Diari di Cineclub

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giovedì 5 marzo 2015

LA CONTROFFENSIVA DEL CAVALIERE di Aldo Giannuli




LA CONTROFFENSIVA DEL CAVALIERE
di Aldo Giannuli


Che il Cavaliere non abbia un lungo futuro politico è cosa su cui è facile convenire: il partito si sta disfacendo, il cielo sui tribunali è tornato carico di nubi minacciose, la Lega lo snobba, il feeling con l’elettorato è definitivamente compromesso. Questo ha spinto diversi a pensare che anche lui se ne stia facendo una ragione e che la vendita di parte del pacchetto Mediaset sia un modo per “far cassa” e magari andare all’estero, prima che i giudici lo trattengano in patria.

Magari l’idea della “gita all’estero” gli sta effettivamente passando per la testa (un accenno lo ha fatto anche lui tornando a citare Antigua), anche perché, in caso di condanna stavolta sarebbe proprio grigia, non potendosi ripetere la farsa dei lavori sociali. Certo, in galera non andrebbe per l’età, sarebbero gli arresti domiciliari, che però non sono una cosa tanto dolce: non puoi muoverti da casa ed, anche se la casa ha un parco quanto la Valtellina, non è facile da sopportare, poi non puoi telefonare o ricevere telefonate se non con permessi specifici, non puoi ricevere chi vuoi se non con permesso del giudice di sorveglianza volta per volta e, in queste condizioni, non puoi nemmeno darti al tuo sport preferito. Soprattutto se è uno sport di massa..

Insomma, la “gita” può essere nelle intenzioni, così come è possibile che si stia convincendo anche lui che l’avventura politica ormai è proprio conclusa. Sin qui ci siamo, quello che non mi convince è che tutto questo coincida con un suo disarmo.

venerdì 18 aprile 2014

LA PENA DELL'EX CAIMANO di Nicola Tranfaglia




LA PENA DELL'EX CAIMANO
di Nicola Tranfaglia


Senza esitare un minuto, quando avrei potuto farlo, ho deciso di studiare il passato e di insegnarlo ai giovani per alcuni decenni piuttosto che fare il concorso per diventare un giudice. Eppure mio padre aveva fatto proprio quel mestieri negli anni più difficili (durante il regime fascista) e il professore con il quale sostenni la mia tesi di laurea, insisteva con una forza ancora maggiore pensando alle idee che avevo sostenuto in quella tesi e alle ragioni che avevo portato a favore del dettato costituzionale. Ma io non volli sentir ragioni e pur disponendo di una laurea giuridica decisi di dedicarmi ad altro. Non me ne pento e non tornerei indietro.
Ma, quando oggi ho letto sui giornali che la pena accessoria comminata all'imprenditore di Arcore, che è già stato peraltro quattro volte presidente del Consiglio tra il ventesimo e il ventunesimo secolo, ho provato molta amarezza.

Ci vorrebbe una statistica delle pene accessorie che si sono date negli ultimi trent'anni per rendersi conto dei criteri usati in questa circostanza ma, se esiste, non ho il tempo e gli strumenti per usarla (facendo, come qualcuno sa, un altro mestiere) e dunque non pongo il problema della pur necessaria comparazione. Ma se si pensa che per la frode fiscale miliardaria - rara nelle sue proporzioni - per cui l'imprenditore, ex capo del governo è stato condannato a quattro anni di cui tre coperti da un indulto. L'ultimo lo passerà andando all'ospedale San Luigi una volta alla settimana per quattro o cinque ore assistendo come "volontario" anziani disabili,c'è da prendere atto di una indulgenza ineguagliabile che mostra la giustizia italiana al mondo intero non solo come una macchina scassata e inefficiente ma anche e soprattutto come una serva fedele e ostinata di tutte le ragioni di Stato (come è stato dimostrato più volte da tutti i casi non risolti di stragi e di terrorismi, a cominciare da quello davvero terribile che si riferisce al rapimento e all'assassinio di Aldo Moro).

Questa è la realtà che emerge da una lettura il più possibile serena e attenta del provvedimento emesso alcune ore fa. E questo avviene, vorrei che i lettori lo tenessero presente nello stesso arco di ore in cui altri giudici devono decidere il destino giudiziario del fondatore di Forza Italia Marcello dell'Utri già condannato in due gradi di giudizio per concorso esterno ad associazione mafiosa e un ex comico che è diventato un importante leader politico, Giuseppe, Beppe Grillo insulta gli ebrei e tutte le vittime dei lager nazisti senza che tanti canali televisivi e giornali si indignino.

Un mio collega di Torino, Sergio Luzzatto, dieci anni fa in un suo libricino einaudiano parlava di "crisi dell'antifascismo" ed aveva ragione. Ma io oggi a pochi giorni dalle elezioni europee e con una crescente difficoltà del parlamento di approvare le leggi parlerei di una crisi gravissima della repubblica che non ci fa avere grandi speranze sul futuro, almeno per quello più vicino.



17 aprile 2014

dal sito http://www.nicolatranfaglia.com/blog/





mercoledì 29 gennaio 2014

VENT’ANNI DI SILVIO BERLUSCONI di Diego Giachetti




VENT’ANNI DI SILVIO BERLUSCONI
di Diego Giachetti



Ma tu chi sei?. Sono il tuo incubo peggiore!. 
(Sylvester Stallone in Rambo 3)




Vent’anni or sono, il 26 gennaio del 1994, Silvio Berlusconi annunciò la sua discesa nell’arena politica con Forza Italia, partito costruito repentinamente davanti a un notaio a Milano il 29 giugno 1993. L’uomo che stava per scendere nella politica era presidente della Fininvest un grosso gruppo imprenditoriale, composto da circa 300 aziende organizzate in sette comparti, poteva contare su 40 mila collaboratori sparsi su tutto il territorio nazionale nelle sedi regionali di Pubblitalia, disponeva di 530 punti vendita Standa, di 300 aziende di Programma Italia, più gli uffici di Mediolanum assicurazioni e di Edilnord. Le risorse finanziare, umane, organizzative, tutte necessarie alla costruzione del movimento politico, vennero dalle aziende Fininvest, ad iniziare dalla gruppo dirigente, quello aziendale, che si trasferì in politica.

Un partito costruito dall’alto quindi, governato e organizzato dallo staff aziendale con a capo il suo presidente in una fusione diretta tra rappresentanza politica e rappresentanza di interessi economici che non aveva precedenti nella storia italiana e che poteva trovare un suo spazio e una sua collocazione approfittando di due coincidenze: il disorientamento in cui versava un’Italia conservatrice, numerosa ma disomogenea, accomunata da una forte avversione per la sinistra; la riforma elettorale (il Mattarellum) che nel 1993 aveva abolito il sistema proporzionale, in vigore dal 1946, introducendo il maggioritario-bipolare.

sabato 30 novembre 2013

CONSIDERAZIONI SUL BERLUSCONISMO E LA SUA DURATA di Antonio Moscato





CONSIDERAZIONI SUL BERLUSCONISMO E LA SUA DURATA
di Antonio Moscato



La decadenza dalla carica di senatore di Silvio Berlusconi ha occupato le pagine dei quotidiani per giorni, provocando una certa nausea. Ma sarebbe sbagliato ignorare del tutto questa vicenda, tanto più che potrà provocare mutamenti nella tattica dell’ex premier tutt’altro che insignificanti, ma non la sua sparizione. Ovvio che per alcuni aspetti non cambierà molto: prima di tutto perché Berlusconi non aveva partecipato quasi mai a sedute e soprattutto a votazioni del Senato, con buone ragioni: sapeva bene che le aule parlamentari sono solo un palcoscenico, e che è possibile usare altri strumenti e scegliere altri luoghi per dirigere un partito e il paese. Berlusconi potrà quindi continuare a farlo ancora tranquillamente, con in più solo qualche supplemento del suo solito vittimismo.

Ma naturalmente ci sono molti altri aspetti da sottolineare, alcuni dei quali sono stati colti in un buon articolo di Tonino Perna apparso ieri sul manifesto, che ha il merito di inquadrare l’azione del cavaliere in un contesto internazionale caratterizzato dal reaganismo e dal thatcherismo, di cui Berlusconi aveva beneficiato prima di entrare direttamente in politica.

venerdì 4 ottobre 2013

BERLUSCONISMO ALLE CORDE, MA NON È FINITA di Luigi Vinci





L’ENNESIMO ZIGZAG DEL CAVALIERE E LA FIDUCIA PARLAMENTARE OTTENUTA DAL GOVERNO LETTA

BERLUSCONISMO ALLE CORDE
MA NON È FINITA

Il pericolo di un collasso istituzionale, con tutto quel che ciò comporterebbe sul piano economico-sociale,è ancora lontano dall’essere venuto meno



di Luigi Vinci


È prematuro, il giorno stesso in cui il governo Letta ottiene la fiducia parlamentare,tentare di delineare con una certa precisione l’evoluzione probabile della situazione italiana.
Qualche dato generale è tuttavia passibile di commento e di valutazione. Berlusconi e maggioranza del Pdl escono sconfitti
nel tentativo di far saltare il governo,ma non definitivamente messi fuori gioco, anche grazie all’invenzione in zona Cesarini del voto di fiducia al governo, capovolgendo la posizione negativa della vigilia.
Si è trattato dell’ennesimo zigzag di Berlusconi dopo la condanna definitiva in tema di “lodo Mondadori”,di conseguenza inattesa che si precisino termini e tempi dell’esclusione dal ruolo parlamentare, a opera o della commissione senatoriale che si occupa delle autorizzazioni a procedere o della definizione del periodo di interdizione dai pubblici uffici da parte del tribunale di Milano: e il fatto stesso degli zig zag richiede un commento.
Berlusconi è alle corde, può tentare di prendere tempo, e lo sta appunto facendo zigzagando,ma appare ormai molto improbabile che possa sfuggire all’esecuzione della condanna e all’esclusione dal ruolo parlamentare.
Quest’ultima inoltre apre la strada alla possibilità di mandati d’arresto, in presenza di procedimenti giudiziari che rischiano (come ha mostrato il processo Ruby) attività di inquinamento delle prove, come la corruzione di testimoni, da parte di Berlusconi. E se è evidente che l’ultimissimo degli zigzag è stato indubbiamente intelligente, non può essere ignorato che esso è avvenuto come tentativo di tamponare una frattura potenzialmente devastante del Pdl, e ancor meno può essere ignorato che, dalla condanna definitiva in fatto di lodo Mondadori in avanti,Berlusconi è apparso privo di lucidità.

venerdì 27 settembre 2013

SESSO, POLITICA E AFFARI di Nicola Tranfaglia




SESSO, POLITICA E AFFARI
di Nicola Tranfaglia



Non fanno ormai più molta notizia le rivelazioni giudiziarie su quel che ha fatto l'ex presidente del Consiglio Berlusconi negli anni del suo maggior potere in Italia che si collocano, a mio avviso, nel 2009-2010 quando i canali televisivi fremevano per le sue apparizioni, la Protezione civile era nelle mani salde del fido Bertolaso e anche le holding pubbliche, come ad esempio Finmeccanica, presieduta da Guarguaglini. Dovevano tener conto di un dominio che durava da quasi un decennio e non sembrava tramontare. Ricordo in quegli anni che anche molti editori di insospettabile fede democratica tremavano di fronte all'uomo di Arcore anche a causa dei fidi bancari di cui non potevano fare a meno per andare avanti. Ora in questi ultimi stiamo vedendo i frutti del ventennio populista e viviamo in città piccole o grandi che sono piene zeppe di supermercati, povere di librerie e caratterizzate da fondazioni culturali che ricevono soltanto pochissimi contributi da enti locali e regionali ridotti a bilanci che definire magri sarebbe ancora troppo.
Ma allora in quegli anni 2008, 2009, 2010 tanti politici e imprenditori non riuscivano a prevedere che il durare del populismo berlusconiano avrebbe portato l'Italia alle condizioni che oggi si vedono nelle strade di grandi città del nord come Milano o Torino percorse da troppi mendicanti e percorsi da veri e propri cortei di giovani disoccupati e di vecchi senza i mezzi per arrivare alla fine del mese. Per carità, i mali del paese Italia - come lo chiamava lo storico Ruggiero Romano - sono antichi, basta pensare all'insoluta questione meridionale o alla povertà angosciante delle nostre classi politiche per esserne convinti e non da oggi.

lunedì 5 agosto 2013

LA CONDANNA DI BERLUSCONI: QUALI SCENARI SI APRONO, COSA SI POTREBBE FARE




LA CONDANNA DI BERLUSCONI:
QUALI SCENARI SI APRONO, COSA SI POTREBBE FARE


La condanna definitiva di Silvio Berlusconi a quattro anni di carcere per frode fiscale esprime inequivocabilmente alcune cose.
La prima, la natura della destra italiana e del blocco sociale che l'appoggia: fatto di evasori fiscali, mantenuti da lavoratori che le tasse sono obbligati a pagarle sempre più pesanti e insopportabili; fatta dalle mafie del Mezzogiorno, profondamente penetrate ormai nel tessuto economico anche del resto dell'Italia; fatta da fascisti e fascistoidi.
La seconda cosa, non ci piace dirlo ma è così, mostra tutta l'insensatezza della decisione del PD di fare un governo con la destra anziché, fallito il tentativo di Bersani, andare a elezioni anticipate, piacesse o non piacesse al Presidente della Repubblica.
La terza cosa, il carattere insensato e falso di tutti i discorsi fatti a favore della formazione e del mantenimento del governo Letta: la necessità di un governo di “larghe intese” per affrontare la crisi economica ed evitare nuovi attacchi speculativi contro i titoli di stato del nostro paese, l'ottenimento di finanziamenti dall'Europa e di concessioni in sede di politica economica dalla Germania, la realizzazione di misure per la ripresa produttiva e l'occupazione giovanile, ecc. Napolitano e i dirigenti del PD non sapevano dei processi a Berlusconi in dirittura d'arrivo? Non sapevano che tipo di destra è quella italiana? Si aspettavano che la Corte di Cassazione assolvesse Berlusconi?
La quarta cosa è l'inconsistenza, dietro alla retorica vuota di Napolitano, di quella specie di campagna Palmolive che ci sorbiamo tutti i giorni: dall'Europa e dalla Germania non abbiamo ottenuto nulla, le misure per la ripresa e l'occupazione sono inconsistenti, a settembre rischiamo un pesante peggioramento della situazione dell'occupazione, e per di più, ammesso per un momento che alcune cose utili il governo le stia facendo davvero, l'affidamento di Napolitano e PD a una destra delinquenziale le sta buttando per aria.

