Visualizzazione post con etichetta Sylos Labini Francesco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sylos Labini Francesco. Mostra tutti i post
domenica 26 dicembre 2010
SCUOLA E UNIVERSITA'
NATURA ABHORRET A VACUO
di Francesco Sylos Labini
La natura rifiuta il vuoto. L’Italia, a quanto pare, per il momento no. Un vuoto intorno a noi che si espande in ogni dove: un vuoto culturale e politico. E’ intorno a quella splendida manifestazione di centomila e più persone che ha pacificamente attraversato Roma lo scorso 14 dicembre. E’ dentro quelle centinaia che hanno selvaggiamente e stupidamente spaccato vetrine, incendiato, picchiato ed a quelle migliaia che hanno incitato o almeno che non hanno criticato. Ma è anche intorno a quei tutori dell’ordine che si trovavano in strada, che le hanno prese e le hanno date e che il giorno prima e qualche giorno dopo avevano anche loro manifestato per ragioni analoghe a quelle degli universitari, dei terremotati dell’Aquila e dei sommersi d’immondizia di Terzigno: non solo contro i tagli, ma per rivendicare la propria dignità. Ed il vuoto è intorno ai ricercatori sui tetti che stanno ancora cercando invano qualcuno con cui discutere della riforma universitaria, che sia capace di mettere insieme qualche concetto che vada al di là di qualche insulso slogan. Ma è vuoto che sta intorno anche a quella parte di docenti universitari più anziani che hanno perso qualsiasi riferimento e che si trovano sperduti e atomizzati, che vorrebbero reagire ma non sanno da che parte incominciare.
E’ un vuoto che si trova soprattutto intorno a tutti quanti quelli che hanno alzato la testa per vedere se ci sia qualcuno all’orizzonte che li ascolti, che li rappresenti, che capisca le ragioni di un malessere che non è solo generazionale ma che diventa ogni giorno più trasversale in ogni direzione lo si guardi e lo si consideri. E’ il vuoto che si legge negli editoriali dei grandi giornali dove i ragionamenti partono da basi irreali e sfociano in considerazioni sbandate. E’ il vuoto che sta intorno al sindacato che cerca di arginare il malessere, ma vi si trova sommerso da ogni dove. Rendersi conto del vuoto intorno è un punto di partenza, che è mancato nelle lamentele dei più in questi anni, degli indifferenti che criticano questo e quello solo di fronte al caffé. Perché la presa di coscienza di questo vuoto può trasformare l’inedia e l’indifferenza in un’energia positiva e propositiva. Perché se non avviene questo la natura, anche in Italia, rifiuterà il vuoto: qualcosa lo riempirà ed il peggio è sempre in agguato.
Giovanni Sartori descrive la situazione con queste parole: “Sì, i giovani di oggi avranno una vita dura. Ma fu dura anche la vita dei giovani che si trovarono, dopo la fine dell’ultima guerra, con un Paese distrutto e un avvenire che sembrava senza avvenire. Noi, i giovani di allora, ce la siamo cavata”. A me sembra che il paragone con la generazione che è uscita dalla guerra non sia del tutto pertinente. C’è una similarità nel fatto che nel Paese oggi ci sono macerie morali ed etiche ma, per il momento almeno, non materiali. I giovani degli anni ‘40 e ‘50 avevano di fronte un paese anche materialmente da ricostruire e la possibilità di farlo pur tra mille difficoltà. Oggi c’è una generazione che non vede una via d’uscita e per la quale l’avvenire è solo un tunnel buio: trova ovunque un cartello con scritto “occupato”. E’ tutto troppo occupato, non ci sono vie di fuga dal vuoto e soprattutto nessuno che se ne occupi per capire come fare.
Sartori conclude il suo editoriale scrivendo “Ma i giovani di oggi che si battono contro la riforma universitaria Gelmini si battono a proprio danno e per il proprio male”. Ma come, anche Sartori, l’inventore dell’ “homo videns” che ha messo lucidamente a fuoco il primato dell’apparire rispetto alla sostanza, ci viene a raccontare, senza discuterne la ragione nel merito, che la riforma Gelmini è una buona riforma. E’ proprio questa la perdita di ogni riferimento culturale e di ogni orientamento in un Paese disgregato. Perché si può essere d’accordo o meno con la riforma Gelmini, non è questo il punto. Il punto è che quando si prende posizione bisogna saper illustrare le proprie ragioni, altrimenti non si tratta di presentare posizioni meditate quanto invece di riflettere slogan esterni che vengono ripetuti alla nausea da ogni trasmissione televisiva. E ad oggi, vigilia della probabile approvazione del ddl Gelmini, qualcuno che sappia illustrare, partendo dal testo, cosa questo prevede di buono e perché ed in cosa sia condivisibile e difendibile, ancora non si è visto (a parte le balle che ci racconta il prof. Giavazzi, ça va sans dire).
Irene Tinagli, giovane talento nostrano, dopo tanti anni passati a sgobbare nelle famose “migliori università americane”, riesce però ad osservare che “anche i ricercatori salgono sui tetti per difendere i loro contratti” per concludere che “i ricercatori hanno paura della concorrenza degli scienziati stranieri”. Mentre è ovviamente falso affermare che i ricercatori salgono sui tetti per difendere i loro contratti, trattandosi di ricercatori già assunti con contratti a tempo indeterminato, è stupefacente la seconda considerazione: forse nelle prestigiose università frequentate dalla dottoressa Tinagli si stanno già formando le file di ricercatori stranieri pronti a venire a lavorare in Italia, ma noi qui nella paludosa colonia di stranieri non ne abbiamo proprio visti e da un pezzo. C’è forse bisogno di ricordare che gli stipendi d’ingresso in Italia sono tra i più bassi in Europa? O forse che i progetti di ricerca dell’anno 2009 ancora non sono stati finanziati? O che le risorse per le università per l’anno 2010 ancora non sono state assegnate? Ma non diciamolo ad alta voce, che forse gli “scienziati stranieri” non lo hanno ancora scoperto e dunque verranno lo stesso a fare concorrenza a quei pelandroni dei ricercatori italiani.
