Diari di Cineclub

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domenica 7 febbraio 2016

SCHENGEN, I PROFUGHI E IL FAMILIY DAY di Guido Viale






SCHENGEN, I PROFUGHI E IL FAMILY DAY
di Guido Viale




“L’apostasia delle proprie radici giudaico-cristiane è la causa di tanti mali della società di oggi”: queste parole di Massimo Gandolfini, leader del family day, rivelano la vera ratio di quell'adunata: riproporre la famiglia come fonte e supporto del potere patriarcale e di tutti gli autoritarismi della nostra società con una chiamata alle armi in difesa della perduta purezza dell’Occidente. Il cattolicesimo degli organizzatori, tornato in piazza con il preciso intento di offuscare i contenuti dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, è quello stesso cristianesimo oggi brandito come una clava contro i migranti musulmani dai governi ungherese, polacco e ceco, dagli hooligans svedesi che danno la caccia ai ragazzini di colore e dai tanti partiti nazionalisti e razzisti che stanno prendendo il sopravvento in tutti i paesi d’Europa.
Quel sopravvento si alimenta di un cedimento dei governi dei principali paesi europei alle loro pressioni; un cedimento che ormai mette in forse la sopravvivenza stessa dell’Unione. Solo qualcuno, e solo ora, comincia a prenderne atto. Gli altri no:“Ecco come salvare le banche”, titolano i giornali; ma di come salvare i profughi che annegano o muoiono di fame, di sete e di freddo non parla nessuno: nemmeno quelli che pure raccontano le atroci condizioni a cui l’Europa sta condannando milioni di vittime di guerre, rapine e devastazioni ambientali prodotte in gran parte dalle sue politiche o dalla sua indifferenza. Eppure bisogna cominciare a chiedersi come far fronte a questa offensiva, perché le linee di resistenza sono ormai in rotta.

mercoledì 27 gennaio 2016

IGNORANZA E IPOCRISIA: LA "FAMIGLIA NATURALE" di Antonio Moscato




IGNORANZA E IPOCRISIA: 
LA "FAMIGLIA NATURALE"
di Antonio Moscato




Il dibattito innescato dai tentativi di mutilare ancora la modesta legge Cirinnà che risponde (in ritardo) alle richieste di adeguare la legislazione italiana a quella europea, dà l’idea dei passi indietro fatti dall’Italia anche sul piano della civiltà. Ad esempio un vero e proprio linciaggio mediatico ha colpito la presidente della Camera, colpevole di aver dichiarato il suo fastidio nei confronti di chi vuole calpestare aspirazioni e diritti di una minoranza rifiutando perfino di prendere atto della sua esistenza e delle sue esigenze: ad esempio dell’esistenza di bambini che comunque vivono in una famiglia con due madri o due padri, senza che questa situazione sia formalizzata ai fini scolastici, assistenziali, ereditari. Secondo i tanti che attaccano la Boldrini la sua carica le dovrebbe impedire di avere un’opinione in proposito. Il tutto mentre nessuno si indigna per la trasformazione del palazzo della Regione Lombardia (che dovrebbe essere di tutti i cittadini lombardi) in tabellone luminoso per propagandare il raduno sanfedista del 30 gennaio.

Nessuno o quasi trova da ridire sul fatto che per facilitare un’adunata faziosa di bigotti si concedano sconti ferroviari su Italo, Trenitalia e perfino sui trasporti urbani di Roma. Con rarissime eccezioni cardinali, vescovi, preti e monache di clausura (oltre al papa, la cui ingerenza nelle vicende parlamentari italiane viene perfino elogiata per la sua moderazione) sono mobilitati per decidere la sorte di quella vasta maggioranza degli italiani che non segue minimamente gli insegnamenti della Chiesa cattolica, alla cui vita non partecipa. Nessuno ricorda loro che ormai in gran parte d’Italia anche le coppie eterosessuali di fatto sono più di quelle “consacrate” da un matrimonio civile, e a maggior ragione da quello religioso.

