Diari di Cineclub

Diari di Cineclub
Rivista Cinematografica online e gratuita
Visualizzazione post con etichetta Chavez Hugo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chavez Hugo. Mostra tutti i post

lunedì 11 gennaio 2016

VENEZUELA, L'INDISPENSABILE "COLPO DI BARRA di Guillermo Almeyra






VENEZUELA, L'INDISPENSABILE "COLPO DI BARRA 
di Guillermo Almeyra




Il governo di Nicolás Maduro, che aveva avuto un po’ più della metà dei voti quando venne eletto dopo la morte di Hugo Chávez, alla fine è stato battuto perdendo il 12% degli elettori e oltre 2 milioni di votanti che prima sostenevano il chavismo. Il processo bolivariano, così fondamentale per il Sudamerica, è in grave pericolo.

Finora, né il governo né i difensori acritici dei governi “progressisti” hanno fatto un serio bilancio di questa sconfitta, che è arrivata mentre Maduro chiamava ad infliggere una “sconfitta decisiva” ai suoi avversari, e neanche del vergognoso tracollo del kirchnerismo argentino, convinto che avrebbe vinto già al primo turno l’elezione presidenziale. Meno ancora esiste un bilancio sulla corruzione del Partito dei Lavoratori brasiliano, che fornisce pretesti all’estrema destra, o delle difficoltà di Evo Morales sul referendum per un suo terzo mandato consecutivo, né di Rafael Correa che si scontra con i movimenti sociali.
Tutti costoro – da Maduro fino ai suoi sostenitori più ciechi – accampano la giustificazione che l’imperialismo finanzia una feroce campagna di intossicazione dell’opinione pubblica e, con suoi agenti locali, vuole abbattere il governo e che i mezzi di informazione locali – e la grande stampa capitalista internazionale – sono riusciti a confondere le maggioranze popolari. Questo argomento, però, nasconde il fatto che dall’imperialismo e dall’estrema destra non c’era altro da aspettarsi e che chiedere loro un comportamento democratico equivale a pretendere che un maiale voli, e che è inoltre impossibile nascondere le difficoltà dietro una reboante retorica nazionalista borghese, perché questo porta a perdere l’appoggio di larghi strati popolari chavisti o peronisti, che hanno votato per l’opposizione in segno di protesta per la pessima gestione economica, la penuria, la corruzione e il paternalismo decisionista.

martedì 12 marzo 2013

HUGO CHÁVEZ È MORTO: LA LOTTA PER IL SOCIALISMO È VIVA!





HUGO CHÁVEZ È MORTO: 
LA LOTTA PER IL SOCIALISMO È VIVA!

Dichiarazione della Tendenza Marxista Internazionale


Hugo Chávez non c’è più.
La causa della libertà, del socialismo e dell’umanità ha perso un coraggioso sostenitore. È morto martedì 5 marzo alle 4.25 del pomeriggio (secondo l’ora locale). Ha dato la notizia il Vicepresidente Maduro. Il Presidente aveva solo 58 anni, ed era in carica da 14. Ha combattuto il cancro negli ultimi due anni, ma la notizia della sua morte è stata comunque uno shock.
Non appena la morte del Presidente è stata resa nota, il popolo venezuelano ha cominciato a riunirsi nelle piazze intitolate a Bolivar nel centro delle città grandi e piccole in tutto il Venezuela. Molti raccontano di persone scoppiate in lacrime o improvvisamente ammutolite per strada. Folle di persone sconvolte si sono radunate fuori dall’ospedale militare di Caracas dove Chávez è morto. Questa espressione di dolore si è presto tramutata in una manifestazione di massa di sfida. Come nelle molte occasioni in cui la rivoluzione è stata minacciata, la popolazione si è riversata nelle strade di Caracas.
La ragione di questa manifestazione di sostegno ed emozione non è difficile da comprendere. Agli occhi delle masse Chávez rappresenta la rivoluzione, il loro risveglio alla vita politica, le battaglie compiute nell’ultimo decennio, la sensazione che per la prima volta erano i lavoratori e i poveri al potere. Rappresenta colui che ha opposto resistenza all’imperialismo e all’oligarchia.

domenica 10 marzo 2013

I TENTATIVI DI INTEGRAZIONE NEL POSTCHAVISMO di Guillermo Almeyra



UNASUR, MERCOSUR, ALBA: 
I TENTATIVI DI INTEGRAZIONE NEL POSTCHAVISMO
di Guillermo Almeyra



Hugo Chávez era di gran lunga – compresi i suoi errori e i suoi limiti, non meno grandi della sua figura storica – la guida più radicale e decisa dei governi cosiddetti “progressisti” dell’America Latina e di tutti i politici di questo settore nel continente.

