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lunedì 22 giugno 2015

PAPA FRANCESCO:"DA PARTE DELLA CHIESA CATTOLICA VI CHIEDO PERDONO"




PAPA FRANCESCO: 
"DA PARTE DELLA CHIESA CATTOLICA VI CHIEDO PERDONO"
di Federica Tourn


Storico incontro nel tempio di Torino: per la prima volta un papa entra in una chiesa valdese. Un passo fondamentale nel cammino ecumenico


«È per iniziativa di Dio, il quale non si rassegna mai di fronte al peccato dell’uomo, che si aprono nuove strade per vivere la nostra fraternità, e a questo non possiamo sottrarci. Da parte della Chiesa cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci». Non ha parole smussate papa Francesco quando, nel silenzio del tempio valdese di Torino gremito di persone, chiede perdono per le violenze e le persecuzioni del passato. Nessuno sconto per la chiesa cattolica, che si è resa colpevole di atti non soltanto non cristiani ma addirittura “non umani”. Un riconoscimento formale che suona ancora più solenne per il luogo in cui è pronunciato e che il moderatore della Tavola valdese Eugenio Bernardini ha commentato positivamente una volta finito l’incontro: «La sua richiesta di perdono ci ha profondamente toccati e l’abbiamo accolta con gioia – ha detto – Naturalmente non si può cambiare il passato ma ci sono parole che a un certo punto bisogna dire, e il papa ha avuto il coraggio e la sensibilità per dire la parola giusta».

E’ infatti la prima volta che un papa entra in una chiesa valdese: accompagnato dal moderatore, il vescovo di Roma ha varcato la soglia del tempio di Torino – il primo costruito dopo la concessione dei diritti civili ai valdesi con le Patenti di Grazia del 1848 – dopo ottocento anni iniziati con la scomunica e la conseguente repressione del movimento valdese da parte della Chiesa cattolica; otto secoli caratterizzati da divisioni e divergenze teologiche, ma anche, più di recente, da un cammino ecumenico che ha fatto grandi passi per avvicinare le due chiese cristiane.

mercoledì 17 dicembre 2014

NON CERCARE GUAI di Roberto Davide Papini





NON CERCARE GUAI
di Roberto Davide Papini


Riflessioni sul mancato incontro fra papa Francesco e il Dalai Lama




Non cercare guai, evitare problemi, scansare possibili «inconvenienti» anche a costo di tradire i propri valori: è un po' la scelta della porta larga rispetto a quella stretta (Matteo 7: 13-14), quella che spesso, purtroppo, come singoli credenti e come chiese cristiane preferiamo fare.

Dispiace notare che, stavolta, a scegliere la «porta larga» della ragion di stato, della diplomazia ipocrita e miope sia stato Papa Francesco decidendo di non incontrare il Dalai Lama, a Roma per il summit dei Premi Nobel.

«Questa volta non incontrerò Papa Francesco, l'amministrazione del Vaticano dice che non è possibile perché potrebbero crearsi degli inconvenienti», ha spiegato all'Agenzia Ansa il Dalai Lama (la guida spirituale del buddhismo tibetano) facendo un evidente riferimento al dialogo tra la Santa Sede e il governo cinese. Il Corriere della Sera aggiunge che da Oltretevere spiegano che «non si vuole entrare nelle tensioni fra il leader tibetano e Pechino», proprio per non compromettere il dialogo tra Cina e Vaticano e per non vanificare il lungo intreccio di iniziative diplomatiche che cerca di preparare il terreno in vista di una possibile storica visita del Papa.

Il Dalai Lama, bontà sua, assicura comunque di apprezzare Francesco, ma è chiaro che nell'entourage tibetano la delusione è profonda. E lo è anche per chi scrive, perché in nome della “realpolitik” si nega un incontro a uno dei grandi testimoni di pace e fratellanza («Bisogna ribadire con forza la necessità di realizzare in nome della religione e di promuovere l'armonia tra le religioni», ha ribadito il Dalai Lama appena sbarcato a Roma) preferendo non disturbare i rapporti con un regime brutale e tirannico che da anni reprime le aspirazioni del popolo tibetano e, in generale, delle minoranze che chiedono libertà.

Fatto molto grave, anche pensando che il summit dei Premi Nobel è stato spostato a Roma perché il Sudafrica (dove era stato inizialmente previsto) ha negato il visto di ingresso proprio al Dalai Lama. Il motivo? Ovviamente non irritare Pechino.

Ora, che questa scelta la faccia il governo di uno Stato è cosa triste e deplorevole, ma non stupisce perché spesso, in nome di interessi economici, si cerca di non affrontare temi “scomodi” come quello dei diritti umani. Per esempio, il nostro presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nulla disse nell'incontro con il premier cinese sulla repressione brutale delle manifestazioni per la democrazia di Hong Kong.

Il fatto che a questa consuetudine si pieghi il leader di una chiesa cristiana è piuttosto deprimente.

L'arrivo di Papa Francesco al vertice della Chiesa cattolica romana e dello Stato del Vaticano ha acceso speranze per un concreto cambiamento di comportamenti e prospettive dell'azione vaticana. Personalmente molte delle cose fatte e dette da Bergoglio le trovo incoraggianti e anche uno stimolo per noi protestanti, mentre è ingiusto e poco dialogante pretendere che rinunci ai dogmi della dottrina cattolica o a certe posizioni che non condividiamo in termini di etica.

Stavolta, però, Francesco è proprio scivolato sulla realpolitik: forse la porta larga lo condurrà a Pechino, ma certo non rappresenta un bell'esempio.


15 dicembre 2014

dal sito Riforma.it



lunedì 8 aprile 2013

IL PENDOLO DELLA LIBERTA' RELIGIOSA di Paolo Naso





IL PENDOLO DELLA LIBERTA' RELIGIOSA
di Paolo Naso


Un clamoroso caso di incertezza dei diritti: la Costituzione usa parole solenni per affermare che “tutte le religioni sono ugualmente libere di fronte alla legge” (art. 8) e che “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto” (art. 19). Parole adamantine e però vanificate dal pregiudizio secondo cui l’Italia era e resta un paese cattolico e che le altre presenze religiose possano essere, al meglio, benevolmente tollerate. Ma nulla di più. Se poi “gli altri” sono evangelici africani o musulmani la soglia della tolleranza si abbassa sino a crollare e a far luogo alla discriminazione e al razzismo.
Il “caso” – per nulla eccezionale e isolato – che ci dà lo spunto per una preoccupata riflessione è quello di una piccola chiesa pentecostale africana, la Christ Peace and Love, costituitasi a Gorle in provincia di Bergamo. Con enorme fatica e qualche ingenuità, i membri della comunità si sono tassati fino a mettere da parte i fondi necessari ad acquistare un modesto capannone nell’area post-industriale.