Il peggio è rappresentato da quel discreto numero di politici e politiche che non seguono minimamente nessun precetto della chiesa, che hanno difeso e giustificato tutti i traffici puttaneschi di Berlusconi su cui si è dovuta pronunciare solennemente l’assemblea parlamentare che ha giurato sull’integrità e maggior età della “nipote di Mubarak”, e che ora non hanno ritegno a pontificare sulla difesa della “famiglia naturale”.

mercoledì 11 novembre 2015

LA CAPITALE IMMORALE di Alberto Asor Rosa




LA CAPITALE IMMORALE
di Alberto Asor Rosa



Adesso basta. Roma ha più del dop­pio degli abi­tanti di Milano (2.869.169 con­tro 1.342.385). Quanto ad esten­sione, il con­fronto non è nean­che pen­sa­bile (1.287,36 kmq con­tro 181,67; se si parla delle due città metro­po­li­tane, il diva­rio si allarga a dismi­sura: 5.363,28 kmq, con­tro 1.575). Se caliamo la mappa di Milano su quella di Roma, Milano parte dal Quar­tic­ciolo e arriva a Porta San Gio­vanni: non entra nean­che nella por­zione sto­rica e monu­men­tale della Capi­tale. Non si capi­sce quale senso abbia la vana chiac­chiera di tra­sfe­rire il modello dell’una (se c’è) sull’altra.

Natu­ral­mente, si può gover­nare bene una città di medie dimen­sioni (come Milano) e male una metro­poli (come Roma), come anche vice­versa. Le dimen­sioni e i rap­porti, però, sono incom­men­su­ra­bili. Roma è al quarto posto fra le grandi città euro­pee, dopo Lon­dra, Ber­lino e Madrid, non a caso tutte capi­tali dei rispet­tivi Stati. Milano si col­loca nel campo delle città di medie dimen­sioni (al tre­di­ce­simo posto al livello euro­peo, credo). Se si deve ipo­tiz­zare un rap­porto a livello mon­diale, l’unica città ita­liana degna d’esser presa in con­si­de­ra­zione è Roma (per que­sti, e soprat­tutto per altri motivi, sui quali tor­nerò più avanti).
Milano “capi­tale morale”? Qual­che anno fa apparve un bel libro, Il mito della capi­tale morale, forse recen­te­mente ristam­pato, di Gio­vanna Rosa (non ci sono paren­tele, nean­che a metà, fra me e l’autrice): libro che nes­suno cita, e nes­suno mostra di aver letto. Il “mito”, appunto: non “la capi­tale morale”. Un lungo per­corso dal Risor­gi­mento a oggi, fatto di fatti, illu­sioni e disil­lu­sioni, cadute e riprese, riprese e cadute. Del resto, se pren­des­simo alla let­tera per Milano la defi­ni­zione di “capi­tale morale”, dovremmo chie­derci sul piano sto­rico come sia stato pos­si­bile che da sif­fatta realtà politico-urbanistico-civile siano pre­ci­pi­tate sull’Italia le due scia­gure politico-istituzionali ed etico-politiche più ter­ri­fi­canti dell’ultimo secolo e mezzo, Benito Mus­so­lini e Sil­vio Ber­lu­sconi. Che Torino, culla della nostra unità nazio­nale, per que­sto e per altri motivi, sia più degna di tale definizione?

