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venerdì 6 gennaio 2012

CHI SONO LE RAGAZZE DI BENIN CITY? PERCHE'? di Antonio Catalano





CHI SONO LE RAGAZZE DI BENIN CITY?  PERCHE'?
di Antonio Catalano




Prima di Natale ho partecipato alla presentazione di un libro sulla “tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi d’Italia”. Autrice una donna appena oltre i trenta proveniente da questa esperienza, Isoke Aikpitanyi. Il libro, Le ragazze di Benin City, edizioni Melampo, da leggere, è una cruda testimonianza di come funziona questa tratta.



Quasi tutte le ragazze che partono dalla Nigeria – un paese ricco di risorse – vogliono sfuggire ad una situazione di estrema miseria e degrado sociale oltre che umano. La televisione, che tutte guardano ossessivamente, le abitua a sognare il paradiso del mondo occidentale e la fuga da un paese dove i «poveri sono poverissimi e i ricchi sono ricchissimi». E anche Isoke, passando e ripassando davanti alle vetrine di un’agenzia di viaggio di Lagos, pensa di poter realizzare il suo sogno di viaggiare, fuggire dal suo paese, ma qui inizia il suo calvario.

Il viaggio di Isoke dal suo paese all’Italia dura due anni, durante i quali vive momenti di grande pericolo e sofferenza (deserto, Marocco, Inghilterra), è reso possibile grazie ad un’organizzazione internazionale capillare. Al termine di questo lungo calvario è sbattuta a Torino, dove, al freddo gelido davanti ad un fuoco con le altre ragazze vestite in mutande, si trova a vivere la sua prima esperienza di strada sul joint, il marciapiede su cui si lavora.

Le ragazze giovanissime, anche di tredici e quattordici anni, sono quelle più facili da gestire per gli italos perché ancora non si rendono ben conto di quello che stanno vivendo. Per individuare le “prede” gli italos (coloro che si occupano della tratta verso l’Italia) frequentano in Nigeria le feste di paese, i matrimoni, i funerali, dove c’è sempre qualcuno che filma le ragazze. E questi filmati sono vagliati con attenzione dalla maman: quella è troppo bassa, quella è troppo piatta, quella è troppo vecchia, quella va proprio bene. «Quella piccolina lì, è lei che voglio». Fatta la scelta lo sponsor va dalla famiglia con dei regali dicendo che in Europa hanno bisogno di belle ragazze per fare la modella, la parrucchiera, la sarta, l’attrice. Spesso la famiglia acconsente, e non di rado sono gli stessi genitori a darsi da fare, sanno infatti che «in quella casa lì ci sono i parenti di una donna che porta le ragazze in Europa, hanno visto che la famiglia s’è fatta la macchina, ha comprato la casa. Allora dicono: anch’io».

La maman considera un problema il fatto che le ragazze siano vergini, che non siano mai andate a letto con qualcuno e che quindi non hanno esperienza. Per questo chiedono che l’organizzazione rimedi: in Nigeria ci sono quelli pagati apposta per controllare che le ragazze non siano più vergini e, se necessario, «darsi da fare per sverginarle loro». Ma chi è la maman? Maman, sister, momma, mamma. Insomma la «sfruttatrice, la magnaccia, la padrona». È la padrona assoluta delle piccole comunità dove vivono le donne prostitute, luoghi “protetti” e chiusi, senza contatti col mondo esterno. La maman quasi sempre è una ex prostituta che, una volta smesso di frequentare il marciapiede, decide di entrare nell’organizzazione. Può essere spietata con le ragazze: «Ci sono certe maman che quando le ragazze non guadagnano abbastanza le picchiano sulle mani. Dicono: le tue mani devono raccattare i soldi. Tanti soldi. Hai capito? Altre invece non picchiano, ma usano parole dure, e ricatti, e minacce di voodoo». Succede spesso che le ragazze una volta chiuso col marciapiede – «bruciate dal marciapiede» – non riescano più a pensare a nulla che non sia la strada. «Diventerò anch’io una maman e farò un sacco di soldi».

Il ricatto più grande per queste donne è il debito. Il debito con l’organizzazione del viaggio.

«Calcola 180 giorni di lavoro estivo. Sono 18 volte che gli devi dare mille euro, per un totale di diciottomila, se sei una ragazza normale. Le rapidò addirittura devono sborsarne venticinquemila. Poi calcola i 180 giorni dell’inverno, in cui ti chiedono solo la metà, novemila euro. Metti insieme estate e inverno. Fanno come minimo ventisettemila euro che gli devi dare sull’unghia sennò sono grane. E le rapidò ne danno molti di più, sui trentasette-trentottomila... In teoria se ti sbrighi in un anno e mezzo puoi pensare di pagare il debito. Oppure in due. C’è anche chi lo paga nel giro di un anno, se trova un cliente pollo da cui farsi dare i soldi. Ma tutto questo, ripeto, è solo teoria».
«Bisogna trovare un minimo di quaranta-quarantacinquemila euro l’anno, se vuoi restare viva. Sono le spese fisse, diciamo… E quando finalmente hai finito di pagare tutto, devi lavorare ancora per guadagnare i soldi per la festa della maman. La festa del ringraziamento». Poi ci sono i soldi che ogni settimana bisogna dare per il joint, l’affitto, il mangiare, e i soldi da mandare a casa. Per capirci, la rapidò è quella che guadagna un sacco di soldi (la cocca della maman), non necessariamente la più bella, ma sicuramente la «più veloce nel capire e nell’adeguarsi, la più determinata, la più furba, quella che arriva sempre prima al lavoro, capisce prima come funziona il mercato, capisce al volo quali sono gli orari migliori per trovare i clienti che pagano di più…».
E spesso la rapidò diventa anche maman.

Sulla strada, sul marciapiede, bisogna andarci come si va ad una «sfilata» da preparare scrupolosamente a casa prima di uscire. La sfilata è il travestimento, una messa in scena per il lavoro. «Ognuna si inventa qualcosa, pur di colpire il cliente. Tu devi colpirlo in una frazione di secondo, mentre passa in macchina. Devi farti scegliere tra cento e cento, se vuoi lavorare».
Bisogna mettere in mostra quello che si ha:
«C’era la mia amica, Lisa, che aveva la quinta di suo, e ancora si imbottiva il reggiseno fino a mostrare una cosa spropositata… lavorava tantissimo… sei hai un bel sedere mostri quello… e poi ci sono le parrucche, ti tengono caldo e ti fanno apparire più sexy, perché coi capelli corti non ti guarda nessuno. Ognuno ha il suo stile, ma a ogni modo le scarpe devono sempre avere il tacco altissimo... Bisogna mostrare la merce, e più merce metti in mostra meglio è».

I pericoli che si corrono sulla strada sono davvero tanti: i balordi che passano e tirano qualcosa; quelli che rubano e picchiano; gli stupratori a pagamento (come sono chiamati dalle ragazze), cioè quelli che solo perché pagano «si sentono in diritto di esigere qualunque cosa, e se dici di no giù botte»; gli stupratori di gruppo, cioè quelli che in tre o quattro per volta caricano a forza la ragazza in auto e «sei fortunata ad uscirne viva»; e poi ci sono anche i due carabinieri che solo perché non soddisfatti hanno picchiato Felicia fino a che non le rimane un solo dente in bocca.