Non avevano fatto i conti con la Giunta locale, di ispirazione leghista e ben determinata a tenere gli immigrati il più lontano possibile dal proprio territorio, tanto più se africani e non cattolici. Né erano consapevoli di un codicillo della legge regionale (legge 12 del 2005, art. 52 comma 3 bis) che avrebbe impedito loro di modificare la “ destinazione d’uso” del loro immobile per farne una “chiesa” a tutti gli effetti amministrativi e catastali. La situazione di molti luoghi di culto della Lombardia resta infatti condizionata dal pendolo tra il diritto costituzionale alla libertà religiosa da una parte e l’intenzionale restrizione voluta dalla legislazione regionale dall’altra.

lunedì 18 febbraio 2013

ESONERO RELIGIONE: UNA SCELTA A FAVORE DELL'ACCOGLIENZA



ESONERO RELIGIONE: UNA SCELTA A FAVORE DELL'ACCOGLIENZA
di Silvana Ronco*

Tempo di iscrizioni, tempo di scelte importanti per i genitori che hanno figli in età scolare, soprattutto per coloro che li iscrivono per il primo anno a scuola. La novità che in questo periodo fa notizia è l’obbligo delle iscrizioni on line per il primo anno dei vari ordini di scuola, obbligo da cui sono escluse le scuole dell’infanzia e i corsi per l’istruzione degli adulti. Per le scuole private paritarie il percorso delle iscrizioni on line resta facoltativo, a discrezione della singola scuola, tanto per far riflettere su come la scuola privata segua un percorso «privilegiato» che la distingue da quella pubblica non solo per i cospicui finanziamenti diretti e indiretti ricevuti ma anche dal punto di vista dei percorsi amministrativi che, da un lato, vincolano le segreterie delle scuole pubbliche a uno sforzo maggiore a fronte dei tagli di fondi e personale, e dall’altro vedono mantenuti i privilegi di scuole private in cui non si percepisce crisi.

martedì 4 dicembre 2012

GLI OSPEDALI VALDESI DEL PIEMONTE




GLI OSPEDALI VALDESI DEL PIEMONTE
di Eugenio Bernardini
Moderatore della Tavola Valdese



Nel 2004 una legge della Regione Piemonte sancì il passaggio definitivo e irrevocabile degli ospedali valdesi di Torino, Torre E Pellice e Pomaretto dall’amministrazione valdese a quella regionale. L’art. 1 di questa legge (L. R. 11/2004) dichiara:

"La Regione Piemonte, considerato l'alto valore sociale dell'attività svolta, garantisce il mantenimento dei livelli di prestazione erogati dai presidi ospedalieri della Commissione Istituti Ospitalieri Valdesi, (CIOV)".

Gli stessi concetti e impegni furono ribaditi dalla Giunta regionale in due successivi protocolli d’intesa con la Tavola Valdese in applicazione dell’art. 5, comma 1 della L.R. 11/2004: il "Protocollo d’intesa per la salvaguardia della specificità e identità dei presidi sanitari valdesi" (20 aprile 2005) e un "Atto integrativo" (2 luglio 2007) del protocollo medesimo che istituiva una Commissione Consultiva per il presidio ospedaliero di Torino.Questa Commissione – che prevede il pieno e diretto  coinvolgimento della Tavola Valdese – dovrebbe esprimere "parere obbligatorio  sugli atti di programmazione e organizzazione" relativi al medesimo. In realtà, però, da alcuni anni non è più stata convocata.

La legge, dunque, riconosceva a questi tre Istituti un carattere particolare sia per la loro storia e identità – espressione di oltre 150 anni di impegno sociosanitario della Chiesa valdese – sia per la cultura sanitaria che vi si è espressa, sempre attenta alla professionalità medica ma anche alla dignità della persona umana. Anche per questo hanno continuato a mantenere la denominazione "valdese".
Ora tutto ciò sembra destinato a finire o a ridursi a realtà irrilevante per il servizio sanitario pubblico, che è stato lo scopo della nostra missione per decenni e il motivo per cui, invece di tenerci questi Istituti trasformandoli in cliniche private, abbiamo deciso di cederli alla Regione per continuare la vocazione di sempre a favore di chi soffre e ha bisogno di cure e sostegno a prescindere dalle proprie capacità economiche.
Il 16 novembre ho scritto ho scritto ho scritto al Presidente della Repubblica perché ci aiuti a difendere questo presidio di sanità per tutti insieme a chi, in questi anni, ha continuato a sostenerci e incoraggiarci.
Siamo convinti che, per questi Istituti e per un sistema sanitario pubblico degno di questo nome, ci sia ancora un futuro.

-*




1 dicembre 2012

dal sito  http://www.chiesavaldese.org/index.php


venerdì 23 novembre 2012

"RELIGIOUS DIVIDE" E CRISI DEL DEBITO IN EUROPA di Paolo Naso




NON PRENDETEVELA CON DIO SE CESARE SCAPPA CON LA CASSA

“Religious divide” e crisi del debito in Europa
di Paolo Naso


La storia è quella vecchia della formica e della cicala: previdente e laboriosa la prima, pigra e scanzonata la seconda che però – de te fabula narratur – con l’arrivo dei rigori invernali non sa come nutrirsi. La novità è che più di qualche voce si leva ad applicare la morale di Esopo all’economia dell’eurozona: “In Nord Europa molti pensano che lo spread alto sia il frutto di un peccato cattolico” ha scritto Massimo Franco su Corriere della sera (1) riprendendo ed amplificando tesi come quelle di Stephan Richter, direttore del sito politico economico  The Globalist, il quale senza  mezzi  termini ha affermato che “un eccesso di cattolicesimo danneggia la salute fiscale delle nazioni, anche adesso nel XXI secolo” (2). “Alla base della ‘colpa’ delle nazioni indebitate – aggiunge Franco – ci sarebbe l’incapacità di emanciparsi dal cattolicesimo: un modo di vivere prima ancora che una fede, passato dalla pratica delle indulgenze per farsi perdonare i peccati a un’eccessiva  tolleranza  in  materia  di  ‘peccati  fiscali’”.  Caduta  la  “cortina  di  ferro”  si  sarebbe  così nuovamente alzato il “muro di Augusta”, la città tedesca dove nel 1555 si firmò la famosa pace del “cuis regio eius religio” con il suo noto, stringente dispositivo: mentre ai sovrani si lasciava la libertà di scegliere la propria religione secondo ragioni di coscienza teologica o di convenienza politica, ai sudditi si imponeva di seguirli nei loro percorsi di fede o – misera alternativa - di incamminarsi lungo la via dell’esilio. Quando poco meno di un secolo dopo, nel 1648 a Westfalia alcuni grandi stati europei raggiunsero un nuovo accordo“di stabilità”, la mappa georeligiosa del continente era già consolidata e alcune “chiese di Stato” erano saldamente  insediate  nell’establishment  degli  apparati  di  governo.  La  misurata  tolleranza  che  veniva introdotta a favore di alcune minoranze religiose escludeva, ad esempio, i territori degli Asburgo, e i precari equilibri tra i principi tedeschi in un tempo di grave crisi economica sconsigliavano ulteriori cambiamenti di fronte, sia pure  ecclesiastico; in realtà come  quella italiana, la Controriforma  aveva ormai sradicato o neutralizzato i pochi insediamenti luterani o calvinisti che erano riusciti a consolidarsi.



Ciò che oggi possiamo chiamare “Europa protestante”, quindi, sostanzialmente ricalca i confini fissatisi quasi cinquecento anni tra aree culturali caratterizzate da un “mercato religioso”sostanzialmente chiuso, nel quale i privilegi  e riconoscimenti garantiti alla religione “di Stato” o comunque prevalente tendono a confermare le appartenenze storiche e tradizionali.