mercoledì 4 novembre 2015

SEGRETI DEL VATICANO E VERGOGNA DELLO STATO di Antonio Moscato






SEGRETI DEL VATICANO E VERGOGNA DELLO STATO
di Antonio Moscato




C’è un’incredibile assuefazione dell’opinione pubblica alla sempre più esplicita subordinazione delle istituzioni statali alle esigenze della Chiesa cattolica. La maggioranza degli italiani è solo formalmente cattolica, ma non è praticante se non esteriormente e in un paio di scadenze annuali legate alla tradizione più che a intime convinzioni; soprattutto si è verificato più volte che non ubbidisce affatto alle prescrizioni del clero: si pensi al numero altissimo di coppie formatesi dopo un divorzio alla faccia delle intimazioni sull’indissolubilità dei matrimoni, o all’aumento progressivo dei matrimoni solo civili, e soprattutto alla disobbedienza massiccia – già quarant’anni fa – nei confronti delle indicazioni di voto clericali nei referendum che avrebbero dovuto cancellare il diritto appena conquistato al divorzio e all’aborto. Eppure in ogni cerimonia pubblica, civile o militare, il posto d’onore è assegnato al vescovo locale, e a Roma non a caso il prefetto arrivato come commissario al municipio ha fatto la sua prima visita al papa.

Nell’opposizione tenace alla semplice trascrizione di matrimoni omosessuali celebrati in altri paesi d’Europa si ripete ossessivamente un leitmotiv clericale, che parla di famiglia basata su un presunto diritto naturale, cancellando almeno un paio di secoli di scoperte etnologiche sulle diverse forme che tale istituzione assume in società diverse. È vero che il pilastro fondamentale di questa opposizione è un partito pressoché inesistente nel paese come il Nuovo Centro Destra, ma è vero anche che questo partito occupa posizioni chiave come il ministero degli Interni solo grazie al deciso e incondizionato appoggio del premier, che invece non tollera la minima voce di dissenso nel “suo” partito. Né possiamo dimenticare che la fine di un sindaco sicuramente non peggiore di tanti altri come Marino è stata di fatto decretata dalla pesante esplicitazione dell’ostilità del papa nei suoi confronti.

giovedì 10 settembre 2015

ABORTO: IL SILENZIO ATTORNO ALLE PAROLE DEL PAPA di Chiara Carratù






ABORTO: IL SILENZIO ATTORNO ALLE PAROLE DEL PAPA
di Chiara Carratù




In preparazione del Giubileo della Misericordia, papa Francesco ha annunciato che le donne che hanno fatto ricorso all’aborto e quanti lo hanno procurato potranno pentirsi e ottenere il perdono per il peccato compiuto. Subito i media hanno dato ampia eco alle parole papali perché, in via eccezionale, il potere di rimettere i peccati viene esteso a tutti i sacerdoti e perché sarà possibile attraversare anche altre porte sante. Il papa ha deciso che in tutte le cattedrali, nei santuari e nelle chiese stabilite dal vescovo diocesano ci sia una porta santa.

Con questo messaggio ancora una volta si torna a parlare di aborto, un tema caro alla Chiesa che papa Bergoglio usa con abilità, ponendo sempre molta attenzione all’immagine mediatica che dà di sé.

Infatti, se da un lato il papa continua a presentare quell’immagine che in troppi, a sproposito, definiscono rivoluzionaria, dall’altro l’intento è quello di affermare con forza i principi cardine che sono alla base della dottrina cattolica. Non a caso, padre Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, specifica che la decisione di Francesco di estendere nell’Anno giubilare a tutti i preti la facoltà di perdonare l’aborto “vuole essere un segno di estensione della manifestazione di misericordia in termini più accessibili e disponibili da parte della Chiesa: non è un’attenuazione del senso di gravità del peccato. I sacerdoti che preparano la confessione devono far capire la gravità di questo crimine e aiutare a comprendere in un percorso di conversione. La decisione del Papa non vuole esse in alcun modo un minimizzare la gravità della cosa”.

mercoledì 24 giugno 2015

LA FORZA DEL PAPA, LA DEBOLEZZA DELLA SINISTRA di Antonio Moscato




LA FORZA DEL PAPA, LA DEBOLEZZA DELLA SINISTRA
di Antonio Moscato



La prima lettura dell’enciclica Laudato si’ mi aveva spinto a sottovalutarne l’effetto, nel primo breve commento inserito ai margini dell’orrendo scaricabarile di Ventimiglia. Mi immaginavo naturalmente che una sinistra allo sbando si lasciasse incantare da una denuncia senza proposte concrete costruita usando in parte la terminologia del movimento ambientalista, e condendola con citazioni dell’unico santo che piace anche a gran parte dei non credenti, il Francesco dell’amore e del rispetto per la natura, ma anche del dialogo disarmato con l’Islam in tempo di crociate.

