Diari di Cineclub

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mercoledì 23 marzo 2016

SOFFIA LA CACCIA ALLO STRANIERO di Guido Viale







SOFFIA LA CACCIA ALLO STRANIERO 
di Guido Viale 


Migranti: l'accoglienza o il respingimento, una contrapposizione che rivede classi e forze sociali. I governi europei sono in gran parte lanciati all'inseguimento delle destre. Ma si tratta di una vana rincorsa



Il cordoglio e la pietà per le vittime degli attentati di Bruxelles dovrebbero renderci più umani e non più feroci nell'affrontare il vero conflitto con cui dobbiamo misurarci se vogliamo prosciugare lo stagno dove sguazza il terrorismo islamista: quel conflittoverso i profughi che rende l'Europa così fragile e debole. L'urgenza di difenderci non deve farci dimenticare che il terrorismo non si combatte con la guerra, che é ciò che lo ha prima covato e poi nutrito nel corso degli ultimi anni, né con lo Stato di polizia, che non fa che promuoverlo, e meno che mai con la "caccia allo straniero"; bensì combattendo le discriminazioni e il disprezzo che alimenta il rancore di cui si nutre il terrorismo. Per questo non c'è niente che metta in forse la convivenza in Europa quanto il cinismo e la ferocia con cui i suoi governi trattano i profughi che si presentano alle sue porte per sottrarsi al terrore che rende impraticabili tutti quei paesi - e non solo la Siria - da cui cercano di fuggire.

domenica 24 gennaio 2016

LO STATO ISLAMICO IN IRAQ E NEL LEVANTE SORTO SULLE SPERANZE INFRANTE DELLE PRIMAVERE ARABE di Adam Hanieh






LO STATO ISLAMICO IN IRAQ E NEL LEVANTE SORTO SULLE SPERANZE INFRANTE DELLE PRIMAVERE ARABE
di Adam Hanieh*



Dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, gran parte della sinistra ha collegato l’ascesa dello Stato islamico [IS] in Iraq e nel Levante all’approfondirsi della violenza imperialista in Medio Oriente. La guerra e l’imperialismo da un lato, e il crescente impatto del terrorismo jihadista dall’altro, vengono descritti come stretti in una morsa di violenza e di distruzione che li rafforza reciprocamente. «La barbarie imperialista e quella islamista si alimentano reciprocamente», scriveva il Nuovo Partito Anticapitalista francese poco dopo gli attentati di Parigi. Per infrangere questa micidiale morsa nichilista, occorre opporsi all’intervento straniero, porre fine alla violenza imperialista e fermare il saccheggio delle ricchezze nei paesi medio-orientali, in Africa e altrove.

La logica di fondo di questo argomento ha senza dubbio una solidità. Tuttavia, in fatto di valore esplicativo, un tipo di analisi del genere non va molto in là. Soffre di una generalizzazione e un’astrazione eccessive – non ci dice molto sulla specificità di questo particolare momento e sulla natura dell’IS come movimento. Stabilendo una sorta di automaticità o di specchio naturale che riflette l’IS e l’imperialismo, ci possono sfuggire l’importanza del contesto e la storia che ha dato forma alla straordinariamente rapida crescita di questa organizzazione

Perché la risposta all’aggressione occidentale e alle situazione catastrofica in Siria, in Africa e altrove nel complesso dell’area assume questa particolare forma ideologica e politica? Che cos’è che spiega il sostegno che l’IS trova sul posto, nel mondo arabo e in Europa? E come mai in questo modo?

La genesi vera dell’ascesa dell’IS va ricercata nella traiettoria delle sollevazioni arabe che sono esplose nel 2011 e 2012. Queste esprimevano un’enorme speranza, che bisognava continuare a sostenere. Hanno subito la repressione e il cambiamento repentino, senza riuscire a procedere in nessuna direzione di fondo. È in questa breccia che sono sorti i gruppi islamisti, essendo il loro rafforzamento strettamente calibrato sul rifluire delle rivolte e delle aspirazioni popolari alla democrazia che queste incarnavano. Non era affatto inevitabile. Ma le difficoltà che le rivoluzioni hanno dovuto affrontare hanno creato un vuoto, che qualcos’altro doveva colmare.

La visione del mondo dell’IS è l’espressione ideologica di questa nuova realtà. Per essere chiari, l’ascesa dell’IS non si può semplicemente spiegare come il risultato dell’ideologia o della religione, come sembrano credere tanti commentatori occidentali. Sono radici sociali e politiche molto concrete quelle che spiegano la crescita dell’organizzazione.

Tuttavia, prendere sul serio l’espressione ideologica ci aiuta a capire come i diversi fattori che si incrociano, la propagazione distruttiva del confessionalismo, la devastante repressione in Siria e in Iraq, nonché gli interessi in Medio Oriente delle varie potenze regionali e internazionali, abbiano tutti contribuito attivamente alla crescita dell’IS.