Il “muro di Augusta”

Al fondo, il religious divide tra l’Europa e gli Stati Uniti sta in questa storica polarità tra confessionalismo e pluralismo confessionale che ha avuto non poche conseguenze sul piano dei comportamenti individuali in materia di fede e di libertà di coscienza: secondo alcuni studi circa la metà degli americani avrebbe “cambiato” la propria affiliazione religiosa almeno una volta nella propria vita e il 44% oggi appartiene a una confessione religiosa diversa da quella in cui era stato educato da bambino (3); altri, adottando un criterio di “conversione” più rigido indicano percentuali  assai inferiori  –  16%  - ma comunque eccezionalmente superiori a quelle dei paesi europei ferme ad esempio in Finlandia e Romania allo 0,2, in Italia allo 0,5, in Polonia allo 0,8 (4).
Il “muro di Augusta” avrebbe quindi retto per secoli e ci consegna un’Europa a diverse “gradazioni di protestantesimo”, dalla massima intensità di Finlandia, Norvegia, Danimarca, Svezia, Regno Unito con una presenza evangelica ancora superiore al 70% della popolazione, alla minima intensità di paesi come la Spagna, l’Italia, il Portogallo o la Grecia che registrano presenze riformate inferiori al 2% (5).



Il dato si riferisce alle “affiliazioni religiose” e non alla partecipazione più o meno attiva a una comunità di fede che, come attestano unanimi gli studi sociologici sul campo, è eccezionalmente bassa proprio dove più elevata è la concentrazione protestante. Non è questa la sede per analizzare le cause di questo gap tra “appartenenza” e  “pratica” e ci limitiamo pertanto a  registrare il dato di questa  relazione  di  inversa proporzionalità.. La carta che segue indica come i paesi più “protestanti” siano quelli nei quali la pratica religiosa settimanale è inferiore, attestandosi al 3% in Danimarca, al 4% in Estonia e Lettonia, al 5% in Svezia e in Finlandia, intorno al 10% in Germania. In leggera controtendenza solo il Regno Unito, Belgio e Paesi bassi, poco sopra il 10%. Quasi paradossalmente, nonostante dati di pratica religiosa così modesti, nei paesi “protestanti” le chiese continuano a godere di un solido credito sociale che in paesi come la Finlandia o la Danimarca supera il 70%6: come rilevano i ricercatori Gallup nel loro contributo allo European Social Survey “ la partecipazione attiva alle comunità di fede, in larga misura non è funzione del livello di fiducia in esse da parte di una società (7)”.
Decisamente più frequentate le chiese nei paesi a solida tradizione cattolica come Spagna (21%), Portogallo (20%), Italia (31%), Slovacchia (33%), Irlanda (54%), Polonia (63).




Sulla scorta di questi dati posti a premessa, possiamo definire “Europa protestante” quell’area dell’Europa centrale e settentrionale che comprende sia paesi i cui abitanti a maggioranza si riferiscono ancora alla tradizione culturale della Riforma (Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Regno unito), sia quelli in cui cattolici e protestanti sostanzialmente si equivalgono (Germania), sia quelli in cui consistenti presenze protestanti in contesti in maggioranza cattolici (Belgio, Olanda, Estonia, Lettonia). Per analogia possiamo definire “Europa cattolica” quella vasta area dell’Europa meridionale che ha il suo baricentro tra Italia e Spagna e che però comprende, con caratteristiche peculiari dovute sia alla tradizione laica che al peso sociale della minoranza riformata, anche la Francia.
Analizzando i dati relativi all’incidenza del debito pubblico sul prodotto interno lordo (8), emerge un quadro più  articolato  di  quello  suggerito  dal  paradigma  della  “cicala  cattolica” e della “formica  protestante”.
Inghilterra e Germania hanno un debito pubblico intorno alla media europea e il Belgio, a maggioranza cattolica ma con una minoranza protestante che supera il 25% finisce nella casella delle “cicale”. D’altra parte, nel 2011 la “cattolicissima” Spagna aveva un debito pubblico decisamente al di sotto della media europea e le previsioni, pur pessime sul 2012, indicano un rapporto debito/PIL intorno all’80% secondo la Banca di Spagna e intorno al 90% secondo l’agenzia Moody’s  (9): dato pesante ma ancora ancorato alla media europea.
E che la tradizione protestante non implichi necessariamente e automaticamente il rigore nei conti economici è ampiamente confermato dal debito pubblico degli Stati Uniti che oggi veleggia oltre il 70% del PIL: un dato non propriamente brillante né coerente con l’etica del rigore e della sobrietà che Weber attribuiva ai calvinisti europei come a quelli d’Oltreoceano (10). D’altra parte un personaggio come Monti che ben interpreta la politica del rigore, non è certo riconducibile ai cenacoli protestanti di Ginevra o di Heidelberg.

L’etica protestante della sobrietà, del lavoro e del risparmio che secondo lo schema weberiano avrebbe favorito lo start up del sistema capitalistico, è quindi irrilevante, giunta al capolinea della sua capacitàpropulsiva? Non lo pensiamo e, tra i tanti indici che suggeriscono una relazione tra culture tradizionali – anche religiose – e etica pubblica vi sono quelli relativi all’economia sommersa.


La propensione a pagare o a non pagare le tasse, a dichiarare o a non dichiarare un reddito, infatti, si iscrive all’interno di un habitus anche etico in cui la tradizione religiosa può avere un suo peso.
E possiamo anche spingerci ad affermare che il rapporto diretto tra il credente e Dio tipico del protestantesimo – nessuna mediazione sacerdotale, nessuna confessione auricolare ma solo il dialogo con il Creatore – plasmino una persona più responsabile e consapevole del risultato delle proprie azioni. Nulla di più. Spingersi oltre questo riconoscimento del peso delle tradizioni culturali e religiose significa ignorare almeno due elementi.

Il  primo  è  il dato della secolarizzazione. L’etica virtuosa dell’uomo calvinista su cui scriveva  Weber appartiene a una società in cui Dio è ancora al centro della vita degli individui e delle comunità. Quel mondo è tramontato e il presunto “ritorno di dio” sulla scena pubblica – se mai confermato anche in Europa – si esprime in forme assolutamente diverse da quelle del puritanesimo del tardo ottocento.

Il secondo dato attiene al ruolo e al peso della politica. In Europa molto più che negli USA, gli stati dispongono di leve potenti per promuovere o scoraggiare i comportamenti civici. Se per ragioni storiche e politiche alcuni di essi hanno utilizzato la spesa pubblica in funzione dell’esercizio del potere piuttosto che del servizio alla comunità, questa è stata una scelta politica e non il portato di una cultura della grazia, della misericordia o del perdono. A Dio quel che è di Dio, insomma, e a Cesare e alla sua politica le responsabilità che gli competono.

