Diari di Cineclub

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domenica 6 maggio 2018

KARL MARX: L'UOMO, IL FILOSOFO, IL RIVOLUZIONARIO di Alan Woods




KARL MARX: L'UOMO, IL FILOSOFO, IL RIVOLUZIONARIO
di Alan Woods



Marx nacque duecento anni fa in Germania, in quella che all’epoca era parte della Prussia. Le province renane a cui apparteneva Treviri tuttavia erano per molti aspetti diverse dai territori prussiani più orientali, arretrati, semi-feudali e reazionari.
Annessi alla Francia durante le guerre napoleoniche, gli abitanti erano stati esposti a idee nuove come la libertà di stampa, i diritti costituzionali e la tolleranza religiosa. Benché la Renania fosse stata ricongiunta all’impero prussiano dal Congresso di Vienna tre anni prima della nascita di Marx, l’influenza di quelle idee lasciò effetti duraturi sul pensiero progressista dei settori più illuminati della società.

Karl Heinrich era uno dei nove figli della famiglia di Heinrich ed Henrietta Marx. Il padre di Marx era un avvocato con idee relativamente progressiste, che leggeva Kant e Voltaire e auspicava una riforma dello stato prussiano. La famiglia era piuttosto benestante: Marx non sperimentò mai povertà o privazioni durante la sua infanzia e la prima giovinezza, anche se ne avrebbe sofferto parecchio successivamente.
Entrambi i suoi genitori erano ebrei, ma nel 1816, all’età di 35 anni, il padre di Karl si convertì al cristianesimo, probabilmente in conseguenza della legge del 1815 che bandiva gli ebrei dall’alta società. È significativo che, sebbene la maggior parte delle persone a Treviri fosse cattolica, egli scelse la confessione luterana, dal momento che “equiparava il protestantesimo con la libertà intellettuale.” In ogni caso Heinrich Marx era tutt’altro che un rivoluzionario e sarebbe senza dubbio inorridito se avesse conosciuto il percorso futuro del suo amato figlio Karl.
Lasciata la scuola, Marx proseguì la sua formazione all’università, dove studiò legge e successivamente storia e filosofia. Mentre studiava a Berlino rimase affascinato dal grande filosofo Hegel. Comprendeva che, sotto una patina superficiale di idealismo, la dialettica di Hegel aveva profonde implicazioni rivoluzionarie. La filosofia dialettica avrebbe formato la base di tutto il suo successivo sviluppo ideologico.

Marx si unì alla tendenza nota come “sinistra hegeliana”, che traeva conclusioni radicali e ateistiche dalla filosofia hegeliana. Tuttavia si stancò ben presto del continuo giocare con le parole e dell’equilibrismo dialettico di questi radicali da accademia, che rapidamente degenerarono in nient’altro che un’associazione di dibattiti.
Marx era molto colpito dalle idee di Ludwig Feuerbach, il quale, partendo da una critica della religione, si era mosso nella direzione del materialismo. Ma criticava Feurbach per il suo totale rifiuto della dialettica hegeliana. Marx riuscì brillantemente a combinare il materialismo filosofico con la dialettica per creare una filosofia completamente diversa e rivoluzionaria.

venerdì 8 settembre 2017

LEONARDO DA VINCI ARTISTA, INTELLETTUALE E RIVOLUZIONARIO di Alan Woods





LEONARDO DA VINCI ARTISTA, INTELLETTUALE E RIVOLUZIONARIO
di Alan Woods




“Gli ostacoli non mi fermano.
Ogni ostacolo si sottomette alla rigida determinazione.
Chi guarda fisso verso le stelle non cambia idea.”
(Leonardo da Vinci, 1452-1519)





Il Rinascimento

Ci sono periodi della storia umana che rappresentano punti di svolta fondamentali. Tali periodi sono caratterizzati da grandi trasformazioni sociali, politiche e culturali. Idee, abitudini e tradizioni che sono state accettate in modo indiscusso per secoli o addirittura millenni vengono improvvisamente messe in discussione. La società stessa si trova in uno stato di fermento che colpisce anche le menti degli uomini e delle donne. Un tale periodo di sconvolgimenti sociali si riflette necessariamente in profondi cambiamenti nella religione, nella filosofia e nell’arte.

Il XVI secolo vide il culmine dell’espansione del potere della borghesia in uno dei periodi più straordinari della storia umana. Conosciuto in Germania come Riforma, in Italia e Francia come Rinascimento, diede luogo a una straordinaria fioritura di cultura, arte e scienza. Ancora oggi le produzioni artistiche di questo periodo, unico nella storia, rimangono senza eguali. Ha fissato uno standard con cui si misurano le realizzazioni artistiche di tutta la storia successiva.

venerdì 19 maggio 2017

"STALIN" DI TROTSKY, UN CAPOLAVORO DEL MARXISMO di Alan Woods



"STALIN" DI TROTSKY, 

CAPOLAVORO DEL MARXISMO 

di Alan Woods



Il 20 agosto del 1940, la vita di Trotsky fu brutalmente spezzata con una piccozza da un agente stalinista. Tra le opere lasciate incompiute vi era la seconda parte del libro Stalin. Questo lavoro è probabilmente unico nella letteratura marxista, in quanto tenta di affrontare alcuni degli eventi più importanti del ventesimo secolo non solo in termini di trasformazioni economiche e sociali epocali, ma nella psicologia individuale di coloro che recitano come protagonisti di un grande dramma storico.

Il rapporto tra psicologia individuale e processi storici fornisce un tema affascinante per gli storici e costituisce la base del lavoro qui presentato. Come si è arrivati al punto che Stalin, che ha iniziato la sua vita politica come rivoluzionario e bolscevico, l'ha conclusa come mostruoso tiranno? Si trattava di un esito preordinato, magari per fattori genetici o dovuto a esperienze dell’infanzia?

lunedì 24 agosto 2015

LA LEZIONE GRECA: IL FALLIMENTO DEL RIFORMISMO di Alan Woods





LA LEZIONE GRECA: IL FALLIMENTO DEL RIFORMISMO
di Alan Woods



Il Primo Ministro greco Alexis Tsipras ha appena annunciato le proprie dimissioni. Ha perso la maggioranza in Parlamento e Syriza si è spaccata, col leader della sinistra di Syriza Lafazanis che ha lanciato un nuovo partito, Unità Popolare.
In un discorso televisivo la scorsa notte Tsipras ha dichiarato che il governo di Syriza avrebbe rassegnato le proprie dimissioni e convocato nuove elezioni. Ha dichiarato anche che altre battaglie attendono il popolo greco, ma che la Grecia ora si impegna ad "onorare" gli impegni presi con l'ultimo pacchetto del cosiddetto salvataggio. Cosa significa?

Tale pacchetto, parliamo di 86 miliardi di euro – 96,3 miliardi di dollari- impone condizioni durissime sottoforma di un nuovo insieme di "riforme" dettate dalla Troika. Dopo un tempestoso dibattito in Parlamento, il governo ha accettato un enorme aumento delle tasse, privatizzazioni massiccie e tagli brutali alla spesa pubblica. Questo significa il totale abbandono di tutto ciò che Tsipras aveva promesso al popolo greco quando era stato eletto il 25 gennaio. Tutti in Grecia sanno cosa vogliono dire queste politiche: ulteriori tagli, ulteriore abbassamento del tenore di vita, ulteriore disoccupazione, ulteriore disperazione. E per cosa? Dopo cinque anni di tagli selvaggi, il debito greco è cresciuto dal 125% al 185% del Pil e ormai sfiora il 200%: un successo davvero strabiliante! E di tutti i soldi destinati al salvataggio della Grecia solo il 10% è finito effettivamente in Grecia. Il resto è andato direttamente nei forzieri delle banche tedesche e delle altre banche europee.

È chiaro anche ad un cieco che la Grecia non potrà mai ripagare questo debito enorme. In privato (e persino in pubblico) gli economisti borghesi lo ammettono. Ciononostante continuano a spremere il popolo greco e spingerlo oltre qualsiasi limite di resistenza umana. Non possono essere imposti ancora sacrifici senza il rischio di provocare un'esplosione sociale.
La radicalizzazione delle masse si è mostrata chiaramente nel Referendum di luglio, quando il popolo greco ha votato in massa per respingere il nuovo pacchetto di salvataggio basato su ulteriori misure d'austerità. Ma pur avendo mobilitato le masse e ottenuto una larga vittoria, i dirigenti di Syriza hanno immediatamente alzato la bandiera bianca della resa e ceduto a tutte le richieste dei creditori europei.

Questa vergognosa capitolazione ha provocato un'ondata di delusione e di dimissioni dal partito nelle ultime settimane. Il sentimento iniziale di shock e disorientamento si è trasformato in rabbia non appena la dura realtà delle nuove politiche è diventata chiara agli occhi della gente. Questo è quello che c'è dietro la spaccatura di Syriza e la convocazione di nuove elezioni da parte di Tsipras.

venerdì 24 febbraio 2012

LA GRECIA DI FRONTE A UNA FASE PRERIVOLUZIONARIA di Alan Woods




LA GRECIA DI FRONTE A UNA FASE PRERIVOLUZIONARIA
di Alan Woods



La crisi in Grecia è ora entrata in una fase pre-rivoluzionaria.
Domenica (il 12 febbraio ndr) abbiamo visto la più grande manifestazione nella storia della Grecia. Centinaia di migliaia di persone si sono radunate per protestare di fronte al parlamento di Atene contro l’accordo reazionario.

Ecco il vero volto del popolo greco: lavoratori e studenti, pensionati e negozianti, giovani e vecchi, sono scesi in piazza per esprimere la loro rabbia. Lo scontento sta superando il prezzo che il paese è stato obbligato a pagare per il suo secondo salvataggio finanziario, 130 miliardi di euro di prestito dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, destinati a evitare il pericolo della bancarotta e uscita dall’Euro. Tuttavia, il cosiddetto prestito e pacchetto di austerità comprendeva un’ulteriore 3,3 miliardi di tagli a stipendi, pensioni e posti di lavoro solo per quest’anno, aggiungendo sofferenze ai 4 anni di recessione, bassi stipendi e crescente disoccupazione.

La spietata pressione esercitata dall’Unione Europea ha già ridotto all’osso le condizioni di vita, facendo precipitare il paese in una profonda crisi. I disoccupati sono saliti a oltre un milione. Il dato ufficiale, che è del 21%, sottovaluta la portata del problema. Non tiene conto del grande numero di lavoratori greci che teoricamente sono impiegati ma che non ricevono lo stipendio da settimane o addirittura da mesi. I tagli alle pensioni che arrivano a un totale di 300 miliardi di euro, il 22% di riduzione del salario minimo (il 32% per gli under 25) e la perdita di 15000 posti di lavoro nel settore pubblico entro il 2015 colpiranno praticamente ogni famiglia. Gli ospedali sono a corto di farmaci. Gli stipendi e le pensioni sono state falciate. Lo stato d’animo della gente sta arrivando alla disperazione.
Naturalmente, le misure di austerità non hanno colpito i ricchi, che hanno conti all’estero e hanno portato via i loro soldi dal paese. Tutto il peso dell’aumento delle tasse ricade sulle spalle dei poveri, pensionati, lavoratori e piccoli negozianti. Il popolo greco si trova anche ad affrontare ulteriori tagli alle pensioni, stipendi, un ulteriore calo del tenore di vita, e la loro pazienza si è esaurita.

I sacrifici richiesti dall’ultimo pacchetto di austerità hanno fatto infuriare sindacati e lavoratori mentre le richieste della Germania per ottenere misure ancora più dure come condizione perché la Grecia possa continuare a rimanere membro dell’Eurozona hanno scatenato una rabbia collettiva generalizzata. Questo sentimento di furiosa indignazione è venuto fuori domenica quando venivano messe in votazione dal parlamento greco le ultime di più feroci misure di austerità. Il provvedimento è passato con 199 favorevoli e 74 contrari fra scontri violentissimi per le strade di Atene. In decine di migliaia hanno assediato il parlamento.

