Diari di Cineclub

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domenica 5 luglio 2015

L'ISOLA DEL DOTTOR MOREAU di H.G. Wells




L'ISOLA DEL DOTTOR MOREAU di H.G. Wells: 
Un baratro senza fondo

di Umberto Rossi




Confesso di aver intrapreso solo di recente la lettura di questo romanzo del 1896, che assieme alla Guerra dei mondi, all'Uomo invisibile e alla Macchina del tempo (tutti scritti nell'arco di tre anni, tra il 1895 e il 1897) costituisce a mio avviso una vera e propria tetralogia che ha definito una volta per tutte di cosa parliamo quando parliamo di fantascienza. Con ciò non voglio dire che comincia tutto lì; mi vado sempre più convincendo che la fantascienza nasce con il terzo e quarto libro dei Viaggi di Gulliver di Swift (1726), passa per il Frankenstein della Shelley, alcuni racconti di Poe, e poi arriviamo a Verne e così via (più altri compagni di viaggio). Però quei quattro romanzi di Wells segnano un momento cruciale. Gli alieni, il viaggio nel tempo, l'invisibilità sono temi che in seguito sono stati presi e ripresi, ma non è solo quello. Wells unisce alla visione di cose a venire una macchina narrativa solidissima che nasconde dietro un'apparente semplicità veri e propri abissi intellettuali. Se non autentici baratri, dove potremmo cadere senza toccare mai il fondo.

Questo è tipico di alcuni scrittori inglesi; lo era già di Swift; lo sarà di Ballard.

Ed è sicuramente il caso dell'Isola. Essa parte da un'ipotesi scientifica che Wells (di formazione biologo; aveva studiato alla Normal School of Science con Thomas Henry Huxley, a sua volta allievo di un certo Charles Darwin), espose in un saggio scritto nel 1895, “I limiti della plasticità individuale”; lo scrittore (ventinovenne, ricordiamolo) ipotizzava che si poteva modificare radicalmente, tramite la chirurgia, la forma di un animale, senza che questo cessasse di vivere. Erano anni in cui la chirurgia e la medicina stavano facendo passi da gigante, specialmente negli ospedali londinesi, tanto da ispirare Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Stevenson (pubblicato solo dieci anni prima del romanzo di Wells). Non meraviglia che ci si interrogasse su dove quel progresso inarrestabile avrebbe potuto portare, ed è quello che Wells fa con L'isola del dottor Moreau. Ancora una volta un medico è protagonista di una sbalorditiva scoperta scientifica, e al tempo stesso di un dilemma morale; ancora non si parlava di bioetica, ma Stevenson e Wells avevano già intuito che la ricerca in campo medico poneva in questione le nostre idee di bene e di male, oltre che di salute e malattia.

venerdì 17 ottobre 2014

IL BALLETTO DELLE NAZIONI di Miguel Martinez






IL BALLETTO DELLE NAZIONI
di Miguel Martinez




Violet Paget, che scriveva sotto lo pseudonimo di Vernon Lee, visse a cavallo dell’Otto e Novecento, in gran parte a Firenze. Una scrittrice inglese che non è nata né quasi mai vissuta in un paese anglofono, e quindi con tutta la ricchezza dell’esule.

Fino a pochi anni fa, ne ignoravo l’esistenza; e oggi mi dispiace che solo i tempi sfalsati delle nostre esistenze ci impediscano di incontrarci per le strade del quartiere. Tante volte, leggendo le cose che scriveva, mi sembra di vedere insieme il mondo, quasi dagli stessi occhi.

Violet Paget è stata scrittrice profonda e geniale, con una capacità molto particolare di cogliere le sfumature delle cose; è stata amica dello scultore Emilio Santarelli che mise in piedi il palazzo e il giardino che sono diventati il centro delle iniziative dell’Oltrarno (e da lui lei raccolse i ricordi della Contessa di Albany, moglie del Bonny Prince Charles e compagna di Alfieri); quasi da sola, Violet Paget ha salvato quel che resta del centro storico di Firenze dalla potente macchina della speculazione edilizia a fine Ottocento.

