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venerdì 1 marzo 2013
I GRILLI ALLA PROVA di Dino Erba, Lucio Garofalo, Michele Castaldo
I GRILLI ALLA PROVA
DI FRONTE A UN GOVERNISSIMO, COME CONCILIARE LA PIAZZA CON IL PARLAMENTO?
di Dino Erba
Solo i coglioni si stupiscono per il successo del Movimento 5 Stelle. Come in altri tempi, si stupirono per il successo della Lega. Lasciamoli al loro stupore. Chi ha un minimo di sensibilità politica o meglio di contatto con la realtà del Bel Paese non si stupisce. Cerca di capire.
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sabato 28 gennaio 2012
NASCITA E MORTE DI UN PARTITO RIVOLUZIONARIO. IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA (1943-1952)
Consigliamo la lettura di questo interessante libro di Dino Erba su questa formazione comunista che si è caratterizzata per il suo antistalinismo nell'Italia degli anni '40-50.
NASCITA E MORTE DI UN PARTITO RIVOLUZIONARIO.
IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA (1943-1952)
Quando, nel luglio 1943, gli Alleati iniziarono la lentissima occupazione dell’Italia – che richiese quasi due anni –, il Paese si presentò ai loro occhi come un possibile «laboratorio» politico, per sperimentare soluzioni, che poi avrebbero potuto essere applicate in altri Paesi. Da parte sua, la classe dirigente americana, che già guardava al dopoguerra, cercò soluzioni che favorissero il decollo dell’Italia verso una piena maturità capitalistica, con caratteristiche che fossero complementari a quelle degli Usa.
Ed è in questo contesto socialmente mutante che si inserì l’azione del Partito Comunista Internazionalista. Un partito che aveva ancora un forte legame con gli anni rossi 1919-1920, grazie al rapporto con un proletariato che, nel suo insieme, non aveva mai abbandonato la prospettiva della rivoluzione socialista. Durante il Ventennio, la carota della legislazione sociale fascista non aveva lenito il bastone del dispotismo padronale che, con l’appoggio del Regime, regnava nelle fabbriche e, ancor più, nelle campagne.
Negli anni del primo dopoguerra, in un clima di forti tensioni sociali, il Partito Comunista Internazionalista fu l’unico partito che difese gli interessi degli operai, dei braccianti e dei contadini che, dopo gli orrori della guerra, aspiravano a una vita migliore.
La storia del Partito Comunista Internazionalista rappresenta un filo conduttore per ripercorre le varie fasi di una feroce normalizzazione capitalista, in cui la presenza di proletari sovversivi costituiva una variabile più che prevedibile per la borghesia, e come tale fu affrontata: prima fu inibita dalla politica nazionalpopolare del Pci di Togliatti, poi fu repressa dallo Stato, quindi fu disgregata dal grande flusso migratorio e infine fu assorbita nel boom economico, indotto dal Piano Marshall.
Questi passaggi furono tutt’altro che lineari e pacifici; essi dettero adito a momenti di resistenza e di lotta, che spesso trovarono un punto di riferimento nel Partito Comunista Internazionalista.
Al tempo stesso, la storia del Partito Comunista Internazionalista mostra come il filo rosso della sovversione non possa essere spezzato: ancor oggi esso continua a dipanarsi, sottotraccia, tra i pori di una società che, malgrado i suoi splendori, corre verso il baratro.
Il Partito Comunista Internazionalista nacque nell’Italia del Nord verso la fine del 1942, per iniziativa di alcuni militanti della Sinistra comunista, che si richiamavano all’indirizzo originario del Partito Comunista d’Italia.
Durante la Resistenza, il Partito Comunista Internazionalista fu in aperto contrasto con la politica di unità nazionale, sostenuta da Palmiro Togliatti.
Dopo la Liberazione, si unirono al Partito altre formazioni marxiste rivoluzionarie, che si erano costituite nell’Italia Centro-Meridionale. In breve tempo, sorsero sezioni nelle principali città italiane, coprendo buona parte del territorio nazionale. E si formò quello che si può definire un piccolo partito comunista «di massa».
I comunisti internazionalisti erano presenti in molte grandi fabbriche, dove animarono una tendenza sindacale in opposizione alla linea di Giuseppe Di Vittorio, che faceva ricadere i costi della ricostruzione nazionale sulle spalle degli operai. Nelle campagne, soprattutto in Calabria e in Puglia, gli internazionalisti parteciparono al movimento dei braccianti e dei contadini. In tutte le lotte, furono in prima fila contro la reazione padronale, contro la violenza statale e contro i compromessi dei nazional-comunisti.
Ma, come si precisava, più che dagli attacchi dei nemici di classe, la loro sconfitta fu segnata dalla profonda trasformazione che il Piano Marshall produsse nella società italiana e, di conseguenza, nella composizione del proletariato.
All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2012.
Pagine 300. € 20, comprese le spese di spedizione.
Richiedere a: dinoerba@libero.it
martedì 27 dicembre 2011
MA COSA C’È, DIETRO AL RAZZISMO? di Dino Erba
MA COSA C’È, DIETRO AL RAZZISMO?
Un mondo che crolla Razzismo & Crisi: un nesso inscindibile
di Dino Erba
Non vorrei che in Italia si replicasse l’errore commesso in Norvegia dichiarando incapace di intendere e di volere il pluriomicida Anders Behring Breivik. Se questi figuri sono malati di mente, come minimo dobbiamo aggiungere che si tratta di un’epidemia perché tale morbo è assai diffuso in tutta Europa.
(Gad Lerner)
Torino, 10 dicembre. Alle Vallette, la notizia di un falso stupro provoca un pogrom contro gli zingari, che si salvano solo grazie alla loro atavica sensibilità a schivar persecuzioni.
Firenze, 13 dicembre. Al mercato di Rifredi un italiano di cinquant’anni spara contro un gruppo di senegalesi, ne ammazza due; si reca poi al mercato di San Lorenzo, spara di nuovo e ferisce tre senegalesi. Poi si uccide. Entrambi gli episodi hanno destato grande sconcerto. Il primo, per la furia selvaggia del branco. Il secondo, per la lucida determinazione dell’assassino. Tutte le anime belle della democrazia si sono gettate in spiegazioni più o dotte; tutte politicamente corrette, ma assolutamente inconsistenti. Nessuna ha centrato l’obiettivo, ovvero la causa degli attuali rigurgiti razzisti; anche se, inevitabilmente, ci hanno corso intorno. E non potevano fare diversamente. Perché la causa vera è la crisi. Ma parlare di crisi significa mettere in discussione il modo di produzione capitalistico, che genera le crisi, il razzismo e tante altre nefandezze. È lo stesso «uovo di serpente» che, ieri, generò il nazismo, la guerra e la shoa. Da allora, nulla è mutato, se non in peggio. Nel ricco Occidente, giorno dopo giorno, la crisi sbriciola certezze costruite in mezzo secolo di benessere. I più turbati sono i ceti che maggiormente hanno creduto nella crescita economica e nel progresso sociale, e ci hanno anche marciato. E sono soprattutto coloro che hanno legato i propri destini ai commerci e alla finanza; costoro si sono immersi in un mondo che via via si è staccato dalla realtà della produzione materia-le, vivendo l’illusione che il denaro producesse denaro. Non è un caso che l’assassino di Firenze fosse un ragioniere, un commercialista fallito, e che le vittime fossero dei «vu cumprà», che tanto fastidio danno ai bottegai, e anche agli immobiliaristi, che in quelle aliene presenze vedono pregiudicato il valore, in gran parte fittizio, delle loro merci, case, negozi e servizi.