Repressione statale

La proteste in strada sono iniziate ad Atene ma immediatamente si sono diffuse nelle altre grandi e piccole città della Grecia, comprese Salonicco, Patrasso, Rodi, Corfù e Creta. A Creta 10000 persone hanno manifestato nel centro di Eraklion, dove hanno occupato gli studi televisivi, scandendo slogan.
Il governo e le forze dell’ordine hanno reagito con una violenza senza precedenti, attaccando i manifestanti con cariche, granate stordenti e gas lacrimogeni. I manifestanti hanno combattuto coraggiosamente, rilanciando indietro contro la polizia i lacrimogeni e lanciando pietre e bottiglie molotov improvvisate. Non stiamo parlando di anarchici, come hanno dichiarato i media. Molti erano giovani normali, infuriati dalle provocazioni della polizia che si è anche gettata con le moto in mezzo alla folla. La reazione è stata di rabbia. Manifestazioni e proteste si sono svolte in diverse città, grandi e piccole, accompagnate dall’occupazione dei municipi e degli edifici governativi regionali. C’è stata una situazione insurrezionale per le strade. Lunedì notte, il giorno dopo la grande manifestazione, La gente ha assaltato gli uffici dei un vice-ministro del PASOK a Patrasso, e la sede del LAOS (partito di destra) ad Agrinio.

Domenica 4mila poliziotti in tenuta anti-sommossa hanno brutalmente aggredito i manifestanti ad Atene. Ma alla fine della giornata, il centro era come una zona di guerra. Le strade erano cosparse di vetro e pietre. Ci sono stati circa 45 feriti e gli edifici del centro di Atene, inclusi bar e cinema sono stati incendiati dalle bombe molotov scagliate da manifestanti a volto coperto. Questo è stato preso come pretesto dal governo, che sta cercando di giustificare il suo sostegno al piano di austerità sostenendo che l’alternativa è il “caos”. Lucas Papademos, il Primo Ministro non eletto da nessuno, ha detto davanti al parlamento: “Atti di vandalismo e distruzione non hanno spazio in una democrazia e non saranno tollerati. Faccio un appello pubblico alla calma. In questo momento cruciale, non possiamo permetterci il lusso per questo tipo di proteste. Penso che ognuno è consapevole di quanto sia grave la situazione”. Queste dichiarazioni puzzano di ipocrisia. È evidente che la violenza nelle strade è stata deliberatamente provocata dalle forze repressive dello stato, precisamente per creare un clima di paura e instabilità. Il governo stesso è responsabile di questo. Il ministro delle finanze Evangelos Venizelos ha fatto un disperato appello per il sostegno alla manovra prima del voto di mezzanotte: “Dobbiamo dimostrare che i greci, quando sono chiamati a scegliere fra il male e il peggio, scelgono il male per evitare il peggio”.

Ma nessuna delle cosiddette soluzioni della borghesia possono arrestare il declino. La Grecia non può pagare i suoi debiti. Attualmente sta pagando il 33% di interessi sui prestiti stranieri. Questo significa che è entrata in una spirale verso il basso, un inarrestabile processo nel quale la causa diventa effetto e l’effetto causa: più tagli significheranno una crisi più profonda, più disoccupazione e più basse condizioni di vita.

Questo, a sua volta, significherà meno tasse e un più alto deficit pubblico, che può essere coperto da nuovi piani di salvataggio, che porteranno nuove richieste di tagli, e così via. È come cadere in un buco nero, dal quale non può sfuggire nulla, neanche i raggi di luce.

Crisi politica

Sabato sera, in un discorso televisivo alla nazione il Primo Ministro Papademos ha parlato di quanto sarebbe costato il rifiuto del pacchetto. Ha detto che sarebbe come “portare il paese in un’avventura disastrosa” e “creare le condizioni per un caos economico senza controllo ed esplosioni sociali”. Ha anche aggiunto: “il paese sarebbe coinvolto in un vortice di recessione, instabilità, disoccupazione e miseria protratta e questo avrebbe prima e poi portato il paese ad uscire dall’euro”.
Tutto questo è probabilmente vero, ma non ha per niente convinto il popolo greco a tagliarsi la gola per impedire ad altri di fare la stessa cosa.

C’è una imponente opposizione al piano di austerità. Secondo i sondaggi, il 90% della gente è contraria. Nonostante questo, venerdì il governo ha approvato il pacchetto, ma solo dopo che sei membri avevano rassegnato le dimissioni.

Il LAOS, un piccolo partito di destra nazionalista capeggiato da Giorgios Karatzaferis, ha ritirato l’appoggio e con il sostegno dei due principali partiti alle misure draconiane il Primo Ministro Lucas Papademos ha anticipato l’approvazione in parlamento. In questo caso, tutti i partiti nella coalizione hanno subito scissioni e crisi. 22 parlamentari sono stati espulsi dal Pasok per aver votato contro il piano, e altri 9 astenuti sono stati puniti. 21 parlamentari sono stati espulsi dal partito conservatore Nuova Democrazia. Attualmente il secondo gruppo più grande in parlamento è quello “indipendente” dei 64 membri espulsi. Cosa dimostra tutto questo? Soltanto che questo parlamento screditato non rappresenta il popolo. I sondaggi mostrano un forte calo di consensi sia per il PASOK che per Nuova Democrazia. I consensi al PASOK, anche prima del voto di Domenica, erano soltanto l’8-9%. Ora saranno calati ulteriormente. Non è stato risolto niente con questo voto. Il governo deve ancora soddisfare le dure condizioni legate al prestito e deve rispettare la scadenza di questo venerdì per arrivare a un accordo con gli obbligazionisti e ripagare 14,4 miliardi di euro di bond entro il 20 Marzo.

Ogni serio commentatore ora ritiene che alla fine la Grecia sarà costretta ad uscire dall’eurozona, e probabilmente anche dall’Unione Europea. I piani di emergenza per un ritorno alla dracma sono già stati stilati ad Atene, Berlino e Bruxelles. È solo una questione di tempo. I dati rivisti per il 2011 mostrano una contrazione dell’economia del 6,8%, più di quanto originariamente immaginato, e del 7% nell’ultimo trimestre del 2011. Anche se le ultime disposizioni del piano venissero attuate non sarebbero sufficienti a rientrare dal deficit. Le stime iniziali erano che queste misure sarebbe servite a ridurre il deficit dal 160% del PIL (il livello attuale) al 120% (una quota ancora molto alta). Ma le ultime stime indicano che anche se il piano venisse portato a termine (cosa improbabile) il deficit sarebbe ancora al 136% nel 2020.

Nonostante questo, i finanziatori dell’Unione Europea, capitanati da Angela Merkel, rimangono implacabili. Neanche i tagli approvati dal governo di Atene li soddisfano.
Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano Welt am Sonntag: “Le promesse che arrivano dalla Grecia non ci bastano più”. Ha aggiunto: “La Grecia deve fare il proprio dovere per diventare competitiva, che questo avvenga attraverso un nuovo piano di salvataggio o per un’altra strada che in realtà non si vuole prendere”.
I leader della Germania non accettano le ultime misure come un’opera di carità. Vogliono un accordo firmato dai partiti di governo che queste misure saranno attuate indipendentemente dai risultati delle elezioni in aprile. Vogliono anche mettere i soldi prestati in un fondo speciale fuori dal controllo della Grecia, cosi che prima i creditori siano rimborsati e solo se rimangono soldi possono essere utilizzati dallo stato. Chiedono anche che i greci accettino ulteriori 325 milioni di tagli. Berlino chiede inoltre chiarimenti su come la Grecia intenda tagliare il costo del lavoro del 15%. In altre parole, vogliono tirare fuori il sangue dalle rape.

Questi amichevoli interventi tedeschi non hanno minimamente aiutato il signor Papademos, il cui governo è ora come una nave naufragata sugli scogli in alto mare. La famigerata Troika voleva che il suo governo durasse fino alla fine dell’anno. Invece, è già a pezzi. Come tutti i piani dei leader Europei, anche la coalizione di “unità nazionale” è in rapido disfacimento. La borghesia non ha più il controllo della situazione. Piuttosto, è la situazione che la sta controllando. Ci saranno nuove elezioni in aprile: non sappiamo chi vincerà, però possiamo dire chi perderà. C’è un rabbia verso tutti i partiti presenti nella coalizione di governo, che sono tutti in crisi. Le elezioni produrranno al massimo un’altra debole coalizione di governo pro-austerità, probabilmente capeggiata da Nuova Democrazia. Questo non risolverà niente e porterà ad ulteriori sconvolgimenti. Coalizioni instabili cadranno una dopo l’altra.

Una fase prerivoluzionaria

Lenin sottolineò tempo fa che ci sono 4 condizioni per una situazione rivoluzionaria:

1) una spaccatura nella classe dominante
2) la piccola borghesia che oscilla fra borghesia e classe operaia
3) le masse devono essere preparate a combattere e a fare grandi sacrifici per prendere il potere
4) un partito e una direzione rivoluzionaria pronti a guidare la classe operaia alla conquista del potere

In Grecia al momento sono presenti tutti questi fattori a parte uno. La borghesia è in crisi. Non ha soluzioni per l’impasse attuale. Le sue figure di spicco sono un ritratto di impotenza e incertezza. Sono stretti fra due giganteschi macigni: da un lato la pressione spietata del capitale internazionale, dall’altro, la resistenza feroce delle masse.
La crisi della classe dominante si riflette nelle crisi e scissioni in ognuno del partiti al governo. 40 parlamentari sono già stati espulsi per non aver votato il piano di austerità, ma le misure disciplinari non risolveranno niente. È come rattoppare le crepe di un muro causate da un massiccio movimento sismico delle placche tettoniche. L’attuale governo manca completamente di legittimità agli occhi delle masse. È il governo dei banchieri che non è mai stato eletto da nessuno. L’odio verso le banche e i ricchi in generale è universale. Il sentimento generale di rivolta si è diffuso anche alla classe media che ha visto crollare il proprio tenore di vita: i piccoli imprenditori che sono stati costretti alla bancarotta; i funzionari pubblici che hanno perso il lavoro, i tassisti che affrontano la rovina. Non è vero che la classe media sta oscillando fra la borghesia e il proletariato. In Grecia la classe media è stata costretta dalla crudele necessità a prendere la strada della rivoluzione. Riguardo invece alla classe operaia? Negli ultimi due anni, il proletariato greco ha mostrato un’enorme attivismo e determinazione. Ci sono stati 17 scioperi generali, e numerose manifestazioni di massa e proteste di ogni tipo. Uno dovrebbe chiedersi: cos’altro vogliamo chiedere alla classe operaia? Cos’altro pretendiamo ancora?

È vero che lo sciopero generale di 48 ore organizzato dai sindacati la scorsa settimana non è stato un gran successo. Questo indica che lo spirito combattivo della classe operaia sta venendo meno? Questo significa che le masse si sono messe l’animo in pace, e the la borghesia è riuscita a ristabilire l’equilibrio necessario? Al contrario, il vecchio equilibrio politico e sociale è stato completamente distrutto in Grecia. Non verrà ristabilito facilmente o velocemente. Come si spiega la ridotta partecipazione allo sciopero generale di 48 ore? La risposta è molto semplice: I lavoratori hanno capito che gli scioperi di 1 o 2 giorni non risolvono nulla. Ci sono alcuni casi in cui gli scioperi e le manifestazioni possono costringere un governo a cambiare le proprie politiche. Ma questo non è uno di quei casi.

