Diari di Cineclub

Diari di Cineclub
Rivista Cinematografica online e gratuita
Visualizzazione post con etichetta PRESIDENZIALI FRANCESI 2012. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PRESIDENZIALI FRANCESI 2012. Mostra tutti i post

sabato 5 maggio 2012

PRIME CONSIDERAZIONI A CALDO SULLE ELEZIONI PRESIDENZIALI FRANCESI di Riccardo Achilli



PRIME CONSIDERAZIONI A CALDO SULLE ELEZIONI PRESIDENZIALI FRANCESI

di Riccardo Achilli




E' senz'altro troppo presto per una analisi approfondita dei dati elettorali delle presidenziali francesi, che ovviamente richiederà il dettaglio analitico che ancora non c'è. Però alcune tendenze di massima sono già evidenti.
Il Paese, in larga maggioranza, rifiuta l'estremismo liberista delle politiche di ristrutturazione delle finanze pubbliche imposto da Sarkozy, e quindi rifiuta la filosofia liberista dell'asse franco-tedesco Sarkozy-Merkel.
Tale rifiuto passa però attraverso sfumature e differenze notevoli: il 28/29% dell'elettorato si affida alla ricetta riformista moderata di Hollande, fatta da un equilibrio fra risanamento di bilancio e crescita, in cui c'è il rifiuto dell'estremismo liberista racchiuso nel fiscal compact, come ad esempio la follia del pareggio di bilancio, ma l’accettazione della linea di fondo di rimanere nell'euro, e quindi dimostra la volontà di proseguire nelle politiche di austerità di bilancio, a patto che vengano controbilanciate da una maggiore equità nella distribuzione sociale dei sacrifici, da qualche misura sulla crescita dal lato della competitività (da negoziare, nelle misura più significative, in sede europea, quindi passando per le forche caudine della rigidità della Germania) e da maggiori garanzie legislative sulla tenuta del sistema finanziario in caso di future crisi (in particolare, la separazione fra attività di credito ed attività di investimento delle banche e la creazione di una agenzia pubblica di rating europea, misure che peraltro ben difficilmente potranno prevenire, di per sè, future crisi finanziarie).

Ma quasi un elettore su cinque, generalmente nel proletariato e sottoproletariato urbano più colpito dalla crisi, ma anche in alcune frange piccolo-borghesi (in particolare fra i contadini, altra categoria sociale particolarmente colpita dalla crisi, data la fortissima fase di difficoltà che tale comparto sta attraversando) esprime, tramite il voto al FN della figlia di Le Pen, un rifiuto radicale del modello liberista su cui si fonda la costruzione europea, rifiuto radicale che purtroppo viene intercettato da un partito di estrema destra, che offre facili alibi nel razzismo (quindi nell'offerta di un facile capro espiatorio nell'immigrato che, secondo la propaganda del FN, peserebbe sul bilancio pubblico e ruberebbe il lavoro) ad un proletariato privato di coscienza di classe da decenni di ripiegamento ideologico imposto dal pensiero unico post-muro di Berlino, ed una falsa tranquillizzazione in termini di sicurezza e giustizialisti (il programma della Le Pen parla anche di reintroduzione della pena di morte) ad una piccola borghesia terrorizzata dalla perdita di sicurezze economiche causata dalla crisi (anche se il tradizionale nazionalismo che caratterizza la cultura francese favorisce un partito come il FN, così come anche l'entità, e le specificità di isolamento, anche fisico, nelle banlieues delle città, dell'immigrazione, nonché i conflitti di identità fra immigrati di prima e seconda o terza generazione, rendono molto complessa la gestione del dossier immigrazione in Francia, favorendo il successo, nei segmenti di opinione pubblica a maggior livello di esposizione al rischio di emarginazione sociale, dei messaggi razzisti, e quindi drasticamente semplificatòri, proposti dal FN ).

Il FG di Mélenchon riesce ad intercettare e mantenere a sinistra circa l'11% del rifiuto radicale al modello economico e sociale dominante, riorientandolo chiaramente verso la richiesta di un paradigma diverso dal capitalismo (controllo stringente sull'attività bancaria, eliminazione del precariato, riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, introduzione di un salario minimo e di un tetto salariale massimo, stimolo all'imprenditoria cooperativa anche in settori altamente competitivi, ripubblicizzazione dei servizi essenziali, ecc. sono chiaramente richieste che prefigurano un modello socialista, sia pur introdotto in modo pacifico e senza rivoluzioni).

Nelle condizioni di arretramento della coscienza di classe che affliggono tutta l'Europa, il risultato elettorale di Mélenchon è senz'altro da considerarsi molto positivo, e contribuisce, nonostante la forte crescita del FN (che consolida il suo primato di più forte partito di estrema destra d'Europa) alla riduzione del risultato elettorale delle destre e dei partiti moderati (come quello di Bayrou) rispetto alle ultime elezioni presidenziali (le uniche realmente comparabili): oggi, le destre ed i movimenti centristi come il partito di Bayrou totalizzano il 54-55% dei voti.

Alle presidenziali del 2007, tale quota aveva superato il 62%. Il risultato del FG è tanto più importante quanto più segnala la crescita di tale partito, che (anche se il paragone con altre elezioni non è del tutto corretto) alle europee del 2009 aveva ottenuto il 6,5%.
Tuttavia, la sensazione netta, al di là dei sondaggi che danno Hollande vincitore al ballottaggio, e nonostante la tradizione secondo cui il vincitore del primo turno ha sempre vinto anche il secondo, è che i giochi siano ancora aperti.

Nessuno è realmente in grado di stimare l'astensionismo fra gli elettori del FN al ballottaggio, anche perché la Le Pen appare molto determinata a chiudere un accordo con Sarkozy, ed il suo appello serale all'unità degli elettori del FN sotto la sua guida ha il preciso scopo di ridurre l'astensionismo in caso di accordo con il presidente uscente. Inoltre, Sarkozy può giocare di sponda sia con quote di elettorato del FN (promettendo una svolta poliziesca e xenofoba più radicale) sia con quote dell'elettorato di Bayrou (che ha pur sempre ottenuto l'8-9%) accogliendo alcune proposte di tipo economico del MoDem, che vanno in direzione di maggiore austerità.

Viceversa, Hollande ha come unico interlocutore il FG, poiché, come dimostrano le presidenziali del 2007, il MoDem di Bayrou, con il suo atteggiamento di neutralità, spinge i suoi elettori ad astenersi al secondo turno, o a votare in quote più o meno uguali fra il candidato di destra e quello di sinistra (a meno che, come detto, Sarkozy non riesca a spostare una maggiore fetta di elettorato di Bayrou sposandone le proposte economiche, che sono allineate alle sue, ed inducendo l'elettorato centrista di tale partito a votare per lui, agitando lo spauracchio dell'influenza dei "comunisti" del FG su Hollande).

