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mercoledì 20 febbraio 2019

CINA E STATI UNITI: IMPERIALISMI A CONFRONTO di Michele Nobile







CINA E STATI UNITI: 
IMPERIALISMI A CONFRONTO
di Michele Nobile



I discorsi in merito all'ascesa della Repubblica popolare cinese (Rpc) sono troppo spesso viziati da astratti schemi storici e da pregiudizi ideologici, da generalizzazioni basate sulla cronaca o su dichiarazioni ufficiali e propositi propagandistici. È per questo motivo che ho preferito evitare un discorso generico ed esaminare in modo puntuale le vicende storiche e lo scenario politico contemporaneo del Mar cinese meridionale, l’area del mondo che meglio si presta verificare l’idea di una possibile transizione dell’egemonia regionale (e in prospettiva mondiale) dagli Stati Uniti alla Cina e all'analisi della coerenza dei diversi aspetti della politica estera della Rpc. E non mi stancherò di ripetere che qui il termine egemonia è inteso nell'unico modo (gramsciano) che ne giustifica l’uso specifico: non come mero dominio e prevalenza della potenza ma come unione di forza e consenso, con enfasi sul consenso e la capacità di costruire alleanze, sia tra i governi e le classi dominanti di Stati diversi sia, almeno in certa misura, all'interno dei singoli Stati.
Quindi, tenendo ferma l’analisi regionale, in questo articolo cerco di trarre delle conclusioni più ampie, anche attraverso la comparazione delle varie dimensioni della politica estera della Rpc e degli Stati Uniti.

lunedì 28 settembre 2015

LA VICENDA DI SYRIZA, IL FALLIMENTO DEL PARLAMENTARISMO E LA NECESSARIA RIVOLUZIONE COPERNICANA di Michele Nobile





LA VICENDA DI SYRIZA, IL FALLIMENTO DEL PARLAMENTARISMO E LA NECESSARIA RIVOLUZIONE COPERNICANA
di Michele Nobile




Sarà la coincidenza del mese, ma molti commenti sui risultati dell'ultima elezione in Grecia mi hanno fatto scattare un'associazione con l'originale lezione che Enrico Berlinguer trasse dalla tragedia del golpe cileno. Ragionando a partire dal colpo di Stato in Cile, tra settembre e ottobre del 1973 il segretario del Pci mise a punto la linea del «compromesso storico», in effetti già delineata da un anno a quella parte e che altro non era se non una versione aggiornata della strategia togliattiana dell'«avanzata dell'Italia verso il socialismo nella democrazia e nella pace». Come è noto, la lezione che Berlinguer traeva dalla terribile tragedia cilena consisteva nella asserita necessità, per i comunisti italiani, di giungere a un «nuovo grande "compromesso storico" tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». Non si trattava, dunque, di alimentare e concentrare le possibilità di radicalizzazione politica ancora esistenti nella società italiana, ma di piegare la forza contrattuale del movimento operaio all'alleanza con la piccola e media borghesia e con il padronato; non si trattava di colpire la Democrazia cristiana, allora nel momento di massima crisi, ma di riabilitarla come «forza popolare» costituzionale e con essa collaborare strettamente.

Implicitamente, Berlinguer affermava che per la «via democratica al socialismo» non era sufficiente, in termini istituzionali, neanche conseguire il 51% dei suffragi.
La tragedia cilena costituiva una conferma, di portata mondiale, dei limiti insuperabili della via elettorale e parlamentare al socialismo; eppure Berlinguer ne trasse la lezione opposta, rovesciando le ragioni che avevano permesso la riuscita del golpe, viste non nel moderatismo di Unidad Popular e nell'illusione di Allende della fedeltà alla Costituzione di Pinochet e dei militari, ma in un eccesso di radicalità, nella frattura con un partito «popolare» come la Democrazia cristiana.
Questo travisamento della realtà aveva però una sua logica: di fronte a un fatto che smentisce un'ipotesi, o si abbandona l'ipotesi o si deve reinterpretare il fatto. Un partito politico (o un'area politica) che fonda la propria esistenza e il proprio apparato di professionisti della politica e di rappresentanti istituzionali su una strategia più che decennale, non può abbandonarla se non mutandosi in qualcosa d'altro. Piuttosto, l'abilità della direzione politica consiste nel riuscire a forzare il fatto nel proprio quadro strategico e mentale, magari richiamandosi alla tradizione, a sua volta inventata o reinterpretata. Da quel compromesso storico scaturì, in capo a pochi anni, la repressione dell'ultimo grande movimento anticapitalistico di massa in Europa, quello giovanile e studentesco del 1977; i licenziamenti di massa della Fiat e il rilancio su ampia scala della controffensiva padronale; la messa ai margini del Pci e, in ultimo, l'inizio della sua trasformazione in quello che infine è diventato il Pd di Renzi. Eppure, ancor oggi Enrico Berlinguer è un'icona di un certo «comunismo italiano»: lo stesso che ora continua a schierarsi, comunque, a fianco di Tsipras.
Fatte le debite proporzioni e tenendo conto dei contesti diversissimi, la vicenda greca ha, per la sinistra europea, lo stesso valore di lezione negativa che ebbe l'esperienza di Unidad Popular tanto tempo fa. Tuttavia, ancora una volta, c'è chi si ostina a derivarne la lezione sbagliata, a chiudere gli occhi davanti all'evidenza. Un'evidenza che è atroce e definitiva.

Innanzitutto, ma questo è il minimo, si chiudono gli occhi di fronte ai numeri dei risultati elettorali. Sicché Norma Rangeri scrive sul Manifesto (22 settembre):

venerdì 18 marzo 2011


SULL’ANNIVERSARIO DELLA COSIDDETTA UNITÀ D’ITALIA COME FORMA DI FETICISMO STORICO.



                                 di Michele Nobile



Le autocelebrazioni ufficiali sono sempre mistificanti perché volte a far apparire «vissute» e «popolari» istituzioni che della vita sociale sono pietrificazioni, concrezioni di apparati burocratici che ad essa si sovrappongono nel tentativo di dominarne e governarne le contraddizioni.
Massimamente mistificante sarà dunque l’autocelebrazione dell’apparato degli apparati, cioè dello Stato: qui la mistificazione coincide con la rappresentazione della forma-Stato come un feticcio che assorbe e congela il vissuto storico reale, che lo restituisce in una forma da cui le contraddizioni sono espunte o neutralizzate.
L’autocelebrazione dell’unità d’Italia che ha luogo in questi giorni è mistificante nella sua stessa concezione e denominazione.
Quel che accadde il 17 marzo 1861 non fu affatto il compimento dell’unificazione italiana ma la promulgazione della legge che faceva di Vittorio Emanuele il re d’Italia (legge , approvata il 26 febbraio dal Senato e il 14 marzo dalla Camera). Si tratta della nascita del Regno d’Italia, costituito in seguito ai plebisciti ed alle annessioni che, nell’arco dei diciotto mesi precedenti, avevano progressivamente esteso il regno di casa Savoia fino a comprendere la Lombardia, l’Italia centrale tranne il Lazio, il Mezzogiorno.
Ma, senza trascurare quel che di artificiale o di convenzionale o di mitico si annida nella definizione di un’entità nazionale, al compimento dell’unità d’Italia mancavano ancora il Veneto e, specialmente, il Lazio e Roma. Nessun autentico patriota, né tra i monarchici e liberali e men che mai i democratici italiani (ed europei), considerava compiuta l’unificazione nazionale senza Roma. Neanche il liberale Cavour o il primo dei grandi «trasformisti» italiani, Urbano Rattazzi: la «questione romana» nel 1861 restava ben aperta. Tanto aperta che Garibaldi tentò, dopo la proclamazione dell’«unità», due operazioni per la liberazione di Roma.

La prima nell’agosto 1862, quando venne fermato e ferito dai soldati del neonato Regno d’Italia sull’Aspromonte: quella fu una guerra civile in miniatura, che non ebbe più gravi esiti solo perché il Generale impose alle sue truppe, in inferiorità numerica ma ben attestate, di cessare il fuoco.

Il secondo tentativo fu nell’ottobre 1867, quando Garibaldi invase il Lazio con circa 7 mila volontari, ma dovette ripiegare a causa del fallimento dell’insurrezione romana, per essere poi sconfitto dai franco-papalini a Mentana e, varcato il confine, essere nuovamente arrestato dai soldati dello Stato regio e «unitario». Tra i tanti che caddero a Roma si ricordano i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli, Francesco Arquati, la sua eccezionale moglie Giuditta Tavani, patriota figlia di un combattente della repubblica romana del 1848, e il loro figlio dodicenne Francesco, uccisi nell’assalto papalino in un lanificio in cui si erano asserragliati. Si devono ricordare anche Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, che avevano fatto saltare in aria una caserma pontificia: questi furono cattolicamente ghigliottinati l’anno seguente.

Infine, la questione romana si concluse quando, approfittando della caduta di Napoleone III ad opera delle truppe tedesche e della Comune parigina, le truppe del Regno d’Italia invasero quel che restava dei domini del Papa-re e irruppero in Roma attraverso la celebre breccia di Porta Pia, il 20 settembre 1870. Il tiranno pontificio oppose debole resistenza militare, giusto per dimostrare agli italiani ed al mondo che egli non cedeva pacificamente e cristianamente il suo dominio temporale. Nondimeno, cannonate e fucilate ci furono, con morti (68 complessivi) e feriti.
Di una cosa bisogna prendere atto: che i liberali del 1870, per quanto monarchici e moderati, osarono un’azione di tale portata il cui equivalente sul piano ideale e della normativa è, per i nostri politicanti «laici» contemporanei, così pronti alla genuflessione e al baciamano, pura fantastoria.
Dunque, il compimento dell’unificazione italiana si diede nel 1870 e, neanche troppo figurativamente, «sparando sul Papa-re». Questi a sua volta, pur detronizzato, confermò arrogantemente il divieto ai cattolici di partecipare alla vita politica del nuovo Stato, divieto che rimase formalmente in vigore per un altro mezzo secolo.



Pare un paradosso che la Repubblica festeggi la proclamazione del Regno.
Ma forse non è tale.
Quel che le istituzioni e lo spettacolo mediatico festeggiano realmente è la continuità della forma-Stato. Perché, attraverso il Regno, poi il fascismo, infine la Repubblica, esiste una continuità reale, che è appunto, quella del dominio dello Stato e delle classi dominanti sulle classi dominate italiane. È il feticcio dello Stato che viene celebrato e, con esso, la continuità del potere di classe attraverso le diverse trasformazioni della forma del regime politico.
Nel festeggiamento feticistico risuona l’invocazione ai «valori condivisi» che, finalmente, facciano dell’Italia un paese «normale». Si tratta del tentativo, espresso come aspirazione normativa, di neutralizzazione delle contraddizioni che fin dall’inizio contraddistinsero il processo di unificazione politica.
Ricordare il 1870 e la caduta della tirannia papale certamente non faciliterebbe il distillare di questi «valori condivisi»: non fosse altro perché allora coerenza vorrebbe che si ponesse fine a tutti i privilegi materiali e anche «ideali» che la Chiesa seppe mantenere e accrescere, dalle guarentigie del Regno al Concordato col fascismo, fino alla Costituzione repubblicana.
La proclamazione del 17 marzo 1861 fu risultato e sanzione dell’inesistenza di una rivoluzione popolare, giacobina e democratico-borghese, in Italia. In effetti l’epoca delle «rivoluzioni borghesi» era già tramontata da un pezzo e in Italia il rischio forte era che una coerente linea «giacobina» venisse scavalcata da un moto «sanculotto» ancor più radicale. Questo fu uno degli argomenti forti della politica estera cavouriana, volta a guadagnarsi il sostegno della Francia e la benevola neutralità dell’Inghilterra, operazione complementare a quella della cooptazione di buona parte del Partito d’azione nella prospettiva dell’unità come allargamento dello Stato dei Savoia.
Fatto è che la proclamazione del Regno può essere assunta non come evento che richiede l’elaborazione di presunti «valori condivisi» all’insegna dell’italianità ma, al contrario, come momento cruciale di un processo, precedente e seguente il 1861, da cui sono sorti problemi irriducibili, difficili da relegare nel pozzo nero della smemoratezza per il semplice fatto che essi sono ancora presenti e vivi sotto i nostri occhi, a contraddistinguere le peculiarità della storia e delle trasformazioni dell’Italia, regia, fascista, repubblicana, e sempre borghese, e che necessariamente devono dividere. Anzi, il fatto è che su questi politicamente non ci si divide abbastanza. Si può solo tentare di neutralizzarli astraendo una data dal contesto reale.
Indico solo due questioni macroscopiche, la cui genesi si radica nei modi del processo di unificazione e nella gestione dello Stato dal Regno in avanti.

La prima è la «questione meridionale». Quello italiano è l’unico tra gli Stati europei a presentare una spaccatura socioeconomica in due parti, non in singole aree, del territorio (l’articolazione in più «Italie» non altera sostanzialmente il dato di fondo). Il confronto più pertinente si potrebbe forse fare con il Regno Unito quando esso comprendeva anche tutta l’Irlanda. Ma l’Irlanda era a tutti gli effetti un’altra nazione, che oppose una fiera resistenza.
Il caso del Mezzogiorno italiano fu diverso. Lì il popolo non difese affatto il Regno borbonico e anzi, fece del suo meglio per abbatterlo, in concomitanza con lo sbarco e le operazioni di Garibaldi. Il punto è che quel moto popolare, urbano e rurale, venne contenuto e soffocato perché una rivoluzione «giacobina» e «sanculotta» era ovviamente incompatibile con l’unione al Regno di Sardegna. Quella fu la base politica per la formazione di un nesso strutturale e funzionale tra la modernizzazione, concentrata in alcune aree del Nord, e la relativa conservazione dei rapporti sociali dati nel Mezzogiorno, a cui lo stato d’assedio e la connivenza di «cappelli» e «galantuomini» con la mafia e della camorra, antiche e nuove, non sono estranee. Con un prestito dalla teoria della dipendenza, lo Stato e il capitalismo italiani si nutrono tuttora di una dialettica tra sviluppo e (relativo) sottosviluppo, da non intendersi come immobilità o assenza di qualsiasi sviluppo capitalistico.
Il contrasto così fortemente territorializzato tra modernizzazione capitalistica e ineguaglianza dei ritmi e dei modi è una delle ragioni del perenne discorrere sulle «tare» italiane, sull’insufficiente modernizzazione, sul peso della rendita (oggi meno, a dire il vero), sul «parassitismo pubblico», illegalismo, familismo e via elencando fino al cosiddetto «populismo» berlusconiano. Una discussione infinita e inconcludente perché quel che non si riesce a digerire è che è esattamente questa la forma d’esistenza dello Stato italiano, a partire dal 1861, e il modo in cui si è realizzata e si realizza in Italia la modernizzazione capitalistica. Che da nessuna parte, e meno che mai a livello mondiale, è qualcosa di lineare e omogeneizzante: la riproduzione dei differenziali di sviluppo (capitalistico) e delle differenze di regime politico (qui parlamentarismo liberale, lì dittatura militare, altrove la «democradura») è la forma e la sostanza della modernizzazione capitalistica.