A questo punto, stendiamo un velo pietoso sulle sinistre sirene, che cantavano la produzione «immateriale» (il «cognitariato»!), offrendo un’estrema illusoria dignità al mondo in sfacelo della piccola borghesia intellettuale, che fa da contraltare alla piccola borghesia dei traffici e degli intrallazzi. Diversamente, gli operai e, in genere, i proletari da molti anni hanno dovuto fare i conti con situazioni sempre più disastrate. Che li hanno spinti a diretto scontro con la realtà – molto materiale – della produzione capitalistica: la realtà dei rapporti di lavoro salariato, la realtà dei rapporti tra operaio e padrone. E qui le furbe scappatoie si sono presto rivelate inconsistenti. Certo, anche gli operai italiani, soprattutto al Nord, hanno avuto qualche cedimento razzista. E hanno votato per la Lega. Ma anche quel tempo è finito. In vent’anni di governo – a Roma e negli enti locali –, la Lega ha sposato l’affarismo più smaccato. Ed era inevitabile. Proprio quando sono apparsi i primi segni della crisi, la Lega ha trascurato i lavoratori dipendenti, ma an-che i piccoli industriali, come Giovanni Schiavon, che si è ucciso per colpa di quelle banche, verso cui la Le-ga manifesta un crescente interesse. E privilegiando piccoli e grandi faccendieri, la Lega ha suonato sempre di più la gran cassa del razzismo. Un modo rumoroso, e fetente, per spostare l’attenzione dai problemi reali. E soprattutto dai reali nemici: pa-droni e padroncini, affaristi e speculatori. Sono mille le occasioni in cui la Lega ha soffiato sul fuoco razzista, trovando sempre appoggi compiacen-ti (anche a «sinistra»): la legge Bossi-Fini ha aperto la caccia all’extra-comunitario, che si è scatenata poi nelle amministrazione locali con le più luride iniziative. A Milano, si è distinta la coppia Salvini-De Corato, con l’esercito e il coprifuoco nei quartieri popolari; nel ricco Nord-est si sono sbizzarriti i discepoli di Hitler: a Verona quel bel tomo di Flavio Tosi, a Treviso Gian Paolo Gobbo, e così via. E intorno a loro cresceva la protervia dei fascisti di Forza Nuova, di Casa Pound e di tante altre piccole e ottuse congreghe. Ma tanto innocenti non sono neppure le amministrazioni «progressiste». Proprio a Firenze, dove in questi giorni i coccodrilli hanno pianto le vittime del razzismo, pochi anni fa (estate 2007), il sindaco PD Leonardo Domenici lanciò una schifosa campagna contro i lavavetri, e quindi contro i mendicanti. Trovando il consenso di molti compari «progressisti» della giunta. Poi si scoprì che costoro erano coinvolti in intrallazzi con l’immobiliarista Ligresti. Dietro al razzismo, c’è sempre qualche sordido interesse. A Roma, sempre nel 2007, il sindaco PD Walter Veltroni mandò le ruspe a distruggere i campi rom di Tor Pagnotta, di Tor Vergata e via via di altre borgate. L’esempio dei due sindaci «progressisti» ebbe poi numerosi seguaci nelle città «rosse», da Bologna a Livorno ...
C’è poco da stupirsi, dal momento che la deriva razzista fu aperta proprio da un governo di «sinistra», il governo Prodi, con la presenza di Rifondazione comunista e frattaglie; fu questo sinistro governo a varare la legge Turco Napolitano (1998), che istituì i Centri di Permanenza Temporanea, i piccoli lager che hanno a-perto la via alla Bossi-Fini e ai Centri di Identificazione ed Espulsione, dando poi la stura alle ordinarie vio-lenze dell’emergenza securitaria, accompagnate dai respingimenti-affogamenti in mare di migliaia di profu-ghi.
Per negare questa evidenza, ci vuole tutta quell’ipocrisia, tipicamente italiana, per cui basta cambiare il nome alle cose per cambiarne anche la sostanza.
Intanto, in questo brodo di cultura bipartisan (fatto di tanto comune «buon senso»!), il razzismo è cresciuto, e ha offerto una comoda sponda ai piccoli pesci dei commerci, degli affari e dei malaffari, che vedono in pericolo il loro benessere. Lo sfogo razzista gli consente di rimuovere ed eludere la vera causa dei propri mali, il capitalismo, perché questo vorrebbe dire sputare nel piatto in cui finora hanno mangiato, e vogliono ancora mangiare. E sarebbe anche pericoloso. Molto più rassicurante è vedere la causa dei propri mali in ambienti e persone che, ai loro occhi, appaiono destabilizzanti: i nuovi e i diversi, in poche parole gli immigrati. Ancor meglio se sono una facile preda.
E’ dalle viscere di questa società di classe che prende forma e sostanza il nesso inscindibile crisi e razzi-smo, contro cui le battaglie sul fronte dell’etica e della cultura sono perse in partenza. Anzi, sono fuorvianti. Non fanno altro che eludere il vero e unico obiettivo contro cui ha senso combattere: l’abbattimento del modo di produzione capitalistico.
Milano, 21 dicembre 2011
dal sito http://connessioni-connessioni.blogspot.com/
lunedì 26 settembre 2011
CI SONO O CI FANNO? di Dino Erba
CI SONO O CI FANNO?
MILANO, 24 SETTEMBRE 2011.
2a GIORNATA DELLA COLLERA (SI FA PER DIRE...)
TRISTI NOTE A MARGINE DI UNA MANIFESTAZIONE INUTILE E, SOPRATTUTTO, FUORVIANTE
di Dino Erba
Sabato 24 settembre, la CUB (di tiboniana osservanza) ha organizzato una manifestazione a Milano contro la manovra finanziaria d’agosto. L’iniziativa ha coinvolto il Comitato immigrati. Plagiando quanto avviene in Libia e in altri Paesi arabi, la manifestazione è stata definita GIORNATA DELLA COLLERA...
Sappiamo benissimo che la manovra governativa è una vera e propria rapina ai danni dei proletari. Ma sappiamo anche che questa rapina nasce dalla crisi sistemica del modo di produzione capitalistico.
Ed è contro di esso che dobbiamo indirizzare la nostra lotta.
Le cronache finanziarie di questa calda estate vedono un continuo crollo delle borse: da Tokio a Wall Strett, passando per Hong Kong e Milano. E non è finita.
È evidente che questa crisi non può essere risolta con gli espedienti di Tremonti e di Bersani & Co. Ma neppure con espedienti demagogici e populisti, come quelli avanzati da Tiboni e dai suoi seguaci della CUB.
Costoro, di fronte alla mazzata che ci sta cadendo tra capo e collo, ci propongono «un percorso di lotta per realizzare un vero Sciopero Generale da costruire con un ampio fronte sociale per il rovesciamento del
modello di sviluppo fondato su finanza, competitività e produttività, a favore di un sistema fondato sui beni
comuni, la ridistribuzione del reddito, il diritto al lavoro e ecosostenibile». E rivendicare:
1. Introduzione di una patrimoniale sui grandi patrimoni.
2. Contrasto all’evasione fiscale; alla corruzione, al lavoro in nero, agli infortuni sul lavoro, truffe alla U.E. per le zone depresse, ecc. ( il tutto vale circa 400 miliardi annui, 8 volte la manovra).
3. Taglio delle spese per la guerra revocando l’acquisto dei caccia bombardieri F 35 che hanno un costo di 16 miliardi e eliminare le spese militari in genere.
4. Potenziare la sanità pubblica, eliminare i ticket spostando le risorse oggi utilizzate per il business della sanità privata.
5. Tagliare la spesa pubblica le inutili grandi opere, le consulenze, gli stipendi d'oro, i costi eccessivi della politica e delle clientele.
6. Parità di diritti tra lavoratori italiani e migranti; diritto all’asilo ai rifugiati in fuga dalle guerre, dalla fame e dalle dittature; cittadinanza per i nati in Italia permesso di soggiorno per chi perde o ha un lavoro o denuncia il lavoro in nero.
7. Accordi bilaterali con tutti gli stati per l’unificazione dei contributi pensionistici versati.
SIMILI CORBELLERIE, DOVREBBERO FARCI RIDERE...
Purtroppo, oggi, ci fanno piangere. Almeno a Milano. Per non parlar di Atene ...
Per prima cosa: chi e come dovrebbe gestire queste misure? Il governo? E quale governo? Visto che non c’è alcun accenno a organismi proletari. Non c’è da stupirsi. Dietro a un generico fronte di «lavoratrici e lavoratori», il concetto di AUTONOMIA POLITICA PROLETARIA è del tutto assente. Il che lascia presumere «fronti» politici dai contorni assai labili, aperti a ogni compromesso.
Così facendo, gli esponenti della CUB, in una città come Milano, attraversata da profondi contrasti sociali (non solo per la crisi sistemica), portano vaselina per favorire le inculate ai danni dei proletari. Soprattutto di quelli immigrati.
Veniamo al dunque.
Sabato 24 settembre, la CUB ha organizzato una manifestazione, contro la rapina ai danni dei proletari eha cercato una sponda da parte degli immigrati (extra comunitari), che hanno molte altre gatte da pelare.
Alcuni immigrati, il 10 settembre, avevano rilanciato la spinosa questione del permesso di soggiorno (contro la sanatoria truffa), e per dar fiato alla loro protesta, erano saliti sulla «torre» di piazzale Selinunte (zona San Siro). L’iniziativa ha trovato sponsor interessati.
Procediamo con ordine.
IN CHE GIORNO E A CHE ORA LA CUB HA ORGANIZZATO LA MANIFESTAZIONE?
SABATO POMERIGGIO (forse, la CUB non voleva turbare una giornata lavorativa...).
DOVE?
AL CENTRO DI MILANO. Nelle vie dello shopping ... e della moda. Ad alta visibilità mediatica, ma a bassa (se non nulla) sensibilità sociale.
CHI HA PARTECIPATO?