Da questo punto di vista la dichiarazione emotiva di Mélenchon "appoggerò Hollande senza chiedergli niente in cambio", evidentemente indotta dall'inatteso risultato del FN di Le Pen, appare come un grave errore politico. Difficilmente gli elettori del FG decideranno di votare in massa per Hollande al secondo turno, se egli non accoglierà alcune richieste del programma di Mélenchon, ben più radicale di quello dell'esponente socialista. Mélenchon deve lottare per indurre Hollande ad accettare alcune proposte del FG, perché altrimenti consegnerà la Francia ad un nuovo mandato di Sarkozy, che stavolta nascerebbe sotto l'astro nero dei fascisti del FN e sotto l'astro ancor più cupo della Bundesbank e del monetarismo più selvaggio che il capitalismo in crisi ha messo in atto nei confronti dell'Europa intera. Ed anche l'Italia si gioca, in queste elezioni, una fetta del suo prossimo futuro.

In conclusione, il risultato più scioccante di queste elezioni, ovvero l’avanzata dell’estrema destra, non solo conferma un dato sociologico già noto, ovvero la conquista di crescenti quote di voto di operai e disoccupati, indotta dal declino della coscienza di classe, ma anche dal moderatismo di un PSF che, dopo il progetto-bandiera sulle 35 ore di Jospin, ha progressivamente adottato (già dallo stesso governo-Jospin) politiche economiche e sociali sostanzialmente simili alla destra nell’impostazione generale, corrette da qualche compensazione sociale e distributiva, ma evidenzia anche la penetrazione crescente fra i colletti bianchi, ovvero fra quel cosiddetto “ceto medio”, definito dalla sociologia borghese, di impiegati del terziario, su cui si basa sempre di più il consenso elettorale del PSF. Non è infatti un caso se non vi è alcun avanzamento significativo dei consensi per tale partito, che passano dal 26% dato alla Royal durante le presidenziali del 2007 all’attuale 28-29%.

Evidentemente manca una riflessione sui danni di un riformismo troppo moderato, che non rimette in discussione realmente il modello di capitalismo finanziarizzato che abbiamo davanti, limitandosi a qualche piccola compensazione sociale, a qualche incentivo alle PMI ed a qualche proposta normativa di contrasto alla speculazione finanziaria, peraltro inefficace a fermare l’avanzata del capitalismo finanziario, che, essendo globalizzata per definizione, è poco sensibile alle normative nazionali (e non ha nessuna speranza di poter essere normata a livello europeo, stante l’ostilità delle due principali piazze finanziarie del nostro continente, ovvero Londra e Zurigo, ad esempio ad una tassazione sulle transazioni finanziarie) e, agendo perlopiù “over the counter_”, ovvero in mercati deregolamentati ed opachi, non offre nemmeno la base informativa minima per una regolamentazione efficace.
Il riformismo, più o meno moderato, perde quindi consensi anche fra quel ceto di impiegati, privato “ab origine” di coscienza di classe dalle modalità organizzative stesse del lavoro terziario e dalla crescente precarizzazione dei rapporti sociali di produzione, che i cantori improvvisati e sciocchi del modernismo ritenevano potesse essere la base sociale di riferimento della sinistra del futuro, abbandonando il voto operaio e quello dei diseredati e degli emarginati del capitalismo, al punto da teorizzare ipotetiche “società senza classi” che esistono solo sul pianeta Mercurio.
Una sinistra modellata sulle lezioni di questi cattivi maestri dimostra di non saper avanzare, perché non ha colto il nesso che esiste fra le rivendicazioni sociali dell’operaio, del disoccupato, dell’impiegato pubblico e del lavoratore precarizzato del call center. Rinuncia ad una analisi di classe perché si illude che lo stesso concetto di classe stia annegando in un coacervo indistinto di “ceti medi”. E quindi propone una ricetta non dissimile da quella liberale nella sua base, edulcorata con un po’ di redistribuzione e di difesa del ruolo del soggetto pubblico.
Una ricetta interclassista che non basta, e che rischia di portarci verso una deriva di destra molto pericolosa. Persino il programma elettorale di Hollande, che è più attento alle questioni sociali della media degli ultimi anni del suo partito (e che rispetto al nostro PD appare quasi “radicale) non basta, soprattutto perché si appoggia su un partito che deve oggettivamente ricostruire un rapporto di maggiore prossimità con i ceti popolari più deboli ed esposti alla crisi.

E’ tempo che la sinistra, a livello mondiale, rifletta sulla necessità di offrire, sia pur per vie democratiche e pacifiche, un modello di riferimento diverso, se non vuole che tale modello venga offerto dalla destra xenofoba.


23 aprile 2012

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/





venerdì 4 maggio 2012

PRESIDENZIALI DI FRANCIA. QUALE LEZIONE PER L'EUROPA? di Lorenzo Battisti



PRESIDENZIALI DI FRANCIA.
QUALE LEZIONE PER L'EUROPA?
di Lorenzo Battisti

1. Le elezioni presidenziali francesi sono competizioni estremamente personalistiche. Conta molto il candidato, come si presenta e l’esposizione mediatica che ottiene. Così ha voluto de Gaulle quando scrisse la costituzione della Quinta Repubblica, soprattutto per contenere i comunisti. Per queste ragioni sarebbe sbagliato trarre dal primo turno delle presidenziali un giudizio compiuto sulle tendenze di fondo in atto nella società. Questo passaggio elettorale ha, semmai, impresso una istantanea e per poter leggere una dinamica di fondo è importante guardare a quanto avverrà dopo tutti i passaggi elettorali. Questa stagione, cominciata domenica con il primo turno delle presidenziali, si concluderà a giugno quando saranno eletti i deputati dell’assemblea nazionale (lo scorso autunno si sono tenute le senatoriali).
Tuttavia, alcune considerazioni posso essere tratte già da questo primo appuntamento elettorale e, come vedremo, non riguardano sono i destini della Francia.

2. Il primo dato molto importante da analizzare è stato il forte calo dell’astensione, scesa al 19,59%: il più basso da molti anni. Questo dato (come altri, che analizzeremo in seguito) ha colto di sorpresa tanto i sondaggisti quanto i commentatori, i quali si aspettavano un aumento dell’astensione, anche se lieve, rispetto alle passate presidenziali. Ciò mostra che molti francesi hanno compreso come queste elezioni avessero grande importanza per determinare i destini della Francia e dell’Europa nei prossimi anni. E ciò è stato possibile non solo perché i due candidati ora al ballottaggio (Sarkozy ed Hollande) hanno fatto il pieno dei propri voti, ma perché tanto il Front National, quanto il Front de Gauche, hanno dinamizzato la competizione elettorale, superando di misura i propri precedenti risultati e portando al voto fasce di potenziale astensione.