La seconda questione è quella del trasformismo e del gattopardismo politico. Neanche questa è esclusività dell’Italia, ma nella sua storia ha un peso eccezionale, tanto da giustificare l’uso internazionale dei termini italiani. Anche in questo caso si può ben risalire alle vicende risorgimentali, dal connubio tra Cavour e il centrosinistra di Urbano Rattazzi, alla Società nazionale e al motto «Italia e Vittorio Emanuele» fatto proprio anche da tanta parte della Sinistra storica. Il trasformismo, parente del consociativismo, è uno dei modi attraverso i quali in Italia si riesce a impedire, quando l’esclusione a priori non riesce a reggere più, la persistenza di un’opposizione politica che sia degna di questo nome, idealmente e programmaticamente qualificata.
Ebbene, questo centocinquantesimo anniversario della proclamazione del regno d’Italia cade nella fase in cui trasformismo e gattopardismo italici hanno raggiunto livelli ineguagliati di diffusione e di cinismo morale e politico. Le pretese patriottarde di questo anniversario regio-repubblicano ne sono un esempio.

martedì 1 febbraio 2011


LA GUERRA E I LIMITI DELLA       SUPERPOTENZA USA


                                di Michele Nobile

Per gentile concessione della Massari Editore pubblichiamo questo saggio. Scritto ad aprile 2003, questo testo è apparso sul primo numero di Marxismo rivoluzionario (rivista dell'Amr Progetto comunista), a giugno 2003, pp.11-21, con il titolo "I limiti della superpotenza americana"e costituisce un capitolo dell'interessante libro di Michele Nobile "Imperialismo - Il volto reale della globalizzazione"- MASSARI EDITORE 2006 -

1. Per capire il fenomeno “guerra”  

La guerra è un fenomeno sociale totale, multidimensionale, in cui “precipitano” tutti i campi della vita sociale. Lo è sempre e lo è specialmente la guerra moderna, almeno dal 1914: guerra totale perché basata sulla forza e la resistenza dell’apparato industriale, sull’industrializzazione della morte e dei suoi mezzi di produzione che sostituisce le abilità artigianali dell’armaiolo, del macellaio e del cacciatore. Guerra totale perché sempre la guerra moderna cancella la differenza tra i combattenti ed i civili inermi, tra la “carne da cannone” e chi i cannoni costruisce: e tanto più perfezionati sono la produzione di mezzi distruzione, e più sofisticato ed “intelligente” il loro impiego, tanto più quella distinzione cade. I bombardamenti a base di “bombe intelligenti” possono non uccidere le decine o centinaia di migliaia di esseri umani dei bombardamenti a tappeto della seconda guerra mondiale o della guerra del Vietnam. Ma possono comunque uccidere negando l’energia elettrica, l’acqua potabile, provocando direttamente ed indirettamente inquinamento, fame e pestilenza. La guerra moderna è totale perché non si fa solo con le bombe ma con il blocco economico: e così “solo” alcune centinaia o migliaia di civili iracheni si aggiungono ai trecentomila o cinquecentomila bambini morti prematuramente a causa di un embargo economico decennale. Fossero anche questi morti civili, bambini od adulti, la centesima parte di quella stima inferiore che nel 1998 ha indotto alle dimissioni Dennis Halliday, irlandese, UN Humanitarian Coordinator per l’Iraq e già Assistant Secretary General, e poi il suo successore Hans von Sponeck, è difficile sottrarsi all’idea che per la ragione ed il sentimento umano chi ha imposto l’embargo non sia colpevole di genocidio deliberato. Ci si aspetterebbe sanzioni e magari un “bombardamento umanitario” su Washington, Londra, forse Roma. Ci si aspetterebbe che i responsabili politici e militari vengano processati per crimini contro l’umanità. Ma tutto questo non ha senso, perché quelle “occidentali” sono per auto-definizione “democrazie” rispettose dei diritti dell’uomo e specialmente di quelli dei bambini. Ed i primi pensieri mattutini delle nostre ancor assonnate guide, che in inglese si traduce con leader, in tedesco con führer, e in latino con dux, sono la pace nel mondo e il lavoro per tutti in patria. Fino al caffé.

2. Guerra-economia: una relazione complessa

 Ma quali sono le ragioni della guerra? C’è un rapporto tra guerra ed economia? Oggi si contrappongono due posizioni fondamentali. Le riassumo brevemente, in modo schematico.
La prima è quella dei paladini del neoliberismo. Questi si atteggiano ad eredi della tradizione illuminista. Per gli illuministi, e per Adam Smith, il “libero commercio” avrebbe portato alla riduzione dei privilegi parassitari, a tutto beneficio delle classi produttrici, agevolato la tolleranza e la comprensione degli uomini, aiutato l’umanità a liberarsi dalla superstizione e dal dispotismo ed a regolarsi in base alla ragione ed al sentimento naturale, ed infine instaurato la pace universale. Al suo tempo era una linea di pensiero critico dell’ordine esistente, che si nutriva delle promesse, ancora da verificare, della modernità capitalistica. Se ne misuri la distanza dalla tempra nei liberisti dei nostri giorni.
Si può anche dire che le relazioni contrattuali di mercato, con la loro fluidità, si oppongono al principio gerarchico in quanto si stabiliscono tra soggetti liberi ed eguali che egualmente beneficiano dei vantaggi della propria specializzazione e della divisione del lavoro, in questo caso internazionale. Al contrario, quando la statualità si spinge oltre i limiti posti dal mercato stesso o si libera dai vincoli economici, allora il principio gerarchico prevale. Così la burocrazia statale e i suoi favoriti possono arricchirsi a spese del popolo, e giungere a surrogare con la conquista militare l’incapacità economica. In questo caso si può arrivare a legittimare un intervento di polizia che punti a ristabilire l’ordine della libertà e i limiti della statualità. Pace, democrazia, “diritti umani” e libero mercato risultano infatti essere sinonimi. Guerra, oppressione, disumanità appartegono ad Altro: alle terre barbare dove i privilegiati del potere, arroccati nel totalitarismo statale e nel nazionalismo territoriale e potenzialmente etnocida, si arricchiscono con l’estorsione politica interna e possibilmente internazionale. Da questo punto di vista l’imperialismo non può essere che il retaggio di categorie sociali e di valori non-capitalistici e premoderni, o il prodotto di una ideologia totalitaria.
E’ per questo motivo che per decenni l’associazione di “imperialismo” e di “capitalismo” è stata una volgare bestemmia. Tanto più significativo è allora il fatto che negli anni Novanta si sia sviluppata una linea di pensiero, che proprio in questo momento sta celebrando una importante vittoria, che rivaluta esplicitamente il “fardello dell’uomo bianco”, ovvero l’imperialismo non economico come missione civilizzatrice, illuminato portatore di pace e libertà e, per questa via, del progresso sociale.
Per i nostri paladini sforzarsi di realizzare normativamente la globalizzazione dell’economia, significa instaurare un ordine di pace e prosperità per tutti.
Per essere rigoroso il modello della globalizzazione presuppone come un dato di fatto o comunque come prospettiva normativa la concorrenza perfetta e la perfetta mobilità dei fattori di produzione, da cui consegue la progressiva convergenza delle diverse aree economiche, di cui beneficiano relativamente i più poveri: ed è per questo si obietta al movimento anti-liberista di essere in contraddizione con i propri nobili fini.
Il movimento contro il neoliberismo, con più sano realismo e buon senso, sostiene che la convergenza sia invece verso il basso e la generale “terzomondizzazione”, di cui soffrono maggiormente i più poveri. Esso denuncia l’aggravarsi della povertà assoluta, del crescente numero di esseri umani privati delle condizioni per soddisfare i bisogni più elementari, ed il crescere della povertà relativa, l’approfondirsi degli squilibri strutturali, i rischi di catastrofe insiti in un “modello di sviluppo” ecologicamente e socialmente insostenibile e di per sé generatore di conflitti distruttivi. E’ segno di sanità mentale opporre al falso universalismo ed all’ossimoro delle “guerre umanitarie”, degno del Grande Fratello orweliano, il carattere interessato, economico delle guerre, affermare che esse hanno come vero obiettivo non la libertà, la democrazia ed i “diritti umani”, sempre valutati con pesi diversi a seconda dei luoghi e delle circostanze, ma l’accaparramento delle risorse naturali e dei corridoi logistici, innanzitutto dei territori in cui giace o scorre l’“oro nero”, linfa vitale di un sistema sociale ambientalmente distruttivo e socialmente iniquo. Oppure che le guerre servono a dare una “lezione” a chi intenda conquistare una autentica libertà di scelta o ribellarsi allo sfruttamento; od ancora che, con le guerre e le spese militari si intenda sostenere il progetto di globalizzazione neoliberale in crisi. Infine, più sensato e realistico rispetto all’utopia neoliberale, è affermare che le recenti guerre, inclusa quella condotta contro l’Iraq, sia manifestazione dell’Impero globale, che si tratti di un Impero senza centro, o dell’Impero americano: cioè del dominio di una sorta di oligarchia transnazionale diffusa nella società globale o, al contrario, di una più ristretta cerchia di dominatori uniti sotto una specifica bandiera e serviti di volta in volta dai vassalli del momento.

3. Interpretazioni inadeguate

Questa schematica messa a confronto delle posizioni non ha solo lo scopo di rimarcare ciò per cui esse si oppongono. Chi scrive intende invece evidenziare due problemi politicamente strategici per il movimento di massa. Problemi inerenti alla “visione del mondo” che anima sui tempi più lunghi la pratica di lotta.
Il primo è che ampia parte del movimento condivide, pur rovesciandone il valore e l’interpretazione delle tendenze, il modello di base dell’avversario: che è appunto il più economicistico tra quelli possibili, l’applicazione planetaria, in realtà funzionale a legittimare ideologicamente ed a orientare politicamente più che a descrivere una realtà od a spiegarla scientificamente, del modello della concorrenza perfetta e della perfetta mobilità dei fattori di produzione.
Ciò implica però, anche per cause che qui non è il caso di approfondire, che si denuncino gli effetti del capitalismo più che il capitalismo stesso, una particolare politica più che il rapporto organico tra tale politica e la storia del sistema, che è storia di lotte di classe e di popoli contro l’imperialismo, che è cosa diversa dall’Impero. Se la lotta deve necessariamente passare attraverso gli effetti e la forma più specifica del sistema in un dato momento e spazio, esiste però anche il pericolo che l’esperienza concreta non venga approfondita, che l’elaborazione politica si blocchi, che si formi un divario tra le aspirazioni e le finalità ultime da una parte e gli obiettivi effettivamente perseguiti dall’altra. Che la “montagna” costituita da una grande movimento di massa partorisca, insomma, un “topolino” politico.
Inoltre la rivolta contro la rappresentazione economicistica del mondo fatta dal nemico ma in parte accettata si può rovesciare in una rappresentazione iper-politica dei rapporti sociali e dell’economia mondiale.
Ciò può avvenire, e questo è un secondo problema, assumendo che il compimento planetario di una forma quasi perfetta di capitalismo, appunto la globalizzazione, ne esaurisca nello stesso tempo la vitalità. Verranno quindi in primo piano gli aspetti finanziari, parassitari, predatori del sistema.
Il capitalismo è anche questo, ma non solo questo: non si comprenderebbe altrimenti come, per farla breve, dopo la più grande guerra conosciuta dall’umanità, nei paesi a capitalismo avanzato possa essersi verificata una golden age [età dell’oro, ndr], o come alcuni paesi periferici possano essere diventati esportatori di prodotti industriali. Ritengo sia estremamente pericoloso, ed anche che si perda la più forte delle armi ideali contro il capitalismo, sottovalutarne la capacità di riprodursi e di svilupparsi attraverso crisi distruttive. Che in definitiva possono essere, proprio nella forma della guerra nucleare o in quella più diluita della distruzione ambientale, cause endostoriche della fine reale, e non ideologica della storia umana: ma, appunto, questa possibilità deriva dalla sua suicida vitalità, non da un ciclo di tipo biologico o da una sorta di mutazione genetica.
Sono altrimenti facili, e percepibili, degli scivolamenti concettuali: dall’imperialismo alla globalizzazione, dal capitalismo al neoliberismo, dai rapporti di produzione come potere di classe al dominio militare di una casta oligarchica, dalle contraddizioni tra accumulazione di capitale e lavoro salariato a quella tra “ricchi” e “poveri” o oligarchia e “moltitudine”. Forse si può intendere meglio il successo non solo editoriale del libro di Negri e Hardt, non a caso apprezzato da alcuni fautori dell’“imperialismo benefico”. Un successo che si misura con il fatto che la nozione di Impero sta affiancando o sostituendo quella più neutra di “globalizzazione”. E per quanto l’uso “popolare” dell’idea di Impero possa contrastare con quello più specifico, in effetti ideologicamente postmoderno e politicamente moderato, di Negri e Hardt, che è un’apologia del costituzionalismo e della natura non imperialistica degli Stati Uniti, esso implica comunque uno slittamento della riflessione verso l’idea che la guerra sia conseguenza di un sistema sempre più “parassitario”, che deve appunto rimediare per via politica al declino della sua vitalità economica.



E siamo così al terzo problema, quello del preciso rapporto tra guerra ed economia mondiale. La guerra, dicevo all’inizio, è sempre un fatto totale e dalle tante dimensioni. E’ sempre un fatto complesso, da cui è sempre possibile isolare un aspetto e considerarlo la causa prima, la risposta. Ma più alta è la posta in gioco, più complessa la situazione, più ampie le implicazioni, più numerosi gli “attori” in gioco, meno soddisfacente sarà una singola risposta. Anche perché ogni guerra comporta dei rischi, degli imprevisti, degli effetti non intenzionali, conseguenti alle azioni contrapposte ed alla loro sinergia: è un calcolo delle probabilità, scriveva Clausewitz, in cui nulla è più sbagliato che assumere le grandezze in gioco come determinate anziché variabili, e considerarne solo quelle materiali dimenticando la compenetrazione tra la lotta e le forze e gli effetti di origine “morale”. La potenza dei computer impiegati per fini militari, ad esempio per simulare un’esplosione nucleare, è tale da poter con ogni probabilità risolvere “tecnicamente” i miliardi di equazioni necessari a pianificare gli scambi economici di un grande paese: ma come la vita sociale non è mai perfettamente calcolabile così più una guerrà è importante tante di più sono le variabili che oltrepassano il dato militare, materiale e “locale”, con influenze, conseguenze, reazioni, lezioni che si estendono al mondo. Al termine di una guerra importante il quadro d’insieme non è più lo stesso. La guerra moderna è totale anche per i suoi rischi ed imprevisti, e non c’è “intelligenza” umana od artificiale che possa contenerli. Una ragione in più per opporvisi, e per scavarne la complessità.

4. Guerra per il petrolio? Non solo e non principalmente

La guerra all’Iraq è stata certamente una guerra per il petrolio. Ma in che senso precisamente? Obiettivo degli Usa è forse distruggere il cartello dell’Opec per spingere al ribasso i prezzi del petrolio? E agirebbero così su “mandato” delle compagnie petrolifere? Non è questa amministrazione in particolare composta in gran parte da esponenti della filiera del petrolio?
E’ ragionevole. Ma, se si abbassano troppo i prezzi del petrolio, che fine fa l’industria petrolifera statunitense, grande finanziatrice di Bush, i cui costi di estrazione sono molto più alti di quelli dell’Arabia o dell’Iraq? Come pagheranno gli Stati Uniti i costi della guerra, del mantenimento dell’occupazione, della ricostruzione ed eventualmente del mantenimento della “pace sociale”, se i flussi di reddito del petrolio iracheno resteranno relativamente bassi? E non è anche vero che il controllo delle multinazionali del petrolio può effettuarsi perfettamente a valle piuttosto che a monte, dell’estrazione?
Può essere il controllo delle riserve di petrolio dell’Iraq un mondo per mantenere il dollaro come valuta delle quotazioni del petrolio, e una sorta di patrimonio a garanzia del ruolo centrale del dollaro nell’economia mondiale? Può essere anche questo. Ma qual’è il “giusto prezzo” del petrolio che può raccordare questo obiettivo al primo? E fino a che punto sarebbe efficace questa “mossa” senza risolvere in qualche modo il problema della sovraproduzione mondiale e dell’investimento?
La Cina, specialmente, e l’India, oltre che i paesi concorrenti a capitalismo avanzato, avranno sempre più bisogno di energia, del petrolio. Controllarne i “rubinetti” può evidentemente essere molto utile. Il controllo del petrolio, iracheno e non solo, e dei corridoi, può avere un obiettivo non di medio-breve ma di lungo periodo, strategico più che immediatamente economico. Mi sembra un’ottima ragione, che non esclude peraltro le precedenti, ed i loro problemi e contraddizioni. Ma può innescare la ricerca di fonti alternative, ad esempio nucleari. E come la mettiamo con l’effetto serra e il Protocollo di Kyoto, con le prospettive di un “capitalismo sostenibile”? Tra i primi atti unilaterali di Bush ci fu appunto il rigetto, oltre che del trattato Abm per poter continuare la militarizzazione dello spazio, del Protocollo di Kyoto. Questo può far piacere alla Cina, od all’India: ma contrasta con l’accaparramento statunitense. Oltre gettare a mare dieci anni di pubbliche relazioni per costruire l’immagine di un ipotetico “capitalismo verde”.

