Diari di Cineclub

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mercoledì 2 luglio 2014

IN FONDO AL MARE CI SONO VENTIMILA VITTIME DELL'IMMIGRAZIONE di Nicola Tranfaglia





IN FONDO AL MARE CI SONO VENTIMILA VITTIME DELL'IMMIGRAZIONE
di Nicola Tranfaglia



Seguo in televisione (le immagini sono terribili come quelle della notte scorsa in cui su un barcone dalla Libia di 630 persone una trentina di migranti schiacciati nella stiva sono morti di asfissia perché lo spazio che li conteneva era troppo piccolo per consentire a tutti di respirare!) il cataclisma europeo che rischia di portarci indietro al diciannovesimo secolo, o ancora più indietro, quando ad emigrare erano i nostri antenati come è avvenuto nella prima metà di quel secolo verso le Americhe e l’Australia a cercare lavoro. Né possiamo illuderci che il nuovo presidente della Commissione, il lussemburghese Juncker possa, con la sua buona volontà, e magari d’accordo con il presidente della parlamento europeo, quel tedesco Schulz che l’uomo di Arcore aveva avuto il coraggio di apostrofare con l’epiteto di kapò risolvere un problema che nel vecchio continente rischia nelle prossime settimane di esplodere e che richiede, per aver successo, di essere affrontato nello stesso tempo dal governo e dal parlamento europeo ma anche quello dei singoli paesi e in primo luogo dal nostro, vista la posizione di porta dell’Europa che di fatto costituisce la nostra posizione, terra di sbarco e di passaggio per i giovani che cercano successivamente un paese disposto, e disponibile più di noi, ad accoglierli e a inserirli in un processo attivo, in un lavoro, in un’attività che consenta loro di non tornare indietro e magari di far nascere una famiglia nel paese che li accoglie.

Noi invece, e la cosa non riguarda noi italiani in generale, ma il nostro attuale governo, presi certo da una situazione difficile sul piano economico, sociale e culturale, ci limitiamo a raccoglierci, grazie alle unità della marina militare che si stanno prodigando in Sicilia, riscattando - ricorda qualcuno - il disonore dei respingimenti compiuti quando la destra populista era al potere. Ma siamo un paese che si dimostra poco disposto ad aggiornare le sue leggi sull’immigrazione e ad eludere (il nostro capo del governo è un mago dell’elusione!) i problemi che possono dividere una opinione pubblica sempre più divisa di fronte ai sacrifici che le vengono richiesti e a guardare soltanto quello che avverrà domani. Eppure basta dare uno sguardo alle statistiche e ai dati per rendersi conto che non si può far finta che i problemi non esistono. Son proprio le statistiche sull’emigrazione che ci dicono questo.
Un quotidiano romano ha ricordato oggi che, secondo l’ultimo rapporto Globaltrends dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i profughi, il cui numero ha superato nel 2013 il 50 milioni, raggiungendo il numero incredibile di 51,2 milioni di persone. E, per quanto riguarda in particolare il nostro Paese noi abbiamo già 5,1 milioni di stranieri che vivono in Italia e dall’inizio del 2014 ne sono già sbarcati 2.100. Se la percentuale di decessi si manterrà sulle quantità registrate nei mesi dalla primavera ad oggi potremmo arrivare senza difficoltà a più di mille morti.
Si può continuare a far finta di nulla come ha fatto il governo italiano fino ad oggi? Se la Libia è in mano ai signori della guerra e protegge il traffico di esseri umani come degli stupefacenti, noi e l’Europa possiamo continuare a far nulla o quasi niente? E l’interrogativo che tutti, a cominciare dall’esecutivo e dal parlamento, dovremmo porci e non da domani. Dal 10 luglio il presidente Renzi presiede per sei mesi l’Unione Europea.