Il problema che nuovamente emerge è l'inconsistenza del PD. Non è solo questione delle sue risse interne di potere: è questione anche della mancanza di volontà (addirittura, per quanto riguarda  una parte di questo partito, di ostilità) a che vengano prese le misure necessarie per affrontare crisi, disoccupazione, recessione, tasse esose. I mezzi finanziari per queste misure ci sono, ma si tengono nascosti, non se ne parla. Abbiamo documentato, per esempio, in precedenti prese di posizione come Cassa Depositi e Prestiti, una banca controllata dallo stato, disponga di risorse finanziarie per 430-450 miliardi, metà circa dei quali spendibili da subito.

Nella baraonda politica che in questo momento impazza sembra che sia in corso un cambiamento di posizione da parte del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Esso propone al PD alcune cose: un governo PD-M5S che rifaccia la legge elettorale, finanzi le piccole e medie imprese,  avvii provvedimenti di integrazione al reddito per chi non riesce ad arrivare alla fine del mese. I finanziamenti verrebbero dal mancato acquisto degli aerei da combattimento F35, dalla cessazione della buffonata insensata dell'Expo (già lottizzato dagli imprenditori e dalla miriade di imprese edili lombarde legate alla ndrangheta), dalla cessazione della costruzione della TAV in Val di Susa (riguardante una linea ferroviaria sulla quale non viaggia nessuno). Poi, a ottobre, si vada a votare.
Non siamo mai stati estimatori del M5S, che a nostro avviso dopo le elezioni si è comportato in maniera irresponsabile, impedendo la formazione di un governo di sinistra capeggiato da Bersani.
Non è detto che il suo cambiamento di posizione sia avvenuto solo per farsi un po' di propaganda.
Ma è dovere del PD, se vuole tentare di saldarsi alle richieste popolari, di andare a vedere le carte del M5S. Così come sarebbe necessario che il Presidente della Repubblica si limitasse a fare il Presidente della Repubblica, anziché imporre alla politica e al paese orientamenti dannosi.


pubblicato da "Lavoro & Politica"


venerdì 7 dicembre 2012

L'USATO FINALE di Claudio Conti





L'USATO FINALE
di Claudio Conti

Ci risiamo? Sul piano mediatico, certamente. Su quello del realismo politico molto meno. Berlusconi torna in campo e parte l'allarme generale.

Del Pd, che spera così di fare stavolta il pieno di “voto utile” prosciugando le formazioni alla sua sinistra, magari dando anche una limatina ai grillini oltre che al derelitto Di Pietro. Del centro, che stava già quantificando gli incassi elettorali ipotizzabili sul cadavere del Pdl. Di Confindustria e altri poteri non proprio secondari, che dall'uscita del Cavaliere da palazzo Chigi hanno avuto soltanto da guadagnare (tassi di interesse più bassi sul debito, costo del lavoro abbattuto, precarietà ad libitum e scomparsa dell'art. 18).

L'allarme attribuito a Gianni Letta è però probabilmente il più attento ai fatti: «Silvio, non lo fare; se tu ritorni le cancellerie europee te la faranno pagare carissima. Pensa alle conseguenze per te e per le tue aziende...».

La questione principale – o “strategica” - non è se il Cavaliere sia in grado o no di condurre un'efficace campagna elettorale tale da riportarlo a palazzo Chigi (eventualità piuttosto remota, dobbiamo dire), ma se in quel caso sia o no in grado di restarci. La battuta attribuita a Letta è del resto la fotografia del novembre 2011, quando in poche ore lo spread sui titoli di stato salì fino a 575 punti e, più importante, il titolo Mediaset perse il 12%. Tanto bastò a far uscire il berluska dal bunker con le mani alzate.

Insomma: ammesso e non concesso che una fetta maggioritaria degli elettori sia ancora così gonza da votarlo, non esiste alcuna possibilità che Berlusconi si metta alla guida del Paese. La Troika ha gli strumenti per abbatterlo immediatamente, facendo naturalmente pagare a tutti noi un prezzo devastante. Al livello della Grecia attuale.

In qualche misura questo “ritorno in campo” è stato addirittura provocato dagli uomini di punta del governo. Il Corrado Passera che definisce “un male” qualsiasi “ritorno al passato” - in altri momenti una banale ovvietà – facendo così imbufalire quasi tutto il Pdl, ha agitato il drappo rosso davanti al muso del toro. Un “vieni avanti, c...” che attira nella trappola un personale politico ormai impresentabile anche nei propri collegi.

Cosa può fare infatti Berlusconi? Come dice Geremicca su La Stampa, “una campagna elettorale [...] durissima. [...] annuncerà il suo addio a Monti nei giorni in cui gli italiani spenderanno mezza tredicesima per pagare l’Imu e lui annuncerà che in caso di vittoria questa tassa sparirà, come sparì l’Ici. Poi l’attacco all’Europa e agli euroburocrati, la moneta - l’euro - che sarà presentata come l’inizio di ogni male, le «toghe rosse», i comunisti alle porte e tutto il resto”. I suoi assi nella manica saranno personaggi del calibro della Santanché, Brunetta, Sallusti, Verdini... Gli spettatori di Rete4 saranno entusiasti.

Ma quanti imprenditori stavolta troverebbero conveniente schierarsi al suo seguito? A parte i concessionari delle spiagge, nemmeno l'imprenditoria criminale potrebbe credere che c'è una possibilità di sottrarsi alla morsa della Troika e fare “gli autarchici”. Stiamo parlando d'affari, non di sentimentalismo.

Non c'è più nemmeno il clima di forte incertezza intorno alla sopravvivenza dell'euro, ancora viva in giugno e luglio. Certo, la crisi proseguirà per tutto il 2013 e forse anche dopo. Ma nemmeno un partito reazionario determinato a staccarsi dall'Unione Europea – stile “nazisti dell'Illinois” - potrebbe seriamente candidarsi a rappresentare il malcontento popolare in questo momento. In ogni caso non Berlusconi, contro cui sarebbe fin troppo facile condurre una campagna a suon di minorenni, truffe, legami con ambienti pericolosi ( il “sequestro” del suo contabile è roba di pochi giorni fa). Non controlla nemmeno più la Rai...

Tutta fuffa, allora? Diciamola così: chi governa l'Europa e l'Italia – Bce, Ue, Fmi, tramite Monti & co. – sa bene che le proprie “ricette” stanno sollevando un risentimento e un antagonismo sociale difficile da controllare soltanto a manganellate. Sa bene che le prossime elezioni sono altamente incerte nei risultati, tra crisi di affezione al voto, “antipolitica” grillina, partiti allo sbando e quasi nessuna maggioranza stabile e affidabile. Un diversivo era indispensabile per dirottare altrimenti le tensioni, e Berlusconi è perfetto allo scopo. Non può vincere e in ogni caso non può governare, ma contro di lui è mobilitabile un fronte “compatto” e silenziato, che altrimenti andrebbe diviso e rissoso.
Serviva un utile idiota e hanno scommesso sul sicuro.


7 dicembre 2012

dal sito http://www.contropiano.org/

mercoledì 9 marzo 2011








PER UNA POLITICA DI OPPOSIZIONE








(fra il tramonto di Berlusconi e la dissoluzione dell'Italia)

di Marino Badiale, Massimo Bontempelli

Il colpo di Stato di Berlusconi è già iniziato. Berlusconi si è trovato in questi mesi nella stessa situazione in cui si trovava Mussolini nel 1924, all'indomani dell'omicidio Matteotti, con lo scandalo e l'inizio di erosione del suo potere che ne seguì: nella situazione, cioè, di dover scegliere fra la rovina politica e personale e l'abbattimento delle regole della democrazia per l'instaurazione di un potere dispotico. Berlusconi, come Mussolini nel '24, ha scelto questa seconda strada.
Le analogie ovviamente finiscono qui. L'esito di un colpo di Stato di Berlusconi sarebbe molto diverso da quello di Mussolini.
Per capire questo punto, occorre riprendere ciò che abbiamo scritto in
”Un tramonto pericoloso" sulla natura del blocco sociale che sostiene Berlusconi. Si tratta di un arcipelago di feudi di potere economico, politico e criminale: per dirla con una parola divenuta corrente, di cricche. Da un simile blocco sociale non può nascere un totalitarismo di Stato, ma soltanto un illegalismo dell'arbitrio, volta a volta condizionato e necessitato dai rapporti di potere tra le cricche (il totale arbitrio, infatti, non è affatto libertà, ma, come è dimostrato dalla logica hegeliana, coincide con la totale necessità). In questa situazione si manifestano due linee di forza, una a favore di Berlusconi e una contraria.
A favore di Berlusconi giocano elementi noti a tutti: il suo potere mediatico in un'epoca in cui modelli mentali e comportamentali sono sempre più di origine televisiva, e la sua capacità comunicativa nei confronti di una sempre più estesa opinione pubblica involgarita. Oltre a questo, si può notare che il suo impero economico è esso stesso una delle cricche, anzi la principale delle cricche. Si tratta di una grossa realtà che genera essa stessa affari e profitti non solo per Berlusconi, ma anche per un'ampia parte del variegato mondo affaristico che lo sostiene. Ognuno dei feudi di questo arcipelago sa che il proprio destino, se Berlusconi dovesse cadere, è di cadere insieme a lui, e questo fatto induce tutti ad una certa compattezza nel sostenerlo.
Contro Berlusconi c'è il fatto che questo stesso arcipelago, che ha in lui l'unico collante, è messo oggi in difficoltà in primo luogo dall'impossibilità di una crescita continua della spesa clientelare-affaristico-mafiosa quale sarebbe necessaria per alimentare l'insieme dei feudi economici che a lui fanno capo, sempre più numerosi e avidi, e in secondo luogo dalla mancanza al suo interno di qualsiasi tipo di unità o solidarietà di tipo ideologico o culturale. Il fatto che la spesa possibile è oggi inferiore a quanto necessario al sostentamento delle cricche, e il fatto che manchi una minima solidarietà, rende la compattezza del sostegno a Berlusconi meno forte di quanto possa sembrare. Di fronte alla crisi del suo potere, ciascuno calcola se sia più conveniente sostenerlo o riciclarsi con altri. Ma poiché non c'è spazio per tutti, il riciclaggio funzionerà solo per pochi, per quelli che riusciranno a cambiare casacca al momento giusto: né troppo presto, come hanno fatto i finiani che stanno tornando alla casa madre, né troppo tardi, quando ormai non ci sarà più spazio per loro.
Per contrastare la tendenza, a lui sfavorevole, allo smottamento della sua base di sostegno, Berlusconi non ha altra scelta che quella di un colpo di Stato. Non si deve però pensare ai carri armati che presidiano il parlamento e la televisione. Il colpo di Stato berlusconiano consiste nell'uso della maggioranza parlamentare per stravolgere ogni regola costituzionale.
Questo colpo di Stato, come si è detto, è già in corso. Il suo primo atto è avvenuto quando Berlusconi, nell'autunno scorso, non si è più limitato a difendersi dai processi che lo riguardano evitandoli con tutti gli espedienti possibili, ma ha dichiarato passibili di punizione i magistrati che osano indagarlo. Partendo da qui ha rifiutato tutte le regole di controllo che la Costituzione prevede. Ha richiesto un voto del Parlamento per sancire che la procura di Milano non è competente a giudicare il tipo di reato da lui commesso. In questo modo ha attribuito alla Camera una decisione sulla natura giuridica di un reato commesso, che la Costituzione esclude che possa spettare all'organo legislativo. Un simile voto del Parlamento ha mirato quindi all'abolizione della divisione costituzionale dei poteri, e di conseguenza alla creazione di un potere arbitrario.
I passaggi successivi a cui Berlusconi mira per completare il colpo di Stato sono: elezioni politiche che gli assicurino una larga maggioranza, poi l'uso di questa maggioranza per farsi eleggere Presidente della Repubblica, infine la nomina da Presidente della Repubblica di giudici della Corte Costituzionale a lui obbedienti. In questo modo Berlusconi potrebbe far passare qualsiasi legge, anche la più anticostituzionale, senza nemmeno bisogno di un cambiamento formale della Costituzione (in parziale analogia con la Germania nazista, che come è noto non abolì mai la Costituzione di Weimar).
In questa situazione gli scenari possibili sono tre: la continuazione del governo Berlusconi attraverso il successo del suo colpo di Stato; elezioni anticipate come esito di una situazione di stallo, attraverso le quali venga deciso il successo o la sconfitta del colpo di Stato; infine, la caduta di Berlusconi attraverso la sfiducia della maggioranza del parlamento, con conseguente formazione di un governo di transizione.