I soldi alle famiglie sono il tormento delle ragazze, sono ossessionate dal dovere di spedire i soldi a casa, raccomandandosi presso di loro di metterli in un conto corrente per quando ritorneranno. Ma quasi sempre questi soldi non ci sono, svaniscono. «Manda i soldi – le avevano detto al telefono –, che costruiamo una casa. Lei manda i soldi per i mattoni, il tetto, le finestre, poi ritorna e non trova niente. Solo il terreno. E a volte nemmeno quello… Tutta l’economia della città (Benin City) si regge sui soldi che arrivano dall’Europa, tutto il business, i taxi, il noleggio dei motorini, l’edilizia, le scuole, tutto si regge sui soldi mandati dalla Western Union».

E se qualcuna pensa di uscire dal giro deve fare i conti con l’organizzazione, a partire dalla maman che la considera propria e per ricattarla – nei casi di ragazze più sprovvedute ed ingenue – ricorre pure ai riti voodoo che la terrorizzano. Ci sono quelle che non credono al voodoo e magari vanno in chiesa, non quella cattolica, però, perché in Nigeria ci sono tante chiese cristiane, pentecostali, evangeliste, ed avventiste che stanno prendendo piede grazie ad un predicatore americano (guarda un po’!). Il ricatto ed il controllo passa anche per questi canali, le ragazze vanno in queste chiese organizzate per gli africani: «è l’unico svago nella brutta vita che fanno». In queste chiese si riuniscono anche due o tre volte a settimana, c’è una messa che dura quasi tutto il giorno, si balla, si mangia e c’è tanta gente. «Il pastore non è quasi mai un vero pastore. Per fare il pastore in Africa basta avere una bibbia… l’Europa è piena di questi pastori così. Ovviamente il pastore è sempre d’accordo con la maman. Le ragazze vanno da lui a chiedere consigli, se stanno male lui impone le mani… cosa vuoi farci – dice il pastore –, è Dio che lo vuole. Prostituirsi è una cosa brutta ma anche non mantenere le promesse è molto brutto. Pentiti. E ricorda che anche il padre nostro dice: paga il tuo debito. Così le ragazze pagano il debito e pagano la chiesa».

Chi sono i clienti? Non tutti i clienti sono uomini pericolosi, nel libro possiamo leggere che fra di loro ci sono «persone per bene e persone civili». Di più: «Questi clienti sono l’unico momento di libertà delle ragazze, soprattutto per quelle che non hanno mai un attimo di libertà». Tra questi ci sono quelli che pagano ma che non vogliono fare niente, e che propongono anche di andare a mangiare insieme una pizza; e i giovani senza compagnia femminile che dovendo andare ad una festa propongono alle ragazze di far finta di esser la fidanzata. «Va bene. Sei pagata, vai alle feste, vai a ballare. È sempre meglio che stare in strada. E in questo modo vedi come vivono le ragazze italiane. Ti fai un’idea di come vive la gente normale». Ci sono quelli che diventano «fidanzati», che arrivano pure ad accompagnare la ragazza al marciapiede e che semmai stanno lì nei dintorni per verificare che tutto scorra fuori dal pericolo e che in taluni casi arrivano anche a salvarle la vita. Insomma non tutti i clienti vogliono «sempre e solo fare sesso»: molti ci vanno per parlare dei propri problemi, per trovare compagnia, per sfogarsi, per fare domande.

Quelli che fanno tante domande e parlano più di tutti sono i cosiddetti papagiri, dai quali è «inutile però sperare di cavare i soldi». Il papagiro non va mai sulla strada per fare sesso:
«passa in macchina, si ferma, ti porta i cioccolatini, un panino, un termos di caffè bollente per scaldarti quando fa molto freddo. Anche lui chiacchiera, chiacchiera sempre. Chiede, s’impiccia, tu da dove vieni, ma quanto devi pagare, la tua famiglia dove sta, che tipo di viaggio hai fatto. Io non ho ancora capito che tipo di uomo è… ma in questi papagiri c’è qualcosa di buono, son capaci di girare tutta la notte, come una specie di unità di strada, sanno tutto quello che succede nella strada… magari ti danno l’allarme quando c’è la polizia che sta arrivando. Ed ogni tanto qualche ragazza al suo papagiro fa fare un po’ di sesso».

C’è la variante pericolosa del papagiro, quella considerata disperata, «quelli che si arrotolano». A differenze dei papagiri “buoni” questi «vanno con le ragazze e fanno sesso da clienti. Ma ogni volta si coinvolgono. E allora succede il disastro». Il loro arrotolamento li trascina a parlare ossessivamente di sé e dei loro problemi al punto che le ragazze si infastidiscono e dicono: «Ma come, io sto qua, piove, nevica, c’è il sole, fa freddo, devo stare qua a sbattermi e questo viene pure a farsi compatire».

Non è infrequente che una ragazza rimanga incinta, il più delle volte perché i preservativi che «hanno un odore orribile» si rompono come niente. Se la maman non vuole «un bastardo in giro per casa» spesso finisce male, con un raschiamento con conseguenze anche drammatiche, ma se la ragazza tiene duro e vuole tenersi il figlio allora è costretta a lavorare fino ad una settimana prima di partorire, «i clienti non fanno mica problemi» dice la maman, ed infatti succede che «ogni sera davanti a loro c’è la fila» perché trovano che «le donne incinte siano erotiche». A volte il bambino è spedito dai nonni o da qualche zia, e «questo diventa per la madre l’incubo peggiore, perché ogni settimana deve trovare non solo i soldi del debito e dell’affitto e del joint, ma anche quelli per il bambino e per tutta la famiglia che lo cresce». Perché se non manda abbastanza «ha paura che il bambino non venga seguito, che gli succeda qualcosa».

Ci sono le ragazze che provano ad uscire dal giro, ma «qualcuna dopo un po’ cede e va a trovare le vecchie compagne»… e così riprende la strada del marciapiede. Sono poche le ragazze che escono dal giro grazie ai cosiddetti operatori di strada, quasi tutte o si sono sposate con i clienti o sono andati a vivere con questi. «Il cliente, che ti piaccia o no, è spesso l’unica risorsa di noi ragazze». Alle ragazze non piace andare in comunità perché «dopo anni di schiavitù non sopportano più le regole, le imposizioni, i divieti». Quelle che ci provano resistono solo pochi giorni, scappano, non riescono nemmeno ad aspettare il permesso di soggiorno, «per chi entra in comunità il percorso è troppo lungo, anche due anni».