Circa 300 (dicasi TRECENTO) persone (a esser generosi). Ovvero, i soliti militanti in servizio permanente effettivo. Cui si sono aggiunti alcuni sparuti (e, ahimé, sprovveduti) gruppi di immigrati (malgrado gli appelli di cubiste e cubisti). E ci fa piacere che ci siano, perché, malgrado tutto, i rapporti di solidarietà internazionalista ci sono. E non dobbiamo bruciarli. Dobbiamo metterli su un terreno di classe, chiarendo i rapporti che ci sono tra padroni e operai, tra sfruttatori e lavoratori, tra borghesi e proletari ... in Italia, come nel resto del mondo, altrimenti, è meglio andare a scopare i mare. Si fanno sicuramente meno danni. Non dimentichiamo che fu grazie agli «amici degli amici» (coloro che tenevano i rapporti con le istituzioni: Comune, Camera del Lavoro, Curia, Prefettura ecc. ecc.) che la lotta della torre di via Imbonati (novembre-dicembre 2010) finì a tarallucci e vino (ma non fu così per i giovani immigrati, che furono spediti prima nei CIE e poi nel paese d’origine).
CI SONO O CI FANNO?
Parliamoci chiaro, di fronte allo tsunami della crisi, e soprattutto di fronte alle incombenti lotte dei proletari (come per esempio la lotta dei lavoratori immigrati delle cooperative, organizzata dal SICOBAS) le iniziative della CUB tiboniana assumono un significato retrivo e fuorviante. Tra l’altro, dal giorno prima, venerdì 23, gli operai della cooperativa Asso, presso la Ceva logistica di Cortemaggiore,sono in sciopero, con presidio permanente davanti ai cancelli della fabbrica. Ma queste lotte non turbano più di tanto CUBISTE & CUBISTI.
E allora, viene naturale domandarsi:
CI SONO O CI FANNO? Ovvero: sono sciocchi o sono furbi?
Volere o volare, le loro iniziative si rivelano come furbeschi diversivi, per gettar confusione sulla natura e sulle conseguenze della crisi economica, che ci sta travolgendo.
Invece di organizzare manifestazioni e iniziative di lotta nei quartieri popolari, come il quartiere San Siro (quello della torre di piazzale Selinunte), dove DISOCCUPAZIONE CAROVITA E CASA sono di scottante attualità, CUBISTE &; CUBISTI dirottano la protesta nel «quadrilatero della moda». Così facendo, CUBISTE & CUBISTI fanno spettacolo per gli affaristi, i faccendieri e le escort, a spasso per lo shopping. Costoro, a differenza di noi, spendono espandono, e qualche sorrisetto di sufficienza possono anche lanciarlo, ai quei quattro sciamannati che vusen, per San Babila, il sabato pomeriggio.
CHE DIRE E CHE FARE?
Ci sono compagne e compagni coinvolte/i in queste infelici iniziative, che dovrebbero ragionare su quanto sta avvenendo, e farsi parte attiva per difendere gli interessi dei proletari.
Senza farsi trascinare in un’apparente unità di lotta, che di fatto è al carro dei padroni e dei loro servi più o meno sciocchi.
Dicevamo: stiamo nelle fabbriche e nei quartieri proletari, e difendiamo il salario, la casa e la spesa. E domani, forse, avremo la voce e la forza per andare nei centri della finanza & della moda. Per scopar via sfruttatori e parassiti.
Milano, 25 settembre 2011
sabato 26 marzo 2011
I RIBELLI LIBICI E I PONZATORI ITALICI, CHE GUARDANO L'ALBERO E NON VEDONO LA FORESTA
di Dino Erba
Nel 1917, il governo tedesco fornì a Lenin e ai bolscevichi un treno per recarsi in Russia.
Gli imperialisti tedeschi pensavano che i bolscevichi avrebbero fomentato rivolte, facendo così uscire l’impero zarista dalla guerra.
La Russia, dalla guerra uscì, ma prima, i bolscevichi fecero la rivoluzione.
Via via che il vento delle rivolte del Nordafrica si è spostato in Libia, gli iniziali entusiasmi di molti «sinistri» italiani si sono smorzati. E sono prevalse le capziose analisi sui contrasti e sulle manovre degli immancabili imperialisti. Ci sono spunti e osservazioni apprezzabili, che tuttavia finiscono per oscurare il movimento d’insieme delle masse popolari libiche, che qualcuno considera addirittura del tutto strumentale e funzionale a circoli affaristici locali, legati alle «multinazionali europee e statunitensi» (emblematico, tra i tanti: SERGIO CARARO, Libia. Dalla guerra civile alla guerra del petrolio, «Contropiano»).
La Libia sta sollevando scottanti questioni, e non solo politiche, ma soprattutto di metodo e di analisi. Mettiamo allora i puntini sulle i e, per prima cosa, cerchiamo di capire che cos’è la Libia.
Ma prima ribadiamo che l’aspetto principale di questa vicenda è l’insorgenza delle masse popolari del Nordafrica, che si inscrive nella crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Il cui esito, ci auguriamo, sarà la rivoluzione proletaria (altrimenti ci aspetta un orrore senza fine). E questo è un motivo più che sufficiente, per stare dalla parte dei ribelli della Libia, senza se e senza ma.
Cos'è la Libia
A differenza dei Paesi vicini (Algeria, Tunisia ed Egitto) la formazione nazional-statale libica è molto più recente, risale agli ultimi quarant’anni, che coincidono con il governo di Muammar Gheddafi. In precedenza, sotto il regime coloniale italiano (1912-1943), la Libia era stata sconvolta prima dalla sanguinaria guerra di occupazione (1930-31), che causò più di centomila morti, e poi (1936-1940) dall’arrivo di 120mila coloni italiani (il 13% della popolazione totale), che dissestò la precedente vita economica.
La formazione nazional-statale gheddafiana è avvenuta grazie allo sfruttamento delle immense risorse petrolifere, iniziato all’inizio degli anni Sessanta, che sconvolse, nuovamente, la preesistente compagine economica, caratterizzata da una modesta agricoltura e da piccole attività commerciali e industriali, esercitate in buona parte dalla comunità italiana che, alla fine degli anni Sessanta, ammontava a circa 35.000 persone, il 2% della popolazione libica (allora di 1.700.000).
Grazie al petrolio, dagli anni Settanta, il Prodotto lordo pro capite della Libia passò dalla soglia di povertà, agli attuali 14mila$, che collocano il Paese a un livello medio alto. Inoltre, il welfare libico assicura assistenza sanitaria e istruzione, a livelli molto più alti rispetto ai Paesi vicini. Ma, come poi vedremo, non è tutto oro quello che luccica.
Grazie al forte sviluppo economico, nel quarantennio gheddafiano la popolazione libica è cresciuta notevolmente, è più che triplicata. Oggi conta circa sei milioni e mezzo di abitanti, cui si aggiungono un milione/due milioni di emigrati, provenienti da Egitto, Medio Oriente e dall’Africa subsahariana. Questi immigrati, che costituiscono circa la metà della forza lavoro della Libia, sono impiegati nei grandi complessi petrolchimici, nell’edilizia e in parte anche nei servizi (ospedali, scuole, alberghi).
L’86% della popolazione abita nelle grandi città della costa, tra cui: Tripoli (oltre un milione), Bengasi e Misurata.
Nel commercio estero libico, l’Italia fa la parte del leone, con il 40% dell’export petrolifero e con circa il 30% dell’import; di gran lunga davanti a Germania, Spagna, Francia e a tutti i Paesi arabi.
Per le sue caratteristiche economiche, legate alla rendita petrolifera, la Libia è stata definita uno Stato rentier, la cui particolarità è l’assenza o la marginalità di entrate generate dall’imposizione fiscale interna (in realtà, in Libia, è tra il 5% e il 10%, comunque molto bassa), poiché la ricchezza, di origine «naturale», riduce la necessità di prelevare reddito dalla propria popolazione.
Tutti questi fattori, hanno fatto sì che, in Libia, i movimenti politici e sindacali abbiano una debole tradizione (sempre in rapporto ai suoi vicini); gli organismi sindacali e i partiti di sinistra, sorti dopo la guerra, furono stroncati prima dall’Inghilterra, che dal 1943 al 1951 amministrò il Paese, furono poi perseguitati dalla monarchia e quindi dal regime di Gheddafi.
Il grande balzo in avanti degli anni 2000
Dall’abolizione (1999) delle sanzioni ONU contro lo Stato canaglia (così gli USA definivano la Libia), il settore petrolifero ha conosciuto un fortissimo balzo in avanti. Secondo i dati disponibili, nel 2007 il settore energetico ha rappresentato il 98% dei redditi delle esportazioni e il 90% delle entrate governative e ha contribuito per il 69% alla formazione del PIL nominale (nel 2000 il suo contributo alla formazione del PIL rappresentava appena il 39%). Di conseguenza, i contributi dell’industria manifatturiera non petrolifera e del settore agricolo nello stesso periodo sono scesi rispettivamente dal 5% e dall’8,1% del PIL del 2000, all’1,1% e al 2,6% (2010). La crescita del settore petrolifero ha eroso il contributo alla formazione del PIL degli altri settori (edilizia, trasporti e servizi), sebbene anch’essi siano in crescita. E così, si sono accentuate le stimmate dello Stato rentier, alle quali, con l’accordo italo-libico sui flussi migratori dell’agosto 2004 (ampliato nel novembre 2006 e perfezionato nel settembre 2010), si è aggiunto il marchio infame di Stato poliziotto (per non essere più Stato canaglia).
