Diari di Cineclub

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giovedì 11 aprile 2019

IL PERICOLO TRUMP E LA POLITICA ESTERA USA di Antonio Moscato







IL PERICOLO TRUMP E LA POLITICA ESTERA USA
di Antonio Moscato



Non mi convince la tendenza diffusa a prendere subito sul serio le dichiarazioni bellicose di Donald Trump per due semplici ragioni: la prima è che la politica estera degli Stati Uniti è il risultato di un delicato equilibrio di rapporti di forza tra Presidente, Pentagono, Dipartimento di Stato, Congresso (e a volte deve tener conto anche del parere dei principali paesi alleati); la seconda è che non condivido l’opinione troppo indulgente nei confronti dei presidenti democratici costruita dalla grande stampa italiana ed europea che ha invece concentrato il fuoco su questo presidente rozzo e ignorante che spesso parla o grida solo per accontentare il suo elettorato, altrettanto incolto, ma spesso non può poi realizzare completamente il suo programma.

Non dimentico poi che le misure più vessatorie nei confronti di Cuba erano state proposte da congressisti democratici, e che viceversa a trovare la via d’uscita da due guerre sciagurate e logoranti (Corea e Indocina) sono stati due presidenti repubblicani (naturalmente non per nobili sentimenti ma per una valutazione realistica del rapporto tra costi e ricavi). La politica estera, specie se comporta un rischio di guerra in paesi lontani, viene decisa quasi sempre in modo bipartizan.

sabato 11 agosto 2018

GERMANIA. IL PROGETTO DI WAGENKNECHT: UN NUOVO MOVIMENTO? di Manuel Kellner








GERMANIA. 
IL PROGETTO DI WAGENKNECHT: UN NUOVO MOVIMENTO?

di Manuel Kellner




Portavoce al Bundestag, assieme a Dietmar Bartsch, di Die Linke (La Sinistra), Sahra Wagenknecht proviene dalla sinistra anticapitalista del partito e ne è stata a lungo la sua rappresentante più popolare. Da un certo tempo lei e suo marito, Oskar Lafontaine – entrambi molto seguiti dai media – animano un raggruppamento informale, Team Sahra, al quale si può aderire via Internet, che lavora per la formazione d’un nuovo movimento politico sul modello di La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Hanno dichiarato che questo movimento sarà lanciato in settembre, non per fare concorrenza alla Linke, ma come strumento di pressione nei confronti degli altri partiti, in favore di una politica maggiormente sociale.



Alcune delle posizioni sostenute da Wagenknecht e Lafontaine si collocano a destra non solo dell’ala anticapitalistica della Linke, ma del suo stesso programma ufficiale. Il nemico individuato non è più il capitalismo in sé, ma il capitalismo neoliberale selvaggio. Le “frontiere aperte” sono ritenute un progetto della borghesia neoliberale per esacerbare la concorrenza in seno a coloro che stanno “in basso”, indebolendo così i salariati e provocando l’abbassamento dei salari reali. La difesa delle conquiste democratiche passerebbe attraverso la difesa della sovranità degli Stati-nazione, contro l’Unione europea e i progetti – come per esempio quello di Macron – di rafforzarne l’integrazione. Grosso modo, il progetto di Wagenknecht e Lafontaine mira a indebolire l’estrema destra, a contrastare l’avanzata elettorale della AfD e a conquistare settori dei salariati e degli strati popolari emarginati che, delusi dal Partito socialdemocratico (SPD) e attratti dalla demagogia di Alternativa per la Germania (AfD, d’estrema destra), non si riconoscono nelle posizioni di Die Linke. Secondo Wagenknecht e Lafontaine, sottovaluta troppo il timore di questi settori di trovarsi in una situazione di concorrenza sfavorevole con gli immigrati.

martedì 12 giugno 2018

IL NUOVO DISORDINE MONDIALE DI USA, RUSSIA E CINA di Alberto Negri





IL NUOVO DISORDINE MONDIALE DI USA, RUSSIA E CINA 
di 
Alberto Negri


G7 in declino. Al tavolo che conta gli europei sono i camerieri. Intanto l'economia mondo, quella che fa veramente paura a Washington, si riunisce nella città costiera cinese di Qingdao




Il mondo si divide in due, magari pure in tre o quattro parti in competizione tra loro e la remota provincia italica, ambita solo da rifugiati e migranti, litiga per capire dove sta, spaventata di diventare la nuova Cuba del Mediterraneo. Ci manca solo la battuta di Tony Montana-Al Pacino in Scarface «Io un comunista lo ammazzo anche gratis» e poi le abbiamo sentite tutte in questi giorni di G-7 su Putin, la Nato e l’Italia.Sembrava, a leggere i nostri giornali dove milita una bella fetta di tremebondi ex comunisti, che fossimo in procinto di abbandonare l’Alleanza, chiudere la basi e sequestrare 120 testate nucleari agli americani: all'armi, il fantasma di Ghino di Tacco è tornato a Sigonella.