Il secondo dato importante è che, per la prima volta da molti anni, il candidato socialista è in testa al primo turno. Anche questo è un segnale molto forte che i francesi hanno voluto inviare e che fa il paio con il risultato di grande avanzata avuto dal Front de Gauche, che riunisce i comunisti del PCF ed i socialisti di sinistra del partito di Melenchon. A questo dato si aggiunge un trend generale che vede la sinistra francese aumentare il proprio consenso nel paese, pur rimanendo ancora minoranza: i candidati si sinistra passano dai circa 13'250'000 voti del 2007 (il 36% dei votanti) ai circa 15'700’00 di oggi (il 43% dei votanti, in presenza di un calo dell’astensione).

3. Sarkozy (che ha ottenuto il 27,06%), davanti alle difficoltà della crisi attuale, aveva cercato di far dimenticare i suoi anni di mal-governo (caratterizzati da tagli allo stato sociale e alle pensioni, dalla precarizzazione, dalla militarizzazione delle periferie, dalle politiche contro i sans papier) e presentarsi come il padre responsabile che chiede alla nazione i sacrifici necessari a preservarne la grandezza. Aveva anche cercato di mostrare una propria leadership a livello internazionale sottoscrivendo il fiscal compact e inaugurando la campagna elettorale facendo comizi con la Merkel. Una strategia che si è mostrata assolutamente controproducente. Ha quindi cambiato registro, ripercorrendo i passi delle elezioni del 2007: attrarre i voti del Fronte Nazionale, agitando le parole d’ordine classiche di questo partito, dalla paura per gli immigrati alla criminalità. I fatti di Tolosa sembravano essergli corsi in aiuto.

4. Hollande, il candidato del Partito Socialista emerso dalle primarie dopo l’affaire Strauss-Kahn, ha cercato di presentarsi come il nuovo Mitterand, l’unico presidente socialista del dopoguerra francese. Le sue posizioni, al netto della propaganda elettorale, sono state sempre molto ambigue ed oscillanti. Sull’Europa, per esempio, ha prima dichiarato di voler ridiscutere il fiscal compact, salvo poi precisare che avrebbe solo proposto un’aggiunta per la crescita europea. Solo a fine campagna (e sotto la pressione che veniva da sinistra) ha affermato che avrebbe chiesto una riscrittura dell’accordo. Si è detto contrario al pareggio in bilancio ma in favore di un pareggio nell’arco dei 5 anni. Ha attaccato la finanza che specula sul debito della Francia, ma ha poi dichiarato alla City di Londra di essere “not dangerous”. Nonostante queste oscillazioni, sembra chiara la sua strategia di voler puntare sui ceti medi colpiti dalla crisi ed il tentativo di sedurre “gli esclusi”: gli abitanti delle periferie, spesso immigrati di seconda o terza generazione, che sono stati dimenticati dalla République. Il risultato del primo turno è il 28,63%.



5. Il dato che ha stupito maggiormente è quello del Fronte Nazionale di Marine Le Pen (è dedicata a lei la prima pagina di Le Monde del lunedì), figlia del fondatore del movimento, eletta segretaria nel 2011 dopo un duro congresso interno. Il risultato che è riuscita a raccogliere (18,03%) non è solo più alto di quello del padre del 2007, ma risulta più alto sia relativamente che in termini di voti assoluti a quello del 2002, l’anno in cui il FN andò al ballottaggio con Chirac. Questo è stato possibile grazie ad una operazione di de-diabolisation (sdoganamento, letteralmente de-demonizzazione): il tentativo di rompere l’accerchiamento del FN ed il cordone sanitario che lo circonda e ne ha impedito, fin’ora la crescita oltre i limiti dei nostalgici della Repubblica di Vichy e della parte più reazionaria delle società francese. Ha utilizzato molte delle parole della sinistra, come la laicità o la libertà per le donne, ma usandole come clava contro l’attuale società multiculturale francese. Ha proposto l’uscita dall’euro e la ricostruzione delle dogane (ma solo verso alcuni paesi, come la Cina). Si è presentata come la candidata del popolo, contro le elite politiche, sindacali e finanziarie che stanno portando la Francia al disastro. L’ottimo risultato elettorale è solo il primo passo della sua strategia che è quella di ridisegnare la politica francese, cercando di provocare l’esplosione del partito di Sarkozy per candidarsi a rappresentante unica della destra francese (e per questo, presumibilmente, non dirotterà i voti su Sarkozy al secondo turno). In questo è stata guidata da molti gaullisti delusi da Sarkozy, da alti enarchi (gli allievi dell’Ena, l’alta scuola della pubblica amministrazione e fucina di primi ministri e presidenti) e funzionari pubblici che l’hanno consigliata sulle scelte da compiere. Il problema che ha ora il FN è cercare di eleggere dei deputati alle legislative e di entrare così nel parlamento francese. Per poter far questo ha bisogno che la crisi della destra gaullista si approfondisca e continui la forte esposizione mediatica tanto sulla stampa di destra che quella di sinistra.

6. Bayrou, il candidato centrista, ottiene un risultato piuttosto basso (il 9,10%), ma pur sempre maggiore rispetto ai pronostici. La sua politica di indipendenza sia dai socialisti che dalla destra sembra non pagare e viene comunque penalizzato da un sistema fortemente bipolare. Sarà importante in ogni caso vedere come il suo elettorato si distribuirà al secondo turno (non ha ancora dato indicazioni di voto e ha detto che si pronuncerà solo dopo aver parlato con i due candidati restanti). I Verdi, che fino a un anno fa raccoglievano più del 15%, non sono andati oltre il 2,5%. Un calo così massiccio si può spiegare forse con la scelta di una candidata, Eva Joly, poco mediatica (a causa del suo forte accento norvegese) e un po’ impacciata. Questo potrà creare diversi problemi al suo partito (nato dall’unione di diversi partiti e movimenti verdi e ambientalisti e caratterizzato da forti divisioni interne), soprattutto verso i socialisti, con i quali avevano contrattato (dall’alto del risultato dell’anno passato), un accordo per le legislative che avrebbe garantito loro una buona rappresentanza elettorale. Ma ora, davanti alla disfatta, che succederà?