Di fronte a questa decadenza generalizzata è necessario ripartire dal ricostruire un riferimento culturale prima ancora che politico. Ma una cosa è certa: non si esce da un ventennio di Berlusconismo fischiettando e ci sarà bisogno di tanta pazienza, intelligenza ed immaginazione per ricostruire un Paese distrutto moralmente e per attraversare un periodo di turbolenze che non si annuncia breve.
22 dicembre 2010
Dal Blog http://ricercatorialberi.blogspot.com/2010/12/natura-abhorret-vacuo.html
Etichette:
Scuola e Università,
Sylos Labini Francesco
martedì 7 dicembre 2010
SCUOLA E UNIVERSITA'
ARRIVANO I LORO
di Francesco Sylos Labini
Il Partito Democratico, nelle vicende parlamentari del ddl Gelmini, prima alla Camera e poi con il rinvio del Senato, ha agito con una determinazione poche volte vista prima e soprattutto in sintonia con i ricercatori, i docenti e gli studenti. Ne ha ascoltato le ragioni, con loro ha discusso dei contenuti della riforma e con loro ha anche messo a punto la strategia politica. Malgrado le perplessità iniziali, da parte di entrambi, si è faticosamente trovato un terreno comune. Come sottolineato da Walter Tocci, che insieme a Manuela Ghizzoni e Giovanni Bachelet, è stato tra i deputati che più si sono impegnati nell’opposizione parlamentare al ddl Gelmini, “Intanto lasciatemi dire che è stata una bella vittoria. Merito di un grande movimento di studenti, ricercatori e professori che, e questo è finalmente un bel fatto nuovo, si è dato la mano con l’opposizione parlamentare. E stavolta il PD ha dispiegato tutta la sua forza di opposizione, dai gruppi parlamentari ai leader, Franceschini e Bersani alla Camera, Finocchiaro al Senato”.
Tutto bene quel che finisce bene dunque? Mica tanto. Oramai il destino del ddl Gelmini è legato a quello del governo, che non è buona cosa in quanto la sua eventuale (non) approvazione viene condizionata da un quadro più ampio e confuso, piuttosto che essere legato ad una seria discussione dei suoi contenuti (mai avvenuta finora con il Governo o con i suoi supporters, a parte le ridicole messe in scena nei salotti televisivi). Inoltre, da una parte del PD cominciano ad arrivare dei segnali piuttosto inquietanti ed ambigui, in controtendenza con i fatti finora dimostrati.
In particolare, Michele Salvati, considerato “da alcuni come il teorico del nascente Partito Democratico”, nonché presidente del comitato scientifico della fondazione Democratica scuola di politica, il cui presidente è Walter Veltroni, ha scritto un editoriale sul Corriere della Sera il cui punto chiave è “…come mai sono convinto che, tutto considerato, sia (il ddl Gelmini, ndr) da approvare anche al Senato ? Perché le scelte reali in politica si fanno spesso tra il peggio ed il meno peggio. E questa legge contiene sufficienti spunti innovativi e in una giusta direzione di premio al merito, per migliorare la situazione esistente: in parte li ha già segnalati Giavazzi sul Corriere di ieri…”.
Dei supposti spunti innovativi segnalati da Giavazzi ne abbiamo già parlato: vuote e false dichiarazioni su cui non c’è da aggiungere altro. Salvati di suo non aggiunge altri punti specifici, a parte notare che la riforma sia un “mostro di norme” (e fin qui ci siamo) per poi addentrarsi in qualche vuota considerazione sul fatto che s’introdurrebbero la valutazione ed il merito. Il punto è che sulla valutazione delle chiacchiere da bar tutti, ma proprio tutti, sono d’accordo. A parte il fatto che non è chiaro come si faccia a prendere sul serio la parola valutazione in bocca al Ministro Gemini, ricordiamo che non basta scrivere la parola valutazione per applicarla davvero nella realtà. Non basteranno tre anni per mettere in funzione l’agenzia di valutazione (ANVUR) che la legge prevede in maniera piuttosto vaga ed a cui delega la valutazione: non è affatto chiaro cosa sarà e su quali criteri valuterà e quali saranno i premi e quali le punizioni (vogliamo parlare della RAE inglese, per caso?). Rimanendo con i piedi per terra, non si capisce il motivo (o lo si capisce perfettamente) per il quale la ministra paladina della meritocrazia (!), non abbia continuato il vecchio monitoraggio (CIVR) almeno per avere un quadro della situazione attuale. Insomma le dichiarazioni devono essere normalizzate sui fatti e non sulle (buone) intenzioni di cui, come sappiamo, è lastricato il pavimento dell’inferno. In base a queste analisi, prive di sostanza, Salvati audacemente conclude: “Ragion per cui: teniamoci la Gelmini. Anzi ripartiamo dalla Gelmini in direzione di una vera autonomia delle università”.