E invece a Trump il premier Conte, un devoto di padre Pio, piace così tanto da invitarlo subito alla Casa bianca: il nostro debuttante è stato l’unico ad abboccare al tweet di The Donald per far rientrare la Russia nel summit, espulsa dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Invito che ha irritato gli altri partner europei ed è stato respinto al mittente da Mosca: «Siamo interessati ad altri formati».

giovedì 21 settembre 2017

REFERENDUM, MADRID ATTACCA BARCELLONA. INDIGNAZIONE DI MASSA di Checchino Antonini




REFERENDUM, MADRID ATTACCA BARCELLONA. 
INDIGNAZIONE DI MASSA
di Checchino Antonini



Catalogna, 14 arresti, occupazioni di edifici pubblici da parte della guardia civil e sequestro di materiali per il referendum. Decine di migliaia in strada contro la repressione



Catalogna: la situazione precipita. Arresti, occupazioni di edifici pubblici da parte della guardia civil e sequestro di schede e materiali per il referendum. Intanto in serata si apprende che la polizia dello Stato spagno ha anche occultato le informazioni sul terrorismo ai Mossos d’Esquadra, la polizia catalana.

Migliaia di cittadini sono scesi in strada denunciando le azioni dello Stato. Di tutte le età. Di tutte le posizioni. Si sono concentrati lì dov’era la presenza della Guardia Civil. Lo hanno fatto pacificamente nonostante la tensione. Lanciando garofani nell’aria. Sorridendo. Mostrando le schede elettorali incriminate. Gridando “voteremo, voteremo!”. Una massiccia insurrezione di disobbedienza attiva che difficilmente avrà un punto di ritorno. Le grida di disobbedienza e la richiesta di uno sciopero generale risuonano ora nelle strade di Barcellona e nei comuni di Catalogna. Chi è in piazza trova molti volti familiari. E una grande maggioranza non è indipendentista. Non prima di questo 20 settembre. «L’aria che si respira è di rottura totale», scrive un attore catalano, Marc Almodóvar su El Salto. «Quando parlo di rottura, intendo per esempio il modo in cui la Guardia Civile è stata accolta. Le auto della polizia militare sono state verniciate irrimediabilmente, piene di adesivi e ornate di bandiere… Se uno si aspetta una rivoluzione pura, naturalmente non lo è. Ma il martello dello Stato spagnolo sembra aver appena risvegliato la gente addormentata». Noleggiate tre navi da crociera per ospitare la polizia spedita a reprimere i catalani. Poliziotti dannosi anche come i turisti. A Barcellona è attiva anche una campagna #stopcruceros come quella No Grandi Navi di Venezia.

giovedì 7 settembre 2017

USA - COREA DEL NORD, CHI MINACCIA CHI? di Steve Leigh e Alan Maass







USA - COREA DEL NORD, CHI MINACCIA CHI?
di Steve Leigh e Alan Maass


Il primo passo per opporsi alla minaccia di guerra crescente in Corea è denunciare l’ipocrisia dei signori della guerra di Washington.



L’impensabile possibilità di una guerra nucleare è di nuovo alla ribalta dopo che funzionari del governo hanno reagito con stridule minacce alle affermazioni del governo nordcoreano di aver testato la sua più potente bomba nucleare.

Questa non è che la più recente escalation nel gioco del coniglio nucleare, con provocazioni calcolate da ogni parte – anche se, a giudicare dai media mainstream, la Corea del Nord di Kim Jung-Un sarebbe l’unica a rischiare di condurre il mondo sull’orlo di un incubo. Falso. Il test nordcoreano di quella che viene definita una bomba all’idrogeno più distruttiva, insieme al lancio di missili apparentemente capaci di portare una testata nucleare, è giunto nel giro di alcuni giorni dalle esercitazioni militati su vasta scala condotte da Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud.

domenica 3 gennaio 2016

ARABIA SAUDITA: I NOSTRI AMICI NE AMMAZZANO 47 di Fulvio Scaglione






ARABIA SAUDITA: I NOSTRI AMICI NE AMMAZZANO 47
di Fulvio Scaglione




Lo Stato canaglia per eccellenza del Medio Oriente, l’ Arabia Saudita, ha iniziato il 2016 esattamente come aveva concluso il 2015: ammazzando gente. 47 esecuzioni capitali per decapitazione o fucilazione in un solo giorno. Il che vuol dire che il secondo giorno dell’ anno il regime wahabita ha già messo a morte un terzo delle persone uccise nel 2015 (157, secondo il calcolo delle diverse organizzazioni umanitarie) e più di metà di quelle uccise nel 2014 (87).

La pena di morte, in Arabia Saudita, è sempre meno uno strumento, pure allucinante, della giustizia penale e sempre più uno strumento di controllo sociale, usato senza alcun ritegno dall’ accoppiata re-muftì. Il re Salman al-Saud, sul trono da meno di un anno, e Sheikh Abdul Aziz Alal-Sheikh, gran muftì dal 1999, per il quale parlano certe fatwa: per esempio, nel 2012, l’invito a distruggere tutte le Chiese cattoliche della penisola arabica e, sempre quell’ anno, la conferma della legittimità del matrimonio coatto per le bambine di 10 anni.