La crisi è troppo profonda per permettere alla borghesia un margine di manovra. Non abbandoneranno la strada intrapresa, che, in ogni caso, viene dettata a loro da Berlino e Bruxelles.
I dirigenti sindacali in Grecia – come in ogni altra parte del mondo – non capiscono la gravità della situazione. Anche se si considerano dei grandi realisti, sono in realtà più ciechi dei ciechi. Vivono in un passato che si è già ritirato nelle nebbie della storia. I dirigenti sindacali si immaginavano che con una piccola opposizione, avrebbero potuto convincere la borghesia a fargli alcune concessioni. “dopo tutto siamo moderati, non rivoluzionari”. Ma al posto di concessioni hanno ricevuto un calcio nei denti. La verità è che i dirigenti sindacali hanno usato gli scioperi generali di un giorno come una valvola di sfogo per le masse. Uno sciopero generale è in realtà solo una dimostrazione. Può esser utile nel mobilitare la classe, compresi gli strati più arretrati e inerti. Nelle strade i lavoratori sentono il proprio potere e cresce la propria fiducia. Questo è il lato positivo dello sciopero generale, ma se questa azione viene ripetuta all’infinito, senza che siano mostrati risultati concreti, i lavoratori ne vengono stancati. Possono vedere che tutti questi scioperi hanno fatto perdere loro un sacco di soldi, ma non hanno raggiunto il loro obiettivo. Arrivano alla conclusione che siano necessaria azioni più forti. Ma che tipo di azioni?

Ecco che la questione della direzione assume un’importanza cruciale. I metodi puramente sindacali non possono risolvere il problema, perché la natura del problema non è sindacale ma politica. È una questione di una classe contro l’altra, di lavoratori contro i padroni, ricchi contro poveri: in ultima analisi è la questione del potere statale.
La tattica di organizzare scioperi generale di 1 o 2 giorni si è completamente esaurita. L’unica possibilità ora è di uno sciopero generale a oltranza per rovesciare il governo. Ma uno sciopero generale a oltranza non è più una dimostrazione. Pone di punto in bianco la domanda: chi è il padrone di casa? Chi governa: voi o noi? In altre parole, si pone la questione del potere. Questa è una questione che nessuno degli attuali dirigenti della sinistra è preparato a porsi.

Hanno paura a spiegare alla gente quello che hanno bisogno di sapere: Non sarà possibile risolvere i problemi della Grecia fino a quando il potere sarà nelle mani di un pugno di ricchi parassiti: banchieri, padroni, palazzinari e armatori. È impossibile curare il cancro con un’aspirina. Quello che è necessario è un autentico governo di sinistra – un governo dei lavoratori preparato ad espropriare le banche e i grandi gruppi industriali – sia nazionali che stranieri – e introdurre un’economia pianificata, sotto il controllo democratico della classe operaia. Per liberare l’economia greca dalla stretta alla gola del capitale straniero, tutti i debiti devono essere considerati nulli e ci dovrebbe essere il monopolio del commercio estero. Dovrebbero essere prese drastiche misure rivoluzionarie contro gli speculatori e la gente che porta i propri capitali all’estero. Queste sono condizioni primarie, senza le quali nessuna soluzione è possibile. Tuttavia, perfino queste misure non sarebbero sufficienti. Nelle condizioni attuali, nessuna nazione può salvare se stessa su basi nazionali. Il socialismo in un solo paese è un’utopia reazionaria, come dimostra chiaramente l’esperienza dell’Unione Sovietica e della Cina. Una Grecia socialista dovrebbe fare un appello ai lavoratori europei perché seguano il suo esempio: liberarsi dal giogo del capitale e unirsi in una Federazione Socialista Europea, costruita sulle solide basi dell’uguaglianza e solidarietà.

L’unica cosa che separa la classe operaia dalla presa del potere è la mancanza di una direzione. I sondaggi indicano che i partiti di sinistra (Synaspismos, KKE e Sinistra Democratica) hanno oltre il 40%. Questo dimostra che la classe operaia sta guardando ai partiti di sinistra per risolvere i propri problemi. Ma le posizioni settarie impediscono loro di unirsi nell’azione. Il KKE rifiuta di collaborare con gli altri partiti di sinistra. Domenica hanno perfino organizzato manifestazioni separate. Questo è un errore fatale. La classe operaia chiede unità di azione contro i padroni e una vera politica socialista! Ciò che si richiede a gran voce è l’applicazione della politica leninista del fronte unico. Una politica e un programma del genere sarebbero sufficienti a gettare i partiti della borghesia nella pattumiera della storia a cui appartengono.
La nostra bandiera è quella del socialismo e dell’internazionalismo proletario, l’unica strada percorribile per i lavoratori in Grecia, in Europa e nel mondo intero.


Londra, 14 febbraio 2012

dal sito http://www.marxismo.net/

domenica 14 agosto 2011

GRAN BRETAGNA IN RIVOLTA di Alan Woods




GRAN BRETAGNA IN RIVOLTA:
UN AVVERTIMENTO PER LA BORGHESIA
 di Alan Woods

Le rivolte in Gran Bretagna sono solo un sintomo della crisi generale del sistema capitalista. I marxisti non si uniranno al loro coro ipocrita della borghesia e dei suoi lacchè. Il nostro compito è indicare una strada alle giovani generazioni, per aiutarle a trovare la strada giusta - quella rivoluzionaria, la strada della ricostruzione socialista della società.
L’ex-leader del Partito Conservatore Margaret (ora Lady) Thatcher una volta disse: ” Non esiste la società”. Tre decenni più tardi la società ha offerto alla classe dominante un violento promemoria della propria esistenza.
Nello spazio di 48 ore la Gran Bretagna è stata scossa da un’ondata di rivolte. Nella terza notte di saccheggi e disordini i fuochi sono divampati in tutta Londra. Centinaia di persone sono state arrestate per essersi scontrate con la polizia, i cui veicoli sono stati dati alle fiamme mentre i negozi venivano saccheggiati. Questa mattina in molte parti della città lo scenario era molto simile a quello di una zona di guerra.
Tutto è iniziato giovedì 4 agosto quando un giovane nero, Mark Duggan, è stato ucciso con un colpo di pistola dalla Polizia a Tottenham, un quartiere a nord di Londra. Le circostanze di questo evento non sono ancora del tutto chiare. Quanto avvenuto era parte di quello che viene definito un evento “pre-pianificato”, parte dell’Operazione Tridente, che indaga sui crimini da arma da fuoco nelle comunità africane e caraibiche di Londra. Queste attività hanno creato un risentimento nelle comunità che sono state ingiustamente prese di mira dalla polizia.
Sembra che la polizia abbia fermato una vettura su cui stava viaggiando Duggan. Il primo rapporto della polizia affermava che il soggetto era stato colpito durante una sparatoria, che aveva una pistola in mano, e che l’avrebbe usata contro la polizia. Ma la polizia mentiva. Ora è cosa accertata che non c’è stata alcuna sparatoria. Sono stati sparati solo due proiettili, entrambi partiti da un’arma della polizia. Il goffo tentativo di insabbiare la cosa è servito solo a gettare benzina sul fuoco.
Con una manifestazione a Tottenham, sabato, la gente del quartiere, guidata dalla famiglia di Duggan, si è diretta alla stazione di polizia per chiedere spiegazioni sull’accaduto. Non ha ricevuto alcuna risposta nonostante siano rimasti in attesa per ore e ore. All’improvviso è esplosa la rivolta. Sembra che la causa scatenante più immediata sia stato il modo brutale con cui la polizia ha trattato una ragazza di sedici anni. I disordini si sono presto allargati ai quartieri vicini, Woodgreen e Tottenham Hale. Quando hanno chiesto a un giovane, col volto coperto, il motivo per cui si stava ribellando ha risposto: “La polizia ha troppo potere e ne sta abusando. E questo è sbagliato, amico.”
Comunque, la responsabilità immediata della sparatoria e il tentativo da parte della polizia di insabbiarla è stata velocemente messa in ombra dall’ondata generale di rabbia e frustrazione che ha riempito le strade delle aree più povere con un’alta concentrazione di giovani disoccupati, di cui la maggior parte sono neri. Ma la rivolta di lunedì e domenica è stata di carattere diverso da quella di sabato. A Tottenham la rivolta è partita su iniziativa di giovani arrabbiati per le persecuzioni della polizia. Ma si trattava solo della punta dell’iceberg, perchè adesso si è trasformata in qualcosa di qualitativamente differente.
La BBC riportava: “C’erano persone nelle proprie macchine, giovani sulle biciclette, che muovendosi rapidamente, lasciavano dietro di se una scia di distruzione. Ogni volta che ti muovevi verso un quartiere loro si erano già spostati a quello dopo.
“La polizia sta facendo del suo meglio per catturarli. Ci sono veicoli della polizia che vanno avanti e indietro, luci blu che lampeggiano, la polizia antisommossa che esce dalle camionette.
Ma dieci minuti dopo ci risalgono per andare nel prossimo quartiere, cercando sostanzialmente di domare il fuoco che, metaforicamente, si sta espandendo su tutta Londra.”

La rivolta si espande

I primi scontri sono scoppiati a Enfield, nel nord di Londra, dove sabato sera alcune vetrine sono state infrante e una macchina della polizia è stata danneggiata. Ma già lunedì la rivolta si è propagata come un fuoco in molte altre aree della metropoli: Hackney nell’est, Ealing nell’ovest, Walthamstow e Waltam Forest nel nord e a Clapham, Corydon, Lewisham e Brixton nel sud della città.
Un gran numero di giovani si è riversato in strada, saccheggiando e mettendo soottosopra i negozi persino nella zona principale dello shopping turistico, quella di Oxford Circus, nel centro di Londra. Ci sono state segnalazioni di bande formate da più di 200 giovani che saccheggiavano i negozi e caricavano la polizia a Coldharbour Lane e ad High Street a Brixton, scene che ricordano le più grandi rivolte degli anni ottanta.
Il giornalista di Londra della BBC, Paraic O’Brien ha detto di aver assistito di persona a un saccheggio di massa a Brixton.
Ha detto:”Hanno distrutto un William Hill (un’agenzia di scommesse), poi hanno dato fuoco ai bidoni.
“E adesso quello che stiamo vedendo mano mano che avanza la notte è una continua replica, con High Street che sembra percorsa da una processione di fuochi”
Il fotografo della Press Association Lewis Whyld ha visto dei saccheggiatori combattere con la polizia in un negozio Currys a Brixton.
Ha detto: ”Circa duecento giovani stavano distruggendo e saccheggiando quando è arrivata la polizia anti-sommossa che ha cercato di portarli fuori, dando inizio a una grossa battaglia di strada.
I giovani tiravano pietre e bottiglie e c’era un bidone in fiamme. Hanno usato un estintore per far arretrare la polizia, così da poter rientrare nel negozio e riprendere il saccheggio.”
Scene del genere sono state viste in molte altre aree. A Croydon, nel sud di Londra, una fabbrica di mobili è stata data alle fiamme e ridotta in cenere in un paio di ore.
I trasporti sono stati interrotti, alcune stazioni della metro sono state chiuse e i percorsi degli autobus deviati per evitare gli scontri. La polizia ha chiuso alcune strade e si parla anche di alcune “aree ad accesso vietato”.
Ovunque la polizia da l’impressione di essere completamente impotente. Durante le tre notti di rivolta è stata spesso ridotta al ruolo di inerme spettatrice, sopraffatta numericamente dai rivoltosi e incapace di qualsiasi iniziativa. Ogni tentativodi passare all’offensiva - persino di arrestare i saccheggiatori - rischiava di produrre gravissime conseguenze.
Il Comandante della Polizia Metropolitana Christine Jones ha detto: ”I nostri agenti sono sconvolti dall’oltraggioso livello di violenza di cui sono oggetto”. Infatti, fin ora, quasi 35 agenti sono rimasti feriti. Tre di loro sono stati feriti quando un’auto li ha investiti mentre cercavano di operare un arresto a Waltham Forest, non lontano da dove vivo io nell’est di Londra. Un veicolo della polizia è stato attaccato a Islington, nel nord. Le scene che escono dai televisori ricordano molto di più la guerra civile a Beirut di una trentina di anni fa che la tipica Londra di metà Agosto.