Questa è l’essenza del ragionamento alla base di tutte le terribili sconfitte degli ultimi venti anni del centro sinistra. La sorda politica del meno peggio, che ha sempre messo in un angolo la realtà, ha generato disastri immani a cui ci vorranno decenni per porre rimedio. Una politica che ha perso la bussola della realtà, che non la conosce se non come riflesso di un ricordo offuscato e distorto di qualche decennio fa, che vede qualsiasi sprazzo vitale che viene da “fuori” come una minaccia. Una politica auto-referenziale basata su slogan vuoti, residui ormai archeologici di un recente passato. Cosa deve succedere ancora perché ci si renda definitivamente conto che questa è una politica fallimentare, che ha generato solo sconfitte e umiliazioni? Se c’è una speranza in questo Paese, questa è rappresentata anche (ma non solo) da quei tanti che stanno protestando in questo momento, che si arrampicano sui tetti cercando di reggersi forte, che dormono sotto la pioggia autunnale, che sono diventati esperti di legislazione venendo dal maneggiar provette e protoni, matite e carte geografiche, che sanno insegnare ma hanno capito che se non appari in TV non esisti, che si oppongono ad una riforma fatta da vecchi per vecchi, ma sono convinti che il sistema sia da riformare radicalmente. Che non stanno giocando a fare i piccoli rivoluzionari. Che non stanno inscenando una meschina rivendicazione di categoria per aver un avanzamento di carriera. Gente che ha dignità, che pensa con una certa prospettiva, che conosce i problemi reali ed attuali, che riflette sulle soluzioni, che è pronta a discutere con qualsiasi interlocutore, finanche con improbabili futuristi sui tetti di Roma. Ci rifletta il giovane rivoluzionario che fu, cercando di aprire gli occhi sulla realtà Italia anno 2010 e lasci stare il comodo megafono usato stando seduto nel suo comodo divanetto.
Continua Salvati: “Il riformismo ed il dialogo bipartisan sono deboli ovunque in democrazia, e da noi in particolare perché incontrano due nemici poderosi: gli interessi dei conservatori e gli schieramenti ideologici”. Ma di che cosa si stia parlando non si capisce affatto. Quale dialogo bipartisan e con chi, se interi pezzi del mondo universitario non sono mai stati ascoltati? Chi sono i conservatori, chi ha schieramenti ideologici? Chi più della conferenza dei Rettori può rappresentare meglio i conservatori dell’accademia, e chi più della conferenza dei rettori ha appoggiato entusiasticamente questa riforma? Chi più di chi scrive che “il sistema universitario e della ricerca in Italia non sono riformabili… Illudendosi che sia possibile migliorare l’esistente in realtà si fa il gioco dei conservatori, cioè di coloro che sono responsabili del disastro in cui ci troviamo…” è schierato ideologicamente, e chi più del prof. Giavazzi, autore del brano, ha sempre sostenuto l’approvazione del ddl Gelmini ? Ma una volta che sia una, sarà mai possibile fare un ragionamento preciso sui costi, vantaggi, limiti e risultati? Pare proprio di no, ma d’altronde per parlare dell’argomento bisognerebbe conoscerlo, bisognerebbe capire quali sono i problemi dell’università italiana nell’anno 2010 e quali sono le prospettive future delle generazioni più giovani. E a questo punto ci troviamo di fronte al vuoto spinto dei nostri ex-rivoluzionari in panciolle.
Siamo comunque abituati alle mistificazioni del ministro Gelmini come “i ricercatori fanno il gioco dei baroni” (quando invece ai “baroni” è affidato il reclutamento ed i ricercatori ne sono invece esclusi), ma è sorprendente (relativamente parlando) che proprio gli intellettuali ed accademici vicini al PD, che dovrebbero contribuire alla discussione nel merito, preferiscono invece giudicare una riforma sulla base di astratte e inconcludenti categorie (riformatori vs conservatori). E’ ovviamente giusto dissentire dalle opinioni della propria area politica (gli intellettuali servono proprio a questo) ma sarebbe meglio farlo sulla base dei contenuti delle proposte e dei loro effetti sul sistema universitario e non con insulsi slogan. Soprattutto, quando non si è più in grado di comprendere la realtà sarebbe bene esimersi dal commentarla. Noi speriamo che il Partito Democratico prenda prontamente le distanze da uno dei suoi più visibili esponenti intellettuali per non ricadere nell’ambiguità che lo ha contraddistinto nel recente passato; il rifiuto di queste posizioni sarà il segnale di un vero rinnovamento della sua politica.
5 dicembre 2010
dal blog http://ricercatorialberi.blogspot.com/
(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano online)
Etichette:
Scuola e Università,
Sylos Labini Francesco
giovedì 14 ottobre 2010
PERCHE' LA RIFORMA GELMINI E' DA ROTTAMARE PRIMA CHE NASCA
di Francesco Sylos Labini
Le discussioni sul DDL Gelmini sono spesso basate su slogan del tipo: introduce la meritocrazia e la valutazione nell'università, limita i poteri dei "baroni", ecc. A me sembra che dietro questi slogan non ci sia nulla di concreto, tantomeno l'introduzione di criteri di valutazione seri o dei limiti ai poteri dei baroni. Questa è una riforma che non presta alcuna attenzione alle forze più fresche ed attive del mondo della ricerca e dell'università. La riforma Gelmini, con le sue 179 norme più le deleghe (che fa 500 norme)rappresenta l’affossamento definitivo del sistema pubblico.
IL CORPO DOCENTE
Il corpo docente dell'università (professori ordinari, associati e ricercatori) è il più anziano tra i paesi OCSE. In particolare vi è un grande quantità di ultra-sessantenni (27% con età maggiore di 60 anni, di cui il14% con età maggiore di 65 anni) ed una piccola frazione di giovani (1,8 % sotto i 30 anni e 14% tra 30 e 40). E’ bene tenere presente che entrambe queste caratteristiche non si ritrovano in nessuno dei paesi sviluppati (e non!).