In piena guerra, nel 1915, lei scrisse un breve opuscolo intitolato The Ballet of the Nations, che le costò quasi tutte le sue amicizie.

Di pacifisti con il senno di poi è pieno il mondo, ma solo quando le passioni si sono rivelate in tutta la loro assurdità. Violet Paget invece fu uno dei rari pacifisti con il senno sveglio proprio nel momento peggiore.

Questa piccola opera è molto di più di una critica a quella guerra. E’ un compendio di verità al di là del tempo.

Se riuscissimo a farla davvero nostra, assorbendo il senso recondito di tutti i personaggi elencati, saremmo immuni per sempre dalla Danza. E ovviamente, diventandolo, ci bruceremmo anche noi le nostre amicizie.

Violet Paget dedicò i cinque successivi anni a trasformare The Ballet of the Nations in un’opera teatrale, Satan the Waster, che non fu mai recitata. Un giorno, magari…

Intanto, in un saggio scritto nello stesso periodo, parlò della “cortina di ferro” che a Natale separava madri inglesi e tedesche che si sarebbero recate in chiesa ad ascoltare Bach. Pare che abbia dato così ai politici inglesi l’immagine della Iron Curtain, che Churchill anni dopo avrebbe rilanciato per ben altri fini: c’è sempre qualcuno pronto a rubarti le idee senza volerle capire.

Su Archive.org, potete leggere il testo originale; qui ho ricopiato per intero la versione italiana a cura di Bruna Bianchi che si trova sul sito dell’Università di Venezia.

Una piccola riflessione… se leggete gli scritti di Oriana Fallaci, ci sentirete tutte le passioni lucidamente descritte da Vernon Lee.

Non sorprenderà quindi sapere che la città che Violet Paget salvò dalla distruzione non le ha dedicato una via, mentre ne dedicherà una a Oriana Fallaci.



30 settembre 2014


dal sito Kelebek Blog




mercoledì 16 luglio 2014

LE MERAVIGLIE DEL DUEMILA di Emilio Salgari di Fabio F.Centamore




LE MERAVIGLIE DEL DUEMILA di Emilio Salgari
di  Fabio F.Centamore 


 uno dei primi romanzi italiani di protofantascienza



Titolo: Le meraviglie del duemila
Autore: Emilio Salgari
Genere: Fantascienza
Casa editrice: Simonelli editore
Anno: 2011

A - Tutto cominciò a Nantucket (assaggio di trama).

L'isola di Nantucket non è certo meta dei turisti in cerca di spiagge in quel periodo dell'anno. Eppure qualcuno sbarca dal piccolo mercantile appena attraccato nel porticciolo. Un bel giovane dal vestito elegante, aria da gran signore. Eppure ha lo sguardo spento. Tutto nel suo incedere e nel suo modo di fare sembra evidenziare una grave afflizione. Sguardo basso, inerte ai particolari della piccola spiaggia silenziosa e tranquilla. Spalle scivolate, mani sprofondate nelle tasche su misura dei costosi calzoni. Lo spleen, il male della gioventù scaturito da questo nuovo secolo, sembra possederlo irrimediabilmente. Perfino le mille luci di New York nulla hanno potuto contro questo male strisciante. Il giovanotto se ne è stancato troppo presto, eccolo a bighellonare in una grigia mattinata lungo una spiaggia vuota attaccata ad un piccolo borgo di pescatori...

mercoledì 26 giugno 2013

RICHARD MATHESON: "IO SONO LEGGENDA"