Vedremo se la stampa internazionale, domani, parlerà di “svolta storica” per l’Arabia Saudita, come si precipitò a fare, poco tempo fa, per l’elezione di 13 donne in una tornata elettorale disertata dagli elettori (25% di affluenza ai seggi) perché coreografica e ininfluente.

lunedì 14 dicembre 2015

FRANCIA: MARINA LE PEN NON HA VINTO. ECCO PERCHE' di Eugenia Foddai






FRANCIA: MARINA LE PEN NON HA VINTO. ECCO PERCHE'
di Eugenia Foddai


Regionali in Francia, sette macroregioni alla destra e cinque ai socialisti. Il Front National resta al palo. Ma solo per il barrage républicain e le astuzie della legge elettorale




Il partito di Marine Le Pen “non è un partito repubblicano” parola del primo ministro socialista Manuel Valls all’indomani del primo turno delle elezioni regionali del 6 dicembre 2015; perciò i socialisti francesi hanno deciso di fare un barrage républicain all’estrema destra, appellandosi al voto utile, al secondo turno del 13 dicembre 2015, in tre macroregioni dove la sinistra parlamentare è arrivata in terza posizione. Questo voto socialista è stato così regalato airepubblicani di Nicolas Sarkozy nel Nord-Pas-de-Calais-Picardie, nel PACA (Provence-Alpes-Côte d’Azur) e nel Grand Est (Alsace-Champagne-Ardenne-Lorraine).

Nel Nord-Pas-de-Calais-Picardie al primo turno Marine Le Pen arriva prima col 40,64% dei voti, ma perde al secondo turno dietro a Xavier Bertrand; sua nipote Marion Maréchal-Le Pen nel PACA, arrivata prima con il 40,55% al primo turno, perde al secondo dietro a Christian Estrosi e il teorico e vice-presidente del Front National Florian Philippot, artefice dell’eliminazione politica del vecchio Jean_Marie Le Pen, primo nel Grand Est con il 36,07% perde al secondo turno dietro a Philippe Richert.

In quest’ultimo caso J.P.Masseret, presidente uscente del consiglio regionale socialista, ha rifiutato le consegne del suo partito e non si è ritirato perché “gli elettori di sinistra hanno bisogno di sentirsi rappresentati”. Ritirarsi per favorire un rappresentante della destra non lepenista, significa per il partito socialista sparire dai consigli generali delle nuove macroregioni e non avere rappresentanti per 5 anni. J. P. Masseret non ci ha pensato molto e ha deciso di disobbedire alla segreteria di rue Solferino che per punizione lo ha boicottato ed ha fatto campagna per il candidato di destra Philippe Richert.

sabato 29 agosto 2015

IL POTERE E LA GUERRA di Lanfranco Binni




IL POTERE E LA GUERRA
di Lanfranco Binni



La nomina di una corrispondente di guerra di provata fede atlantica alla presidenza della Rai e il diktat emerito del «presidente ombra» Napolitano ad accelerare la concentrazione dei poteri nell’esecutivo hanno forse qualche relazione con la nuova fase della guerra nell’area siriano-irachena e in Libia? In Siria, la campagna terroristica-mediatica dell’Isis ha svolto efficacemente il suo ruolo di provocazione e disgregazione, preparando il terreno a un intervento degli Stati Uniti e della Nato, ed è tempo di raccogliere i frutti della semina. Resta da risolvere la questione dell’indipendentismo kurdo, ma a questo ci pensa la Turchia: la no-fly zone nel nord della Siria, stabilita di fatto dalla Turchia e dagli Stati Uniti senza perdere tempo con mediazioni Onu, dal 24 luglio serve a bombardare gli avamposti kurdi, in prima linea contro l’Isis, e a sviluppare l’attacco alle posizioni dell’esercito governativo siriano. Sul piano della diplomazia, l’abile proposta iraniano-siriana (6 agosto) di una soluzione politica del conflitto (cessate il fuoco e nuovo governo di unità nazionale in Siria), non dovrà essere raccolta, provenendo dal vero obiettivo della strategia statunitense e israeliana nell’intera area: l’Iran, fortemente impegnato sul campo nella lotta ai terroristi dell’Isis.

La dittatura militare in Egitto e la preparazione di un intervento diretto della Nato in Libia, usando la testa di ponte del governo filoccidentale di Tobruk, completano il quadro. Guardandosi indietro, nell’intera area del vicino oriente e del Maghreb gli interventi occidentali hanno prodotto nell’ultimo ventennio la distruzione di tre Stati sovrani, laici – l’Iraq, la Libia, la Siria – che comunque garantivano la pacifica coesistenza delle popolazioni di diversa cultura e appartenenza religiosa, ma costituivano un vero ostacolo per le politiche predatorie dell’Occidente, investendo l’intero mondo islamico con un’aggressiva «guerra di civiltà» del Nord contro il Sud che produce, tra l’altro, i flussi migratori dalle zone di guerra che i paesi europei sono incapaci di gestire (è il caso dell’Italia) o non vogliono gestire affatto (dall’Ungheria alla Francia, all’Inghilterra).

lunedì 3 agosto 2015

PORTORICO: LA "GRECIA" AMERICANA di Barry Sheppard





PORTORICO: LA "GRECIA" AMERICANA
di Barry Sheppard




Mentre tutto il mondo concentrava l’attenzione sullo spettacolo offerto dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Commissione Europea e dalla Banca Centrale Europea (la “trojka”) mentre schiacciavano il popolo greco, ci sono tanti altri esempi di paesi imperialisti tra i più forti che sfruttano la “crisi del debito” per spremere maggiore ricchezza da paesi più deboli di loro, come pure da paesi imperialisti più poveri.

Tipico è il caso di Portorico (3,6 milioni di abitanti). In un’intervista rilasciata al New York Times il governatore del paese ha dichiarato: «Il nostro debito, che ammonta a 73 miliardi di dollari, non è pagabile. Non c’è altra scelta. Sarei felice che ve ne fosse una più facile. Ma non dipende dalla politica, riguarda la matematica». Portorico non ha potuto onorare il versamento di oltre 1 miliardo di dollari, che avrebbe dovuto pagare lo scorso 1° luglio.