Dal 1980 al 2005, si osserva un innalzamento dell’età media di reclutamento che cresce di circa quattro mesi ogni anno, ovvero i ricercatori assunti nel 1980 erano mediamente di otto anni più giovani rispetto a quelli assunti nel 2005 (29 anni nel 1980 e 37 nel 2005). Questa tendenza è caratteristica del sistema universitario nella sua interezza ed è un fenomeno di lungo corso. In tutti gli altri paesi europei i docenti universitari vanno in pensione a 65 anni. In Italia, si arriva oltre i 70. Il numero di “precari” («giovani» ricercatori qualificati con contratti di lavoro temporanei) nell’università e negli enti di ricerca è stimato essere una frazione rilevante che coinvolgono più del 50% del personale a tempo indeterminato circa (stimedicono addirittura il 100%, ovvero 70,000 o più unità). Dal breve elenco di cui sopra si nota che l’Italia è il paese al mondo in cui è massimo il contrasto tra giovani ed anziani nel corpo docente. Dunque per rimetterci in linea con il resto del mondo bisognerebbe considerare seriamente la proposta di abbassare l’età pensionabile dei docenti a 65 anni. E' una proposta del tutto ragionevole e necessaria. Ovunque si va in pensione a 65-67 anni. Ma un intervento così delicato andrebbe considerato all'interno di una riforma seria dell'università e discusso nel contesto in cui avviene, perché sono tanti i problemi che emergono insieme a quello dell’età pensionabile. Nei prossimi 10 anni, tra il 40 e il 50 per cento del corpo docente attuale andrà in pensione. Diminuendo improvvisamente l’età pensionabile questa frazione aumenterebbe, andando oltre il 60 per cento. Se poi consideriamo il blocco del turn over al 20 per cento, ecco che diventa chiaro un disegno di ridimensionamento del sistema universitario italiano, cosa che potrebbe in linea di principio avere un senso (ma non lo ha se si vogliono raggiungere standard europei) ma solo dopo una discussione pubblica ed approfondita del ruolo dell'università nella società e non come indotto di una politica di tagli indiscriminati.
RECLUTAMENTO
Vediamo come viene affrontato il problema del reclutamento, problema chiave non solo per l'immissione in ruolo di nuove leve ma anche per la progressione di carriera degli attuali docenti. Il DDL Gelmini vuole introdurre una figura nuova ispirata alla tenure-track (TT) americana. La TT è un contratto che alla fine di un periodo di prova, in genere di cinque anni, prevede l'assunzione a tempo indeterminato se la valutazione è positiva. E' quindi prevista da subito la copertura finanziaria per l'eventuale posizione tenured. Nella versione italiana invece, la conferma nel ruolo di associato avviene dopo il conseguimento di un giudizio di idoneità nazionale ed il superamento di un concorso locale, senza prevedere dall'inizio la copertura finanziaria per il posto permanente. La TT negli Stati Uniti funziona perché l’università assicura da subito la copertura finanziaria per la posizione permanente (per sempre). Le università italiane ad oggi non sanno ancora quale sia lo stanziamento di bilancio per l’anno in corso, dunque è evidente che la forma italiana della TT è simile ad un contratto a tempo determinato piuttosto che alla vera TT americana.
Inoltre viene messo in esaurimento il ruolo di ricercatore, figura introdotta con la 382/1980 e che è ancora in attesa della definizione dello stato giuridico. Secondo le attuali norme i ricercatori universitari non sono tenuti ad insegnare ma in realtà circa la metà dei corsi sono affidati a loro. Da questa situazione, e dal fatto che le prospettive di carriera per i ricercatori sono del tutto incerte con l'introduzione della TT (all'italiana), una gran parte dei ricercatori ha deciso l'indisponibilità a fare i corsi. Questo non è uno sciopero ma, appunto, una indisponibilità a fare un lavoro che, per legge, non sono tenuti a fare. In buona sostanza l’abolizione del posto di ricercatore con la sua sostituzione con la TT (all'italiana) è una presa in giro non solo per gli attuali ricercatori, ma per i 50.000 o più precari dell’università.
SALARI
È noto che un ricercatore in Italia, all’ingresso, percepisce una retribuzione netta di circa 1.500 euro al mese (contro i quasi 2.000 di Francia e Spagna e i 2.500 del Regno Unito), mentre un professore ordinario a fine carriera ha una retribuzione del tutto comparabile agli stipendi dei professori delle università americane (dell’ordine di 100.000 euro lordi all’anno). A questo riguardo è importante notare che, mentre negli Stati Uniti lo stipendio di un professore è correlato al merito accademico, in Italia ciò dipende, all’interno di ogni fascia, solo dall’anzianità di servizio. Quindi, contrariamente agli Stati Uniti, la fascia di professori universitari d’età avanzata coincide con la fascia maggiormente retribuita. Questo fatto può essere dimostrato in maniera quantitativa calcolando la retribuzione media percepita dai docenti di una certa età. Come ci si poteva aspettare, osserviamo una semplice relazione lineare tra età e retribuzione, definite quindi da due quantità, determinate dalla politica salariale, che sono lo stipendio di entrata e la differenza tra retribuzione minima e massima. Dunque, in media, a 30 anni si guadagnano 20.000 euro l’anno, a 50 anni 60.000 ed a 70 se ne guadagnavano 80.000 nel 2002 e quasi 95.000 nel 2004. Questa disparità sembra paradossale, considerando che le necessità economiche di un settantenne sono senz’altro inferiori rispetto a quelle di un trentenne o quarantenne che sia. Analizzando i dati delle retribuzioni dei docenti per vari anni accademici (1998-2004) è possibile osservare come la differenza tra la retribuzione minima e quella massima sia rimasta sostanzialmente invariata negli anni, mentre lo stipendio d’ingresso di un giovane ricercatore è cresciuto di poco. Un aumento che compensa in parte l’inflazione ma certamente non in maniera adeguata da poter confrontare tale stipendio con quello percepito in un altro paese europeo e dunque tale da rendere competitivo il nostro sistema universitario.