5. Potenza militare e potere del dollaro

La guerre di Bush “il piccolo” all’Afghanistan e all’Iraq, e tutta la campagna bellica contro il terrorismo, hanno portato al più alto livello di spese militari statunitensi in tempo di pace. E’ questo “keynesismo militare” un autonomo motivo per il rinnovato militarismo attivo? Certamente. Per il capitalismo statunitense il warfare-state ha una rilevanza strutturale e di lungo periodo di gran lunga maggiore che per qualsiasi altro paese a capitalismo avanzato. E’ un surrogato o un importante complemento del welfare-state. A conti fatti la “liberista” economia degli Stati Uniti è molto dipendente dallo stato, in specie dalle commesse del Pentagono. Il complesso militare-industriale non è un settore a parte ma gran parte dello spirito vitale tecnologico e la garanzia finanziaria dell’economia “civile”.
Il “keynesismo militare” statunitense è strettamente legato al ruolo di moneta chiave del sistema monetario internazionale del dollaro. E’ il signoraggio del dollaro che permette di pompare nell’economia nordamericana, e quindi mondiale, un tale imponente stimolo “keynesiano”. Ma non senza contraddizioni. Fino a che punto può crescere il debito pubblico statunitense, tanto più che all’enorme espansione della spesa militare si affiancano tagli alle tasse, per i ricchi? Il “monetarismo” dei primi anni di Reagan e la forte crescita dei tassi di interesse finanziò la spesa militare di quell’altro grande “keynesiano” drenando capitali dal resto del mondo e determinando la “crisi del debito estero”, dal Brasile alla Polonia, con ciò che ne conseguì. E’ possibile oggi qualcosa del genere senza far scoppiare le borse ed esporsi al rischio di una grave depressione? Il signoraggio del dollaro è una potentissima arma politico-economica. Eppure la crescita del deficit commerciale statunitense rese necessario nel 1985 uno dei più importanti accordi della storia recente, al Plaza Hotel di New York, per pilotare la discesa del dollaro rispetto allo yen ed al marco. Un “Plaza alla rovescia” ha avuto luogo nel 1995, questa volta nel tentativo di sollevare la boccheggiante economia del Giappone, già presunto candidato all’egemonia economica mondiale. Né seguì una spettacolare bolla speculativa.
Tutto ciò pone la questione dei rapporti tra dollaro ed euro, tra Stati Uniti ed Unione Europea, o meglio ancora tra essi e la Germania, e la Francia. Fin dove arrivano i comuni interessi alla cooperazione, e fin dove si può spingere la rivalità monetaria ed economica? Non è parte della strategia statunitense dividere i rivali, ed indebolire l’Unione Europea? Questo è sicuramente un effetto della guerra all’Iraq.

6. Egemonia planetaria

Infine, qual’è il nemico di una macchina da guerra che costa oltre 300 miliardi di dollari, e che arriverà a 500 in pochi anni, equivalenti a circa la metà della spesa militare mondiale, senza contare il lievitare dei prezzi dei prodotti bellici ad alta tecnologia ben oltre il tasso di inflazione medio? Difficile credere seriamente che il nemico possa essere l’Europa o il Giappone. L’idea di globalizzazione economica non può rendere conto della realtà del neo-mercantilismo, delle dispute commerciali e delle responsabilità delle grandi potenze economiche nel “fare il mercato”. Ma è vero che la concorrenza tra quelle grandi aree capitalistiche non può spingersi fino alla guerra. Il capitale non è “nomade”, ma neanche chiuso in fortezze. Ancor meno credibile è che l’armamentario fantascientifico serva a combattere il “terrorismo”. Una parte delle armi e dei soldi certamente servono e serviranno per guerre a media e bassa intensità (non per le vittime, ovviamente), per la controguerriglia e la controinsurrezione. In Venezuela è già stato tentato un golpe, in Colombia si finanziano le forze armate ed i gruppi paramilitari che praticano il terrorismo e si arricchiscono col narcotraffico. La presunta pax americana non c’è, come non c’è l’Impero. Al contrario, emergono crepe, persistono focolai, sono possibili eruzioni. Come politica egemonica in senso gramsciano il “neoliberismo”, anche combinato con misure “keynesiane” negli Stati Uniti ed in Giappone, sembra alquanto consunto, un po’ dappertutto. Forse sono proprio i “centro-sinistri” europei i più tenaci “neoliberali”. Rovesciare Saddam Hussein e combattere l’ex socio e “combattente per la libertà” Osama bin Laden costa, ma non a quel livello. E ciò vale anche per la Corea del Nord, o per la Siria, o la Libia, o Cuba. Allora, a chi sono destinati i missili? Quali sono i two overlapping major theater wars che richiedono tanta preparazione per la vittoria?
Non rimagono che due candidati: la Russia e la Cina.
Queste possono essere le molte, stratificate e connesse ragioni per la guerra all’Afghanistan ed all’Iraq. Manca però ancora un filo conduttore, una “contestualizzazione” più profonda delle decisioni operative, degli orientamenti strategici, dei tempi.


7. La fine dell’ordine mondiale della guerra fredda

 Dopo la caduta del socialismo di stato nell’Europa centrale ed orientale vennero meno due dei pilastri della politica internazionale del secondo dopoguerra sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite: il rispetto formale della sovranità nazionale e la legittimità della guerra solo come reazione difensiva ad un’aggressione. Quei due principi non erano solo conseguenza, rispettivamente, di una lunga tradizione di pensiero “westfaliana” e dell’insopportabile atrocità di due massacri mondiali. Derivavano anche dal diritto ad esistere dell’Unione Sovietica conquistato sui campi della guerra contro i nazi-fascisti e dal riconoscimento della sua potenza sancito dagli accordi di Yalta, che le assegnavano una propria sfera d’influenza. Neanche la guerra fredda poté cancellarli, formalmente, perché essi erano funzionali al persistere di una condizione particolare di non-guerra aperta e diretta e di non-pace dall’equilibrio rischioso e mobile. La fine dell’Unione Sovietica ha viceversa riaperto la possibilità di interventi armati non giustificabili come legittima difesa. La pre-emptive war  come attacco che anticipa quello di un avversario, e la preventive war  come attacco anche in assenza di minacce attuali, ma solo in vista di eventualità possibili, sono figlie degli “interventi umanitari”, loro logico sviluppo, in quanto scardinavano i principi giuridici e politici del sistema interstatuale successivo alla seconda guerra mondiale. Questi “interventi umanitari” sono stati funzionalmente analoghi all’invasione giapponese della Manciuria o all’aggressione italiana all’Etiopia che, fra le due guerre mondiali, aprirono le porte all’espansione nazista. L’avallo o meno dell’Onu, o meglio dell’oligarchia del Consiglio di sicurezza è, da questo punto di vista, politicamente irrilevante. Si tratta di un punto da aver ben chiaro nella valutazione del riscoperto “pacifismo” di partiti e governi “centro-sinistri” ed anche nel definire le basi di un pacifismo autentico e non opportunistico.
Se gli Usa si fossero limitati a “punire Kabul”, come 87 anni prima qualcuno pensava di limitare tutto a “punire Belgrado”, saremmo rimasti nel quadro degli “interventi umanitari”, o quasi tali. Ma la “guerra al terrorismo” si è, per così dire, qualificata ulteriormente con la guerra all’Iraq, e con la tardiva levata di scudi di Francia, Cina, Russia e Germania. E’ questa guerra, e non gli attentati dell’11 settembre in se stessi, a cambiare il quadro strategico, cosa avvertita da quegli stati che hanno un minimo di volontà e capacità di non subire passivamente l’iniziativa statunitense, non fosse altro che per poter contrattare in una posizione diversa da quella dei portatori d’acqua.
Qual’è la differenza tra gli “interventi umanitari” negli anni Novanta e il new deal strategico statunitense?
Recentemente Perry Anderson ha notato che la natura dei conflitti degli anni Novanta e la possibilità di utilizzare il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha “mascherato” per dieci anni la conflittualità politica tra gli alleati “occidentali” e la portata dello spostamento dell’equilibrio tra forza e consenso, a favore della prima, nell’esercizio dell’egemonia statunitense.
Si tratta di un fenomeno poco comprensibile sia nei termini della globalizzazione, per cui la statualità, è moribonda o è ridotta ad agenzia locale di comitati d’affari transnazionali, sia nei termini dell’Impero: in ogni caso emerge l’importanza della rivalità politica ed economica tra gli stati maggiori, quella che si sarebbe detta un tempo rivaltà inter-imperialistica (con la minuscola).

8. Crisi dell’egemonia liberista

Per comprendere questo fatto ed i tempi e la natura della svolta strategica statunitense occorre considerare come il mondo è cambiato nel corso dell’ultimo decennio, e come molti nodi sono venuti al pettine.
Innanzitutto, nei paesi imperialisti il riorientamento delle politiche economiche in senso “liberista”, essenzialmente nei confronti dei diritti e delle garazie dei lavoratori e dei cittadini in genere e come laissez-faire imposto asimmetricamente dai paesi economicamente dominanti a quelli dominati, non è stato in grado di imporsi egemonicamente. I rapporti di forza sfavorevoli ai salariati sono stati da questi subiti al prezzo di grandi sacrifici senza però dar luogo ad una fase in cui si possano intravvedere dei benefici sostanziali. I tassi di disoccupazione hanno ripreso a crescere e rimangono alti, nel 2003 grosso modo al livello del 1990; in Giappone nello stesso arco di tempo il tasso ufficiale di disoccupazione è raddoppiato.
Inoltre, nei paesi a capitalismo avanzato è cresciuto un movimento antiliberista o di opposizione alla globalizzazione dall’alto, alleato con altri movimenti sociali nei paesi neocoloniali o dipendenti. Le potenzialità del movimento sono enormi, tanto più se esso dovesse riuscire a catalizzare od a unirsi a una contro-offensiva del complesso dei lavoratori e a conquistare una piena autonomia programmatica da quella che passa per “sinistra di governo”. La mobilitazione mondiale contro la guerra all’Iraq segnala che forse è stato raggiunto un punto di non ritorno nel tentativo di costruire un consenso ai progetti liberisti.

9. ... e nuova recessione dell’economia mondiale

Un altro elemento che ha contribuito a “mascherare” il potenziale di conflittualità “inter-ocidentale” è stata la particolare congiuntura economica ed il boom delle borse “occidentali”, a partire dal 1996, conseguente dal rovesciamento dell’accordo del Plaza Hotel di dieci anni prima.
Con lo sgonfiarsi della bolla speculativa e della illusione di una New economics sembra venir meno il volano di una particolare forma di sviluppo capitalistico, trainato dall’inegualitarismo dell’“effetto ricchezza” e dai consumi statunitensi e nello stesso tempo orientato a segmentare fortemente il mercato del lavoro attraverso la precarietà ed a “integrare” almeno una parte dei lavoratori non in quanto tali ma come risparmiatori, attraverso i fondi pensione privati.
E’ dunque venuta meno la possibilità di una certa virtuosa complementarietà nei rapporti interni alla Triade, unita nello smantellamento mondiale degli ostacoli alla libera circolazione dei capitali e delle merci, ovvero delle residue protezioni alle già malconce economie dei paesi già “in via di sviluppo”. Questo potrebbe significare l’inizio di un nuovo periodo di espansione, se non ai livelli della golden age, almeno con tassi di crescita medi più sostenuti.
Quel modello possibile oggi ha perso il suo dinamismo e la prospettiva di consolidarsi: ne rimangono le contraddizioni: la sovraproduzione su scala mondiale, le incertezze derivanti dalla liberalizzazione finanziaria e il livello della concorrenza, che deprime i prezzi fino al rischio di una spirale deflazionistica, e quindi le prospettive dei profitti e le decisioni di investimento (con il risultato di promuovere la “finanziarizzazione” anche delle società non finanziarie e di deprimere i salari), lo squilibrio strutturale della bilancia commerciale e dei pagamenti tra Stati Uniti e resto del mondo. La storia economica degli ultimi venti anni, ed in particolare dei Novanta, indica ad un tempo la centralità degli Stati Uniti nell’economia mondiale, il che tende a rafforzare la comunanza di interessi tra le diverse borghesie ed i governi, da una parte, e nello stesso tempo le tensioni derivanti da quello squilibrio, che pure è la ragione della centralità e del “potere strutturale” economico degli Stati Uniti. All’inizio del nuovo secolo la situazione appare bloccata.
L’Asia sud-orientale, a lungo il principale centro di crescita continua del capitalismo mondiale, con le sue “tigri” a lungo tanto vantate (del tutto a torto) come esempio delle virtù del liberismo e della globalizzazione, è in crisi. Le “tigri” continuano ad esportare ma gli “artigli” si sono alquanto spuntati e non possono più essere additate come “modello”, di cui anzi si scoprono le magagne, il nepotismo, l’autoritarismo, il croony capitalism e via inveendo. Di fatto le “tigri” che hanno resistito meglio sono quelle rimaste, prima e dopo il 1997, più fedeli alla linea statalista originaria: Taiwan, la Malesia. Quel che dovrebbe essere chiaro è che la crescita delle esportazioni industriali delle “tigri” e dei “tigrotti” del sud-est asiatico, potentemente stimolata dal warfare-state Usa con la guerra di Corea e poi del Vietnam, rompe con lo schematismo della tradizionale teoria della dipendenza ma non conforta neanche quella della convergenza dello sviluppo per stadi successivi: restano paesi capitalisticamente sottosviluppati, anelli intermedi nella lunga e variegata catena dell’imperialismo. Ciò che resta sono le imprese da “salvare” con l’acquisto estero, la compressione dei salari, e specialmente in “tigrotti” come l’Indonesia, uno dei giganti demografici strategicamente importanti, o nelle Filippine, la povertà, l’instabilità politica, guerriglie oggetto della “guerra al terrorismo”. E il loro contributo alla sovraproduzione mondiale, insieme all’impossibilità di seguirne la strada.
Anche un altro continente che negli anni Novanta sembrava mostrare i benefici derivanti dalla buona strada del rigore finanziario, dell’apertura al “capitale globale”, e dello smantellamento degli apparati nazional-populistici, l’America meridionale, è nuovamente alle corde (primavera del 2003, n.d.r.). Degli stati più grandi solo il Cile sembra reggere. Argentina, Venezuela, Colombia, Messico, Perù, Bolivia e Brasile attestano, in varie forme e con diverse intensità, un unico fatto: il fallimento politico, oltre che economico, del neoliberismo.
La Russia ha iniziato (e completato?) una transizione alla rovescia dal socialismo di stato al capitalismo (di stato?). Certamente, a guardarlo da vicino, è un capitalismo con molti tratti sovietici. Il punto è che la Russia ha più bisogno dell’“occidente” di quanto l’“occidente” abbia bisogno della Russia. L’allargamento della Nato agli ex satelliti, che nei tempi e nelle modalità è stato impostato dagli Stati Uniti, costituisce anche un accerchiamento della Russia. In poche parole, la posizione della Russia non è né pare poter essere equiparabile a quella degli alleati “occidentali” della Nato. Si tratta di una formazione sociale “anomala”, che suscita diffidenza: il tracollo socio-economico nella transizione è stato terribile, ma col tempo la Russia ha il potenziale per costituire una minaccia molto seria. In effetti è un’incognita sociale, politica e geopolitica rispetto alla quale vengono tenute aperte tutte le porte: da quella della collaborazione politica con la Nato e nella “lotta al terrorismo” a quella dell’accerchiamento e del contenimento preventivi.
A maggior ragione ciò è vero per la Cina che ha tuttora una struttura sociale non-capitalistica, un’economia in forte crescita e un potere politico saldo. Come la Russia la Cina ha bisogno dell’“occidente”, e l’“occidente”, insieme alla diaspora cinese, ne ha fatto il maggior destinatario dei suoi investimenti diretti. L’oscillare del pendolo tra cooperazione economica e confronto politico-militare è però in questo caso anche più chiaro. Se la Cina riuscirà a mantenere tassi di crescita annui tra l’ 8% e il 10%, se riuscirà a conseguire l’obiettivo di avere un prodotto interno pari a quello degli Usa per il 2010, e se il potere della burocrazia riuscirà a reggere le enormi tensioni del “socialismo di mercato” con le sue decine di milioni di disoccupati, un reddito pro capite contadino stagnate o peggio e disastri ambientali incombenti, allora essa sarà veramente una potenza temibile in una ampia regione cruciale per il mondo.