Lo stesso si può dire per i due candidati di “estrema sinistra”, i trotskisti Poutou dell’NPA (Nuovo Partito Anticapitalista, 1,2%) e Arthaud di Lutte Ouvrière (Lotta Operaia, 0,5%). In particolare colpisce il forte ridimensionamento del NPA rispetto a 5 anni fa. Senza la forte presenza sui media, l’NPA ne esce fortemente ridimensionato. Un risultato che dovrebbe far riflettere i tanti opinionisti di casa nostra che invitavano i comunisti a seguirne l’esempio (l’innovazione politico culturale, il partito che si faceva movimento, la centralità dell’anticapitalismo e l’abbandono della falce e martello,…) e davano per spacciati i partiti comunisti “tradizionali”. Questo risultato manda in frantumi il progetto, nato dall’unione della Ligue Communiste Révolutionnaire e da vari comitati antiliberisti ed anticapitalisti che già vedono, ogni anno, una parte dei già pochi militanti uscire dal partito. In queste presidenziali poi, alcuni dirigenti hanno invitato a votare per il candidato del FdG, forse con l’idea di entrarvi successivamente al periodo elettorale.

7. Una novità interessante della campagna elettorale è stato il risultato del Front de Gauche (FdG). Il FdG è composto dal PCF, dal partito di Melenchon (Parti de Gauche, la scissione dell’ala sinistra del Partito Socialista) e da un piccolo movimento trotskysta uscito dal NPA.

Non era difficile migliorare rispetto alle scorse presidenziali (dove la candidata del PCF prese l’1,93%), ma all’inizio della campagna nessuno si aspettava di andare oltre il 10%. Nelle ultime settimane i sondaggi davano il FdG addirittura attorno al 16% e molti dirigenti si erano posti l’obiettivo di arrivare al terzo posto, davanti al FN. Questo risultato è stato sicuramente contenuto dalla paura di un FN al secondo turno (agitata soprattutto dal giornale di centro sinistra, Liberation) e dall’appello di Hollande ai francesi per essere davanti a Sarkozy al primo turno.

Mélenchon (che ha ottenuto l’11,4%) è un politico di vecchio stampo ed ha una grande capacità comunicativa, soprattutto negli incontri pubblici, dove si è esibito in lunghi discorsi al contempo retorici e completi, da vero tribuno. Si è presentato come il candidato più vicino alle lotte degli ultimi anni, a partire dalle grandi mobilitazioni contro la riforma delle pensioni e gli attacchi alla scuola. Poi è diventato il candidato anti-FN: in un dibattito televisivo è riuscito a mettere nell’angolo la candidata del FN (pure lei un’abile comunicatrice) e ad obbligarla a rinchiudersi nel rifiuto di rispondere. In generale é riuscito a mobilitare molta parte dell’elettorato che si era astenuto nelle passate elezioni, soprattutto tra i giovani e nelle banlieues. Le sue proposte fortemente sociali (l’aumento del salario minimo a 1700 euro, il ritorno alla pensione a 60 anni, la riassunzione di 60mila insegnanti nella scuola, soprattutto di periferia) hanno avuto il merito di avvicinare quei settori di Francia che fanno fatica per colpa della crisi: giovani che scoprono una sempre maggiore precarietà, disoccupati, operai in lotta.

E dietro di lui ha funzionato l’apparato militante del PCF. La campagna infatti non è stata solamente costruita sulla comunicazione ma è diventata una vera e propria mobilitazione di tantissime persone che non facevano politica da anni (vecchi elettori, in gran parte in sonno, del PCF, settori del sindacato –non solo CGT-). Il programma del FdG (presentato a settembre dell’anno scorso) è risultato per mesi il libro più venduto in Francia. Le piazze si sono riempite come non mai, in tutto il Paese, imponendo agli altri candidati (che disponevano di fondi e mezzi ben superiori) delle sfide non piccole: più di 100mila persone si sono ritrovate alla Bastiglia a Marzo, riempiendola di bandiere rosse del PCF e del FdG, decine di migliaia hanno riempito la piazza di Tolosa e quella di Marsiglia, obbligando i socialisti e la destra a rincorrere questi successi. Ed inoltre alle piccole riunioni di quartiere partecipano decine di persone e le iscrizioni al PCF sono in forte aumento.

Già dalla sera elettorale Mélenchon ha annunciato il sostegno a Hollande.

Se quindi nella dinamica elettorale come FdG il PCF ha saputo rivitalizzarsi e diventare il fulcro che ha reso possibile questo risultato, ha anche posto le condizioni per una più esplicita discussione, da anni strisciante, su cosa avverrà in futuro. Non si può nascondere infatti che ci siano forti pressioni per trasformare il FdG in un soggetto politico. Lo stesso Mélenchon ha già chiesto un incontro dei partiti che ne fanno parte per continuare l’esperienza. L’impressione è che la maggior parte dei militanti del PCF non siano disposti a sciogliere il proprio partito in favore di un nuovo quanto indefinito progetto: la quasi totalità pensa che la situazione migliore sia quella attuale, con una coalizione di partiti che però continuano ad esistere. Ma non c’è dubbio che questa discussione riapra il dibattito degli ultimi anni sulla mutation del PCF e si intreccerà anche sulla discussione su una possibile o meno partecipazione dei comunisti ad un eventuale governo delle sinistre. Il PCF, c’è da dire, ci ha già provato in passato, con i risultati che tutti ricordiamo, a riprova che non esistono le condizioni, in questa parte del mondo ed in questa fase storica, per una partecipazione dei comunisti in un governo dell’Ue. Men che meno in una fase di austerity come questa.
Su tutto questo processo avrà grande influenza il risultato delle legislative e lo stesso congresso del PCF che si terrà l’anno prossimo e che dovrà discutere anche di questo.

8. Ora si dovrà quindi attendere il secondo turno. Il risultato è chiaramente molto indeterminato. Nei sondaggi appare fortemente prevalente il candidato socialista sebbene, come abbiamo visto, la maggioranza dei francesi sia ancora a destra. Molto si giocherà nei prossimi giorni e in particolare il primo maggio, quando sono annunciate tre grandi manifestazioni a Parigi: quella dei sindacati, che si annuncia molto grande nella partecipazione; quella di Sarkozy che vuole invece riunire i ‘’veri lavoratori’’; infine quella di Marine Le Pen per ricordare Giovanna d’Arco, nella quale probabilmente inviterà i suoi elettori a non votare per Sarkozy. In questo caso Sarkozy sarebbe costretto a rincorrere ancora di più i temi e gli elettori del FN, con il rischio di perdere il voto più moderato e gaullista. Hollande al contrario parte con il sostegno di tutta la sinistra.