Le ragazze di Benin City – scrive Isoke – sono uno «sfogatoio perfetto, un meraviglioso calmieratore di tensioni sociali ed etniche». «Un’africana stuprata è un’italiana salvata». Non bisogna rassegnarsi, afferma, certo i problemi della Nigeria sono tantissimi e la miseria dei molti è impressionante, ma se «le famiglie non hanno i soldi per mangiare, o per vestire i figli, o per mandarli a scuola, allora devono fare la loro parte: che protestino». «Non è vendendo le loro figlie ai trafficanti che costruiranno per loro, e per la Nigeria, un futuro decente». La tratta – continua Isoke – non è soltanto un problema di sesso, di puttane e di clienti: «la tratta è innanzitutto un affare colossale. Un business. È una schiavitù che rende un mucchio di soldi e questi soldi se li dividono bianchi e neri, in perfetto accordo. Sulla pelle di noi ragazze non nasce solo la fortuna di gente come la maman ma anche quella dei bianchi perbene, quelli che non picchiano mai i figli o la moglie… sono questi che vendono i visti, che organizzano i viaggi, che ti fanno passare senza dare nell’occhio dentro gli aeroporti, sono i poliziotti venduti, gli avvocati delle maman, i mediatori, gli affittuari».

Toccanti le pagine nelle quali Isoke racconta della madre e di come, dopo la sua prematura morte, inizi per lei quel percorso di elaborazione da che la porta non solo ad uscire dal giro, ma anche a diventare punto di riferimento per le ragazze che vogliono provarci. «Quando mi hanno detto che è morta mia madre non sono nemmeno riuscita a piangere. Il mondo era crollato, semplicemente. Nulla più aveva senso». Racconta della sorella minore che la chiama al telefono per dirle che ha trovato un viaggio per l’Europa, la sua «bella occasione». «Ho chiuso gli occhi e dentro di me una voce ha gridato: non è possibile. Quando mai finirà questa storia. Quanti anni, quanto dolore, quante morti ci vorranno ancora, prima che la Nigeria smetta di mandare al macello le sue figlie». «Ascolta. Ho preso il cuore in mano e ho cominciato a parlare. Cos’è la tratta. Che cosa fanno le ragazze. Come vivono. L’esistenza che fanno. Era la prima volta che trovavo il coraggio di parlare con qualcuno della mia famiglia: dire tutto, tutto!, senza risparmiare un solo dettaglio». «Mia sorella l’ho salvata, e lei adesso sta salvando le sue amiche. Dice: non partite. In Italia succede questo. Ogni volta che ci penso le mie spalle diventano più leggere. Penso: ho fatto proprio quel che avrebbe fatto mia madre. Ovhoweyemé [la madre] è morta, ma io no. Sono viva. Sono qui. Io. Isoke».




Alcune considerazioni

Questa drammatica e vibrante testimonianza ci dice più cose di uno studio sociologico del fenomeno. In questo libro si racconta della triste sorte delle ragazze di Benin City (popolosa città nigeriana dello stato di Edo) avviate alla prostituzione in Italia; ma sappiamo bene, purtroppo, che il mercato occidentale attinge da tanti altri paesi la “risorsa vitale”; cambieranno le facce, le situazioni, i nomi, ma la sostanza della questione rimane invariata, si tratta pur sempre di tratte schiavistiche. Il motore che mette in moto la terribile macchina è la fame di sesso che la nostra “libera” e “disinibita” società produce; ma si tratta di sesso alienato, abbrutito, ridotto a pura meccanicità, un sesso concepito dalla logica capitalistica del consumo illimitato. L’atto sessuale, che dovrebbe esprimere una vitale e gioiosa espressione della più alta relazionalità affettiva umana che nella compenetrazione dei corpi vive la sublimità dell’amore, si esprime come appropriazione e possedimento brutali di corpi considerati alla stregua di oggetti procuranti piacere fisico. Come scrive Isoke, le ragazze sono uno sfogatoio perfetto. Infatti, il sesso, così come insistentemente proposto dai mezzi di comunicazione di massa della civiltà capitalistica, diventa momento di consumo nel consumo più generale di merce; e quindi il corpo diventa merce che – in quanto merce – può essere acquistato, posseduto, goduto. Il mercato capitalistico (che definisco totale nel senso che è penetrato – mercificando tutto – in tutte le pieghe, anche più intime, dei rapporti sociali) risponde al bisogno sessuale alienato costruendo una rete internazionale di traffici che ha bisogno – per bene potersi svolgere – di una società “fluida” nella quale affermare con disinvoltura l’idea di un sesso al di sopra di qualsiasi morale che non sia quella dello scambio mercantile. Perciò serve una mentalità “libera”, “disinibita”, “trasgressiva”, “aperta”, “spregiudicata”, “moderna”, che i sacerdoti della pubblicità, del cinema, della televisione, del mondo dello spettacolo, dello sport, del turismo disinvolto, eccetera, propongono con continuità maniacale attraverso i mille canali di cui dispongono.

Le tratte delle nuove schiave nascono dalla spregiudica violenza del sistema capitalistico che è riuscito a perfezionare con sistemi incredibilmente sofisticati le antiche schiavitù. Benin city sorge intorno a quella che una volta era chiamata Costa degli Schiavi, dalla quale navi negriere imbarcavano nelle proprie stive masse di uomini catturati come bestie e schiavizzati, destinati al lavoro forzato delle piantagioni americane (si stima che oltre dieci milioni di schiavi siano sbarcati oltreoceano tra il 1500 e il 1890). Queste tratte neo-schiavistiche si accompagnano alla depredazione sistematica di risorse energetiche, minerarie, agricole, culturali, umane, in tutte quelle nazioni considerate dai paesi dominanti (Usa in testa) come esclusive riserve di caccia. La “democrazia” occidentale nasce, si sviluppa e si afferma grazie alle ricchezze che espropria dal sud del mondo; spoliazione che può esserci solo alla condizione che questi popoli e nazioni siano tenuti nell’oppressione: militare, economica, politica, sociale, culturale, e nel profondo degrado umano. Ecco perché laddove ci sono focolai di volontà di sganciamento dal controllo imperialistico, di resistenza, di affermazione di indipendenza, non tarda a delinearsi la minaccia delle sanzioni, degli embargo, degli interventi militari con seguito di bombardamenti umanitari. Per esportare la democrazia. S’intende.

5 gennaio 2012

martedì 15 marzo 2011

LIBIA E IMPERIALISMO di Antonio Catalano








LIBIA E IMPERIALISMO
di Antonio Catalano











Al momento in cui scrivo questa nota sembra che Gheddafi stia riprendendo il controllo di Zuara, città della Tripolitania, a pochi chilometri dalla Tunisia, mentre le forze fedeli a Gheddafi continuano ad avanzare verso Oriente; ieri gli aerei governativi hanno bombardato la zona di Agedabia, utilizzata dai rivoltosi come retrovia e difesa estrema di Bengasi. Insomma, al di là delle normali altalenanti versioni, sembra allo stato attuale quasi certo che le truppe gheddafiane stiano riprendendo pieno possesso dell’intero territorio nazionale. Le iniziali e baldanzose prese di posizioni del cosiddetto “mondo libero” – che aveva confezionato e diffuso maldestramente le prove degli eccidi di massa – stanno ripiegando su una più cauta attesa degli eventi futuri anche se una cosa sembra certa: proprio mentre con il rapporto del procuratore generale Luis Moreno-Ocampo il Tribunale internazionale dell’Aja apre l’inchiesta sulle stragi in Libia per incriminare Gheddafi per crimini contro l’umanità, lo stesso Gheddafi, forte dei successi sul campo, intraprende la via diplomatica lanciando chiari ed inequivoci messaggi. Così l’agenzia libica Jana: «Il capo della rivoluzione ha ricevuto gli ambasciatori di Cina, Russia e India con i quali ha esaminato l’evoluzione delle relazioni bilaterali e l’invito alle compagnie dei tre Paesi a sfruttare il petrolio libico». «Siamo pronti a far venire compagnie indiane e cinesi al posto dellle compagnie occidentali» prosegue l’agenzia libica. Chiaro?