10. Un detonatore per molti fattori

Infine, in questo quadro sempre più difficile, sia dal punto di vista congiunturale che delle prospettive di lungo periodo, si sono verificati gli attentati dell’11 settembre 2001.
Essi hanno fatto da detonatore scatenante di forze, piani, strumenti che si erano accumulati per un intero decennio.
Le guerre e gli interventi “umanitari” dei Novanta avevano una funzione stabilizzatrice nei confronti degli effetti del “1989”, ovvero della transizione al capitalismo di paesi già “socialisti”, e dell’offensiva “neoliberale”, ovvero dei paesi imperialisti, nel complesso dell’economia mondiale. Si trattava di impedire l’emergere di un “piccolo imperialismo” in una regione vitale, nel caso della seconda guerra del Golfo Persico contro l’Iraq; di fronteggiare gli effetti della dissoluzione della transizione al capitalismo, come nelle guerre nella ex Jugoslavia; oppure della disgregazione della statualità come in Somalia.
In questi casi la guida del gioco è sempre stata in mano agli Stati Uniti, anche quando giocavano nella “casa europea”. Si trattava però di guerre in cui era possibile conciliare un “interesse generale” capitalistico con il rafforzamento delle posizioni di potere statunitensi.
Come recentemente notato da Perry Anderson la natura dei conflitti degli anni Novanta e la possibilità di utilizzare il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha per dieci anni “mascherato” la conflittualità politica tra gli alleati “occidentali” e la portata dello spostamento dell’equilibrio tra forza e consenso, a favore della prima, nell’esercizio dell’egemonia statunitense.
La guerra all’Iraq si caratterizza invece per il suo unilateralismo, od almeno per la determinazione ad agire comunque in un teatro determinante, con un seguito di meschini caporali, molti dei quali clandestini.
Questo sembra il risultato di molti fattori: della condizione, necessaria ma non sufficiente, dell’esaurirsi economico della fase “neoliberale” dell’imperialismo, che non significa certo, per ora ed in assenza di shock economici maggiori, abbandono delle politiche fin ora perseguite; del conseguente possibile aggravarsi della competizione economica e degli squilibri interni alla Triade; dello stabilizzarsi e delle prospettive di sviluppo, rispettivamente, della Russia e della Cina; delle lotte e delle situazioni critiche, di diverso tipo, aperte o che possono aprirsi contro il dominio imperialista, specie in Asia ed in America latina.
Gli attentati del settembre 2001 hanno aperto una “finestra di opportunità”, un momento critico del tipo “ora o mai più” per raggiungere obiettivi strategici destinati ad influire sul lungo periodo sia contro i nemici esistenti, sia futuri, sia sugli alleati. In effetti più che di garantire un’alleanza, a cui si deve in qualche modo rendere conto, per gli Usa si tratta di mettere insieme coalizioni variabili a seconda dei casi. Non è una linea che sulle questioni più importanti può proseguire all’infinito. Esistono dei limiti alla potenza americana: vedremo quando e come saranno raggiunti.

11. La nozione di imperialismo

Se si è seguito il ragionamento fin qui si sarà compresa l’inutilità della nozione di globalizzazione. Per essere usato coerentemente tale concetto richiede la convergenza tra le parti del mondo: ma non solo c’è un peggioramento relativo ovunque, aumentano anche le differenze e le ineguaglianze. Le funzioni della statualità dovrebbero ridursi essenzialmente a quelle dell’ordine: ma sono le funzioni e le istituzioni della statualità connessa alla industrializzazione per sostituzione delle importazioni, e quelle dei più poveri tra i paesi esportatori di prodotti agricoli e minerari, a ridursi o a scomparire, in quest’ultimo caso specie a causa o nel corso di guerre civili. Al contrario le funzioni economiche degli stati maggiori sono solo diversamente orientate, non ridotte alla mera esecuzione di un capitale “nomade”. Per quale ragione altrimenti circa metà degli investimenti diretti dall’estero nei “paesi in via di sviluppo” si dirigono verso uno stato forte come la Cina popolare? E’ perché circa l’80% degli investimenti diretti mondiali avvengono tra i paesi a capitalismo avanzato? Ed i movimenti di capitale a breve termine non dipendono anche dalle decisioni delle maggiori banche centrali, non guardano con ansia a ciò che farà la Federal Reserve? Sarebbe stata possibile la bolla speculativa della seconda metà degli anni Novanta senza una certa politica monetaria negli Stati Uniti?
Queste note schematiche indicano quanto il mondo sia cambiato dalla fine della golden age (1950-1973), ma anche la continuità attraverso il cambiamento.
Il capitalismo è emerso anche attraverso un processo mondiale, la conquista e la guerra, ed ha sempre avuto anche un carattere mondiale. Struttura, attori, istituzioni e politiche sono cambiati più di una volta. La forma di queste diverse configurazioni dell’economia mondiale capitalistica è sempre stata quella dello sviluppo ineguale e combinato, dell’interdipendenza economica dei singoli territori e degli stati, della loro combinazione in un processo complessivo che costituisce propriamente il livello mondiale del capitalismo. Che è qualcosa di diverso dalla sommatoria delle singole parti ma al quale non si possono ridurre queste ultime, facendone mere “appendici” o epifenomeni, componenti passive invece che attive e costituenti. Una funzione attiva certamente distribuita in modo ineguale, e strettamente legata anche alla statualità. Ed alla guerra. Perché questo processo di formazione di un sistema mondiale è instabile, soggetto a trasformazioni, a contraddizioni, alla lotta economica e politica tra gli stati, ed alla lotta delle classi e dei popoli per la liberazione sociale e nazionale. Per decenni il termine utilizzato, bestemmia per i difensori dell’ordine (come non lo sono quelli di globalizzazione o Impero) era imperialismo, scritto prosaicamente con la minuscola. Non si tratta di un caso né di questione di stile. Certamente quello di imperialismo non è, neanche nel dibattito marxista del XX secolo, un concetto univoco. E’ un campo aperto di riflessione, ed è giusto che sia così. Ma una sua peculiarità è il nesso strutturale tra le trasformazioni della statualità, la lotta tra classi e stati, e la dinamica del capitalismo. Perché l’imperialismo è il capitalismo come modo di produzione su scala planetaria, unità e distinzione di poteri economici e poteri politici, distinti ed inegualmente sviluppati per funzioni, aree e capacità, combinati nella cooperazione e nella lotta. E’ per questo che il significato sedimentato del termine è indigesto. Bisogna prima depurarlo del suo valore di critica del capitalismo, liberarlo di ciò che principalmente evoca: sfruttamento ed oppressione e guerra, e lotta radicale internazionale per la libertà sociale e nazionale, lotta di classi e di popoli contro la guerra imperialista.
Perché, infine, la forza ideale che è dietro il matrimonio indissolubile tra imperialismo, capitalismo e guerra è molto semplice: in nessun caso, per nessuna ragione ed in nessun modo sostenere la guerra di uno stato della borghesia. Perché una guerra del genere è sempre guerra d’aggressione, verso il popolo straniero, e verso il popolo della propria nazionalità.

domenica 30 gennaio 2011


SHAKESPEARE, L’INDIVIDUO MODERNO E IL REALISMO POLITICO

                                 di Michele Nobile


Questo non è un testo compiuto ma una miscellanea di citazioni, appunti e spunti di riflessione, grosso modo strutturati secondo un filo logico, principalmente tratti e a partire da: Harold Bloom, Shakespeare. L’invenzione dell’uomo, 2001; Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi, 1975, I vol.; Northrop Frye, Tempo che opprime, tempo che redime. Riflessioni sul teatro di Shakespeare, il Mulino, 1986. Per le opere di Shakespeare: Teatro completo di William Shakespeare, collezione I meridiani, Mondadori, in particolare vol. III, I drammi dialettici, e vol. IV, Le tragedie.


1. Bloom e l’invenzione shakespiriana dell’individuo moderno.


Scrive Bloom:

«Quel che Shakespeare inventa sono i modi per rappresentare i cambiamenti umani, alterazioni che non sono provocate solo dai difetti o dal deterioramento, ma che sono influenzate anche dalla volontà e dalle vulnerabilità temporali della volontà» (Harold Bloom, Shakespeare. L’invenzione dell’uomo, Rizzoli, Milano 2001, p. 18).
E più avanti: «La personalità come la intendiamo noi è un’invenzione shakesperiana e non rappresenta solo la maggiore originalità del drammaturgo, ma anche la vera causa della sua perenne pervasività». E’ questa la ragione per cui «Se esiste un autore che è diventato un dio mortale, deve essere Shakespeare» (ibidem, pp. 21 e 20).
Dunque, se Shakespeare ha qualcosa di «divino» è nell’«invenzione» di quel che si intende per «individualità moderna», per «individuo moderno»; più precisamente, si può dire che Shakespeare non ha creato questo tipo di individuo, essendo esso risultato di un processo storico lungo e complesso, ma è stato il primo a dargli piena voce e sostanza, a mostrane grandezza e abissi, e, con ciò, a farlo vivere nell’immaginazione collettiva. Questione cruciale è la storicità di Shakespeare: se ha un qualche senso indicare in Omero, Dante e Shakespeare i tre «massimi» della letteratura mondiale (o, meglio, europea) è perché ciascuno ha dato vita ad opere ed a «personaggi» che sono manifestazioni non di una «poesia eterna» ma che sono grandi proprio perché «datati». Si tratta di opere e «personaggi» che sono espressioni «massime» del loro tempo determinato, della loro epoca storica.
Ma cosa è la «personalità moderna»? Bloom cita Hegel: i personaggi shakesperiani sono «liberi artefici di se stessi» (Hegel) (p. 22); Falstaff e Amleto sono personaggi carismatici: «i vitalisti eroici sono più grandi della vita: sono la grandezza della vita» (p. 20), essi trascendono l’opera, vivono di vita propria. E questo è più che mai vero per Amleto, «la più importante rappresentazione occidentale dell’intellettuale»; «qualcosa di unico nella letteratura occidentale di fantasia», una di quelle «invenzioni letterarie che si sono trasformate in miti indipendenti» (ibidem, pp. 265, 266). Il carisma di Amleto è tale che egli, «primo e unico, compete con re Davide e con il Gesù di san Marco per conquistarsi il titolo di carismatico dei carismatici. Amleto è il «centro dei centri». Perché?

Perché «Amleto e l’autocoscienza occidentale sono la stessa cosa più o meno dagli ultimi due secoli di sensibilità romantica»; veneriamo in lui una «autocoscienza quasi infinita» (ibidem, pp. 306, 307).

Qui, con delle buone ragioni, l’individualità moderna è caratterizzata romanticamente dalla Sehnsucht, dalla combinazione tra la brama, la smania (Sucht) e l’anelare, il desiderare ardentemente (Sehnen), il cercare (Suchen): dalla ricerca del desiderio, dal desiderio infinito, con una nota di nostalgia e struggimento; da una coscienza che non si quieta mai. Come quella di Faust, altra grandissima individualità moderna. Questa è una coscienza che si espande tendenzialmente all’infinito, quasi a conquistare e a far proprio il mondo, misurando questa infinitezza con i limiti del mondo, con l’ordine sociale e i costumi che la limitano, la vincolano, la reprimono mentre, nello stesso tempo, scava in se stessa. Quindi una «coscienza infelice», che è pure in conflitto con se stessa, che è dilemmatica, che si sdoppia: «essere o non essere». Come Amleto nel film di Branagh, si guarda allo specchio, stiletto in mano.
Si può considerare la cosa anche da un altro punto di vista, interrogandosi su cosa è la modernità e quindi, da qui, risalire alla individualità. Una definizione possibile:

«Tutte le stabili e irruginite condizioni di vita, con il loro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall'età si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era di stabilito e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora, ogni cosa sacra viene sconsacrata e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con occhi liberi da ogni illusione la loro posizione nella vita, i loro rapporti reciproci» (Karl Marx e Friedrich Engels, Il manifesto del partito comunista).

Qui Marx e Engels parlano dell’espansione mondiale del capitalismo e dell’evaporazione dei valori e dei rapporti sociali tradizionali e del continuo auto-rivoluzionamento, pur nella essenziale persistenza, del capitalismo stesso. In questa ottica il farsi della modernità è, essenzialmente, il farsi del capitalismo. Che è conflitto, lotta, incertezza, svelamento e dubbio; la modernità è la coesistenza delle più grandi possibilità di liberazione umana e delle più innovative forme di sfruttamento e alienazione. Liberazione ed alienazione insieme: e da qui la lacerazione, il dubbio, la rassegnazione, come la lotta. Questi aspetti, articolati secondo i toni e le scelte più varie, si ritrovano in tutti i grandi intellettuali e scrittori moderni. Baudelaire: «tuffarci in fondo all'abisso, Inferno o Cielo, che importa?/ Per trovare il nuovo nel grembo dell'Ignoto!»; «Un'Idea, una Forma, un essere/ partito dall'azzurro e caduto/ in uno Stige limaccioso e plumbeo/ dove dal Cielo nessun occhio penetra».

2. Hauser: la disfatta della cavalleria e l’esperienza del realismo politico.


Per Hauser, Cervantes e Shakespeare sono i responsabili della «seconda disfatta della cavalleria»: perché «proclamano quel che la realtà rivela ad ogni passo: la cavalleria sopravvive a se stessa e la sua forza etica si è ridotta a mera finzione» (Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi, 1975, I vol., p. 427). La novità di Cervantes non è nella denuncia dell’anacronismo e nell’ironia, ma nell’ «accusa contro la prosaica, deludente realtà». Che Don Chisciotte attribuisca l’inconciliabilità dei suoi ideali con il mondo a un sortilegio gettato sulla realtà (...) significa soltanto ch’egli dormiva mentre l’intero mondo si veniva trasformando, sì che il mondo dei suoi sogni gli appare l’unico vero, e stregato invece e pieno di demoni maligni quello reale» (ibidem, p. 429).
Se Cervantes è meno favorevole di Shakespeare all’ideale cavalleresco, ma Shakespeare è più duro di quanto lo sia Cervantes nei confronti della cavalleria come classe sociale. Il principio dell’ordine, dell’autorità e della sicurezza, componenti della visione borghese del mondo, spiegano la devozione di Shakespeare alla monarchia, antitesi del caos. Il suo atteggiamento nei confronti del “popolo”, incolto, immaturo, incostante, corrisponde a quello degli umanisti.
Ma il fatto che esprima una visione così tragica, pur in un’epoca di ascesa nazionale e di floridezza economica, rivela un forte senso di responsabilità sociale e la convinzione che anche allora non tutto era per il meglio (analogia con Balzac).

