla tenure-track (TT) americana. La TT è un contratto che alla fine di un periodo di prova, in genere di cinque anni, prevede l'assunzione a tempo indeterminato se la valutazione è positiva. E' quindi prevista da subito la copertura finanziaria per l'eventuale posizione tenured. Nella versione italiana invece, la conferma nel ruolo di associato avviene dopo il conseguimento di un giudizio di idoneità nazionale ed il superamento di un concorso locale, senza prevedere dall'inizio la copertura finanziaria per il posto permanente. La TT negli Stati Uniti funziona perché l’università assicura da subito la copertura finanziaria per la posizione permanente (per sempre). Le università italiane ad oggi non sanno ancora quale sia lo stanziamento di bilancio per l’anno in corso, dunque è evidente che la forma italiana della TT è simile ad un contratto a tempo determinato piuttosto che alla vera TT americana.
Inoltre viene messo in esaurimento il ruolo di ricercatore, figura introdotta con la 382/1980 e che è ancora in attesa della definizione dello stato giuridico. Secondo le attuali norme i ricercatori universitari non sono tenuti ad insegnare ma in realtà circa la metà dei corsi sono affidati a loro. Da questa situazione, e dal fatto che le prospettive di carriera per i ricercatori sono del tutto incerte con l'introduzione della TT (all'italiana), una gran parte dei ricercatori ha deciso l'indisponibilità a fare i corsi. Questo non è uno sciopero ma, appunto, una indisponibilità a fare un lavoro che, per legge, non sono tenuti a fare. In buona sostanza l’abolizione del posto di ricercatore con la sua sostituzione con la TT (all'italiana) è una presa in giro non solo per gli attuali ricercatori, ma per i 50.000 o più precari dell’università.

SALARI

È noto che un ricercatore in Italia, all’ingresso, percepisce una retribuzione netta di circa 1.500 euro al mese (contro i quasi 2.000 di Francia e Spagna e i 2.500 del Regno Unito), mentre un professore ordinario a fine carriera ha una retribuzione del tutto comparabile agli stipendi dei professori delle università americane (dell’ordine di 100.000 euro lordi all’anno). A questo riguardo è importante notare che, mentre negli Stati Uniti lo stipendio di un professore è correlato al merito accademico, in Italia ciò dipende, all’interno di ogni fascia, solo dall’anzianità di servizio. Quindi, contrariamente agli Stati Uniti, la fascia di professori universitari d’età avanzata coincide con la fascia maggiormente retribuita. Questo fatto può essere dimostrato in maniera quantitativa calcolando la retribuzione media percepita dai docenti di una certa età. Come ci si poteva aspettare, osserviamo una semplice relazione lineare tra età e retribuzione, definite quindi da due quantità, determinate dalla politica salariale, che sono lo stipendio di entrata e la differenza tra retribuzione minima e massima. Dunque, in media, a 30 anni si guadagnano 20.000 euro l’anno, a 50 anni 60.000 ed a 70 se ne guadagnavano 80.000 nel 2002 e quasi 95.000 nel 2004. Questa disparità sembra paradossale, considerando che le necessità economiche di un settantenne sono senz’altro inferiori rispetto a quelle di un trentenne o quarantenne che sia. Analizzando i dati delle retribuzioni dei docenti per vari anni accademici (1998-2004) è possibile osservare come la differenza tra la retribuzione minima e quella massima sia rimasta sostanzialmente invariata negli anni, mentre lo stipendio d’ingresso di un giovane ricercatore è cresciuto di poco. Un aumento che compensa in parte l’inflazione ma certamente non in maniera adeguata da poter confrontare tale stipendio con quello percepito in un altro paese europeo e dunque tale da rendere competitivo il nostro sistema universitario.
Possiamo quindi concludere che la tendenza delle variazioni delle retribuzioni negli anni 1998-2004 non è andata nella direzione di una ripartizione più equa delle risorse tra giovani ed anziani. Dall'analisi dei dati OCSE, si giunge alla conclusione che un ricercatore italiano con un'esperienza lavorativa tra 0 e 4 anni guadagna circa 12.500 euro l'anno contro i 30.500 del collega francese ed i circa 24.000 di quello tedesco. In Spagna si arriva comunque vicino a 17.000: per trovare compensi più bassi bisogna guardare ai Paesi dell'Est. Inoltre si tenga presente che i salari di ingresso attuali sono più bassi di quelli delle generazioni precedenti. Negli ultimi anni si è assistito ad un ritardo nelle progressioni di carriera che dunque hanno aggravato la situazione salariale delle componente più giovane del corpo accademico anche nella prospettiva della pensione.