Beh, sembra che la ciambella questa volta non sia riuscita col buco e che – per una serie di imprevedibili fattori in combinazione reciproca – la questione libica non abbia riproposto scenari ai quali abbiamo assistito negli ultimi venti anni. Non che sia del tutto da escludere l’ipotesi di un intervento «umanitario» (cioè imperialistico), ma almeno questo al momento sembra congelarsi per il complicarsi di una situazione che sembrava inizialmente più facile da gestire. Ed è un bene che sia così, in quanto l’ipotesi di un intervento imperialistico militare determinerebbe un’evolversi insidioso e minaccioso di tutta la vicenda mediterranea e mediorientale, non certamente favorevole ad istanze emancipatorie e di liberazione dal cappio imperialistico/capitalistico che – attraverso governi compiacenti – ha finora governato/ controllato/dominato la questione sociale oltre che nazionale (Palestina).

Non riesco a condividere chi, nel caso libico, abbia esultato e si sia lanciato in proclami di solidarietà col “popolo” insorto. Essere dalla parte del popolo, delle masse, della parte oppressa della società, è sacrosanto ed imprescindibile per chi si schiera dalla parte dei dominati e degli sfruttati, ma in questo caso non abbiamo una contraddizione che segue linee di classe definite né ci troviamo di fronte ad una composizione in rivolta che esprime la parte “giusta” in assoluto. Essere dalla parte del popolo in rivolta che cosa vuol dire? Schierarsi con chi? Ecco perché la mancanza di riferimenti precisi può determinare – anche contro la propria intenzione – l’inevitabile lavoro pro domo «liberatori» democratici e «umanitari». Sarebbe bene camminare coi piedi di piombo ed evitare di lasciarsi andare da entusiasmi mal riposti e impropriamente internazionalisti. L’internazionalismo è una cosa seria che presuppone l’agganciarsi ad un soggetto in movimento che abbia chiaro, oltre a chi sia il nemico, anche chi siano i falsi amici, per evitare che diventi strumento di interessi e strategie di aggregazioni di potere imperialistiche.

15 marzo 2011

giovedì 13 gennaio 2011

LETTERE






LETTERA APERTA A
PIERO BERNOCCHI

di Antonio Catalano








Caro Enrico Bernocchi,

seguono alcune considerazioni in merito allo sciopero generale indetto dai Cobas.
Insegno nella scuola media superiore dal 1984, sindacalmente mi formo nelle lotte dei comitati di base dei secondi anni ’80 (all’epoca lavoravo a Venezia, ora sono a Roma). Sono iscritto Cobas anche se non vi svolgo attività “militante”, perché impegnato su altri terreni. Ho sempre partecipato agli scioperi, inutile quasi ribadirlo, ma da un po’ di tempo a questa parte nutro perplessità sulla logica politica che sottende l’indizione degli scioperi da parte del sindacalismo di base, in particolare dei Cobas.
Lo sciopero Fiom del 28 gennaio è uno sciopero sacrosanto, l’attacco ai lavoratori è pesante, quello che si persegue da parte padronale è l’azzeramento della contrattazione collettiva e nazionale, vista come ultimo baluardo a difesa dell’unità materiale – e politica – dei lavoratori. La Fiom è sola, la stessa Cgil mal tollera questa anomalia, e figuriamoci se si sogna di convocare un sciopero generale! Che sarebbe il modo più naturale e giusto di contrapporsi a quest’attacco micidiale.
I Cobas si assumono «questa responsabilità» e convocano per venerdì 28 gennaio lo sciopero generale per l’intera giornata. Lasciamo stare le motivazioni politiche che stanno a monte di questa convocazione: sacrosante. Ma il punto non è questo, è un altro: non riesco più ad accettare l’idea di scioperi generali che nascono dalla “semplice” volontà soggettiva. Uno sciopero generale, per essere veramente tale, deve inevitabilmente scaturire da una volontà di massa (non significa di tutti i lavoratori) determinata a mettersi in gioco sul terreno della misurazione dei rapporti di forza e ben consapevole che il sacrificio economico al quale si va incontro è ben compensato dalla dimostrazione che il movimento di sciopero ha dato della sua compattezza, volontà, combattività.
Sono questi i fattori, infatti, che suscitano rispetto nella “controparte” e fra gli stessi lavoratori che non hanno partecipato, oltre che senso di unità e di forza – e quindi di autostima – fra i lavoratori che vi hanno partecipato.
Ora, obiettivamente, non mi sembra che ci siano le condizioni perché lo sciopero Cobas possa trovare una risposta di massa. Avendo maturato un po’ di esperienza di queste cose penso che andrà più o meno come tutte le altre volte, con manifestazioni di lavoratori politicizzati, semmai con un seguito di massa di studenti. Nulla toglie che sia positivo che scendano in piazza gli studenti, ma sicuramente non si può pensare di convocare uno sciopero generale… per gli studenti, e poi semmai dire che vi è stata larga partecipazione. Non va bene, non per un fatto formale, ma perché questo modo di procedere non produce nulla di positivo.
Non basta che una situazione sia “matura” perché si possa convocare uno sciopero generale, c’è bisogno che vi sia voglia di farlo e di mettersi in gioco da parte degli stessi lavoratori. Altrimenti uno sciopero generale di questo tipo diventa la stanca e rituale manifestazione ultraminoritaria che semmai farà ancor di più incazzare i lavoratori politicizzati che avranno una ragione in più per ritenere arretrata la massa dei lavoratori, scavando in questo modo un solco ancor più largo tra se stessi e quest’ultima. Siamo all’abc.
Nel mio piccolo lo vedo, diventa sempre più difficile che colleghi partecipino a questo tipo di scioperi; ed anche tra gli stessi “storici” (cioè quelli che hanno sempre aderito) c’è sempre meno convinzione a farli.
Queste mie considerazioni non nascono dalla disillusione e quindi non sono cariche di disfattismo.
Vorrei solo contribuire, per quel poco che è nelle mie facoltà, a che il sindacalismo di base non si incarti in una spirale sempre più autoreferenziale e quindi del tutto impotente e inconcludente.
Auspico con tutto il cuore che al referendum Fiat vincano i no e che si riesca a sbattere in faccia a Marchionne il suo piano (tanto ben visto negli ambienti del centrosinistra) e che lo sciopero Fiom del 28 sia suggello di questa vittoria. Ed auspico che si riesca a metter in moto un percorso di avvicinamento ad uno sciopero generale “vero”, che nasca cioè dalla capacità dei lavoratori di imporre tale scadenza, per scendere in piazza ed affermare la propria determinazione a contrastare il generale attacco cui sono (e siamo) sottoposti.