Hauser divide la carriera di Shakespeare in fasi, basandosi sul ceto che privilegia nel pubblico.

1) fase in cui lavora per gli ambienti di corte, affidando la propria fama alla forma epica.
2) le nuove opere non hanno più il tono dell’idillio, classicheggiante, ma rispondono pur sempre al gusto dell’alta società: scene grandiose di vita politica che esaltano la monarchia, commedie romantiche e ottimistiche.
3) verso l’inizio del secolo si allontana dall’eufuismo e dalle commedie romantiche, ma pare straniato anche dalle classi medie. Nelle grandi tragedie non si rivolge a un ceto particolare ma al grande pubblico (ibidem, p. 441).
4) poi la fase della rassegnazione e dell’acquetamento; sempre più lontano dalla borghesia; predominano i motivi romantico-fiabeschi.
Interessi e inclinazioni lo univano alla borghesia ed alla nobiltà imborghesita, ceti progressisti rispetto all’antica nobiltà feudale. Della nobiltà non approvava lo sfrenato edonismo, il culto dell’eroe, l’individualismo selvaggio.

Ma all’inizio del XVII, nel pieno della maturità e del successo, la sua visione del mondo muta radicalmente e, con essa, il giudizio sulla situazione sociale ed i ceti: perde ogni fiducia nell’assolutismo machiavellico e nell’economia di profitto. D’ora in poi simpatizza per il personaggio sconfitto nella vita pubblica, per l’uomo politicamente inetto e sfortunato, più che per l’uomo fortunato o il vincitore. Per Hauser ciò non può spiegarsi come un mutamento di stato d’animo o una revisione puramente intellettuale: «il pessimismo shakesperiano ha una portata che trascende l’individuo e reca i segni di una tragedia storica» (ibidem, p. 438). Se è come scrive Hauser, allora nel definirsi dell’individualità moderna la «tragedia» storica dell’assolutismo inglese ha una funzione fondamentale.
Secondo Hauser la forma del teatro elisabettiano, oltre al suo contenuto e alle sue tendenze, nasce dall’esperienza del realismo politico, dal dualismo di idea e mondo. Che non è cosa nuova. Ma nel medioevo il contrasto tra mondo e oltremondo non genera alcun tragico dissidio: il santo si ritira dal mondo, si prepara a vivere in Dio; c’è distanza da Dio, ma nessun conflitto è possibile con Lui. Solo l’età del realismo politico scopre la forma del dramma tragico, trasferendo il conflitto dall’azione entro l’anima dell’eroe. Solo un’epoca che comprende la problematica dell’agire realistico può attribuire valore morale alla condotta che ottempera alle esigenze del mondo anche se sacrifica l’ideale (Hauser). Se si considerano caratteristiche peculiari del Barocco pathos, irruenza, esagerazione, è facile fare di Shakespeare un poeta Barocco. Ma per Hauser non è un artista barocco (analogia con Michelangelo).
Nonostante le enormi differenze di metodo, interessi e strumenti interpretativi, è interessante che tra Hauser e Frye esista una convergenza sostanziale intorno alla questione del realismo politico, che è poi il problema Machiavelli. E’ estremamente significativo che il fiorentino e l’inglese, pur «rappresentandola» diversamente, condividano una visione del mondo simile. Ma in fondo è abbastanza «naturale»: uno ha «inventato il pensiero politico-sociale moderno, l’altro la moderna individualità. E il «machiavellismo» pone interrogativi angoscianti all’individualità.

3. Frye: le caratteristiche della «tragedia sociale» e Machiavelli.

Per Frye in Shakespeare e contemporanei vi sono tre generi di struttura tragica:

1) la tragedia sociale: ispirata alla storia e alla caduta dei potenti (Giulio Cesare, Amleto, Macbeth); 
2) la tragedia dell’amore contrastato, del conflitto passione/dovere, tra interessi personali e sociali;
3) la tragedia dell’isolamento dalla società, nella quale l’eroe cerca una propria identità individuale.

Nella tragedia sociale si distinguono tre gruppi di personaggi:

1) la figura dell’ordine: Giulio Cesare, Duncan in Macbeth, il padre di Amleto;
2) la figura del ribelle o usurpatore: Bruto in Giulio Cesare, Macbeth, Claudio in Amleto.
3) La figura o il gruppo che incarna la nemesi: Antonio e Ottaviano, Malcolm e Macduff, Amleto. Vendicatore, ha anche il compito di restaurare l’ordine.

Le tragedie di Shakespeare mostrano il governante (la figura dell’ordine) sotto due aspetti simbolici:

a) il governante deposto o assassinato: Cesare, Duncan, il padre di Amleto, Riccardo II, Lear che cede il trono. Rappresenta un’identità sociale perduta.

b) il governante in atto, l’uomo di successo: Ottaviano, Enrico V, Enrico VIII, Giulio Cesare nei primi due atti. Questa figura è insieme Apollo e Dioniso, domina sull’ordine della natura così come sull’eroica energia della fortuna. Il leader controlla un mondo in cui la realtà è anche apparenza, cioè illusione (Northrop Frye, Tempo che opprime, tempo che redime. Riflessioni sul teatro di Shakespeare, il Mulino, 1986, pp. 42-43).

- le stelle come simbolo dell’ordine; ogni vera manifestazione del sovrannaturale in Shakespeare è connessa all’uccisione di personaggi rappresentanti l’ordine.

Alla fine della tragedia i superstiti stipulano, o si accingono a farlo, un contratto sociale fra persone più ordinarie, per ridurre al minimo le tragedie del futuro: Fortebraccio (Amleto) e Malcolm; meno faide dopo la morte di Romeo e Giulietta; ultimi versi di re Lear «Il più vecchio ha patito più di tutti, noi che siamo giovani/ non vedremo mai altrettanto, né vivremo così a lungo».

Due concetti basilari nella tragedia elisabettiana: a) l’ordine naturale: la visione «apollinea» di Nietzsche, il senso del finito e del limitato; b) la ruota della fortuna: il senso dell’infinita energia «dionisiaca» di Nietzsche.
La tragedia è tragica perché contiene il moto dell’anima che chiamiamo eroico: una capacità d’azione, di fare e soffrire superiore a quella dei comuni mortali. L’eroico dà il senso di qualcosa di infinito (buono o cattivo) imprigionato entro il finito; un’energia infinita che gravita verso la morte: mette a fuoco lo scontro tra l’energia eroica e la situazione umana. Nell’ironia la realtà delle cose non ha niente a che fare con i desideri al riguardo; nella tragedia si compie uno sforzo contro tale discrepanza, finendo in uno scacco, dopo di che viene a patti con l’ironia, ridimensionando le proprie esigenze.

Per Frye la base della visione tragica è l’essere nel tempo: il procedere a senso unico della vita, l’irripetibilità; la visione tragica considera la morte come evento che dà alla vita forma e senso. La tragedia ha dunque un carattere essenzialmente esistenziale e, direi, aperto alla ricerca: un sistema filosofico o religioso che risponde a tutte le domande può assegnare un posto alla tragedia, ma non potrà mai assimilare l’esperienza che si esprime nella tragedia, che sfugge a tutti gli schemi volti a cogliere l’essere mediante il pensiero anziché l’esistenza (ibidem, p. 16)

«La poesia ha bisogno di un’immagine; il teatro ha bisogno di un personaggio, e ciò che si esprime nella storia della caduta dei principi è il senso della perdita dell’identità sociale»; «La visione tragica comincia con l’essere nel tempo, e quel tempo è sempre un tempo dopo, posteriore a un tempo in cui si godeva di più la vita, ed era possibile attribuire maggiore importanza nella vita alle figure dei genitori» (mentre il principe caduto corrisponde al «padre primordiale») (ibidem, p. 42).
Quindi l’«essere nel tempo» che è proprio della tragedia implica sì il fatto biologico definitivo della morte, e di una morte non banale ma che «che dà alla vita forma e senso»; ma è il «tempo» della crisi dell’identità sociale, di un ordine, migliore, violato.
Nella tragedia elisabettiana sociale lo scontro tra energia eroica e condizione umana è più evidente che negli altri due generi. Ciò per la centralità della gerarchia basata sull’autorità personale. La situazione è pre-democratica: il re simboleggia gli ideali della disciplina sociale: ma non ne è l’incarnazione. Il re non è libero dalla ruota della fortuna né dalla natura umana più bassa (Frye): dunque questo non è il re dello speculum principis, lo «specchio del principe perfetto», medievale o degli umanisti quattrocenteschi. Piuttosto, anche il re virtuoso è vicino al principe di Machiavelli.

Considerazione interessante di Frye: Shakespeare ha capito meglio di Nietzsche l’ambiguità di Dioniso:

«Dioniso non ha mai avuto niente a che fare con la libertà, perché la sua funzione è appunto liberarci dal peso della libertà. L’ultima battuta della plebe sia in Giulio Cesare che in Coriolano è puro Dioniso: “Fatelo a pezzi!”» (ibidem, p. 28).

Per Frye la nostra (delle società capitalistiche liberaldemocratiche) è una situazione dionisiaca.

E arriviamo a Machiavelli. Per Frye Machiavelli diventò la bestia nera del teatro elisabettiano: aveva distrutto l’integrità eliminando la differenza tra la figura dell’ordine e la figura del ribelle (ibidem, p. 29).
Per Machiavelli (nel Principe) la stabilità sociale è legata alla personalità del governante. Questione della fedeltà alla persona, in Shakespeare: spiega tanti suicidi o tentati suicidi, come quello di Orazio, e il desiderio di vendetta, come quello di Antonio in Giulio Cesare (la cui forza Bruto non prevede). Nella tragedia elisabettiana la vendetta appare come un dovere morale (Otello; Amleto: non prova rimorso per Polonio e si rende conto che anche Laerte può voler vendicare il padre: «Poiché nell’immagine della mia causa, vedo rispecchiata la tua»). (ibidem, p. 36-37).
Nella tragedia elisabettiana l’uomo non può dirsi tale fino a quando non entra a far parte di un contratto sociale, diventa soggetto politico, suddito: il suo essere è agire nel mondo. Ne consegue che per il leader non esiste differenza tra realtà e apparenza; come diceva Machiavelli: che il principe appaia virtuoso. Il principe è figura drammatica come l’attore: deve non tanto essere, quanto apparire (Amleto chiede a Orazio di non suicidarsi, per raccontare la storia; Otello chiede che la si racconti; Cleopatra si suicida e Macbeth duella con Macduff perché sanno che per il sovrano l’io autentico e l’immagine pubblica coincidono) (ibidem, p. 38).
L’importanza della figura dell’ordine non consiste nell’essere assassinata, ma nell’essere stata assassinata: l’azione tragica inizia dopo la sua morte (anche Lear, abdicando si è ucciso virtualmente). Si pone quindi una questione e una dialettica di potere de jure e potere de facto: il buon sovrano è quello che fa quel va fatto al tempo giusto, e che vince le battaglie (Enrico V); a differenza del giudice il sovrano non è mera incarnazione della legge, ma personalità: e nella tragedia l’elemento personale prevale sull’etica e la logica. Nelle tragedie e nei drammi storici di Shakespeare il mondo non è affatto governato dalla saggezza, bensì dalla volontà delle persone. Nelle figure dell’ordine il diritto segue alla forza: senza potere né ordine né giustizia (ibidem, p. 40).

venerdì 24 dicembre 2010

ECONOMIA



Dall'età delle catastrofi
alla frana contemporanea

di Michele Nobile




Pubblichiamo in questo Post le ultime due parti del saggio di Michele Nobile "L'economia mondiale del capitalismo: sviluppo economico e catastrofi sociali".
Le prime due parti sono state pubblicate nel Post del 1 Dicembre, si possono anche trovare in "Etichette" sotto la voce ECONOMIA o Nobile Michele.
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NOTA DELL'AUTORE
Nel 1999 venni invitato dall’amico e compagno Luigi Cortesi a tenere una della serie di lezioni-discussioni che in quell’anno affiancavano il corso di Storia contemporanea della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Altri interventi vennero tenuti da Giorgio Nebbia, Marcello Cini e Nicola Labanca.
Questa è la seconda metà della rielaborazione di quella lezione. Il testo completo venne pubblicato nel n. 40 di Giano, nel 2002, con il titolo «L'economia mondiale del capitalismo: sviluppo economico e catastrofi sociali».
Segue una bibliografia parziale con scopi didattici.



Le radici del secolo americano
















Se il baricentro dell'economia europea si spostava verso la Germania, quello dell'economia mondiale si spostava, però, verso gli Stati Uniti d'America. L'influenza statunitense in Europa si era già fatta sentire attraverso crisi finanziarie, conseguenze dello straordinario decentramento del sistema finanziario nordamericano e delle occasioni speculative che questo favoriva; poi attraverso le esportazioni di prodotti agricoli, dei quali gli Stati Uniti erano e sono grandissimi esportatori, rese possibili dallo sviluppo dei trasporti interni e intercontinentali; infine attraverso le esportazioni di macchinario industriale. Nello stesso tempo gli Usa, come un gigantesco vortice, attraevano uomini e capitali a decine di milioni da tutto il mondo. Nel 1914 erano destinatari di più del 20% del totale mondiale degli investimenti diretti all'estero; viceversa, gli investimenti diretti all’estero degli Usa crebbero notevolmente dopo gli anni Settanta del XIX secolo, con una forte accelerazione all'inizio del nuovo secolo, specialmente verso l'Asia e l'America meridionale, ma nel complesso rimasero di molto inferiori a quelli britannici e francesi. Il dinamismo del capitale statunitense nel mondo era però chiaro e chiara era pure la coscienza dei suoi gruppi dominanti di dover espandere il mercato delle eccedenze nazionali.
Nonostante l'impatto crescente sull'economia e la politica internazionali, le dimensioni del mercato interno nord americano erano tali da assorbire una quota eccezionalmente alta del prodotto e da ridurre quindi il grado di apertura del paese, che da sempre aveva le tariffe doganali più alte tra i paesi dominanti.
Alle dimensioni geografiche e del mercato interno, che favorivano le economie di scala, si aggiungeva il fatto che, come in Germania, negli Usa si sviluppava l'integrazione tra ricerca scientifica ed applicazioni tecnologiche e, quindi, lo sviluppo dei nuovi settori produttivi e dei nuovi prodotti. Tipico degli Stati Uniti fu anche lo sviluppo precoce della produzione standardizzata di parti intercambiabili (cruciale per la produzione ed il buon uso di armi) e di nuove forme di organizzazione del lavoro, di cui la più nota e la più importante fu lo scientific management dell'ingegnere Frederick Taylor, i cui contributi sul piano tecnico sono meno noti di quelli gestionali ma, comunque, importanti ed indicativi delle linee di sviluppo dell'industria statunitense. La diffusione reale del taylorismo è minore di quanto comunemente si pensa, sia sul piano internazionale che su quello settoriale (in settori importanti come l'edilizia e la costruzione di infrastrutture, nell'agricoltura, nei servizi, nella produzione di macchine utensili, nella cantieristica, ad es., il taylorimo era ed è ancora poco o per nulla applicabile) ma, indubbiamente esso è rimasto, e rimane tuttora, la pietra di paragone di tutti gli sviluppi nell'organizzazione del lavoro.
Dimensioni del mercato, ricerca scientifica, economie di scala e gigantismo delle concentrazioni finanziarie ed industriali, innovazioni di processo e di prodotto: il tutto era animato dall'idea dell'espansione nel mondo della frontiera americana e sorretto da un riformismo politico ed amministrativo in cui l'azione politica e quella delle corporations tendevano ad integrarsi. Le riforme della Progressive Era ebbero effetti nefasti sul futuro del socialismo negli States.
Nel 1914 erano presenti tutti gli ingredienti affinché, una volta esplose in Europa le contraddizioni dello sviluppo dell'economia mondiale capitalistica, gli Stati Uniti d'America potessero proiettare nel mondo la potenza accumulata e fare del XX secolo il «secolo americano».
Forte di tutti quei vantaggi il Presidente Wilson poté permettersi, a danno dell'ancien régime europeo e contro l'antimperialismo rivoluzionario dei bolscevichi, di proclamare il diritto delle nazioni all'autodeterminazione, aprendo la via al principio dello sviluppo economico nazionale in una economia mondiale nella quale gli Stati Uniti avrebbero avuto una posizione dominante.