VALUTAZIONE

Passiamo alla questione della valutazione, tema strettamente collegato alla meritocrazia. Il DDL Gelmini non s'impegna nel disegno di un sistema di incentivi che cerchi di premiare chi fa bene e punire chi fa male. Finora di passi concreti verso una valutazione dell’attività di ricerca non ne sono stati fatti, né durante il Ministero Mussi né durante il Ministero Gelmini. L'unico tentativo è stato quello fatto durante il ministero Moratti con il CIVR che ha analizzato la produttività scientifica 2001-2003, senza poi alcun tipo di riscontro nella successiva distribuzione delle risorse.
A questo riguardo, va sottolineato come le parole siano spesso usate per creare una cortina fumogena che nasconde i pochi fatti. Ad esempio, le linee guida diffuse dal ministro Gelmini il 6 novembre 2008 intendevano dare: «Autonomia e responsabilità, quindi, ma anche, soprattutto, il merito come criterio costante di scelta: nell’allocazione delle risorse, nella valutazione dei corsi e delle sedi, nella scelta e nella remunerazione dei docenti, nella promozione della ricerca». Inoltre si dichiarava che: «Già nel 2009 il 7% di tutti i fondi di finanziamento alle università sarà erogato su base valutativa e la percentuale è destinata a crescere rapidamente negli anni successivi per allinearci alla migliore prassi internazionale. L’obiettivo è infatti quello di raggiungere entro la legislatura il 30%». Questi buoni propositi, finora, sono rimasti tali e, come notato da Daniele Checchi e Tullio Jappelli, a metà del 2009 nessun passo concreto è stato fatto verso una ripartizione reale del finanziamento in base alla produttività didattica o scientifica degli atenei. Gli stessi autori, analizzando i criteri con i quali vengono ripartiti i fondi collegati alla Programmazione triennale 2007-2009, concludono: «La morale è che comunque ti comporti avrai qualcosa, e che premio e sanzione non differiscono di molto».
Il punto chiave, non affrontato in alcun modo dal DDL Gelmini, sarebbe stato quello di puntare ad un sistema di incentivi secondo il quale le risorse siano distribuite ai dipartimenti e non agli atenei. Una valutazione analitica e sistematica del sistema universitario è indispensabile per identificare quello che funziona e quello che non funziona, per premiare chi fa bene e "punire" chi fa male. Tuttavia nell'attuale situazione si vuole perseguire una valutazione senza risorse, ovvero perseguire obiettivi di qualità senza strumenti. Il taglio nel finanziamento all'università è stato di fatto orizzontale: si colpisce indipendentemente dal merito ed è una mannaia che si abbatte in maniera indiscriminata su tutto e su tutti, ed in particolare sugli anelli più deboli del sistema universitario, i cosiddetti "giovani".
La meritocrazia nel DDL Gelmini è delegata all’istituzione dell’ANVUR, di cui tra l’altro si parla da un decennio e che per il momento è una scatola vuota.

GOVERNANCE

Uno dei punti cardine del DDL Gelmini è la riforma della governace universitaria, in cui vi sarà un Senato Accademico senza poteri ed un Consiglio di Amministrazione che diventa il vero organo deliberante dell'ateneo. In questo quadro i Rettori assumono un potere notevolissimo, che di fatto già hanno (e quindi il DDL non fa che istituzionalizzare una situazione che di fatto già esiste ed i Rettori non possono essere che contenti, ed infatti lo sono). L'idea è che il CdA sia aperto all'esterno, ma non si affronta la domanda: chi sono i membri esterni? La riforma della governance apre le porte per la trasformazione delle università in ASL, in cui oltre al potere accademico ci saranno interferenze da parte del potere politico

CONCLUSIONE

Concludo citando Il Senato Accademico dell'Università La Sapienza: “Abbiamo fatto tutto il possibile: abbiamo ridotto i Dipartimenti del 40%, le Facoltà del 60%, riordinato la governance, decentrando tutti i poteri gestionali di ricerca e didattica ai Dipartimenti con organi centrali e Facoltà che hanno funzione di valutazione premiale delle attività. La responsabilità è ora del Governo e del Parlamento che debbono dare risposte concrete sui finanziamenti ormai drammaticamente insufficienti (l’università italiana è ultima in Europa) e sullo stato giuridico che i ricercatori attendono da 30 anni. La Sapienza ha operato per razionalizzare, risparmiare e riprogettare in funzione della qualità. Se dalla politica non ci saranno risposte, soprattutto finanziare, avremo una didattica da terzo mondo e una ricerca in dissoluzione. In tali condizioni non saremo in grado di iniziare l’anno accademico 2010-2011”.