Di criminali e criminalità

La classe politica Britannica è stata improvvisamente risvegliata dal suo torpore estivo. Per mezzo di un parapiglia indecente, i leader dei maggiori partiti hanno accorciato le proprie ferie per affrettarsi a tornare a Londra per dare una parvenza di controllo della situazione. Ma il controllo delle strade è già perso, almeno per adesso.
L’establishment politico ha reagito in modo del tutto prevedibile. Kit Malthouse, vice-sindaco di Londra e responsabile della polizia metropolitana, si è irritato per il danno subito dall’immagine di Londra proprio alla vigilia dei Giochi Olimpici. Ha descritto le scene viste nelle ultime due notti come “scioccanti e disgustose” aggiungendo che la polizia ha fatto un buon lavoro.
Poi ha detto:” Ovviamente ci sono in questa città persone, per quanto sia triste dirlo, che cercano la violenza, che cercano l’opportunità di rubare e di appiccare il fuoco agli edifici per creare un senso di pericolo, possono essere anarchici o appartenenti a bande organizzate o solo giovani selvaggi, che vogliono un nuovo paio di scarpe.”
Il Ministro dell’Interno Teresa May è stata veloce a derubricare i disordini come “mera criminalità”, e a marchiare tutti i responsabili come criminali che dovrebbero essere puniti con la massima durezza prevista dalla legge. Ha detto:” Questa notte, gli agenti di polizia hanno rischiato ancora una volta per proteggere i londinesi e le loro proprietà.
“Per i londinesi è chiaro che non esistono scuse per la violenza, e faccio appello a tutti i membri delle comunità locali a cooperare con la polizia per aiutarla consegnare alla giustizia questi criminali.”
Ovviamente, l’elemento criminale è sempre presente in una società capitalista. Marx lo ricorda nel Manifesto quando parla di una “classe pericolosa [il sottoproletariato], la feccia sociale, quella massa putrescente e passiva che è stata rigettata dagli strati più bassi della vecchia società.”
All’interno di questo strato della società ci sono sempre dei de-classati e degli elementi criminali che sono sempre pronti a saccheggiare e bruciare. Ci sono anche criminali professionisti. Ma la stragrande maggioranza delle migliaia di giovani che si sono scatenati la notte scorsa non sono di questo tipo. Erano sicuramente presenti dei criminali, senza dubbio. Ma erano una piccola minoranza. La grande maggioranza era mossa da altre motivazioni.
Queste rivolte hanno o no a che fare con i problemi economici e sociali che stanno crescendo in Gran Bretagna? Sono o non sono connesse con l’alto tasso di disoccupazione fra i giovani, specialmente tra i neri? Potrebbero forse avere a che fare con i tagli brutali imposti dal governo dei Liberal Democratici, che stanno causando una netta riduzione degli standard di vita e che cadono in modo sproporzionato sulle spalle degli strati più poveri della società? E che dire delle operazioni razziste di fermo e individuazione fatte dalla polizia e principalmente rivolte contro la gioventù nera ed asiatica?
No! I leader politici sono unanimi. Questa è “mera criminalità” e i colpevoli dovranno essere puniti con tutta la durezza prevista dalla legge. Questa è una mentalità da poliziotto espressa in tutta la sua crudezza e nella maniera più ignorante. L’idea che migliaia di giovani possano scendere in strada e attaccare la polizia solo perchè vogliono un nuovo paio di scarpe è una delle idee più stupide che una mente umana possa partorire. E poi se oggi sono tutti dei criminali, allora devono esserlo stati anche prima. Perchè però questa rivolta è scoppiata solo adesso e non due, cinque o dieci anni fa?
Lasciateci porre la questione nel modo più semplice, così che anche il Ministro dell’Interno conservatore possa capirla. Se un giovane ha un lavoro con una paga ragionevole, non ha alcuna ragione per sfondare una vetrina per avere un nuovo paio di scarpe. Che è il motivo per cui non si trovano molti banchieri tra le persone accusate di taccheggio. Non hanno nessun motivo per irrompere in un negozio e rubare i soldi dal momento che hanno le mani in una pasta decisamente più gustosa - il Ministro delle Finanze, che ha gonfiato con miliardi di sterline di soldi pubblici le loro casse, mentre andava a dire alle comunità povere che non c’erano più soldi per la scuola e l’edilizia pubblica.
La società capitalista è una società malata, da cui genera un malessere morale che forma il terreno avvelenato su cui fiorisce ogni genere di crimine. Ci sono i grandi criminali che prosperano e ingrassano arricchendosi sempre più e che finiscono alla Camera dei Lord, e ci sono i piccoli criminali che vivono nei quartieri poveri, che cercano di migliorare il loro piccolo attraverso azioni individuali e che finiscono come ospiti di Sua Maestà in sistemazioni decisamente meno confortevoli.
Solone il Grande ateniese una volta disse: “La legge è come una ragnatela: gli insetti piccoli vi restano impigliati, mentre quelli più grandi la evitano, bucandola.”
Tutti i media inveiscono contro i rivoltosi presumibilmente spinti da un irresistibile voglia di un nuovo paio di scarpe. Ma aspettate un attimo. Non c’è qualcosa che non quadra in questa logica? Se un ragazzino nero distrugge una vetrina a Brixton, viene mandato in galera. Ma se i banchieri distruggono l’economia della nazione, sono ricompensati con miliardi di sterline.
La classe politica inveisce contro l’avidità e la criminalità nelle strade di Hackney e Brixton. Ma che diritto hanno i nostri politici di dare lezioni di rettitudine morale ai giovani inglesi o a chicchessia? Sono gli stessi signori e signore che non molto tempo fa sono stati sotto i riflettori per le loro bugie, gli imbrogli e i raggiri. Hanno rubato grandi somme di denaro pubblico per rinnovare appartamenti di lusso, rimborsi per locali inesistenti e addirittura la riparazione di fossati intorno a dei castelli. Come definire tutto questo, se non avidità e criminalità?
E i pennivendoli della stampa che stanno ululando e abbaiando per il sangue della gioventù “criminale” inglese? Non sono gli stessi che sono sotto indagine per aver violato il cellulare di una adolescente vittima di omicidio, per aver corrotto agenti di polizia, e per aver ricattato i membri del governo (l’autore si riferisce allo scandalo che ha coinvolto il quotidano News of the world e tutto l’impero di Murdoch, ndt)
A confronto con l’avidità e la criminalità della banda della carta stampata, un rivoltoso qualunque di Hackney e Lambeth sembra un agnellino innocente.

Tolleriamo le rivolte?

In quanto marxisti, tolleriamo le rivolte, i saccheggi e il vandalismo? Certo che no. Così come non "tolleriamo" il cancro. Ma come tutti sanno, non è sufficiente condannare il cancro. È invece necessario scoprirne la causa e trovare una cura.
Rifiutiamo completamente i metodi della rivolta e del saccheggio. Ma il nostro rifiuto non ha nulla a che fare con l’ipocrisia puzzolente della borghesia. Noi li rifiutiamo perchè sono azioni senza scopo e distruttivi che non risolvono alcun problema per i giovani e anzi li peggiorano. Come possono la distruzione e il saccheggio dei negozi aiutare i giovani a trovare più lavoro?
Le rifiutiamo anche perchè la maggior parte delle vittime di queste rivolte sono povera gente, proprio come i rivoltosi stessi. I negozi e le imprese che vengono saccheggiate e date alle fiamme sono per lo più piccole ditte mandate avanti da gente del posto. I ricchi non vivono a Brixton o Hackney. I veri criminali non sono minacciati dall’interruzione della legge e dell’ordine, che osservano da distanza di sicurezza, ben protetti da quella polizia che l’altra notte si è fatta notare per la propria assenza nelle aree più povere di Londra. Sono state le famiglie povere a perdere le proprie case e i propri averi a causa della follia dei piromani. E questo è sicuramente un crimine.
Sostanzialmente tuttavia, noi rifiutiamo questi metodi perchè forniscono alla classe dominante un argomento potentissimo per la loro macchina della propaganda. Questo li aiuta ad infangare quelli che stanno lottando per un mondo nuovo e migliore. Forniscono la possibilità a questi mass media velenosi di criminalizzare la gioventù inglese, facendoli passare tutti come responsabili della folle stupidità di una minoranza e di quelli che sono a tutti gli effetti dei criminali che approfittano sempre delle situazioni di turbolenza sociale per saccheggiare e appiccare fuochi.
I reazionari stanno già approfittando della situazione per fare pressioni perchè si prendano misure più repressive. Il Primo Ministro David Cameron ha tenuto una conferenza stampa questa mattina in cui ha ripetuto che per lui questa è “criminalità pura e semplice”. Ha promesso ancora che i responsabili saranno puniti “con tutta la durezza della legge” e che i processi “saranno accelerati” per mandarne il più possibile in prigione. Sky News sta portando avanti una campagna infame per chiedere che la polizia possa usare i gas lacrimogeni e pallottole di gomma, e che l’esercito sia mandato a presidiare le strade.
Se il movimento operaio si fosse preso le sue responsabilità, già da molto tempo avrebbe fatto i passi necessari per organizzare i disoccupati e la gioventù, facendoli avvicinare alla classe operaia organizzata. Il gruppo parlamentare del Partito Laburista è pieno di carrieristi della classe media: avvocati, dottori, economisti e via dicendo, che non hanno alcuna idea di cosa voglia dire vivere con il sussidio di disoccupazione in certe zone degradate.
La notte scorsa è stata data notizia che Ed Milliband (il segretario dei Laburisti) si è affrettato a rientrare dalla sua casa di vacanza a Devon (un posto incantevole). Non ho sentito le sue dichiarazioni sulle rivolte, ma so lo stesso cosa ha detto. Sempre la notte scorsa un parlamentare laburista di Birmingham (dove erano in corso rivolte) ha detto che si trattava solo di azioni di criminali comuni e che tutta la durezza della legge sarà applicata ecc. ecc. Che è come dire, la stessa identica canzone che cantano i Conservatori, con lo stesso identico testo.
Privata di una voce, la gioventù disorganizzata è stata lasciata sola ad affrontare gli effetti della crisi capitalista, traendone le proprie conclusioni e agendo per conto proprio. Da un lato, si trovano di fronte la raffica della propaganda sulle televisioni che gli mostra i piaceri della vita che altri si godono, ma da cui loro sono sistematicamente esclusi. Sono incitati da pubblicità patinate ad unirsi al felice partito del consumismo,per poi trovarsi però la porta sbattuta in faccia.
“Perchè i ricchi dovrebbero avere tutto mentre a noi non spetta niente?” E’ una domanda ragionevole. Ma in assenza di un partito rivoluzionario che gli mostri come emanciparsi attraverso una lotta collettiva, per cui l’intera società viene spinta fuori dalla palude della povertà e portati a un livello più alto, continueranno inevitabilmente a cercare una salvezza su basi individuali: cioè cercando di prendersi quello che gli manca, come abbiamo visto la scorsa notte.
Per quanto possa essere una cosa deprecabile, è conseguenza inevitabile del capitalismo e della morale da libero mercato. Il capitalismo insegna alle persone ad essere avide ed egoiste perchè l’avidità e l’egoismo sono le sue principali forze motrici. Il capitalismo è governato dalla legge della giungla, in cui il più forte deve vincere e il più debole deve essere calpestato. E questo il modo in cui oggi opera il mercato. Perchè stupirsi se poi le persone comuni si comportano nello stesso modo?
Le rivolte di fatto sono un espressione di rabbia impotente. Per alcune notti i rivoltosi si riempiono di un falso senso di potere. E se ne intossicano, non solo per gli effetti degli alcolici rubati, ma per quel forte flusso di adrenalina che accompagna sempre le azioni di massa. I ragazzi pensano che sia divertente: “E’ meglio che vedere una partita di calcio” diranno. Di sicuro è molto più economica.
Ma come per i postumi di una serata alcolica, i fumi dell’esaltazione presto svaniscono. Nella fredda luce del mattino, le azioni di ieri notte assumo un aspetto del tutto diverso. L’apparato di repressione dello stato, che è stato momentaneamente messo in difficoltà, riacquisterà il proprio equilibrio. Verranno disposti dei piani per riconquistare la città, area dopo area, strada dopo strada, casa dopo casa. Verranno fatti degli arresti. Inizieranno i processi, e molti di quei giovani che solo ieri sera sembravano essere i padroni delle strade pagheranno un prezzo altissimo.