Il PIL, che per tutti gli anni Novanta era attorno ai 30M$, dal 2000 ha registrato un’impennata, toccando nel 2008 i 93,168M$; quindi, è triplicato (nel 2009, in seguito al crash, è sceso a 63,26M$, per poi risalire, nel 2010, a 79,283M$)
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Il rapido boom di inizio millennio ha accresciuto la già forte polarizzazione della ricchezza nelle mani di un ceto governativo (burocratico e militare), che, per trent’anni, ha controllato in toto la vita economica libica: monopolio del commercio interno ed estero, dell’industria e dei servizi, con il quale garantiva: l’approvvigionamento della popolazione urbana, in vertiginosa crescita; la creazione di una rete di strade, scuole, università, ospedali e altre strutture pubbliche; lo sviluppo di costosissimi progetti di trasformazione agraria e l’impianto di alcune grandi industrie di base; la nascita del Grande Fiume Sotterraneo, colossale sistema di acquedotti ed invasi che alimenta con l’acqua tratta dalle profondità del deserto del Fezzan le assetate città della costa; infine, il mantenimento dell’esercito, della guardia presidenziale nonché della miriade di burocrati riuniti nei Comitati Popolari, istanze locali del potere statale.
Dal 2001, questa posizione di monopolio è stata in parte ridimensionata dalle privatizzazioni, che, nella vita economica libica, vedono l’ingresso massiccio di gruppi esteri (le multinazionali del petrolio in primis), soprattutto inglesi, francesi e spagnoli, che tentano di scalzare il predominio italiano.
Ma sono entrati in lizza anche gruppi affaristici locali, fino a ora emarginati, in cerca di un posto al sole, con tutta la manna che cade dal cielo. Ma, ovviamente, i vecchi gruppi dominanti non sono disposti a cedere le loro posizioni.
A tutto ciò, si aggiungono le ricadute locali delle speculazioni finanziarie, che connotano la scena economica internazionale, di cui, la Libia, è stata, forse, all’avanguardia e oggi può contare su 107,3 M$ di riserve valutarie, che attendono impieghi.
Squilibri economici e tensioni sociali
Nel nuovo clima economico, tra balzi in avanti e brusche frenate, sono aumentati squilibri e tensioni sociali, che hanno acceso contrasti di tipo «localistico», da cui la ribellione del 2006 a Bengasi [Cfr. La rivolta anti-italiana di Bengasi, «La Rivoluzione Comunista», gennaio-marzo 2006].
Malgrado gli indicatori economici siano considerati «buoni», in Libia la disoccupazione tocca il 30%. Come abbiamo visto, quasi metà dei lavoratori sono immigrati, costretti a lavorare con salari molto bassi, a tutto vantaggio del profitto e della rendita. Questo significa anche che una consistente parte della popolazione libica non accetta o meglio non può vivere con salari, che sono sotto lo standard locale, e quindi, finché possibile, si barcamena con attività marginali e precarie. Per inciso, il 59% degli occupati è impiegato nel settore pubblico e sociale, connesso al welfare.
Alla forte sperequazione sociale (il 7,4% della popolazione è sotto la soglia di povertà), si aggiunge l’inflazione: attorno al 10,5%, superiore quindi alla crescita del PIL, circa 6,3% (dati del 2008). Il salario medio mensile è di circa 270 dinari (al tasso ufficiale di cambio pari a 750$, a quello non ufficiale, ma più realistico, pari a 100$). Un’altra fonte ci dice che il salario medio annuale è di circa 1.785$, quindi molto al disotto del PIL pro capite, che è di 14mila$; il monte salari corrisponde al 13% del PIL, in Francia al 53% (i dati sui salari sono puramente indicativi, poiché le fonti presentano variazioni; la notevole sperequazione è comunque univoca). Per avere un’idea del potere d’acquisto dei salari, facciamo qualche esempio: un kilo di zucchero costa 1 dinaro, un kilo di riso (o di couscous, di pasta, di patate) 1,5; un kilo di arance 2; un litro di latte 1,5; un litro di olio di oliva 6; un kilo di agnello 14; un kilo di pollo 3; biglietto del bus a Tripoli 0,50 (fonte Tehmeu, 30 agosto 2010).
Le privatizzazioni, varate in questi anni, hanno abolito i prezzi politici di acqua, gas, elettricità, favorendo l’aumento dei prezzi dei beni di consumo. La debole agricoltura non è in grado di assicurare il fabbisogno nazionale, gran parte (circa il 75%) dei prodotti alimentari proviene dall’estero, ed è quindi soggetta ad aumenti di prezzo che, ultimamente, sono stati estremamente elevati, da cui le rivolte in Algeria, Tunisia ed Egitto.
Il 25 febbraio scorso, dopo aver usato il bastone contro le manifestazioni di protesta, Gheddafi ha cercato di placare l’ira delle piazze con la carota. Il Governo libico ha annunciato un aumento dei salari dei funzionari e dei contributi alle famiglie, per coprire l’aumento dei prezzi dei generi alimentari: ogni famiglia avrebbe dovuto ricevere 500 dinari (pari a 290 euro) e la paga per determinate categorie sarebbe dovuta crescere del 150%. Il 9 gennaio 2011, il governo aveva già abolito le tasse sui generi alimentari di base, compreso il latte per bambini; nel 2010, aveva speso 6 miliardi di dollari, sotto forma di sovvenzioni per i prodotti di prima necessità, per il carburante e i farmaci.
Queste misure hanno ottenuto solo in parte il risultato sperato, nonostante che il welfare libico sia un forte ammortizzatore sociale, che spiega, inoltre, come sia stato possibile sostenere, fino a oggi, l’altissima disoccupazione.
Molti antagonisti, sotto il cielo di Libia ...
Volendo tirar le somme di quanto avviene in Libia, ci troviamo di fronte a una situazione assai intricata, e dinamica. Come abbiamo visto, la Libia presenta una struttura socio-economica diversa da quella degli altri Paesi del Nordafrica, e altrettanto diversa è la situazione politica, ma questa non è una buona ragione per dire castronerie.
Il profilo politico delle forze ribelli è molto variegato (e non potrebbe essere diversamente), ci sono i monarchici senussiti, gli islamici di diversa osservanza e i notabili gheddafiani dissidenti, spalleggiati dai servizi segreti «imperialisti». Ma fermarsi a questa visione (come per es. il solito Cararo) sarebbe molto miope (per non dir reazionario), sarebbe come dire che la Resistenza partigiana in Italia era fatta dai badogliani e dagli agenti segreti Alleati; certamente, c’erano i partigiani badogliani, c’erano gli agenti segreti Alleati, ma c’erano anche i partigiani comunisti, e c’erano anche i proletari, e se poi le cose sono andate male, non fu certo per merito dei primi...
Cerchiamo allora di districarci in questo ginepraio, e vediamo quali sono i principali fattori all’origine dei contrasti, delle tensioni e dell’insorgenza popolare.
- La frazione borghese gheddafiana, che fin’ora ha tenuto il potere e le leve dell’economia, rappresentata dai ceti burocratici, militari e affaristici di Tripoli, invischiati nelle intermediazioni (tangenti) con i gruppi economici esteri, vuole mantenere i propri privilegi.
- La frazione borghese legata agli ambienti imprenditoriali emergenti, soprattutto di Bengasi, aspira a una diversa ripartizione di rendita e profitti, visto che la torta è cresciuta. E, a livello internazionale, intravede la possibilità di nuove alleanze. A questo riguardo, qualcuno (per es. il solito Cararo) riesuma i contrasti tribali, un po’ come se, a proposito del Roma Ladrona della Lega Lombarda, si parlasse di tribù celtiche ... Dovrebbe esser chiaro anche ai ciechi che, in seguito ai profondi sconvolgimenti economici e sociali avvenuti in Libia, e tutt’ora in corso, i contrasti tribali sono una reminescenza del passato che, nella più cauta delle ipotesi, può agire solo ai margini.
- I lavoratori e i disoccupati libici, stretti tra sperequazione e caro-vita, che erodono salari e stipendi, chiedono una ripartizione del reddito a loro più favorevole.
- I lavoratori immigrati, condannati a salari e a condizioni di vita e di lavoro schiavistiche, sicuramente vorrebbero vedere la loro situazione migliorata.
- Gli immigrati e i rifugiati, ora rinchiusi nei lager, e destinati a crescere sull’onda della miseria dilagante nell’Africa subsahariana (e prima o poi approderanno sulle coste italiane). Anch’essi, sicuramente, vorrebbero vedere la loro situazione migliorata.