La riforma Gelmini non solo sta per assestare un colpo mortale all’università ed alla ricerca in Italia, ma sembra essere un vero e proprio insulto alle nuove generazioni. Quelli che nell’università non sono ancora entrati e che probabilmente, a parte rare eccezioni, non ci entreranno mai. C’è bisogno di un’opposizione intransigente, con iniziative consone alla gravità della situazione, ma è necessario anche elaborare una riforma dell’università che abbia presupposti e prospettive completamente differenti da quelle del DDL Gelmini. Perché rifiutare una riforma insensata come quella della Gelmini è necessario, ma difendere l’esistente è impossibile. Per questo una riflessione seria e sistematica è quantomai opportuna in questo momento, anche se mi sembra difficile che la classe accademica, che ha messo del suo nel generare il disastro attuale, sia capace di auto-riformarsi. C’è bisogno di un coinvolgimento di tutti, compresi gli studenti e gli attuali precari ed i ricercatori che alla fine rappresentano il futuro del sistema universitario, ed anche quella parte dei sindacati che lavora con competenza nel mondo della ricerca per capire come agire.



12 ottobre 2010
Pubblicato su La Scienza in Rete

lunedì 20 settembre 2010

Sole delle Alpi, crocefisso e laicita' della scuola

 di Paolo Naso

                                            

Alla fine anche il Ministro dell'Istruzione ha rotto gli indugi e, dopo giorni in cui si era limitata a esprimere il suo disappunto per gli arredi leghisti nella scuola "Gianfranco Miglio" di Adro (BS), ha preso carta e penna per chiedere al Sindaco che aveva trasformato una scuola pubblica in un gadget partitico di eliminare i simboli "padani". Ma lo stesso Ministro si è distinto per l’impegno con cui difende strenuamente l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche: una contraddizione.
I toni leggeri con cui alcuni politici e tanta stampa hanno ironizzato sui furori simbolici del primo cittadino di Adro, per altro criticato dallo stesso Bossi, preoccupano quanto il gesto in sé che, nei fatti, demolisce il principio fondamentale della scuola pubblica, ovvero di un bene comune che non appartiene a un gruppo di cittadini, per quanto maggioritario, né a un gruppo politico e neanche a un'Amministrazione. Il bene pubblico è patrimonio di una istituzione democratica che ha il dovere costituzionale di accogliere e riconoscere tutti gli utenti, senza discriminazione alcuna su base di censo, etnia o religione. Scusandoci per l'ovvietà – che però evidentemente non è così scontata per gli amministratori di Adro - è per questa ragione che all'ingresso delle scuole italiane c'è la bandiera italiana e non la falce e il martello, lo scudo crociato, il sole delle Alpi o quello che ride.
Marcare ideologicamente il banco di una scuola statale con un simbolo partitico o ideologico ricorda tristemente regimi politici nei quali lo spazio pubblico era controllato da un unico attore politico ed i simboli dello stato coincidevano con quelli di un regime autoritario. Non è certamente il caso del Sindaco di Adro che però farebbe bene a smetterla di scherzare col fuoco dei simboli della politica, delle ideologie e delle tradizoni. Attenzione ad usarli, soprattutto nei luoghi sbagliati: lo spazio pubblico è tanto più pluralista e democratico quanto più è spoglio di simboli che non siano quelli ben codificati dello stato nazionale: la bandiera, l'inno, la Costituzione.
Ha fatto bene quindi il Ministro a richiamare il Sindaco al suo ruolo istituzionale ed a rivendicare il carattere pubblico della scuola "Miglio".
Più difficile capire perché il Ministro non applichi lo stesso ragionamento al crocefisso: certo la tradizione cattolica in Italia ha ben altra storia e ben altro spessore culturale rispetto al pensiero leghista ed all'ideologia della Padania, e non c'è ombra di dubbio che moltissimi italiani si riconoscano in quel simbolo religioso piuttosto che nel sole delle Alpi. Tuttavia la sostanza del ragionamento è la stessa: se la scuola è pubblica ovvero di tutti, essa non può assumere un particolare manifesto ideologico o un simbolo culturale o ideologico che finisce fatalmente per escludere e discriminare chi in quella ideologia o in quella religione non si riconosce. Paradossalmente, una parete spoglia sarebbe insomma l'espressione più alta di una scuola che accoglie, laica e pluralista.
Come noto su questo tema il ministro Gelmini ha un parere opposto ed ha avuto parte attiva nel ricorso del governo italiano presso l'Alta corte di Strasburgo per i diritti dell'uomo, in seguito alla sentenza di quel tribunale che nel novembre del 2009 aveva giudicato l'esposizione del crocefisso lesiva del diritto dei genitori di educare i figli coerentemente con le proprie convinzioni, religiose o non religiose.
Per il Ministro, insomma, si tolga pure il sole padano dalle aule scolastiche, ma si mantenga invece il crocefisso. Per quanto largamente condivisa anche tra i parlamentari dell'opposizione e forse da buona parte dell'opinione pubblica italiana, resta comunque una contraddizione: coerenza imporrebbe di togliere l'uno e l'altra, lasciando il sole padano alle bandiere leghiste e il crocefisso ai luoghi consacrati che gli sono propri. Chissà che l'Europa non ci aiuti ad essere più coerenti.