Nuove esplosioni sono inevitabili

La crisi del capitalismo ha già prodotto grandi manifestazioni di massa, lotte e scioperi generali in un paese dietro l’altro. È stata la vera causa della rivoluzione araba, che ha portato alla caduta di due dittatori e ancora oggi infuria in tutta la regione. In Grecia e Spagna ha portato centinaia di migliaia di persone nelle strade. Persino Israele è stato scosso da delle manifestazioni di massa.
Le rivolte in Gran Bretagna devono essere inserite in questo quadro generale. Hanno preso l’establishment di sorpresa. Ma, di fatto, erano del tutto prevedibili. Il capolinea del capitalismo ha condannato interi strati di giovani alla vita senza vita della disoccupazione. A milioni vivono in quartieri poveri e in case popolari inadeguate, mentre milioni di appartamenti sono vuoti o sottoutilizzati. Non vengono costruite nuove case popolari, e solo i ricchi possono permettersi di prendere casa, anche la più modesta, a Londra.
Sotto una superficie calma e ordinata, nelle profondità della società inglese, ribolliva una rabbia crescente. Per decenni la società ha chiuso gli occhi di fronte alla tremenda realtà di ciò che sono veramente i ghetti in cui i poveri diventavano sempre più poveri e indebitati, e dove è più facile trovare droghe e armi piuttosto che cure decenti, un educazione e luoghi di svago. E mentre c’è abbondanza di denaro per i parassiti della City, dove i banchieri si premiano con bonus stratosferici pagati con i fondi pubblici, non c’è una lira per garantire condizioni di semi-civiltà per la gente di Brixton.
Si tratta una nuova e interessante interpretazione della Bibbia: Colui che ha avuto, a lui deve essere dato: e a chi non ha avuto, da lui deve essere preso, tutto quello che ha.” C’è quindi da stupirsi ancora se esiste un senso generale di rabbia e frustrazione, specialmente tra i giovani, in queste comunità?
Le rivolte sono coincise con una crisi generale dei mercati finanziari mondiali. Questo riflette il nervosismo generale di una parte della borghesia, che finalmente ha preso atto del fatto che la ripresa economica ha esaurito la sua spinta. L’annuncio di una crescita eccezionalmente bassa dell’economia americana ed europea è stato sufficiente per provocare il panico generale dei mercati, già spaventati della crisi del debito ai due lati dell’atlantico. Ora gli economisti hanno cominciato a parlare apertamente di double-dip, cioè di una doppia recessione, che potrebbe arrivare prima di quanto si creda.
Ormai non ci sono più dubbi sul fatto che le politiche di tagli e di austerità possono solo peggiorare la crisi attuale. Tagliando gli standard di vita, si riduce la domanda, aggravando così la crisi di sovrapproduzione. Su questo i keynesiani e i riformisti hanno ragione. Purtroppo però, non hanno alcuna alternativa da offrire. Come potrebbero infatti aumentare gli investimenti dello stato quando ogni governo occidentale sta lottando contro deficit giganteschi?
L’unica risposta è il cosiddetto “alleggerimento quantitativo”, che poi significa semplicemente stampare moneta. Questo non farà altro che alimentare il fuoco dell’inflazione, preparando una caduta ancora peggiore. La borghesia si ritrova intrappolata tra l’incudine e il martello.
Cameron può trovare un sostegno temporaneo facendo la parte del difensore dell’ordine e nemico dell’anarchia. Ma la vera anarchia è l’anarchia del sistema capitalista, l’anarchia del mercato. E’ questa che ha tolto a milioni di persone il lavoro, la casa e la speranza. Ed è l’assenza di queste cose che alimenta gli scoppi di disperazione e le violenze.
Nel lungo termine, le rivolte avranno serie conseguenze politiche. Aumenteranno le divisioni nella coalizione tra Conservatori e LiberalDemocratici. La tattica del “brucia e distruggi” dei Conservatori, che stanno usando la crisi e l’enorme debito pubblico per distruggere i servizi sociali e decimare il settore pubblico, è in grossi guai.
Le rivolte in Gran Bretagna sono solo un sintomo della crisi generale del capitalismo. Una crisi che si approfondisce di continuo, e la borghesia non ha una via di uscita. Ogni tentativo di ricreare l’equilibrio economico serve solo a minare alla fondamenta l’equilibrio sociale e politico. E questo non può certo essere risolto velocizzando i processi e riempendo le prigioni già affollate.
Si stanno preparando nuove esplosioni. Domani ci saranno nuove sollevazioni. I giovani stanno cercando una via di uscita da questo vicolo cieco in cui gli ha cacciati il capitalismo. Presto scopriranno che tumulti come quelli di questi giorni non portano che a un altro vicolo cieco. Dovranno trovare un modo migliore e più sicuro per liberarsi dalla schiavitù del capitalismo.
I marxisti non si uniranno al coro ipocrita della borghesia e dei suoi lacchè. Noi seguiremo invece il buon suggerimento di Spinoza “Non piangere ne ridere, ma capire.” Il nostro compito è trovare la strada verso le giovani generazioni, per aiutarli a trovare la strada giusta, quella rivoluzionaria, la strada della ricostruzione socialista della società.

Londra, 9 Agosto 2011


dal sito  http://www.marxismo.net/

mercoledì 16 febbraio 2011


   LA VIA VENEZUELANA AL CAPITALISMO
                NOTA CRITICA AD ALAN WOODS
                                         di Stefano Zecchinelli

Pubblichiamo questo saggio di Stefano Zecchinelli che nasce da una riflessione sulla recente  intervista del quotidiano venezuelano "El Mundo" al dirigente trotskista Alan Woods.
L'intervista integrale qui pubblicata il 24 gennaio 2011 la potete trovare sotto l'etichetta "Woods Alan".

1. Il prestigioso quotidiano Venezuelano El Mundo ha recentemente intervistato Alan Woods, teorico marxista di formazione trotskista, sollevando una serie di questioni riguardanti la Transizione dal Capitalismo al Socialismo.
Alan Woods commette,a mio avviso, tutta una serie di errori, anche grossolani, che se non analizzati e spiegati, possono aprire una pericolosa falla all’interno del Marxismo Rivoluzionario, a cui lo stesso Woods dice di appartenere.
In questo scritto farò una critica alle posizioni di Woods, e mi soffermerò su due importanti questioni di teoria marxista, presentando i dovuti riferimenti teorici:

1) La formazione del Mercato Interno e quindi prenderò in esame anche la Questione Nazione.
2) Il controllo operaio.

                                  Le pagine de El Mundo con l'intervista


2.Iniziamo a leggere l’intervista al Marxista Inglese e riportiamo:

" La rivoluzione venezuelana ha alcune somiglianze con altre rivoluzioni, ma anche delle differenze. Inizialmente, il Movimento Bolivariano non ha posto la questione del socialismo. Il loro obiettivo poteva essere definito come democratico-rivoluzionario. Anche i compiti oggettivi che aveva davanti la rivoluzione russa erano di carattere democratico. Ciò si vede nel programma dei bolscevichi: “Pace, pane e terra”. Ma la esperienza ha dimostrato che l' unico modo di soddisfare queste rivendicazioni è stato con la presa del potere della classe lavoratrice. Anche all'inizio della rivoluzione cubana, Fidel Castro aveva un programma nazionale-democratico. Ma la feroce opposizione della borghesia e dell' imperialismo portò la rivoluzione cubana ad espropriare ai latifondisti e ai capitalisti per rispettare quel programma.Allo stesso modo che a Cuba, la feroce resistenza della oligarchia venezuelana ha spinto la rivoluzione verso la linea socialista. Si è iniziato ad espropriare i latifondisti e i capitalisti. Purtroppo, la rivoluzione ancora non ha realizzato il compito più importante: l'eliminazione del potere economico della oligarchia. La storia dimostra che è impossibile fare una rivoluzione a metà. Il Cile ha dimostrato ciò con assoluta chiarezza".

Giustamente Woods rivendica la validità del Programma di Transizione di Trotsky, tanto poco letto e ancor di più, poco studiato.
Volendo subito mettere a tacere i cervelli elettronici che pensano (senza sapere che Lenin criticava ‘’la Rivoluzione Mondiale’’ di Gorter e non Trotsky!) che la Rivoluzione Permanente è lo scoppio della Rivoluzione contemporaneamente in tutti i paesi del Mondo, faccio subito qualche precisazione:
Trotsky dice molto bene come le rivendicazioni democratiche dovevano essere il ponte per le rivendicazione socialiste,e quindi in questo modo si sarebbe superata la contraddizione fra la maturità delle condizioni oggettive per la Rivoluzione e l’immaturità delle masse. La contraddizione deve essere superata attraverso delle rivendicazioni transitorie,che si sostituivano al vecchio Programma Minimo della Socialdemocrazia;questa lezione è stata assimilata da una parte del Movimento Rivoluzionario, mentre altri rispettabilissimi Marxisti,come ad esempio Bordiga,si sono mantenuti all’interno di un paradigma Teorico assolutamente Secondo-Internazionalista.
Il grande merito di Lev Davidovic è stato quello di capire come la Rivoluzione Democratica del 1905 si sarebbe sviluppata in Trascendenza,fino al rovesciamento dell’ordine zarista,dodici anni dopo.
Quindi il Teorico Inglese (mi riferisco a Woods) fa bene a citare Trotsky,o almeno il Programma di Transizione,ma non si capisce come faccia ad applicare questo alla Rivoluzione Nazionale Cubana e all’esperienza Venezuelana.
Andiamo avanti:

''In Cuba l'abolizione del capitalismo dopo la rivoluzione del 1959 ha permesso di raggiungere delle importanti conquiste nel campo della salute, della fine del analfabetismo, di ottenere un livello di educazione superiore della popolazione, un'aspettativa di vita maggiore e una forte riduzione della mortalità infantile, etc., I loro indici sono i migliori di tutta l' America Latina e in alcuni casi sono superiori a quelli dei paesi capitalisti avanzati. Nonostante ciò, Cuba è solo una piccola isola, in balia del mercato mondiale e inoltre sottomessa ad un blocco e un embargo feroci che causano enormi danni economici. Gli Usa vogliono ad ogni costo la fine della rivoluzione cubana perché temono l'esempio della superiorità di un' economia che non risponde alla legge del profitto privato di una minoranza. Ciò nonostante, l'idea che i problemi dell'economia cubana si possano risolvere con misure di mercato, è sbagliata e inoltre metterebbe in pericolo le conquiste della rivoluzione. Quello che serve è un autentico controllo operaio che ponga fine a quello burocratico, che conduce alla corruzione e allo spreco. Soprattutto, non si può costruire il socialismo in un paese solo. È necessario l' allargamento della rivoluzione socialista all' America Latina, a cominciare dal Venezuela."