È la dialettica del riflusso: la crescita dell’IS ha simultaneamente rafforzato e alimentato l’incapacità di realizzare le aspirazioni del 2011, mentre la regione si impantanava in tutta una serie di crisi che si approfondivano. Il quadro ideologico di queste crisi proposto dell’IS è chiaramente erroneo, ma è nondimeno quello che ad alcuni sembra in consonanza con l’esperienza direttamente vissuta, la base di fondo per loro di una visione del mondo che dà un senso al caos e alla distruzione. Sono questi gli aspetti del processo che, rafforzandosi reciprocamente, rendono così pericolosa la situazione attuale.

domenica 17 gennaio 2016

COME AFFRONTARE LA BARBARIE DILAGANTE di Antonio Moscato







COME AFFRONTARE LA BARBARIE DILAGANTE
di Antonio Moscato



L’articolo Califfato e barbarie è stato pubblicato senza l’ampio preambolo con cui di solito presentavo testi che potevano essere fraintesi. Lo si deve soprattutto alle difficoltà che ho, alla mia non più verde età, a padroneggiare i problemi tecnici di un sito diverso da quello a cui mi ero abituato da anni (che tra l’altro sembrava potesse essere riparato in questi giorni, ma era solo un miraggio).

Per questo motivo banale avevo concentrato la mia attenzione solo sui problemi tecnici della pubblicazione. Ho ricevuto subito una critica dovuta a mio parere a un fraintendimento: scopo dell’articolo non era quello di attenuare il giudizio sui crimini dello Stato islamico o raccogliere gli argomenti della propaganda a volte insidiosa che il califfato fa per conquistare seguaci in occidente.

L’asse dell’articolo era espresso dalla domanda iniziale: “I giorni del Califfato sono sicuramente contati, ma rimarrà invece l’interrogativo: perché funziona?” e dalla constatazione conclusiva: “decine di migliaia di giovani, soprattutto molti giovani proletari, attraversano il pianeta per andarci a vivere o a morire, e molti altri ne vagheggiano”. Il problema ignorato dalla propaganda demonizzante che presenta lo Stato Islamico solo come un problema militare da risolvere con qualche bombardamento in più, che ovviamente colpisce popolazioni del tutto estranee al califfato, in Siria come in Libia, è che alcuni milioni di iracheni e siriani hanno deciso (in genere malvolentieri) di restare nelle zone occupate dal califfato, che non amano ma appare non peggiore di molti altri Stati della regione, compreso il regime di Assad, e di buona parte delle forze che continuano a combatterlo. L’autore dell’articolo, evidentemente legato alla cultura anarchica, giustamente sottolineava che “il fatto che l’amministrazione del Califfato si imponga freddamente con la violenza e l’arbitrio, non è certo una ragione per privarla del nome di Stato, al contrario”. (A.M)

domenica 29 novembre 2015

IL FALLIMENTO DI HOLLANDE NELLA DECOLONIZZAZIONE ANDATA A MALE di Rino Genovese




IL FALLIMENTO DI HOLLANDE NELLA DECOLONIZZAZIONE ANDATA A MALE
di Rino Genovese

Con il trascorrere delle ore, si precisano i contorni della terribile notte parigina di venerdì 13 novembre. E sono i soliti: gli attentatori, i jihadisti disposti a farsi saltare in aria, sono giovani europei, francesi e belgi, usciti dalla immigrazione post-coloniale. Figli, a tutti gli effetti, di quella République con cui a Parigi ci si sciacqua la bocca, ma che ha allevato una generazione di paria.

Andate nelle banlieues, toccherete con mano che cos’è l’odio nei confronti del razzismo strisciante che pervade la Francia, e che sarebbe riduttivo riassumere con il nome di Marine Le Pen. Non sono solamente i dati statistici a dirlo (la disoccupazione giovanile, il fallimento scolastico: chi è nato e vissuto nelle periferie francesi ha il doppio delle possibilità di non terminare gli studi, e parliamo della scuola dell’obbligo); sono soprattutto i cappucci delle felpe perennemente alzati, gli sguardi torvi. Là c’è una numerosa schiera di arrabbiati, alcuni dei quali disposti a diventare dei kamikaze e a fare un macello.

Non bisogna credere che, da un punto di vista urbanistico, le banlieues siano un disastro – tutt’altro: a Scampia si sta molto peggio. Ma c’è uno scarto sostanziale tra le periferie delle grandi città italiane (soprattutto Roma e Napoli) e le periferie francesi. Si tratta della differenza culturale. In Italia, grosso modo, i giovani sono tutti controllati dalle famiglie, sono immersi nella stessa temperie familistica o familistico-criminale, quando si tratta della malavita organizzata. Nei paesi dalla storia coloniale e post-coloniale più complessa della nostra, invece, la differenza culturale è vissuta come una riappropriazione delle radici da parte di giovani per lo più allo sbando, provenienti da gruppi familiari numerosi e scombinati (c’è persino una psichiatria specializzata nel trattamento delle sindromi depressive derivanti dal passaggio da una cultura a un’altra).

mercoledì 25 novembre 2015

LE NOSTRE RESPONSABILITA' DI FRONTE AL TERRORE di Pierre Rousset, François Sabado







LE NOSTRE RESPONSABILITA' DI FRONTE AL TERRORE
di Pierre Rousset, François Sabado


Gli attentati del 13 novembre a Parigi:
il terrore dello Stato islamico, lo stato d’urgenza in Francia, le nostre responsabilità



Solidarietà con le vittime!