Con stima e cordialità,

Antonio Catalano

Roma, 13 gennaio 2011

giovedì 16 dicembre 2010





GLI INTRIGHI DI PALAZZO, IL POTERE REALE, LA PIAZZA


di Antonio Catalano





La giornata di martedì 14 dicembre va bene analizzata per poter arrivare ad una sintesi valutativa utile per le indicazioni politiche che ne possono scaturire.

La fiducia, Berlusconi l’ha ottenuta. Tre miseri voti, ma sufficienti per dare la fiducia. Che siano traditori o venduti poco interessa all’analisi politica, che non può basarsi su parametri di valore di questo tipo. Se poi vogliamo biasimare i biasimevoli onorevoli che sul filo del rasoio cedono il proprio voto allora dobbiamo essere più seri e severi – a rischio di essere equivocati dai soliti cretini – e ricordare come nei momenti “opportuni” i cambi di casacca ci sono sempre stati nella vita del Parlamento italiano. Specialmente da quando la Politica si esprime sul terreno della diretta dipendenza da logiche non politiche.

Il vero sconfitto è il signor Fini e i suoi pre/post/pre-fascisti futuristi, sui quali in molti – nazionali, ma soprattutto internazionali – avevano puntato, semplicemente perché considerato più affidabile dai cosiddetti poteri forti che altro non sono che l’espressione diretta delle concentrazioni economico-finanziarie alle quali tutti si inchinano: i cosiddetti “Mercati”, espressione metafisica dietro la quale si nasconde l’onnipotenza trascendente del dio – non religioso – capitalismo. Il Sole 24 ore titola una sua pagina: “I mercati tifano per un esecutivo più forte”. Cioè un governo stabile e forte capace di dare stabilità su un periodo di medio-lungo termine, per realizzare quelle famose (e antipopolari) riforme strutturali e rilanciare la crescita. I Mercati attendono i risultati del vertice dei capi di stato e di governo a Bruxelles all’Ecofin (Consiglio Economia e Finanza del Consiglio dell’Unione europea) straordinario. Ma nonostante il Financial Times consideri buona la notizia di una mancata crisi al buio i Mercati per voce della banca internazionale Barclays (la banca dall’ “anima inglese”) in una nota inviata ai suoi investitori sentenzia così: «Sebbene Berlusconi abbia vinto il voto di fiducia, l’instabilità politica è destinata a permanere in Italia. Senza l’appoggio dei finiani moderati nell’attività governativa, Berlusconi continuerà a soffrire per l’assenza di una maggioranza stabile alla camera». Un’altra voce dei Mercati, Bnp Paribas (“la banca per un mondo che cambia”, “leader europeo nei servizi finanziari di portata mondiale”) riferisce che «il governo si è indebolito… l’abilità del governo di varare leggi ne è uscita altrettanto indebolita». Passando ad un’altra voce del Mercato, diamo la parola al duo Newton-Santovetti della giapponese Nomura Research che afferma l’importanza della stabilità politica in Italia «prerequisito fondamentale della crescita economica». Concludiamo questa carrellata di voci del Mercato, con la nostrana presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, la quale auspica una «maggioranza significativa» e quindi «un allargamento della maggioranza» per fare le famose riforme che solo un governo forte e stabile può prendere perché si tratta appunto di «decisioni anche impopolare e complesse».
Insomma, i Mercati premono per il Governo delle tre emme: Marchionne, Montezemolo, Marcegaglia. Sarebbe utile ed interessante spingere l’analisi all’individuazione dei soggetti politici che propendono per questa soluzione.

Il Palazzo deve, ora, riprendere l’opera di tessitura e, spuntata la lancia futurista, considerare alla svelta nuove ipotesi. L’immarcescibile ex democristiano doroteo Casini è sempre lì pronto ad esercitare il suo potere di interdizione, in attesa di poter vendere cara la sua pelle (altro che traditori!). Nella cosiddetta opposizione, D’Alema, che ritiene essere la politica una «scienza semplice, basta ragionare», lascia balenare l’ipotesi della inevitabilità del ricorso alle elezioni, «lo sbocco più logico», ma senza aver prima rinunciato allo spiraglio di un esecutivo di transizione, «la prospettiva di un’alleanza con Fini e Casini resta in piedi, il voto a Montecitorio non la esclude».

Al di là di tutti i magheggi possibili non sembra evitabile il ricorso alle elezioni, anche se ognuno ci vorrebbe arrivare con i migliori margini di manovra a sé favorevoli. Resta il fatto che la presunta opposizione di sinistra, dopo aver sbraitato per anni ed anni contro Berlusconi e il berlusconismo, non è stata capace di ipotizzare se un non un governo tecnico di unità nazionale, con la paura che se la fa sotto di poter registrare un’altra sconfitta elettorale. Il vero “paradosso democratico” al quale abbiamo assistito è che si rimprovera Berlusconi di aver instaurato un regime semi-tirannico ma poi si teme come il diavolo l’acquasanta il ricorso alle urne. Sia detto per inciso, il sottoscritto non nutre nessuna fiducia in questo tipo di parlamentarismo, espressione “democratica” della voce del “padrone”, veri cambiamenti strutturali dovranno passare necessariamente per altri luoghi, ma questi luoghi non potranno esprimersi coerentemente contro le politiche affamatrici, devastatrici, disgregatrici, belliciste, se non pesantemente condizionati (e qui il condizionamento è fortemente auspicabile) da programmi politici anticapatilisti e comunisti… ma questo per ora è un discorso da rimandare.

Veniamo ora a quanto accaduto in piazza. Grande manifestazione (non solo a Roma, ma principalmente a Roma) sfociata in scontri con le varie “forze dell’ordine” preposte alla tutela dei luoghi sacri istituzionali. Era da tempo che in Italia non si assisteva a momenti di tensione come questi, eravamo abituati negli ultimi anni a commentare epiloghi violenti di eventi calcistici, (che solo i fessi pensano che riguardi il solo calcio). C’è chi a tutti i costi vuole individuare analogie col passato ricordando il Settantasette, allora c’erano i violenti autonomi oggi invece gli anarco-insurrezionalisti black bloc. Ma proviamo ad andare oltre. Se accadono cose simili in Grecia e in Inghilterra, per rimanere alla vicina attualità, vuol dire che qualcosa sta succedendo, i black bloc non c’entrano nulla, lasciamo quest’argomento ai disonesti o, al massimo, ai superficiali. Accade che le certezze vagheggiate nei “magnifici” anni Ottanta si sono rivelate per quello che erano, pura ideologia al servizio della restaurazione capitalistica diretta da centrali internazionali quali il FMI, il WTO, la Banca Mondiale, le grandi artefici della globalizzazione contrabbandata per necessità divina alla quale devotamente sottomettersi. Si sono distrutti gli stati sociali figli della fase precedente, e i sistemi di tutela a difesa dei lavoratori e delle classi popolari. Bisognava farla finita con le garanzie: basta con la fissa del posto fisso e garantito! urlavano i pennivendoli e sicofanti di turno. L’eco di queste parole veniva ripreso da tutti gli asserviti alle logiche sistemiche del capitalismo rampante e dai comunisti delusi/disillusi/pentiti e le nuove generazioni erano così educate all’ideologia del “chi vuole può”, del chi “rampa” ce la può fare, insomma della concorrenza sfrenata fra gli individui parcellizzati e atomizzati. La lotta al “parassitismo” diventava l’esca avvelenata a cui purtroppo molti hanno abboccato per virtù o necessità. Flessibilizzazione totale della vita sociale (oltre che del lavoro) e precarietà come nuovo sistema di vita contrabbandato come condivisione della modernità. San Precario diventava l’unico santo cui potersi rivolgere. L’ubriacatura è andata avanti per tanto troppo tempo finché non si è scoperto che questa società fluida e fantasmagorica era nuda come il famoso re, e così il senso di frustrazione un po’ alla volta prendeva il sopravvento, alimentato dal brutto presentimento di non avere un futuro migliore dei propri genitori dinanzi a sé. Oggi solo la pubblicità è rimasta a raccontare questa favola, ma la realtà è un’altra: vita sempre più dura e difficile, lavoro – quando c’è – penoso e sottopagato, isolamento in una società atomizzante. Si poteva mai pretendere che questa nuova generazione continuasse a fare i girotondi e si comportassero alla mulino bianco? Eh no, cari difensori dell’esistente! Il mondo gira diversamente, e quando non gira per il verso giusto fa girare veramente. Fuori da ogni ipocrisia e dissimulato stupore. Una volta si gridava nelle piazze: «C’est ne que un debut continuon le combat!», «Non è che l’inizio continuiamo a combattere!».