Il grosso del debito è dovuto a fondi speculativi (hedge funds) americani, fondi o altri conti d’investimento. Gli hedge funds, noti anche sotto la dicitura di “fondi avvoltoi”, riacquistano (sul mercato secondario), a prezzo bassissimo, debito contratto dal governo portoricano nonché da imprese private, perché gli investitori sanno che questo non ha pressoché alcun valore. Successivamente, operano un’inversione e ne esigono il pagamento al valore nominale pieno (cioè il valore stabilito all’emissione).

sabato 9 maggio 2015

ELEZIONI INGLESI: UNA NOTIZIA CATTIVA E UNA BUONA di Aldo Giannuli





ELEZIONI INGLESI: 
UNA NOTIZIA CATTIVA E UNA BUONA
di Aldo Giannuli



La notizia cattiva è che vincono i conservatori, quella buona è la sconfitta dei laburisti, ma bisogna sapersi accontentare: se per far perdere i laburisti dobbiamo sorbirci Cameron, pazienza.

Il Labour perde perché non intercetta più nessuna domanda politica: chi vuole l’indipendenza scozzese vota per lo Scottish national party che soffia tutti i seggi al Labour nella sua zona, chi vuole la stabilità nel quadro della Ue vota per i conservatori, chi vuole l’uscita alla Ue vota per l’United kingdom indipendence party , la classe operaia (o quel che ne resta) è allo sbando e vota qualsiasi cosa disperdendosi.

Con la sconfitta del Labour, dopo i risultati mediocri di Spd e Psoe e quelli catastrofici del Ps francese, si conferma la tendenza al declino della “sinistra inutile”.

sabato 18 aprile 2015

LA STRATEGIA DI UN MASSACRO di Claudio Vercelli




LA STRATEGIA DI UN MASSACRO
di Claudio Vercelli


Genocidio armeno. La ricorrenza della tragedia del 1915 va oltre la riflessione storica rivelando la natura politica di quell’insieme di eventi. E le dinamiche della vicenda rimandano non tanto a letture basate sull’arbitrio, bensì alla «modernità» dell’omicidio di Stato



La ricor­renza del geno­ci­dio del popolo armeno pone a tutt’oggi una serie di inter­ro­ga­tivi la cui natura sopra­vanza la rifles­sione sto­rica e l’esercizio sto­rio­gra­fico per rin­viare, sem­mai, alla natura poli­tica di quel tra­gico insieme di eventi. Quindi, per più aspetti, alla sua attua­lità e moder­nità. Que­stione tanto più aperta se si pensa che un paese come la Tur­chia con­tem­po­ra­nea, la cui fon­da­zione è anche legata a quel mas­sa­cro indi­scri­mi­nato, man­tiene, per sta­tuto poli­tico e insieme di dispo­si­zioni legi­sla­tive, il divieto di rico­no­scere la con­cre­tezza di tali fatti, pra­ti­cando un vero e pro­prio nega­zio­ni­smo di Stato. Per acce­zione comune con il «grande male», Metz Yeghérn, così come è stato defi­nito dalle stesse vit­time, si inten­dono due vicende cro­no­lo­gi­ca­mente distinte ma col­le­gate tra di loro da un’intrinseca con­ti­nuità e consequenzialità.

lunedì 9 febbraio 2015

IN UCRAINA LA GUERRA GLOBALE E' ALLE PORTE. SI MOBILITI FINALMENTE TUTTA LA SINISTRA ITALIANA! di Mauro Gemma





IN UCRAINA LA GUERRA GLOBALE E' ALLE PORTE.
SI MOBILITI FINALMENTE TUTTA LA SINISTRA ITALIANA!
di Mauro Gemma




Quando uno dei “potenti della terra”, il presidente francese Hollande, arriva a fare affermazioni che non escludono la possibilità dello scatenamento, nello scenario ucraino, di una guerra dalle proporzioni inimmaginabili tra l'Occidente imperialista e la Russia, non occorre essere particolarmente ferrati in politica internazionale per capire che ormai si corre il rischio di essere arrivati a un punto di non ritorno.

L'ipotesi di una spaventosa guerra globale non viene avanzata più solamente dalle voci isolate di qualche esperto preveggente, come quelle di coloro che già tempo fa la ipotizzavano nelle prime fasi del conflitto del Donbass, attribuendo all'imperialismo statunitense persino la volontà di utilizzare le armi più devastanti per affermare definitivamente il proprio progetto egemonico nell'intero spazio post-sovietico.