Possiamo quindi concludere che la tendenza delle variazioni delle retribuzioni negli anni 1998-2004 non è andata nella direzione di una ripartizione più equa delle risorse tra giovani ed anziani. Dall'analisi dei dati OCSE, si giunge alla conclusione che un ricercatore italiano con un'esperienza lavorativa tra 0 e 4 anni guadagna circa 12.500 euro l'anno contro i 30.500 del collega francese ed i circa 24.000 di quello tedesco. In Spagna si arriva comunque vicino a 17.000: per trovare compensi più bassi bisogna guardare ai Paesi dell'Est. Inoltre si tenga presente che i salari di ingresso attuali sono più bassi di quelli delle generazioni precedenti. Negli ultimi anni si è assistito ad un ritardo nelle progressioni di carriera che dunque hanno aggravato la situazione salariale delle componente più giovane del corpo accademico anche nella prospettiva della pensione.
VALUTAZIONE
Passiamo alla questione della valutazione, tema strettamente collegato alla meritocrazia. Il DDL Gelmini non s'impegna nel disegno di un sistema di incentivi che cerchi di premiare chi fa bene e punire chi fa male. Finora di passi concreti verso una valutazione dell’attività di ricerca non ne sono stati fatti, né durante il Ministero Mussi né durante il Ministero Gelmini. L'unico tentativo è stato quello fatto durante il ministero Moratti con il CIVR che ha analizzato la produttività scientifica 2001-2003, senza poi alcun tipo di riscontro nella successiva distribuzione delle risorse.
A questo riguardo, va sottolineato come le parole siano spesso usate per creare una cortina fumogena che nasconde i pochi fatti. Ad esempio, le linee guida diffuse dal ministro Gelmini il 6 novembre 2008 intendevano dare: «Autonomia e responsabilità, quindi, ma anche, soprattutto, il merito come criterio costante di scelta: nell’allocazione delle risorse, nella valutazione dei corsi e delle sedi, nella scelta e nella remunerazione dei docenti, nella promozione della ricerca». Inoltre si dichiarava che: «Già nel 2009 il 7% di tutti i fondi di finanziamento alle università sarà erogato su base valutativa e la percentuale è destinata a crescere rapidamente negli anni successivi per allinearci alla migliore prassi internazionale. L’obiettivo è infatti quello di raggiungere entro la legislatura il 30%». Questi buoni propositi, finora, sono rimasti tali e, come notato da Daniele Checchi e Tullio Jappelli, a metà del 2009 nessun passo concreto è stato fatto verso una ripartizione reale del finanziamento in base alla produttività didattica o scientifica degli atenei. Gli stessi autori, analizzando i criteri con i quali vengono ripartiti i fondi collegati alla Programmazione triennale 2007-2009, concludono: «La morale è che comunque ti comporti avrai qualcosa, e che premio e sanzione non differiscono di molto».
Il punto chiave, non affrontato in alcun modo dal DDL Gelmini, sarebbe stato quello di puntare ad un sistema di incentivi secondo il quale le risorse siano distribuite ai dipartimenti e non agli atenei. Una valutazione analitica e sistematica del sistema universitario è indispensabile per identificare quello che funziona e quello che non funziona, per premiare chi fa bene e "punire" chi fa male. Tuttavia nell'attuale situazione si vuole perseguire una valutazione senza risorse, ovvero perseguire obiettivi di qualità senza strumenti. Il taglio nel finanziamento all'università è stato di fatto orizzontale: si colpisce indipendentemente dal merito ed è una mannaia che si abbatte in maniera indiscriminata su tutto e su tutti, ed in particolare sugli anelli più deboli del sistema universitario, i cosiddetti "giovani".
La meritocrazia nel DDL Gelmini è delegata all’istituzione dell’ANVUR, di cui tra l’altro si parla da un decennio e che per il momento è una scatola vuota.
GOVERNANCE
Uno dei punti cardine del DDL Gelmini è la riforma della governace universitaria, in cui vi sarà un Senato Accademico senza poteri ed un Consiglio di Amministrazione che diventa il vero organo deliberante dell'ateneo. In questo quadro i Rettori assumono un potere notevolissimo, che di fatto già hanno (e quindi il DDL non fa che istituzionalizzare una situazione che di fatto già esiste ed i Rettori non possono essere che contenti, ed infatti lo sono). L'idea è che il CdA sia aperto all'esterno, ma non si affronta la domanda: chi sono i membri esterni? La riforma della governance apre le porte per la trasformazione delle università in ASL, in cui oltre al potere accademico ci saranno interferenze da parte del potere politico
CONCLUSIONE
Concludo citando Il Senato Accademico dell'Università La Sapienza: “Abbiamo fatto tutto il possibile: abbiamo ridotto i Dipartimenti del 40%, le Facoltà del 60%, riordinato la governance, decentrando tutti i poteri gestionali di ricerca e didattica ai Dipartimenti con organi centrali e Facoltà che hanno funzione di valutazione premiale delle attività. La responsabilità è ora del Governo e del Parlamento che debbono dare risposte concrete sui finanziamenti ormai drammaticamente insufficienti (l’università italiana è ultima in Europa) e sullo stato giuridico che i ricercatori attendono da 30 anni. La Sapienza ha operato per razionalizzare, risparmiare e riprogettare in funzione della qualità. Se dalla politica non ci saranno risposte, soprattutto finanziare, avremo una didattica da terzo mondo e una ricerca in dissoluzione. In tali condizioni non saremo in grado di iniziare l’anno accademico 2010-2011”.