Il fatto che ci siano Paesi in America Latina che si collocano al di fuori del controllo dell’Imperialismo Americano,che è ancora l’Imperialismo più forte militarmente,di certo è positivo, e un Marxista non può che difendere la Sovranità Nazionale di questi Paesi contro la minaccia Yankee.
Deve essere chiaro che abbandonare questo Mondo Uni-Polare,dove gli Usa fanno tutto ciò che gli pare,mandando avanti operazioni di sciacallaggio planetario,non può che essere positivo.
A sostegno di ciò ricordo le posizioni dolorose di Chen Duxiu verso la Cina,di Trotsky verso la Monarchia Etiope,e di Nahuel Moreno verso l’Argentina di Peron; di certo tutto ciò non ha nulla a che vedere con la Geo-Politica ridotta ad ideologia,al massimo parlerei dell’importanza della Geo-Politica come Metodo (giusto per puntualizzare la mia posizione!).
Un marxista, inoltre, deve sapere che ciò che caratterizza il Capitalismo è il Rapporto Salariale presente in tutto il Mondo,quindi in America come in Cina,e questo porta alla grande divisione di due blocchi sociali contrapposti,i Dominanti e i Dominati,o usando Termini Classici,Borghesia e Proletariato; non possiamo che lavorare per l’unità dei dominati,e non possiamo perdere di vista la riproduzione su Scala Globale del Capitale.
In questo modo ho stabilito i parametri della polemica.
Detto ciò faccio notare al lettore che le conquiste della Rivoluzione Cubana, che ben si è guardata da mettere in discussione in Rapporto Salariale,non sono assolutamente socialiste,si rilegga con attenzione "In Cuba l'abolizione del capitalismo dopo la rivoluzione del 1959 ha permesso di raggiungere delle importanti conquiste nel campo della salute, della fine del analfabetismo, di ottenere un livello di educazione superiore della popolazione, un'aspettativa di vita maggiore e una forte riduzione della mortalità infantile, etc., I loro indici sono i migliori di tutta l' America Latina e in alcuni casi sono superiori a quelli dei paesi capitalisti avanzati".

Quindi secondo Woods l’abolizione del Capitalismo invece di iniziare a liberare ore di vita porta a qualche semplice rivendicazione sociale; il nostro Teorico evidentemente è fuori dall’orbita di Marx.
Non è questa la sede per fare un esame critico della Rivoluzione Cubana,ma ritengo che il passaggio dalle Borghesie Private alla Burocrazia di Stato mantiene sempre lo stesso spartito musicale,e suona esattamente così ‘’plusvalore,plusvalore,plusvalore!’’.
Ed infatti ‘’Il Nostro’’ più sotto:

" Nel Vietnam, come in Cina, la burocrazia al governo ha intrapreso la strada capitalista, il che ha comportato conseguenze negative per la popolazione. Si sono distrutte conquiste storiche come la sanità pubblica e si è generato un aumento impressionante della disuguaglianza oltre al super-sfruttamento della classe lavoratrice. La legge che governa quelle economie è quella del profitto, non quella degli interessi e dei bisogni della popolazione. Non posso considerare quei paesi come socialisti".

Niente da aggiungere,il mio disaccordo è enorme.



3. Siamo arrivati al problema principale, che in questo articolo cercherò di mettere a fuoco con sintesi e precisione; il problema riguardante la formazione del Mercato Interno.
Nei Paesi Coloniali le differenziazioni delle Classi,quando ci fu il processo di decolonizzazione,erano poco visibili,proprio perché le strutture economiche e sociali di quei Paesi non potevano dirsi Capitalistiche.
I Movimenti di Liberazione Nazionale,una volte rotte le catene dell’Imperialismo,non potevano che affrontare il problema dell’Industrializzazione e quindi del reperimento dei Capitali.
Questa cosa ha coinvolto negli stessi termini Cuba,la Cambogia e il Ghana di Nkrumah, solo per fare qualche esempio, diciamo così ‘’illustre’’.
La dimostrazione dell’assenza di una ‘’Prospettiva Socialista’’ è stata data dalle stesse rivendicazioni di quei Movimenti una volta giunti al potere;questi fin da subito hanno ripudiato l’Internazionalismo,e hanno rivendicato l’autonomia di un Mercato Interno in funzione Anti-Imperialista.Castro stesso difese il Modello Interclassista di Allende in Cile e dei Sandinisti in Nicaragua;vediamo se riesco a spiegarmi meglio.
Nel momento in cui si rinuncia ad esportare la Rivoluzione, è necessario che i ‘’Nuovi Dominanti’’ lavorino per creare un Regime Salariale Interno cercando di ottenere i Capitali utili per la crescita economica,e quindi,come si è visto, si sono tracciati degli ‘’opportuni’’ rapporti Geo-Politici.
Fu così per i Paesi che in quegli anni aderirono al Movimento dei Non Allineati ed è così per il Venezuela di Chavez,molto vicino al fronte Euroasiatico capeggiato da Russia,Cina ed Iran.Della politica estera venezuelana Woods ovviamente non parla.
Ecco, siamo arrivati al piatto forte: le nazionalizzazioni.



4. Apro il discorso sulle nazionalizzazioni citando Bruno Maffi:

'' Di fronte alla campagna pubblicitaria che i partiti della “ricostruzione nazionale” svolgono in tutti i paesi per gabellare la politica delle nazionalizzazioni come un “passo avanti verso il socialismo”, l’avanguardia rivoluzionaria deve avere il coraggio di affermare che, al contrario, quella politica rappresenta il più raffinato metodo di sfruttamento intensivo del lavoro e di conservazione totalitaria del profitto, e che avvia al socialismo al modo che avvia ad esso tutta l’evoluzione dell’economia capitalistica, portando cioè alla più drammatica esasperazione il contrasto tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell’appropriazione dei prodotti del lavoro, e l’antitesi tra capitale costante e capitale variabile. Nella fase monopolistica, accentratrice, totalitaria del capitalismo la politica delle nazionalizzazioni e della economia controllata dallo Stato è l’estrema arma di difesa del profitto e il più spietato strumento di sfruttamento del lavoratore". (1)

Ed ancora Maffi (mi scuso la lunghissima citazione):

"Alla fine del secondo conflitto imperialistico, la politica delle nazionalizzazioni ci appare come l’incrocio di esigenze insieme politiche ed economiche della società capitalistica. Le prime si ricollegano a quello che è il dato fondamentale della situazione aperta dalla guerra: il fatto cioè che questa è stata combattuta dalla parte vincente con la partecipazione diretta dei partiti tradizionali della classe operaia assurti a forze agenti e dominanti dello spaventoso massacro. Bisognava dare al conflitto l’apparenza di un “contenuto sociale”, e non è certo a caso che gli stessi slogan fossero lanciati, con tanto maggior zelo e calore quanto più la guerra volgeva alla fine, da una parte e dall’altra della barricata, e la repubblichetta di Salò gettasse sul mercato il suo piano di “socializzazione” dell’economia italiana proprio mentre il Consiglio nazionale francese della Resistenza portava a termine il suo. La pace, portando quasi dovunque al potere i partiti cui era spettato durante la guerra l’onore di convogliare in essa il proletariato non come massa passiva e recalcitrante ma come forza attiva, affidava loro il compito di sostanziare, dello stesso “contenuto sociale”, la ricostruzione postbellica, la riattivazione del meccanismo logoro dell’economia borghese. L’ideologia della “nazione” e del “popolo” doveva realizzare nella pace gli stessi benefici effetti che aveva realizzato in guerra con un insieme di parole d’ordine immediatamente suggestive per la classe operaia. La via era stata indicata e tracciata dagli stessi più tipici rappresentanti della conservazione capitalistica, e se in Inghilterra la politica laburista delle nazionalizzazioni trovava un terreno già preparato dalla politica economica del gabinetto Churchill, in Francia, dove il carattere propagandistico e pubblicitario della campagna delle nazionalizzazioni è stato particolarmente trasparente, i propagandisti di sinistra potevano ereditare gli slogan gaullisti della lotta contro i monopoli e per “l’assunzione da parte della nazione dei fondamentali mezzi di scambio e produzione e la partecipazione della classe operaia alla direzione della economia nazionale” (Programma del Consiglio nazionale della Resistenza", inverno 1944)''.

Dunque è chiaro che il Teorico della Sinistra Comunista si rivolgeva ad un contesto ben diverso, ma nonostante ciò spiega lo scopo delle nazionalizzazioni molto bene;  lo stesso approccio può essere benissimo utilizzato per studiare altri contesti.
Quindi i Dominanti (e parlo di Classe Sociale non di Stati!) ricorrono alle nazionalizzazioni per ristrutturare il Mercato Interno e si impegnano a dare a questa ristrutturazione un contenuto sociale,  dovendo, del resto, avere l’appoggio dei Ceti Subalterni.
I Partiti Stalinisti,ubriachi del ‘’Socialismo in un paese solo’’ hanno parlato di ‘’Vie Europee al Socialismo’’,nello stesso modo in cui negli anni’60, proclamarono le ‘’Vie Africane al Socialismo,ed ora si accodano a Cuba ultima rocca forte del Marxismo e al Modello Bolivariano.
Le Nazionalizzazioni dei settori strategici dell’Industria Nazionale sono stati in Europa l’ultimo atto dell’Economia Fordista nel trentennio 1945-1975; modello che è stato smantellato nel Mondo Occidentale, determinando il transito al Capitalismo Manageriale, ma che viene adottato solo ora nei vecchi Paesi Coloniali.
Il Fordismo non esclude concessioni sociali (come hanno pensato gli Operaisti), anzi ha come presupposto (e qui l’Urss è stato un campione dei Economia Fordista!) la piena occupazione,fondamentale per incentivare i consumi e creare un Mercato Interno forte.
E’ incredibile che Woods,che viene da una Corrente che da sempre si è opposta allo Stalinismo, non riesca a riconoscere i Capitalismi in ascesa e prenda simili cantonate.



5. Woods prosegue nella sua interessante intervista:

''Qualsiasi persona che consideri l' evoluzione dell'economia venezuelana negli ultimi anni, solo può arrivare a concludere che la borghesia non sta facendo niente per sviluppare le forze produttive. Il sabotaggio padronale di dicembre 2002 – gennaio 2003 ha messo quasi in ginocchio il paese. Oggi, il settore privato non sta investendo in Venezuela. Al contrario, c'è una fuga di capitali o, se vogliamo darle il suo vero nome, uno sciopero del capitale. L' economia si mantiene solo grazie al settore statale.Durante gli ultimi dieci anni la borghesia ha chiuso più di 4.000 medie e grandi aziende. Sondaggi del settore imprenditoriale venezuelano segnalano che per il 2010, meno del 15% dei capitalisti prevedono un aumento dei lavoratori in nomina, e solo il 60% degli investimenti di capitale nel settore manifatturiero sarà per investimenti operativi.Queste cifre mostrano che i capitalisti non possono sviluppare l' economia venezuelana. Al contrario, la stanno distruggendo. Continuare con la situazione odierna significherà più chiusure di fabbriche, più disoccupazione, più inflazione e più caos".

Alla luce di questi dati farò qualche considerazione sul conflitto sociale del Venezuela, ma le stesse considerazioni potrebbero andare benissimo per molti altri Paesi dell’America Latina o del Medio Oriente.
Dunque direi che da una parte abbiamo le Classi Medie che si stanno Occidentalizzando, e che si concentrano sempre di più nei grossi centri urbani, mentre dall’altra abbiamo una forte componente operaia e contadina concentrata nella periferia, indubbia base sociale di un Governo,comunque di Sinistra, come quello di Chavez.
Solitamente l’Imperialismo fa leva sui Gruppi Emergenti Nazionali che facendo affari con il Capitale Privato Straniero, perdono la loro base sociale e diventano, quindi, impersonali; Lenin,del resto, ha descritto questa tendenza della Borghesia ad Internazionalizzarsi già nel 1913.
La situazione è cambiata con l’Occidentalizzazione,e quindi anche la Colonizzazione Culturale dei Ceti Medi; vediamo in che modo.
L’Imperialismo con la nascita di queste frange a lui favorevoli,e qui ha giocato un ruolo fondamentale anche Internet che ha generato un vero e proprio Cervello Artificiale Globale,ha trovato lui stesso (e questo è paradossale!) una sua base sociale,creando una combinazione di fattori interni ed esterni,volti a rovesciare gli ‘’Stati Canaglia’’,e a fargli mantenere la sua egemonia. E in questo contesto che deve essere inserito Gene Sharp e la sua Teoria delle Rivoluzioni Colorate,quasi da intendersi come ultima spiaggia di un Sistema di Potere che vive la sua Agonia Mortale.