Ora, di fronte a quanto sta accadendo, con l'intenzione ormai dichiarata dell'amministrazione USA di scendere in campo prepotentemente a fianco dell'esercito dei golpisti di Kiev, rendendo esplicito il sostegno di armi e istruttori che già, sottobanco, era stato garantito fin dall'inizio alle operazioni “antiterroriste” nell'Ucraina sud orientale avviate dai dirigenti nazional-fascisti della giunta ucraina e sfociate in un autentico genocidio delle popolazioni dell'Ucraina sud orientale, si precisa un quadro che dovrebbe terrorizzare l'opinione pubblica dell'intero nostro continente.

domenica 8 febbraio 2015

LA SUCCESSIONE AL REGNO SAUDITA E LA NUOVA GUERRA MONDIALE di Alfonso Desiderio







LA SUCCESSIONE AL REGNO SAUDITA E LA NUOVA GUERRA MONDIALE
di Alfonso Desiderio









La morte del re saudita Abdullah e la salita al trono del fratellastro Salman apre una fase cruciale nella famiglia regnante proprio nel momento in cui l'Arabia saudita ha un ruolo determinante nella guerra mondiale in corso. Sì, non è stata dichiarata ufficialmente ma la guerra è in pieno svolgimento. La 'bomba atomica' l'ha sganciata proprio l'Arabia saudita non riducendo la produzione di greggio e facendo crollare il prezzo del petrolio da 100 a 50 dollari circa. Obiettivo dell'attacco la Russia di Putin e l'Iran, come vedremo meglio nella seconda puntata di questo post.

martedì 23 dicembre 2014

PAKISTAN, UN ATTACCO CONTRO BAMBINI MUSULMANI DA PARTE DI FANATICI MUSULMANI di Tariq Farooq





PAKISTAN, UN ATTACCO CONTRO BAMBINI MUSULMANI DA PARTE DI FANATICI MUSULMANI
di Tariq Farooq, 
segretario generale Awami Workers Party



È stato l’attacco più sanguinoso contro una scuola da parte di fanatici religiosi. 146 sono stati uccisi a Peshawar, in una Scuola Pubblica Militare, inclusi 136 bambini, di età compresa tra i 10 e i 17 anni. Hanno chiesto ai bambini di recitare i Kalma [versetti religiosi] e poi hanno sparato su di loro. È stato un attacco contro bambini musulmani da parte di fanatici musulmani.

Teherek Taliban Pakistan ha rivendicato la responsabilità e diffuso una foto di gruppo dei sette militanti che hanno preso parte all’«operazione», che tengono in mano fucili e bombe. Era in risposta alla messa on line delle facce da morti dei sette, uccisi dall’esercito nel contrattacco, non prima che abbiano causato il massimo del danno.

I fanatici hanno sostenuto che non uccidono bambini. Sostengono che il loro “Islam” non permette che siano uccisi i figli del “nemico”di età inferiore ai 12 anni. Circa l’11 per cento del totale dei bambini iscritti alla scuola sono stati uccisi nei 15 minuti della loro occupazione della scuola.

domenica 19 ottobre 2014

LA PALESTINA SI', IL DONBASS PROPRIO NON CI PIACE... di Fabrizio Marchi





LA PALESTINA SI', IL DONBASS PROPRIO NON CI PIACE...
di Fabrizio Marchi




La cosiddetta crisi russo-ucraina o, per meglio dire, il processo di destabilizzazione di quell’area in corso ormai da tempo in seguito al colpo di stato avvenuto in Ucraina che ha portato al potere l’oligarchia locale filo USA e filo UE che non hanno esitato, per lo scopo, a servirsi delle bande paramilitari nazifasciste di Svoboda e Pravj Sector, ha fatto emergere delle contraddizioni macroscopiche in una buona parte della sinistra cosiddetta “radicale” e anche di quella cosiddetta “antagonista”.

Infatti, una parte consistente e forse addirittura maggioritaria di queste aree politiche (ormai più culturali che politiche…) sostiene che non bisogna prendere posizione, che non bisogna schierarsi perché saremmo di fronte ad uno scontro inter-imperialistico fra gli USA da una parte e la Russia dall’altra.

C’è del vero anche in questo, sia chiaro. Del resto la Russia di Putin non è certo un modello di socialismo e di democrazia, come ho già avuto modo di spiegare in questo mio articolo pubblicato alcuni mesi orsono su questo stesso giornale: http://www.linterferenza.info/esteri/un-primissimo-sguardo-sulla-crisi-russo-ucraina/

E’ evidente che la Russia sta cercando di difendere la sua posizione di potenza egemone in quella che è storicamente la sua area di influenza, o meglio, ciò che di quella rimane dal momento che le tre repubbliche baltiche sono già state sottratte al suo controllo da un pezzo, ridimensionandola fortemente.

lunedì 15 settembre 2014

PARACADUTISTI ITALIANI NELL'INFERNO CENTROAFRICANO di Antonio Mazzeo





PARACADUTISTI ITALIANI NELL'INFERNO CENTROAFRICANO
di Antonio Mazzeo



Nuovo intervento delle forze armate italiane in terra africana. Nei giorni scorsi si è concluso a Bangui, capitale della martoriata Repubblica Centrafricana, lo schieramento di una cinquantina di militari dell’Esercito che saranno integrati nella forza multinazionale dell’Unione Europea, attivata in loco lo scorso giugno (EUFOR RCA). Il personale italiano  proviene dall’8° Reggimento genio guastatori  della Brigata paracadutisti “Folgore”  di Legnago (Verona) ed è stato schierato presso la base “Ucatex” di Bangui, mentre due ufficiali saranno impiegati presso il Comando generale operativo di Larissa (Grecia). La missione italiana nella Repubblica Centrafricana non si concluderà prima del 15 dicembre 2014 ed è stata finanziata con 2.987.065 euro grazie al decreto legge n. 109 dell’1 agosto scorso che ha prorogato sino alla fine dell’anno le sempre più numerose missioni internazionali delle forze armate e di polizia.