La riforma Gelmini non solo sta per assestare un colpo mortale all’università ed alla ricerca in Italia, ma sembra essere un vero e proprio insulto alle nuove generazioni. Quelli che nell’università non sono ancora entrati e che probabilmente, a parte rare eccezioni, non ci entreranno mai. C’è bisogno di un’opposizione intransigente, con iniziative consone alla gravità della situazione, ma è necessario anche elaborare una riforma dell’università che abbia presupposti e prospettive completamente differenti da quelle del DDL Gelmini. Perché rifiutare una riforma insensata come quella della Gelmini è necessario, ma difendere l’esistente è impossibile. Per questo una riflessione seria e sistematica è quantomai opportuna in questo momento, anche se mi sembra difficile che la classe accademica, che ha messo del suo nel generare il disastro attuale, sia capace di auto-riformarsi. C’è bisogno di un coinvolgimento di tutti, compresi gli studenti e gli attuali precari ed i ricercatori che alla fine rappresentano il futuro del sistema universitario, ed anche quella parte dei sindacati che lavora con competenza nel mondo della ricerca per capire come agire.
12 ottobre 2010
Pubblicato su La Scienza in Rete
Etichette:
Scuola e Università,
Sylos Labini Francesco
giovedì 16 settembre 2010
UNA RIFORMA PER VECCHI
intervista al fisico Francesco Sylos Labini a cura di Federico Tulli
"Si tratta di un evento epocale che rivoluziona i nostri atenei. L’università sarà più meritocratica, trasparente, competitiva e internazionale. Il disegno di legge di riforma dell’universita` segna la fine delle vecchie logiche corporative: sarà premiato solo chi se lo merita". Era il 29 luglio scorso quando il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, salutava cosi` il via libera del Senato al ddl che porta il suo nome. Crisi politica permettendo, entro pochi giorni il testo sara` sottoposto al vaglio della Camera. Secondo il ministro, la sua approvazione "scostituisce la base per il rilancio del sistema universitario italiano e finalmente si potra` competere con le grandi realta` internazionali". A giudicare dalle vibranti proteste di chi in primis dovrebbe beneficiare del riassetto esaltato dal ministro (vale a dire studenti e giovani ricercatori), non si direbbe. L’ultima manifestazione (iniziata il 3 settembre) a fine mese potrebbe bloccare
l’avvio dell’anno accademico al dipartimento di Fisica della Sapienza di Roma. Con il taglio indiscriminato di risorse, economiche e umane, stabilito dal ddl, i ricercatori si troverebbero infatti a dover insegnare in aule composte da oltre 100 studenti, contro i 75 previsti dalle direttive ministeriali. Per questo
motivo hanno deciso di non fare lezione se il ddl non sara` cambiato. Una “situazione” didattica che, penalizzando contemporaneamente gli allievi e la qualita` dell’insegnamento, fa pensare a tutto tranne che "all’universita` piu` competitiva e internazionale" annunciata dal ministro. E questa e` solo una delle tante discrepanze tra gli annunci della Gelmini e la realta` dell’universita` che sta per nascere. Con Francesco Sylos Labini, fisico ricercatore all’Istituto dei sistemi complessi del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma e autore insieme con il collega Stefano Zapperi del libro I ricercatori non crescono sugli alberi, facciamo il punto sul provvedimento targato Gelmini.
Proprio mentre il ddl Gelmini entrava in Senato, in Francia il governo di Sarkozy investiva lo 0,5 per cento del Pil per potenziare i settori di base e rilanciare il Paese. Stanziando 11 miliardi di euro per l’università e 8 per la ricerca, Parigi ha provocato ricadute positive nell’immediato e posto le condizioni per cruciali modifiche strutturali dell’intero sistema del “sapere”. Possiamo dire la stessa cosa della riforma italiana?
Certamente no. Quelle del ministro sono solo parole. Il suo ddl completa l’opera di distruzione dell’universita` pubblica iniziata con il dl 133 “Gelmini-Tremonti” del 2008. Tutti siamo d’accordo che occorre fare delle riforme strutturali, purche siano serie e non delle prese in giro. Questa e` una presa in giro.
Perché?
Per tanti motivi. Anzitutto perche il taglio “orizzontale” del 20 per cento al finanziamento ordinario delle universita` e` una mannaia che si abbatte in maniera indiscriminata su tutto e su tutti.
Chi ne pagherà il prezzo?
Inevitabilmente gli anelli deboli della catena: gli studenti, chi sta per entrare nel mondo della ricerca e i giovani ricercatori. E` una riforma del tutto insensata fatta da vecchi per vecchi. Del resto piace ai professori ordinari, cioe` a chi ha gia` potere. Ed e` sostenuta dalla conferenza dei rettori, perche li trasforma in dei piccoli satrapi universitari.
Quegli anelli deboli, ovunque sono considerati punti di forza. È noto che gran parte delle scoperte si fanno prima dei 40 anni.