6. Siamo giunti all’ultima questione che volevo trattare, dopo di che posso congedarmi; cediamo la parola a ‘’Il Nostro’’:

" La classe lavoratrice venezuelana non è “atomizzata”. È stata il motore principale della rivoluzione dagli inizi. Ricordiamo che sono stati i lavoratori quelli che salvarono la rivoluzione in dicembre del 2002, quando hanno sconfitto la serrata padronale. Le esperienze di controllo operaio che ci sono state in Venezuela non hanno paragone in tutto il mondo e dimostrano un livello di coscienza e di organizzazione molto avanzato da parte dei lavoratori venezuelani. Un'altra cosa è che i loro dirigenti sindacali siano all'altezza. Recentemente ci sono state azioni e manifestazioni della classe lavoratrice che dimostrano chiaramente che i lavoratori sono in lotta per radicalizzare la rivoluzione. La marcia dell' UNT del 9 novembre per una nuova Legge sul lavoro è solo uno di molti esempi".

Continua:

" Basta la storia dell'ultimo decennio per dimostrare l' enorme potenzialità creatrice delle masse. Si è manifestata in tutte i momenti critici della Rivoluzione. Durante la serrata padronale, i lavoratori hanno occupato le installazioni petrolifere, espulso i vecchi manager controrivoluzionari e rimesso in funzione i macchinarii sotto il controllo operaio. Non solo hanno salvato la Rivoluzione, ma hanno dimostrato anche che erano capaci di dirigere l' industria e raggiungere migliori risultati di prima. Quello che è vero per i lavoratori del petrolio lo è anche per i lavoratori di qualsiasi altra branca dell'industria. Abbiamo visto molti altri esempi che dimostrano come i lavoratori siano capaci di dirigere l'industria e aumentare la produttività, se gli si permette di farlo. Ma la burocrazia ha portato avanti una campagna sistematica per screditare l' idea del controllo e della gestione operaia, sabotando ogni mossa in questa direzione".

L’Autogestione pone il problema del passaggio dal Capitalismo al Socialismo, ma non lo risolve, questo è bene chiarirlo, dato che leggo un po’ di confusione fra tanti presunti teorici marxisti.
Con l’Autogestione gli operai hanno il controllo, ma la titolarità dei mezzi di produzione resta in mano agli imprenditori, quindi da una parte abbiamo la grande concessione sociale da parte dei Dominanti (Potere Borghese per capirci),e dall’altra si crea il dualismo di poteri Dominanti/Dominati.
Gli operai devono utilizzare questa concessione per regolare i rapporti di forza a loro favore, ma il più delle volte, e abbiamo validi esempi storici, si sono fermati alla mera conquista del potere economico, per poi vedersi togliere il doppio di quello che avevano conquistato.
Vale la pena di ricorrere alla penna di Trotsky:

'' Per essere duratura, stabile, “normale”, la partecipazione degli operai alla direzione della produzione dovrebbe essere basata sulla collaborazione e non sulla lotta di classe. Ma una simile collaborazione di classe è possibile solo tra i vertici dei sindacati e le associazioni padronali. Le esperienze del genere sono state numerose: in Germania (la democrazia economica), in Inghilterra (il mondismo), ecc.Ma in tutti questi casi non si è trattato di un controllo operaio sul capitale, ma di una subordinazione della burocrazia operaia al capitale. Una tale subordinazione, come mostra l’esperienza, può durare anche a lungo: dipende dalla pazienza del proletariato.Ma più si è vicini alla produzione, alla fabbrica, all’officina, meno è possibile un simile regime, perché si tratta in questo caso degli interessi immediati e vitali dei lavoratori e tutto il processo si svolge sotto gli stessi occhi degli operai". (2)

Quindi è chiaro che non ci si può fermare al controllo della produzione, ma si deve spingere avanti la lotta fino alla conquista del potere politico.
Sarebbe interessante discutere anche di come riorganizzare un Modello Socialista sulla base dell’Autogestione,o meglio ancora come prospettare il Comunismo dei Consigli, ma di certo non è questo l’intento del mio articolo, e mi limito a queste segnalazioni.

7. Woods conclude dicendo:

'' Il problema col riformismo è che rende impossibile il funzionamento normale del capitalismo, ma no mette niente di coerente al suo posto. La nazionalizzazione parziale non risolve niente di fondamentale. Al contrario, distorce il meccanismo del mercato e provoca il caos. Continua ad essere impossibile avere un piano razionale della produzione perché i settori chiave dell' economia permangono in mano ai privati. Solo quando questi settori decisivi dell'economia saranno nazionalizzati sarà possibile mettere in moto il colossale potenziale produttivo del Venezuela per soddisfare gli interessi del popolo".

Quindi, al contrario di quello che dice ‘’Il Nostro’’, avrete capito che il Capitalismo si supera soltanto facendo pesare sulle Classi al Potere il peso del conflitto sociale, a prescindere dalla platonica distinzione fra Dominanti buoni e Dominanti cattivi.
Marx ha sempre contrapposto allo Stato Borghese uno Stato Operaio sul modello della Comune di Parigi,quindi la sostituzione della Democrazia non Rappresentativa con una autentica Democrazia Diretta.
Dice bene Bordiga:

'' Ecco un punto fondamentale di dissenso tra i comunisti e i socialdemocratici, che pensano di andare al potere nei Parlamenti e coi Parlamenti. La diversità, l'antitesi, strettissimamente connessa col modo di considerare la macchina esecutiva dello Stato borghese. Infatti, qualunque trapasso parlamentare di potere, anche se fosse accompagnato da esteriori mutamenti di certe forme costituzionali, si risolverebbe nel cambiare i ministri, cioè in fondo coloro che meno influiscono sulla routine del funzionamento di tutto l'apparato statale. Mentre i comunisti si propongono di costituire una nuova macchina di potere le cui funzioni rispetto a quella borghese siano perfettamente capovolte, i socialdemocratici presentano al proletariato la possibilità di prendere la macchina attuale con procedimento parlamentare, ossia pacifico e legalitario, e servirsene per i fini rivoluzionari della espropriazione della borghesia". (3)

Perfetto, bravo Bordiga,è proprio così! Ma ora mi chiedo è presente tutto questo nella analisi di Woods sulla Rivoluzione Venezuelana? Ma per favore,non scherziamo, non è presente proprio nulla.

Posso davvero chiudere il discorso mettendo in guardia i lettori dalle presunte ‘’Vie Nazionali al Socialismo’’, al massimo parleremo di una ‘’Via Chavista al Capitalismo’’, ma ci auguriamo che sia ancora presto per farlo.

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NOTE


(1) Bruno Maffi ‘’Le nazionalizzazioni arma del capitalismo'' Questo articolo, pubblicato nel dicembre 1946 sul numero 4 della rivista Prometeo (Serie I), è stato trascritto per il web dalla Libreria Internazionale della Sinistra Comunista.

(2) Lev Trotsky ‘’Il controllo operaio sulla produzione’’ Estratto di una lettera scritta a un gruppo dell’Opposizione di sinistra tedesca il 20 agosto 1931

(3) Amadeo Bordiga ‘’Il problema del potere’’ Articolo per Ordine Nuovo del 14 febbraio 1922.


15 febbraio 2011

lunedì 24 gennaio 2011

                   INTERVISTA   A   ALAN  WOODS

               El Mundo  intervista Alan Woods, direttore di Marxist.com


 Il prestigioso quotidiano economico venezuelano El Mundo ha recentemente rivolto a Alan Woods una serie di domande che sollevano alcune questioni fondamentali della rivoluzione venezuelana, inclusa l'economia e la questione della proprietà, il ruolo della classe lavoratrice e della borghesia. Pubblichiamo di seguito l' intervista, che è uscita sul Mundo lo scorso 17 dicembre.

                          Le pagine de El Mundo con l'intervista


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“La burocrazia trasforma la nazionalizzazione in lettera morta”


Per questo intellettuale britannico il processo che dirige il Presidente Chávez è ancora molto morbido. Dice che “socialismo non significa che lo Stato espropri i beni individuali” e sentenzia: “è impossibile fare la rivoluzione a metà”. Per Woods essere radicale è la questione centrale, il che di questi tempi sembra essere di moda.
Dall'ala più radicale della sinistra internazionale, Alan Woods inizia negando che sia un consigliere del Presidente Chávez. e inoltre chiarisce: “Non ho ricevuto un centesimo dal Governo del Venezuela”, ripete. Nonostante ciò, è convinto che il “processo” apra una strada per migliorare le condizioni di vita dei venezuelani.


Domanda: Il Venezuela va in senso opposto ad altre esperienze socialiste del mondo?

La rivoluzione venezuelana ha alcune somiglianze con altre rivoluzioni, ma anche delle differenze. Inizialmente, il Movimento Bolivariano non ha posto la questione del socialismo. Il loro obiettivo poteva essere definito come democratico-rivoluzionario. Anche i compiti oggettivi che aveva davanti la rivoluzione russa erano di carattere democratico. Ciò si vede nel programma dei bolscevichi: “Pace, pane e terra”.
Ma la esperienza ha dimostrato che l' unico modo di soddisfare queste rivendicazioni è statocon la presa del potere della classe lavoratrice. Anche all'inizio della rivoluzione cubana, Fidel Castro aveva un programma nazionale-democratico. Ma la feroce opposizione della borghesia e dell' imperialismo portò la rivoluzione cubana ad espropriare ai latifondisti e ai capitalisti per rispettare quel programma.
Allo stesso modo che a Cuba, la feroce resistenza della oligarchia venezuelana ha spinto la rivoluzione verso la linea socialista. Si è iniziato ad espropriare i latifondisti e i capitalisti. Purtroppo, la rivoluzione ancora non ha realizzato il compito più importante: l'eliminazione del potere economico della oligarchia. La storia dimostra che è impossibile fare una rivoluzione a metà. Il Cile ha dimostrato ciò con assoluta chiarezza.

D: Le riforme a Cuba non danno ragione al l'iniziativa privata?

In Cuba l'abolizione del capitalismo dopo la rivoluzione del 1959 ha permesso di raggiungere delle importanti conquiste nel campo della salute, della fine del analfabetismo, di ottenere un livello di educazione superiore della popolazione, un'aspettativa di vita maggiore e una forte riduzione della mortalità infantile, etc., I loro indici sono i migliori di tutta l' America Latina e in alcuni casi sono superiori a quelli dei paesi capitalisti avanzati. Nonostante ciò, Cuba è solo una piccola isola, in balia del mercato mondiale e inoltre sottomessa ad un blocco e un embargo feroci che causano enormi danni economici. Gli Usa vogliono ad ogni costo la fine della rivoluzione cubana perché temono l'esempio della superiorità di un' economia che non risponde alla legge del profitto privato di una minoranza. Ciònonostante, l'idea che i problemi dell'economia cubana si possano risolvere con misure di mercato, è sbagliata e inoltre metterebbe in pericolo le conquiste della rivoluzione. Quello che serve è un autentico controllo operaio che ponga fine a quello burocratico, che conduce alla corruzione e allo spreco. Soprattutto, non si può costruire il socialismo in un paese solo. È necessario l' allargamento della rivoluzione socialista all' America Latina, a cominciare dal Venezuela.

D: Nel socialismo vietnamita convive un partito forte e meccanismi di mercato.