Il primo scenario è secondo noi il meno probabile, perché crediamo che il blocco politico e parlamentare che sostiene il governo Berlusconi, sia meno solido di quanto appaia nel momento in cui scriviamo queste righe (inizio marzo 2011). La crisi economica renderà infatti necessarie scelte sempre più drastiche di riduzione della spesa pubblica anche a svantaggio del sistema delle cricche, e ciò esaspererà le loro competizioni, con effetti di sfaldamento dell'unità delle loro espressioni politiche.

Anche il secondo scenario è secondo noi poco probabile, perché le elezioni anticipate creerebbero una prolungata situazione di instabilità che i ceti dominanti non vogliono. Gli stessi deputati, inoltre, rifuggono dall'idea di dovere di nuovo contendersi i loro comodi seggi.

Rimane il terzo scenario, che è secondo noi il più probabile, per le ragioni stesse che rendono meno probabili gli altri due.


La questione fondamentale che questi scenari pongono è molto semplice: le forze che intendono contrastare il sistema che ha portato l'Italia alla rovina, devono, al fine di evitare che il baratro del paese sia allarghi ancora, per prima cosa impegnarsi a far fallire il piano golpista di Berlusconi, alleandosi con chiunque lo possa contrastare, e rimandando al dopo Berlusconi ogni altra questione, oppure devono sviluppare la propria opposizione politica e sociale contro l'intero complesso dei ceti dominanti? Se si risponde che è prioritaria la caduta di Berlusconi, la conseguenza sul piano politico è quella dell'alleanza con tutte le forze non berlusconiane: il centro-sinistra, il centro-centro di Casini e Rutelli, i finiani; sul piano sociale quella di soprassedere per il momento al conflitto sociale con quella parte dei ceti dominanti che osteggia Berlusconi.
Noi consideriamo questa strategia radicalmente sbagliata, non per amore di estremismo, perché, anzi, riterremmo positivo qualsiasi compromesso che riducesse il terreno da cui è germinato il berlusconismo, ma perché siamo convinti che le attuali forze parlamentari di opposizione a Berlusconi, e i loro referenti economici e sociali, non facciano che allargare questo terreno.
Non si riflette mai abbastanza sul fatto che negli ultimi venti anni tutte le volte che la sinistra ha governato o condizionato il governo del paese, le elezioni successive sono state vinte da Berlusconi.
Ci fanno perciò disperare i segnali che cominciano a venire dalle forze migliori del paese di fronte alla prospettiva di elezioni anticipate: Paolo Flores D'Arcais che si converte alla necessità di una grande coalizione antiberlusconiana, Marco Travaglio che elogia Nichi Vendola per avere proposto Rosy Bindi come candidata alternativa a Berlusconi, Barbara Spinelli che trova qualche aspetto positivo nella figura di Romano Prodi.
Vorremmo poter ragionare su queste cose in maniera sobriamente razionale. Berlusconi è emerso come dominatore della scena politica italiana dalla melma sociale e culturale di un paese senza più speranza, senza più cultura, senza più memoria, involgarito nelle sue idee e nei suoi comportamenti. La questione fondamentale è se un governo diverso da quello di Berlusconi cominci a prosciugare questa melma, o, invece, mantenga in vita i processi degenerativi che la allargano. In questo secondo caso, anche personaggi privi della rozzezza e della cialtroneria di Berlusconi, non farebbero che preparare il terreno al successo, con un altro protagonista, dello stesso colpo di Stato non riuscito a Berlusconi.
Ragioniamo, per capirci, su quali siano i problemi irrisolti che generano la melma sociale e culturale di cui si è detto.
C'è il terribile problema del lavoro senza valore. Lavoro senza valore vuol dire che la sua remunerazione è stata ridotta a vantaggio dei profitti, delle rendite, e di fasce ristrette e privilegiate del lavoro stesso (si pensi agli scandalosi compensi di manager, divi della televisione e del cinema, calciatori di successo, professionisti di spicco). Vuol dire che è stato privato di diritti al punto da tollerare che esso produca giornalmente morti e feriti, in mancanza di serie forme di controllo e di punizione dei responsabili di queste stragi. Vuol dire che l'occupazione non è più un obiettivo della politica economica degli Stati, vuol dire persino che i lavoratori sono indifesi rispetto a vere e proprie truffe dei datori di lavoro. Se il lavoro non ha più valore e le competenze lavorative non generano più considerazione sociale, non rimane che il denaro come regolatore di rapporti e ruoli sociali: ecco una melma da cui è germinato il Berlusconismo.
C'è il problema di una corruzione generalizzata che ha distrutto ogni etica collettiva. È venuto meno in tal modo il senso di un'appartenenza comunitaria che definisca in termini passabilmente oggettivi diritti e doveri: ecco un'altra melma da cui è germinato il berlusconismo.
Il lavoro senza valore, la corruzione, la riduzione del personale pubblico in tutti i settori, anche i più utili, e la nuova economia globalizzata e speculativa, hanno chiuso ogni prospettiva alla gioventù italiana. O, meglio, l'hanno divisa in due settori: una minoranza di raccomandati e di figli di papà, che trova senza difficoltà posti e redditi anche in mancanza di qualsiasi competenza e merito, e una maggioranza per la quale qualunque formazione culturale e professionale non serve ad un inserimento stabile nella società lavorativa.
Questi giovani passano da un contratto precario ad un altro, non vedono mai valorizzati i loro talenti, sono illusi con stage usati per ottenere da loro lavori temporanei non pagati, sono indirizzati a tirocini non pagati che in otto casi su dieci non sfociano in un lavoro regolare. Una gioventù lasciata in questo vuoto degradante è un'altra melma da cui è germinato il berlusconismo.
C'è poi il terribile problema dell'ambiente senza tutele: si tratta dei rifiuti che ormai lo sommergono e ne minacciano la vita, si tratta degli agenti della produzione che ne inquinano l'aria, le acque e i suoli, si tratta del consumo del territorio che ne ha prodotto il dissesto idrogeologico. Questa rovina ambientale trasmette, persino fisicamente, l'immagine di uno spazio pubblico svalutato e degradato, e dello spazio privato come ambito da difendere con qualunque mezzo per potere sviluppare la propria esistenza. Ecco un'altra melma da cui è germinato il berlusconismo.
Ci sono poi problemi altrettanto drammatici della povertà che ormai coinvolge milioni di persone, dell'immigrazione gestita in maniera demenziale, del controllo di ampi territori da parte della criminalità organizzata, di una giustizia messa nelle condizioni di non funzionare.
Analizzando questi problemi, si potrebbe dimostrare facilmente come le forze parlamentari di opposizione a Berlusconi siano strutturalmente inadatte non diciamo a risolverli, ma neanche a cominciare ad affrontarli.
Prima di elogiare la candidatura di Rosy Bindi ci si dovrebbe porre razionalmente il seguente quesito: un governo di centro-sinistra guidato da Rosy Bindi, ed esteso magari fino a tutta la sinistra cosiddetta radicale, riuscirebbe ad affrontare qualcuno di questi problemi? A restituire sul serio valore e dignità al lavoro? A restituire un futuro ai giovani? A tutelare l'ambiente e a ribonificarlo? E via dicendo.
Siamo pronti a dimostrare analiticamente che questo non è possibile. Del resto in passato nessun governo di centro-sinistra ha affrontato questi problemi, e questo dovrebbe pure mettere qualche pulce nell'orecchio a coloro che invocano una coalizione parlamentare antiberlusconiana.
Tutti i trend negativi degli ultimi venti anni (durata sempre più lunga dei processi, allargamento delle differenze di reddito, progressione del degrado ambientale, e così via) hanno mantenuto la stessa linea evolutiva indipendentemente dal colore dei governi del paese. La stessa sconcertante inefficacia dell'opposizione fatta a Berlusconi da parte del centrosinistra è un indice del fatto che gli oppositori affondano le loro radici nello stesso terreno in cui le affonda Berlusconi.

La coalizione di forze che rovescerà Berlusconi è del tutto interna alla realtà stessa che ha consentito il successo di Berlusconi. Non c'è quindi nessuna speranza che da essa possa venire un contrasto ai processi di dissoluzione del paese. I problemi che attanagliano l'Italia non verranno neppure affrontati, i feudi criminali non verranno contrastati, e questo porterà dopo poco tempo al potere qualche altro personaggio, magari personalmente molto diverso da Berlusconi, ma a lui del tutto analogo nella funzione di protettore e collante degli interessi delle cricche. E fra questi interessi c'è in sostanza il colpo di Stato che Berlusconi sta in questi giorni tentando. Colpo di Stato, ripetiamolo, che non consiste nei carri armati per le strade o nell'invasione manu militari del Parlamento, ma nella sospensione, ad uso dei potenti, di ogni controllo di legalità e di ogni regola istituzionale, cioè nell'instaurazione dell'arbitrio dei potenti come principio fondamentale della “Costituzione materiale” del paese. Poiché il mondo delle cricche di questo ha bisogno, se non viene contrastato e sconfitto riprodurrà qualche altro personaggio che di questo bisogno si farà carico.
Il limite principale che impedisce di cogliere il nocciolo della questione è l'incapacità di vedere come certe scelte che presentano indubbi vantaggi immediati siano però cariche di pericoli nel medio e lungo periodo.

Così, quando i dirigenti della socialdemocrazia tedesca nel 1914 appoggiano la scelta della guerra lo fanno in risposta a ben precise considerazioni: da un parte una loro opposizione alla guerra avrebbe comportato una dura repressione alla quale sapevano che il partito non era pronto, dall'altra si poteva pensare che l'appoggiare la guerra avrebbe potuto portare ad una sostanziale legittimazione del movimento socialista. Si trattava di considerazioni di corto respiro, spazzate via dall'imprevisto di una guerra rivelatasi enormemente più distruttiva, di vite umane e di ricchezze, di quanto potesse essere immaginato.
Allo stesso modo, la scelta della dirigenza del PCI nella seconda metà degli anni Venti di schierarsi senza riserve con l'Unione Sovietica e la sua direzione staliniana aveva ovviamente delle buone ragioni nell'immediato: il PCI era un partito piccolo e perseguitato in patria, l'appoggiarsi all'URSS poteva essere visto come l'unico modo di sopravvivere. Ma se questa impostazione ha pagato sul breve periodo, sul medio e lungo si è rivelata fallimentare, perché ha impedito al PCI di poter seriamente competere per il governo del paese nel periodo della guerra fredda, e ha trascinato il PCI verso la dissoluzione con la fine dell'URSS.
Allo stesso modo, la scelta di appoggiare una eventuale “grande coalizione” antiberlusconiana avrebbe certo, per le deboli forze antisistemiche, dei vantaggi immediati: in primo luogo la cacciata di Berlusconi, che sarebbe certo una cosa positiva, in secondo luogo, forse, una momentanea possibilità di accesso ai media antiberlusconiani, che in una fase di scontro acuto, sarebbero portati a valorizzare ogni voce che fosse possibile reclutare. Ma questi vantaggi immediati sarebbero ben presto surclassati dagli effetti negativi di una simile scelta. Appiattendosi sulla “grande coalizione” antiberlusconiana le forze antisistemiche perderebbero in realtà ogni possibilità di far vivere la propria diversità, e di far generare da questa diversità, in futuro, qualche effetto politico rilevante.
L'unica speranza di impedire il degrado sociale e civile del nostro paese sta nell'intransigente opposizione a tutta intera la casta politica (di destra, centro e sinistra), che tutta intera è responsabile del degrado dell'Italia, tutta intera è corrotta, tutta intera viola la Costituzione (a partire dall'appoggio comune alla partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan).
Una tale opposizione deve avere come punti di riferimento fondamentali la Costituzione della Repubblica Italiana, la difesa dei diritti e dei redditi dei lavoratori e dei ceti subalterni, un modello di economia che esca dal vincolo della crescita (una crescita che ormai è solo radicalmente distruttiva di natura e società), il rifiuto delle guerre di aggressione.
La proposta politica da fare a tutte le forze estranee alla casta politica e che si riconoscono in questi principi, è secondo noi quella di creare un fronte unitario che sappia condurre azioni comuni e partecipare alle competizioni elettorali per portare l'opposizione dentro le istituzioni.

dal sito http://www.megachip.info/

mercoledì 26 gennaio 2011



                IL SURREALE TRAMONTO
                DI SILVIO BERLUSCONI

                               di Leonardo Mazzei



Come l'impazzimento di un uomo rivela la crisi di un intero sistema politico


Scrivere di politica in questo inizio 2011 è diventato assai arduo. A che serve interrogarsi su strategie, tattiche, alleanze, programmi, se ad irrompere sulla scena sono i festini a "luci rosse", con il contorno di una prostituzione elevata nella circostanza ad una sorta di occasione di "promozione sociale" della donna?
Una settimana fa Berlusconi ha annunciato di avere una "fidanzata". In pochi giorni i quotidiani hanno fatto l'elenco di una ventina di "aspiranti" pronte a dire «Sono io!, ma aspettiamo che parli lui». Qui il problema non è la perdita di ogni riferimento etico e morale - fenomeno già consumatosi da tempo -, qui il problema è la perdita totale di ogni senso del ridicolo. Se così non fosse, mal si spiegherebbe un presidente del consiglio che di fronte all'attuale sfascio dichiara di "divertirsi".
Ma che rapporto c'è tra l'evidente impazzimento di un Paperone drogato dal successo e dal denaro ed il sistema politico che lo vede ancora al vertice? Non fosse per altro, questo rapporto è rivelato proprio dall'incapacità del sistema politico di liberarsi rapidamente del soggetto in questione. Se ne libererà - chi scrive è convinto che Berlusconi sia davvero alla fine - ma lo farà nel peggiore dei modi, avvitandosi su se stesso, rendendo ancora più putrescente un sistema politico marcio e corrotto.