L’investimento va fatto su chi puo` trainare lo sviluppo in maniera piu` efficace. Accade in tutta Europa. Non parliamo degli Stati Uniti. Una riforma seria metterebbe al centro del progetto il reclutamento dei ricercatori e i fondi per consentire loro di programmare l’attivita`. Invece col ddl Gelmini e` un punto trattato in maniera insensata.
Ci spieghi meglio.
In pratica si vuole abolire il ruolo del ricercatore, che e` una delle poche “valvole di sfogo” per l’assunzione di chi esce dall’universita`, e sostituirlo con la tenure track americana. Questa, negli Usa, prevede l’assunzione a tempo determinato di 3 o 4 anni. Al termine, chi ha prodotto dei risultati viene nominato
professore. Mentre il posto di chi non ha avuto un rendimento soddisfacente viene ribandito.
Sembra un buon metodo.
Purtroppo la versione italiana della tenure track non ha nulla a che vedere con quella americana. L’uso delle parole a sproposito testimonia una certa confusione se non malafede. Da noi e` previsto un contratto temporaneo di tre anni e stop. Si e` fuori dall’universita`, poco importa dei risultati prodotti.
La questione delle assunzioni è legata a doppio filo con i pensionamenti. Il ddl prevede un limite di età di 70 anni per i professori ordinari. Cosa ne pensa?
Come proposta in se e` del tutto condivisibile. Ma anche qui e` una questione di metodo. Il corpo docente italiano e` il piu` anziano al mondo. Gli over 60 sono il 30 per cento. Con Zapperi proponiamo da tempo di abbassare l’eta` del pensionamento a 65 anni. Un’idea che e` stata rilanciata di recente anche dal Pd.
Del resto non ci inventiamo nulla: ovunque si va in pensione a 65-67 anni. Ma un intervento cosi` delicato va contestualizzato. Un semplice emendamento al testo Gelmini creerebbe danni maggiori di quelli che gia` fa.
Come mai?
Perché sono tanti i problemi che vengono insieme all’eta` pensionabile. Nei prossimi 10 anni, tra il 40 e il 50 per cento del corpo docente attuale andra` in pensione. Diminuendo improvvisamente, l’eta` pensionabile aumenterebbe al 60-70 per cento. Se poi pensiamo che nel ddl c’e` il blocco del turn over al 20 per cento, ecco che un intervento estemporaneo svuoterebbe l’universita`. Tra 10 anni non ci sara` piu` nessuno a insegnare e a fare ricerca. Un altro esempio: oggi si viene assunti in ruolo mediamente intorno ai 40 anni. Dopo 25 anni di lavoro che cosa rimane in tasca? E poi c’e` il costo del pensionamento in blocco di 15mila professori: circa 500 milioni di euro. Insomma, la norma e` giusta ma va inserita in una riforma basata sullo svecchiamento del sistema. Una misura da programmare con criterio.
Per rilanciare l’università italiana occorrono tempo e denaro.
Non solo. Per sviluppare un sistema di qualita` vanno create le condizioni “sociali”. Invece da anni c’e` una campagna mediatica che propone una visione distorta della ricerca e caricaturale dell’universita`. Questa sarebbe composta solo da baroni mafiosi e da mediocri nullafacenti. Ma il successo all’estero di chi si e` formato in Italia dimostra la presenza di numerosi centri d’eccellenza. Questa percezione e` stata persa dall’opinione pubblica. Eppure la prima a essere danneggiata dal taglio delle risorse statali e` proprio la comunita`. Solo lo Stato puo` finanziare i tempi lunghi che una ricerca di qualita` richiede. Ma e` solo questa che puo` avere delle ricadute positive sulla societa`.
pubblicato da Left-Avvenimenti (10.9.2010)
intervista al fisico Francesco Sylos Labini a cura di Federico Tulli
"Si tratta di un evento epocale che rivoluziona i nostri atenei. L’università sarà più meritocratica, trasparente, competitiva e internazionale. Il disegno di legge di riforma dell’universita` segna la fine delle vecchie logiche corporative: sarà premiato solo chi se lo merita". Era il 29 luglio scorso quando il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, salutava cosi` il via libera del Senato al ddl che porta il suo nome. Crisi politica permettendo, entro pochi giorni il testo sara` sottoposto al vaglio della Camera. Secondo il ministro, la sua approvazione "scostituisce la base per il rilancio del sistema universitario italiano e finalmente si potra` competere con le grandi realta` internazionali". A giudicare dalle vibranti proteste di chi in primis dovrebbe beneficiare del riassetto esaltato dal ministro (vale a dire studenti e giovani ricercatori), non si direbbe. L’ultima manifestazione (iniziata il 3 settembre) a fine mese potrebbe bloccare
l’avvio dell’anno accademico al dipartimento di Fisica della Sapienza di Roma. Con il taglio indiscriminato di risorse, economiche e umane, stabilito dal ddl, i ricercatori si troverebbero infatti a dover insegnare in aule composte da oltre 100 studenti, contro i 75 previsti dalle direttive ministeriali. Per questo
motivo hanno deciso di non fare lezione se il ddl non sara` cambiato. Una “situazione” didattica che, penalizzando contemporaneamente gli allievi e la qualita` dell’insegnamento, fa pensare a tutto tranne che "all’universita` piu` competitiva e internazionale" annunciata dal ministro. E questa e` solo una delle tante discrepanze tra gli annunci della Gelmini e la realta` dell’universita` che sta per nascere. Con Francesco Sylos Labini, fisico ricercatore all’Istituto dei sistemi complessi del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma e autore insieme con il collega Stefano Zapperi del libro I ricercatori non crescono sugli alberi, facciamo il punto sul provvedimento targato Gelmini.