La voce delle chiese




D’altra parte, pur assumendo la tesi che a muovere la cancelliera Merkel sia la sua autobiografia di figlia di un pastore luterano e che la ricetta del “rigore” dei conti a qualsiasi prezzo sociale sia un portato necessario della Riforma, tra le voci critiche e preoccupate nei confronti di questa impostazione vi è proprio quella di molte personalità ecclesiastiche. “Al centro della nostra attenzione bisogna mettere la gente, non i mercati” ha  dichiarato al Parlamento  Europeo il vescovo  luterano Nikolaus  Schneider, presidente  della Chiesa evangelica di Germania (EKD) (11). Nessuna frattura con la Cancelliera – difficilmente pensabile data la storia tedesca dei rapporti tra Stato e Chiesa - ma la posizione è chiara e sottolinea che le politiche di austerità “devono essere accompagnate da iniziative sociali”, anche per evitare “riflessi antieuropei”. Il vescovo luterano non ha paura di evocare misure come il “salario minimo come strumento per combattere la povertà”, evidentemente incompatibili con il rigore a tutti i costi che impone tagli alle politiche sociali e che, nella vulgata corrente, non consente alcuna deroga. Ma va anche oltre mettendo in guardia contro il pericolo di “sospendere le regole democratiche nel corso di questa lotta alla crisi determinata dal debito”: nel linguaggio prudente del massimo esponente della Chiesa luterana di Germania significa che le pressioni esercitate direttamente sulla Grecia e indirettamente su altri Paesi dell’eurozona con i conti in rosso, costituiscono una violazione democratica.

La posizione di Schneider non è nuova né isolata.
Il suo predecessore, il vescovo Wolfgang Huber che qualche mese fa sembrava candidarsi alla presidenza federale e di cui è nota la simpatia verso l’SPD, aveva una linea analoga: solo tre anni fa, infatti, aveva messo la sua firma in calce a un altro documento di notevole peso politico che indicava una strada diversa da quella del semplice rigore economico. Il riferimento biblico era una drammatica citazione del profeta Isaia:
"Questa iniquità sarà per voi
come una breccia che minaccia rovina,
che sporge in un alto muro,
il cui crollo avviene a un tratto, in un istante,
e che si spezza come si spezza un vaso del vasaio
che uno frantuma senza pietà,
e tra i rottami del quale non si trova frammento
che serva a prendere fuoco dal focolare
o ad attingere acqua dalla cisterna" (30:13-15)

A partire da queste taglienti parole, nel 2009 l’EKD aveva quindi pubblicato un testo significativamente intitolato "Come in un alto muro,  crepato e pericolante" (12) in cui si affrontava di petto il tema della crisi globale. Il documento invocava "un completo cambiamento nel pensiero e nell'azione [politica], che vada al di lá di una gestione della crisi a breve termine Le chiese non intendono intraprendere un'azione politica – affermava  - ma  vogliono renderla possibile".  Lo sguardo  della  Chiesa  si  allungava quindi oltre la contingenza affermando che “superare la crisi significa andare oltre un semplice cambiamento delle regole del  mercato  finanziario  internazionale”  per  arrivare  a  “accordi  internazionali  a  beneficio  del  ritardato sviluppo dei paesi del Sud, della sicurezza sociale, di un freno e quindi della riduzione delle conseguenze del cambiamento climatico, della sicurezza alimentare e delle risorse naturali. Se questo è possibile – concludeva il testo della chiesa luterana tedesca – la crisi sarà un’opportunità per sviluppare la cornice di un ordine economico libero che ci consenta di oltrepassare i limiti nazionali per garantire una spinta per allineare l’economia a una modello di sviluppo sostenibile”.
Il modello ipotizzato era quello di una “economia di mercato sociale”, una sorta di “terza via” in grado di coniugare libero mercato e solidarietà, liberalismo e protezione sociale.
Parole difficili a pronunciarsi in tempo di crisi, ma che hanno fatto breccia anche nelle strutture regionali dell’EKD: la politica del rigore senza se e senza ma “produce effetti preoccupanti nella stessa Germania”,denuncia Uwe Becker, esperto di politiche sociali e membro  del Consiglio Diaconale della EKD della Renania,  Land  in  cui  la  Chiesa  vanta  un  profondo  radicamento  sociale.  “Anche  se  la  situazione occupazionale tedesca resta buona rispetto ad altri paesi europei [il tasso di disoccupazione è al 5,6%, ndr] – afferma - si deve prendere atto della spaventosa miseria sociale del Paese”: in pochi mesi “è salito a 1,5 milioni il numero di coloro che mangiano presso istituti di assistenza” e in molti casi si tratta di persone che formalmente “hanno un lavoro” (13). Lavoratori poveri, insomma, che non riescono ad arrivare alla quarta settimana.
Il dibattito si allarga a livello europeo e coinvolge la Comunione delle chiese protestanti europee, un network che raccoglie oltre cento denominazioni delle varie tradizioni riformate: luterani, calvinisti, metodisti, battisti e così via. “La crisi del debito sta allontanando molte società europee dai loro obiettivi economici. Il sistema sociale si deve aggiustare di nuovo. Sembra inevitabile. E comunque ha già spinto molte persone verso la povertà e la disoccupazione. E’ importante, allora, ricordare che richiamarsi all’Europa significa richiamarsi al modello sociale europeo, che prevede solidarietà e sussidiarietà. Questa connessione deve essere ben tenuta presente in tutte le misure che si vogliono prendere: chi è forte può portare i pesi di chi è debole. Vale nelle società ma vale anche tra le nazioni dell’Europa” (14). Proviamo a esplicitare: la Germania, il paese più forte, non può imporre misure insostenibili al più debole, ad esempio la Grecia. E a firmare questo testo, tra gli altri, anche i rappresentanti delle chiese protestanti tedesche.
In questo dibattito si inseriscono anche alcune voci cattoliche: tra le altre quella di Elmar Nass, un teologo esperto di etica sociale che, in un lungo articolo sulla Frankfurter Allgemeine, esprime viva preoccupazione che la politica del rigore oscuri l’etica sociale cristiana e che, di fronte a una situazione difficile e rischiosa, le chiese finiscano per tacere. “Il rigore non è nemico della solidarietà”, scrive riproponendo politiche di sussidiarietà e di fiducia “tra il forte e il debole. Il primo può stare sicuro che il secondo darà il suo contributo, come il debole sa che in caso di  difficoltà potrà trovare il sostegno del forte, aiutandosi reciprocamente.  E’ l’idea base della ‘terza  via‘  -  si spinge ad affermare Nass  –  tra liberalismo e collettivismo”. Il concetto che delinea è quello di una “solidarietà responsabile’ – scrive - che, al di là delle suggestioni neosocialiste, indica una strada liberale e cristiana all’etica sociale cattolica”. Nass, il teologo cattolico che non fa mancare i sui consigli alla CDU, ha ben chiaro che occorre costruire una nuova sensibilità e cambiare la rotta del governo imposta dalla Cancelliera: in testa ha un modello e un precedente, quello degli incontri internazionali e dei gruppi ecclesiali locali che in passato “hanno contribuito alla riconciliazione tra la Germania e i suoi vicini”. Vale “molto di più – afferma polemico - che tenersi strette certe idee della tradizione popolare che stanno perdendo senso”.
Il linguaggio non è troppo diverso da quello dei protestanti tedeschi ed europei. Non deve sorprendere perché in tempi più ecumenici di oggi, cattolici e riformati di Germania riuscivano ad esprimere una posizione comune su temi sociali e politici di primaria importanza (15).
Oggi tendenzialmente ogni chiesa parla per sé ma analisi e proposte circolano ecumenicamente da una confessione all’altra. Chi prova a rialzare il “muro di Agusta” non trova né formiche né cicale ma tradizioni culturali, chiese e credenti impegnati – talvolta insieme - a cercare una via d’uscita alla crisi che non si riduca al taglio delle protezioni sociali nel nome dei “conti a posto”. Il divide europeo non passa lungo la linea tracciata da Calvino, Lutero e dalla Controriforma ma da quella della struttura economica e politica dei singoli paesi. In un contesto di prepotente secolarizzazione come quello europeo e nel tempo di una crisi di portata globale, sia le religioni propriamente dette che le tradizioni religiose in senso più ampio possono molto poco: i costumi, gli abiti sociali, la cultura della legalità, la propensione al reato fiscale hanno ormai una fisionomia secolare e profana centrata su valori e modelli puramente mercantili e di potere. In questo scenario di crisi, coesione civile, pesi e contrappesi nel controllo della spesa pubblica, autorevolezza morale della classe dirigente contano sui destini delle economie nazionali molto più delle 95 tesi affisse sul portone della cattedrale di Wittenberg nel 1517.