- Infine, abbiamo i Paesi imperialisti che cercano di portare acqua (o meglio petrolio) al proprio mulino e lo fanno a suon di bombe. Il loro intervento avviene però in ordine sparso: prima si è mossa la Francia, seguita dall’Inghilterra, poi sono arrivati gli USA, che non potevano stare a guardare, tirando per le orecchie l’Italia (che avrebbe preferito stare a guardare, con la Germania). Così come si sta configurando, l’intervento potrebbe essere fonte di nuovi sconquassi, per il fronte imperialista, che è alle prese con la crisi sistemica del modo di produzione capitalista. E nuovi crash sono in agguato, con conseguenza devastanti.
Come si vede, gli interessi in campo sono difficilmente conciliabili, secondo la logica del profitto, che domina i rapporti tra le classi nella società del capitale. E che, attualmente, rendono i margini di compromesso quasi inesistenti. Non per nulla, la parola è stata data alle bombe.
Nell’immediato, è ipotizzabile una sorta di «somalizzazione», ma la Libia non è la Somalia (è evidente), e sarebbe una soluzione dagli esiti imprevedibili. Resta poi l’incognita di un’insorgenza che, per quanto potrà essere smorzata, coverà comunque sotto la cenere, così come già ora cova, si accende e si diffonde dal Marocco allo Yemen, passando per la Siria ...
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Fonti:
CIA: https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/index.html/
Banca Mondiale: http://data.worldbank.org/italian?cid=GPDit_29/
ISPI: http://www.ispionline.it/it/index.php/
Mondoimprese: http://www.mondimpresa.it/infoflash/scheda.ASP?st=216/
Enit: www.enit.it/it/studi-ricerche/focus-paese/category/9-pp.html?download...
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giovedì 17 febbraio 2011
IN CINA L’ECONOMIA CRESCE,
MA ANCHE LA LOTTA DI CLASSE
di Dino Erba
La notizia che il PIL cinese abbia superato il PIL del Giappone ha fatto esultare i fans del capitalismo, che sperano che dall’Oriente giunga la salvezza di un modo di produzione che fa acqua da tutte le parti. Ma fa acqua anche la loro esultazione, in quanto essi mettono sullo stesso piano il Giappone, che ha un Prodotto lordo pro capite di 34.200$ (2009), alla Cina, che ha un PIL pro capite di 4.900$ (nel 2007 era 7.700, quindi, sull’onda della crisi, il calo è stato del 37%; mentre sale l’inflazione, in gennaio è al 4,9%). In poche parole, sono due realtà incommensurabili.
Inoltre, in Cina sussistono gravi fattori di squilibrio, a partire da quelli di carattere nazionale; da un lato la c’è rivendicazione di Taiwan, dall’altro ci sono le forti spinte autonomiste (se non indipendentiste) in Tibet e in Xinjiang, ma anche in altre regioni.
Ma sono soprattutto gli squilibri economici –tra città e campagna, ma anche tra provincia e provincia – a minare alla base il presunto sviluppo cinese; gli squilibri oggi si intrecciano con la crisi globale. Gli esitipotrebbero essere devastanti. In un precedente articolo ho messo in luce il pericolo di una carestia (Tunisia, Egitto e poi? La Cina?), prevista per l’inizio della prossima estate. Per la primavera, è prevista invece un’ondata di lotte operaie, come annuncia l’interessante articolo di Jean Ruffier, che allego.
TENSIONI SOCIALI NELLA CINA DEL SUD:
VERSO LO SCIOPERO GENERALE?
di Jean Ruffier
L'autore è ricercatore del Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) e Direttore del Centre Franco-Chinois de Recherche en Gestion (CFCRG).
Traduzione e note a cura di Dino Erba.
È finita l’era degli operai cinesi sottomessi e mal pagati. Uno studio del CNRS sul Sud della Cina mostra una nuova combattività, che potrebbe sfociare in uno sciopero generale. Se il Sud della Cina – in particolare la provincia del Guangdong (1) – è divenuta l’officina del mondo, ciò è dovuto a molte ragioni; ma la più ripetuta è quella riguardante la manodopera laboriosa, ubbidiente, che accetta senza lamentarsi bassi salari e cattive condizioni di lavoro.
Negli ultimi venticinque anni c’è stata una crescita ininterrotta e i salari sono un po’ mossi. Le statistiche ufficiali cinesi mostrano anche che i salari sono alquanto diminuiti, in rapporto al PIL.
Una primavera operaia nella Cina del Sud?
Da un anno, vediamo che i conflitti operai si moltiplicano. Sulla spinta di questi fatti, i salari salgono. I giornali hanno anche fatto notare che molti conflitti, nelle fabbriche di Taiwan e del Giappone, si sono risolti con aumenti salariali. Il movimento è talmente forte che sempre di più gli osservatori parla della possibilità di uno sciopero generale nella Cina del Sud. Senza fare previsioni azzardate, ci sembra che stiano maturando le condizioni per una primavera operaia nella Cina del Sud, esplosivo o serpeggiante, un movimento che è già iniziato; tutto induce a pensare che si svilupperà nei prossimi mesi.
Il Centro franco-cinese di ricerche sulle organizzazioni, dell’Università Sun Yatsen di Canton, ha avanzato osservazioni in base a discussioni con le imprese, i sindacati, gli attivisti e le dirigenze politiche, di cui riferiamo in questo articolo e che consentono di farci un’idea di quanto dobbiamo attenderci.
Perché scendere in sciopero?
Mancur Olson è un economista americano famoso per una teoria sull’azione collettiva, pubblicata nel 1965. Secondo lui, lo sciopero è in primo luogo il risultato di un calcolo:
gli operai considerano ciò che rischiano di perdere (ore non pagate, repressione) e ciò che possono guadagnare (aumento del salario).
Questa idea di cercare l’interesse ben corrisponde allo stato d’animo di molti operai cinesi. Secondo Olson non ci sono scioperi senza imposizione, perché, sul piano individuale, c’è sempre interesse che gli altri facciano sciopero per avere un aumento, senza però farlo personalmente, per non perdere del salario.
L’imposizione richiede un minimo di organizzazione, e ciò spiega perché, fino a ora, sia tanto difficile organizzare scioperi in Cina, sappiamo che lo Stato cinese schiaccia subito violentemente ogni organizzazione concorrente con il Partito. Gli operai di oggi non assomigliano per nulla a quelli di ieri. Nella Cina dei primi trent’anni del regime comunista, essere operaio voleva dire avere un certo livello di istruzione e il privilegio di lavorare per lo Stato. Era una ruolo invidiato.
Le riforme hanno ridotto notevolmente il numero degli operai delle aziende statali, a vantaggio delle aziende private. Queste ultime hanno massicciamente assunto giovani senza istruzione, venuti dalle zone rurali povere.
Una nuova generazione di operai.
Trent’anni dopo il decollo industriale, siamo arrivati alla seconda generazione di operai d’origine rurale. Questa seconda generazione è più istruita della prima. Ha l’esperienza della prima generazione, e soprattutto ha conosciuto solo la crescita.
La prima generazione di operai d’origine rurale aveva conosciuto la guerra civile e periodi di fame. La generazione attuale sa che cos’è la miseria, ma raramente si ha fatto i conti con la fame e, del tutto eccezionalmente, con la repressione. È una generazione che crede nel proprio avvenire.
Questi operai hanno lasciato villaggi da cui i giovani fuggivano e in cui infieriva una disoccupazione endemica.Il reddito medio di un contadino cinese oggi è di circa 100 euro all’anno, quello di un operaio è dieci volte superiore. Quindi, gli operai di origine rurale hanno vissuto una vera e propria promozione sociale.
Vent’anni di considerazioni sulle fabbriche cinesi ci hanno mostrato l’evoluzione della mentalità di questi operai, evoluzione che leghiamo alla concreta esperienza vissuta da questi operai. È impossibile descrivere la miriade di opinioni degli operai cinesi, ma possiamo tentare di mettere in luce alcune costanti dei loro discorsi, allorché questi rimandano alle situazioni considerate. La stampa insiste molto sulle condizioni di lavoro che non sono migliori di quelle degli altri Paesi del terzo mondo. Queste condizioni sono naturalmente vissute male, ma sono anche concepite come una fatalità, e nel complesso non avviliscono.
Al contrario, aumenta l’intensità del lavoro. Vent’anni fa, la maggior parte delle fabbriche che vedevo non aveva certo condizioni di lavoro invidiabili, ma i ritmi di lavoro raramente erano sostenuti. C’erano molte ragioni. Da un lato i salari erano così bassi che non era necessario esigere una forte quantità di lavoro. Forse, la ragione principale è che non è semplice far lavorare gli operai. Se uno lavora troppo, finisce per logorarsi, anche se è un cinese. Taylor ha dimostrato che per riuscire ad aumentare l’intensità del lavoro manuale occorre mettere in campo molto lavoro intellettuale, e le fabbriche cinesi mancano d’organizzazione. Quindi, solo molto gradualmente sono stati aumentati i ritmi di lavoro. Gli orari sono stati allungati, a causa di una crescente domanda di lavoro.