Il 13 novembre segna un mutamento della situazione politica nazionale e internazionale. Lo Stato islamico (IS, Daesh) ha colpito ancora, e ancora più forte. In gennaio, i bersagli erano i giornalisti di Charlie Hebdo, la polizia e gli ebrei. Questa volta è stata la gioventù del paese ad essere presa di mira. Non hanno ucciso in luoghi qualsiasi o chiunque: hanno colpito i giovani, la gioventù di ogni tipo, di qualsiasi origine, appartenenza religiosa o meno, di qualsiasi opinione politica. Almeno 130 morti , oltre 350 i feriti – a dir poco un migliaio i testimoni diretti della carneficina. Molti di noi hanno amici o parenti tra le vittime o abbiamo amici che ne hanno. L’ondata di choc, l’emozione è profonda.

L’obiettivo perseguito dai commandos dello Stato islamico non fa misteri: spaccare la società con il terrore. Creare una situazione in cui si impone la guerra degli uni contro gli altri; in cui la paura erge insormontabili barriere tra cittadini e cittadine in base all’origine, alle rispettive religioni, ai modi di vivere, alle loro identità – scavare un fossato di sangue all’interno stesso della religione musulmana, forzare i credenti alla scelta di campo: chi non è con noi fino all’inumano è contro di noi e diventa un bersaglio “legittimo”.

Gli attentati di Parigi sono stati tra i più sanguinosi perpetrati nel mondo dallo Stato islamico ed altro movimento analogo che risponda alla stessa logica distruttiva. La nostra solidarietà è internazionale, e si rivolge in particolare verso coloro che, in altri paesi, la combattono a rischio delle proprie vite: in Siria e in Iraq, in Libano e a Bamako, in Pakistan e in Turchia… Dobbiamo innanzitutto affermare la nostra compassione, il nostro identificarci, la nostra fratellanza con le vittime, con i loro cari.

sabato 21 novembre 2015

INTERROGATIVI INQUIETANTI di Antonio Moscato





INTERROGATIVI INQUIETANTI
di Antonio Moscato



È forte la tentazione di spegnere per qualche giorno la TV e di non comprare i quotidiani farciti di discutibili inchieste su particolari inutili, che vorrebbero dare l’impressione di una sovrabbondanza di informazioni mentre hanno spesso lo scopo di impedire una riflessione su quello che sta accadendo.

Ma bisogna reagire: non è possibile accettare che col pretesto della lotta al terrorismo si limitino diverse libertà, a partire da quella di manifestazione, vecchio obiettivo di tutti i governanti a prescindere delle circostanze, naturalmente legalizzando quel che si fa da sempre senza dirlo e senza autorizzazioni formali: controlli generalizzati di telefoni, computer ecc. Senza che serva minimamente a scoprire in tempo chi prepara un attentato.

Dobbiamo domandarci a che serve l’indicazione della religione nelle schedature di chi viaggia nell’UE, di cui si sta discutendo oggi a Bruxelles. Non avrebbe mai scovato Hasna, la cugina di Abdelhamid Abaaoud, la ragazza che si è fatta saltare in aria a Parigi: non solo per dissimulazione fino a poco tempo fa Hasna frequentava bar, beveva alcolici, si truccava e postava su Face Book una sua foto immersa nella vasca da bagno… Già si era visto dopo gli attacchi a Charlie Hebdo e al supermercato Kasher che i protagonisti erano generici sballati di periferia, coinvolti in piccole attività di spaccio, e conquistati da poco tempo alla Jihad. Come identificarli nella mole enorme di intercettazioni e segnalazioni?

venerdì 20 novembre 2015

ISIS: L'ERRORE DI PARTENZA di Aldo Giannuli






ISIS: L'ERRORE DI PARTENZA
di Aldo Giannuli



Tutta la questione dell’Isis e della conseguente decisione sulla guerra, si basa su un assunto di partenza: che l’Isis voglia distruggere l’Occidente cristiano, il nostro stile di vita, le nostre libertà e trasformare San Pietro in una Moschea, come si legge nei loro proclami che ci appaiono farneticanti. Dunque è l’Occidente il nemico principale della jihad da cui dobbiamo difenderci. Ma le cose stanno proprio così?

Indubbiamente questa è la versione propagandistica dell’Isis e non c’è dubbio che gli jihadisti “di base” (se ci si consente il termine) pensa esattamente questo ed è disposta ad immolarsi con gli attentati suicidi, anche per vendicare i morti dei bombardamenti occidentali.

Forse è il caso di ricordare che le imprese guerresche occidentali hanno fatto un milione di morti fra i civili irakeni, centinaia di migliaia fra gli Afghani, decine di migliaia fra libanesi, libici ecc. Senza contare i palestinesi nel conflitto con gli israeliani. Dunque, che ci sia un sentimento di forte ostilità nei confronti dell’occidente è del tutto plausibile e non solo fra gli estremisti della Jihad, ma anche fra la gente comune ed è proprio su questo risentimento che gli jihadisti fanno leva sia per allargare la loro sfera di influenza, sia per delegittimare, parallelamente le classi dirigenti nazionali dei paesi arabi o, comunque, islamici.