20 settembre 2010

Dal sito della Chiesa Valdese

giovedì 16 settembre 2010

UNA RIFORMA PER VECCHI

intervista al fisico Francesco Sylos Labini a cura di Federico Tulli









"Si tratta di un evento epocale che rivoluziona i nostri atenei. L’università sarà più meritocratica, trasparente, competitiva e internazionale. Il disegno di legge di riforma dell’universita` segna la fine delle vecchie logiche corporative: sarà premiato solo chi se lo merita". Era il 29 luglio scorso quando il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, salutava cosi` il via libera del Senato al ddl che porta il suo nome. Crisi politica permettendo, entro pochi giorni il testo sara` sottoposto al vaglio della Camera. Secondo il ministro, la sua approvazione "scostituisce la base per il rilancio del sistema universitario italiano e finalmente si potra` competere con le grandi realta` internazionali". A giudicare dalle vibranti proteste di chi in primis dovrebbe beneficiare del riassetto esaltato dal ministro (vale a dire studenti e giovani ricercatori), non si direbbe. L’ultima manifestazione (iniziata il 3 settembre) a fine mese potrebbe bloccare
l’avvio dell’anno accademico al dipartimento di Fisica della Sapienza di Roma. Con il taglio indiscriminato di risorse, economiche e umane, stabilito dal ddl, i ricercatori si troverebbero infatti a dover insegnare in aule composte da oltre 100 studenti, contro i 75 previsti dalle direttive ministeriali. Per questo
motivo hanno deciso di non fare lezione se il ddl non sara` cambiato. Una “situazione” didattica che, penalizzando contemporaneamente gli allievi e la qualita` dell’insegnamento, fa pensare a tutto tranne che "all’universita` piu` competitiva e internazionale" annunciata dal ministro. E questa e` solo una delle tante discrepanze tra gli annunci della Gelmini e la realta` dell’universita` che sta per nascere. Con Francesco Sylos Labini, fisico ricercatore all’Istituto dei sistemi complessi del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma e autore insieme con il collega Stefano Zapperi del libro I ricercatori non crescono sugli alberi, facciamo il punto sul provvedimento targato Gelmini.

Proprio mentre il ddl Gelmini entrava in Senato, in Francia il governo di Sarkozy investiva lo 0,5 per cento del Pil per potenziare i settori di base e rilanciare il Paese. Stanziando 11 miliardi di euro per l’università e 8 per la ricerca, Parigi ha provocato ricadute positive nell’immediato e posto le condizioni per cruciali modifiche strutturali dell’intero sistema del “sapere”. Possiamo dire la stessa cosa della riforma italiana?

Certamente no. Quelle del ministro sono solo parole. Il suo ddl completa l’opera di distruzione dell’universita` pubblica iniziata con il dl 133 “Gelmini-Tremonti” del 2008. Tutti siamo d’accordo che occorre fare delle riforme strutturali, purche siano serie e non delle prese in giro. Questa e` una presa in giro.

Perché?

Per tanti motivi. Anzitutto perche il taglio “orizzontale” del 20 per cento al finanziamento ordinario delle universita` e` una mannaia che si abbatte in maniera indiscriminata su tutto e su tutti.