L'età delle catastrofi 1914-1945
















L'età delle catastrofi 1914-1945 si impone come un susseguirsi di esplosioni, risultanti dalle contraddizioni della «grande trasformazione» dei trent'anni precedenti a cavaliere dei due secoli. Essa contraddice l'idea progressista dell'evoluzione sociale graduale e organica. La modernizzazione richiede rapporti sociali, istituzioni, ideologie che apparentemente sembrano non-contemporanei e tradizionali. Questo è evidente in quel «modernismo reazionario» che coniugava industrializzazione e tecnica, potere carismatico e statalismo con l'irrazionalismo e l'aperto disprezzo per la libertà, l'uguaglianza e la fraternità. E che conquistò il potere politico proprio in quei paesi in cui l'industrializzazione era stata più veloce: la Germania, essenzialmente e, a distanza, l’Italia .
Non credo che l'età delle catastrofi possa rientrare facilmente in uno schema ciclico o di onde lunghe di sviluppo e crisi. Non solo per quanto riguarda la sua genesi, ma anche per alcune tendenze strutturali e per l'ineguaglianza spaziale dei ritmi di sviluppo, quell'età continuava e sviluppava contraddizioni precedenti al primo scontro interimperialistico. Si può dire che lo scontro interimperialistico «non solo creò forze nuove e nuovi problemi, ma altresì aggravò, o accentuò, tendenze ch'erano già all'opera prima del 1914» (Aldcroft). Il problema che si pone allora è quello del rapporto tra i nuovi problemi postbellici e l'accentuarsi delle tendenze preesistenti alla guerra mondiale, tra la specifica congiuntura degli anni Venti e le trasformazioni strutturali dell'economia mondiale tra il XIX e il XX secolo.

In sintesi l'età delle catastrofi:

a) si caratterizza per l'altissima intensità del conflitto interimperialistico, con acme nelle guerre mondiali, scatenate dalla Germania (poi alleata al Giappone e all'Italia, tutti paesi «revisionisti» per quel che riguarda la spartizione delle aree di influenza tra le grandi potenze), ma di cui portano responsabilità anche le altre potenze. Si tratta di una problematica spesso espressa come lotta per l'egemonia mondiale o, meglio, come assenza di uno Stato egemone che potesse prendersi la responsabilità di creare regole e garanzie nell'economia mondiale. In effetti, l’intero periodo 1914-1945 può caratterizzarsi come una «guerra dei trent’anni»; in questa prospettiva non è accettabile la riduzione dei conflitti mondiali a scontro ideologico: nel 1914 tutte le potenze coinvolte, ad eccezione dell’autocrazia zarista, erano liberali e nella Seconda guerra mondiale la dittatura totalitaria stalinista fu a fianco delle potenze anglosassoni liberali, come già lo zarismo.

b) Intenso fu anche il conflitto tra capitale e lavoro, nella forma degli squilibri tra produzione e consumo e delle lotte sociali e politiche. I picchi della barbarie nella sua forma più disumana furono raggiunti dal fascismo e dal nazismo, che si radicavano nella risposta borghese a questo conflitto, pur non potendosi spiegare solo nei suoi termini. Nel caso del nazismo sono della massima rilevanza sia le condizioni imposte alla Germania dalle potenze imperialiste liberali vincitrici sia la depressione; il razzismo, l'antisemitismo, lo spirito di conquista coloniale e l'antibolscevismo, non erano certamente una esclusività nazi-fascista, ma nel nazismo acquistarono un impeto proprio raggiungendo gli atroci livelli parossistici che sappiamo e che non si prestano ad una analisi esclusivamente nei termini del tradizionale cinismo politico. D'altra parte, le politiche economiche del fascismo e del nazismo negli anni Trenta furono parte, con le loro peculiarità, di un processo di crisi generale della forma statale e dell'ideologia liberale e di ridefinizione dei rapporti tra Stato ed economia capitalistici. Negli Stati liberali, fino alle sperimentazioni di politica economica della seconda metà degli anni Trenta negli Usa, la logica sottostante i rapporti tra capitale e salariato non fu fondamentalmente diversa da quella prebellica.

Tra gli orrori controrivoluzionari vanno ricordati quelli dello stalinismo, che richiedono un discorso a parte per la natura non capitalistica della società sovietica. La collettivizzazione forzata, che seguiva anni in cui si incitavano i contadini ad arricchirsi e si negavano lo squilibrio crescente tra agricoltura ed industria e la necessità di avviare una pianificazione razionale, le centinaia di migliaia di morti ammazzati in esecuzioni sommarie, i milioni di deportati nei gulag (con altri milioni di morti), la distruzione del pensiero critico, l’impossibilità di un’autonoma organizzazione operaia e le purghe politiche, furono il complemento necessario dell’industrializzazione nell’Urss staliniana. Tutta la storia sovietica fu segnata da quella prima e inedita espressione di feroce irrazionalità burocratica: l’industria sovietica si sviluppò in estensione e in qualità ma, alla lunga, il sistema burocratico di pseudo-pianificazione risultò incapace di superare il capitalismo avanzato in termini di produttività e qualità dei prodotti. Sul piano della libertà politica e sindacale o della creatività artistica la possibilità di un confronto neppure si pone.
Comparativamente, il sistema sovietico si è rivelato una sorta di aborto storico. Non è senza buone ragioni, dunque, che la nomenklatura «comunista» abbia colto l’opportunità di trasformarsi da gestore burocratico di mezzi di produzione statali in proprietaria privata degli stessi, convertendosi in borghesia, l’ultimo e definitivo abbraccio tra la controrivoluzione staliniana e il capitalismo.

c) Si delineò il conflitto tra potenze coloniali e movimenti di liberazione nazionale, ma anche in questo caso sulla base di contraddizioni che prolungavano le tendenze precedenti.

d) Emerse un conflitto qualitativamente nuovo: quello tra capitalismo e Unione Sovietica. Per la prima volta nella storia del mondo l'esplodere delle contraddizioni intercapitalistiche e della barbarie su scala mai vista produssero nell’impero zarista un movimento di milioni di uomini e di donne che iniziarono a costruire, con un prezzo enorme, un’alternativa al capitalismo, trasformando la partecipazione alla guerra imperialista in guerra di classe. Il protrarsi della guerra civile, l'aggressione esterna, il fallimento dei tentativi rivoluzionari nel resto d'Europa, gli errori dei bolscevichi (anche prima della guerra civile), contribuirono a deformare orrendamente l'alternativa socialista in embrione, senza però riuscire a schiacciare il nuovo Stato. Quest'ultimo tipo di conflitto si sovrappose ai precedenti, risultando nella strana e temporanea alleanza tra Urss ed angloamericani contro gli aggressori nazisti e fascisti, e continuò in modo da contraddistinguere su scala mondiale, e non solo continentale, il secondo dopoguerra. La sua specificità e dinamica possono intendersi considerando simultaneamente sia la natura sociale, non capitalistica, della società sovietica, sia il fatto che la burocrazia dominante in Urss, almeno dalla metà degli anni Venti, perseguì i propri interessi statali-nazionali e non quelli della rivoluzione mondiale, dalle cui sorti Lenin e Trotsky avevano fatto dipendere la stessa sopravvivenza del nuovo Stato. L'Urss riuscì a sopravvivere, ma tradendo le promesse della rivoluzione.

La Prima guerra mondiale fu un cataclisma umano, economico, psicologico, ideologico, geopolitico, un terremoto le cui onde si fecero sentire fino ai primi anni Venti nei tentativi rivoluzionari e nei successi controrivoluzionari.

Ma, tenendo presente la portata del cataclisma, quel che colpisce è la relativa continuità dei problemi e delle tendenze economiche fondamentali nel dopoguerra fino agli anni Trenta ed alla guerra mondiale.

Nel complesso la produzione industriale mondiale, secondo diverse misurazioni, continuò a crescere nel 1913-1929 rispetto al periodo precedente, specialmente dopo il 1924; nel centro imperialistico crebbe in modo ineguale, con la riduzione della quota dei paesi europei sul totale, specialmente dell'Inghilterra e della Germania, e l'aumento di quella degli Usa, del Giappone e del Canada.
In Germania gli squilibri aumentarono, a causa dell'ineguaglianza dei ritmi di crescita della produzione di beni di consumo rispetto alla produzione di mezzi di produzione, aggravata dalla razionalizzazione industriale. Le esportazioni ricominciarono a crescere nella seconda metà degli anni Venti, ma probabilmente realizzando profitti minori.
Negli Stati Uniti l'attività economica fu espansiva dal 1923 quasi fino al crollo della borsa, alimentata dal credito e dall'intensa attività speculativa immobiliare ed in titoli. La disoccupazione si mantenne molto bassa, l'occupazione crebbe nei servizi e nell'edilizia, nella quale si verificò un boom nella prima metà del decennio, ma stagnò nel settore manifatturiero, che però aumentò la produzione grazie ad una maggiore produttività per addetto. L'industria automobilistica ebbe il suo boom e i consumi, anche dei beni durevoli, crebbero in modo considerevole: questi ultimi con un ritmo più lento verso la fine del decennio, come l'investimento (nel 1927-1928).
Nel nel periodo tra le guerre mondiali non si ebbero innovazioni tecnologiche rivoluzionarie, ma si diffusero quelle di processo e di prodotto già emerse.
Nei paesi della «periferia» la Prima guerra mondiale costituì un impulso all'espansione della produzione primaria che, certamente con risultati diversi e crisi specifiche, continuò a crescere anche dopo la fine della guerra, specialmente quella di materie prime per l’industria. Molti studiosi attribuiscono al crollo dei prezzi dei prodotti primari ed al crescente indebitamento estero di questi paesi, in particolare dell'Europa centrale, una funzione determinante nella spiegazione dell'origine della depressione degli anni Trenta: certamente questi fattori contribuirono alla sua lunghezza ed intensità.
Se si guarda alla produzione industriale si può dire che in alcuni paesi sud americani prima della guerra era già iniziata la creazione spontanea di industrie «leggere» e di trasformazione, in particolare tessili e conserviere, processo continuato durante il conflitto mondiale. La rivoluzione messicana fece crollare la produzione industriale, ma questa si riprese negli anni Venti e, come in Brasile e più tardi in Argentina, dopo la scossa dei primi anni Trenta diminuì il peso delle importazioni. Il nazionalismo più o meno populista iniziò, costretto dalle circostanze internazionali ma anche dalle lotte interne, un marcato intervento statale nell'economia. Quest'ultimo punto ci porta però ben dentro la seconda metà degli anni Trenta e fino agli effetti della Seconda guerra mondiale, specialmente se si considera il bonapartismo di Perón, il fenomeno politico sudamericano maggiore tra la rivoluzione messicana e quella cubana.

Alcune note sulla Depressione e la guerra mondiale


















La ripulsa da parte del partito socialdemocratico tedesco del piano di Woytinski, Tarnow e Baade per il sostegno della domanda e l'espansione della spesa pubblica, o di idee simili avanzate dal Trade Union Congress, e addirittura dei liberali influenzati da Keynes, da parte dei laburisti al governo, evidenzia perfettamente quanto, nei primi anni Trenta, gli sguardi fossero rivolti al passato. La Gran Bretagna ritornò al gold standard (in realtà a un gold exchange standard, in cui tra le riserve figurano anche monete legate all'oro) nel 1925 e vi rimase fino al 1931, gli Stati Uniti lo mantennero dal 1919 al 1933, e paesi come il Belgio, la Francia e l'Italia rimasero attaccati all'oro fino al 1935 o al 1936. Ancora nel 1936 il governo di fronte popolare di Blum, mentre adottava misure di sostegno della domanda e favorevoli ai sindacati, negava la possibilità della svalutazione, alla quale fu costretto dopo pochi mesi.
Nell'analisi delle cause scatenanti della depressione o della sua diffusione e severità si attribuiscono, in modo eclettico ed in proporzioni variabili, grandi responsabilità agli errori di politica economica e monetaria, all'assenza di uno Stato egemone disposto ad accollarsi le responsabilità del mantenimento dell'ordine internazionale e delle funzioni del prestatore di ultima istanza, al crescente protezionismo, all'idealizzazione del gold standard.
Il rischio è che ci si ponga le domande sbagliate o che, comunque, non si possa spiegare perché non vennero fatte le mosse giuste, perché le risposte alla crisi furono così diverse, variando tra l'ortodossia della deflazione voluta, il protezionismo e la svalutazione, mosse, queste ultime due, che si discostavano dalla ortodossia senza rompere con essa, da una parte, ed il sostegno alla domanda dall'altra, autentica rottura con l'ortodossia; e perché solo con la preparazione della guerra alcuni paesi uscirono dalla depressione. Una impostazione di questo tipo si rifletterà sull'interpretazione delle «età dell'oro» postbellica e della frana, enfatizzando la gestione «politica» dell'economia e facendo del «keynesismo» la chiave di volta sia della crescita sia della proposta politica per uscire dallo stallo attuale. Il rischio è che la formazione dell'assetto caratterizzante il periodo di crescita nei diversi paesi sia ridotto ad un unico modello «keynesiano» e «fordista», partorito in modo indolore e magari già adulto e compiuto intorno al 1950. Potrebbero passare in secondo piano i nessi tra condizioni della depressione e catastrofe bellica, e tra il bellicismo e la fase qualitativamente nuova dopo la guerra mondiale.
L'impressione è che si lamenti, anacronisticamente, l'inesistenza di ciò che non poteva ancora esistere in forma compiuta prima della stessa catastrofe economica e del secondo massacro mondiale. Se non si confonde in un unico mazzo ogni forma storica dell'intervento statale nell'economia, possiamo dire che la politica economica non poteva darsi organicamente fino a quando veniva privilegiato il vincolo estero posto dal gold exchange standard.
Solo rompendo quel vincolo l'azione statale poteva non limitarsi più a garantire le condizioni esterne o generali del processo di accumulazione ma intervenire direttamente (ma in modo comunque contraddittorio e limitato) sulla conformazione della divisione sociale del lavoro e su aspetti importanti dei rapporti di produzione. La grande depressione comportò un salto nella qualità capitalistica dello Stato e dei suoi rapporti con l'economia, salto che deve considerarsi irreversibile, quali che siano i trionfi vantati dal cosiddetto neo-liberismo e dal neoclassicismo globale di destra e di sinistra. Quel che cambiano, anche profondamente ed in modo tale da segnare distinti periodi storici, sono i rapporti di forza sociali e gli orientamenti e gli strumenti della politica economica, non i dati strutturali della riarticolazione dei rapporti tra Stato ed economia a partire dalle guerre mondiali e dalla depressione e della imprescindibilità dell’intervento statale nell’economia, irriducibile a un modello (neo)liberista o di tendenziale obsolescenza della statualità in un’economia divenuta «globale».
Di questo fa parte la combinazione della gestione della moneta e della forza lavoro: e fu durante il New Deal che si crearono le condizioni sociali e politiche che spinsero verso esperimenti in questo senso e verso il riconoscimento del diritto alla contrattazione collettiva, inserendo a tutti gli effetti la riproduzione della forza lavoro nella riproduzione allargata del capitale.
Il riconoscimento reale dei diritti economico-sociali, peraltro, non fu per nulla pacifico: se esso venne avviato dal New Deal, in pratica dovette passare attraverso i terribili sacrifici della guerra e la sconfitta delle lotte più radicali del movimento operaio post-bellico. Esso avvenne effettivamente, quindi, solo quando si verificò il rilancio dell'accumulazione di capitale nel nuovo contesto internazionale, segnato dalle ineguali condizioni dell'Europa e del Giappone rispetto agli Usa e dal «contenimento del comunismo», e solo quando fu chiaro che le prerogative della borghesia non sarebbero state messe in discussione, rimanendo contrattazione, salario ed occupazione variabili dipendenti dall'accumulazione. Il dinamismo dell’accumulazione di capitale permise la crescita del salario reale, a ritmi diversi nei diversi paesi e settori produttivi, insieme all’approfondirsi del processo di mercificazione e, anche in questo caso con estensione e modalità molto diverse, lo sviluppo del welfare State.
Se un compromesso di classe vi fu, fu compromesso tra vincitori e vinti.