La “narrazione” della guerra Occidente-Islam è profondamente distorsiva ed impedisce di vedere una serie di aspetti di grande importanza. In primo luogo occulta il dato della guerra civile islamica che, come diremo, è prevalente sulla guerra con l’Occidente. In secondo luogo alimenta la leggenda di un islam moderato che si identifica con i pretesi alleati dell’Occidente (sauditi, quatarioti, Erdogan ecc.) che, al contrario, rappresentano la parte peggiore e più integralista dell’Islam.

LA CULTURA DI PACE E' OGGI MINORITARIA di Guido Viale






LA CULTURA DI PACE E' OGGI MINORITARIA
di Guido Viale




La guerra non è fatta solo di armi, eserciti, fronti, distruzione e morte. Comporta anche militarizzazione della società, sospensione dello stato di diritto, cambio radicale di abitudini, milioni di profughi, comparsa di “quinte colonne” e, viva iddio, migliaia di disertori e disfattisti, amici della pace. Quanto basta per capire che siamo già in mezzo a una guerra mondiale, anche se, come dice il papa, “a pezzi”.

Questa guerra, o quel suo “pezzo che si svolge intorno al Mediterraneo, è difficile da riconoscere per l’indeterminatezza dei fronti, in continuo movimento, ma soprattutto degli schieramenti. Se il nemico è il terrorismo islamista e soprattutto l’Isis, che ne è il coagulo, chi combatte l’Isis e chi lo sostiene? A combatterlo sono Iran, Russia e Assad, tutti ancora sotto sanzione o embargo da parte di USA e UE; poi i peshmerga curdi, che sono truppe irregolari, ma soprattutto le milizie del Rojava e il Pkk, che la Turchia di Erdogan vuole distruggere, e Hezbollah, messa al bando da USA e UE, insieme al Pkk, come organizzazioni terroristiche. A sostenere e armare l’Isis, anche ora che fingono di combatterlo (ma non lo fanno), ci sono Arabia Saudita, il maggiore alleato degli Usa in Medioriente, e Turchia, membro strategico della Nato. D’altronde, ad armare l’Isis al suo esordio sono stati proprio gli Stati uniti, come avevano fatto con i talebani in Afghanistan. E se la Libia sta per diventare una propaggine dello stato islamico, lo dobbiamo a Usa, Francia, Italia e altri, che l’hanno fatta a pezzi senza pensare al dopo. Così l’Europa si ritrova in mezzo a una guerra senza fronti definiti e comincia a pagarne conseguenze mai messe in conto.

mercoledì 18 novembre 2015

ALLORA, FACCIAMO LA GUERRA ALL'ISIS? di Aldo Giannuli





ALLORA, FACCIAMO LA GUERRA ALL'ISIS?
di Aldo Giannuli



D’Alema ha proposto una azione di guerra contro l’Isis per debellare il “Califfato”. Molti altri ancora non l’hanno detto ma lo pensano. E, d’altro canto è la risposta più facile da dare alla rabbia popolare.
Escluso che si possano bombardare i casermoni delle banlieu da dove provengono alcuni dei terroristi che sarebbero stati identificati, non potendo essere certi di identificare ed arrestare i clandestini dell’Isis presenti in Europa in tempi brevi, l’unico obiettivo visibile ed a portata di mano è quello, per cui la risposta immediata può essere quella. Ma sarebbe una mossa saggia?

Riflettiamoci un attimo: il nostro problema più urgente è stroncare la minaccia terroristica sul nostro territorio e radere al suolo il Califfato non azzererebbe quella minaccia. Se la memoria non mi inganna, aver abbattuto il regime dei talebani non eliminò la minaccia terroristica di Aq e dei gruppi più o meno collegati, visto che ci furono le stragi di Madrid, di Londra e così via. Quindi, Califfato o non Califfato, il problema di come sradicare la rete terroristica in Europa resterebbe.

Personalmente, essendo marxista, non sono un pacifista o un non violento e, pur odiandola, non escludo la guerra dal novero delle scelte politiche possibili (pur odiandola: ripeto), inoltre penso che il Califfato vada estirpato senza troppi complimenti e che questo sia possibile solo con la forza, prima o poi. Ma questo è un problema distinto dall’altro e lo terrei separato. Per ora il problema è quello di riattrezzare l’intelligence dei nostri paesi rendendola un po’ più efficace di quello che è stata sinora.

lunedì 16 novembre 2015

LA GUERRA TOTALE DELLA FRANCIA IN AFRICA E MEDIO ORIENTE di Antonio Mazzeo




LA GUERRA TOTALE DELLA FRANCIA IN AFRICA E MEDIO ORIENTE
di Antonio Mazzeo



Profondamente addolorati per le sanguinose stragi terroristiche in Francia, nell’esprimere vicinanza e solidarietà alle vittime è però necessario riportare alla memoria alcune gravi vicende belliche che hanno visto protagoniste, recentemente - in medio Oriente e Africa - le forze armate francesi. Non fosse altro che da più parti è già stata invocata vendetta contro i terroristi islamici, Ue, Usa e Nato annunciano di voler intensificare raid e bombardamenti in Iraq e Siria e le forze politiche ultrarazziste del continente si preparano a nuovi pogrom contro rifugiati e immigrati.