Chi ne pagherà il prezzo?

Inevitabilmente gli anelli deboli della catena: gli studenti, chi sta per entrare nel mondo della ricerca e i giovani ricercatori. E` una riforma del tutto insensata fatta da vecchi per vecchi. Del resto piace ai professori ordinari, cioe` a chi ha gia` potere. Ed e` sostenuta dalla conferenza dei rettori, perche li trasforma in dei piccoli satrapi universitari.
Quegli anelli deboli, ovunque sono considerati punti di forza. È noto che gran parte delle scoperte si fanno prima dei 40 anni.
L’investimento va fatto su chi puo` trainare lo sviluppo in maniera piu` efficace. Accade in tutta Europa. Non parliamo degli Stati Uniti. Una riforma seria metterebbe al centro del progetto il reclutamento dei ricercatori e i fondi per consentire loro di programmare l’attivita`. Invece col ddl Gelmini e` un punto trattato in maniera insensata.

Ci spieghi meglio.

In pratica si vuole abolire il ruolo del ricercatore, che e` una delle poche “valvole di sfogo” per l’assunzione di chi esce dall’universita`, e sostituirlo con la tenure track americana. Questa, negli Usa, prevede l’assunzione a tempo determinato di 3 o 4 anni. Al termine, chi ha prodotto dei risultati viene nominato
professore. Mentre il posto di chi non ha avuto un rendimento soddisfacente viene ribandito.

Sembra un buon metodo.

Purtroppo la versione italiana della tenure track non ha nulla a che vedere con quella americana. L’uso delle parole a sproposito testimonia una certa confusione se non malafede. Da noi e` previsto un contratto temporaneo di tre anni e stop. Si e` fuori dall’universita`, poco importa dei risultati prodotti.

La questione delle assunzioni è legata a doppio filo con i pensionamenti. Il ddl prevede un limite di età di 70 anni per i professori ordinari. Cosa ne pensa?

Come proposta in se e` del tutto condivisibile. Ma anche qui e` una questione di metodo. Il corpo docente italiano e` il piu` anziano al mondo. Gli over 60 sono il 30 per cento. Con Zapperi proponiamo da tempo di abbassare l’eta` del pensionamento a 65 anni. Un’idea che e` stata rilanciata di recente anche dal Pd.
Del resto non ci inventiamo nulla: ovunque si va in pensione a 65-67 anni. Ma un intervento cosi` delicato va contestualizzato. Un semplice emendamento al testo Gelmini creerebbe danni maggiori di quelli che gia` fa.

Come mai?

Perché sono tanti i problemi che vengono insieme all’eta` pensionabile. Nei prossimi 10 anni, tra il 40 e il 50 per cento del corpo docente attuale andra` in pensione. Diminuendo improvvisamente, l’eta` pensionabile aumenterebbe al 60-70 per cento. Se poi pensiamo che nel ddl c’e` il blocco del turn over al 20 per cento, ecco che un intervento estemporaneo svuoterebbe l’universita`. Tra 10 anni non ci sara` piu` nessuno a insegnare e a fare ricerca. Un altro esempio: oggi si viene assunti in ruolo mediamente intorno ai 40 anni. Dopo 25 anni di lavoro che cosa rimane in tasca? E poi c’e` il costo del pensionamento in blocco di 15mila professori: circa 500 milioni di euro. Insomma, la norma e` giusta ma va inserita in una riforma basata sullo svecchiamento del sistema. Una misura da programmare con criterio.

Per rilanciare l’università italiana occorrono tempo e denaro.

Non solo. Per sviluppare un sistema di qualita` vanno create le condizioni “sociali”. Invece da anni c’e` una campagna mediatica che propone una visione distorta della ricerca e caricaturale dell’universita`. Questa sarebbe composta solo da baroni mafiosi e da mediocri nullafacenti. Ma il successo all’estero di chi si e` formato in Italia dimostra la presenza di numerosi centri d’eccellenza. Questa percezione e` stata persa dall’opinione pubblica. Eppure la prima a essere danneggiata dal taglio delle risorse statali e` proprio la comunita`. Solo lo Stato puo` finanziare i tempi lunghi che una ricerca di qualita` richiede. Ma e` solo questa che puo` avere delle ricadute positive sulla societa`.


pubblicato da Left-Avvenimenti (10.9.2010)
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