Ma per continuare a combattere con le giuste armi bisogna che si faccia un po’ di chiarezza, senza lisciare il pelo a nessuno. Giusto scendere in piazza contro i tagli all’università e nella scuola, (ricordiamoci sempre che la logica aziendalistica nel sistema istruttivo l’ha introdotta la sinistra sin dai tempi del ministro Luigi Berlinguer), anche se che in piazza c’erano anche lavoratori della Fiom oltre che una folta delegazione dei terremotati dell’Aquila e dei movimenti napoletani contro le discariche. Nel suo insieme la piazza ha mostrato forte dipendenza da certo “antiberlusconismo” di sistema (che quando ha governato ci ha dispensato scellerate politiche liberiste di svendita del patrimonio pubblico, attacco alle pensioni, privatizzazioni, oltre che guerra), che in questa piazza vedeva un suo alleato (salvo poi dissociarsi ex post dalla violenza); non a caso la piazza si è accesa quando è giunta notizia del superamento per soli tre voti dello scoglio della fiducia. A precisazione contro i soliti imbecilli e quelli in malafede: il sottoscritto ritiene essere il governo Berlusconi un governo pesantemente antipopolare, è giusto che cada anzi precipiti; ma questo è giusto che accada solo sotto le sferzate della protesta sociale e delle lotte che da essa si sviluppano, non per intrighi di palazzo e per giunta per i forti condizionamenti internazionali che ritengono non più affidabile questa compagine governativa (e non per questione di escort, sesso, e bordellame vario). Questione di lana caprina? Altro che! È questa la pre-condizione di ogni condizione, la vera riserva di valore per i futuri movimenti che, inevitabilmente, riguarderanno ben più consistenti settori sociali. Si tratta dell’autonomia politica che può darsi solo a condizione che sia fuori da ogni condizionamento di frazioni politiche interne al Palazzo. Solo così si potrà evitare di cadere dalla padella alla brace… e di bracieri in attesa di essere riempiti ce ne sono tanti.

Per ultimo passiamo al tema della violenza. Nella storia mai c’è stato rinnovamento sociale, non parliamo di rivoluzioni, che non sia passato per le forche caudine dello scontro sociale anche violento. La violenza è nei rapporti sociali che questo sistema capitalistico determina, è nell’annullamento di ogni forma di garanzia e protezione delle fasce più “deboli”, è nei morti sul lavoro e via continuando. Perché scandalizzarsi se ogni tanto un po’ di questa violenza ritorna al mittente, anche se in forma e ad intensità infinitamente più lievi? Ma perché questa forza abbia efficacia e sia al servizio di veri e profondi percorsi di liberazione è necessario che coltivi quell’autonomia politica di cui prima si scriveva; altrimenti, tutto si riduce a discutere di black bloc e di vetrine di negozi assicurati. Ed è un rimanere imprigionati nella conformista e perbenista distinzione fra buoni e cattivi. Film già visti e di cui francamente non se ne sente la mancanza. Conclusione provvisoria sul tema: il terreno dello scontro fisico è un necessario complemento del passaggio da una fase di illusioni pacifiste ad un’altra di consapevolezza della posta in gioco. Saperle dare ma anche sapersele prendere. Mai, però, lamentarsi della durezza delle forze dell’ordine, denunciarne l’uso politico e servile allo stato capitalista sì. Negli anni Settanta c’erano tanti “rivoluzionari” che propagandavano e vivevano lo scontro contro gli apparati repressivi dello “Stato borghese”, salvo poi lamentarsi delle conseguenze repressive e ricorrere democraticisticamente ai vari padrini politici inseriti nelle istituzioni. Lasciamo stare!

La giornata di martedì 14 dicembre (due giorni dopo la ricorrenza della strage capitalistica di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, in cui morirono diciassette persone) è stata una giornata illuminante sotto tutti i punti di vista. Capire quel che accade, affilare le armi della critica, nella consapevolezza che il passaggio alla critica delle armi sarà decisa dalla durezza dello scontro sociale che sempre più chiaramente ci metterà nella condizione di individuare gli oppressori e i rispettivi servitori.
 
dal sito  http://www.comunismoecomunita.org/

mercoledì 8 dicembre 2010







MONNEZZA E CAPITALISMO: 
FRATELLI GEMELLI



di Antonio Catalano








Napoli è la città associata al degrado, i cumuli di spazzatura, che fanno da sfondo come un tempo il Vesuvio col pino in primo piano, parlano superficialmente dell’indolenza di una popolazione che accetta una simile situazione. Facile pensare che si tratti di un’anomalia, partenopea appunto. Facile perché così ci si spazza la coscienza da ingombranti dubbi e interrogativi che potrebbero condurre a risposte ben più serie e concrete. «Questa è la domanda» diceva il personaggio principale del film Questione di cuore. E qui la domanda non può che essere perché questa immondizia. Certamente cattiva amministrazione, mancanza di differenziazione e di siti adeguati per lo smaltimento dei rifiuti eccetera; rimane però il fatto che è questione non perimetrabile al territorio napoletano e campano. Sappiamo ormai bene che quella dei rifiuti è una questione generale, che guadagna le prime pagine non perché sia aumentata la coscienza ecologica, ma perché i rifiuti ci sommergono, e non metaforicamente. Oltre a sporcare e degradare gli ambienti urbani e rurali i rifiuti generano problemi di enorme gravità al livello della salute del territorio, con evidente ricaduta sulla salute della collettività. Tempo fa mi occupai del caso di una grande discarica abusiva nella terra di Capitanata – in seguito all’inchiesta del giornalista di Gianni Lannes – ricavata scavando nelle viscere di una fabbrica di laterizi dismessa tempo addietro. L’inchiesta portò alla luce l’incontestabile relazione fra questi rifiuti altamente tossici (ed anche radioattivi) e l’aumento dei casi di malattie tumorali nella popolazione della zona; e che questi rifiuti provenissero non da Foggia o Bari ma dalle regioni del nord-est italiano se non addirittura dalla lontana Corea.