Poco meno di una settimana fa, due cacciabombardieri Mirage 2000 dell’Aeronautica militare francese, decollati da una base della Giordania, avevano distrutto un sito per la produzione e il rifornimento petrolifero nella zona sud-orientale siriana di Deir ez-Zor. L’infrastruttura, secondo le autorità di Parigi, era sotto il controllo dell’Isis ed era utilizzata per l’approvvigionamento di carburante per i mezzi impiegati dallo Stato islamico. Per intensificare l’offensiva francese contro l’Isis, il 7 novembre il presidente Francois Hollande aveva annunciato lo schieramento della portaerei a propulsione nucleare “Charles de Gaulle” al largo delle coste siriane. Imponente il dispositivo bellico a bordo della grande unità navale: 12 caccia Dassault Rafale e 9 Super Etendard, più 4 elicotteri. Essi si aggiungono ad i 6 caccia Rafale già schierati dai francesi negli Emirati Arabi Uniti, ai 6 cacciabombardieri Mirage in Giordania, a un aereo da pattugliamento marittimo Atlantique 2 e a un aereo cisterna C-135. Questi velivoli e più di 700 militari sono impegnati da un anno nell’ambito dell’Opération Chammal in Iraq (1.285 missioni aeree con 271 bombardamenti e la “distruzione di 459 target” secondo i dati forniti a fine ottobre dal ministero della difesa francese). Ai raid in Iraq, dal 27 settembre si sono sommati quelli in Siria, giustificati da Hollande con la “necessità di colpire terroristi che preparavano attentati contro la Francia”. I bombardamenti erano stati proceduti da decine di missioni ISR (Intelligence Surveillance and Reconnaissance) di ricognizione aerea e individuazione di obiettivi sul territorio siriano. A settembre, inoltre, secondo l’agenzia Associated Press, Parigi aveva avviato la fornitura di apparecchiature e di denaro a favore dei ribelli in lotta contro il regime di Bashar Assad che controllano cinque città siriane. Ufficialmente gli “aiuti” riguarderebbero attrezzature necessarie a ricostruire “pozzi d’acqua, panifici e scuole”, ma una fonte diplomatica del governo francese non ha escluso la consegna di sistemi radio e comunicazione e altre apparecchiature “non letali”. La Francia ha pure sottoscritto un accordo di cooperazione militare con le forze armate libanesi per la consegna entro il 2018 di sistemi d’arma (caccia, navi, veicoli blindati e pezzi di artiglieria da 155 millimetri) per il valore di tre miliardi di dollari. Nel quadro dell’intesa, la Francia invierà in Libano anche 60 militari per addestrare le forze libanesi all’uso degli equipaggiamenti consegnati.

sabato 14 novembre 2015

STRAGE DI PARIGI: STIAMO PERDENDO LA GUERRA CON LA JIHAD di Aldo Giannuli






STRAGE DI PARIGI: 
STIAMO PERDENDO LA GUERRA CON LA JIHAD
di Aldo Giannuli




A distanza di 10 mesi dalla strage di Charlie Hebdo, gli Jihadisti mettono a segno un nuovo spettacolare colpo a Parigi, con una strage di cui non sappiamo neppure ancora il numero esatto dei morti che, sembra, si aggirino sui 160.

Istintivamente questo spinge ad una reazione di rabbia ed indignazione che reclama una reazione pronta e durissima, ma è molto meglio non farsi prendere dalla rabbia ed analizzare freddamente l’accaduto.

Il primo giudizio è relativamente semplice da dare ed è secco: è la Caporetto della sicurezza francese: se dopo dieci mesi da un evento di quelle proporzioni, si incassa una serie di sette attentati simultanei in pieno centro della capitale (fra les Halles, boulevard Voltaire e Notre Dame, sino allo Stadio) vuol dire che è meglio che quelli della Suretè si diano al giardinaggio e che il Presidente Hollande farebbe bene a destituirne in blocco l’intera dirigenza, sostituendola con una totalmente nuova (ammesso che abbia gli uomini per farlo).

LA BARBARIE IMPERIALISTA CREA QUELLA DEL TERRORISMO





LA BARBARIE IMPERIALISTA CREA QUELLA DEL TERRORISMO

Comunicato del Nouveau Parti Anticapitaliste




Gli orribili attentati che hanno avuto luogo venerdì sera a Parigi, con almeno 120 morti, centinaia di feriti, quella violenza cieca, suscitano rivolta e indignazione. l’NPA condivide questi sentimenti ed esprime solidarietà alle vittime e ai loro parenti. E’ un dramma tanto più rivoltante in quanto colpisce vittime innocenti, con gli attentati rivolti contro la popolazione.

Questa barbarie abietta nel centro di Parigi risponde alla violenza altrettanto cieca e ancora più omicida dei bombardamenti perpetrati dall’aviazione francese in Siria decisi da François Hollande e dal suo governo.

Si tratta di bombardamenti presentati come contro lo stato islamico, i terroristi jahadisti, ma, nei fatti, ancor più dopo i bombardamenti russi, proteggono il regime del principale responsabile del martirio del popolo siriano, il dittatore Assad.