9. Abbiamo detto in premessa che delle conclusioni ed analisi a questo processo saranno possibili sono a tornata elettorale conclusiva. Tuttavia appare evidente come il risultato delle prossime elezioni francesi potrà influenzare profondamente la politica dell’Unione. Una vittoria di Sarkozy significherebbe un rafforzamento dell’Europa attuale, quella del cosiddetto Merkozy, dell’austerità e del pareggio di bilancio. Per questo la Merkel si è affrettata a dichiarare il suo sostegno al sodale dell’Eliseo che l’ha spalleggiata in tutta questa fase (anche se non sappiamo, francamente, se ciò aiuti effettivamente Sarkozy). Una vittoria socialista, pur nelle ambiguità e nelle reticenze di Hollande, sembra in grado di poter aprire alla possibilità di un’uscita dalla crisi differente, soprattutto per le classi popolari. Questa almeno l’analisi dei giornali. Ci sia allora per lo meno consentito dire che, in primo luogo, sebbene i pronostici positivi della vigilia il risultato non è ancora scontato e poi, bisogna vedere quali politiche concretamente metterà in campo Hollande per invertire la rotta dell’Ue.
I militanti del FdG, e noi con loro, sono molto scettici al riguardo. Per queste ragioni, tanto in Francia come nel resto d’Europa, non sarà sufficiente il risultato elettorale in sé: per contrastare gli attacchi della finanza internazionale e del capitale nazionale saranno necessari la mobilitazione dei lavoratori e dei sindacati, così come quella dei partiti del movimento operaio .

E questo vale anche per il nostro Paese. Augurarsi che Hollande inverta rotta e riposizioni la Francia su una linea di contrasto alle politiche della BCE e del (fin qui) direttorio franco-tedesco non basta. Né basterà a cambiare l’orientamento del PD, firmatario del manifesto sulla Rinascita dell’Europa a Parigi e convinto sostenitore del Governo Monti (che del “Merkozy” è espressione) a Roma. Serve un salto di qualità nella ricerca di una unità politica delle forze di sinistra, nella costruzione di un programma alternativo alle ricette di Monti-Fornero, alla costruzione delle necessarie alleanze politiche e sociali e nella crescita della lotta e della mobilitazione. Da questo punto di vista la manifestazione della Federazione della Sinistra del 12 maggio assume una rilevanza straordinaria. Non sprechiamone l’occasione.


28 aprile 2012
dal sito http://www.marx21.it/



martedì 1 maggio 2012

LA FRANCIA E LE SCELTE DELL'ANTICAPITALISMO




LA FRANCIA E LE SCELTE DELL'ANTICAPITALISMO


Mentre la Francia si prepara al secondo turno con François Hollande nella veste del candidato "presidenziale", Sarkozy in quella dell'inseguitore e con sullo sfondo il grande successo di Marine Le Pen, a sinistra si discute del futuro. La chiave del dibattito sta nel Front de Gauche che con il suo 11 per cento ha conquistato un ruolo centrale. Ma la formazione di Mélenchon deve fare i conti con la delusione che quel risultato ha prodotto e con la necessità di mettere a punto una strategia chiara in relazione al Partito socialista. Una discussione importante riguarda anche l'Npa, forte del 4% per cento nelle elezioni del 2007 e che esce indebolito da queste presidenziali. Il partito di Alain Krivine e Olivier Besancenot ha subito già delle perdite e una forte sua componente, la Gauche Anticapitaliste, annuncia di essere pronta ad andarsene nel Front de Gauche. La discussione riguarda ora quale strategia impostare per il futuro in relazione al nuovo quadro della sinistra. Qui di seguito, la dichiarazione, fatta a caldo, da Philippe Poutou, la sera dello scrutinio e un intervento critico verso la direzione del partito.



Dichiarazione post-elettorale di Philippe Poutou, candidato Npa

Grazie a quelle e quelli che mi hanno votato perché insieme abbiamo fatto un buon risultato in questa campagna, al di là della nostra percentuale, fare esistere delle risposte anticapitaliste: divieto dei licenziamenti, aumento dei salari di 300 euro, annullamento del debito, un'altra ripartizione delle ricchezze e la fuoriuscita dal nucleare in dieci anni.
In questa campagna, abbiamo cercato di mostrare l'assoluta necessità che i/le salariati/e e la popolazione contino sulle loro proprie forze per combattere i danni del capitalismo.

Nicolas Sarkozy ha portato avanti per cinque anni una politica per i suoi amici più ricchi, una politica antisociale, xenofoba e razzista. Il fatto che sia respinto al primo turno dalla grande maggioranza della popolazione è certamente un formidabile incoraggiamento. Il fatto, però, che l'estrema destra con Marine Le Pen, faccia un risultato così elevato è una cattiva notizia. Il suo partito, e lei stessa, non rappresentano in nulla gli interessi delle classi popolari. Si tratta di un pericolo mortale contro il quale occorrerà continuare a lottare.

Di fronte a questa destra dura, il Partito socialista e il suo candidato non costituiscono una risposta. Il progetto del Ps si inscrive nelle grandi linee delle scelte dell'Unione europea e dei socialisti europei. E annuncia già politiche di rigore tramite una "austerità di sinistra".

Da cinque anni l'Npa combatte la politica di Sarkozy e del suo governo nelle piazze così come nelle urne. E' in questo senso che l'Npa invita a manifestare il 1 maggio in tutte le città di Francia per sostenere le misure di emergenza sociale che abbiamo difeso in questa campagna, contro la politica di Sarkozy e il pericolo rappresentato dall'estrema destra di Marine Le Pen.
Il 6 maggio, sulla scia della campagna che abbiamo condotto sin qui, saremo a fianco di quelle e quelli che vogliono impedire a Nicolas Sarkozy di fare un secondo mandato. Lo diciamo chiaramente, bisogna cacciare Sarkozy e la sua banda votando contro di lui. Ma questo non significa concedere il minimo sostegno alla politica di François Hollande.
Ci appelliamo a coloro che si sono riconosciuti nella nostra campagna a prendere contatto con noi, a riunirsi per far vivere insieme una forza anticapitalista indipendente. Nella lotta contro l'austerità di destra come di sinistra, ci rivolgiamo al Front de Gauche, a Lutte ouvrière, ai/alle militanti sindacali e ancora oltre a coloro che si sono ritrovati in queste campagne, per prepararsi da subito alla controffensiva di cui ha bisogno il mondo del lavoro.

Philippe Poutou





Il risultato di Poutou e l'avvenire dell'anticapitalismo
di Samy Johsua


Lo shock del risultato di Le Pen non deve impedire di concentrarsi sugli altri dati delle elezioni. Per esempio sul risultato del Npa. Alla fine, Philippe Poutou ha realizzato un risultato mediatico e guadagnato una larga simpatia, grazie anche al miglioramento delle sue prestazioni. I meeting si son riempiti. Tanto meglio! Questo permette fortunatamente di tirare un bilancio che metta da parte il giudizio sulla persona per discutere più seriamente della linea sostenuta. E del suo risultato.