C’è da chiedersi cosa aspettiamo a formulare un piano preciso in questo campo che preveda subito traghetti, mutuo riconoscimento delle domande di asilo, monitoraggio europeo comune ed equo riconoscimento. In fondo al mare ci sono già ventimila vittime dell’emigrazione.
Se non agiremo subito in questa direzione, ci accolleremo pesanti responsabilità di fronte al mondo come ai nostri figli e nipoti.



dal sito  http://www.nicolatranfaglia.com/blog/







giovedì 22 maggio 2014

I RITARDI NELLA LOTTA ALLA MAFIA di Nicola Tranfaglia









I RITARDI NELLA LOTTA ALLA MAFIA
di Nicola Tranfaglia


Se si parte da una constatazione che hanno raggiunto da anni gli studiosi del fenomeno mafioso nella penisola, cioè che il metodo adoperato dalle quattro forti associazioni che dominano il nostro Paese si è espanso al punto tale da diventare, dal più al meno, il metodo normale delle istituzioni verso i cittadini, si fa un passo decisivo per rendersi conto in quale Stato abbiamo la ventura di trascorrere questi anni. Un Paese, è il caso di ricordarlo per gli immemori (e da noi ce ne sono tanti ancora). Un Paese, nel quale, durante gli ultimi vent'anni, c'è stato uno straordinario affollarsi di avvenimenti-scioglimento dei maggiori partiti storici sorti prima, durante o subito dopo la seconda guerra mondiale, sostituzione dei leader che avevano caratterizzato il primo cinquantennio repubblicano e l'emergere di nuovi leader, alcuni dei quali sono diventati creatori di propri partiti come Pannella per il Partito radicale, più tardi Berlusconi per Forza Italia, quindi ancora Di Pietro per l'Italia dei Valori e Vendola per Sinistra, ecologia e libertà - ma anche il diffondersi di un illegalismo di massa che ha messo in grave pericolo la legalità repubblicana.

Questi cambiamenti hanno segnato lo sviluppo massiccio di associazioni mafiose sorte subito dopo le grandi rivoluzioni europee del Settecento che, pur essendo partite da una regione meridionale, si sono presto diffuse in quasi tutto il Paese, come all'estero in Europa e nelle due Americhe. E tutto questo senza che le nostre mutevoli classi dirigenti siano riuscite ad eliminare alcune delle peculiarità negative che avevano caratterizzato, anche nel periodo repubblicano, la storia nazionale: come il diffuso clientelismo, la grave corruzione pubblica e privata, l'arretratezza culturale nel campo dell'istruzione, la scarsa cura per le istituzioni pubbliche come per il grande patrimonio storico e culturale che ha fatto del nostro uno dei Paesi più frequentati dagli stranieri di tutto il mondo. In questa situazione, rispetto alle quali le classi dirigenti hanno dispiegato un interesse che non può definirsi né prioritario né centrale, lo scoppio della crisi politica e morale degli anni Novanta è stato determinato da una magistratura (soprattutto del Nord Italia e di Milano in particolare) che ha portato davanti al giudizio penale una parte notevole della classe politica e amministrativa dei maggiori partiti politici insieme a numerosi imprenditori delle più importanti imprese del Paese. Ma anche alle pretese sempre maggiori dei partiti e dei loro rappresentanti che hanno, a poco a poco, fatto aumentare i prezzi delle opere pubbliche e delle varie commesse o aste legate agli enti pubblici centrali o locali, determinando una difficoltà crescente di funzionamento dell'intero sistema produttivo e commerciale.

Di qui la crisi che viviamo in particolare intenso da alcuni anni ma che continua a determinare, da una parte, le difficoltà crescenti sul piano economico della maggior parte delle masse popolari e delle classi medie, ma, dall'altra, il distacco, sempre più preoccupante, degli italiani dalla politica, come dal bene pubblico, di fronte a una corruzione che fa dell'Italia il sessantanovesimo paese nella classifica mondiale degli Stati più corrotti e, nello stesso tempo, il ventinovesimo dei trentuno paesi dell'OCSE per il livello medio di istruzione, come tra gli ultimi nella lettura dei libri che pure si pubblicano in grande quantità nel nostro Paese. Si ricava dalle statistiche più attendibili, ormai, che non più del sette per cento degli italiani, legge almeno un libro all'anno e questo appare particolarmente grave e in forte contraddizione con la presenza di molti studiosi e professori, cresciuti e formatisi in Italia che hanno dovuto abbandonare il loro Paese per poter lavorare. E sono peraltro presenti e apprezzati in tutto il mondo non solo occidentale.