RICHARD MATHESON: "IO SONO LEGGENDA"
di Andrea Colombo


In appendice due telefilm scritti da Richard Matheson


Ci sono autori che hanno forgiato l’immaginario di due o tre generazioni e tutti glielo riconoscono perché tutti almeno un po’ li conoscono. Ce ne sono altri che vantano un credito altrettanto cospicuo, ma a saperlo sono in relativamente pochi.
Richard Matheson, scomparso ieri alla bella età di 87 anni, è uno di questi.
Pochissimi hanno fatto quanto lui per trasportare l’horror e il fantastico dalle ombre ottocentesche del gotico nella terra apparentemente luminosa del XX secolo. È lui il vero padre culturale di Stephen King: nessuno, prima di lui, aveva saputo moltiplicare i fattori inquietanti del fantastico calandoli in un contesto di assoluta e persino piatta normalità; nessuno, nella sua generazione, era altrettanto capace di passare da un linguaggio all’altro intrecciandoli tutti e contaminandoli sino a renderli indistinguibili. Come King, scriveva romanzi con la macchina da presa montata su quella da scrivere, sceneggiava film di grandissimo successo con lo spirito del romanziere ed era capace di trasferire la doppia eredità nei codici della allora quasi neonata della televisione.
La serie più nota e riuscita dell’horror moderno, quella dei morti viventi di George Romero, è figlia legittima di uno dei suoi romanzi migliori e più famosi, Io sono leggenda, uscito nel 1954. Protagonista l’ultimo (o quasi) essere umano rimasto su un pianeta popolato dalla versione moderna e imbestialita, priva di ogni seduttività draculesca, di una stirpe vampira e carnivora. Quella storia, portata sullo schermo tre volte senza contare il rimaneggiamento di Romero, era esplicitamente ispirata dal romanzo gotico di Bram Stoker. Solo che Matheson, figlio della grande depressione e poi della guerra fredda, rovesciava i ruoli. A scontare il prezzo salato della solitudine e della diversità, dell'impossibilità di comunicare con un suo simile, non è più il mostro ma il «normale». Ma in un universo in cui il vampirismo è diventato universale, chi è più mostruoso, più sinistramente leggendario, dell'unico essere rimasto «normale»?

martedì 10 maggio 2011

CAPITAN TEMPESTA o l’eroismo ante litteram di Nadia Augustoni


CAPITAN TEMPESTA
o l’eroismo ante litteram

di Nadia Augustoni



In tempi di letteratura e critica postcoloniale parlare di una poco conosciuta avventura scritta da Emilio Salgari potrebbe far sudare freddo alcune/i teorici, ma forse considerando che la letteratura per ragazzi non è mai del tutto presa sul serio passerà inosservata questa segnalazione di un libro di uno scrittore che trattò spesso tematiche di genere in modo ardito, ma ancora con una certa condiscendenza e folklore le culture altre. (1)
Capitan Tempesta (Edizioni Mursia, Collana Salgariana, 1993, euro 12,00) pubblicato per la prima volta nel 1905, non ebbe quasi seguito al contrario di altri fortunati romanzi per ragazzi dello stesso Salgari che il tempo confermerà come un autore di avventure legate a scenari esotici. Mi capitò di leggere Capitan Tempesta a 10 anni, prendendo il volume in prestito nella biblioteca del piccolo paese dove si era trasferita la mia famiglia. In quella discreta biblioteca (nel Bergamasco c'è una tradizione di biblioteche molto ben organizzate) trovai una collana salgariana per ragazzi dalle copertine vivacissime e la lessi tutta. Capitan Tempesta fu una delle ultime letture di Salgari, ma che smacco, era una vera scoperta, probabilmente non sbaglio a pensare che per le generazioni dopo la mia lo stesso impatto l'ha avuto Lady Oscar.
Le vicissitudini di Eleonora, duchessa D'Eboli e migliore lama dell'armata crociata che difende i bastioni di Famagosta dagli assalti degli infedeli, si snodano fin dalle prime pagine con un ritmo incalzante. Eleonora/Capitan Tempesta in abiti maschili è il giovane cavaliere dal braccio duro e inflessibile che guida i suoi uomini nella difesa della città assediata e che comincia ad essere un mito per chi le è sottoposto. Tutti, con l'eccezione del suo luogotenente e di un servo arabo, ignorano la sua identità. È lì con un compito: salvare il marito prigioniero.
Smascherata da un ufficiale polacco che insinua che il bel giovane sia una donna accetta la sfida a duello.