Mentre Besancenot otteneva, nel 2007, 1,5 milioni di voti e il 45 per cento di quelli a sinistra del Ps (in un contesto in cui il ricordo del 2002 era ancora molto vivo), Poutou ottiene appena più di un quarto di quei voti e il 9 per cento del totale. E questo nonostante la spinta del voto utile, in relazione al 2002, sia nettamente tornata indietro e il totale dei voti della sinistra sia aumentato rispetto al 2007. Non c'era nulla di inevitabile in una caduta di tale ampiezza, che è il risultato di una serie di scelte politiche sfortunate prima, durante e dopo la sua designazione.

C'è stato un grave errore di analisi sulla posta in gioco di queste elezioni.
Il messaggio al centro della campagna Npa, "il candidato operaio", colui che "è come noi", può fare guadagnare della simpatia, ma questo profilo è incapace di fondare una politica. Soprattutto quando tutti potevano percepire attorno l'avanzata catastrofica del FN. Lo stesso candidato spiegava di non capire bene cosa ci facesse in questa elezione. Mentre sarebbe stato necessario fare appello a un governo di lotta, il mio compagno Poutou spingeva la gente nell'impotenza annunciando che, in caso di elezione, "si sarebbe auto-dissolto".

La sinistra rivoluzionaria esce profondamente indebolita dall'elezione, l'Npa in particolare. Sul piano elettorale, si torna indietro al 1981 (2,3 per cento di Arlette Laguiller - più volte candidata presidenziale di Lutte ouvrière, ndt), mentre la crisi del capitalismo esplode. La campagna del Npa è stata volontariamente spostata. Ma totalmente in controtempo rispetto alle esigenze della situazione. Attirando interesse ma con un'influenza politica inevitabilmente ridotta. Mentre il timore della crisi paralizza le coscienze, gli odii esplodono trasformando la collera e ovunque si è alla ricerca di un'uscita credibile e coerente, l'idea che la preoccupazione principale sia il rigetto dei "politici di professione" non tocca l'essenziale, anche se ha una legittimità. La questione non è più chi parla (se lo è stata mai fino a questo punto) ma ciò che dice. Alla fine, l'anticapitalismo ridotto a "casting" (chi parla?) non aveva più ragione di essere, e ha logicamente perduto il sostegno dei quadri del movimento sociale, i soli a poter rispondere ai compiti che non mancheranno nel prossimo periodo.

Mélenchon fa meglio di quanto gli era pronosticato in autunno. Ma, evidentemente, meno bene di ciò che sperava il Front de Gauche. In fondo, la somma delle percentuali della sinistra radicale non supera il suo livello del 2002, ripartite differentemente, va da sé. Una delusione e una nuova prova che non è così facile superare sul solo piano elettorale le sconfitte del movimento sociale. Resta che Mélenchon ha aperto delle brecce con un antiliberismo radicale, ha tentato di dare una risposta alla volontà di unità contro il social-liberismo e ha condotto una campagna con una dinamica di massa importante.

Questo non deve però offuscare i disaccordi che possono contare nel futuro, in una prospettiva anticapitalista. L'onnipresente riferimento a "La Republique" nella storia del paese è ambiguo, e non a caso è rivendicato sia da Sarkozy che da altri. In Mélenchon c'è un riferimento al 1793 e alla Comune di Parigi. Ma anche un ossequio "alla presenza della Francia" in tutti i continenti (cioè le ultime colonie), alla politica degli Stati modello gollista, a un'alleanza diretta con quelle belle democrazie che sono la Cina e la Russia, la vendita senza scrupoli di armi "francesi", il mantenimento della dissuasione nucleare, le ripetute tentazioni del protezionismo.

Questo non toglie nulla all'ampia sintonia esistente tra gli assi dell'anticapitalismo e il programma del FG. E' stato infatti attaccato a palle incatenate dai liberisti arroganti, seduti sulle proprie certezze. Resta comunque insufficiente, su certi punti, per contrastare nemici la cui potenza non può essere sottostimata. Ad esempio, si porrà la questione di una moratoria immediata del rimborso del debito, se non si vuole rimaner asfissiati come il popolo greco, e quindi la questione della completa appropriazione sociale degli strumenti finanziari.
In particolare, la grande assente della campagna del FG - interamente basata su "la rivoluzione con le urne" - è stata la forza autonoma del movimento sociale (e dei movimenti sociali nella loro diversità). Del resto, è difficile fare risultati elettorali senza il motore della mobilitazione puramente sociale. Mélenchon annuncia, giustamente, la necessità della resistenza ai mercati che non mancheranno di attaccare anche le fragili velleità di Hollande, se sarà eletto. Ma come fare, una volta passate le elezioni, se non è innanzitutto nella mobilitazione di piazza e nel conflitto sociale portato fino alle sue conseguenze logiche, al di là delle solite tergiversazioni del vertice? La questione sarà al centro dei prossimi dibattiti e, necessariamente, andrà oltre il campo degli anticapitalisti.

E ora?

Occorre ancora sbarazzarsi di Sarkozy battendolo il più largamente possibile con un voto per Hollande. Poniamoci con risolutezza nella prospettiva ottimista, quella della sconfitta indispensabile del presidente uscente.

Un punto fondamentale è che al di là del risultato, forse deludente nel finale per il FG, la campagna di Mélenchon ha dato forza alla volontà che una "vera sinistra" si ricomponga. E la massa di persone che hanno affollato i meeting si aspetta che questa speranza abbia un seguito. Anche se vediamo bene le difficoltà che si presentano.
Da 15 anni gli anticapitalisti ribadiscono la propria disponibilità per una tale unità a condizione che non sia svenduta a una nuova alleanza dominata dal Partito socialista. Punto nuovo, e molto positivo, sia il Parti de Gauche (il partito di Mélenchon che, con il Pcf e altri minori, forma il FG, ndt.) che, soprattutto, il Pcf, dicono di aver preso coscienza del pericolo corso ad accodarsi a una nuova "gauche plurielle" e che il programma di Hollande e quello degli antiliberisti non sono compatibili.
Ovviamente, occorre prudenza, talmente siamo stati abituati a scoprire che la verità di oggi non è quella di domani!
Le sirene di una nuova unione della sinistra non hanno perduto la loro forza di seduzione, soprattutto nella prospettiva delle legislative che saranno ben più difficili. Se tutto ciò si traduce in un'alleanza con il Ps, sono ovviamente le stesse promesse antiliberiste a essere duramente condannate. Ma se la scelta della separazione viene confermata (e se non è modificata in seguito, ad esempio con un voto di fiducia all'Assemblea anche se il Ps avrà una maggioranza assoluta) allora è chiaro che la ragione principale che impedisce un avvicinamento più duraturo sarà eliminata.