Forse anche per tutto ciò il nostro Paese - malgrado disponga di una commissione parlamentare antimafia che in questa prima parte della legislatura ha lavorato in maniera positiva - è in grave ritardo rispetto a scadenze che, come Paese, abbiamo di fronte ora che siamo alla vigilia del semestre di presidenza italiana nell'Unione Europea. Ricordiamo anzitutto che su 48.846 beni sequestrati e confiscati, tra i 113.753, ne risultano destinati solo 4.847, cioè il 10 per cento della quantità complessiva.
Inoltre l'Italia - reduce da un ventennio populistico disastroso e, per molti aspetti, non ancora concluso deve ancora recepire le decisioni quadro del 2003 sull'esecuzione nell'Unione Europea dei provvedimenti di blocco dei beni o di sequestro probatorio emessi da un'autorità di un Paese membro e del 2006 (si noti beni due termini inclusi nella legislatura presieduta da Berlusconi) sul principio del reciproco riconoscimento della confisca dei beni mafiosi. E l'Italia, se onorasse in tempo le sue scadenze attuali, potrebbe contribuire a far approvare un calendario di approvazione di direttive per l'intera legislatura, costituire una procura antimafia europea, coordinare l'adozione di misure di contrasto efficaci a livello europeo contro le mafie locali e internazionali che ancora mancano, anche se buone notizie arrivano proprio dalla Germania governata da Angela Merkel.

D'altra parte, il governo italiano ha promesso di presentare entro giugno proposte nuove contro la corruzione, il riciclaggio e soprattutto l'autoriciclaggio, ripristini il reato penale di falso in bilancio, sancisca penalmente tutti i reati finanziari, tra i quali i cosiddetti reati spia, faccia proprie le proposte di modifica del Codice antimafia. E infine vari una legge sulla sospensione della candidabilità almeno dei rinviati a giudizio per reati di corruzione, di mafia o contro la pubblica amministrazione.
Solo così (ma intervenendo anche, finalmente, sul conflitto di interesse con proposte efficaci) il semestre di presidenza italiana presso l'Unione europea avrà un senso adeguato ai nostri problemi come a quelli dell'intero continente rispetto al pericolo mafioso.

21 maggio 2014


APPENDICE

LA MAFIA COME METODO





Nel 1991, un anno prima delle stragi di Capaci e di via d'Amelio, era già chiaro, per chi avesse la lucidità necessaria, che la mafia o, meglio, le mafie italiane avevano un metodo di comportamento che si stava espandendo nelle istituzioni politiche e nella società civile dell'Italia contemporanea e che la reazione dello Stato si era dimostrata, fino a quel momento, debole e inefficace. Quello che sta accadendo ora appare come la conseguenza di una lunga coabitazione tra mafia e politica che è destinata a durare ancora fino a quando lo Stato non debellerà il fenomeno mafioso.

Il saggio - pubblicato per la prima volta da Laterza nel 1991 e ora completamente rivisto e aggiornato fino agli ultimi avvenimenti e alle intercettazioni che coinvolgono il Presidente della Repubblica - sostiene la tesi, sottolinea Tranfaglia nella sua prefazione, che il problema della mafia o delle mafie che agiscono nel nostro Paese è centrale nella nostra storia postunitaria e che l'aspetto più preoccupante e pericoloso sta nel trasferimento, avvenuto negli ultimi quarant'anni, dei metodi propri dell'organizzazione mafiosa dalla criminalità organizzata alle amministrazioni pubbliche e private esistenti in Italia. Un simile trasferimento, sempre più radicalizzato, mette in crisi l'edificio costituzionale repubblicano, mina la coscienza civile, la fiducia nella politica e negli organi dello Stato. Nella fase drammatica che stiamo attraversando e nella forte convinzione che lo studio del passato e l'accertamento della verità storica costituiscano ancora oggi strumenti efficaci per una moderna democrazia, il saggio di Nicola Tranfaglia contribuisce a ricostruire quello che è successo nei primi centocinquant'anni dell'Italia unita, indicando le conquiste e le contraddizioni delle numerose commissioni parlamentari di inchiesta, le battaglie e le sconfitte dei magistrati, le stragi terribili degli anni ottanta e novanta.