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NOTE


1) Massimo Franco, Protestanti “rigorosi” del Nord contro cattolci “lassisti” del Sud, Corriere della sera, 5 settembre 2012. p. 6; cfr. anche la replica di Franco Cardini: “Non furono solo la riforma calvinista (non quella luterana) a instradare l’Europa sulla via del rigore: la controriforma cattolica lo fece in modo non meno deciso”, L’Europa divisa dai pregiudizi, Quotidiano nazionale 10 settembre 1012

2) Martin Luther and the Eurozone: Theology as an Economic Destiny?, The Globalist, 14 maggio 2012, www.theglobalist.com 2,


3) The Pew Forum on religion and Public Life, Faith in Flux. Changes in Religious Affiliation in the U.S. aprile 2009, p. 1, www.pewforum.org

4) Robert J. Barro, Jason Hwang, Religious conversion in 40 Countries, National Bureau of Economic research, Working Paper, Cambridge, MA, dicembre 2007, www.nber.org/papers/w13689

5) CIA, The World Factbook, Religions, www.cia.gov


6) Robert Manchin, Religion in Europe: Trust Not Filling the Pews, 21 settembre 2004, www.gallup.com

7) Ibidem


8) Fonte: Eurostat 2012, http://epp.eurostat.ec.europa.eu

9) Spain public debt rises to 72.1% of GDP in Q1: Bank of Spain, The Economic Times, 15 giugno 2012

10) Paolo Naso, L’Etica protestante e la crisi del capitalismo, Limes n. 6/2011


11) EKD Press Releases, 9 maggio 2012


12) Like a High Wall,Cracked and Bulging. Statement by the Council of the Evangelical Church in Germany on the global financial and economic crisis, 2009, www.ekd.de

13)  Uwe Becker, EKD News 6 settembre 2012

14) Communion of Protestant Churches in Europe, Meeting the Crisis, 7 dicembre 2011, http://csc.ceceurope.org


15) In un testo congiunto dell’EKD e della Conferenza episcopale tedesca del 1997 sui temi dell’economia si legge: il rinnovamento dell’ordine economico deve fondamentalmente mirare a una economia di mercato che sia socialmente, economicamente e globalmente responsabile… Proprio per la loro intrinseca natura, la solidarietà e la giustizia non possono essere confinate nell singole società ma devono essere interpretate in termini globali…” , For a Future founded on Solidarity and Justice, A Statement of the Council of the Evangelical Church in Germany and the German Bishops’ Conference on the Economic and Social Situation in Germany, 1997, §11




Tratto da “i quaderni speciali di Limes” del 9 ottobre 2012

dal sito http://www.chiesavaldese.org/




mercoledì 1 febbraio 2012

BLASFEMIA? di Daniele Garrone




BLASFEMIA?
di Daniele Garrone


Le proteste contro l’opera teatrale di Romeo Castellucci


Dal 24 al 28 gennaio prossimi andrà in scena a Milano la rappresentazione teatrale Sul concetto di volto nel Figlio di Dio di Romeo Castellucci. Come già avvenuto – a esempio in Francia – gruppi di cattolici conservatori, hanno agitato le accuse di blasfemia e di cristianofobia, chiamando alla mobilitazione contro la rappresentazione e annunciano rosari riparatori dell’offesa arrecata a Cristo.

La rappresentazione – così apprendiamo dalle cronache e dall’ampio materiale disponibile sulla rete – si svolge interamente sotto il Volto di Cristo di Antonello da Messina, rivolto al pubblico dal fondo della scena. Viene rappresentato il dramma di un padre afflitto dal degrado della senescenza, raffigurato dalla sua incontinenza, e di un figlio che lo assiste. La scena più contestata è quella in cui un gruppo di bambini scaglia granate giocattolo contro il volto di Cristo; essa, comunque, non verrà rappresentata a Milano per motivi di spazio. L’autore rivendica la diretta scaturigine biblica del suo lavoro e cita – oltre ovviamente al comandamento «onora tuo padre e tua madre» – il libro di Giobbe, i Salmi 22, 23, 88, pagine bibliche in cui la fiducia in Dio si associa alla protesta per quello che è vissuto come un abbandono da parte sua. Dileggio di Cristo e della fede in lui? Drammatica ripresa di temi indubbiamente biblici? Solo lo spettatore può formulare il suo giudizio.

Quello che preoccupa è il ricorso all’accusa di blasfemia o, più precisamente, il fatto che qualcuno pensi debba essere limitato o addirittura impedito ciò che a lui pare blasfemo, cioè lesivo della sua fede. È del tutto lecito pensare che qualcosa sia blasfemo, ma guai a dimenticare che la tolleranza prima e la piena libertà religiosa sono nate e sono garantite soltanto dalla esclusione di ogni tipo di sanzione contro espressioni ritenute da altri blasfeme e di ogni limitazione della libertà di espressione. I firmatari della «Petizione contro gli spettacoli blasfemi» indirizzata all’arcivescovo di Milano, invece, invocano la cessazione dello «scandalo» in base al «pubblico rispetto dovuto alla religione». Se non si ponesse fino allo scandalo – dicono – «si metterebbe in pericolo la libertà della Chiesa nello svolgimento della Sua missione e la stessa convivenza civile».

Traspare in queste frasi esattamente la mentalità che ha piagato l’Europa fino all’avvento delle democrazie liberali: ciò che è giudicato «blasfemo» o «eretico» dalla religione o confessione stabilita, è un danno alla società. Con l’aggiunta della idea tipicamente romana, secondo cui la libertà della chiesa è piena solo quando essa gode di uno statuto speciale rispetto alle altre visioni del mondo, che sono erronee. Certamente nessuno invoca più i roghi, ma guai a dimenticare l’eco sinistra delle parole che usiamo.

Il Codice di Giustiniano (529, 534) introdusse sanzioni penali per i crimini di bestemmia e blasfemia. Viene di lì il sanguinoso intreccio di religione, controllo pubblico dei comportamenti e legge penale che ha piagato tutto il Medio Evo e anche, per secoli, l’Europa moderna, sia nei paesi cattolici sia in quelli protestanti. Per parte nostra basti pensare al rogo di Serveto, alle persecuzioni contro gli anabattisti, alle misure invocate da Lutero (1543) contro gli ebrei, appunto perché accusati di blasfemia.