E anche là è la popolazione civile ad essere la prima vittima, condannata com’è a cercare di sopravvivere sotto il terrore o fuggire a rischio della propria vita.

La barbarie imperialista e la barbarie islamista si nutrono a vicenda. E questo per il controllo delle fonti di approvvigionamento del petrolio.

In un penoso intervento, Hollande si è commosso in diretta e ha farfugliato qualche parola sulla Repubblica. Lui, che gioca alla guerra e porta un’immensa responsabilità in questo nuovo dramma, reclama “fiducia”. Ha decretato lo stato d’emergenza in tutto il territorio, pensando che la risposta da dare era quella di calpestare le libertà fondamentali. E’ stato immediatamente sostenuto da Sarkozy. Le autorità politiche possono così ormai proibire riunioni pubbliche e controllare la stampa.

Ancora una volta, i principali responsabili di questa esplosione di violenza barbara fanno appello all’unità nazionale. Cercano di rivolgere una situazione drammatica a loro vantaggio, per soffocare l’indignazione e la rivolta. E per fare ciò trovano un capro espiatorio, i musulmani. Noi rifiutiamo ogni unità nazionale con i responsabili delle guerre, la borghesia, Hollande, Sarkozy e Le Pen. Denunciamo il razzismo che lo stato distilla nel nome dei presunti “valori della repubblica” nello stesso momento in cui, con il pretesto della lotta contro il terrorismo, sono i diritti democratici ad essere minacciati. Chiediamo la revoca dello stato d’emergenza.

La sola risposta alle guerre e al terrorismo è l’unità dei lavoratori e dei popoli, al di là delle rispettive origini, del colore della pelle, della religione, al di là delle frontiere, per battersi insieme contro chi vuole farli tacere, sottometterli, per farla finita con questo sistema capitalista che crea la barbarie.

Per mettere fine al terrorismo, bisogna mettere fine alle guerre imperialiste che puntano a perpetuare il saccheggio delle ricchezze dei popoli dominati dalle multinazionali, imporre il ritiro delle truppe francesi da tutti i paesi in cui sono presenti, in particolare in Siria, in Iraq, in Africa.



dal sito Sinistra Anticapitalista




domenica 11 ottobre 2015

SIAMO ANCORA IN TEMPO PER DIRE NO AD UNA NUOVA GUERRA IN IRAQ di Patrick Boylan





SIAMO ANCORA IN TEMPO PER DIRE NO AD UNA NUOVA GUERRA IN IRAQ
di Patrick Boylan *



Pacifisti del mondo svegliatevi: non avete altro da perdere che la vostra sfiducia!

Il Pentagono è furioso. Grazie ad una “gola profonda”, il Corriere della Sera ha potuto rivelare in prima pagina, ieri mattina il 6 ottobre, che il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e il suo omologo statunitense Ashton Carter avevano già deciso l'uso, per missioni di bombardamento, dei caccia italiani attualmente in Iraq per i soli compiti di ricognizione. Decisione presa, dunque, ancor prima dell'arrivo del sig. Carter in Italia ieri pomeriggio per la sua visita ufficiale di due giorni, e ancor prima che il Parlamento italiano potesse discutere l'intera questione, come imporrebbe la Costituzione.

La reazione alla notizia di Corsera e la successiva controreazione del governo sono state immediate: grida di scandalo da più parti seguite dal dietrofront del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e dei suoi ministri. “Si tratta solo di un'ipotesi”, hanno rassicurato in coro sia Pinotti che il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni; “Sottoporremo senz'altro la questione al Parlamento prima di decidere definitivamente qualsiasi cosa.”

Quindi Carter lascerà la Capitale oggi sicuramente a mani vuote. Grazie all'anonimo “Chelsea (Bradley) Manning” italiano che svelò la tresca, il governo Renzi fallisce il tentativo di replicare il colpo di mano che il governo di Mario Monti realizzò invece nel luglio del 2012. Infatti, Monti e l'allora Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola riuscirono ad autorizzare alla chetichella – e sempre in barba alla Costituzione italiana – l'impiego bellico dei caccia tricolore che erano stati inviati in Afghanistan in precedenza per i soli compiti di ricognizione. E i parlamentari, con poche eccezioni, scelsero di sonnecchiare.

mercoledì 2 settembre 2015

IL RUOLO ITALIANO NEL CAOS LIBICO





IL RUOLO ITALIANO NEL CAOS LIBICO 




La vicenda libica, dalle prime manifestazioni contro Gheddafi ad oggi, dovrebbe rappresentare il paradigma del modus operandi delle potenze occidentali nei territori non subordinati ai propri interessi geopolitici. Ancor più della Siria, che ne ricalca per filo e per segno la dinamica, l’evoluzione e la sua probabile conclusione, con buona pace di quella sinistra imperiale che ancora oggi legittima ogni forma d’interferenza straniera negli affari interni di un paese (ex)sovrano. Un’interferenza sempre a senso unico, ovviamente: dal ricco verso il povero; dall’occidente verso l’oriente; dal neoliberismo verso forme sorpassate di produzione capitalistica da adeguare nel ritmo e nella qualità. Stupisce come l’espansione dello Stato islamico in Libia non venga immediatamente collegata all’ingerenza occidentale dal 2010 in avanti negli affari del paese, perché proprio da questa deriva, così come la formazione e l’espansionismo islamico nel Medioriente deriva dallo smembramento di determinati Stati sovrani (dall’Iraq alla Siria). Sembrerebbe un’ovvietà e in effetti lo è per gli analisti più informati, siano essi di destra o di sinistra, difensori o meno dello status quo imperiale.