La riprova di quanto la politica istituzionale sia sempre più lontana dalle questioni reali, dalla vita quotidiana, dai problemi sociali, ci è data dallo stato comatoso in cui versa la cosiddetta opposizione parlamentare. Un'opposizione che non è letteralmente in grado di proporre alcunché. E non parliamo di proposte sulle grandi questioni politiche - figurarsi, quelle le hanno delegate da tempo a Washington, a Francoforte ed alle oligarchie finanziarie di riferimento. Il fatto è che non hanno proposte neppure su come chiudere davvero la partita con Silvio Berlusconi.
Dopo un anno di crisi progressiva del governo, le opposizioni non solo non sono ancora riuscite a disarcionarlo, ma continuano a non avere una rotta degna di questo nome. Ogni tanto evocano un nuovo governo, gridano all'"emergenza" per poi ritornare il giorno dopo alla routine parlamentare. E mentre il cosiddetto "Terzo Polo" non disdegna il "dialogo" con il governo dell'odiato tiranno, il Pd si dedica soprattutto alle divisioni interne, tanto più curiose in quanto fondate sul nulla.
E' in questo quadro che i sondaggi più recenti segnalano un Berlusconi sempre più censurato dagli italiani, ma non per questo sicuramente sconfitto in eventuali elezioni politiche. Personalmente sono invece convinto che la sconfitta vi sarebbe, eccome. Ma resta la grande passività delle masse, a far da cornice ad un tramonto inglorioso quanto surreale, che prelude ad albe incerte e ben poco radiose.
Sulla ragione di questa indifferenza fa riflettere quanto osservato da Francesco Verderami sul Corriere della Sera di ieri, secondo cui i "sismografi" dei sondaggisti hanno registrato più variazioni per il referendum di Mirafiori che per l'ennesima puttanopoli di Arcore. La cosa non stupisce affatto, perché se la passività sulle vicende governative è frutto - come esplicitamente segnalato dagli stessi istituti demoscopici - dell'assenza di un'"offerta" alternativa, la portata dell'attacco mosso da Marchionne all'insieme dei lavoratori di fabbrica è stata colta da milioni di persone.
Attenzione! Questo non significa che non sia in atto un forte calo di consensi per il governo. La cosa è talmente evidente che Berlusconi non solo non minaccia più il ricorso al voto, ma parla di questa eventualità come una specie di disastro nazionale. Tutto questo avviene, però, in un contesto spento, privo di vere passioni, che potrebbero accendersi invece solo nel momento in cui (come è avvenuto lo scorso 14 dicembre) le vicende politiche andassero ad incrociarsi direttamente con le grandi questioni sociali.

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Ad agosto abbiamo detto che con la crisi politica si sarebbe aperta l'«ora degli zombi». Eravamo stati facili profeti. Il fatto è, che proprio come in un film dell'orrore, questa ora sembra non finire più. Prendiamo quello che vorrebbe essere la novità della politica italiana: il gasatissimo "Terzo Polo". Di costoro è difficile dire se siano più presuntuosi o più insipienti. Di certo sono codardi assai. In questi mesi di pantano istituzionale non hanno avuto il coraggio di una proposta: Berlusconi deve andarsene, anzi no deve governare, ma se se ne va noi accettiamo qualsiasi altro premier, fosse pure Bonaiuti...
Una roba da ridere. Qualche giorno fa Casini ha informato il popolo italiano che - chissà perché - è l'ora di Letta, cioè dell'eminenza grigia del premier. Ma il più comico è stato l'imprevedibile Bocchino. Accusato anche da una parte dei suoi di essere una specie di ultras dell'antiberlusconismo, ha proposto che sia proprio il capo del governo ad indicare il nome del successore all'interno della triade Letta-Tremonti-Alfano. Pure Alfano!, niente male come ultras...
Parlare del Pd è come sparare sulla Croce Rossa. Bersani ha proposto già a fine agosto (vedi Ammucchiata nell'uliveto) uno schema plausibile di alleanze elettorali e di governo, ma da allora la confusione interna è solo aumentata. Primarie sì o primarie no, accordo con l'Udc (e magari Fli) oppure no, premere per le elezioni o starsene prudenti ad attendere gli eventi? Mai si è visto un partito di queste dimensioni, e di queste ambizioni, in una simile condizione di sbando.
Come è possibile tutto questo? Qual è la ragione vera di questa paralisi? Se siamo arrivati alla "mignottocrazia" - sia chiaro, in senso ben più ampio (basti pensare alla "normale" compra-vendita di parlamentari, ma non solo) di quello evocato dalle squallide vicende del premier - dovranno pur esserci delle ragioni un po' più profonde di quelle solitamente indicate da analisti pigri e desiderosi di non scavare troppo. Silvio Berlusconi è certamente il simbolo di questo degrado, ma ridurre tutto al Paperone nazionale sarebbe il peggiore degli errori, il non voler vedere il marcio che si è impadronito dell'Italia negli ultimi vent'anni. E non è che prima fossero rose e fiori...

              

Più volte abbiamo richiamato l'attenzione sul fatto che il "fenomeno" Berlusconi non è arrivato per caso. Se si è imposto è perché se ne erano create le condizioni sociali e culturali ancor prima che politiche. Proviamo allora ad elencare all'ingrosso i fattori di "lunga durata", perlomeno quelli più importanti, che hanno portato alla situazione attuale.
Negli anni Ottanta si impongono in Italia, ma dentro un trend che coinvolge tutto l'occidente, tre idee-forza che intendono rimodellare la politica (e dunque la democrazia) così come uscita dalla seconda guerra mondiale. Idee che si fondano sull'assopimento del conflitto di classe, sul prevalere di uno stile di vita fortemente individualista e sulla cancellazione di ogni spinta egualitaria. Tutti elementi che, sul versante potenzialmente antagonista, conducono al triste disincanto di una generazione perduta che finisce per chiedere solo "efficienza", rinnegando ogni impegno personale - non parliamo di militanza! - nell'ambito della politica.
Sinteticamente, le tre idee-forza sono:

1) Il presidenzialismo, l'idea di concentrare al massimo il potere esecutivo, rendendolo sempre più preponderante su quello legislativo. Di quello giudiziario allora si parlava meno, anche se la questione iniziava a porsi.

2) Il partito leggero, sulla base del modello americano. Un partito mera macchina elettorale, con la relativa de-ideologizzazione (altra parola chiave di quel periodo) e la conseguente personalizzazione della politica e della rappresentanza.

3) La politica-spettacolo, fondata su una sostanziale equivalenza programmatica e sulla intercambiabilità di un personale politico comunque asservito alle oligarchie dominanti.

Tutto ciò non poteva che condurre ad un preciso risultato: la riduzione della politica a mera amministrazione dell'esistente. Dove la scelta dell'amministratore (sia esso un sindaco, un presidente di Regione, od il capo del governo) avviene di norma in circoli ristrettissimi che non hanno poi grandi difficoltà, grazie ai partiti leggeri ed alla politica spettacolo, ad imporsi presso una platea elettorale sempre più fiacca ed inebetita.
Come si vede si tratta di un meccanismo lobbystico, dove i diversi centri di potere - a volte in aperto conflitto tra loro - cercano di trovare i necessari equilibri per tutelare i propri interessi e per garantirsi la riproduzione del proprio potere come classe dominante intesa in senso complessivo. In questo meccanismo relativamente complesso - ovviamente, e per fortuna, imperfetto come tutte le costruzioni politiche - il berlusconismo c'entra fino ad un certo punto. Il miliardario delle Tv ha infatti mezzi propri che gli consentono di saltare le normali intermediazioni. Ecco perché egli riesce addirittura a presentarsi come campione dell'antipolitica.
In un certo senso Berlusconi è stato da un lato una variabile non prevista nel sistema che si andava costruendo e, dall'altro, il massimo beneficiario dello stesso, ma soprattutto colui che ne ha esaltato le caratteristiche autoritarie ed antidemocratiche. In Italia il presidenzialismo non c'è ancora, ma presidenzialistico è lo stile impresso alla politica del governo. Il suo partito è così leggero da essere stato fondato con un semplice annuncio e senza un vero congresso. In quanto alla politica-spettacolo, basta accendere la tv per capire di cosa stiamo parlando.
Inutile ricordare che questo processo, avviatosi negli anni Ottanta, poteva andare a compimento solo nei Novanta, dopo la dissoluzione del blocco sovietico e della stessa Urss. Oggi, dopo circa un ventennio, se ne vedono dispiegati tutti gli effetti negativi. Abbiamo già detto che la politica si è ridotta, beninteso nel migliore dei casi, a mera amministrazione dell'esistente. Ne consegue che parlare di democrazia, sperando di rianimarla con la semplice cacciata di Berlusconi, o limitandosi ad evocare la Costituzione del 1948, è un esercizio del tutto illusorio se non proprio apertamente truffaldino.



Ed infatti, cosa propone in merito a tutto ciò il composito raggruppamento antiberlusconiano? Niente, esattamente niente. Per costoro si tratterebbe soltanto di allontanare con le buone o con le cattive il ridicolo tirannello che dal 1994 - sia pure a fasi alterne - è stato il vero simbolo della politica italiana.
Abbiamo già visto che anche su questo fronte - quello del disarcionamento del Cavaliere - gli antiberlusconiani sono assai inefficaci. Ma anche quando vi riusciranno, cosa che pensiamo non potrà tardare più di tanto, questo non porterà ad alcun vero cambiamento. La cosa più positiva, insieme alla cacciata dell'attuale capo del governo, sarà la morte dell'antiberlusconismo, che non potrà sopravvivere alla dipartita di colui che ne giustifica l'esistenza.
Per il resto tutto rimarrà inalterato: presidenzialismo, partito leggero all'americana, spettacolarizzazione della politica sono una triade che ben si sposa con la gestione oligarchica della società, specie ai tempi della grande crisi ed in vista di una stagione di enormi sacrifici per le masse popolari.
Certo, qualcosa diranno. Nei pensatoi delle classi dominanti che non si limitano a parlare delle conseguenze di "Ruby e le altre", si discute se la Seconda repubblica sia davvero mai nata. Affiora qualche rimpianto per la Prima, ma si lavora ad una Terza repubblica semplicemente concepita come completamento di una Seconda abortita chissà perché.

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Tutto faranno fuorché riconoscere la crisi della "democrazia occidentale", il suo svuotamento totale di fronte ad una classe dominante sempre più predatoria. Un processo di lunga durata, che nel nostro Paese ha avuto però una decorso più accelerato che altrove. Una peculiarità nazionale che non dipende solo dal berlusconismo, o dal provincialismo di chi ha voluto importare meccanismi classici del modello americano (si pensi alle primarie) pretendendo di impiantarli, senza neppure una vera discussione pubblica, nel corpo delle diverse tradizioni politiche nazionali. Una peculiarità che deriva anche dalla continua ricerca di legittimazione da parte di una "sinistra" che ha fatto del pentitismo la propria dimensione psicologica più autentica.
Tutto faranno fuorché riconoscere le mostruosità messe in campo dagli inizi degli anni Novanta: il maggioritario, il bipolarismo, l'elezione diretta dei capi degli esecutivi ai vari livelli. Al massimo adotteranno qualche misura di aggiustamento per fare spazio al "Terzo Polo", rispondendo ad una contingente esigenza tattica, ma rifiutando come la peste ogni riflessione sul disastro che hanno prodotto.
Tutto faranno fuorché venir meno all'esigenza di rispondere ai compiti assegnatigli dai centri decisivi del potere capitalistico nazionale ed internazionale (cioè americano ed europeo). Per dirla in altre parole, tutto faranno fuorché venir meno al marchionnismo, la vera linea guida bipartisan adottata dall'attuale classe politica italiana.

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Tocca dunque a chi non intende rassegnarsi all'esistente il compito di proporre un'alternativa all'attuale sistema politico. L'abbiamo già detto, ma giova ripeterlo: pensare di cambiarlo con la mera sostituzione del guidatore, o propugnando un semplice ritorno ai valori costituzionali, sarebbe il peggiore degli errori. Vorrebbe dire alimentare un'illusione che peraltro non illude più nessuno.
Di cosa si nutre, al contrario, quell'autentico esodo popolare dal sistema politico oligarchico rappresentato dall'astensionismo di massa, se non della consapevolezza della sua non riformabilità? E' chiaro allora che non basta proporre un programma economico-sociale alternativo. Questo è necessario, e nel nostro piccolo cerchiamo di contribuirvi, ma non è sufficiente. Occorre anche una proposta di radicale cambiamento del sistema politico. Un rovesciamento delle sue modalità di funzionamento che restituisca un senso alla parola democrazia.
Si discute se dovranno esservi o meno elezioni politiche. Si dibatte se e quale "riforma" dovrà essere messa all'ordine del giorno. Rattoppi di un sistema politico in realtà irriformabile. Meglio, molto meglio, iniziare a discutere di una vera svolta. Della necessità di un'assemblea costituente che guardi alla costruzione di una nuova repubblica. Quella vecchia ormai se ne è andata, e non per colpa del solo Berlusconi. Il quale, al più, gli ha dato soltanto il colpo di grazia.

23 gennaio 2011

dal sito http://www.campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=frontpage&Itemid=1

giovedì 11 novembre 2010

L’INTERPRETAZIONE DEL BERLUSCONISMO


L’INTERPRETAZIONE DEL BERLUSCONISMO
di Michele Nobile



Pubblichiamo la quinta parte del saggio "La postdemocrazia internazionale e la crisi di legittimità strisciante del sistema dei partiti in Italia". Le prime tre parti sono apparse il 17 e 18 ottobre (Vedere anche "Etichette" sotto la voce Nobile Michele).
La quarta parte "Analisi delle tendenze reali in Italia: una crisi strisciante dei rappresentatività e di legittimazione" verrà pubblicata nei prossimi giorni.
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ORA CHE BERLUSCONI PARE ALLA FRUTTA, E' PURE IL MOMENTO DI FARE I CONTI CON QUANTI HANNO AGITATO LO SPAURACCHIO DEL «REGIME», AL FINE DI APPOGGIARSI AL MENO PEGGIO E RITORNARE IN PARLAMENTO.