Dovrà dimostrare il proprio valore scendendo in campo contro Il Leone di Damasco (2) e mentre il polacco primo sfidante del cavaliere musulmano perderà il duello e abiurerà la propria fede cattolica, lei/lui vincerà sul campo rifiutandosi anche di uccidere l'avversario ormai impotente. A sua volta ferita gravemente nelle fasi finali dell'assedio verrà aiutata nella fuga dallo stesso avversario che aveva sconfitto.
Le informazioni in suo possesso la portano alla fortezza dove il marito è prigioniero. Si farà passare per un giovane mussulmano che combatte contro i cristiani e in tale veste farà innamorare la bella e terribile Haradja, nipote di Ali Pascià. Scapperà poi con il marito tentando di arrivare in un porto amico con una nave il cui equipaggio è di ex prigionieri di Haradja. Tradita dall'arrivo del polacco rinnegato finirà prigioniera dello stesso, vedrà morire il marito appena salvato e un colpo di scena la porterà ad essere salvata dal solito Leone di Damasco che per lei rinnegherà fede e vita e si imbarcherà per l'Italia.
L'originalità di Emilio Salgari in questo romanzo d'avventure è che senza forse rendersene conto (ma quanto, visto che il movimento suffragista era molto attivo all'epoca e le viaggiatrici in abiti maschili erano più d'una e piuttosto note?) ribalta molti stereotipi di genere, lascia che la sua eroina/eroe entri ed esca dai canoni di sesso/genere fino a sfiorare un accenno di erotismo con Haradja che la crede assolutamente uomo. Nello stesso tempo se Capitan Tempesta combatte gli infedeli lo fa senza odio, riconosce il loro valore e la loro umanità e vede chiaramente come di eroi ve ne siano in entrambi gli schieramenti e come vi siano i vili.
È Salgari, scrittore di sole avventure, che descrive la vita di Haradja e delle donne nell'Islam come un tormento e una prigione. Non che le nostre stessero meglio, ma qui ci interessa sottolineare come lo scrittore metta in rilievo che il togliere a queste donne ogni ambito d'azione e sviluppo della personalità le porti poi per riflesso ad assumere un lato inutilmente crudele con se stesse e con gli altri.



Yolanda la figlia del Corsaro Nero (3) è un'altra eroina di Salgari che smuove i confini di genere. Li smuove molto meno, ovvio, anche perché non c'è passing nel suo caso, ma anche lei lascerà una traccia profonda nella letteratura per ragazzi e ci informa che l'interesse per le donne forti non è casuale in Salgari e che nei limiti imposti dall'epoca in cui scriveva seppe comunque ritagliare alle sue personagge una loro autonomia, una storia e un carattere.
Le tinte caratteriali forti sono del resto un'impronta salgariana irrinunciabile per l'autore. Uomo sfortunato e scrittore pagato malissimo, oberato dai debiti e sfruttato da abili editori si toglierà la vita il 25 aprile 1911. Le sue opere troveranno una collocazione più che dignitosa con il tempo e continuano ad affascinare ragazze, ragazzi e adulti. Lo si potrebbe leggere all'infinito.
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NOTE 

1 Emilio Salgari alterna uno schema di colonialismo classico nel suo sguardo su culture altre a momenti di slancio liberatorio in cui pare librarsi sopra gli stereotipi d'ogni genere. Un'analisi completa non mi è qui possibile.