Ma perché il ritorno al gold standard tra le guerre? Perché le resistenze alla rottura con l'ortodossia nei rapporti tra Stato ed economia?
Il «pacifismo» impersonale del gold standard richiedeva la centralità indiscussa di Londra e la convergenza tra interessi nazionali e ordine finanziario internazionale, tra le ragioni della mobilità internazionale del capitale e quelle dello sviluppo interno. Convergenza progressivamente venuta meno già prima della guerra mondiale, con lo sviluppo tedesco e nordamericano, e l'acuirsi delle tensioni internazionali, poi spezzata dall'asimmetria dei rapporti commerciali e finanziari postbellici: rapporti che potevano tenere solo con adeguati flussi finanziari dagli Usa, in particolare verso la Germania. Quando, nel secondo semestre del 1928, questi flussi si invertirono, congiuntamente all'afflusso d'oro verso la Banca di Francia, nel quadro del gold standard le politiche monetarie e fiscali degli altri paesi dovevano farsi più restrittive, cercando nello stesso tempo di ridurre le importazioni e di aumentare le esportazioni, avviando un circolo che avrebbe portato, anche a causa della contrazione nordamericana, alla catena dei fallimenti bancari (1931), alla crisi di fiducia nella convertibilità, all'abbandono del gold standard ed alla svalutazione.
L'attaccamento al gold standard non era però un fatto meramente culturale e psicologico.
Con il gold standard si intendeva riaffermare l'oggettività e l'impersonalità del dominio della moneta e dei rapporti monetari capitalistici, sottraendo il processo economico all'arbitrio della volontà politica e alle pressioni dal basso sul bilancio statale. Insieme al libero scambio esso rappresentava l’agognato ristabilirsi dell'ordine sociale interno, oltre che internazionale. Ma né l'uno né l'altro erano più gli stessi. Tentare di ritornare al passato significava aggravare le contraddizioni e le tensioni prebelliche elevandone ancora il potenziale esplosivo innescabile da un qualche shock.
Il gold standard era coerente con alcuni fatti sociali fondamentali: la relativa continuità del rapporto di lavoro salariato prima e dopo la guerra, la schiacciante vittoria sul proletariato in Italia, il prevalere di determinate frazioni e settori della classe dominante su altre: in genere dell'industria sull'agricoltura, della City nel Regno Unito, della finanza, dell'industria e dell'agricoltura di esportazione negli Usa, dell'industria esportatrice in Germania.

Il conservatorismo socialdemocratico rende bene quanto la sconfitta dei movimenti operai nella prima metà degli anni Venti e la stabilizzazione del potere borghese, di cui aveva già parlato Trotsky al Terzo congresso dell'Internazionale comunista nel 1921, impedissero quelle riforme che, in linea teorica, avrebbero potuto almeno alleviare la depressione degli anni Trenta. Per Trotsky, così come poi, ma su tutt’altre basi politiche, per l'Internazionale stalinista, la stabilizzazione era solo temporanea, in quanto l'epoca iniziata sarebbe stata caratterizzata da guerre e rivoluzioni. Lo scontro politico nel Partito Comunista si concentrava piuttosto sulla valutazione congiunturale dei rapporti di forza tra le classi e strategicamente sulle alleanze politiche e sul rapporto tra salvaguardia dell'Urss e processi rivoluzionari nel mondo, tra possibilità del «socialismo in un solo paese» e «rivoluzione permanente». Per Varga, l'economista interprete della linea del Komintern, la depressione iniziava un nuovo e più alto stadio della crisi generale del capitalismo. Nei primi anni Trenta in Germania l'Internazionale e il Kpd sostenevano che il nemico principale del movimento operaio fosse la socialdemocrazia, ammettendo solo il «fronte unico dal basso», che si voleva settariamente egemonizzato dal Kpd; sulla base di un'analisi «epocale» non dissimile, Trotsky era invece fautore del fronte unico di tutte le organizzazioni operaie e dell'autodifesa comune: posizione classista ben diversa non solo da quella «ultrasinistra» del Komintern dei primissimi anni Trenta, ma opposta anche a quella dei fronti popolari interclassisti, frutto dell'ennesimo zigzag della burocrazia staliniana, fallimentare in Francia e catastrofico in Spagna.

La depressione e l'assalto nazista al potere sembravano inverare le prognosi circa la crisi da sottoconsumo delle masse popolari, l'esaurimento del liberalismo, l'imminenza della catastrofe bellica. L'interventismo nazista e il New Deal ponevano su basi più concrete ed ampie la discussione sul «capitalismo organizzato». Si oscillava tra la tesi eterodossa della subordinazione dell'economia alla politica nel quadro del «capitalismo monopolistico di Stato» dominato dalla pianificazione burocratica, fino a quella estrema del nuovo modo di produzione totalitario del «collettivismo burocratico», e quella secondo cui l'intervento statale non modificava le leggi fondamentali del capitalismo, per i comunisti destinato non a crollare spontaneamente per motivi economici ma sotto i colpi della guerra e della rivoluzione. Si possono segnalare le polemiche interne alla «scuola di Francoforte» tra Pollock e Neumann, la tesi del «collettivismo burocratico» di Bruno Rizzi sul sorgere di una nuova classe sociale affermatasi nell'Urss, nell'Italia fascista e nella Germania nazista, le riflessioni di Polanyi, l'elaborazione di Michael Kalecki, che anticipava Keynes mettendo però in luce i limiti politici al sostegno della domanda, The theory of capitalist development di Paul Sweezy. Una discussione che sarebbe continuata a lungo, fino agli Settanta ed alla tesi dello Stato-piano di Antonio Negri, giusto a ridosso delle vittorie elettorali della «nuova destra» «neoliberista» della Thatcher e di Reagan.

Lo sviluppo e l'estensione dell'economia mondiale nell'ultimo quarto del XIX secolo e la transizione verso forme monopolistiche di capitalismo acuirono le tensioni intercapitalistiche, portandole alla guerra. Quest'ultima, nonostante l'enorme carneficina e gli sconvolgimenti geopolitici, non stroncò la Gerschenkron-wave di crescita mondiale ma ne accentuò l'ineguaglianza di sviluppo ed introdusse nuovi problemi. Con la stabilizzazione e il gold exchange standard sembrò trionfare lo «spirito» prebellico nei confronti del lavoro salariato. Rimaneva aperto, e non risolto, il problema dell'integrazione del consumo dei nuovi beni durevoli nel prezzo della forza lavoro, la cui organizzazione era cresciuta e che poteva ispirarsi anche all'esempio rivoluzionario russo.
Rimanevano aperti e non risolti anche i problemi di sovrapproduzione e di sovraccumulazione di capitale, che il gold exchange standard e la fame d'oro aggravavano, fino a quando non crollò il sistema monetario internazionale, insieme all'occupazione, alla produzione ed all'investimento. Con l'avvento del nazismo e la sua espansione in Europa, l'invasione della Manciuria e l'aggressione all'Etiopia da parte, rispettivamente, del Giappone e dell’Italia, si ripresentavano su scala ampliata ed intensificata i problemi sottostanti la Prima guerra mondiale.
La profondità della depressione degli anni Trenta non fu la crisi finale del capitalismo, né esso entrò in putrefazione a causa dei monopoli e dell'intervento statale. La depressione sconvolse i rapporti tra le classi e nelle classi e fu la madre del nazismo, del riarmo e della guerra mondiale, della barbarie e di una gigantesca distruzione di vite e di valori, che pure furono gli impulsi determinanti per la fuoriuscita dalla depressione attraverso l'espansione della spesa pubblica, dopo l'abbandono del regime aureo. Le sofferenze della depressione e della guerra furono la fornace nella quale si bruciarono le contraddizioni interimperialistiche dello sviluppo del capitalismo mondiale tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo e che consolidò il capitalismo dei monopoli.

Stagnazione economica, crisi dei modelli di sviluppo e ricerca del nemico

Quando il Presidente Truman autorizzò lo scatenamento della potenza del Sole su Hiroshima e Nagasaki, città di un Giappone già sull'orlo della resa, chiudeva di fatto la Seconda guerra mondiale ed iniziava una nuova era; nello stesso tempo si evidenziava il tragico paradosso della trasformazione della creatività umana in inedite capacità di distruzione. Horkheimer e Adorno vedevano la barbarie in atto, ma presagivano anche la paradossalità dei decenni futuri.
La Seconda guerra mondiale pose fine alla catastrofica conflittualità bellica tra le grandi potenze capitaliste, trasformandola nella possibilità latente della distruzione nucleare della civiltà umana. La barbarie venne allontanata da (quasi) tutta l'Europa ma non dalle colonie o dai paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Una nuova sfera di diritti, quelli economico-sociali, venne sancita dalla Carta delle Nazioni Unite e si affermò faticosamente, parzialmente e in modo ineguale, nei paesi a capitalismo avanzato: ma l'ineguaglianza continuò ad approfondirsi su scala mondiale. Il «modo di vita americano», alimentato dal consumo e dalla proprietà di beni durevoli (la casa, l'automobile, gli elettrodomestici) e dalla diffusione dell'istruzione superiore, sembrò trasformare negli Stati Uniti la maggior parte dei salariati in una middle class e divenne un riferimento per i salariati europei e giapponesi. Intanto gli equilibri ambientali si trasformavano, spesso in peggio, dando luogo alla forma contemporanea dei movimenti e dei problemi ecologici, l'agricoltura si industrializzava, il consumo (o la distruzione) delle risorse naturali si intensificava come non mai. Mentre si teorizzava la fine del ciclo economico e l'avvento di un'epoca di prosperità senza fine, la concorrenza economica tra Stati Uniti, Germania e Giappone si intensificava, minando gli assetti internazionali ed anche interni, rivelandone la precaria storicità. Le lotte sociali e la crisi economica dei primi anni Settanta rilanciarono la discussione sui cicli lunghi e quindi sull'alternanza di crisi e sviluppo.
Non è questa la sede per discutere più analiticamente se la crisi degli anni Settanta sia conseguenza dell'esaurirsi di un «modello fordista-keynesiano» o delle rendite tecnologiche e della crescita della produttività, oppure dell'effetto delle lotte sociali nazionali o della concorrenza internazionale sul profitto, se esprima il prevalere della tendenza alla caduta del saggio di profitto sulle controtendenze, costituendo quindi essenzialmente una crisi del processo di valorizzazione del capitale, o piuttosto risulti da una crisi della domanda aggregata e quindi della realizzazione del plusvalore, o una qualche combinazione di queste possibilità.

La sinergia tra le lotte dei salariati, dei nuovi movimenti sociali e dei movimenti antimperialisti originò quello straordinario fenomeno indicabile come il «1968», probabilmente l'unico caso veramente mondiale di confluenza nella stessa congiuntura di movimenti di massa anticapitalistici (ed antiburocratici: Cina, Jugoslavia, Cecoslovacchia). Senza dubbio il «1968», che è un fenomeno globale e multidimensionale, aggravò l'incipiente crisi dei rapporti economici tra i paesi a capitalismo avanzato, di cui fu espressione il crollo, pilotato, del sistema monetario detto di Bretton Woods (la conferenza di Bretton Woods ebbe luogo nel 1944, ma il «sistema» fu veramente operativo solo dal 1958 e quindi per non più di un decennio). Ma nel complesso, sul piano economico ed in rapporto al rendimento del capitale, gli effetti del «1968» furono congiunturali, limitati ai primi anni Settanta, e pienamente comprensibili solo nel quadro della intensificata concorrenza interimperialistica, risultato del successo dello sviluppo capitalistico.
A fronte della crescita della disoccupazione, della ristrutturazione industriale e della deindustrializzazione di alcune regioni, dell'attacco al salario ed al welfare-state, del rovesciamento di tendenze nella distribuzione del reddito e nella politica economica, alla crisi del «debito estero» ed ai programmi di «austerità» nei paesi detti in via di sviluppo, non è credibile che si possano imputare alle lotte sociali ed alla «rigidità del lavoro» le difficoltà dell’investimento e la modesta crescita del prodotto interno degli anni Ottanta e Novanta. Questa è la posizione di una classe sociale che su scala mondiale non riesce a trovare le risorse per uscire dalle proprie contraddizioni, se non gestendole in modo da scaricarle sui più deboli. Dal punto di vista del rilancio dello sviluppo capitalistico quelle precedenti sono condizioni necessarie ma non sufficienti per uscire dalla stagnazione.
Se si considerano tutti i principali indicatori della crescita economica, tasso dell'investimento, tasso di profitto, tasso di disoccupazione, tasso dei salari reali, tasso di produttività, tasso di crescita del commercio mondiale, l'unica conclusione che si può trarre è che gli anni Ottanta sono stati peggiori degli anni Settanta, e gli anni Novanta sono peggiori degli anni Ottanta. Ogni vantato miglioramento è tale solo relativamente a un ventennio di sostanziale stagnazione per l'economia mondiale, e di regresso per centinaia di milioni di individui. Naturalmente questo vale per il complesso delle attività economiche nazionali e dei paesi. Stagnazione e regressi non si distribuiscono egualmente né geograficamente né nel tempo né quanto a portata.
A quelli dell'Africa e dell'America latina si aggiungono, negli anni Novanta, regressi gravi nelle condizioni di vita nei paesi ex «socialisti» e, più recentemente, negli «emergenti» asiatici.
Se una crisi dell'idea di progresso esiste, dal punto di vista dell'economia mondiale, essa è innanzitutto crisi della teoria liberale dello sviluppo e della modernizzazione, e crisi dell'idea della transizione al socialismo mediante la pianificazione statale burocratica.
In un quarto di secolo sono stati «bruciati» o duramente colpiti quattro modelli di progresso sociale, economico e politico nella cui rappresentazione idealtipica si mescolano indicazioni operative e ideologia:

a) il modello di sviluppo nazionale mediante sostituzione delle importazioni, di cui esempio tipico era la posizione della Commissione Economica per l'America Latina dell'Onu, diretta da Raul Prebisch;

b) il modello «occidentale», liberale ma caratterizzato dall'espansione dell'intervento statale nei rapporti socio-economici, spesso etichettato come socialdemocratico o keynesiano;

c) il modello «sovietico» di pianificazione burocratica e di statalizzazione economica dei mezzi di produzione;

d) e infine, nel 1997, è entrato in crisi quello che sembrava il modello emergente e vincente di sviluppo mediante la promozione delle esportazioni industriali, caratterizzato dalla flessibilità del lavoro e da un ruolo di primo piano dello Stato e della regolazione del credito: quello «orientale», delle tigri asiatiche. Crisi che getta un'ombra anche sul modello detto neoliberale, centrato sull'offerta e l'attacco al salario e al welfare-state.