Secondo quanto comunicato dal Ministero della difesa, i parà avranno il compito di “garantire il supporto della mobilità delle forze europee, la ricognizione e il mantenimento degli assi di comunicazione, la bonifica di residuati bellici e la realizzazione di lavori infrastrutturali di base in favore di EUFOR, della popolazione e del governo locale”. Ai militari sarà affidato inoltre il monitoraggio delle attività di ricostruzione di un ponte, progetto finanziato dall’Ue e affidato a imprese locali. Il contingente italiano disporrà di un importante parco macchine operatrici del genio e di un congruo numero di veicoli blindati multiruolo “Lince” (Iveco), dotati di torretta remotizzata “Hitrole”.

La Repubblica Centrafricana, uno dei paesi più poveri del continente africano, è vittima da due anni di una sanguinosa guerra civile che ha già causato migliaia di vittime e più di un milione e trecentomila sfollati. Nel marzo 2013, una coalizione di forze a prevalenza islamica, denominata “Séléka”, che accusava il governo di non aver rispettato gli accordi di pace firmati nel 2007 e nel 2011, occupava Bangui e costringeva alla fuga il presidente (ex golpista) Francois Bozizé. Da allora il conflitto tra le diverse fazioni si è esteso a tutto il paese, mentre il nuovo governo di transizione guidato da Catherine Samba-Panza evidenzia fragilità e divisioni interne.

La componente militare dell’Unione Europea nella Repubblica Centrafricana è costituita attualmente da 750 unità di diverse nazioni e comprende anche una forza di polizia. Le attività di EUFOR RCA vengono svolte nel quadro della risoluzione Onu n. 2134  del 28 gennaio 2014 e della decisione del Consiglio Europeo  del 10 febbraio, che hanno autorizzato un’operazione militare transitoria di “stabilizzazione interna” in vista del pieno dispiegamento della missione MISCA (Mission internationale de soutien à la Centrafrique), varata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel dicembre 2013 e posta sotto l’autorità dell’Unione Africana. Entro la fine di quest’anno MISCA conterà su un contingente di circa 4.000 militari e 150 membri civili, provenienti principalmente da Burundi, Camerun, Ciad, Gabon e Repubblica del Congo. Secondo gli accordi assunti internazionalmente, il governo di transizione dovrebbe fissare lo svolgimento di nuove elezioni politiche entro il febbraio 2015, mentre la missione Onu-Ua dovrebbe assicurare lo stazionamento nella Repubblica Centrafricana di 12.000 effettivi entro la fine del prossimo anno.

Questo, almeno, sulla carta. In realtà è possibile che Bruxelles decida di estendere EUFOR RCA a buona parte del 2015, rafforzando il numero dei reparti impiegati. Come ammesso dall’ex Alta rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza dell’Unione europea Catherine Ashton, “EUFOR RCA è stata voluta per sostenere lo sforzo politico-militare del governo francese, che ha inviato prontamente a Bangui più di 1.600 militari nell’ambito dell’Operazione Sangaris”. Un intervento, quello francese, che ha il merito di non occultare le sue reali finalità neocoloniali mentre invece l’Ue ha scelto l’ipocrita formula della “missione umanitaria”. La task force francese ha infatti come obiettivo chiave la protezione dei giacimenti di uranio di Bakouma (prefettura di Mbomou), di proprietà della transnazionale parigina Areva e della China Guandong Nuclear Power Company. Si tratta della principale miniera mondiale per l’estrazione del prezioso minerale, utilizzato in Francia per la produzione di energia e testate nucleari.

L’Unione Europea sta pure rafforzando gli aiuti economici-finanziari a favore delle autorità di governo di Bangui. Ad agosto, a conclusione del meeting dei ministri Ue della Cooperazione allo sviluppo di Firenze, è stato approvato un fondo pro-Repubblica Centrafricana di 64 milioni di euro che si aggiungono agli 84 milioni stanziati in precedenza dalla Commissione europea. Altri “aiuti” giungeranno da Stati Uniti (43 milioni di dollari), Banca Mondiale (100 milioni di dollari) e African Development Bank (75 milioni di dollari). Nel corso del 2014, l’Italia ha destinato complessivamente 2 milioni di euro per far fronte all’emergenza umanitaria nel paese centrafricano e finanziare due progetti, il primo nel settore della “protezione dell’infanzia e dell’istruzione” affidato all’UNICEF, e il secondo nel campo della “sanità e della sicurezza alimentare”, che sarà realizzato dalle ONG italiane già attive nella Repubblica Centroafricana. A febbraio, inoltre, il Dipartimento per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri ha inviato a Bangui un aereo cargo contenente kit sanitari per un valore complessivo di centomila euro, da destinare agli sfollati dai combattimenti.

Buona parte delle attrezzature e degli “aiuti” a favore delle missioni Onu e Ue nella Repubblica Centrafricana, sono stati inviati dallo scalo aeroportuale di Brindisi, dove è ospitato dal 1994 il Centro Servizi Globale delle Nazioni Unite (UNGSC) che supporta le operazioni di “peacekeeping” e, dal 2000, la Base di pronto intervento umanitario (UNHRD), che opera a favore del World Food Program. Nello specifico, l’Aeronautica militare italiana, grazie al proprio distaccamento di Brindisi, ha fornito appoggio tecnico ai velivoli cargo “Boeing 747” della compagnia saudita Saudia Airlines e agli “Antonov 12” della compagnia Ukraine Air Alliance, che hanno fatto la spola tra l’aeroporto pugliese e quello di Bangui. Dopo i farmaci e il cibo, per l’Italia e l’Ue arriva l’ora d’intervenire nell’inferno centrafricano con i blindati e i parà.



dal sito Movimento Operaio


venerdì 12 settembre 2014

LE CONSEGUENZE DELL'INDIPENDENZA SCOZZESE di Bernard Guetta




LE CONSEGUENZE DELL'INDIPENDENZA SCOZZESE
di Bernard Guetta



Non è ancora detto che il sì trionferà. Nelle ultime due settimane il fronte del no ha perso terreno in modo clamoroso, ma non per questo tra otto giorni la Scozia si pronuncerà inevitabilmente a favore dell’indipendenza. Resta però il fatto che lo slancio della campagna per il sì è talmente forte che tutte le capitali stanno valutando le conseguenze di una sua vittoria.