2 Il Leone di Damasco divenne il seguito di Capitan Tempesta, Edizioni Mursia collana Salgariana. In questo secondo volume (poi la serie si interruppe) Eleonora/Capitan Tempesta è riportata a una dimensione più convenzionale.

3 Yolanda la Figlia del Corsaro Nero, Edizioni Mursia, Collana Salgariana.
 
dal sito http://www.arivista.org/



domenica 27 marzo 2011

I VICERÉ di Lorenzo Mortara




I VICERÉ

di Lorenzo Mortara


È del 1894, I Viceré, uno dei massimi capolavori della letteratura italiana, uscito fuori dalla penna verista di De Roberto. Al suo apparire e per molto tempo, il romanzo non ebbe fortuna, anche, ma non solo, per la stroncatura senza appello che gli appioppò l’estetica da governante del Croce. La retorica risorgimentale, di cui oggi festeggiamo i 150 anni della sua puntuale riproposizione, non poteva sopportare molto un romanzo che faceva piazza pulita del mito unitario.
Il romanzo si snoda a cavallo dell’impresa garibaldina dei mille e narra le vicende della nobile famiglia Uzeda di Francalanza, i Viceré appunto dei Borboni, il cui destino, senza che vi sia del fatalismo, perlomeno in chi scrive, è quello di governare sia prima che dopo il passaggio di consegne tra la monarchia spagnola e quella sabauda.
A livello dei personaggi, l’opera è imperniata sull’apparente contrasto tra Don Giacomo Uzeda, Principe di Francalanza, e il principino Consalvo, suo figlio. Contrasto che De Roberto segue fin dall’infanzia del principino, smussandone via via gli angoli, per scioglierla nell’ultima parte del romanzo in una sostanziale continuità. Consalvo, in effetti, è il vero erede di Don Giacomo, e il contrasto col padre, apparentemente di valori e di ideali, non può che essere alla fine solo un banale scontro generazionale tra il vecchio e il nuovo modo di difendere gli stessi interessi.
Sullo sfondo dell’alleanza tra la borghesia industriale del Nord e l’aristocrazia terriera del Sud su cui s’imperniava la nascente industrializzazione capitalistica italiana, il romanzo non concede spazio a sentimenti, emozioni o altre pose romantiche. Tutto è calcolo, cinismo e arrivismo, comprese fede e superstizioni che fanno solo da supporto. I rapporti sono bloccati. Le donne non contano. L’interesse costringe alla capitolazione ogni timido tentativo che i personaggi fanno, qua e là, di ribellarsi.
Per il pessimismo senza speranza, ma anche senza rimpianti, con cui De Roberto narra i primi passi dello Stato unitario, il romanzo è stato associato a Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Il paragone è più che pertinente, anche se va detto che è De Roberto ad anticipare Tomasi di Lampedusa. La famosa frase in cui si riassume Il Gattopardo, «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», è anticipata da De Roberto nella parodia che fa del motto del D’Azeglio: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri». I Viceré son tutti qua, immobili nella loro sete di dominio. La ribellione di figli e figliastri non riesce mai perché in fondo è finta, troppo compromessa e assoggettata a un mondo che tutto sommato accettano e condividono. La prosa di De Roberto, lenta e sicura come la vita oziosa di questi nobili, segue tutte le incoerenze dei personaggi, ben conscio che l’unica coerenza che possa dare solidità alla narrazione, è la fedeltà assoluta all’interesse personale della famiglia Uzeda.