Anche gli impiegati e i quadri hanno conosciuto una crescita dell’intensità del loro lavoro, poiché essi volevano aumentare il loro reddito., lavorare di più per guadagnare di più era molto di moda a quell’epoca. Questa bulimia di lavoro ha nutrito una forma di nazionalismo trionfante.
Durante gli anni 2004-2006, abbiamo sentito amici cinesi ridere della presunta pigrizia degli occidentali, i quali, secondo loro, erano più preoccupati di moltiplicare i loro giorni di festa, invece che sviluppare la loro economia nazionale. Essi ci dicevano che l’economia cinese stava diventando la più potente, perché i cinesi, loro, non avevano paura di lavorare, e accettavano di lavorare molto per salari bassi. Oggi, questi discorsi si sentono meno. Dobbiamo dire che i ritmi di lavoro sono cresciuti. Dobbiamo anche dire che si può lavorare intensamente per molti anni, ma non all’infinito. Se si lavoro molto, si finisce per logorarsi, anche se è un cinese.
Lavorare meno e guadagnare di più.
Oggi, sentiamo molti cinesi che dicono di voler lavorare meno. Gli operai più spesso mettono l’impegno nel lavoro in relazione con i guadagni che ne risultano.
«Abbiamo lavorato come forsennati per anni, e guardate chi si è arricchito, noi No!». Se questi operai guadagnano più dei loro genitori, essi vivono anche in un mondo più complesso. I salari dei lavoratori cinesi non sono aumentati al ritmo della crescita economica cinese. Restano salari da Paese del terzo mondo in una regione il cui PIL pro capite raggiunge quello dei Paesi europei meno sviluppati.
Vivere da operaio è un rompi capo. I prezzi dell’alloggio sono balzati alle stelle. Mentre la maggior parte degli abitanti della città possiede l’alloggio, gli operai si rendono conto che non ci riusciranno mai. Sposarsi significa trovare alloggio al di fuori dei dormitori a buon mercato. Allevare un figlio in città il più delle volte è fuori dalle possibilità economiche di un operaio. Spesso la scelta è quella di lasciare il bambino presso i nonni in campagna, o di rimandare all’infinito la nascita. E da un po’ di tempo, i costi dei generi alimentari si impennano.
Qualche anno fa, gli operai avrebbero considerato il loro destino con fatalismo, poiché non scorgevano vie di miglioramento. Ma oggi sentono parlare dei salari ottenuti in alte fabbriche in seguito a scioperi, e si rendono conto di essere mal pagati. Non hanno conosciuto la repressione, sono abituati a cambiare facilmente fabbrica e non temono la disoccupazione; da allora, non hanno paura di scendere in sciopero.
Bisogna dire che a differenza dei loro genitori questi operai generalmente sono figli unici, ovvero sono stati abituati a trattare con adulti che gli danno tutto: e tanto più mal sopportano le frustrazioni. Se non scendono più spesso in sciopero, è perché la maggior parte di loro non sa come si fa.
I datori di lavoro sbigottiti di fronte alle tensioni.
Di fronte al mutato atteggiamento degli operai, i datori di lavoro privati spesso appaiono sbigottiti. I datori di lavoro privati cinesi era abituati a operai docili, ma poco fedeli. Si arrangiavano con un forte turn-over, dal momento che non avevano alcuna difficoltà a reclutare.
Il turn-over appariva come il mezzo migliore per gestire le tensioni. Quando il reclutamento di nuovi salariati si fece più difficile, bastò aumentare un po’ i salari, oppure migliorare le condizioni di alloggio.
Nelle interviste ai padroni, che portiamo a fondo, gli operai solo raramente apparivano come una grossa preoccupazione. Ora, quegli stessi padroni si ritrovano di fronte a persone che discutono apertamente di salari, e per loro questa è una novità. Essi si richiamano all’autorità, alle virtù confuciane dell’obbedienza e dimostrano grossolanità nei rapporti con gli operai.
I datori di lavoro sono ancor più disarmati di fronte a cambiamenti, che hanno poche occasioni di discutere a fondo con i colleghi. Ricordiamo che gli impiegati cinesi, come gli operai, non hanno il diritto di organizzarsi.
Il potere comunista conosce abbastanza il pensiero di Karl Marx per capire che se la Cina diventa capitalista, i capitalisti un giorno o l’altro dovranno prendere il potere. E l’attuale gruppo di potere fa di tutto per rimandare il momento in cui questa profezia marxista si realizzerà.
Di fatto, i padroni cinesi non hanno quasi luoghi dove studiare insieme strategie comuni, e neppure mezzi per potersi esprimere collettivamente. Ci sono certo le organizzazioni padronali ufficiali, ma sono dirette completamente da funzionari. Le sole che possono parlare per i padroni sono le organizzazioni padronali di Hong-Kong o le camere di commercio straniere.
Anche i dirigenti delle imprese occidentali sono parimenti presi contro piede da questi mutamenti deglicomportamenti operai. A differenza dei loro omologhi cinesi, essi hanno messo a punto un minimo di gestione del personale, e si sforzano di avere buoni rapporti con i loro salariati. Per cui, essi conoscono meglio il personale e generalmente sanno che è suscettibile di scatenare turbamenti.
Non basta aumentare i salari.
Il padronato ha l’impressione di poter mantenere la pace sociale anticipando le rivendicazioni. I loro dipendenti sembrerebbero soddisfatti della situazione e non chiedevano quasi mai aumenti salariali o migliori condizioni di lavoro. Ecco che ora, dopo qualche mese, si rendono conto che gli aumenti di salario o i miglioramenti concessi non bastano più a calmare le discussioni nei reparti. Hanno l’impressione di aver fatto regali a persone che ora gli dicono che avrebbero dovuto dare di più. Questa, per la Cina, è una nuova situazione.
Certamente, si aspettavano di dover aumentare i salari. Sono stati alquanto sorpresi di non averlo fatto per tempo. Detto ciò, in materia di salari, i datori di lavoro occidentali hanno una visione differente, a seconda che la loro attività sia o meno rivolta al mercato cinese. Se sono in Cina per trarre vantaggio dai bassi costi e dalle facilitazioni industriali, sono restii a concedere aumenti salariali e hanno la tendensa a prendere il salario minimo come salario base.
Se puntano al mercato cinese, il fatto che una parte più grande della ricchezza nazionale venga ridistribuita gli fa intravedere una crescita del mercato cinese, che dovrebbe rendere profittevole la loro attività e che spesso raggiungono dopo anni. Coloro che puntano al mercato cinese, generalmente hanno politiche più a lungo termine e più favorevoli alla loro forza lavoro. D’altra parte, è in queste aziende straniere rivolte al mercato cinese che i salariati cinesi desiderano maggiormente lavorare.
Di fronte a operai che non hanno paura dei conflitti, il potere è molto più lacerato sulla questione del rischio sociale. Il potere politico cinese non è un modello di democrazia. I criteri di designazione ignorano le elezioni e avvengono per designazione dall’alto al basso.
Un potere meno monolitico di quanto si pensi.
Il potere è tuttavia meno monolitico di quanto era nell’Europa dell’Est, quando era socialista. Vedute, strategie e situazioni del potere centrale sono molto differenti da quelle dei poteri municipali o dei poteri provinciali. La personalità dei quadri del Partito conta molto. Entrare nel Partito è un’opportunità che non è offerta a tutti e spesso richiede molti sforzi. Ma le motivazioni di ingresso sono le più varie: alcuni desiderano difendere opinioni ideologiche o morali, mentre altri cercano invece l’arricchimento personale.
Il mondo dei poteri cinese è attraversato da dibattiti assai vivaci riguardo alle politiche da realizzare. Questo è particolarmente evidente in merito alla gestione dei conflitti del lavoro. Il potere centrale interviene assai poco in questi conflitti. Se lo fa è sempre in contrasto con le autorità locali e spesso in modo brutale. La sua principale preoccupazione è conservare il proprio potere, ed è con questo criterio che giudicherà di intervenire o meno. Si è sempre opposto violentemente alla creazione di organizzazioni militanti autonome, passibili di nuocere allo sviluppo economico.
La Cina è una «criptocrazia».
Il potere non nasconde la crescita del numero di conflitti sociali. Certo, le statistiche dei conflitti sono fornite con il conta gocce e non sono del tutto affidabili, ma da due anni, il potere nota un costante aumento del numero dei conflitti e dichiara di aspettarsi altri conflitti più consistenti. Un modo per farsi vedere pronto a ogni eventualità.
Detto ciò, sappiamo ben poco sul potere centrale. In sostanza, la Cina rimane una «criptocrazia». I principali dirigenti vivono nell’ombra e lasciano filtrare pochissime informazioni sui contrasti che li coinvolgono.
Molto spesso, al vertice ci sono due dirigenti, di cui uno sembra incarnare l’apertura, mente l’altro gioca la carta della conservazione, un po’ come due marionette di cui non si sa chi tira i fili.