Così mi ero accontentato di domandare al papa coerenza di atti, ad esempio con l’invio di qualche autorevole prelato come “forza di interposizione” tra i due schieramenti di polizia che si dividevano il compito e la responsabilità di spedire i migranti al di là del confini. Ma ovviamente non basta. Credo si debba analizzare meglio la “tecnica” usata nell’enciclica per far apparire il papa come un faro per l’umanità, che “si pone non come capo di una Chiesa, e nemmeno come profeta dei credenti, ma come padre dell’intera umanità” (sono parole di Raniero La Valle, apparse sul “manifesto” del 19 giugno).

La tecnica è antichissima, ed è propria di ogni chiesa, non solo di quella cattolica, e della sua avanguardia combattente, l’ordine dei gesuiti in cui Bergoglio si è formato. Per capirla, prendiamo uno dei paragrafi che hanno suscitato più interesse, il 129, e analizziamolo punto per punto, per vedere non solo se c’è una proposta reale, ma anche una denuncia utile e ben mirata. Lo riporto qui integralmente, inframezzando i miei commenti con un corpo diverso.

lunedì 22 giugno 2015

PAPA FRANCESCO:"DA PARTE DELLA CHIESA CATTOLICA VI CHIEDO PERDONO"




PAPA FRANCESCO: 
"DA PARTE DELLA CHIESA CATTOLICA VI CHIEDO PERDONO"
di Federica Tourn


Storico incontro nel tempio di Torino: per la prima volta un papa entra in una chiesa valdese. Un passo fondamentale nel cammino ecumenico


«È per iniziativa di Dio, il quale non si rassegna mai di fronte al peccato dell’uomo, che si aprono nuove strade per vivere la nostra fraternità, e a questo non possiamo sottrarci. Da parte della Chiesa cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci». Non ha parole smussate papa Francesco quando, nel silenzio del tempio valdese di Torino gremito di persone, chiede perdono per le violenze e le persecuzioni del passato. Nessuno sconto per la chiesa cattolica, che si è resa colpevole di atti non soltanto non cristiani ma addirittura “non umani”. Un riconoscimento formale che suona ancora più solenne per il luogo in cui è pronunciato e che il moderatore della Tavola valdese Eugenio Bernardini ha commentato positivamente una volta finito l’incontro: «La sua richiesta di perdono ci ha profondamente toccati e l’abbiamo accolta con gioia – ha detto – Naturalmente non si può cambiare il passato ma ci sono parole che a un certo punto bisogna dire, e il papa ha avuto il coraggio e la sensibilità per dire la parola giusta».

E’ infatti la prima volta che un papa entra in una chiesa valdese: accompagnato dal moderatore, il vescovo di Roma ha varcato la soglia del tempio di Torino – il primo costruito dopo la concessione dei diritti civili ai valdesi con le Patenti di Grazia del 1848 – dopo ottocento anni iniziati con la scomunica e la conseguente repressione del movimento valdese da parte della Chiesa cattolica; otto secoli caratterizzati da divisioni e divergenze teologiche, ma anche, più di recente, da un cammino ecumenico che ha fatto grandi passi per avvicinare le due chiese cristiane.

mercoledì 17 giugno 2015

VERGOGNA! di Antonio Moscato





VERGOGNA!
di Antonio Moscato




Mentre il ministro Alfano continuava la farsa della polemica sui migranti con la Francia, ha mandato la polizia in tenuta antisommossa a catturare quelli che non si sono fidati dell’ospitalità italiana, per deportarli con la forza nella stazione. Se si volevano semplicemente convincere, invece di mandare squadracce armate di caschi e manganelli, bastava far arrivare alcuni mediatori culturali…