I paladini della lotta antiblasfema si sono appellati all’arcivescovo di Milano e al Pontefice. L’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Milano ha richiesto «che sia riconosciuta e rispettata la sensibilità di quanti (...) vedono nel Volto di Cristo l’Incarnazione di Dio, la pienezza dell’umano e la ragione della propria esistenza»; ha invitato «a considerare che la libertà di espressione, come ogni libertà, possiede sempre, oltre a quella personale, una imprescindibile valenza sociale», ricordando infine che «la preghiera per manifestare il proprio dissenso non può accompagnarsi a eccessi di qualunque tipo, anche solo verbali». La risposta della Segreteria di Stato segnala che «Sua Santità (...) auspica che ogni mancanza di rispetto verso Dio, i Santi e i simboli religiosi incontri la reazione ferma e composta della Comunità cristiana, illuminata e guidata dai suoi Pastori».

Pur nel sostanziale sostegno alla protesta, non viene ripresa la «parola chiave» della blasfemia e si invita a moderare i toni. Lascia perplessi, ma non c’è da stupirsene, l’incapacità di recepire fino in fondo quelle esigenze di piena libertà, per ogni affermazione di fede così come di ateismo, che è una delle più alte acquisizioni della specie umana. E la libertà è tale solo se è piena e uguale per tutti, anche per chi dice cose che a ad alcuni, pochi o tanti, sembrano blasfeme. La posta in gioco è alta. Sappiamo già dalla nostra storia quali sinistre conseguenze possano avere certe parole.


Tratto da "Riforma" del 27gennaio 2012

venerdì 4 marzo 2011


         UN ATTACCO ALLA SCUOLA PUBBLICA E LAICA

                                        di Paolo Naso


Secondo un collaudato copione di affermazioni perentorie e pronte smentite, nei giorni scorsi il presidente del Consiglio ha affermato che "libertà vuol dire non essere costretti a mandare [i propri figli] in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori" per poi attaccare i giornalisti e i comunisti che ancora una vota avrebbero travisato il suo pensiero.
Bene: che il capo del Governo non attacchi la scuola che esso stesso finanzia sulla base di un principio costituzionale, è cosa buona e importante. Tuttavia rimane più di qualche dubbio sull'idea che il premier ha della scuola pubblica e della sua difficile situazione in questi anni. I mali della scuola non nascono oggi e sono in molti e di diverso orientamento politico i responsabili di questo stato di cose. Berlusconi, però, presiede il Governo in carica ed oggi è giusto chiedere a lui e alla sua maggioranza che idea abbia della scuola pubblica e come intenda restituirle la centralità che per interi decenni – anche quelli del "potere democristiano" - essa ha sempre avuto.
"La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.", si legge all'articolo 33 della Costituzione che postula la centralità della scuola "della Repubblica". Il riconoscimento che anche "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione" non sminuisce questa centralità e comunque implica che le scuole private funzionino "senza oneri per lo Stato". Sappiamo bene che questa clausola viene aggirata in vari modi ma il testo questo dice ed è questa formulazione che dovrebbe costituire la stella polare di ogni legge sulla scuola.
L'affermazione del presidente Berlusconi e il silenzio del ministro Gelmini che ha applaudito la sua frase, hanno giustamente aperto un dibattito che merita grande attenzione e che vale la pena tenere aperto per un pò.
I nodi sono almeno tre.
Il primo riguarda le risorse: la scuola statale ha bisogno di più fondi mentre la tendenza va esattamente nella direzione opposta.
Il secondo punto riguarda la libertà d'insegnamento a cui nessuno può rinunciare in toto o in parte senza fare della scuola della Repubblica una scuola di "regime" o di "tendenza", magari con le bandiere padane o quelle neoborboniche, o con gli sponsors che decidono contenuti, finalità e metodi della didattica.
Il terzo punto – che per i valdesi e i metodisti come per tante altre comunità di "minoranza" è ovviamente decisivo – è quello della laicità. I protestanti italiani sono impegnati da anni su questo fronte perché convinti che soltanto in una scuola laica possa costruirsi e crescere la libertà del cittadino, di quello che crede come di quello che non crede o crede in modo non convenzionale. Contrariamente a quello che in Italia spesso si afferma e si predica, la scuola laica non è affatto "contro" la religione ma assume (dovrebbe assumere, se potesse essere pienamente laica) il tema delle religioni come questione culturale di grande rilievo a prescindere dagli orientamenti o dalle appartenenze confessionali.
Il premier ha parlato (male) della scuola pubblica e raccolto la standing ovation di fronte alla platea dei Cristiano riformisti. E' una nuova forza culturale e politica che intende rifarsi alla dottrina sociale della Chiesa "senza i quali – si legge nel loro sito - ogni nostra azione perderebbe di identità e di intensità, ma soprattutto di significato". Frase rituale e generica, tuttavia ben chiarita dall'appello contro la cristianofobia e a "difendere l'Italia cristiana" pubblicato in evidenza sul sito. Al leader di questa formazione, Antonio Mazzocchi, il premier avrebbe affidato l'incarico "di curare, nell'ambito del nuovo progetto, i rapporti col mondo cattolico a livello locale". Le affermazioni di Berlusconi si collocano quindi nel quadro di una esplicita rincorsa ai consensi del mondo cattolico che, dopo un lungo sodalizio, dal bunga bunga in poi mostra comprensibile imbarazzo. Mettere sul piatto dell'offerta politica una scuola pubblica meno laica e meno centrale nel sistema dell'istruzione, e magari qualche ulteriore finanziamento alle scuole private: il messaggio rivolto ai quasi sconosciuti Cristiano riformisti in realtà è indirizzato ad altre orecchie e ad altre gerarchie che invece, probabilmente, hanno capito benissimo che cosa il premier volesse dire.