La coabitazione tra mafia e Stato è una storia che ha segnato la nostra Italia, e ancora continua a segnarla, in maniera indelebile. La speranza nel futuro può essere riposta solo in un radicale cambiamento nei metodi di selezione delle forze politiche, nel miglioramento dei gruppi dirigenti e nell'ansia di ricostruzione democratica di cui tanti italiani a questo punto sentono, sia pur confusamente, il bisogno.


dal sito http://www.nicolatranfaglia.com/blog/





venerdì 18 aprile 2014

LA PENA DELL'EX CAIMANO di Nicola Tranfaglia




LA PENA DELL'EX CAIMANO
di Nicola Tranfaglia


Senza esitare un minuto, quando avrei potuto farlo, ho deciso di studiare il passato e di insegnarlo ai giovani per alcuni decenni piuttosto che fare il concorso per diventare un giudice. Eppure mio padre aveva fatto proprio quel mestieri negli anni più difficili (durante il regime fascista) e il professore con il quale sostenni la mia tesi di laurea, insisteva con una forza ancora maggiore pensando alle idee che avevo sostenuto in quella tesi e alle ragioni che avevo portato a favore del dettato costituzionale. Ma io non volli sentir ragioni e pur disponendo di una laurea giuridica decisi di dedicarmi ad altro. Non me ne pento e non tornerei indietro.
Ma, quando oggi ho letto sui giornali che la pena accessoria comminata all'imprenditore di Arcore, che è già stato peraltro quattro volte presidente del Consiglio tra il ventesimo e il ventunesimo secolo, ho provato molta amarezza.

Ci vorrebbe una statistica delle pene accessorie che si sono date negli ultimi trent'anni per rendersi conto dei criteri usati in questa circostanza ma, se esiste, non ho il tempo e gli strumenti per usarla (facendo, come qualcuno sa, un altro mestiere) e dunque non pongo il problema della pur necessaria comparazione. Ma se si pensa che per la frode fiscale miliardaria - rara nelle sue proporzioni - per cui l'imprenditore, ex capo del governo è stato condannato a quattro anni di cui tre coperti da un indulto. L'ultimo lo passerà andando all'ospedale San Luigi una volta alla settimana per quattro o cinque ore assistendo come "volontario" anziani disabili,c'è da prendere atto di una indulgenza ineguagliabile che mostra la giustizia italiana al mondo intero non solo come una macchina scassata e inefficiente ma anche e soprattutto come una serva fedele e ostinata di tutte le ragioni di Stato (come è stato dimostrato più volte da tutti i casi non risolti di stragi e di terrorismi, a cominciare da quello davvero terribile che si riferisce al rapimento e all'assassinio di Aldo Moro).

Questa è la realtà che emerge da una lettura il più possibile serena e attenta del provvedimento emesso alcune ore fa. E questo avviene, vorrei che i lettori lo tenessero presente nello stesso arco di ore in cui altri giudici devono decidere il destino giudiziario del fondatore di Forza Italia Marcello dell'Utri già condannato in due gradi di giudizio per concorso esterno ad associazione mafiosa e un ex comico che è diventato un importante leader politico, Giuseppe, Beppe Grillo insulta gli ebrei e tutte le vittime dei lager nazisti senza che tanti canali televisivi e giornali si indignino.

Un mio collega di Torino, Sergio Luzzatto, dieci anni fa in un suo libricino einaudiano parlava di "crisi dell'antifascismo" ed aveva ragione. Ma io oggi a pochi giorni dalle elezioni europee e con una crescente difficoltà del parlamento di approvare le leggi parlerei di una crisi gravissima della repubblica che non ci fa avere grandi speranze sul futuro, almeno per quello più vicino.