La Cina presenta una forma di potere che ha pochi equivalenti altrove o nel passato. Non si tratta di potere personale, ma di un’oligarchia o di un potere esercitato da una cerchia ristretta. Quello che prese il potere nel 1949, fu un piccolo gruppo di dirigenti, costituito inizialmente dai reduci della lunga marcia. Questo piccolo gruppo costituisce una piccola società chiusa, che si riproduce nel suo seno e conserva dopo sessant’anni le redini del potere. Gli osservatori stranieri in generale sono d’accordo nel dire che le decisioni essenziali sono prese da un collettivo.
Un’oligarchia di eccezionale longevità.
Questo collettivo tiene fermamente le redini di un Partito comunista di numerose centinaia di migliaia di persone. L’oligarchia consente di risolvere il problema di trasmettere il potere da una generazione all’altra. Le stesse persone che furono responsabili degli errori dell’iniziale pianificazione, poi dei crimini della Rivoluzione culturale, sono oggi coloro che dirigono la politica del cosiddetto socialismo di mercato o di apertura. Ciò spiega la longevità del regime.
Si valuta meglio il potere di questa oligarchia quando si constata che il 98% dei miliardari cinesi ha legami di parentela con persone che tengono o hanno svolto funzioni ministeriali. Il vantaggio del gruppo rispetto all’individuo è che quando gli errori del dirigente sono evidenti, egli si trova generalmente nel gruppo di persone che ha già un piano per correggere gli effetti degli errori e proporre soluzioni alternative.
I dirigenti cinesi non sono più intelligenti di quelli di altri Paesi, ma il loro sistema è più «scusante», cioè in un modo o nell’altro corregge gli errori dei dirigenti. E la durata del collettivo è potenzialmente infinita.
Il potere centrale non lavora per i posteri, come farebbe un potentato che sa di dover morire; non lavora neppure per schierare risultati alla data delle prossime elezioni, perché non ci sono vere e proprie elezioni.
Ha la possibilità e l’interesse a far progetti a lungo termine, per se stesso e il per suo Paese. A causa della grande opacità del potere centrale, è difficile prevedere come reagirà di fronte a una crisi sociale superiore.
Di solito, sono le autorità municipali che si fanno carico degli interventi nei conflitti di lavoro. Sono loro che gestiscono la vita quotidiana dei cinesi. Come è noto, gestiscono i diritti sociali, che variano notevolmente da una città all’altra. Il salario minimo generalmente è stabilito a livello cittadino. Di fatto, il sindacato appare
come un’autorità municipale.
Le autorità municipali sono in prima linea nel caso di sommosse. Sicuramente, esse sono sensibili alla pressione del potere centrale, ma la loro azione mira piuttosto a dimostrare che hanno il controllo della situazione.
È capitato che delle municipalità si facessero carico degli ultimi pagamenti di salario in caso di fallimento di un loro imprenditore. Come tutte le città, desiderano accogliere un maggior numero di imprese e ricevere più tasse. Questo significa che nei conflitti, sono più sensibili alle richieste degli imprenditori, piuttosto che a quelle degli operai. Di modo che le città possono mandare la polizia o mobilitare il sindacato per porre termine a un conflitto.
Il Guangdong laboratorio di sperimentazione sociale.
La provincia del Guangdong svolge un ruolo un po’ diverso. Ha la missione e l’ambizione di trovare un punto di sviluppo economico e di apertura politica. È un tentativo già vecchio, ma che recentemente è stato riattualizzato. Nel suo programma, la provincia dovrebbe assumere le sembianze di un Paese sviluppato e abbandonare i retaggi da terzo mondo. Vuole orientarsi verso le tecnologie di punta, le industrie ad alto valore aggiunto, le attività economiche innovative.
D’altra parte è la provincia che maggiormente investe in ricerca e sviluppo, che deposita più brevetti e che riceve i maggiori investimenti stranieri.
Il numero uno della Provincia, il segretario del Partito, prende regolarmente posizioni d’avanguardia. Ha sostenuto le leggi sociali più costrittive di tutte le altre regioni e, soprattutto, vuole farle applicare. Questo dovrebbe mettere in difficoltà quelle industrie la cui strategia poggia principalmente sullo sfruttammento di mano d’opera a basso costo.
Da parte sua, il numero due, il governatore della provincia, appare più preoccupato per l’armonia sociale, ovvero vorrebbe evitare le tensioni che inevitabilmente sorgeranno se un nuovo modello di produzione emargina troppa gente. L’opposizione tra «due teste» è una situazione tipica, l’abbiamo detto. Ma essa può dare l’impressione di un potere esitante, ciò che non facilita il compito di coloro che devono gestire i conflitti.
La provincia ha preso posizioni di punta nella rappresentanza dei salariati.
Attualmente i salariati non hanno alcuna vera forma di rappresentanza, poiché ogni organizzazione che vorrebbe rappresentare i salariati è violentemente repressa. E questo rende particolarmente difficile la gestione dei conflitti, le direzioni aziendali devono indovinare perché c’è un conflitto, senza poter incontrare i rappresentanti dei lavoratori in conflitto.
Ora, nel 2010, il segretario del Partito della provincia ha molte volte insistito sulla necessità di eleggere direttamente i rappresentanti dei salariati. E ha anche proposto una legge in questo senso, ma ha deciso di temporeggiare per l’opposizione di un’organizzazione padronale di Hong-Kong. Le esitazioni del potere sono particolarmente evidenti quando si esamina da vicino il comportamento dei dirigenti sindacali. I responsabili sindacali del Guangdong sono molto divisi sul ruolo dei sindacati e la strategia da attuare nei conflitti.
Nella Costituzione cinese, è in primo luogo un organismo di propaganda del Partito rivolto ai salariati, gran parte dell’azione sindacale consiste in diverse campagne di educazione sociale. Il sindacato non rappresenta i salariati, li difende cercando di migliorare, per quel tanto che riesce, la situazione operaia.
Il sindacato cerca di ridurre le tensioni sociali.
Da una anno, il sindacato si è visto assegnare dal potere centrale una nuova missione: ridurre le tensioni sociali. La prima conseguenza è stata la maggiore presenza sindacale nelle fabbriche. Il sindacato è soprattutto presente nelle aziende di Stato e nelle joint-ventures.
Attualmente, cerca di entrare nelle imprese al 100% straniere. Queste generalmente non sono molto favorevoli, dal momento che considerano il sindacato un’istanza burocratica che appesantisce la vita aziendale, aumenta i costi sociali senza attenuare realmente le tensioni nella fabbrica. Il sindacato è praticamente assente nelle imprese private cinesi. Il sindacato può anche divenire un fattore di disturbo in caso di conflitto. Infatti, in caso di sciopero, il sindacato non esita a prendere l’iniziativa di licenziare i salariati in sciopero o di assumere non scioperanti.
Questo può disorganizzare i reparti, creando inoltre risentimento contro l’azienda. Non è neppure raro che il sindacato mandi la milizia a picchiare gli scioperanti. A volte il sindacato è a fianco dei lavoratori. Detto ciò, il sindacato è oggetto di dibattiti. Abbiamo personalmente partecipato a riunioni di confronto tra sindacalisti
cinesi e francesi, in cui i primi chiedevano ai secondi consigli su come capire i salariati. Abbiamo anche potuto constatare che in Guangdong il dibattito interno può andare più avanti. Si può parlare di una tendenza centrista che considera che, in caso di conflitti di lavoro, il ruolo del sindacato è quello di stare a metà strada tra i padroni e i salariati, al fine di trovare più in fretta una soluzione del conflitto. Ci sono infine sindacalisti cantonesi che ritengono di dover essere decisamente a fianco dei lavoratori contro i padroni.
Questa posizione è più facile da sostenere quando i padroni sono stranieri.
Cosi, nel Guangdong, abbiamo visto un sindacato intervenire in una fabbrica in sciopero per far eleggere dalla base delegati di reparto, i quali sono stati incaricati di negoziare la chiusura del conflitto. Il conflitto si è risolto con un forte e rapido aumento dei salari.
Non tutti i conflitti si risolvono così bene per gli operai. Capita perfino, soprattutto nel caso di padroni privati cinesi, che gli operai non ottengano un bel niente.
Gli attivisti, protagonisti non controllati della lotta sociale.
Per chiudere questo giro d’orizzonte, dobbiamo parlare degli attivisti. Ci sono militanti operai che scappano dal sindacato e si battono per migliorare la condizione degli operai. Alcuni si muovono nell’ambito dell’ONG di formazione o del consiglio. Ci sono spesso studenti che decidono di passare un po’ di tempo per aiutare gli operai a cavarsela. La loro azione consiste soprattutto a informarli sui loro diritti e sulle istituzioni che possono prendere la loro difesa in caso di abusi. È gente coraggiosa, poiché le loro ONG possono costituire gli embrioni di un’organizzazione operaia; quindi, corrono dei rischi.