Alcuni, abituati a subire le prepotenze degli sbirri sudanesi o egiziani o libici, si sono arresi subito, qualcuno invece ha resistito. Chissà cosa poteva aspettarsi da una carica così violenta e immotivata… Non era facile sospettare che si trattava solo di dare soddisfazione a quel popolo di bestie ignoranti che chiede di “respingere senza ipocrisie la povertà”, o che se la prende con questi “che figliano” a tutto spiano (si vedano alcuni dei commenti al video, peraltro mieloso e cerchiobottista, apparso sul sito di Repubblica…), http://video.repubblica.it/rubriche/la-fotografia/la-fotografia-di-michele-smargiassi-guardate-le-facce-e-quelle-mani/204388/203467?ref=nrct-2

Comunque chi ha resistito alla “cattura”, non solo ha subito una violenza gratuita e inspiegabile (che è apparsa chiaramente nelle immagini del telegiornale TG3 delle 14,20), ma è stato poi arrestato per il solito reato di “resistenza a pubblico ufficiale”. Una vergogna che si aggiunge a tante altre vergogne di chi ci governa, come le trattative con il dittatore eritreo Afwerki perché "si riprenda" una parte di quelli che sono scappati dal paese...

mercoledì 17 dicembre 2014

NON CERCARE GUAI di Roberto Davide Papini





NON CERCARE GUAI
di Roberto Davide Papini


Riflessioni sul mancato incontro fra papa Francesco e il Dalai Lama




Non cercare guai, evitare problemi, scansare possibili «inconvenienti» anche a costo di tradire i propri valori: è un po' la scelta della porta larga rispetto a quella stretta (Matteo 7: 13-14), quella che spesso, purtroppo, come singoli credenti e come chiese cristiane preferiamo fare.

Dispiace notare che, stavolta, a scegliere la «porta larga» della ragion di stato, della diplomazia ipocrita e miope sia stato Papa Francesco decidendo di non incontrare il Dalai Lama, a Roma per il summit dei Premi Nobel.

«Questa volta non incontrerò Papa Francesco, l'amministrazione del Vaticano dice che non è possibile perché potrebbero crearsi degli inconvenienti», ha spiegato all'Agenzia Ansa il Dalai Lama (la guida spirituale del buddhismo tibetano) facendo un evidente riferimento al dialogo tra la Santa Sede e il governo cinese. Il Corriere della Sera aggiunge che da Oltretevere spiegano che «non si vuole entrare nelle tensioni fra il leader tibetano e Pechino», proprio per non compromettere il dialogo tra Cina e Vaticano e per non vanificare il lungo intreccio di iniziative diplomatiche che cerca di preparare il terreno in vista di una possibile storica visita del Papa.

Il Dalai Lama, bontà sua, assicura comunque di apprezzare Francesco, ma è chiaro che nell'entourage tibetano la delusione è profonda. E lo è anche per chi scrive, perché in nome della “realpolitik” si nega un incontro a uno dei grandi testimoni di pace e fratellanza («Bisogna ribadire con forza la necessità di realizzare in nome della religione e di promuovere l'armonia tra le religioni», ha ribadito il Dalai Lama appena sbarcato a Roma) preferendo non disturbare i rapporti con un regime brutale e tirannico che da anni reprime le aspirazioni del popolo tibetano e, in generale, delle minoranze che chiedono libertà.

Fatto molto grave, anche pensando che il summit dei Premi Nobel è stato spostato a Roma perché il Sudafrica (dove era stato inizialmente previsto) ha negato il visto di ingresso proprio al Dalai Lama. Il motivo? Ovviamente non irritare Pechino.

Ora, che questa scelta la faccia il governo di uno Stato è cosa triste e deplorevole, ma non stupisce perché spesso, in nome di interessi economici, si cerca di non affrontare temi “scomodi” come quello dei diritti umani. Per esempio, il nostro presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nulla disse nell'incontro con il premier cinese sulla repressione brutale delle manifestazioni per la democrazia di Hong Kong.

Il fatto che a questa consuetudine si pieghi il leader di una chiesa cristiana è piuttosto deprimente.