La modernità dell’opera, oltre al suo indubbio impianto laico, merce rara all’epoca e non troppo disponibile nemmeno ora, si può anche trovare in alcune felicissime trovate dell’autore che non possono non stupire il lettore d’oggi. Si resta ad esempio sbalorditi, nello scoprire come rassomigli a qualcuno il modo in cui Consalvo si comprerà un seggio in Parlamento. I Viceré dei Borboni, cambieranno subito bandiera, non appena Consalvo capirà che basterà un po’ di demagogia per entrare nelle grazie dei Savoia. Per convincere i suoi concittadini a votarlo, sarà a favore della proprietà privata e contro lo sfruttamento, per la laicità e al tempo stesso per la religione, ma soprattutto sarà per la pubblicità di sé stesso. Non convinto del tutto dalla sua retorica, infatti, Consalvo aggiungerà una specie di opuscolo da regalare a tutti i suoi “sudditi” poco prima del giorno delle elezioni. Come non vedere in questa campagna, il precedente letterario che anticipa lo stucchevole analfabetismo sottoculturale con cui il Viceré, Uzeda-Berlusconi, ha chiesto alla nazione di mandarlo al potere? In effetti, a ben guardare, Una Storia italiana non è che la riedizione aggiornata con cui si è conclusa la preistoria borbonica.
Oggi che il successo e la grandezza del romanzo di De Roberto, sono finalmente riconosciuti, si corre però il rischio opposto di sopravvalutarne lo spirito nichilista. L’immobilismo eterno con cui De Roberto e Tomasi di Lampedusa guardano alle cose umane, è spesso associato al presunto carattere dei siciliani, ma almeno per De Roberto si può forse ipotizzare che fosse più che altro dovuto al contesto storico-culturale da cui proveniva. Ai tempi de I Viceré, il socialismo in Italia muoveva i suoi primi passi, e Marx ed Engels erano ancora sommersi tra il positivismo, l’idealismo piccolo borghese e l’anarchismo. Ci sarebbero voluti ancora parecchi anni prima che attecchisse la concezione scientifica del moderno progresso socialista. E una volta attecchita, poco più di un lustro bastò per sommergerla di nuovo nel medioevo stalinista da cui ancora non è risorta.
Perciò, anche se apparentemente la Storia sembra aver dato ragione al pessimismo senza speranza di De Roberto, noi operai non possiamo unirci al coro disfattista con cui a 150 anni dall’unità borghese d’Italia, parecchia intellighenzia ha riproposto, con rabbia, la “quistione meridionale”. Per chi è armato del metodo storico marxista, non dicono niente di nuovo le lamentele in forma di libro contro l’occupazione, l’assoggettamento e la repressione con cui i briganti del Nord si annettevano i contadini del Sud, in vista della loro proletarizzazione da immettere nell’incipiente mercato nazionale.
La mancata rivoluzione del Risorgimento, era in realtà l’unico modo possibile ai borghesi per rivoluzionare i rapporti di produzione in Italia. L’aumento del divario Nord-Sud, non è l’indice del fallimento unitario, al contrario mostra il suo strepitoso successo, dietro al quale si cela la vera contrapposizione, tra padroni e salariati, che permea l’Italia come tutto il resto del mondo.
Solo col completo dispiego del capitalismo è possibile portare pienamente allo scoperto il contrasto fondamentale tra padroni e operai e liberarsi degli ultimi Borboni senza corona che infestano l’Italia. Tornando indietro, al Regno Delle Due Sicilie, è impossibile.
Tuttavia, se questo non è ancora avvenuto, non è per l’immutabilità delle cose o perché il nichilismo dei senza speranza alla De Roberto, abbia avuto ragione. Il motivo è meno metafisico e più terra terra, e va ricercato nel fallimento secolare, storico della sinistra. Infatti, mentre borghesi industriali, proprietari terrieri, preti e altri redditieri, si alleavano per difendersi coi denti e con le unghie dall’ascesa del proletariato, in 150 anni di Storia, la sinistra tutta, invece di sentirsi intimamente legata alla nostra sorte, ha finito in un modo o nell’altro, specie nei momenti decisivi, a farsi anch’essa – purtroppo! – gli affari loro.



(a Giovanni Forti chiunque sia la sua governante)

Stazione dei Celti, Domenica 27 Marzo 2011



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