venerdì 26 giugno 2015

RAFFICA DI ATTENTATI ISIS: CHE STA SUCCEDENDO? di Aldo Giannuli




RAFFICA DI ATTENTATI ISIS: 
CHE STA SUCCEDENDO?
di Aldo Giannuli



Al momento le notizie sono scarne e possiamo riassumerle così:
a- raffica di tre attentati contemporanei (nei pressi di Lione, a Sousse in Tunisia ed in Kuwait)
b- rivendicazione Isis per Sousse, e drappo Isis lasciato sul posto nell’attentato francese, mentre per ora nulla per il Kuwait
c- appello di due giorni fa dell’Isis a moltiplicare gli attentati in occasione del Ramadan
cui dobbiamo aggiungere due eventi contemporanei:
d- perdita della città di Derna capitale delle forze filo Isis in Libia
e- nuova offensiva Isis contro Kobane in Kudistan.

Ovviamente la coincidenza fra i tre attentati non può essere casuale ed è chiaro che si tratta di azioni coordinate. La prontezza con cui hanno fatto seguito all’appello per il Ramadan fa capire che ci sono cellule pronte ad agire e con piani già predisposti, che si sono immediatamente attivate appena è partito l’ordine. E’ ragionevole ipotizzare che possano seguire altri attentati a catena nei prossimi giorni.

venerdì 22 maggio 2015

ITALIA: "TERRORISTA" ARRESTATO E IL VALZER DEGLI IDIOTI di Salvo Ardizzone





ITALIA: 
"TERRORISTA" ARRESTATO E IL VALZER DEGLI IDIOTI
di Salvo Ardizzone



Martedì sera è stata annunciata con grande enfasi la notizia della cattura di un pericoloso terrorista, addirittura implicato nella strage al Museo del Bardo, dando inizio all’ennesima pagliacciata all’italiana.

Abdel Majid Touil, così si chiama, è partito dalla zona di Casablanca, dove abitava col padre, e giunto in aereo in Tunisia; da là è passato in Libia per trovar posto su uno dei barconi di disperati che attraversano il Canale di Sicilia. Il 15 febbraio è stato raccolto in mare e il 17, poiché era privo di documenti e aveva tentato di fuggire dal centro d’accoglienza, gli è stato notificato l’obbligo di rimpatrio, ma lui è sparito, partendo in bus per raggiungere madre e fratelli che vivono a Gaggiano, nei pressi di Milano.

Più che altro uno sbandato che frequentava i bar e una scuola per imparare l’italiano: zero contatti compromettenti con ambienti integralisti; zero documenti che diano da pensare sono stati trovati in casa durante la perquisizione successiva al fermo.

mercoledì 20 maggio 2015

CHE SUCCEDE NELL'ISIS di Aldo Giannuli.





CHE SUCCEDE NELL'ISIS
di Aldo Giannuli 


Il 1° maggio, “The Guardian” annunciava che Abu Bakr Al Baghdadi, Califfo dello Stato Islamico (Isis) sarebbe stato colpito nel corso di un bombardamento americano accaduto in marzo. A causa della serietà delle ferite alla schiena, non sarebbe stato in grado di reggere il califfato, per cui sarebbe stato sostituito dal suo vice Abu Alaa al-Afri, un professore di fisica membro della prima ora dell’Isis. E questo avrebbe spiegato l’assenza di Al Baghdadi dalla scena pubblica che durava da diverse settimane.

Per la verità, non era la prima volta che veniva annunciato il ferimento di Al Baghdadi, anzi in novembre si era detto che sarebbe addirittura morto, sempre a causa di un raid aereo. Questa volta, però, si aggiungeva una nota ufficiale del governo iraqueno che confermava la notizia.

Meno di due settimane dopo, il 13 maggio, lo stesso governo di Baghdad annunciava la morte di Abu Alaa al-Afri, in un nuovo bombardamento aereo che aveva colpito la Moschea dei Martiri, nella zona di Tal Afar, mentre era in corso una riunione di molti esponenti dell’Isis in gran parte periti anche essi.