L'arrivo di Papa Francesco al vertice della Chiesa cattolica romana e dello Stato del Vaticano ha acceso speranze per un concreto cambiamento di comportamenti e prospettive dell'azione vaticana. Personalmente molte delle cose fatte e dette da Bergoglio le trovo incoraggianti e anche uno stimolo per noi protestanti, mentre è ingiusto e poco dialogante pretendere che rinunci ai dogmi della dottrina cattolica o a certe posizioni che non condividiamo in termini di etica.

Stavolta, però, Francesco è proprio scivolato sulla realpolitik: forse la porta larga lo condurrà a Pechino, ma certo non rappresenta un bell'esempio.


15 dicembre 2014

dal sito Riforma.it



domenica 2 novembre 2014

IL PAPA E LA SINISTRA di Antonio Moscato





IL PAPA E LA SINISTRA
di Antonio Moscato



È antica abitudine della sinistra italiana di illudersi sul mondo cattolico e su alcuni papi, magari un po’ meno reazionari dei predecessori. Fausto Bertinotti aveva dedicato un capitolo prevalentemente elogiativo di un suo libro (Tutti i colori del rosso, Sperling & Kupfer, Milano, 1995) a Paolo VI, che pure era stato il papa che aveva chiuso la stagione consiliare inaugurata da Giovanni XXIII. Alcuni compagni avevano esaltato perfino Giovanni Paolo II, entusiasmandosi per alcune denunce della guerra e sorvolando sul suo programma conservatore di restaurazione teologica, e di anticomunismo sfrenato rivolto non solo verso i paesi stalinizzati del blocco sovietico ma anche nei confronti del Nicaragua, di Cuba, della stessa teologia della Liberazione. Naturalmente non voglio negare che alcuni papi siano un po’ più accettabili di altri, e che tra loro ci siano differenze anche profonde. Ma la Chiesa cattolica e la sua efficientissima gerarchia garantiscono una continuità sostanziale, e “usano” per certi aspetti un papa simpatico e comunicativo come Giovanni XXIII per recuperare il terreno perso col gelido e cinico Pio XII. Ma la politica e il peso dell’economia vaticana rimane sostanzialmente uguale sotto i due papi così diversi.

Da anni la sinistra ha smarrito questa consapevolezza: era priva di qualsiasi punto di riferimento autonomo, e quindi le sue componenti più moderate hanno seguito passivamente persino il battage pubblicitario che ha esaltato assurdamente ogni presa di posizione del grigio Benedetto XVI, sorvolando sul fatto che era un conservatore su tutti i piani, e anche un grande ammiratore di Berlusconi e di Monti. La sua scelta umana di passare il testimone ad altri ha rialzato molto gli indici di gradimento, per lui e per il successore, su cui c’è stata una gara a rimuovere i molti sospetti sul suo ruolo durante la dittatura militare. Ruolo denunciato da Horacio Verbitsky e da altri militanti argentini impegnati nella lotta per la punizione dei crimini dei golpisti, ma anche da alcuni appartenenti allo stesso ordine dei Gesuiti, che però sono stati spinti a ritrattare dalla severa disciplina della Compagnia.

venerdì 25 ottobre 2013

BERGOGLIO E L’AMERICA LATINA di Antonio Moscato



BERGOGLIO E L’AMERICA LATINA
di Antonio Moscato 



Il primo compito del papa argentino è stato indubbiamente quello di mutare la percezione della Chiesa, affermandosi come protagonista di una svolta necessaria grazie a gesti che hanno colpito l’immaginazione popolare, a partire dal rifiuto di gran parte dei simboli del potere monarchico e dalla scelta un nome mai utilizzato dai predecessori. Il risultato ottenuto gli ha permesso di affrontare subito da posizioni più forti e con mezzi straordinari – compresa l’insolita scelta di un’affascinante e loquace trentenne italo marocchina, Francesca Immacolata Chaouquie, come membro della Commissione referente sui dicasteri economici della Santa Sede – il compito immane del risanamento della curia, e dei poco trasparenti organi finanziari. Ma non c’è dubbio che, in coerenza con la sua indelebile formazione nella Compagnia di Gesù, Jorge Mario Bergoglio si proponga anche la riconquista di settori del mondo in cui la Chiesa cattolica è arretrata, come l’Europa e l’America Latina, e un’offensiva missionaria per la penetrazione in continenti come l’Africa in cui è in gravi difficoltà di fronte all’espansione dei vari Islam, e come l’Asia in cui – se si escludono le Filippine – è assolutamente minoritaria.