Con questi modelli difficilmente si possono spiegare i processi reali. Essi andrebbero piuttosto considerati come classi comprensive di diverse varianti specifiche. Ma dietro la crisi della rappresentazione idealtipica c'è, appunto, la crisi reale delle forme storiche che non è né geneticamente né nei suoi effetti un processo esclusivamente economico. Deriva, infatti, dall'insieme delle contraddizioni sociali, anche politiche ed ideologiche delle formazioni sociali dell'economia mondiale.
Si può anche notare che la «crisi del debito estero» ha rivelato che le strategie di sviluppo nazionale e statalistiche non costituivano forme di rottura ma piuttosto di articolazione nell'economia mondiale capitalistica (anche per i paesi detti socialisti), e più precisamente di un'articolazione che ha trasformato le società senza eliminare la dipendenza e i differenziali di sviluppo. Ma la durezza di quella stessa crisi non può essere compresa al di fuori degli shock petroliferi, che hanno colpito molti «paesi in via di sviluppo», o della riduzione del prezzo del petrolio negli anni Ottanta (che ha colpito paesi esportatori di petrolio fortemente indebitati come il Messico o il Venezuela o la Nigeria). E specialmente non può essere compresa al di fuori della politica monetaria statunitense e della politicizzazione della questione del debito a favore dei creditori: dei grandi consorzi delle banche «occidentali», spalleggiate dai loro governi e dal Fmi e dalla Banca Mondiale. Senza l'appoggio dei governi dei paesi imperialisti e delle istituzioni internazionali il «mercato» della finanza internazionale, per quanto molto concentrato, non avrebbe potuto imporsi in modo così schiacciante sui paesi debitori, con effetti spesso incontrollabili sulle loro società e sulla loro stessa integrità statale.
E' una crisi che richiede anche risposte politiche, militari ed ideologiche. In un contesto in cui i rapporti tra le classi non sembrano poter determinare «spontaneamente» un rilancio dell'accumulazione, il «keynesismo militare» svolge un ruolo importante sia per motivi interni sia per condizionare gli assetti geopolitici e socioeconomici nel quadro della competizione mondiale. Da qui anche la necessità di scoprire nemici ben selezionati della stabilità internazionale e della democrazia.
La spesa militare statunitense negli anni precedenti la fine dell'Urss non è quasi mai scesa sotto il 5% del Pnl, nel 1985 raggiunse il 7%: un'impulso notevole all'attività economica, specialmente nei settori a più alta tecnologia. Un modo per garantire statualmente i profitti e di pianificare parte dell'attività economica senza intaccare le prerogative manageriali ed i rapporti di proprietà.
Oggi la percentuale della spesa militare Usa sul totale della spesa militare mondiale è più alta che nell'anno di picco della «seconda guerra fredda», il 1985, maggiore delle spese militari della Russia, del Giappone, della Cina, della Gran Bretagna, della Germania, della Francia sommate insieme. Lo Stato sociale è ovunque sotto attacco in nome dell'antistatalismo e della flessibilità del lavoro; ma il «keynesismo militare» e il militarismo «umanitario» conoscono nuovi fasti, come al tempo del «fardello dell’uomo bianco». Viene così ribadita la centralità dell'azione statale, o meglio dell'azione di alcuni grandi Stati, nell'economia nazionale e mondiale.
Un «keynesismo militare» tanto più necessario quanto più se si considera che, con le parole di Lester Thurow: «Gli eterni capisaldi del capitalismo - la crescita economica, la piena occupazione, l'aumento dei salari reali, la stabilità finanziaria - sembrano svanire proprio mentre svaniscono anche i suoi nemici».
Ma il «keynesismo militare» non può da solo rilanciare l'espansione, né è detto che i processi innescati su scala internazionale dalla piena mobilità dei capitali e dal neoliberismo siano controllabili.
Le sofferenze inflitte a centinaia di milioni di individui in carne ed ossa in nome dei sacri principî della libertà economica e del pagamento degli interessi sono parte integrante dell'età che Hobsbawm definisce «la frana». Essa, pur con tutte le differenze rispetto all'età della catastrofe», sembra manifestare una caratteristica del secolo e forse dell'intera storia dello sviluppo capitalistico: l'oscillazione del pendolo tra progresso civile e rinnovata barbarie, tra sviluppo e crisi. Dalla guerra tra paesi «socialisti», tra Cina e Vietnam, Vietnam e Cambogia alla «seconda guerra fredda» degli anni Ottanta; dai massacri dei khmer rossi al genocidio ruandese; dal macello in America Centrale all'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq ed alla guerra interminata che ne è seguita; dai test nucleari pakistani ed indiani alle «pulizie etniche» nel territorio della ex Jugoslavia, fino alla «guerra umanitaria» in corso mentre parlo: ho omesso molto, ma già da questo incompleto elenco si può vedere una «qualità» nuova della conflittualità sulla scena mondiale.
Quelli appena accennati sono fenomeni dai quali non si può prescindere per una interpretazione dei processi economici, che non si verificano in condizioni di «purezza» ma che sono spesso all'origine degli stessi conflitti e da essi sono a loro volta condizionati.
Si può portare l'esempio del processo di sfaldamento della Federazione Jugoslava, iniziato quasi venti anni fa, in cui hanno avuto un ruolo di rilievo, come in altri paesi detti «in via di sviluppo» o in paesi «socialisti», il problema della distribuzione del peso del debito estero accumulato negli anni Settanta tra le varie Repubbliche, e le misure di «aggiustamento» imposte dal Fondo Monetario Internazionale.
Lungi dal realizzarsi, a più di mezzo secolo dal termine dell'età della catastrofe, le promesse dell'illuminismo si allontanano. Venuta meno la minaccia, presunta o reale che fosse, dell'«espansionismo comunista» e sfaldatosi il blocco sovietico, in un modo che contraddice decenni di elaborazioni basate su quella nozione di «totalitarismo» che confondeva stalinismo e nazismo assolvendo il capitalismo liberale, assistiamo non al sorgere di un epoca di disarmo e di pace universale ma, piuttosto, all'emergere di pulsioni razziste e genocide che nell'età d'oro sembravano, nonostante aspri conflitti, se non scomparse almeno sommerse da una logica diversa, più politica, più universalistica. Da qui anche la difficoltà di distinguere i «buoni» ed i «cattivi», mentre si consumano tragedie sulla pelle di interi popoli.
L'economia mondiale del secolo, nonostante le tesi sulla formazione di un «mondo socialista» e di un «mercato socialista» semiautarchici, è sempre stata dominata dal capitalismo. Oggi esso non ha più alibi.

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Bibliografia essenziale

I testi a cui accenno inizialmente sono la Dialettica dell'illuminismo, di Theodor Adorno e Max Horkheimer, Einaudi, Torino, 1966 e Il secolo breve di Eric Hobsbawm, Rizzoli, Milano, 1995. Altri testi intorno al libro di Hobsbawm: a cura di Silvio Pons, L’età degli estremi. Discutendo con Hobsbawm del Secolo breve, Carocci, Roma, 1988; Agosti, Gallerano, Sofri, in Passato e presente, n. 37, gennaio-aprile 1996; gli interventi di Therborn, Nairn e Mann sulla New Left Review n. I/214, novembre-dicembre 1995; Luigi Cortesi, «Appunti sul «Secolo breve» di Hobsbawn», in Giano n. 21, 1995. I saggi in L'economia mondiale nel Novecento. Una sintesi, un dibattito, il Mulino, Bologna, 1998, prendono spunto da un saggio del curatore Pierluigi Ciocca, ma il confronto con Hobsbawm è esplicitamente o implicitamente costante.

Per le trasformazioni storiche delle concezioni dello spazio e del tempo: Kern, Il tempo e lo spazio. La percezione del mondo tra Otto e Novecento, Bologna 1988; David Harvey tratta ampiamente la compressione spazio-temporale nell'epoca dell'accumulazione flessibile e del postmodernismo in La crisi della modernità, il Saggiatore, Milano, 1993.

Sulle guerre mondiali e l'economia: Pierre Leon, Guerre e crisi 1914-1947, Laterza, Roma-Bari, 1979, e Alan Milward, Guerra, economia e società 1939-1945, Etas, Milano, 1983.

Sul processo di industrializzazione: di Alexander Gerschenkron Il problema storico dell'arretratezza economica, Einaudi, Torino, 1970 e La continuità storica. Teoria e storia economica, Einaudi, Torino, 1976; di Tom Kemp, L'industrializzazione in Europa nell'800, il Mulino, Bologna, 1975, Modelli di industrializzazione, Laterza, Roma-Bari, 1981 e Industrialization in the non-western world, Longman, London-New York, 1989; David Landes, Prometeo liberato, Einaudi, Torino, 1978, e la discusione in A che servono i padroni? Le alternative storiche dell'industrializzazione, Bollati e Boringhieri, Torino, 1987; Alan Milward e Saul Berrick, Storia economica dell’Europa continentale 1780-1870, e Storia economica dell’Europa continentale 1850-1914, il Mulino, Bologna, 1979; Sidney Pollard, La conquista pacifica. L’industrializzazione in Europa dal 1760 al 1970, il Mulino, Bologna, 1984.

Sugli Stati Uniti: Pier Angelo Toninelli, Nascita di una nazione. Lo sviluppo economico degli Stati Uniti (1780-1914), il Mulino, Bologna, 1993; Michel Aglietta, A theory of capitalist regulation. The U. S. experience, New Left Books, London, 1979; G. Gordon, R. Edwards, M. Reich, Segmented work, divided workers, Cambridge University Press, Cambridge 1981; D. M. Kotz, T. McDonough, M. Reich (a cura di), Social structures of accumulation. The political economy of growth and crisis, Cambridge University Press, 1994. Gli ultimi tre libri si segnalano come particolarmente importanti anche per comprendere gli approcci teorici della scuola della regolazione e delle strutture sociali dell'accumulazione. Per la critica teorica e storica della scuola della regolazione: Robert Brenner, Mark Glick, «The regulation approach: theory and history», in New left review n. I/188, luglio-agosto 1991.

Sull'industrializzazione del Giappone: E.H. Norman, La nascita del Giappone moderno. Il ruolo dello Stato nella transizione dal feudalesimo al capitalismo, Einaudi, Torino, 1975; Claudio Zanier, Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Dalla fine del XVI alla fine del XIX secolo, Einaudi, Torino, 1975; Franco Mazzei, Il capitalismo giapponese. Gli stadi di sviluppo, Liguori, Napoli, 1979; Jon Halliday, Storia del Giappone contemporaneo. La politica del capitalismo giapponese dal 1850 a oggi, Einaudi, Torino, 1979.

Sulla problematica dei cicli e delle onde lunghe: Nicolaj Kondratev, I cicli economici maggiori, a cura di Giorgio Gattei, Cappelli, Bologna, 1981, che contiene la critica di George Garvy del 1943; Angus Maddison, Le fasi di sviluppo del capitalismo, Giuffrè, Milano, 1987 e Monitoring the world economy, 1820-1992, Oecd, Paris, 1995. Il punto della ricerca è nei saggi raccolti in New findings in long-wave research, St. Martin's Press, New York, 1992, a cura di Alfred Kleinknecht, Ernest Mandel e Immanuel Wallerstein; il principale teorico marxista delle onde lunghe, e per chi scrive anche il miglior economista marxista del dopoguerra, è Mandel, di cui si possono leggere: Long waves in capitalist development: the marxist interpretation, Cambridge University Press, Cambridge, 1980, e specialmente Late capitalism, Verso, London, 1975. Dello stesso in traduzione italiana è stato ripubblicato recentemente il Trattato marxista di economia, Erre emme, Roma, 1997 (la cui prima edizione è del 1962). Si vedano anche, per i rapporti tra egemonie e cicli di sviluppo e crisi del capitalismo: Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano, 1996 e Charles P. Kindleberger, I primi del mondo. L'egemonia economica dalla Venezia del Quattrocento al Giappone di oggi, Donzelli, Roma, 1997. A questi testi possono essere accostati: Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, Milano, 1989, e Robert Gilpin, Politica ed economia delle relazioni internazionali, il Mulino, Bologna, 1990.

Sulla critica della teoria delle onde lunghe: Solomos Solomou, Phases of economic growth, 1850-1973: Kondratieff waves and Kuznets swings, Cambridge University Press, Cambridge, 1987; Andrew Tylecote, The long-wave in the wordl economy. The present crisis in historical perspective, Routledge, London and N. Y., 1992; e di Richard Day, «The theory of the long cycle: Kondratiev, Trotsky, Mandel», sulla New Left Review n. I/99, settembre-ottobre 1976.

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Sulla struttura dell'economia mondiale e l'analisi marxista: Anthony Brewer, Marxist theories of imperialism, Routledge & Kegan, London, 1980, utilissima e puntuale panoramica; Charles-Albert Michalet, Le capitalism mondial, Presses Universitaries de France, Paris, 1976; Christian Palloix, L'economia mondiale capitalista e le multinazionali. Volume I: Nello stadio della concorrenza, e Volume II: Nello stadio del monopolio, Jaca Book, Milano; David Harvey, The limits to capital, Basil Blackwell, Oxford, e University of Chicago Press, Chicago, 1982; Late capitalism di Mandel. Per la world-system analysis, si vedano i lavori di Immanuel Wallerstein, Samir Amin, Gunder Frank e, in particolare, Il capitalismo storico, di Wallerstein (Einaudi, Torino 1985) e Eric Wolf, L'Europa e i popoli senza storia, Il Mulino, Bologna, 1990.

Sulle imprese multinazionali: a cura di Luciano Ferrari Bravo, Imperialismo e classe operaia multinazionale, Feltrinelli, Milano, 1977; Christos Pitelis, «The transnational corporation: a synthesis», in Review of radical political economics 1990 e a cura dello stesso; di R. Sugden, The nature of transnational firm, Routledge, London, 1990.

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Il riferimento a Trotsky è dalla «Relazione sulla crisi economica mondiale», in Problemi della rivoluzione in Europa, a cura di Livio Maitan, Mondadori, Milano, 1979.

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In particolare sulla la politica economica: Suzanne De Brunhoff, Stato e capitale, Feltrinelli, Milano, 1979; Peter Gourevitch, La politica in tempi difficili. Il governo delle grandi crisi economiche 1870-1980, Marsilio, Venezia 1991; a cura di Mario Telò, Crisi e piano. Le alternative degli anni Trenta, De Donato, Bari, 1979; Thomas Jean-Paul, Le politiche economiche del novecento, il Mulino, Bologna, 1998. Gian Enrico Rusconi, La crisi di Weimar. Crisi di sistema e sconfitta operaia, Einaudi, Torino, 1977; A. R. L. Gurland, O. Kirchheimer, H. Marcuse, Tecnologia e potere nelle società post-liberali, Napoli, 1981.

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Sul sistema monetario internazionale: Michel Aglietta, Il dollaro e dopo, Sansoni, Firenze 1988, tratta anche il gold standard; Marcello De Cecco, Moneta e impero. Il sistema finanziario internazionale dal 1880 al 1914, Einaudi, Torino, 1979; Barry Eichengreen, La globalizzazione del capitale. Una storia del sistema monetario internazionale, Baldini & Castoldi, Milano 1998; Charles Kindleberger, Storia della finanza nell’Europa occidentale, Cariplo-Laterza, 1987; Andrew Walter, Wordl power and wordl money. The role of hegemony and international monetary order, Harvester Wheatsheaf, Hemel Hempstead, 1993, oltre a trattare il gold standard e gli sviluppi più recenti critica il concetto di egemonia usato correntemente.

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In particolare sulla critica del concetto di globalizzazione: Paul Bairoch «Globalization myths and realities: one century of external trade and foreign investment», in Boyer Robert, Drache Daniel (a cura di), States against markets, Routledge, London and New York, 1996; Gupta Satya Dev (a cura di), The political economy of globalization, Kluwer Academic Publishers, 1997; Paul Hirst, Graham Thompson, La globalizzazione dell'economia, Editori Riuniti, Roma, 1997; Bellofiore Riccardo, «Le contraddizioni della globalizzazione. Una prospettiva marxiana», in Capitalismo e conoscenza, a cura di Lorenzo Cillario, Roberto Finelli, Manifestolibri, Roma, 1998.
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