Se nel nostro Occidente ora ce ne rendiamo conto, è solo perché le grandi discariche terrestri e marine del Sud del mondo sono ormai piene. Cerchiamo di essere razionali, e quindi seri: il problema non può ridursi alla mancanza di capacità gestionali degli enti periferici preposti all’amministrazione dello smaltimento dei rifiuti (anche se questa critica ci può stare, anzi ci sta); bisogna volare alto, rendersi conto che il difetto sta nel manico, cioè che la causa delle causa non è un modello di sviluppo ma è il modo di essere di questo sistema. L’imputato è il capitalismo, sistema per sua natura intrinseca privo di senso etico, cioè di riflessione su ciò che è bene e su ciò che è male, sistema che pone a ragione della sua stessa sopravvivenza la logica del profitto e dell’accumulazione permanente senza limite. È proprio questa assenza di limite la caratteristica fondamentale del capitalismo, una mancanza di limite che si coniuga con l’idea di libertà intesa come libertà di e non libertà per. Dove la differenza della preposizione esprime la fondamentale differenza fra il concepire la libertà come il diritto di fare tutto ciò che si vuole e libertà intesa come processo di costruzione di percorsi di emancipazione e quindi di vera libertà.

Il capitalismo è il sistema che educa al senso della libertà senza confini e senza limiti: la libertà economica, intesa come l’architrave della libertà (guai a metterla in discussione!), per cui basta avere del capitale da investire e qualsiasi produzione diventa lecita, al di là della sua utilità sociale, e naturalmente diventa lecito lo smercio di questa produzione (e se non è direttamente lecito lo diventa per vie traverse); la libertà del consumo illimitato è la libertà che direttamente ne consegue (guai a metterla in discussione!). Si scomodano schiere di intellettuali e filosofi embedded (assoldati) per spiegare e convincere che si tratta di libertà fondamentali. Produrre e, soprattutto, consumare sempre e in ogni luogo, senza interruzione e senza limitazioni, altro che giorni festivi, santificati o meno poco importa. I centri commerciali, e non solo, devono essere sempre aperti, e tutti devono sempre poter accedere al consumo liberamente. Che poi questo abbia sconquassato le abitudini sociali inserendo in esse micidiali meccanismi di flessibilizzazione e quindi di precarietà lavorativa e sociale poco importa. Perché ci si tiene tanto a garantire la libertà dell’individuo a consumare merci? Perché se no che senso avrebbe la libertà economica? Solo così si può creare il circolo virtuoso della produzione illimitata di plusvalore! Possiamo quindi affermare con il filosofo Massimo Bontempelli che «il limite non è la negazione della libertà, ma addirittura la sua condizione costitutiva; la libertà, al di fuori del limite, perde natura sua propria, che è la autodeterminazione, convertendosi in un impulso eterodiretto, cioè nel suo contrario».

Tornando ai nostri cari rifiuti, come non possiamo citare la mostruosità della Pacific Trash Vortex (Grande Chiazza di Immondizia del Pacifico)? Molti ormai sanno di questa gigantesca concentrazione di spazzatura che arriva soprattutto dagli Stati Uniti e che per una serie di correnti a spirale si concentra fra il 135° e 155° meridiano Ovest e fra il 35° e il 42° parallelo Nord (nell’Oceano Pacifico). Si estende su un diametro di circa 2500 chilometri ed è un concentrato senza eguali di spazzatura, dove l’80% è plastica. La dimensione di questo agglomerato di spazzatura è stata valutata da un minimo di settecentomila chilometri quadrati (oltre la superficie della Francia) ad un massimo di dieci milioni di chilometri quadrati (oltre la superficie degli USA); mentre il peso di questo concentrato di spazzatura da un minimo di 3,5 a cento milioni di tonnellate. Ed ogni sopralluogo continua a mettere in evidenza come questo continente galleggiante continui a crescere. Recenti studi e avvistamenti hanno individuato il formarsi di altri agglomerati di questo tipo: a sud-est del Giappone, nel Mar dei Sargassi, a ovest delle coste del Cile e, nell’Atlantico, tra l’Argentina e il Sud Africa. L’aspetto raccapricciante è che il materiale plastico si degrada sotto l’esposizione della luce (non è biodegradabile ma fotodegradabile) in porzioni molto piccole, fino a raggiungere la dimensione dei polimeri che la compongono. I quali polimeri galleggiano, ed essendo simili al plancton, sono preda dei molluschi che se ne cibano, portando così la plastica a percorrere la catena alimentare e raggiungere anche altre specie animali e quindi l’uomo. E di plastica se ne continua a produrre, nel mondo, oltre cento miliardi di chili all’anno.

Dovremmo a questo punto individuare come fattore preponderante della messa in circolo di plastica e rifiuti in genere i centri commerciali: questi, infatti, per poter limitare il personale (generalmente poco retribuito e poco garantito, molto spesso costretto ad accettare contratti a tempo parziale) aumentano in modo incredibile gli imballaggi fino ad arrivare a costringerci ad acquistare su ogni cento grammi di merce anche dieci grammi di plastica, cartone, vetro eccetera. I centri commerciali, realtà che hanno soppiantato i luoghi tradizionali dell’incontro e della socialità così contribuendo in modo decisivo alla trasformazione di abitudini sociali che storicamente hanno visto nella piazza il luogo per eccellenza sia dell’incontro sia della socialità; quelli che Marc Augé ha definito, insieme ad altri situazioni, come nonluoghi, cioè spazi non tradizionali dove nulla è destinato al caso: al loro interno è calcolato il numero dei decibel, dei lux (unità di misura per l’illuminamento), la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazioni. Nonluoghi che sono identici a Roma, a New York, a Singapore, a Parigi. Nonluoghi come rappresentazione della nostra epoca, caratterizzata dalla precarietà, dalla provvisorietà, dal transito e da… un individualismo solitario.

Giusta questa critica, e senz’altro da considerare nella definizione di quel concetto di libertà per di cui prima si scriveva. Criticare il modo in cui questo antiumano sistema – il capitalismo – determina i modi dello sfruttamento, della miseria, del degrado, dell’alienazione, non solo è giusto è necessario. Ma è illusorio, e quindi perdente, pensare che questo modo di produzione – capitalistico – possa perdere i caratteri strutturali della barbarie pensando di: proporre modelli alternativi di consumo o di sottoconsumo; trasferirsi, individualmente o per piccoli gruppi, in luoghi apparentemente fuori della piovra; rifugiarsi nell’idea astratta e consolatoria di una catastrofe liberatrice. Il capitalismo è come un vampiro che, per sopravvivere, deve nutrirsi di sangue di creature umane. Per questo è necessario che si alzi forte, oltre alla rabbia, anche la capacità di mettere radicalmente in discussione (con le lotte, con l’organizzazione, con la teoria, con la politica, con la filosofia) questo infame sistema. Napoli non è, quindi, l’escrescenza malata di un corpo sano, ma l’espressione esasperata (nel nostro Primo Mondo) di una società – capitalistica – fortemente piagata da metastasi.