Subito dopo, compariva in rete un video di Al Baghdadi con il consueto appello alla Jihad e il Califfo appariva in buone condizioni di salute, eretto e perfettamente in grado di muoversi (mentre avrebbe dovuto essere stato colpito gravemente alla schiena). Sin qui nessuno è stato in grado di stabilire se si tratti di un messaggio preregistrato o se la voce sia davvero quella di Al Baghdadi. Insomma, che sta succedendo nell’Isis e quali e quante di queste notizie vanno prese sul serio? Quanta fuffa c’è? Facciamo alcune ipotesi.

lunedì 13 aprile 2015

LO JIHADISTA DELLA PORTA ACCANTO di Aldo Giannuli





LO JIHADISTA DELLA PORTA ACCANTO 
di Aldo Giannuli


Parliamo degli “jihadisti di casa”. Il sociologo franco iraniano Farhad Khosrokhavar ha comparato le biografie dei alcuni jihadisti naturalizzati francesi, protagonisti di attentati dal 1995 in poi: Khaled Kelkal (1995), Mohamed Merah (2012), Mehdi Nemmouche (2014), fratelle Kouachi e ne ha ricavato questi tratti comuni:

a- tutti immigrati di seconda generazione, nati in Europa

b- tutti con precedenti di piccola criminalità

c- tutti con un periodo di detenzione per reati comuni

d- tutti non militanti islamici prima della detenzione e reclutati in carcere o subito dopo

e- tutti hanno fatto un viaggio “iniziatico” in un paese islamico dopo la detenzione.

E’ un identikit molto interessante. Si badi che, come rileva l’autore, i quattro non conoscevano l’arabo e non condividevano le abitudini dei paesi che hanno visitato ma hanno “solo bisogno di illudersi di stare dalla loro parte” e di stare contro il proprio paese.

giovedì 26 marzo 2015

BARBARIE E STRATEGIA di Franco Cardini






BARBARIE E STRATEGIA
di Franco Cardini



Nimrod era uno dei siti archeologici più incredibili del mondo, con le sue sculture ciclopiche erette al centro di un anfiteatro di cime montane desolate e bellissime. Dico “era”, eppure continuo a sperare che si possa continuar a dire “è”, che i danni arrecati alcuni giorni or sono al complesso storico-archeologico dai fanatici dell’IS non siano totali e definitivi. Si è ripetuto, quattordici anni dopo, l’innominabile e imperdonabile scempio dei colossali Buddha di Bamiyan in Afghanistan, voluto dai talibani: e anch’esso teso, attenzione!, formalmente a cancellare le tracce dell’”idolatria” dal mondo, sostanzialmente ad allibire e indignare gli occidentali.

Le ragioni teologiche e religiose dell’infamia sono tanto evidenti quanto fallaci: Il Corano, proseguendo in ciò la linea aperta della Torah ebraica, proibisce qualunque tentativo di rappresentazione materiale della divinità. La giurisprudenza musulmana, concorde sulla proibizione di rappresentare in sculture o in pitture l’immagine di Dio, si mostra discorde nel valutare la liceità delle immagini riproducenti figure umane o animali. La cultura musulmana ha prodotto notevoli rappresentazioni artistiche. Dalle pitture e addirittura dalle vere e proprie statue dei califfi umayyadi di Damasco (secc. VII-VIII) a quelle del mondo iberico medievale che era appunto in rapporto con la civiltà espressiva siriana umayyade (a sua volta debitrice all’arte bizantina) fino alle numerose e preziose scuole di miniaturisti persiani e indiani dei periodi abbaside, irano-tartarico e moghul. Non solo vi si rappresentano uomini e donne, ma lo stesso profeta Muhammad il volto del quale appare tuttavia coperto da un velo o fasciato da una fiamma.

sabato 8 novembre 2014

IN PAKISTAN E ALTROVE: I NUOVI FASCISMI IN FORMAZIONE di Farooq Tariq





IL DIBATTITO SULL’IMPERIALISMO

IN PAKISTAN E ALTROVE: I NUOVI FASCISMI IN FORMAZIONE
di Farooq Tariq


Pubblichiamo il particolare contributo di Farooq Tariq sui nuovi “fascismi” in formazione in contesti diversi dall’Europa, dove è nato e si è sviluppato il fenomeno del fascismo nelle sue diverse declinazioni. Farooq Tariq, portavoce nazionale del Labour Party Pakistan, nota come da anni, in un contesto segnato da profondi cambiamenti, Stati come India, Pakistan, Afghanistan, Iraq, Siria, Sri Lanka, e vari altri paesi dell’Africa e dell’Asia, si stiano affermando correnti “fasciste con riferimenti religiosi” in Stati diversi stati come l’India, il Pakistan, l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, il Sri Lanka, ma anche in altri paesi dell’Asia e dell’Africa. Sebbene sia in discussione l’attributo “fascista” per questi movimenti, il loro carattere reazionario è indubitabile e costituiscono una grave minaccia per i movimenti operai, contadini e progressisti che spesso devono difendersi anche con le armi dall’attacco violento che essi subiscono. Alcune formazioni di sinistra, “campiste”, hanno spesso giustificato, e in certi casi anche esaltato, l’ascesa di gruppi fondamentalisti ritenendo per il loro carattere “antimperialista”. In realtà, gruppi come i Talebani, nonostante il loro contrasto con gli Stati Uniti, rappresentano una forza controrivoluzionario. In Pakistan convergono con lo Stato nello schiacciare le donne, gli operai e i contadini che osano alzare la testa ed organizzarsi per una società giusta, libera ed egualitaria. Con questo fenomeno, che attiene alla nuova fase dell’imperialismo, dovremo fare i conti nei prossimi anni e non sarà più sufficiente analizzarlo solo con gli occhi rivolti al passato. (ndr)
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