Proprio mentre il ddl Gelmini entrava in Senato, in Francia il governo di Sarkozy investiva lo 0,5 per cento del Pil per potenziare i settori di base e rilanciare il Paese. Stanziando 11 miliardi di euro per l’università e 8 per la ricerca, Parigi ha provocato ricadute positive nell’immediato e posto le condizioni per cruciali modifiche strutturali dell’intero sistema del “sapere”. Possiamo dire la stessa cosa della riforma italiana?
Certamente no. Quelle del ministro sono solo parole. Il suo ddl completa l’opera di distruzione dell’universita` pubblica iniziata con il dl 133 “Gelmini-Tremonti” del 2008. Tutti siamo d’accordo che occorre fare delle riforme strutturali, purche siano serie e non delle prese in giro. Questa e` una presa in giro.
Perché?
Per tanti motivi. Anzitutto perche il taglio “orizzontale” del 20 per cento al finanziamento ordinario delle universita` e` una mannaia che si abbatte in maniera indiscriminata su tutto e su tutti.
Chi ne pagherà il prezzo?
Inevitabilmente gli anelli deboli della catena: gli studenti, chi sta per entrare nel mondo della ricerca e i giovani ricercatori. E` una riforma del tutto insensata fatta da vecchi per vecchi. Del resto piace ai professori ordinari, cioe` a chi ha gia` potere. Ed e` sostenuta dalla conferenza dei rettori, perche li trasforma in dei piccoli satrapi universitari.
Quegli anelli deboli, ovunque sono considerati punti di forza. È noto che gran parte delle scoperte si fanno prima dei 40 anni.
L’investimento va fatto su chi puo` trainare lo sviluppo in maniera piu` efficace. Accade in tutta Europa. Non parliamo degli Stati Uniti. Una riforma seria metterebbe al centro del progetto il reclutamento dei ricercatori e i fondi per consentire loro di programmare l’attivita`. Invece col ddl Gelmini e` un punto trattato in maniera insensata.
Ci spieghi meglio.
In pratica si vuole abolire il ruolo del ricercatore, che e` una delle poche “valvole di sfogo” per l’assunzione di chi esce dall’universita`, e sostituirlo con la tenure track americana. Questa, negli Usa, prevede l’assunzione a tempo determinato di 3 o 4 anni. Al termine, chi ha prodotto dei risultati viene nominato
professore. Mentre il posto di chi non ha avuto un rendimento soddisfacente viene ribandito.
Sembra un buon metodo.
Purtroppo la versione italiana della tenure track non ha nulla a che vedere con quella americana. L’uso delle parole a sproposito testimonia una certa confusione se non malafede. Da noi e` previsto un contratto temporaneo di tre anni e stop. Si e` fuori dall’universita`, poco importa dei risultati prodotti.
La questione delle assunzioni è legata a doppio filo con i pensionamenti. Il ddl prevede un limite di età di 70 anni per i professori ordinari. Cosa ne pensa?
Come proposta in se e` del tutto condivisibile. Ma anche qui e` una questione di metodo. Il corpo docente italiano e` il piu` anziano al mondo. Gli over 60 sono il 30 per cento. Con Zapperi proponiamo da tempo di abbassare l’eta` del pensionamento a 65 anni. Un’idea che e` stata rilanciata di recente anche dal Pd.
Del resto non ci inventiamo nulla: ovunque si va in pensione a 65-67 anni. Ma un intervento cosi` delicato va contestualizzato. Un semplice emendamento al testo Gelmini creerebbe danni maggiori di quelli che gia` fa.
Come mai?
Perché sono tanti i problemi che vengono insieme all’eta` pensionabile. Nei prossimi 10 anni, tra il 40 e il 50 per cento del corpo docente attuale andra` in pensione. Diminuendo improvvisamente, l’eta` pensionabile aumenterebbe al 60-70 per cento. Se poi pensiamo che nel ddl c’e` il blocco del turn over al 20 per cento, ecco che un intervento estemporaneo svuoterebbe l’universita`. Tra 10 anni non ci sara` piu` nessuno a insegnare e a fare ricerca. Un altro esempio: oggi si viene assunti in ruolo mediamente intorno ai 40 anni. Dopo 25 anni di lavoro che cosa rimane in tasca? E poi c’e` il costo del pensionamento in blocco di 15mila professori: circa 500 milioni di euro. Insomma, la norma e` giusta ma va inserita in una riforma basata sullo svecchiamento del sistema. Una misura da programmare con criterio.
Per rilanciare l’università italiana occorrono tempo e denaro.
Non solo. Per sviluppare un sistema di qualita` vanno create le condizioni “sociali”. Invece da anni c’e` una campagna mediatica che propone una visione distorta della ricerca e caricaturale dell’universita`. Questa sarebbe composta solo da baroni mafiosi e da mediocri nullafacenti. Ma il successo all’estero di chi si e` formato in Italia dimostra la presenza di numerosi centri d’eccellenza. Questa percezione e` stata persa dall’opinione pubblica. Eppure la prima a essere danneggiata dal taglio delle risorse statali e` proprio la comunita`. Solo lo Stato puo` finanziare i tempi lunghi che una ricerca di qualita` richiede. Ma e` solo questa che puo` avere delle ricadute positive sulla societa`.
pubblicato da Left-Avvenimenti (10.9.2010)
Etichette:
Scuola e Università,
Sylos Labini Francesco
Iscriviti a:
Post (Atom)