Allo stesso tempo, le autorità giungono perfino a riconoscere l’utilità della loro attività, che generalmente si mantiene nel quadro legale. Così che, il sindacato può esigere che un imprenditore li paghi per dare ai suoi salariati una formazione riguardo i loro diritti. Si potrebbe dire che la principale spinta di questi militanti sia la compassione.
Ci sono altri attivisti, più decisi nella difesa dei diritti dei lavoratori, compresi gli scioperi. È più difficile incontrare questi attivisti, perché sono perseguitati dalle autorità. Ma non per questo sono meno attivi. Così, abbiamo sentito qualcuno dire di essersi fatto assumere in grandi aziende per far scoppiare uno sciopero. Una volta terminato lo sciopero, questi attivisti tendono a «disperdersi nell’ambiente».
La loro azione non è molto difficile perchè dicono cose condivise dalla gran parte degli operai. In poche parole, spiegano agli altri operai che sono sfruttati e che la loro situazione può migliorare con la lotta. E soprattutto, danno il via al conflitto. È il caso di una multinazionale in cui gli attivisti erano riusciti a convincere un gran numero di operai a scendere in sciopero. Era stata fissata anche il giorno e l’ora. Venuto il momento, nessuno osava scendere in sciopero. Allora, un attivista ha tolto la corrente nel suo reparto. Via SMS, gli operai hanno avvertito i colleghi degli altri reparti, e lo sciopero è scoppiato. Si è quindi esteso alle altre fabbriche della stessa azienda o di aziende da lei controllate. Durò molte settimane e si concluse con forti aumenti salariali, ma anche con licenziamenti, la partenza di tutti i militanti e di alcuni scioperanti.
Il picco dei conflitti non è stato raggiunto.
Nessuno può dire che forma avranno i futuri conflitti. Questo panorama sui protagonisti, la determinazione e la mancanza di paura degli operai, da un lato, la confusione padronale e l’indecisione delle autorità, dall’altro, tutto ciò fa pensare che questi conflitti si moltiplicheranno.
Alcuni militanti o intellettuali immaginano pure che potranno assumere la forma di uno sciopero generale, a partire dall’estensione dei conflitti locali a macchia d’olio.
L’unica cosa che sembra accertata è che non è stato raggiunto il picco dei conflitti. Ci sono ancora margini per aumenti salariali. Tutti questi elementi fanno prevedere che i salari aumenteranno rapidamente nel Sud della Cina. Come abbiamo visto, ciò toccherà appena la presenza delle aziende straniere. Certo, diventeràmeno interessante stabilirsi in Cina per cercare bassi salari, ma coloro che già ci sono rifletteranno prima di andare altrove, quando sta per apparire un nuovo potere d’acquisto.
Dunque, nel Sud della Cina la primavera degli operai è iniziata.
L’autore ringrazia Zhao Wei, della scuola commerciale di Saint-Etienne, che ha riletto e corretto l’articolo.
22 gennaio 2011
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NOTA (1) Il Guangdong è una provincia cinese; la superficie è di 177.900 km2 e la popolazione ammonta a 95.490.000 (cui si aggiungono circa 30milioni di lavoratori stagionali). È la regione cinese più ricca. Nel 2008, fra le province e le municipalità cinesi, il Guangdong si è collocato al 1° posto per valore del PIL; al 1° posto per valore del commercio estero; al 2° posto per l’attrazione degli investimenti esteri; al 6° posto per PIL pro-capite. Il PIL del Guangdong è stato pari a circa 3570 miliardi di RMB, in crescita di quasi il 15% rispetto al 2007. Il PIL pro-capite è stato pari a 37589 RMB (circa 5504 USD) ben al di sopra di quello dell’intera Cina pari a 22698 RMB (3323 USD). Il valore dell’interscambio con l’estero è stato pari a 655,5 miliardi di USD, in crescita del 10% rispetto al 2007 e pari al 26% circa dell’intera Cina. Il valore degli investimenti esteri è stato pari a 28,64 miliardi di USD. Fonte: ICE, Profilo economico della Provincia del Guangdong, Guangzhou (Canton), Maggio 2010, p. 4. Le notizie e foto di scioperi sono tratte da «Asia
News» [ www.asianews.it/notizie-it].
In Francia l’articolo è stato diffuso da numerosi siti, tra cui http://www.rue89.com/
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martedì 15 febbraio 2011
COSI' FACEVANO ...
di Dino Erba
Come molti di voi sapranno, nella nostra città (e in molte altre) c'è un C.I.E. (Centro di Identificazione ed Espulsione).
Non finisci in uno di questi centri per qualcosa che hai fatto, ma per quello che sei. Sei clandestino, tanto basta. Sinistra somiglianza con i lager di una Germania non tanto democratica che, 70 anni fa, privava sistematicamente della cittadinanza ebrei e zingari, ne faceva parassiti indesiderati, e poi come tali li faceva morire.
Ora, i C.I.E. hanno questo nome relativamente da poco, da quando Maroni ha allungato la permanenza dei cosiddetti ospiti di questi centri da 2 a 6 mesi. Prima si chiamavano C.P.T, Centri di Permanenza Temporanea, ma all'interno c'erano gli stessi reclusi, sempre per la stessa ragione (la mancanza dei documenti in regola) e sempre con la stessa prospettiva: subire angherie dagli aguzzini (militari, forze dell'ordine al completo e crocerossini o comunque dipendenti di qualche organizzazione che si definisce così caritatevole da poter guadagnare sulla loro pelle) fino al rimpatrio nel paese dal quale erano fuggiti per guerre, povertà, mancanza di libertà e comunque nella speranza di una vita migliore. Ciò che molti non sanno, ciò che molti hanno dimenticato, è che tutta la sinistra ha votato a favore della legge Turco-Napolitano che ha istituito i Centri di Permanenza Temporanea, che ora si chiamano CIE.
Anche Rifondazione Comunista e i Verdi hanno contribuito alla costruzione di quei lager la cui esistenza oggi pare indignare coloro che ne facevano parte.
E per far ripartire il carrozzone di una sinistra ecologica in libertà, tentano di cavalcare le proteste (vedi Brescia) tingendo le loro sbiadite bandiere nel sangue di chi cerca di evadere dalle gabbie costruite da ecologisti e rifondaroli.
Ma chi erano i deputati di Rifondazione Comunista e dei Verdi in quel lontano 1997?
Eccoli.
VOTAZIONE NOMINALE DEL DDL n. 3240 - DISCIPLINA DELL’IMMIGRAZIONE E NORME SULLA CONDIZIONE DELLO STRANIERO (in relazione alla creazione dei CPT)
seduta del 19/11/1997 presieduta da VIOLANTE LUCIANO
RIFONDAZIONE COMUNISTA
BOGHETTA UGO - Favorevole
BONATO FRANCESCO - Favorevole
DE CESARIS WALTER - Favorevole
GIORDANO FRANCESCO - Favorevole
LENTI MARIA - Favorevole
MALENTACCHI GIORGIO - Favorevole
MANTOVANI RAMON - Favorevole
NARDINI MARIA CELESTE - Favorevole
PISAPIA GIULIANO - Favorevole
ROSSI EDO - Favorevole
VALPIANA TIZIANA - Favorevole
VENDOLA NICHI – Favorevole
VERDI
BOATO MARCO – Favorevole
CENTO PAOLO – Favorevole
DE BENETTI LINO – Favorevole
GALLETTI PAOLO – Favorevole
GARDIOL GIORGIO – Favorevole
LECCESE VITO – Favorevole
PROCACCI ANNAMARIA – Favorevole
SCALIA MASSIMO – Favorevole
TURRONI SAURO – Favorevole
Quelli che tra questi figuri non son stati inghiottiti dal loro nulla, si aggirano per i palcoscenici politici, con ruoli anche di primissimo piano, paladini di democrazia e moralità.
A voi, individuare chi. Un indizio: uno di loro potrebbe essere l'attuale governatore di regione che, purtroppo, ha sul suo territorio due C.I.E., uno a Brindisi e uno a Bari. Nell'ultima settimana, nel primo ci son stati diversi tentativi di fuga, nel secondo i reclusi hanno messo in atto uno sciopero della fame per lamentarsi delle condizioni disumane cui sono sottoposti e per attirare un po' di attenzione sulla loro disperazione.
E vi diamo questa notizia in anteprima. Non la troverete su nessuno dei tanti giornali che ogni giorno s'indignano per i pericoli che la nostra democratica Costituzione sta correndo, o per il fango e il discredito gettato da qualche losco personaggio sulla Repubblica Italiana, di cui ci accingiamo a festeggiare i 150 anni.
Ma il problema qual è?
Berlusconi o una democrazia che, prima e dopo di lui, prevede nel suo corpus giuridico un lager?
Lager che non è un’anomalia riformabile o umanizzabile, ma piuttosto una figura centrale, uno snodo fondamentale per lo sfruttamento, il controllo e la disciplina di cui, da sempre, i politici di destra e sinistra si son fatti carico.
Compito che continueranno se non verranno cacciati una volta per tutte.
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