Per tutto questo, è giusto aderire e partecipare alla manifestazione nazionale di sabato 11 dicembre a Terzigno per la chiusura immediata e la bonifica della cava Sari e delle discariche del Vesuvio.


8 dicembre.2010


dal sito        http://www.comunismoecomunita.org/

domenica 3 ottobre 2010






NAWAL E IL RAMADAM


 di Antonio Catalano










Siamo in pieno agosto e, come spesso in questi ultimi anni mi capita, trascorro buona parte di agosto con i miei vecchi genitori, che hanno bisogno di assistenza, in particolare mio padre che ha perso l’autosufficienza. Ad aiutarli c’è una ragazza marocchina, Nawal, stanziatasi qui con la sua famiglia da alcuni anni. Una badante, quelle per le quali l’attuale governo appena insediatosi, dopo aver sparato ad alzo zero contro gli immigrati e gli irregolari definiti clandestini, dovette subito a “furor di popolo” ritrattare l’originaria intenzione di non regolarizzazione in quanto questa avrebbe messo a dura prova la capacità di tenuta della società italiana in totale assenza di una politica di assistenza e di cura delle persone.
Nawal è una ragazza di vent’anni, e con i suoi genitori, e la comunità islamica, segue in questo periodo (dall’11 agosto) il precetto del Ramadan – atto basilare di culto per gli islamici – che implica l’osservanza di questa regola: digiuno completo dalle quattro del mattino sino alle otto di sera. Alle venti Nawal interrompe il digiuno, prima beve latte accompagnato da datteri poi consuma il pasto. A mezzanotte un altro pasto ed alle quattro del mattino si sveglia per la preghiera e beve tanta acqua. Nawal segue la regola del Ramadan con determinazione, con perseveranza, con convinzione. E con serenità. Nonostante si trovi in una casa dove il digiuno non è osservato e quindi si fa colazione pranzo e cena regolarmente oltre che, facendo molto caldo, si beve tanto e spesso. Eppure, nonostante le provocatorie e scherzose offerte di mio padre non si lascia tentare di un ette, avanti per la sua strada come Gesù nel deserto che sdegnosamente rifiutava le profferte di Satana (come raccontano i vangeli). Lei lavora tutto il giorno, con le dovute pause, e innegabilmente risente dello stato di privazione sia di acqua che di cibo, è più stanca e a suo stesso dire affaticata. Fino al 10 settembre!
La nostra civiltà occidentale tardo-capitalistica esalta il principio edonistico in nome del quale tutto va subordinato. Non che questo corrisponda ad uno stato di benessere collettivo che – anzi! –, di questi tempi diminuisce a vista d’occhio in particolare per i ceti popolari. Lo stesso nostro stanco cattolicesimo è sempre meno capace di suscitare moti di spiritualità e di “sacrificio”: tutti possono far la comunione senza passare per l’ “antipatica” porta della confessione – per giunta dopo aver appena fatta colazione, e semmai con una gomma da masticare ancora in bocca mentre si accoglie l’ostia (che per un cattolico dovrebbe rappresentare il corpo di Cristo). Il venerdì non è più vissuto come un giorno di penitenza per cui tutto procede come sempre e casomai non si dovesse mangiare carne è solo per abbuffarsi di altro. Per non parlare della Quaresima – che ormai i più nemmeno sanno più cosa rappresenti – e dei riti ad essa collegati, e della quasi nulla opposizione (in ogni caso debole e inefficace) della Chiesa per contrastare il fenomeno dell’apertura sine die degli esercizi commerciali (con il micidiale portato della necessaria flessibilità e conseguente precarietà che si accompagna a questo fenomeno). Insomma, quel che voglio dire è che il senso di religiosità diffuso nel nostro corpo sociale è ormai così annacquato che nulla possono fare i richiami del teologo/papa Ratzinger/Benedetto XVI ad un ritorno al vero valore della fede. La Chiesa in questa epoca di capitalismo selvaggio ed assoluto (nel senso che è un capitalismo che ha penetrato tutte le sfere della vita sociale con annesso processo di mercificazione della vita sociale e spirituale) è sempre più secolarizzata e laica, la massa dei “credenti” è quasi del tutto all’oscuro della precettistica cattolica.
Per amore di chiarezza, non sono un credente, cerco solo di essere attento a quel che accade nello sforzo di individuare le linee di rottura con l’assetto capitalistico della società, che ritengo essere un modo di produzione, un sistema, geneticamente anti-umano, quindi votato a deprivare l’essere umano della sua naturale tendenza a considerare l’altro non un suo concorrente/nemico da smarcare e svilire ma un potenziale elemento di riferimento per la costruzione di processi emancipatori e di liberazione. Ben sapendo, comunque, che la società capitalistica non è un insieme indistinto di persone o cittadini, ma una struttura complessa dove agiscono in contrapposizione movimenti derivanti dai differenti interessi di classe che fra di essi confliggono.
Il Ramadan non è pertanto un istituto compatibile col capitalismo globalizzato, il che non vuol significare che sia anti-capitalistico (questo presuppone l’intenzione di opporsi a tale sistema), le sue regole vanno in rotta di collisione con le necessità di una società liquida che individua come processi di valorizzazione solo quelli che portano profitto. Il Ramadan è un istituto interno ad una società con caratteristiche ancora non completamente assoggettate alla logica totalizzante ed assoluta (nel senso di cui prima) del capitalismo, esso richiede tempi e comportamenti che destano oltre che stupore e incomprensione in noi occidentali “civilizzati” intralcio ai meccanismi veloci e performanti della società dove il tempo è una variabile strettamente dipendente del meccanismo della riproduzione capitalistica.
È questo un elemento in più per comprendere l’attuale clima di islamofobia che il cosiddetto capitalismo globalizzato ingenera e propaganda. Non perché il capitalismo globalizzato sia di per sé antireligioso, infatti esso tollera, anzi coccola, quella religiosità che nasce e si rafforza nel suo seno, che coniuga la fede in Dio con quelle del dio mercato, che non teme di mettersi al servizio delle ragioni imperiali del capitalismo in nome delle quali esporta la “santa” democrazia a suon di bombe e genocidi.
Non c’è in questa breve riflessione nessuna nostalgia passatista e nemmeno l’esaltazione di società e culture (a volte semi-arcaiche) che spesso si arroccano su stesse per difendersi dallo spossessamento operato dal violento penetrare in esse dell’ideologia – altro che religiosa! – globalista. Sono infatti consapevole che anche nelle società islamiche non vi siano rapporti sociali liberati dalla logica dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma processi di liberazione veri e profondi non possono che nascere dal rifiuto secco dell’ideologia capitalistica che ritiene la religione un orpello del passato solo quando essa non si sottomette alla sua devastante ed annichilente macchina schiacciasassi.

21/08/2010

dal sito "Comunismo E Comunità"
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