17 aprile 2014

dal sito http://www.nicolatranfaglia.com/blog/





giovedì 6 marzo 2014

IL CASO ROSTAGNO 25 ANNI DOPO di Nicola Tranfaglia



IL CASO ROSTAGNO 25 ANNI DOPO
di Nicola Tranfaglia


Ci son voluti ventitrè anni dall'assassinio di Mauro Rostagno per l'attuale processo dinanzi alla Corte di Assise di Trapani. Il giornalista e sociologo torinese era stato ucciso il 26 settembre 1988 nelle campagne trapanesi di contrada Lenzi per le cose che come giornalista diceva in una televisione privata dove da alcuni anni, dopo aver esercitato la professione di terapeuta, e fondato la comunità di recupero per tossicodipendenti Saman lavorava. La tv si chiamava RTC e Rostagno parlava a cinque passi dalla stanza dell'editore dell'emittente Puccio Bulgarella che era uno dei referenti trapanesi di Angelo Siino, ministro dei Lavori Pubblici del capo di Cosa Nostra Totò Riina.
Un destino simile quello di Rostagno a quello di Peppino Impastato ucciso negli stessi anni e sul quale, come per Rostagno, un efficace depistaggio ha impedito per molti anni di avvicinarsi alla verità. Rostagno arrivato in Sicilia, dopo essersi laureato a Trento, l'università in cui avevano studiato personaggi come Adriano Sofri, Guido Viale, Marco Boato, Renato Curcio, Mara Cagol, Giorgio Pietrostefani, Paolo Brogi ed Enrico Deaglio nel 1969 ed era diventato uno dei leader più noti della sinistra extra-parlamentare. Nella tv privata RTC era approdato senza sapere (e come avrebbe potuto farlo) che si era infilato in un ambiente vicino a quella Cosa Nostra contro la quale proprio quell'emittente gli consentiva di parlare ogni giorno. E, a prova ulteriore, che in Italia nelle istituzioni pubbliche contano molto più le donne e gli uomini concreti che ci lavorano molto che le norme astratte di legge che pure esistono, proprio la storia di Rostagno conferma ancora una volta che cosa succede di solito nella penisola.

venerdì 27 settembre 2013

SESSO, POLITICA E AFFARI di Nicola Tranfaglia




SESSO, POLITICA E AFFARI
di Nicola Tranfaglia



Non fanno ormai più molta notizia le rivelazioni giudiziarie su quel che ha fatto l'ex presidente del Consiglio Berlusconi negli anni del suo maggior potere in Italia che si collocano, a mio avviso, nel 2009-2010 quando i canali televisivi fremevano per le sue apparizioni, la Protezione civile era nelle mani salde del fido Bertolaso e anche le holding pubbliche, come ad esempio Finmeccanica, presieduta da Guarguaglini. Dovevano tener conto di un dominio che durava da quasi un decennio e non sembrava tramontare. Ricordo in quegli anni che anche molti editori di insospettabile fede democratica tremavano di fronte all'uomo di Arcore anche a causa dei fidi bancari di cui non potevano fare a meno per andare avanti. Ora in questi ultimi stiamo vedendo i frutti del ventennio populista e viviamo in città piccole o grandi che sono piene zeppe di supermercati, povere di librerie e caratterizzate da fondazioni culturali che ricevono soltanto pochissimi contributi da enti locali e regionali ridotti a bilanci che definire magri sarebbe ancora troppo.
Ma allora in quegli anni 2008, 2009, 2010 tanti politici e imprenditori non riuscivano a prevedere che il durare del populismo berlusconiano avrebbe portato l'Italia alle condizioni che oggi si vedono nelle strade di grandi città del nord come Milano o Torino percorse da troppi mendicanti e percorsi da veri e propri cortei di giovani disoccupati e di vecchi senza i mezzi per arrivare alla fine del mese. Per carità, i mali del paese Italia - come lo chiamava lo storico Ruggiero Romano - sono antichi, basta pensare all'insoluta questione meridionale o alla povertà angosciante delle nostre classi politiche per esserne convinti e non da oggi.
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