Nel Vietnam, come in Cina, la burocrazia al governo ha intrapreso la strada capitalista, il che ha comportato conseguenze negative per la popolazione. Si sono distrutte conquiste storiche come la sanità pubblica e si è generato un aumento impressionante della disuguaglianza oltre al super-sfruttamento della classe lavoratrice. La legge che governa quelle economie è quella del profitto, non quella degli interessi e dei bisogni della popolazione. Non posso considerare quei paesi come socialisti.

D: Socialismo e proprietà privata non sono conciliabili?

Dipende di quello che intendiamo per proprietà privata! Il socialismo non significa che lo Stato espropria i beni individuali: l'auto, la prima casa, etc. Non nazionalizzeremmo i piccoli negozi o i piccoli appezzamenti dei contadini che hanno alcune galline. Difendiamo lo esproprio della terra dei grandi latifondisti, delle banche e dei grandi monopoli che controllano la maggioranza dell'economia del paese.
Se questi settori decisivi non diventano proprietà collettiva, sarà impossibile eseguire un piano razionale della produzione a beneficio della maggioranza della popolazione. Non si può pianificare quello che non si controlla, e non si può controllare quello che non si possiede, ad esempio, gli investimenti produttivi.
Finché questi settori permangono nelle mani di un piccolo gruppo di ricconi, non si può parlare di socialismo in Venezuela. Allo stesso tempo, possiamo garantire il rispetto delle proprietà del 98 per cento dei venezuelani.

D: Le “condizioni materiali” per lo sviluppo del socialismo si ottengono senza la forza degli imprenditori?

Qualsiasi persona che consideri l' evoluzione dell'economia venezuelana negli ultimi anni, solo può arrivare a concludere che la borghesia non sta facendo niente per sviluppare le forze produttive. Il sabotaggio padronale di dicembre 2002 – gennaio 2003 ha messo quasi in ginocchio il paese. Oggi, il settore privato non sta investendo in Venezuela. Al contrario, c'è una fuga di capitali o, se vogliamo darle il suo vero nome, uno sciopero del capitale. L' economia si mantiene solo grazie al settore statale.
Durante gli ultimi dieci anni la borghesia ha chiuso più di 4.000 medie e grandi aziende. Sondaggi del settore imprenditoriale venezuelano segnalano che per il 2010, meno del 15% dei capitalisti prevedono un aumento dei lavoratori in nomina, e solo il 60% degli investimenti di capitale nel settore manifatturiero sarà per investimenti operativi.
Queste cifre mostrano che i capitalisti non possono sviluppare l' economia venezuelana. Al contrario, la stanno distruggendo. Continuare con la situazione odierna significherà più chiusure di fabbriche, più disoccupazione, più inflazione e più caos.

D.: La diversificazione dell'economia è possibile sotto il controllo statale?

La vera domanda è se il controllo delle decisioni economiche sia centralizzato da un monopolio statale o dai monopoli privati. Perché il controllo monopolista esiste già. Il 10% più ricco ricava il 36,8% del danaro e il 30% più ricco controlla il 65,1% delle risorse, mentre i più poveri sono costretti a sopravvivere con appena lo 0,9%.
Prendiamo l'esempio del settore alimentario: una gran parte è nelle mani del monopolio privato Polar, la maggior azienda privata del Venezuela, che da sola rappresenta un 2,4% del PIL non petrolifero. Sono questi giganteschi monopoli privati quelli che minacciano l'eliminazione della “diversificazione”, portando i loro piccoli concorrenti alla bancarotta. Le decisioni fondamentali che riguardano i posti di lavoro e la vita di milioni di persone sono prese dai consigli di amministrazione non eletti di questi monopoli, che solo sono interessati a massimizzare i loro guadagni.
L'oligarchia venezuelana è stata negli ultimi 100 anni completamente dipendente del reddito petrolifero, e si è dimostrata incapace di generare un tessuto produttivo diversificato. Mediante lo esproprio dei monopoli, ci limitiamo a mettere il controllo dell'economia nelle mani del popolo venezuelano. In ogni caso, è essenziale che il controllo delle industrie nazionalizzate sia nelle mani della classe lavoratrice, mediante meccanismi di controllo operaio.

D: Il sindacalismo locale si lamenta di una scarsa partecipazione dei lavoratori.

Durante il governo del presidente Chávez c'è stata una esplosione della organizzazione sindacale in Venezuela. Casi unico al mondo ci sono stati casi di espropriazioni di aziende che erano state occupate dai lavoratori per difendere la produzione e i loro salari. Con il piano Guyana Socialista, si è iniziata un' esperienza di controllo operaio nelle industrie di base. Niente di tutto ciò esisteva sotto la IV Repubblica specialmente se consideriamo il sindacalismo corporativo e filopadronale degli “Adecos” ( i sostenitori di “Accion democratica” uno dei partiti principali del vecchio regime, ndt). È vero che esiste un grave problema di burocrazia, che trasforma la nazionalizzazione in lettera morta. Ritornano le vecchie e cattive abitudini della gestione burocratica, truffa e corruzione. I lavoratori si sentono alienati, Lo scontento cresce e ciò si riflette nella bassa produttività, e ciò scredita l' idea della nazionalizzazione e del controllo operaio. L' unico modo di lottare contro la burocrazia è dal basso, mediante il controllo democratico della classe lavoratrice sulle aziende nazionalizzate.

D: C'è socialismo senza una classe lavoratrice organizzata e atomizzata?

La classe lavoratrice venezuelana non è “atomizzata”. È stata il motore principale della rivoluzione dagli inizi. Ricordiamo che sono stati i lavoratori quelli che salvarono la rivoluzione in dicembre del 2002, quando hanno sconfitto la serrata padronale. Le esperienze di controllo operaio che ci sono state in Venezuela non hanno paragone in tutto il mondo e dimostrano un livello di coscienza e di organizzazione molto avanzato da parte dei lavoratori venezuelani. Un'altra cosa è che i loro dirigenti sindacali siano all'altezza. Recentemente ci sono state azioni e manifestazioni della classe lavoratrice che dimostrano chiaramente che i lavoratori sono in lotta per radicalizzare la rivoluzione. La marcia dell' UNT del 9 novembre per una nuova Legge sul lavoro è solo uno di molti esempi.

D: Si è ancora in tempo di integrare i lavoratori come centro di un nuovo modello sociale?

Basta la storia dell'ultimo decennio per dimostrare l' enorme potenzialità creatrice delle masse. Si è manifestata in tutte i momenti critici della Rivoluzione. Durante la serrata padronale, i lavoratori hanno occupato le installazioni petrolifere, espulso i vecchi manager controrivoluzionari e rimesso in funzione i macchinarii sotto il controllo operaio. Non solo hanno salvato la Rivoluzione, ma hanno dimostrato anche che erano capaci di dirigere l' industria e raggiungere migliori risultati di prima. Quello che è vero per i lavoratori del petrolio lo è anche per i lavoratori di qualsiasi altra branca dell'industria. Abbiamo visto molti altri esempi che dimostrano come i lavoratori siano capaci di dirigere l'industria e aumentare la produttività, se gli si permette di farlo. Ma la burocrazia ha portato avanti una campagna sistematica per screditare l' idea del controllo e della gestione operaia, sabotando ogni mossa in questa direzione.

D: Víctor Álvarez, del Centro di Estudios Miranda segnala che nel primo decennio de la rivoluzione l' economia è diventata ancora più capitalista. Il settore privato è passato dal 65 % al 70 % del PIL, mentre quello statale è calato dal 35% al 30 %.

Non so se queste cifre siano giuste, ma sicuramente una parte importante dell'economia venezuelana si mantiene in mani private. So anche che i capitalisti privati stanno organizzando uno sciopero degli investimenti che sta causando un danno importante all'economia e causando grandi difficoltà. Ciò evidenzia il fatto che la situazione odierna non si può mantenere. Puoi avere un' economia di mercato capitalista o avere una economia socialista pianificata. Ma non puoi avere entrambe le cose. Ecco la contraddizione centrale della rivoluzione Bolivariana. Víctor Álvarez crede che la proprietà statale è cattiva in se e conduce inevitabilmente alla burocratizzazione. Al contrario, insisto che i settori fondamentali dell'economia dovrebbero essere nazionalizzati dallo Stato, ma lo Stato e la gestione dell'economia dovrebbero essere nelle mani dei lavoratori con un sistema democratico per impedire lo sviluppo della burocrazia.

D.: Settori del chavismo parlano di scarsa partecipazione operaia e di protagonismo militare. Ciò non è la tradizione autoritaria latinoamericana?

Il paragone coi regimi militari autoritari non ha senso. Da quando un regime militare autoritario organizza e arma una milizia popolare? Le ricordo che Chávez ha vinto più elezioni e referendum che nessun altro dirigente politico nel mondo negli ultimi undici anni. Qualsiasi sia il suo giudizio sulla politica di Hugo Chávez, non lo si può accusare di “autoritario”.
I lavoratori hanno giocato un ruolo chiave nella rivoluzione, e Chávez ha dimostrato molte volte che lui considera ciò un elemento molto importante. È stato lui che ha lanciato lo slogan: “fabbrica chiusa, fabbrica occupata”. Il problema è che i dirigenti sindacali non hanno approfittato dell'occasione per occupare le fabbriche ed esigere la nazionalizzazione delle stesse..

D: Il marxismo per definizione è dialettico. Lenin nel 1921 adottò la Nuova Politica Economica (Nep) che comportava una pianificazione centralizzata, ma affiancata dall' iniziativa privata. Dopo 12 anni di rivoluzione… non serve una Nep al paese?

Simili analogie storiche hanno limiti molto definiti e possono prestarsi a equivoci. Nel 1921, dopo la sconfitta della rivoluzione in Germania, la rivoluzione russa restò isolata in condizioni di pauroso arretramento. Solo nel 1920, sei milioni morirono di fame. Russia fu invasa da 21 eserciti stranieri. L' economia era totalmente distrutta dalle conseguenze della guerra mondiale e dalla guerra civile. In queste circostanze Lenin fu costretto a fare alcune concessioni al “mercato” allo scopo di tranquillizzare i milioni di piccoli proprietari contadini. Comunque, le leve fondamentali dell'economia erano in mano allo Stato e lo Stato, fondamentalmente, nelle mani dei lavoratori, qualcosa che non accade in Venezuela. Non esiste nessun parallelo tra la NEP e la situazione odierna in Venezuela. È vero che ci sono alcuni problemi. Ma, forse non ci sono problemi economici molto gravi in Inghilterra, Irlanda, Grecia, Spagna, Portogallo e anche negli Stati Uniti? I riferimenti ai meriti dell'economia di libero mercato e all'iniziativa privata suonano abbastanza ironici dopo l' ecatombe economica del 2008! Venti anni dopo della caduta del Muro di Berlino no resta pietra su pietra dello slogan della superiorità dell'economia di mercato. La restaurazione del capitalismo in Russia e l'Europa del Est ha comportato una catastrofe per le loro popolazioni. In ogni dove il capitalismo si trova in una profonda crisi, milioni di persone hanno perso i loro posti di lavoro e il mondo intero si trova in un stato di turbolenza.

D: Allora... nessuna mezza misura

Il problema col riformismo è che rende impossibile il funzionamento normale del capitalismo, ma no mette niente di coerente al suo posto. La nazionalizzazione parziale non risolve niente di fondamentale. Al contrario, distorce il meccanismo del mercato e provoca il caos. Continua ad essere impossibile avere un piano razionale della produzione perché i settori chiave dell' economia permangono in mano ai privati. Solo quando questi settori decisivi dell'economia saranno nazionalizzati sarà possibile mettere in moto il colossale potenziale produttivo del Venezuela per soddisfare gli interessi del popolo.

17 dicembre 2010


Lunedì 24 Gennaio 2011  dal sito http://www.marxismo.net/
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