1 marzo 2011


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martedì 25 gennaio 2011






ETICA E SCANDALI
A LUCE ROSSE

di Paolo Naso




Alla fine anche il Vaticano. Dopo le preoccupate riflessioni del presidente Napolitano sullo scandalo a luci rosse che investe il presidente del Consiglio e dopo il segnale lanciato da Avvenire per conto della Conferenza episcopale italiana, anche il Vaticano afferma di seguire "con attenzione e in particolare con preoccupazione queste vicende italiane, alimentando la consapevolezza di una grande responsabilità soprattutto di fronte alle famiglie, alle nuove generazioni". Ma gli scandali che dovrebbero turbare le coscienze degli italiani non sono solo quelli a luci rosse.
Potrebbe essere una svolta, ed anche clamorosa se si considera che soltanto il 10 dicembre scorso, in occasione di un incontro con dieci nuovi porporati svoltosi nell'ambasciata italiana presso la Santa Sede, i vertici cattolici avevano accolto il premier con particolare calore ed avevano ammonito Casini a non cedere alle lusinghe laiciste di un "terzo polo" fortemente caratterizzato dalla presenza del presidente della Camera, on. Gianfranco Fini.
Quaranta giorni di indiscrezioni, di fughe di notizie sull'inchiesta dei magistrati milanesi sui festini a luci rosse nelle residenze del premier, di palesi imbarazzi persino tra i berlusconiani di ferro della Lega nord hanno indotto il Vaticano a rompere gli indugi e a dichiarare il loro imbarazzo.
L'interrogativo è se si tratti di una vera svolta o soltanto di una reazione di necessità nei confronti di una situazione divenuta insostenibile. In questo caso la burrasca nei rapporti tra i sacri palazzi e palazzo Chigi potrebbe essere nient'altro che passeggera, sempre che la crisi politica non acceleri il suo corso e non si vada a breve alle elezioni. In questo caso, è facile prevedere un passo indietro delle gerarche cattoliche che si daranno il tempo di capire e studiare i nuovi equilibri dopo il voto.
L'imbarazzo è tuttavia evidente: l'oggi "indifendibile" Berlusconi, difatti, è lo stesso che in questi due anni ha garantito le gerarchie cattoliche rispetto ad alcuni argomenti molto sensibili: la difesa della famiglia tradizionale in opposizione alle coppie di fatto o dello stesso sesso, nuovi riconoscimenti agli insegnati di religione cattolica, consistenti finanziamenti con i fondi Otto per mille gestite dallo Stato, un eccezionale spazio alla presenza cattolica nelle sedi istituzionali e della comunicazione pubblica e privata...
D'altra parte sono evidenti le preoccupazioni cattoliche sulle possibili "derive laiciste" di un governo di coalizione o, peggio, di un asse tra Fini e l'opposizione di centro sinistra. A breve, ad esempio, il calendario parlamentare prevede il dibattito sul testamento biologico, tema sul quale il presidente della Camera ha espresso un chiaro parere a sostegno del diritto del paziente terminale a morire con dignità.
Non stupisce, quindi, che più di qualche vescovo e di qualche autorevole esponente della Curia vaticana pensi che, al fondo, il "peccatore" Berlusconi sia preferibile a una oscura ed avventurosa incognita.
Vedremo l'esito di questo confronto che evidentemente divide il mondo cattolico. Resta però lo sconcerto determinato dal fatto che sia stato lo scandalo a luci rosse a determinare un sussulto di turbamento - sia tra i "laici" che i cattolici - quasi che l'etica pubblica coincida esclusivamente con la morale sessuale. E la corruzione diffusa? I concorsi truccati? Il terremoto come grande occasione di arricchimento? La drammatica sottovalutazione di problemi come la disoccupazione giovanile o l'allargarsi delle fasce di povertà? L'intreccio tra affari e politica? Non sono anche questi temi di etica pubblica meritevoli almeno dello stesso turbamento oggi suscitato da Rubi, Noemi, Patrizia e così via?
L'etica, come il peccato, non può essere confinata nella camera da letto ma rimanda a ogni aspetto della vita di ogni uomo e di ogni donna. Rubi certo, ma per favore anche tutto il resto.

21 gennaio 2011

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sabato 11 dicembre 2010


PAR CONDICIO SULLA BIOETICA A SENSO UNICO
di Maria Bonafede
moderatore della Tavola Valdese


Quale par condicio è stata garantita alle altre comunità di fede che hanno un’idea della vita diversa da quella della Chiesa cattolica?
In seguito agli interventi di Mina Welby e Beppino Englaro nella popolare trasmissione di Fazio e Saviano, alcune associazioni "per la vita" – o pro life, in omaggio a quelle nordamericane – hanno chiesto un’equivalente opportunità per testimoniare la loro opposta visione del problema: hanno insomma chiesto alla Rai di garantire loro una tribuna per ribadire l’assoluto principio della sacralità della vita che dovrebbe impedire ogni intervento teso a "staccare la spina" di macchine che consentono artificialmente una funzione biologica. L’azienda Rai si è prontamente detta d’accordo e, al momento, l’unica resistenza proviene dagli autori, Fazio e Saviano. Vedremo come andrà a finire ma, ai fini del nostro ragionamento, non è questo il tema più rilevante.
La questione vera è quella della par condicio nel dibattito pubblico su temi eticamente sensibili.
E’ infatti paradossale che associazioni "per la vita" che godono degli eccezionali spazi di presenza televisiva garantita ai vertici cattolici, ai politici cattolici, agli intellettuali ed agli scienziati cattolici, gridino alla lesa par condicio. Quando il tema del "fine vita", proprio in relazioni ai casi Welby e Englaro, era assai più caldo le reti televisive pubbliche e private hanno offerto a esponenti del mondo cattolico uno spazio pressoché esclusivo per spiegare come e perché quello che la moglie di Piergiorgio e il padre di Eluana chiedevano fosse, al fondo, libertà di omicidio: un atto violento e irresponsabile contrario all’etica naturale e al principio dell’assoluta sacralità della vita umana. Dov’era, allora, la par condicio? Da una parte due persone che portavano su di sé il peso di una scelta drammatica, dall’altra i loro giudici pronti a brandire come clave principi assoluti. Un confronto del tutto squilibrato tra "dolorosi casi umani" e "principi non negoziabili".
Peggio ancora quando si cercava di bilanciare il confronto contrapponendo un "laico" – che nel gergo comune della comunicazione italiana equivale a ateo e quindi a persona naturaliter priva di una morale che non sia quella detta dalle pulsioni umane – a un "cattolico", inteso come il rappresentante istituzionale di un unico pensiero dogmatico. E gli altri?
Dov’era, allora, la par condicio per i "laici che credono", ovvero per coloro che sono mossi da una fede ma respingono l’idea che una chiesa o una religione possano imporre un’etica di stato? Dov’era lo spazio per i cattolici che la pensavano, al fondo, come Mina o Beppino? Quale par condicio è stata garantita alle altre comunità di fede che hanno un’idea della vita diversa da quella della Chiesa cattolica? Chi ha mai visto un pastore o un teologo protestante invitato in un talk show che abbia potuto spiegare che dal suo punto di vista la vita non è soltanto un cuore che batte grazie a una macchina ma è anche una relazione? Che proprio l’amore di Dio per le sue creature dovrebbe risparmiare inutili e artificiali sofferenze? Che proprio la dignità della persona a immagine di Dio impone di rispettare ciò che lei, lucidamente e in libertà, ha chiesto nel caso di una malattia che la costringesse a una vita artificiale?
No, queste testimonianze in televisione non sono arrivate perché quando si parla di bioetica nel nostro sistema della comunicazione c’è spazio solo per i casi umani, qualche anticlericale e per il monsignore di turno. Il dramma è che chi non c’è in televisione non c’è nella società. Ma un dramma ancora più grande è che, esclusione dopo esclusione, censura dopo censura, silenzio dopo silenzio, l’Italia diventa un paese più povero di idee e di libertà.