C’è chi ha ricordato Matteo Ricci, anche lui gesuita, per ipotizzare che Bergoglio consideri prioritaria un’offensiva diplomatica verso la Cina, anche al prezzo di sacrificare Taipei, e chi invece ha previsto una particolare attenzione al conflitto palestinese, ma non ho dubbi che il suo primo e principale obiettivo sarà la sua Argentina, ed alcuni paesi chiave a cui questa è strettamente legata.

martedì 9 luglio 2013

IL "NUOVO CORSO" DEL VATICANO di Lucio Garofalo




IL "NUOVO CORSO" DEL VATICANO
di Lucio Garofalo



Le cronache vaticane dimostrano che non era affatto assurdo pensare che le dimissioni di Ratzinger fossero riconducibili alle lotte intestine tra le opposte cordate (in primis l’Opus Dei) che dilaniano la curia romana sulla questione dello IOR, la banca vaticana.
Apparentemente questa sembra una piccola filiale di provincia, eppure il flusso di capitali che passano attraverso tale banca è immenso, si parla di movimenti finanziari dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari. E’ tramite questo istituto che si compiono le operazioni più spericolate delle industrie belliche, i riciclaggi di fondi neri provenienti da ogni angolo del mondo, il traffico dei farmaci ecc. Il vantaggio offerto da questa minuscola banca consiste nel fatto che finora è stata totalmente inaccessibile e segreta, non avendo su di sé alcun organo di controllo internazionale, non essendo quotata in borsa ed avendo partnership solo con alcune banche svizzere ed alcuni paradisi fiscali.

lunedì 15 aprile 2013

RATZINGER E LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE di Loretta Emiri



RATZINGER E LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE
di Loretta Emiri *




Patetiche, le prime reazioni all’annuncio delle dimissioni. A prescindere dall’emittente televisiva, che gli intervistati fossero politici o comuni mortali di varia estrazione sociale, abbiamo dovuto ascoltare sostanzialmente identiche, emozionate considerazioni da lacchè. C’è stato persino chi ha definito Ratzinger un “rivoluzionario”. La rinuncia papalina e l’attenzione mediatica scatenatasi hanno avuto il potere di riportarmi indietro nel tempo e nello spazio, a quando operavo con gli indios brasiliani e la Teologia della Liberazione era espressione di una chiesa cattolica che, per il bene comune, interagiva con altre e non disdegnava la collaborazione di menti fulgide anche se non appartenenti a pecore del suo gregge.

Scommesse e pronostici hanno preso il via. C’è chi vorrebbe un papa giovane e non italiano, come se età e radici culturali garantissero, automaticamente, integrità morale e disposizione al cambiamento. Dopo il lungo pontificato del predecessore, nel 1958 i cardinali scelsero l’italiano Roncalli convinti che l’età avanzata e la sua modestia personale avrebbero generato un papato di transizione. Il vecchio Giovanni XXIII conquistò tutti, interagì con chiunque e, quando indisse il Concilio, sbalordì il mondo intero. La decisione di realizzare il “Vaticano II” resta la più saggia e rivoluzionaria mai presa da un pontefice contemporaneo; decisione che, di per sé, rivela quanto il Papa Buono credesse nel dialogo, nel confronto, nella riflessione collegiale, nell’azione comunitaria. Gli orientamenti e aggiornamenti scaturiti dal Concilio suscitarono grande vitalità in ogni parte del globo, specialmente in America Latina, dove fiorì quella che venne chiamata Chiesa di Base, o Chiesa della Liberazione, o Teologia della Liberazione.