Il Regno Unito è uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e lo resterebbe anche senza la Scozia. Nessuno potrebbe strappare a Londra il suo seggio, ma è difficile che possa conservarlo a lungo se non sarà più ciò che è oggi e non essendo più ciò che era dopo la fine della guerra, ovvero una delle potenze vincitrici il cui vasto impero non era ancora svanito.

Prima o poi Londra si ritroverebbe priva del suo posto all’interno del Consiglio, e di conseguenza bisognerebbe affrontare il problema della riorganizzazione dell’Onu, una questione talmente destabilizzante che finora nessuno ha osato sollevarla.

Se sulla scena internazionale le conseguenze dell’ipotetica indipendenza della Scozia sarebbero enormi, lo stesso si può dire per i futuri rapporti tra Edimburgo e Londra. Dopo la secessione bisognerebbe infatti dividere (su quali basi?) i debiti e i beni, oltre a decidere se mantenere o no la sterlina come valuta nazionale. Ci vorrebbe del tempo e un esercito di giuristi, economisti e avvocati. In ogni caso, è sulla scena politica britannica ed europea che il “sì” avrebbe gli effetti più colossali.

Senza la Scozia e il suo elettorato di sinistra, il Regno Unito resterebbe a lungo ancorato alla destra. Senza la Scozia e il suo attaccamento all’Europa, un referendum britannico sull’uscita dall’Unione sarebbe quasi certamente vinto dagli euroscettici. Tanto meglio, diranno quelli che sono stanchi di vedere Londra bloccare ogni proposta di avanzamento dell’Unione europea. Ma l’uscita del Regno Unito potrebbe provocarne altre, in un momento in cui l’Europa unita non è certo al massimo della popolarità.

Per l’Unione europea, l’indipendenza della Scozia sarebbe un sisma di rara violenza, a breve, medio e lungo termine.

Senza solide basi giuridiche a cui appoggiarsi, Bruxelles dovrebbe decidere se chiedere alla Scozia di avviare una procedura di adesione o se considerarla già parte dell’Europa unita in quanto nazione costituente del Regno Unito.

Il problema è che in Belgio, Spagna, Italia e altrove il caso della Scozia potrebbe incoraggiare altre secessioni. Inoltre l’Unione europea dovrebbe adattarsi ai cambiamenti dei rapporti di forza al suo interno, perché lo schieramento liberale sarebbe inevitabilmente indebolito.

I federalisti europei sarebbero rafforzati, ma lo stesso varrebbe per il neutralismo di molti europei, perché, insieme alla Francia, il Regno Unito è l’unico paese dell’Unione europea ad avere una visione globale del mondo e un vero esercito.


10 settembre 2014

Traduzione di Andrea Sparacino

La vignetta è del Maestro Enzo Apicella

dal sito Internazionale




sabato 21 giugno 2014

IL NEOCOLONIALISMO FRANCESE IN COSTA D'AVORIO di Enzo Brandi





IL NEOCOLONIALISMO FRANCESE IN COSTA D'AVORIO
di Enzo Brandi



La defenestrazione e l’arresto del Presidente della Costa d’Avorio Laurent Gbagbo nel settembre del 2011 ad opera dell’esercito francese si configura – secondo il giudizio di tutte le fonti indipendenti riportate più sotto in appendice – come un vero colpo di stato – ammantato di false motivazioni “umanitarie” – attuato per difendere gli interessi neo-coloniali della Francia.

Questa vicenda si iscrive in un quadro di innumerevoli interventi simili (anch’essi riportati sinteticamente in appendice) con cui la Francia, massima potenza coloniale dell’Africa settentrionale ed occidentale, dopo essere stata costretta a concedere l’indipendenza ad una serie di sue ex-colonie, ha cercato di mantenerne l’effettivo controllo economico e politico. Anche l’attacco ad un paese indipendente come la Libia attuata dal Presidente Sarkozy, che pure non era stata una colonia francese, si iscrive in questo quadro.

Sarà utile quindi ricordare per sommi capi la storia della Costa d’Avorio (il vero gioiello dell’ex-impero coloniale francese in quanto paese più ricco dell’Africa occidentale) a partire dal conseguimento dell’indipendenza ottenuta nel 1960.