V. Parole al vento: populismo, bonapartismo, carisma. L’interpretazione del berlusconismo.

1. Dunque, se le differenze nella politica economica e sociale e internazionale tra le due coalizioni sono di grado e di modi, piuttosto che di sostanza, se le durate complessive dei governi di centrosinistra e di centrodestra sono, fino ad ora, pressoché equivalenti, e se l’astensione esprime un profondo disagio politico e sociale che tende a colpire entrambe le coalizioni, sarebbe più corretto parlare di un sistema politico in comproprietà tra centrosinistra e centrodestra, piuttosto che di regime «berlusconiano».
Eppure, passività e omissioni, collaborazione e «inciuci» tra le due coalizioni, si alternano a periodi ed a discorsi nei quali i competitori mettono in discussione la capacità, o anche la legittimità, dell’avversario a governare, con toni da «guerra fredda» quasi a riproporre, ma in modo simmetrico, la vecchia logica della conventio ad excludendum nei confronti del Pci. Nel frattempo, notabili e spezzoni di apparato migrano da uno schieramento all’altro.
I politologi hanno notato l’anomalia per cui in un sistema bipolare come quello italiano (ma non bipartitico), nel quale l’alternanza di governo dovrebbe essere riconosciuta come fatto normale e scontata la legittimità del competitore, le campagne elettorali (quasi permanenti) comportano una forte componente di contrapposizione «ideologica» (le virgolette sono d’obbligo perché un vero scontro di ideologie o tra alternative visioni del mondo sarebbe benvenuto; ma non è il nostro caso). L’effetto risulta contraddittorio: da una parte si può avere una «mobilitazione drammatizzante» dell’elettorato,

«dall’altra, l’accresciuto senso di disincanto di un elettorato che sembra percepire ambiguità e debolezze, “splendori e miserie” dei leader mediatici, così impegnati a costruire eventi televisivi e controversie di campagna da apparire sempre più ai suoi occhi come le fragili vedettes di un lungo, sconclusionato “spettacolo politico» («Interesse per la politica, appartenenza di coalizione e giudizio sui leader: gli effetti della campagna elettorale», di Mauro Barisone, in Dall'Ulivo al governo Berlusconi. Le elezioni del 13 maggio 2001 e il sistema politico italiano, a cura di Gianfranco Pasquino, Il mulino, Bologna 2002, p. 178).

Ciò può spiegare il fenomeno dell’astensionismo asimmetrico. Ma sulla spettacolarizzazione della politica tornerò più avanti.
La tesi circa l’avvento di un regime peculiarmente berlusconiano è parte di questa «mobilitazione drammatizzante». Essa verte, essenzialmente, su due punti: sul tipo di rapporto corrente tra l’elettorato e il capo della coalizione di governo, definito con termini come carismatico, populistico, bonapartistico soft; e sulla creazione di una cintura di immunità, sia attraverso leggi ad personam, sia attraverso la delegittimazione di settori della magistratura e la «riforma» della stessa, di modo da invalidare il principio di eguaglianza davanti alla legge e da alterare i rapporti tra i diversi poteri dello Stato.
La connessione tra i due punti è costituita dalla concentrazione berlusconiana del controllo sui mass media, con quel che ne consegue sulle potenziali capacità di influenzare unilateralmente l’opinione pubblica e in termini di conflitto di interessi; e dal rafforzamento del potere dell’esecutivo, funzionale alla «personalizzazione» della direzione politica. E’ dunque possibile un discorso secondo il quale la coalizione di centrodestra, nell’insieme estranea all’esperienza della unità antifascista e della Costituente, comprensiva di un partito di originaria matrice neo-fascista e di un altro dai connotati populisti xenofobi e retoricamente «secessionisti», muove in direzione opposta allo spirito ed alle norme ed agli istituti di garanzia propri della Costituzione repubblicana. La lesione berlusconiana dello Stato di diritto è completata dalla diffusa corruzione dei suoi seguaci nell’amministrazione pubblica, sulla «patrimonializzazione» della stessa o, come si diceva in riferimento alla Dc, sulla «occupazione dello Stato», e nella promozione dell’illegalità diffusa, ma specialmente a favore dei più ricchi.
Resta, ancora da comprendere perché la competizione nel mercato politico italiano possa raggiungere i livelli della reciproca delegittimazione e se si possa utilmente caratterizzare il berlusconismo, almeno per affinità o analogia, con una delle categorie in uso nella storiografia e nella sociologia politica quali populismo, bonapartismo, potere carismatico.

2. La profonda crisi di legittimazione dei partiti del vecchio centrosinistra obiettivamente assegnava al mutante del vecchio Pci, solo grande partito sopravvissuto a «tangentopoli», la responsabilità di stabilizzare la scena politica. In assenza di una forza opposta e paragonabile, il rischio era che si liberassero delle energie sociali che iniziassero a fare i conti con gli squilibri, i dualismi, le «patologie» che affliggono la società italiana più che altri paesi di analogo livello di sviluppo capitalistico. Ciò, sia chiaro, non a causa ma nonostante l’orientamento degli ex-Pci: questi, dal canto loro, fecero quanto potevano per mantenere la crisi del «regime democristiano» entro i limiti della riforma istituzionale, facendo della modifica regressiva della legge elettorale il perno del nuovo «Risorgimento» nazionale.
Quali che siano stati i calcoli di interesse personale, Berlusconi «scese in campo» per evitare che l’Italia finisse in mano ai «comunisti». Demagogia pura, certo. Per farsi principe dei gattopardi Berlusconi dovette improvvisare con tempi da record una macchina elettorale con quel che aveva a disposizione, l’apparato del suo gruppo mediatico e finanziario. E, necessariamente non poteva che mettere insieme «cani e porci» e puntare sulla convergenza di motivi ideologici e interessi socio-economici contraddittori: sul settore di elettorato democristiano più clericale, su coloro che più erano attaccati al vecchio centrosinistra e al Psi craxiano, decisionista e della «Milano da bere», ma anche su quello che aveva sviluppato un’avversione nei confronti della Dc e del vecchio centrosinistra, rappresentato dalla Lega nord (che nel 1992 aveva già, in assoluto, più votanti che nel 2008, 3,3 milioni contro 3 o, in percentuale sugli adv, il 7,1% contro il 6,4%, dati elezioni per la Camera); nonché sul serbatoio di voti visceralmente anticomunisti del Msi. Doveva riuscire a combinare l’antistatalismo della «rivolta fiscale» del ricco Nord contro «Roma ladrona» con il clientelismo statalista nel Mezzogiorno, il nazionalismo dei «nostalgici» del Msi, in parte «sdoganati» da Craxi, con il secessionismo padano, la volgarità amorale televisiva con il tradizionalismo bigotto e il familismo cattolico.
Berlusconi ha saputo far leva su una parte importante della «biografia della nazione»: e la parte peggiore, in termini di valori. Ma bisogna tener presente che ciò in cui crede un elettore non risponde automaticamente a quel che è la «natura» del partito di riferimento: il centrodestra non è una formazione politica che semplicemente promuove il self-made man padano, né è semplicemente clericale e meno che mai nostalgica del fascismo. Non è realmente una formazione di «destra», non più di quanto il centrosinistra abbia un cuore di «sinistra». Prendere sul serio la «preoccupazione per la disoccupazione» del centrosinistra e la critica dell’inerzia del governo Berlusconi nella crisi è cadere in preda a un miraggio, esattamente quanto credere nel «buon governo» e nelle promesse, con tanto di «contratto» firmato in televisione, di Berlusconi.
Dal punto di vista del marketing politico nella società dello spettacolo e della spettacolarizzazione politica, il centrosinistra soffre della difficoltà di offrire l’immagine di un «prodotto» forte e simpatico. Berlusconi è invece un «animale spettacolare» per eccellenza. Ma è anche «animale politico» che gioca, in modo affatto privo di scrupoli, sulla dicotomia politica per eccellenza tra amico e nemico, e in un modo che, in definitiva, per ora si è risolto a suo vantaggio; o, perlomeno, gli permette di ridurre danni che, in altro paese, sarebbero irreparabili. Si tratta di uno dei paradossi del personaggio, già paladino della libera impresa eppure oligopolista, difensore della famiglia cristiana e utilizzatore di escort.
Dietro il berlusconismo ci sono i dualismi peculiari dell’Italia, e la strana saldatura, in un blocco solidamente controllato dal centrodestra, di due aree territoriali agli antipodi, non solo geografici: il nord, specialmente il nord-est, e la Sicilia: l’area più sviluppata, ricca e competitiva nell’economia italiana, e una delle aree meno sviluppate, più povere, più clientelari. Oltre la «zona rossa» dell’Italia centrale, nel quale il vecchio Pci e il nuovo centrosinistra sono anch’essi saldamente al potere (nonostante le recenti «incursioni» elettorali leghiste), le altre regioni sono contendibili.

3. Si intende bene perché, chi prenda sul serio il principio «la legge è uguale per tutti» e il parlamentarismo, e sia sinceramente e onestamente antifascista e antirazzista, debba odiare Berlusconi e il centrodestra. Non credo che nel secondo dopoguerra, in Italia e probabilmente in Europa occidentale, ci siano stati uomini di Stato che più di Silvio Berlusconi abbiano contribuito a screditare il potere giudiziario e l’istituzione parlamentare come luogo di elaborazione ideologica dell’«interesse generale»; un paragone forse si può fare con Richard Nixon, più che con De Gaulle. Nella sua persona e nella sua qualità di capo di una coalizione, Berlusconi incarna la crisi del parlamentarismo italiano. E l’incarna nel modo più rozzo, così come, nell’origine, nel comportamento e nella retorica, il centrodestra incarna quanto di peggio e di schiettamente incivile possa rintracciarsi nella «biografia della nazione». «Nazione» che quasi due secoli or sono, e in particolare nei suoi ceti benestanti, Leopardi vedeva intrisa di cinismo e portata a ridere senza ritegno di sé e del prossimo. Ma, in un’inconsapevole applicazione di quello che molto più tardi si dirà «legge» dello sviluppo ineguale e combinato, pur nella sua arretratezza e mancanza di «società stretta», quell’Italia leopardiana non faceva che esprimere, nella sua filosofia di vita, la meschina verità della ragione calcolatrice della più moderna ed avanzata Europa (capitalistica, e «società stretta» perché retta dagli intensi scambi mercantili propri di un’articolata e crescente divisione sociale del lavoro i quali, per svolgersi tranquillamente, richiedono che si debba avere un minimo di illusioni, di fiducia, di cura per la pubblica opinione e, almeno, che non ci si rida in faccia; Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, marzo 1824).
Quel che sfugge agli anti-berlusconiani è però il fatto che in Italia il parlamentarismo è in crisi per motivi che prescindono da Berlusconi e soci, che hanno un’origine e una dimensione internazionale, e che implicano, con responsabilità determinanti, anche la coalizione di centrosinistra, in particolare il partito in essa più importante. Paradossale, ad esempio, la non volontà del centrosinistra di risolvere la questione del conflitto di interesse e della concentrazione televisiva, quando avrebbe potuto: frutto di miopia o di opportunismo tattico o di una combinazione dei due elementi ma, in fondo e obiettivamente, espressioni del politicismo elitario che accomuna la casta politica.
I ripetuti attacchi delegittimatori all’operato di settori della magistratura, le proposte di riformarne la struttura, le leggi ad personam e a protezione dei vertici del potere politico, i condoni e le depenalizzazioni, tentate o attuate a favore dei più ricchi, configurano, nell’insieme, un attacco al principio di eguaglianza davanti alla legge. Questa spudoratezza è cosa grave anche dal punto di vista dell’opinione pubblica internazionale sinceramente liberale; ed è significativa della continuità di fatto tra il «berlusconismo» e il clientelismo associati alla vecchia Dc o, meglio, della continuità con i dispositivi e la mentalità corruttivi dilaganti negli anni Ottanta. Non è un caso che la sedicente «capitale morale» d’Italia fosse «base» sia per Berlusconi che per Craxi: tra i due (ancor più che tra Berlusconi e la Dc) furono strettissimi sia la reciproca complicità e sostegno sia la visione e lo stile politici.
Questo, al di là dell’apparenza di Berlusconi come «uomo nuovo», è il più importante aspetto di continuità reale con il «regime democristiano», nel formato degli anni Ottanta, e il paradosso della «seconda repubblica».
Ma, nello stesso tempo, è anche un grave fattore limitante per la costruzione di un «regime berlusconiano». Nonostante i caratteri postdemocratici dello Stato italiano esso resta, e non può che restare, uno Stato parlamentare e di diritto (per quanto leso, anche da quel «diritto penale d’emergenza» al quale il Pci tanto contribuì): in questo quadro, la persistenza del conflitto di interessi e la protervia con cui Berlusconi si scaglia su parte della magistratura, muovono in senso contrario alla stabilizzazione politica, alla sua legittimazione e alla capacità di integrare e dare coerenza all’insieme degli apparati statali. La contraddizione rimarrà anche se il centrodestra riuscirà a produrre una cintura protettiva intorno alle più alte cariche dello Stato.
Il problema di fondo di questa coalizione è proprio andare oltre la personalizzazione dello scontro politico: di questo sono consapevoli i «centristi» e Fini. Si tratta però di una contraddizione che è difficile superare, almeno fino alla morte del caudillo. Quando tale contraddizione fosse superata verrebbe meno un grave fattore «distorsivo» e polarizzante della scena politica e istituzionale italiana, intorno al quale si concentrano grandi energie e attività istituzionali, e che rende più problematica l’alternanza di governo.
Bisogna ricordare che il fenomeno del conflitto di interessi e di scandali che interessano i più alti livelli del governo non è peculiare dell’Italia, ma che da noi si presenta in forma esasperata, con facce che più che nel bronzo paiono forgiate nell’acciaio inox. E ricordare anche che la corruzione non è esclusività del centrodestra, come mostrano i fatti della Campania e dell’Abruzzo, o i sogni di voli finanziari intorno alla Unipol.