26 novembre 2010

dal sito    http://www.chiesavaldese.org/

mercoledì 17 novembre 2010




LA CRISI? NON E' SOLO POLITICA


di Paolo Naso





L’Italia è evidentemente in crisi. Ed è una crisi assai più profonda di quello che sembra emergere dalle cronache sulla tenuta del governo o da taluni scivoloni del premier.
E’ in crisi l’etica stessa della politica e qualcuno sogna una riscossa dei cattolici nello spazio pubblico. E il protestantesimo?
Quanto è profonda le crisi della politica italiana? Molto a giudicare dalle fibrillazioni degli ultimi giorni e dal rullo di tamburi che a giorni alterni annuncia imminenti elezioni. Ma in realtà ciò di cui si parla è una crisi di governo, non una crisi della politica in sé, delle sue forme e dei suoi protagonisti. Scorrendo i titoli di questi giorni, cioè, si ha l’impressione che si vada esaurendo una leadership e una fase politica iniziata quel giorno del 1994 quando il cavaliere Silvio Berlusconi annunciò che sarebbe "sceso in campo" per sollevare i destini di una nazione economicamente e socialmente in declino. Tra le ragioni della crisi vi sarebbero il conflitto infinito del premier con la magistratura, le ambizioni del presidente della Camera, il perdurare della recessione nonostante promesse e ripetuti annunci di ripresa. Ma anche le ben note scivolate sul piano dei comportamenti privati del presidente del Consiglio. E’ anzi singolare che talvolta siano questi comportamenti a turbare ampi settori dell’opinione pubblica piuttosto che atti pubblici come le telefonate alla Questura di Milano con le quali il premier voleva aiutare una ragazza "in difficoltà" accusata di furto.
Come è sconcertante che un ministro della Repubblica lamenti la scarsa "furbizia" del premier che non avrebbe dovuto (far) chiamare da Palazzo Chigi ma delegare il paterno interessamento per una giovane marocchina in difficoltà a qualche ministro di fiducia. Alle solite, siamo il paese dei furbi e il problema è non esserlo abbastanza.
Sono reazioni di questo genere a insinuare l’idea che la crisi che stiamo vivendo, per quanto amplificata dai funambolismi dell’attuale premier, abbia radici più profonde e non riguardi solo il Governo o la maggioranza ma si configuri come una crisi della politica italiana nel suo complesso, opposizioni comprese. Sappiamo bene di non poter fare di ogni erba un fascio e non vogliamo unirci al coro già molto nutrito dell’antipolitica, ma è evidente che oggi gli italiani hanno un problema che non è solo di premiership, alleanze parlamentari o leggi elettorali. La crisi di oggi non riguarda i protagonisti ma l’ethos della politica, l’etica personale e pubblica con la quale un gruppo di cittadini chiede un mandato di rappresentanza al corpo elettorale per garantire un governo efficiente e giusto della società. La politica che ha smarrito il suo ethos perde anche la sua funzione di servizio per il bene della collettività piuttosto che per gli interessi personali o di parte; come perde quella "visione" alla base di ogni progetto e di ogni norma. Priva di una solida bussola etica, la politica diventa interesse individuale o di consorteria, una faccenda opaca e paludosa, al fondo estranea ai principi e alle forme della democrazia.
In questo frangente una parte della cultura cattolica si candida a riempire il vuoto lasciato dalla crisi della politica: non è una novità, anzi è il ritorno al passato che più passato non si può, e comunque anch’esso segnato da gravi cadute e contraddizioni proprio sul piano dell’etica pubblica. Il protestantesimo italiano non può e non vuole seguire questo cammino. Il compito di una comunità cristiana non è governare la città ma predicare l’Evangelo, richiamare alla conversione, rendere testimonianza del regno di Dio. Nel momento della profonda crisi della politica non nascerà un partito protestante, ma questa politica in crisi farebbe bene a rigenerarsi ascoltando anche la predicazione e la testimonianza dei protestanti italiani.


2 novembre 2010

Dal sito  http://www.chiesavaldese.org/index.php

lunedì 20 settembre 2010

Sole delle Alpi, crocefisso e laicita' della scuola

 di Paolo Naso

                                            

Alla fine anche il Ministro dell'Istruzione ha rotto gli indugi e, dopo giorni in cui si era limitata a esprimere il suo disappunto per gli arredi leghisti nella scuola "Gianfranco Miglio" di Adro (BS), ha preso carta e penna per chiedere al Sindaco che aveva trasformato una scuola pubblica in un gadget partitico di eliminare i simboli "padani". Ma lo stesso Ministro si è distinto per l’impegno con cui difende strenuamente l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche: una contraddizione.
I toni leggeri con cui alcuni politici e tanta stampa hanno ironizzato sui furori simbolici del primo cittadino di Adro, per altro criticato dallo stesso Bossi, preoccupano quanto il gesto in sé che, nei fatti, demolisce il principio fondamentale della scuola pubblica, ovvero di un bene comune che non appartiene a un gruppo di cittadini, per quanto maggioritario, né a un gruppo politico e neanche a un'Amministrazione. Il bene pubblico è patrimonio di una istituzione democratica che ha il dovere costituzionale di accogliere e riconoscere tutti gli utenti, senza discriminazione alcuna su base di censo, etnia o religione. Scusandoci per l'ovvietà – che però evidentemente non è così scontata per gli amministratori di Adro - è per questa ragione che all'ingresso delle scuole italiane c'è la bandiera italiana e non la falce e il martello, lo scudo crociato, il sole delle Alpi o quello che ride.
Marcare ideologicamente il banco di una scuola statale con un simbolo partitico o ideologico ricorda tristemente regimi politici nei quali lo spazio pubblico era controllato da un unico attore politico ed i simboli dello stato coincidevano con quelli di un regime autoritario. Non è certamente il caso del Sindaco di Adro che però farebbe bene a smetterla di scherzare col fuoco dei simboli della politica, delle ideologie e delle tradizoni. Attenzione ad usarli, soprattutto nei luoghi sbagliati: lo spazio pubblico è tanto più pluralista e democratico quanto più è spoglio di simboli che non siano quelli ben codificati dello stato nazionale: la bandiera, l'inno, la Costituzione.
Ha fatto bene quindi il Ministro a richiamare il Sindaco al suo ruolo istituzionale ed a rivendicare il carattere pubblico della scuola "Miglio".
Più difficile capire perché il Ministro non applichi lo stesso ragionamento al crocefisso: certo la tradizione cattolica in Italia ha ben altra storia e ben altro spessore culturale rispetto al pensiero leghista ed all'ideologia della Padania, e non c'è ombra di dubbio che moltissimi italiani si riconoscano in quel simbolo religioso piuttosto che nel sole delle Alpi. Tuttavia la sostanza del ragionamento è la stessa: se la scuola è pubblica ovvero di tutti, essa non può assumere un particolare manifesto ideologico o un simbolo culturale o ideologico che finisce fatalmente per escludere e discriminare chi in quella ideologia o in quella religione non si riconosce. Paradossalmente, una parete spoglia sarebbe insomma l'espressione più alta di una scuola che accoglie, laica e pluralista.
Come noto su questo tema il ministro Gelmini ha un parere opposto ed ha avuto parte attiva nel ricorso del governo italiano presso l'Alta corte di Strasburgo per i diritti dell'uomo, in seguito alla sentenza di quel tribunale che nel novembre del 2009 aveva giudicato l'esposizione del crocefisso lesiva del diritto dei genitori di educare i figli coerentemente con le proprie convinzioni, religiose o non religiose.
Per il Ministro, insomma, si tolga pure il sole padano dalle aule scolastiche, ma si mantenga invece il crocefisso. Per quanto largamente condivisa anche tra i parlamentari dell'opposizione e forse da buona parte dell'opinione pubblica italiana, resta comunque una contraddizione: coerenza imporrebbe di togliere l'uno e l'altra, lasciando il sole padano alle bandiere leghiste e il crocefisso ai luoghi consacrati che gli sono propri. Chissà che l'Europa non ci aiuti ad essere più coerenti.



20 settembre 2010

Dal sito della Chiesa Valdese
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