Dopo questa data, per oltre 30 anni, dal 1960 al 1993, il paese è stato controllato dal Presidente-padrone Felix Houphouet-Boigny, stretto alleato e garante degli interessi dell’ex potenza coloniale, la Francia, che tuttora continua a controllare tutta l’economia della Costa d’Avorio, ed in particolare la produzione e l’esportazione del cacao, di cui il paese è il massimo produttore mondiale. Le compagnie monopolistiche francesi ne ricavano circa 2,5 miliardi di Euro l’anno.

domenica 19 gennaio 2014

BANGLADESH: UN PAESE AL LIMITE DEL PUNTO DI ROTTURA? di Pierre Rousset





BANGLADESH: UN PAESE AL LIMITE DEL PUNTO DI ROTTURA?
di  Pierre Rousset



Uno dei tre giganti demografici dell’Asia del Sud – con l’India e il Pakistan – il Bangladesh attraversa una crisi profonda della quale non si vede lo sbocco.



Nel Bangladesh si sono appena tenute le elezioni legislative, che non porranno fine a una crisi con molti aspetti, che risulta ogni anno più acuta.

Crisi politica.  Al potere dal 2008, la Lega Awami ha ottenuto l'80% dei seggi allo scrutinio legislativo del 5 gennaio; la prima ministra uscente, Sheikh Hasina, rimane al suo posto. L'opposizione condotta dal Partito nazionalista del Bangladesh alleato degli islamisti, ha boicottato le elezioni e non ne accetta il risultato (anche nel BNP la figura di punta è una donna, l’ex prima ministra Khaleda Zia). L'Unione europea, gli Stati Uniti e il Commonwealth hanno preso le distanze dal regime rifiutando di mandare missioni di osservazione della campagna elettorale, durante la quale sono state uccise circa 150 persone. Le violenze politiche hanno segnato l'intero anno 2013, con probabilmente 500 morti, il bilancio annuo più alto dall'indipendenza.

Tradizionalmente in Bangladesh, per organizzare nuove elezioni si forma un governo “apolitico” di transizione. Questa volta la Lega Awami si è opposta, offrendo l'occasione al BNP, di cui parecchi dirigenti sono in galera o in fuga, di chiamare al boicottaggio.

Crisi istituzionale. In Bangladesh, l'Islam è la religione di stato, ma nondimeno il regime è largamente laico e la sinistra «secolare» è potente. Però l’ascesa dei fondamentalismi religiosi nella regione (induista in India, buddista in Sri Lanka, musulmano in Pakistan...) si fa sentire anche nel paese, rimettendo in discussione i riferimenti laici (secolari) delle istituzioni e riaprendo le ferite della guerra di liberazione.

Dal 1947 al 1971, il Bangladesh attuale costituiva il Pakistan orientale, dominato dal Pakistan occidentale. Ha ottenuto l'indipendenza dopo una lotta armata, con l'appoggio dell'India. Ma i principali movimenti islamisti di oggi hanno fornito soldati suppletivi all'esercito pakistano durante quel conflitto sanguinoso nel quale hanno commesso numerosi crimini di guerra. Il loro attivismo attuale e il loro radicalismo fondamentalista (particolarmente contro le donne) hanno provocato una reazione di massa, che esige che i loro dirigenti siano finalmente processati per i crimini del 1971. Nel dicembre scorso uno di loro, Abdul Kader Mollah, vicino al BNP, è stato condannato a morte.

Crisi sociale. Il crollo dell'edificio industriale Rana Plaza nell'aprile del 2013, nella periferia di Dacca (1200 morti) ha rivelato all'opinione pubblica mondiale la precarietà estrema e il livello di sfruttamento imposti alle operaie del tessile. La mondializzazione capitalista, gli agganci fra padroni locali e i committenti internazionali, la concorrenza imposta ai paesi produttori di abbigliamento hanno provocato una crisi sociale esplosiva che si manifesta in Bangladesh, Cambogia, India, Pakistan... Una crisi sociale che colpisce in pieno anche i contadini.

Crisi climatica. Il Bangladesh è forse il «grande» paese più colpito dalle conseguenza del riscaldamento atmosferico. È già stato colpito da cicloni micidiali e da piogge monsoniche torrenziali: Si stima che la metà del territorio (di cui il 10% si trova al di sotto del livello del mare) verrebbe allagato se il livello dell'oceano aumentasse di un metro. Una gran parte della popolazione è minacciata, poiché il delta del Gange e del Brahmaputra è anche la regione più fertile dove è particolarmente alta la densità umana.

Di fronte al caos climatico, la popolazione si trova indifesa. Il paese sta per conoscere un numero crescente di «rifugiate-i interni» che renderanno ancora più fragile un tessuto sociale minato dalle politiche liberiste e dalle violenze religiose settarie.

Gli spostamenti migratori si orientano anche verso l'India, paese frontaliero del Bangladesh, dove si rafforzano i movimenti xenofobi. La crisi del Bangladesh può contribuire a destabilizzare parecchie regioni dell'Asia del Sud.


13 gennaio 2014

Trad. A. Marie Mouni


Articolo scritto per il settimanale dell’NPA, L’Anticapitaliste (Francia).



dal sito Movimento Operaio




giovedì 24 gennaio 2013

DIETRO LA GUERRA DEL MALI di Paul Martial



DIETRO LA GUERRA DEL MALI
di Paul Martial 

La Francia rispolvera la "Françafrique" e protegge i suoi interessi. Un conflitto che si annuncia lungo e denso di conseguenze in tutto il continente. E che, al momento, costa 400 mila euro al giorno



In generale, quando il governo francese si occupa dei maliani è per espellerli; come mai tutto ad un tratto si è trasformato nel difensore della popolazione del Mali? Per rispondere a questa domanda, è inevitabile sottolineare le responsabilità stesse della Francia nella crisi in Mali.
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