4. Insieme allo stile politico di Berlusconi, la crisi di legittimazione e di rappresentatività partitica del «regime democristiano» costituiscono, in prima approssimazione, argomenti favorevoli a caratterizzare il berlusconismo mediante analogie con categorie quali populismo, bonapartismo, fascismo. E’ il caso di prendere in considerazione testi non giornalistici e con un impianto teorico e storico.
Delle tre categorie quella più ambigua, meno definita e meno autonoma, ma anche la più utilizzata, è "populismo".
Ora, se per «populismo» si intendono la demagogia, il fare promesse o creare aspettative che poi non saranno mantenute, uno stile del linguaggio verbale e non verbale nella comunicazione di massa, un modo di rivolgersi direttamente al «popolo» da parte di una personalità, si può concordare che Berlusconi sia, in questo senso, «populista». Ma questa è accezione molto riduttiva e mistificante del termine. Innanzitutto perché, allora, il Cavaliere è il populista di maggior successo sulla scena politica italiana, oltre che un ghiotto bersaglio, ma certamente non è l’unico. Anzi, la retorica nazional-populista è stata massicciamente immessa nella politica italiana dai «progressisti», da coloro che fecero della riforma della legge elettorale il nuovo Risorgimento del popolo italiano. Populista è la retorica della sinistra di «terza via», che ha abbandonato ogni riferimento alle classi; populista è Barack Obama. Strumento di populismo plebiscitario sono le elezioni primarie; il successo di Vendola può essere letto in chiave populista, e populista era sicuramente il già citato manifesto di Rifondazione e altre trovate retoriche analoghe.
Questa è una fenomenologia che può essere detta "populista";  ma è «populismo» giornalistico e che si riferisce al linguaggio e all’organizzazione dello spettacolo politico. Nel nostro caso presuppone che sua Emittenza si rivolga unilateralmente al popolo atomizzato degli spettatori televisivi.

Ma populismo vero è molto di più.

Il populismo per eccellenza, il più grande e appassionante fenomeno politico e culturale che sia così definito, fu quello russo, negli ultimi decenni del XIX secolo e fino ai primi anni della rivoluzione sovietica. Fu vicenda assai complessa, magistralmente ricostruita nella monumentale opera di Franco Venturi. Personalmente ritengo che la storia dell’«andare verso il popolo» della giovane intellighenzia russa sia tra le più appassionanti e commoventi dell’Europa moderna. Ma quel che conta ora è che il movimento populista per eccellenza non fu affatto di destra: fu anche anarchico; il terrorismo antizarista fu approvato e visto con speranza da Marx ed Engels; i socialisti rivoluzionari di sinistra furono parte integrante della rivoluzione russa e del primo governo sovietico: la loro espulsione da quel governo fu parte dell’involuzione della rivoluzione.
Aleksandr Ulianov venne impiccato nel 1887 per aver progettato, con altri militanti della populista Narodnaja volja (La volontà del popolo), la liquidazione fisica dello zar Alessandro III: suo fratello Vladimir, allora diciassettenne, sarà poi noto con lo pseudonimo Lenin.
Corretta, e applicabile anche al campo politico, è la definizione di Alberto Asor Rosa in Scrittori e popolo (1965) , sottotitolo Il populismo nella letteratura italiana:
«L’uso del termine populismo è legittimo solo quando sia presente nel discorso letterario una valutazione positiva del popolo, sotto il profilo ideologico oppure storico-sociale oppure etico. Perché ci sia populismo, è necessario insomma che il popolo sia rappresentato come un modello» (p. 13, ed. 1976).
La storia di Asor Rosa inizia con Gioberti e Mazzini e termina con Pasolini (nel capitolo sulla crisi del populismo): e in mezzo si trova il populismo resistenziale del Pci, il più autentico e importante della storia italiana del Novecento. E poiché Asor Rosa populista non era, definì i limiti politici dei populisti in termini validi anche per il Pci:

«Il loro programma potrebbe essere riassunto nella formula: contro il grande capitale (quindi, spesso, anche contro la grande borghesia), in nome del popolo, contro ogni organizzazione autonoma della classe operaia» (p. 17).

Espressione questa della relativa arretratezza di gran parte della cultura italiana.
Fatto è che il termine «populismo» da solo non può affatto servire per caratterizzare in modo peculiare fenomeni politici di destra ed autoritari. Come nel caso di «nazionalismo» si deve distinguere tra partiti o correnti orientate alla liberazione nazionale e alla lotta all’imperialismo e partiti o correnti volti ad opprimere altre nazionalità e all’imperialismo, così per il «populismo» si devono distinguere partiti o correnti anti-oligarchiche, progressiste, orientate in senso democratico (non equivalente a liberale) e partiti o correnti nei quali il richiamo al «popolo» è la copertura di politiche volte a ristabilire il dominio di classe.
Fino a questo punto il discorso riguarda i movimenti populisti: e nell’Italia di fine XX secolo il solo movimento populista era lo pseudonazionalismo padano e retrogrado della Lega lombarda. E scrivo era perché non mi pare proprio che nei comuni e nelle regioni dove la Lega è una forza di potere essa abbia creato un regime populista. Certo, i suoi capoccia possono fare discorsi immondi (ed assolutamente irresponsabili come uomini di governo: vedi il caso della maglietta antiislamica di Calderoli finemente esposta in tv); le amministrazioni comunali possono negare moschee e diritti agli immigrati, e scrivere le indicazioni stradali anche in lingua locale (che a malapena capiranno gli indigeni); e si può anche conquistare il «federalismo», ma in chiave opposta a quella di Carlo Cattaneo. Ma tutto ciò è cosa diversa sia da un vero e militante nazionalismo di liberazione da «Roma ladrona», che è ridotto ad annuale liturgia anche perché capita che i leghisti da Roma governino, sia, e specialmente, dal tessuto di istituzioni che costituiscono uno specifico regime politico. Perché il punto è proprio questo: caratteri e possibilità di un potere, di una politica statale, di istituzioni, che sulla base dell’esperienza storica possano dirsi propriamente populisti.

5. Per Nicola Tranfaglia, ad esempio, quello di Berlusconi è un «populismo autoritario» nel senso di un vero e proprio regime personale (La resistibile ascesa di Silvio B. Dieci anni alle prese con la corte dei miracoli, Baldini Castoldi Dalai, Milano, e Il populismo autoritario. Autobiografia di una nazione, entrambi per Baldini Castoldi Dalai, Milano, rispettivamente 2004 e 2010).
Come storico di professione Tranfaglia non può fare a meno di ricordare il populismo russo, ma solo en passant. Ritiene, invece, che «nel Novecento il populismo abbia trovato la sua espressione maggiore e più evidente nel nazionalsocialismo tedesco di Adolf Hitler» e, subito dopo, precisa che nel populista coesistono due visioni del popolo,

«una è l’immagine del popolo come massa salvifica, l’altra come massa incolta. Il popolo incarna, in ogni caso, valori salvifici e se è incolto, entra in gioco il capo carismatico che dichiara che la cultura di quella razza è superiore e universale» (Il populismo autoritario, 29).

Direi che ciò mutila la caratterizzazione del nazismo e riduce il «populismo» a fatto della destra estrema, con conseguenze concettualmente disastrose per l’interpretazione storiografica e la politica contemporanea. Qui lo storico ha ceduto completamente il campo al militante politico.
L’assimilazione di populismo e autoritarismo è indicativa dell’inconsapevole (?) assorbimento di un pregiudizio liberale: quello per cui il potere del popolo, cioè la democrazia, coincida con il dispotismo. In questo caso, il restringimento dell’ambiguità connessa al termine «populismo» confonde, invece che chiarire, il senso dell’eventuale «populismo» berlusconiano.
Ma in fondo Tranfaglia si rende conto di quanto sia debole la sua prima caratterizzazione del populismo. Deve precisare (contraddicendo la precedente schematizzazione) che l’equiparazione delle dittature di destra con il populismo è un errore; e allontanarsi dall’Europa del fascismo e del nazismo, per ricorrere agli «archetipi» sudamericani del brasiliano Getulio Vargas e dell’argentino Juan Domingo Perón. Specie al peronismo, per cui

«una forte personalizzazione che esalta la guida carismatica, distrugge la democrazia e instaura un regime autoritario nel quale la divisione dei poteri diventa una parola vana e il leader comanda su tutto, senza controlli né freni» (ibidem, p. 48).

Secondo Tranfaglia l’affinità tra Perón e Berlusconi è tanto forte che egli teme che gli italiani possano essere «costretti a sopportare ancora per molti anni l’egemonia trionfante dell’erede (peggiorato) di Perón nel nostro paese» (ibidem, p. 138, corsivo mio).
Ma dal «populismo» nazista a quello sudamericano, da Hitler a Vargas o a Perón, esiste una distanza enorme, qualitativa, non semplicemente geografica. Tanto grande che mi trovo in imbarazzo: una seria comparazione del peronismo con altri «populismi», veri o presunti, richiederebbe prima che si spiegasse cosa era il peronismo, e troppe pagine in più. Me la cavo con una citazione, dall’Introduzione di Roberto Massari a Il peronismo, secondo il quale una serie di circostanze favorevoli, nazionali e internazionali,

«abbiano contribuito insieme ad altri elementi a produrre un fenomeno senza precedenti e cioè il fatto che nella più grande mobilitazione operaia della storia latinoamericana il ruolo di guida sia spettato per quasi un decennio al partito dell’ala più dinamica della borghesia nazionale, sulla base di un programma economico-sociale di pura ripartizione del reddito e di aggiornamento della legislazione esistente.
Ciò spiega perché, a differenza di altri movimenti nazional-popolari latinoamericani (come l’aprismo, il varghismo ecc.), all’interno del peronismo sia potuta proseguire la lotta delle correnti più propriamente operaie (per composizione ed ideologia) contro la direzione e il programma borghese del movimento, nell’ambito di un quadro unitario e senza che le divergenze politiche arrivassero ad esprimersi in programmi alternativi (...)
Il peronismo è stato dal 1945 in poi, fino agli ultimi anni del primo governo (1955), una forma particolare di bonapartismo, fondata sull’equilibrio instabile tra una borghesia nazionale ricca e interessata a ricontrattare il rapporto di dipendenza, e un movimento operaio combattivo, ma riformista, e quindi interessato ad aumentare la propria quota di partecipazione nella ripartizione dei benefici prodotti da una serie di circostanze eccezionali» (Il peronismo, a cura di Roberto Massari Erre emme edizioni, Bolsena 1997, pp. 15-16, nuova ed. di Peronismo e movimento operaio, Jaca book, Milano 1975).
Gino Germani, invece, enfatizzava gli effetti, per ampiezza e specialmente per rapidità, delle trasformazioni strutturali dell’Argentina negli anni 1935-1947, in particolare la disponibilità alla mobilitazione politica derivante dalla migrazione interna e dalla crescita degli addetti all’industria. In questa prospettiva il peronismo è una fase di integrazione nazionale, politica, culturale e sociale: «gli strati popolari trovarono un loro posto riconosciuto e legittimo – nella misura normale per una avanzata società di classe» (in Momenti dell'esperienza politica latino-americana, il Mulino, Bologna 1974, a cura di Ludovico Garruccio, con saggi anche sulla Bolivia e il Brasile).
Perón era un militare, ma il fondamento del suo potere era il proletariato urbano, organizzato in sindacati, molti dei quali creati dallo stesso regime. Questo lo pone in tutt’altra logica politica di quella di Berlusconi: si riesce a immaginare un berlusconismo che abbia come nocciolo duro la burocrazia sindacale?
Arrestato dai militari il 9 ottobre 1945, quando non era ancora Presidente, Perón venne liberato a furor di popolo. Berlusconi, l’oligarca e plutocrate oligopolista, «liberista», antisindacale e prono all’imperialismo Usa, circondato da «azzurri» in giacca e cravatta, non ha nulla a che fare con il peronismo dei descamisados argentini. Semmai, in quei contesti, Berlusconi sarebbe stato tra i golpisti anti-Perón o anti-Allende o tra quelli anti-Chávez (pure citato semplicisticamente da Tranfaglia, ma almeno in questo caso la comparazione con Perón è meno fantastorica). La differenza tra peronismo e berlusconismo traspare in un accenno nel libro di Tranfaglia: «quello che differenzia il populismo berlusconiano rispetto agli esempi latino-americani è la politica economica a cui si ispira la coalizione di centro-destra» (Tranfaglia, op. cit., p. 94).
Appunto: ma la politica economica non è un accessorio secondario che si aggiunge alla politica: si può dire che ne esprima la sostanza, le contraddizioni, il quadro delle alleanze e dei conflitti sociali. Il regime peronista era una forma di bonapartismo, di una complessità e contraddittorietà che col «berlusconismo» non ha nulla a che fare. Ma chi può riuscire a concepire un «berlusconismo di sinistra» (o anche un «leghismo di sinistra») che pratichi la lotta armata per l’indipendenza nazionale e la giustizia sociale, come fu per diverse organizzazioni e frazioni del «peronismo di sinistra», dal Movimiento revolucionario peronista (1964), di cui le Fuerzas armadas peronistas erano il braccio militare, ai montoneros? A sentire una cosa del genere temo che un argentino con conoscenza delle cose italiane si metterebbe le mani nei capelli, o più probabilmente si sbellicherebbe dalle risate.