lunedì 18 marzo 2013

E' RIFORMABILE LA CHIESA? di Antonio Moscato




E' RIFORMABILE LA CHIESA?
di Antonio Moscato



Lasciamo passare l’ondata emotiva per l’elezione di un papa argentino, e sospendiamo per un po’ la polemica sulle corresponsabilità di Jorge Mario Bergoglio con i crimini della dittatura militare. Certo non è convincente la difesa fatta da padre Lombardi, che parla di “presunto silenzio”, esattamente come si è fatto per decenni a proposito dell’atteggiamento di Pio XII durante il genocidio degli ebrei, dei rom, dei comunisti, dei serbi, a cui per giunta collaboravano zelantemente in varie parti d’Europa anche molti religiosi, da mons. Tiso in Slovacchia al francescano Miroslav Filipović-Majstorović che diresse il campo di Jasenovac in Croazia al servizio di Ante Pavelić e con la benedizione di mons. Stepinac…

domenica 17 marzo 2013

IL PAPA ARGENTINO: RETORICA E PROBLEMI REALI di Antonio Moscato




IL PAPA ARGENTINO: RETORICA E PROBLEMI REALI
di Antonio Moscato


Del papa argentino riparleremo con maggior distacco e qualche verifica concreta quando sarà passata questa fase, in cui siamo sommersi da un’orgia di pseudoinformazione e commenti esaltati. E quando si vedranno i probabili effetti negativi di questa elezione in America Latina. Ovviamente prima di tutto in Argentina, dove Bergoglio è stato tenace oppositore dei Kirchner, e dove l’esaltazione nazionalistica per un concittadino che ha avuto successo sarà usata sicuramente da chi vuol chiudere l’esperienza moderatamente “progressista” di questo decennio. Ricordiamo che in Argentina, ben prima di Maradona, perfino il giovane Ernesto Guevara scriveva ai genitori “Dio è argentino”, per annunciare scherzosamente che non era morto nello sbarco del Granma. Adesso lo ripetono in tanti e si aspettano da questa elezione chissà che conseguenze positive per il paese.

sabato 16 marzo 2013

HABEMUS PAPAM: SÌ, PERÒ… di Pier Francesco Zarcone




HABEMUS PAPAM: SÌ, PERÒ… 
di Pier Francesco Zarcone


La prudenza non è mai troppa, quando le cose non sono chiare

La saggezza dei nostri vecchi ammoniva a non considerare oro tutto quel che riluce, e questo vale anche per la scelta dell’attuale capo della Chiesa cattolica, considerata sia nelle sue eventuali finalità strategiche sia riguardo alla persona chiamata a sostituire Ratzinger. A prescindere dal fatto che le masse cattoliche avrebbero osannato chiunque fosse stato eletto al pontificato, si deve riconoscere che formalmente l’Arcivescovo di Buenos Aires si presenta bene e certo meglio di tanti suoi colleghi italiani: stile di vita più che spartano, consolidata fama di “Vescovo dei poveri”, modi semplici e accattivanti, affabilità, spiragli di apertura alla mai realizzata collegialità episcopale, suggestione indotta dal nome da lui assunto, provenienza geografica dal Sud del mondo ecc. ecc.

Quest’ultima caratteristica può sembrare la più frivola, quanto meno per il modo in cui la presentano e la condiscono i mass-media nostrani. In questo senso ha ragione Luis Spúlveda che in un commento a caldo comparso nella rete web ha ironizzato sull’entusiasmo immotivato per il fatto di essere di lingua castigliana il nuovo Papa, come se ciò bastasse a far sì che il dimenticato messaggio di giustizia del Nazareno si imponga su tutte le bocche della terra. Tuttavia, come diremo meglio appresso, la provenienza del nuovo Papa rivela una valenza maggiore e diversa da quella su cui tanti giornalisti e tuttologi si stanno “parlando addosso”.
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