La scelta degli anticapitalisti deve essere quella di mettersi nelle condizioni di partecipare ai blocchi sociali e politici con forze e settori che rigetteranno la politica di Hollande se vincerà le elezioni. Se si elimina la precondizione delle relazioni di governo con il Ps, lo spazio di una simile ricomposizione sarà quello di un dibattito fondamentalmente con il FG.
Questo non deve restare un cartello di vertice, strettamente controllato dall'alto, com'è il caso attuale. Deve invece prevedere una strutturazione più stabile alla base che va di pari passo con la possibilità di adesioni dirette da parte di strutture di base in istanze locali e nazionali.
E' interesse di tutti che si affermi un'alternativa ecosocialista e anticapitalista.
E se è giusto combinare la battaglia dentro le istituzioni esistenti con la sperimentazione sociale di trasformazione e le mobilitazioni extra-parlamentari, queste ultime rimangono un quadro prioritario per dare la possibilità che "l'emancipazione dei lavoratori sia opera dei lavoratori stessi", in uno scontro inevitabile con un nemico che concentra il potere economico, politico, ideologico, repressivo.

L'Npa è davanti a una scelta vitale affinché l'influenza della sinistra rivoluzionaria (che non si limita fortunatamente al solo risultato di Poutou o Artaud) non sia ancora più debole e definitivamente sterilizzato. In occasione della sua prossima conferenza nazionale (convocata il 7 e 8 luglio) occorre prendere un'altra strada. Mentre la minaccia di Le Pen diviene ancora più pressante, la condizione posta dallo stesso Npa per un "rassemblement" può probabilmente realizzarsi. Senza certezze, è vero. Ma se si conferma, l'Npa deve assolutamente uscire dall'isolamento in cui si è confinato mentre avanza l'estrema destra. Proseguendo il suo progetto fondatore, bisognerà lavorare allo stesso tempo per costruire una nuova formazione con tutti gli anticapitalisti, purtroppo di nuovo dispersi. Una maledizione di cui bisognerà sbarazzarsi. Una nuova formazione, dunque, all'interno di un largo blocco unitario, politico e sociale, contro l'austerità della destra come della sinistra. All'indomani dello scrutinio si impone questo doppio "rassemblement" per una resistenza alla crisi capitalista e alla politica molto probabile di Hollande se verrà eletto. Può segnare un'inversione in Europa, mostrare una nuova strada e aprire infine altre possibilità diverse dalla litania delle sconfitte e dei ripiegamenti.

Samy Johsua, militante del NPA

dal sito  http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/
.

domenica 29 aprile 2012

NPA: UNA SCONFITTA STORICA di Stefano Santarelli






NPA: UNA SCONFITTA STORICA
di Stefano Santarelli


Quando nel febbraio del 2009 nacque il Nuovo Partito Anticapitalista dalle ceneri della storica e leggendaria sezione francese della Quarta Internazionale, la Ligue Communiste Révolutionnaire, buona parte dei commentatori politici di sinistra guardò con simpatia e curiosità la nascita di questa nuova formazione politica.

Effettivamente in Francia, e non solo, si sente la necessità di un rinnovamento della sinistra capace di essere all’altezza delle sfide di questo nuovo secolo. La formazione di questo nuovo partito che non utilizza più come simbolo la falce e martello, ma un megafono e che si definisce soltanto con il termine “anticapitalista” ha avuto il merito di attrarre le nuove avanguardie giovanili francesi e molti gruppi politici dell’estrema sinistra giungendo così a triplicare il numero degli iscritti rispetto alla vecchia LCR. E la definizione del portavoce del NPA, Olivier Becancenot: “Il NPA non è solamente trotskista. Riprende tutte le tradizioni rivoluzionarie, marxiste ma anche libertarie" definisce sinteticamente, ma con efficacia tale volontà.

E bisogna riconoscere che i risultati elettorali nelle elezioni europee del giugno del 2009 sono stati molto incoraggianti. Infatti questa nuova formazione ottenne il 4,98% dei voti sfiorando così l’elezione di un eurodeputato. Sicuramente questo risultato elettorale che se da una parte confermava i voti di cui storicamente disponeva la vecchia LCR (nelle Presidenziali del 2002 prese il 4.25%, mentre in quelle del 2007 il 4.08%), poteva essere un trampolino di lancio abbastanza confortante.

I risultati elettorali di domenica invece hanno pesantemente e giustamente ridimensionato l’NPA che ha preso soltanto un misero 1,15%., un risultato quasi identico alla storica, ma settaria formazione di Lutte Ouvrière che si è accreditata dello 0,56%.

Gli elettori francesi infatti hanno penalizzato l’NPA ed il suo candidato Philippe Poutou (ex dirigente di Lutte Ouvrière) a causa del rifiuto di entrare e sostenere il Front de Gauche. L’Npa non è riuscita a cogliere e comprendere che il Front de Gauche che si è presentato domenica al corpo elettorale era profondamente diverso dal passato. Infatti il FG presentava come suo candidato per la prima volta non un comunista, ma Jean-Luc Mélenchon ex socialista e fondatore del Parti de Gauche ed il suo programma era fortemente orientato a sinistra aprendosi con forza anche al mondo ecologista ed il suo buon risultato elettorale (11.1%), anche se inferiore alle attese, ne è la dimostrazione.

La decisione di presentarsi da soli è stata per l’NPA semplicemente fallimentare ed è a questo punto necessario un cambio di rotta. Infatti tale sconfitta è stata troppo pesante e rischia di compromettere tutto il progetto politico e le speranze che sono alla base della nascita di questo partito. Per questo sarebbe grave sottovalutare o peggio non sottolineare questo risultato negativo come fa invece Salvatore Cannavò, uno dei dirigenti più rappresentativi di Sinistra Critica quando afferma: “Visto il successo della campagna di Melenchon, quell'1,2 raccolto dal Npa non è da disprezzare. Ma certo per il partito anticapitalista si era data l'opportunità di ricostruire la sinistra e questa è andata perduta”.

L’NPA doveva al contrario essere parte integrante e fondamentale della campagna elettorale di Mélenchon, ma così non è stato per un eccesso, questo va detto, di autoreferenzialità e di settarismo.

E’ necessario quindi questo cambio di rotta a maggior ragione se si tiene in considerazione che il dato politico più preoccupante di queste elezioni è il grande successo elettorale del Front National di Marina Le Pen che con il suo 17.9% ha ottenuto il terzo posto in queste presidenziali. Tale risultato è estremamente preoccupante proprio perché il Front National è una formazione apertamente fascista che ha intercettato i voti plebei di una Francia razzista che si vuole chiudere in se stessa.