6. Il peronismo, si è detto sopra, può essere inteso come una variante del bonapartismo. Ma anche questa categoria può essere definita e usata in modi diversi.
Per Nicos Poulantzas prima maniera, in Pouvoir politique et classes sociales (1968), il bonapartismo è quanto caratterizza il tipo capitalistico di Stato nella sua autonomia relativa dall’economia. Il bonapartismo è qualità intrinseca dello Stato capitalistico in quanto, da una parte, solo eccezionalmente la borghesia giunge a dominare direttamente sul piano politico, a causa anche della sua divisione in frazioni in lotta; dall’altra, per esercitare la propria funzione egemonica nei confronti delle classi dominate, lo Stato capitalista deve mantenere la sua autonomia dalla borghesia.
Anche per Domenico Losurdo il bonapartismo è una costante della politica nella società capitalistica, ma in modo molto diverso che in Poulanzas. Per quest’ultimo il bonapartismo è una costante strutturale dello Stato, direi il risultato, peculiare del modo di produzione capitalistico, della separazione e concentrazione dei poteri economici e di quelli politici in sfere ed in apparati distinte. Per Losurdo il bonapartismo è piuttosto la risposta della borghesia liberale alle istanze democratiche della classe dominata,

«un nuovo modello di controllo politico e sociale delle masse, nell’ambito del quale il suffragio universale è neutralizzato dalla posizione assolutamente eminente del presidente della repubblica o del capo dell’esecutivo che, da una parte cerca di ingraziarsi le classi considerate pericolose mediante alcune limitate concessioni (sviluppo dei lavori pubblici, calmiere ai fitti nelle grandi città ecc.), dall’altra cerca di incanalare e deviare il malcontento verso l’esterno, inalberando lo stendardo della Francia nel mondo» (Democrazia o bonapartismo, p. 60).

Su Poulantzas (del 1968), Losurdo guadagna in specificità storica, e rende meglio l’idea marxiana che l’ascesa di Luigi Bonaparte fu la vittoria «del potere esecutivo sul potere legislativo, della forza senza frase sulla forza della frase», che con lui «lo Stato sembra essere diventato completamente indipendente», al punto di poter cadere preda di un avventuriero che ha comprato la soldataglia con acquavite e salsicce.
Per Losurdo il bonapartismo soft berlusconiano è l’aspirazione al presidenzialismo, combinata con un enorme potere mediatico, il modellarsi della propaganda politica sulla pubblicità commerciale, il sistema elettorale uninominale, la campagna ossessiva e «terroristica» contro i partiti e le organizzazioni «pesanti». Egli assimila il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica a due altri «movimenti reazionari» italiani, quello della fine del XIX secolo e il fascismo, tutti caratterizzati da un «colpo di Stato o tentativo di colpo di Stato [che] si dispiega su un arco di tempo abbastanza prolungato», come successione di «strappi istituzionali» (La seconda repubblica, p. 52).

Qui abbiamo diversi problemi:
a) il bonapartismo soft non è il fascismo, ma l’inserimento nella medesima categoria dei «movimenti reazionari», che procedono per golpes più o meno striscianti, non è affatto innocente. Il punto è che il fascismo non fu solo «uno dei periodici movimenti di reazione con cui la borghesia depura o cerca di depurare il più possibile il regime liberale degli elementi di natura democratica o sociale considerati spuri» (ibidem, p. 40). Non è scoperta di chi scrive che il fascismo, germogliato sotto uno Stato liberale, fu una forma di Stato (capitalistica) diversa da quella liberale, e che esso non «depurò», ma annientò le organizzazioni del movimento operaio. Questo Losurdo lo sa, ma, di nuovo, la passione politica gioca brutti scherzi.
b) I libri di Losurdo citati risalgono al 1993 e al 1994. Da allora il colpo di Stato strisciante ha concluso il suo corso oppure no? O ci stiamo avvicinando, dopo alcuni lustri, al momento fatale? La tempistica è importante per comprendere la natura del regime politico, per la ragione che dico avanti.
c) Nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica hanno certamente svolto un ruolo importante attori reazionari, quali Cossiga, «il picconatore» già ministro degli interni nei governi appoggiati dal Pci, e la Lega. Ma non solo loro. Alla campagna reazionaria di riforma del sistema elettorale in senso maggioritario parteciparono non solo gli organi di stampa «progressisti» ma esponenti del Pds (Augusto Barbera, innanzitutto); il Pds, con Cesare Salvi capo gruppo nella commissione parlamentare per le riforme istituzionali, sosteneva per il Senato un sistema al 70% maggioritario con doppio turno alla francese, e un sistema più arzigogolato per la Camera, maggioritario-uninominale a un turno per il 52% dei seggi, il resto con attribuzione proporzionale tra i non eletti. Il risultato del referendum abrogativo relativo al sistema elettorale del senato, 82,7% di sì, e il 77% degli adv, non sarebbe stato possibile senza l’appoggio della «sinistra progressista». Il neo (o post) fascista Msi, da cui derivò An, invece, era contrario.
d) Come già detto, presidenzialismo e/o sistema uninominale non sono esclusivi dell’Italia: il che dice molto sulla liberaldemocrazia, ma meno sui «movimenti reazionari» in senso proprio. I presidenti Kennedy o Mitterand erano «reazionari»? Per pura ipotesi: Bertinotti presidente in una Repubblica presidenziale sarebbe «reazionario»?
La concezione dello Stato di Poulantzas (del 1968) ha, su Losurdo, il pregio di evidenziarne la natura capitalistica indipendentemente dal regime politico e dai dettagli istituzionali, quella «separatezza bonapartistica» che fa anche del regime parlamentare una forma non-democratica, e di demistificare la nozione di «sovranità popolare» facendo del «popolo» qualcosa che si costituisce attraverso la rappresentanza indipendente dagli elettori. Losurdo, invece, è attaccato all’idea dei partiti di massa come mandatari del «popolo». E questo non solo contrasta con la realtà della sovranità del sistema dei partiti sul popolo, ma elimina la questione della burocratizzazione e della interna mutazione dei partiti nati dal movimento operaio.

7. Ma il problema comune agli usi del bonapartismo di Poulantzas (1968) e di Losurdo, e che è comune ad altri modi di definire il berlusconismo, è che il bonapartismo, come il fascismo, è una forma di Stato (capitalista) d’eccezione. Dopo Pouvoir politique, in Fascisme et dictature (1970), lo stesso Poulatzas pose il problema di comprendere come «specie differenti e particolari di crisi, sfocino ciascuna in forme di regime d’eccezione – bonapartismo, dittature militari, fascismo – specifiche della forma dello Stato d’eccezione» (p. 66).
Condizione minima perché si possa usare in modo sensato la nozione di bonapartismo è una situazione di crisi acuta del conflitto tra le classi sociali, tale che tra esse esista una sorta di equilibrio, anche se non paritario, sicché il Bonaparte di turno possa atteggiarsi ad arbitro e «salvatore della nazione».
Negli ultimi quattro decenni qualcuno ha visto una crisi di questo genere in Italia?
Sorge allora la domanda: a che genere di crisi corrisponderebbe un «regime berlusconiano»? Non certo alla crisi del «regime democristiano», giacché negli anni Novanta il nostro candidato Bonaparte governò poco più di sei mesi e in modo inconcludente, al contrario del lungo «regno» dei suoi competitori. Peraltro, negli anni decisivi della crisi egli era stato preceduto dai governi di Amato e Ciampi, «governi tecnici» ma riconducibili all’area ampia di «centrosinistra», e garantiti dal Presidente Scalfaro: ecco, lo spazio nel quale avrebbe dovuto inserirsi un novello Bonaparte italiano venne occupato dal Presidente. Si può ben dire che di fatto nel 1993-1994 il regime politico italiano sia stato di fatto presidenzialista, che Scalfaro abbia sganciato il governo dalla crisi di legittimità e rappresentatività del vecchio centrosinistra, così garantendo l’autonomia dello stesso, nella logica del bonapartismo come tratto generico dello Stato nel Poulantzas di Pouvoir politique.
Ma... Scalfaro come Bonaparte? Non scherziamo.
Berlusconi può aver riorganizzato parte del vecchio elettorato democristiano e craxiano, rivendicando una certa continuità «anti-giustizialista», ma ciò è l’opposto del bonapartismo che, per definizione, si contrappone ai vecchi partiti. Semmai, fu l’area dell’attuale centrosinistra, centrata sul partito mutante derivato dal Pci, ad essere protagonista della neutralizzazione della crisi del «regime democristiano».
Si può dire che il sistema elettorale proporzionale e un regime parlamentare «puro» rafforzino sia la «rappresentatività» che la «democraticità» di un regime liberaldemocratico e, viceversa, che l’introduzione del sistema elettorale maggioritario, grazie al sostegno del maggior partito della «sinistra» italiana, e il presidenzialismo di un Berlusconi sono fatti, tra numerosi altri, indicativi del degrado del livello di «democraticità» del sistema politico italiano. Ma in quanto tali non hanno un carattere «eccezionale» né preludono a un regime d’eccezione, quale la dittatura, il bonapartismo o il fascismo. In Italia non esiste alcuna ragione per cui si abbia un regime d’eccezione.
Piuttosto, da una parte il sistema politico italiano sembra allinearsi a quello di altri paesi a capitalismo avanzato; dall’altra, proprio le peculiarità italiane drammatizzano, con ciò evidenziandole, tendenze internazionali.
Meglio che in altri paesi a capitalismo avanzato, in Italia è più chiaro che siamo in presenza di un’involuzione storica della liberaldemocrazia, che le «riforme» istituzionali puntano a rafforzare i privilegi della casta politica e la «governabilità» e che, specialmente le «riforme» avanzate dal centrodestra, sono viziate da palese strumentalità, quali l’autodifesa di Berlusconi, e da contingenze tattiche, quali la necessità di dare soddisfazione alla Lega nord.
Nonostante la retorica e il narcisismo megalomane, a Berlusconi e soci manca l’ampiezza della visione politica necessaria a costruire un «regime» peculiare, come il fascismo o il peronismo; e, in realtà, gli mancano perfino gli strumenti politico-economici, in forza delle privatizzazioni e dell’unione monetaria. Per esercitare un ruolo politico direttivo nei processi socio-economici era meglio e più attrezzata la Dc fanfaniana della seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso. Valendosi di nuovi investimenti nell’industria di Stato la Dc fu protagonista di un’iniziativa di alta politica, riuscendo, sia pur parzialmente, a modificare i rapporti interni al capitalismo italiano e tra questo e il capitalismo internazionale.
Il «berlusconismo», non meno del centrosinistra, è invece «vittima» consenziente e godente del cosiddetto «liberismo»: il che significa che sia il centrosinistra che il centrodestra sono meno capaci di direzione politica dei processi socio-economici, quindi di grande iniziativa politica. Ad entrambe le coalizioni mancano grandi politici; i dirigenti di entrambe le coalizioni si pongono, invece, come amministratori di tendenze «spontanee».
Ma, se rispetto al grande capitale ed alle istituzioni internazionali il centrosinistra può vantare, e gli viene riconosciuto, il successo politico per l’opera di privatizzazione e di convergenza intorno ai parametri di Maastricht, migliori capacità amministrative e di rigore fiscale, nonché nella neutralizzazione delle tensioni nei sindacati, il successo interno del berlusconismo risiede, più che nelle sue capacità «creative», nel suo essere in sintonia con queste tendenze spontanee, con gli interessi immediati e diffusi del capitale «nazionale» più bisognoso di protezione. E, senza più la possibilità di svalutazioni competitive, la «protezione» più facile risiede nell’avere mano la più libera possibile nello sfruttamento della forza-lavoro e pagare meno tasse che si può. Questo è il capitalismo più piccolo, non solo nel senso dimensionale: quello meno capace di grandi operazioni finanziarie, che meno accede ai circuiti del credito, che non ha capitale da impiegare nella ricerca e nell’innovazione, che meno sopporta anche un minimo di tutela sindacale. E’ un capitalismo perdente.

L’argomentazione recentemente portata dalla ministra della pubblica istruzione, secondo la quale lo spostamento a ottobre dell’inizio dell’anno scolastico sarebbe nell’interesse dell’industria del turismo, è un esempio grottesco dell’adeguamento all’interesse immediato di un settore del capitalismo nazionale a danno dell’«interesse generale» dello stesso. Su un piano diverso, si possono ricordare la rivendicazione, leghista e di Tremonti, di misure protettive dell’industria tessile e dell’abbigliamento italiana a fronte della concorrenza cinese, quando arrivò a scadenza (2005) l’accordo multifibre, le critiche alla passività dell’Unione europea e le affermazioni, demagogiche, sull’euro: tutti segni del disagio di un capitalismo «nazionale» la cui struttura delle esportazioni è irrimediabilmente arretrata, che è preso tra l’incudine della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione e a salari irragiungibilmente «competitivi» e il martello del «mercantilismo» tedesco e delle esportazioni a più alto contenuto tecnologico.
Come imprenditore Berlusconi stesso è l’emblema vivente delle caratteristiche e dei limiti del capitalismo italiano: non solo è vicino ad una posizione monopolistica, non solo ripete il controllo familiare sul gruppo, ma opera in mercati obiettivamente protetti dalla concorrenza estera, quali l’edilizia e le comunicazioni.

