LA MALATTIA DELLE GRANDI OPERE
di Paolo Berdini
Di fronte alla crisi economica che viviamo, non c’è serio osservatore economico che non affermi che le risorse pubbliche devono essere utilizzate con politiche di medio e lungo periodo. Non servono medicine estemporanee, specie se hanno dimostrato il fallimento.
La cultura delle grandi opere inaugurata da Berlusconi e Tremonti nel 2001 con la Legge obiettivo ha vuotato le casse dello Stato e non ha dato una seria prospettiva di sviluppo al paese.
Un fiume di soldi affidato al famelico cartello delle grandi imprese — cooperative comprese — che non ha fatto aumentare di un millimetro l’efficienza complessiva del sistema infrastrutturale e ha depredato le casse dello Stato.
A questo madornale errore di prospettiva si è aggiunto il malaffare alimentato dalla mancanza di regole e di controlli. Dall’affidamento dei lavori ogni ruolo dello Stato scompare: Corte dei Conti ed autorità degli appalti continuano a denunciare che le grandi opere vengono aggiudicate sulla base di progetti iniziali imprecisi e vaghi. Ci pensano poi un serie interminabile di varianti in corso d’opera (26 solo per la metropolitana «C» di Roma), arbitrati per valutare gli inevitabili contenziosi e finanziare studi legali amici. Gli scandali del Mose di Venezia, dell’Expo di Milano, di Infrastrutture lombarde, dell’attraversamento ferroviario di Firenze, sono tutte vicende che si collocano in questo quadro. Ma proprio il caso della metro «C» di Roma apre la terza — tragica — conseguenza della cultura delle grandi opere e della scomparsa del ruolo dello Stato: l’intreccio tra imprese e malavita. Nell’inchiesta romana è emerso, come era stato da tempo denunciato da Report, che imprese in mano alla malavita partecipavano all’appalto.