La posta in gioco è troppo importante sia per la Francia che per il resto d’Europa, per questo se l’NPA vuole veramente continuare questo suo coraggioso progetto politico deve allearsi in modo costruttivo e propositivo con quel settore della sinistra rappresentato proprio dal Front de Gauche.

E senza nessuna ambiguità per il secondo turno deve sostenere con forza e decisione la candidatura del socialista Hollande.

26 giugno 2012

dal sito  http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/


venerdì 27 aprile 2012

UN SALUTO A PUGNO CHIUSO di Pier Luigi Camagni




UN SALUTO A PUGNO CHIUSO
di Pier Luigi Camagni


Chi saluta il risultato del primo turno delle presidenziali francesi a pugno chiuso, con il tradizionale saluto della sinistra? Marine Le Pen, la candidata dell'estrema destra populista!
Un caso? Forse, anzi, sicuramente, non intendendo che sia voluto. Ma quanto è accaduto ieri in Francia, deve porre, innanzitutto a sinistra – sinistra che speriamo con tutte le forze risulti vincente al ballottaggio del 6 maggio prossimo -, delle domande di fondo.

Un primo dato da considerare è quello dell'astensione. Il 19% rappresenta una percentuale molto bassa. Comunque molto ma molto più bassa di quella che ci si aspettava, a dimostrazione che, come già mi era capitato di affermare, il candidato del Front de Gauche – ma il discorso vale anche altri – non ha sottratto voti a Hollande ma, invece, ha riportato al voto, con chiare posizioni di sinistra, una larga fetta di elettorato che diversamente, con tutta probabilità, non sarebbe andata a votare.

Il secondo dato è l'inesistenza, soprattutto in un sistema a doppio turno come quello francese, del presunto centro. Bayrou crolla dal 18 al 9%. Solo in Italia pare che il centro debba essere l'ago assoluto della bilancia, ma è un centro molto ma molto più vicino alla destra che non vero e proprio asse di equilibrio.

Occorre precisare che anche il candidato socialista Hollande aveva ed ha un forte programma di sinistra, sicuramente molto ma molto più a sinistra, se vogliamo tracciare un paragone con l'Italia, da quello proposto dal PD. Resta il fatto che il candidato socialista con il 28% dei consensi resta molto al di sotto delle percentuali che i socialisti ottenevano nel ventennio tra l'81 e il 2002 quando la Francia, come gran parte dell'Europa, aveva presidente e governi socialisti e di sinistra.
Sempre tracciando un paragone con il nostro paese, è l'analoga situazione che ha visto il PD, in passato PDS, passare dal 21% dei voti delle elezioni del '96 al 16% del 2001 e al 26% delle europee 2009 perdendo, però, bel il 7% rispetto alle politiche dell'anno precedente.
E' il segno evidente di come le sinistre "moderate" abbiano, via via in questi anni, perso capacità di interloquire con il loro elettorato di riferimento e lasciano vaste praterie alla loro sinistra preda dell'astensionismo, ma anche di destre populiste.
E' il caso della Francia dove, non ci si illuda, la candidata del Front National non raccoglie solo il voto della destra tradizionale, quella agricola, ricca e borghese delle campagne, tanto per intenderci, ma anche larghe fasce del voto proletario e sotto-proletario che in passato, magari, votava per il Partito Comunista, ma anche dell'Italia, dove molto del voto operaio e non solo, invece di orientarsi verso i partiti della sinistra, preferisce la Lega o Grillo o populisti e giustizialisti vari.
Del resto, non dimentichiamolo, ancora in questi giorni, mi è capitato di vedere difendere con più passione l'art. 18 Cota, presidente leghista del Piemonte, o Storace, leader della Destra, che non molti del PD. O, ancora, non ho visto il PD opporsi all'approvazione delle modifiche all'art. 81 della Costituzione, ma Lega ed IdV.
Hollande, ora, può ancora vincere – e, lo ripeto, me lo auguro con tutte le forze, perché davvero il cambiamento della Francia può rappresentare il cambiamento per l'Europa – ma il risultato mostra chiaramente che può vincere solo se la sinistra sa presentarsi unita.
Melenchon, candidato del Front de Gauche, ha già apertamente e responsabilmente – con buona pace di tutti coloro che parlano dell'irresponsabilità della sinistra massimalista - dichiarato il proprio appoggio ad Hollande, così come altri candidati della sinistra ecologista e trozkista.
L'invito all'unità della sinistra per tornare a vincere è il segnale che ci viene da tutta Europa, dove, ad esempio, l'SPD vince nelle elezioni dei Land solo in coalizione con i Verdi e/o la Linke, o dal più recente caso dell'Andalusia, dove il PSOE, pur sconfitto alle elezioni dal PPE, conserva il governo della regione grazie alla presenza di Izquierda Unida.

Ciò a cui la sinistra non deve cedere è il vecchio trucco delle destre di dividerla con il giochetto della sinistra riformista, buona, e della sinistra massimalista, cattiva. Questo trucco ha portato la sinistra alla sconfitta in tutta Europa. Non solo, l'ha gettata nell'incapacità di individuare un modello alternativo di sviluppo sociale ed economico che possa rappresentare il progetto politico su cui costruire un blocco sociale ed elettorale maggioritario tra gli elettori.

Per la Lega dei Socialisti, che proprio lo scorso sabato ha visto una grande partecipazione di compagne e compagni da tutta Italia per il direttivo nazionale, direttivo che ha visto anche la presenza ed il contributo di Alfonso Gianni di SEL, Giorgio Mele in rappresentanza della FdS e Vincenzo Vita, senatore del PD, non può che essere la riconferma di un progetto che ci vede impegnati dalla nascita, e cioè, come dice l'amico e compagno Franco Bartolomei, segretario nazionale, «proseguire convinta nel suo cammino verso la ricostruzione di una nuova forza socialista nella sinistra che riunifichi tutte le forze che ancora si richiamano alla sinistra storica ed alle sue due grandi tradizioni socialista e comunista, per costruire una massa critica in grado di accelerare un processo di ristrutturazione complessiva della sinistra, ormai ineludibile.» In questo senso, aprendo i lavori del direttivo, ho riproposto, come già in altri convegni e dibattiti, l'idea di un superamento, al Parlamento europeo, della divisione tra gruppo del PSE e della GUE.

23 Aprile 2012


dal sito http://www.plcamagni.it/blogdipier/


Print Friendly and PDFPrintPrint Friendly and PDFPDF