8. Prima ho indicato il materiale con cui Berlusconi doveva necessariamente partire. Ma il Cavaliere non ha solo assemblato pezzi preesistenti. Ha realizzato una sintesi. Per questo carattere sintetico è difficile restringere la caratterizzazione del principe dei gattopardi in un’etichetta esaustiva, in una categoria politologica tradizionale. Grande comunicatore e venditore di sogni, caso esemplare di personalizzazione della politica, potrebbe far pensare a un politico carismatico (una lettura di Berlusconi attraverso le categorie weberiane in Paul Ginsborg, Berlusconi. Ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica, Einaudi, Torino 2003.

Ma per Max Weber:

«il carisma è una potenza in linea di principio straordinaria, e quindi necessariamente extra-economica, ma minacciata nella sua virulenza non appena gli interessi della vita economica quotidiana prevalgono come minaccia di accadere ovunque» (Max Weber, Economia e società. IV. Sociologia politica, Edizioni di comunità, 1995, p. 228)

Il carisma è un «dono» che conferisce potere non per scelta ma per doveroso riconoscimento dei destinatari del messaggio; è qualcosa che è pertinente al campo dello straordinario e ad una missione con la quale il capo è identificato, è congenitamente instabile e in opposizione al potere di tipo patriarcale o burocratico. Ora, se è vero che

«Il condottiero e il suo seguito cercano la preda; il detentore del potere plebiscitario o il capo carismatico di partito cercano i mezzi materiali della loro potenza, ed il primo soprattutto cerca lo splendore materiale del potere per consolidare il prestigio del suo dominio»

è pur vero che

«Ciò che tutti disprezzano – finché esiste un genuino potere carismatico – è l’economia ordinaria di carattere tradizionale o razionale, con l’obiettivo di “introiti” regolari conseguiti mediante un’attività continuativa diretta a tale scopo» (Max Weber, Economia e società. I. Teoria delle categorie sociologiche, Edizioni di comunità, 1995, p. 241, corsivo mio.)

Dunque, per alcuni tratti il personaggio politico Berlusconi somiglia a un capo carismatico; ma per altri decisivi ne diverge. Un capo carismatico non dispone di un’organizzazione burocratica razionale quale un’impresa capitalistica, men che mai di un grande gruppo finanziario; non può vantare un successo economico né presentare un «conflitto d’interesse». Non è uomo dell’economia ordinaria e razionale. E’ antitetico al capitalismo; è invece, per Weber, un sostegno del «comunismo, se con questo termine intendiamo la mancanza della “contabilità” nel consumo dei beni e non l’organizzazione razionale della produzione dei beni in vista di un “calcolo” in qualche modo comune (“socialismo”)» (Max Weber, Economia e società. IV. Sociologia politica, Edizioni di comunità, 1995, p. 227.).
Neanche il potere di tipo patrimoniale si presta a concettualizzare la figura politica di Berlusconi. Volendo se ne può vedere un tratto nell’utilizzo dell’apparato amministrativo personale per estendere il potere del signore al di fuori della sfera «domestica», ma il patrimonialismo tende a rompere con la razionalità formale, cioè di tipo capitalistico, orientata al profitto: o regolamentando l’economia «in senso materiale, cioè in base a ideali “culturali” di carattere utilitaristico o etico-sociale e materiale» o in forza dell’arbitrio fiscale (Max Weber, Economia e società. I. Teoria delle categorie sociologiche, Edizioni di comunità, 1995, p. 235.).

Insomma, per un certo verso Berlusconi potrà anche essere un sultano «patrimonialista», ma il vero patrimonialismo cozza con il «neoliberismo», la deregolamentazione, la detassazione.
In effetti, presi in se stessi i tipi ideali weberiani del potere carismatico e del potere patrimonialistico non si prestano a caratterizzare la politica di uno Stato capitalistico, per il semplice motivo che queste forme del potere legittimo vennero concepite in contrasto con la moderna forma razionale del potere burocratico, nel quale la razionalità è condotta dominata dalla regola, impersonalità della gerarchia contrapposta al potere personale, obiettività della legge contrapposta all’arbitrio soggettivo. Per Weber il potere burocratico può svilupparsi compiutamente solo in un’economia monetaria, sia perché solo questa può assicurare le entrate necessarie a retribuire i funzionari, sia perché l’agire economicamente razionale, tale perché basato sul calcolo monetario, richiede che anche il funzionamento del potere politico sia «calcolabile» e prevedibile.

9. Weber fu teorico del potere burocratico come «guscio d’acciaio» della modernità, dell’analogia tra la macchina inanimata «come spirito rappreso» e la burocrazia come «macchina vivente», ineliminabile anche con la scomparsa del capitalismo.
Ma Weber, e se non bastasse il resto qui fu veramente grande, riconobbe pure la necessità del potere carismatico ai vertici della società capitalistica. Perché se la burocrazia, pubblica e privata, è l’ossatura del potere nel mondo moderno, il funzionario-macchina può fare osservazioni su un ordine ma in definitiva è un esecutore tenuto all’obbedienza. Fantasia, coraggio e innovazione non sono, diciamo così, il suo forte, non devono esserlo. Ma per il dirigente, politico o imprenditore, che sia effettivamente tale, le cose stanno altrimenti:

«Il funzionario deve stare «al di sopra dei partiti”, cioè in realtà al di fuori della lotta per acquisire una potenza propria. Invece la lotta per la conquista della potenza e della responsabilità personale di fronte alla propria causa, che da essa deriva, costituisce l’elemento vitale del politico e dell’imprenditore» (Max Weber, Economia e società. IV. Sociologia politica, op. cit., p. 504).

Il punto venne riconosciuto da Marcuse: il dominio formalmente razionale dell’amministrazione burocratica non è altro che l’apoteosi della reificazione della ragione e della ragione reificata come mezzo, strumento. Ma questo strumento formalmente razionale deve avere uno scopo fuori di se: e questo è dato dalla « lotta per la conquista della potenza e della responsabilità personale». Così la razionalità formale dell’apparato come mezzo richiede l’irrazionalità del potere carismatico del dirigente impegnato nella lotta come fine. E mentre l’apparato burocratico si sottomette al capo carismatico, il carisma stesso si rovescia modernamente in dominio di interessi. L’amministrazione «effettivamente razionale tenderebbe ad eliminare il dominio», ma essendo l’apparato costruito «sul terreno del dominio», è necessario limitare e manipolare la «democratizzazione» (formale) che l’amministrazione richiede. La soluzione della contraddizione

«ha la sua espressione classica nella democrazia plebiscitaria, in cui le masse destituiscono periodicamente i loro capi e ne determinano la politica, sotto condizioni predeterminate e ben controllate dai capi. Così per Max Weber il suffragio universale non è soltanto risultato, ma anche strumento del dominio nel periodo della sua perfezione tecnica. La democrazia plebiscitaria è l’espressione politica dell’irrazionalità diventata ragione» (Herbert Marcuse, «Industrializzazione e capitalismo nell'opera di Max Weber», relazione del 1964, in Cultura e società. Saggi di teoria critica 1933-1965, Einaudi, Torino 1969, p. 257, corsivo mio).
Penso che queste osservazioni di Marcuse siano utilissime, oggi più che al momento in cui vennero formulate, per porre in relazione il carisma e la burocrazia partitica e statale (o meglio, partitico-statale). Qui la questione non è tanto quella del carisma del capo in condizioni di crisi e dello Stato d’eccezione anti-parlamentare, ma del carisma in regime parlamentare, con regolari e periodiche elezioni, l’esistenza di un’opinione pubblica, insomma della vita politica in una «democrazia rappresentativa» matura. Quale, ad esempio, quella italiana.
In questa prospettiva il personaggio Berlusconi potrà essere visto nella sua peculiarità ma anche nella sua normalità, per quel che lo rende più carismatico rispetto ai grigi burocrati di centrosinistra, ma anche per quel che essi hanno in comune.
In entrambi i casi i capi puntano al riconoscimento carismatico, all’investitura «popolare», ma non possono essere compresi al di fuori della crescita del potere dell’amministrazione e dello svuotamento del parlamentarismo.
Questo discorso può integrarsi con quello di Debord circa la società dello spettacolo, non come mero risultato dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa, ma del rapporto sociale capitalistico.
Sotto il profilo socio-economico, «lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale», apoteosi del consumo di massa alienato, sussunzione totale del valore d’uso al denaro come valore che valorizza se stesso e che, in quanto equivalente generale della totalità delle merci perviene a un grado di autonomia tale da divenire protagonista di uno spettacolo di cui guardare, e subire, le conseguenze.
Sotto il profilo politico lo spettacolo è il momento dell’unificazione che riproduce la separazione, della istituzionalizzazione della divisione sociale del lavoro e del potere rispetto agli spettatori:

«E’ la più vecchia specializzazione sociale, la specializzazione del potere, che è alla radice dello spettacolo. Lo spettacolo è quindi un’attività specializzata che parla per l’insieme delle altre. E’ la rappresentazione diplomatica della società gerarchica innanzi a se stessa, dove ogni altra parola è bandita. Il più moderno qui è anche il più arcaico» (ibidem, p. 49).
Qui c’è molto di quello che sarà poi il postmoderno, ma senza il postmodernismo. Ciò di cui parlava Debord è la società dello spettacolo come modalità d’esistenza del capitalismo avanzato (con un parallelo circa il sedicente «socialismo realizzato» come «spettacolare concentrato» e per questo dominato dalla polizia). In una società in cui «il più moderno qui è anche il più arcaico», può darsi un movimento di banalizzazione per il quale la repressione morale può «combinarsi come un’unica cosa con l’affermazione ridondante del godimento di questo mondo, questo mondo essendo prodotto solo come pseudogodimento che sostiene in sé la repressione» (ibidem, p. 66). Ed ora,

«Concentrando in sé l’immagine di un ruolo possibile, la vedette, rappresentazione spettacolare dell’uomo vivente, concentra dunque questa banalità. La condizione di vedette è la specializzazione del vissuto apparente, l’oggetto d’identificazione alla vita apparente senza profondità, che deve compensare il frazionamento delle specializzazioni produttive effettivamente vissute. Le vedette esistono per rappresentare tipi variati di stili di vita e di stili di comprensione della società, liberi di esercitarsi globalmente»

«L’agente dello spettacolo messo in scena come vedette è il contrario dell’individuo, il nemico dell’individuo per se stesso come ovviamente per gli altri» (ibidem, p. 67).

10. Oltre trent’anni fa Alan Wolfe notava, a proposito di un dibattito televisivo del 1973 tra il segretario del Partito comunista francese Georges Marchais e il futuro presidente Valery Giscard d’Estaing, che esso rivelava

«un singolare scambio tra i ruoli. Marchais era il più realista che usava il linguaggio della concretezza dei programmi e delle tappe necessarie all’ingresso al governo; Giscard appariva invece come l’utopista che descrive le immagini di un futuro tecnocratico, finalmente immune dal conflitto in campo sociale e tecnologico e in grado di offrire a tutti una vita migliore. Una identica inversione di ruoli si verifica anche nel campo della teoria» (I confini della legittimazione. Le contraddizioni politiche del capitalismo contemporaneo, De Donato, Bari 1981, p. 462).
Traeva poi alcune conclusioni generali sulla politica nella società tardocapitalistica:

«La paura del conflitto di classe trasforma i cultori dell’utopia in pragmatisti, mentre l’ambizione del potere fa vestire a quest’ultimi i panni degli utopisti (...)
A quel fenomeno che nel capitolo precedente ho descritto in termini di “reificazione dello Stato” si accompagna perciò l’idolatria del potere, che prescinde completamente dai fini cui esso è rivolto. Il potere non va più temuto, ma esaltato. Il potere è bene, realizza, rende puri, e se è potere assoluto, rende assolutamente puri (...) In una simile prospettiva, unica finalità del sistema politico diviene l’accumulazione e distribuzione del potere, e in tale sistema entra a far parte della élite solo chi adempie a tali funzioni (...).
Nel capitalismo maturo, la reificazione dello Stato ed il taglio operato sull’immaginario politico conducono al formarsi di una ideologia rivolta ai mezzi della azione, non ai fini. E poiché non è affatto facile motivare la gente su problemi di mezzi, una volta che la classe dirigente abbia distrutto i fini, sempre più difficile diviene il compito di produzione ideologica dello Stato e dei suoi apparati. Di fronte a questa difficoltà, come una persona impaurita che riacquisti contemporaneamente la fiducia nelle proprie forze e nell’intervento della provvidenza, le classi dominanti subiscono simultaneamente il fascino della Realpolitik più spietata e della più caritatevole delle utopie.
La società tardocapitalistica insomma, di necessità fa virtù, del cinismo un’utopia e del nichilismo una missione» (ibidem, pp. 463-464)

La «personalizzazione» della politica è tentativo di costruire un’immagine carismatica, ma il carisma del moderno spettacolo politico richiede un apparato, è fattore che presiede alla centralizzazione e unificazione dell’amministrazione sotto un vertice, è costruzione artificiosa e intrinsecamente contraddittoria perché legata a un processo di alienazione politica in cui è la macchina d’apparato a dominare. Quali sono le «missioni» di cui gli aspiranti leaders possono farsi portatori? La «missione» del centrosinistra fu portare l’Italia «in Europa», nel secolo scorso. E ora?
Berlusconi ha dimostrato di essere il miglior «animale politico» in campo perché, rispetto ai «concorrenti», concentra e gestisce al meglio le contraddittorie caratteristiche comuni dello statista tardocapitalistico: «di necessità fa virtù, del cinismo un’utopia e del nichilismo una missione».
Il migliore, ma non tanto da «berlusconizzare» la società, e probabilmente non tanto da non rimanerne ammaccato.
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