Era in grado di evolvere, di sentire l’influenza popolare, di rispondere alle avversità combattendo con tenacia e, pur sorreggendosi su un apparato – nello specifico, l’esercito – non ne dipendeva, né nel portare avanti la politica che si proponeva, né per fare politica. In un continente di caudillos, ed essendo lui stesso un caudillo che tutto misurava in rapporto alla propria persona e considerava l’organizzazione dei lavoratori come sua emanazione (per questo affermava: “I sindacati sono controrivoluzionari”), non era soltanto questo.

giovedì 11 ottobre 2012

INSEGNAMENTI DELLE ELEZIONI VENEZUELANE di Guillermo Almeyra




INSEGNAMENTI DELLE ELEZIONI VENEZUELANE
di
Guillermo Almeyra


La scorsa settimana ho scritto un articolo sulle elezioni in Venezuela che i risultati hanno interamente confermato: Almeyra: Chávez presidente, e poi?. Il popolo venezuelano non si è lasciato ingannare e ha votato per salvaguardare le proprie conquiste e per il futuro, contro il ritorno al passato presentato come rinnovamento.
Chavez ha vinto, infatti, con 10 punti percentuali di differenza. Pur avendo ottenuto il 54,66% dei voti – non il 70% che presentava come obiettivo – ed avendo avuto 7,7 milioni di voti – non 10 come proclamava – la differenza è comunque grande, visto che ha avuto quasi 1,5 milioni di voti più degli avversari del fronte di destra, il MUD, che ne ha ottenuti 6,3 milioni. In una tornata elettorale cui ha partecipato niente meno che l’81,6/ dell’elettorato (non ha votato solo chi non poteva realmente farlo) ha ripreso i suoi voti del 2006 (ne aveva avuti allora 7,3 milioni), ma l’opposizione ne ha recuperati, rispetto ai poco più di 4 milioni all’epoca, 2,1 milioni, che è riuscita a sottrarre all’astensione e allo stesso chavismo.
I fatti hanno la testa dura, e chi non riesce a prevederli non riesce neppure a prepararsi a quello che accadrà. Chi ragiona non ha fede, diceva Sant’Agostino che di fede se ne intendeva. Ergo, chi ha fede non ragiona e non è in grado di distinguere l’appassionata volontà di sospingere il processo rivoluzionario in Venezuela, che è parte importantissima dell’attuale rapporto di forza in America latina, dall’analisi fredda dei problemi che quel processo si trova di fronte. Il fideista va in cerca di capi, santi, certezze, e tutto quel che possa essere pensiero critico e che suoni come un “sì però” di sinistra gli sembra che “aiuti l’imperialismo”. Ignora che la “verità è rivoluzionaria” e taccia di sabotatore, scettico, agente del nemico chi gli segnali che la strada che sta seguendo può condurre al precipizio…. Così, l’acritico accecato dalla fede fomenta il conservatorismo e la burocratizzazione – vale a dire, proprio quel che indebolisce i movimenti dipendenti da capi – e intralcia la presa di coscienza dei lavoratori, che costituiscono la base principale di sostegno e la garanzia sia di quei capi, sia dei movimenti. Coloro che confondono la politica con la fede religiosa o la passione del tifo calcistico non aiutano per nulla il capo che sostengono, né il processo di cui dicono di essere al servizio. Sono più papisti del Papa. Chavez, in effetti, sta correggendo il tiro, si è accorto che non l’intera metà Venezuela all’opposizione è controrivoluzionaria e filo imperialista e si è reso conto di dover recuperare i voti popolari persi e, perciò, come prima misura dopo il suo trionfo ha proposto una politica di inclusione.
Queste sono state elezioni atipiche, perché sono state in realtà un plebiscito pro o contro Chávez, in cui ha anche pesato un riconoscimento nei confronti di un lottatore che, nonostante la sua grave malattia, si è battuto con tutte le sue forze per preservare quel che si è conquistato, è ha avuto un ruolo la solidarietà verso il malato che lotta. Anche se Chávez ha condotto una campagna elettorale d’apparato, non per far ragionare e meno ancora per organizzare le sue basi, non si votava per un partito, ma a favore o contro un uomo che, per tutti, avversari inclusi, si identificava con un processo che ha eliminato l’analfabetismo, ha ridotto della metà la miseria e la povertà, ha fornito servizi essenziali e dignità ai più diseredati e ha collocato in prima fila il Venezuela tra i paesi dell’America latina.
Pur se Hugo Chávez prende ad esempio Perón o il kirchnerismo, tutti si rendono conto che, a differenza del primo - che era un personaggio di destra, attorniato da reazionari, amico di tutti i dittatori dell’epoca, un militare che scappò nel 1955 per non dipendere dagli operai, che si rifiutò di armare contro i nemici ormai sconfitti, e un uomo che patrocinò gli assassinii delle bande parastatali del’Alianza Anticomunista Argentina – e a differenza del kircherismo, sorto dal nocciolo del menemismo e del duhaldismo e dedito a salvaguardare i profitti dei capitalisti e lo stesso sistema – Chávez è un uomo coraggioso, che si gioca la vita per il Venezuela plebeo senza ricercare vantaggi personali e che, anche se la sua politica preserva il capitalismo, non è filo capitalista.
Alle elezioni del 16 dicembre, tuttavia, non si voterà per Chávez ma si eleggeranno governatori. I candidati chavisti non sono stati scelti dal popolo e non godono dell’autorevolezza e del prestigio del comandante. Per questo se quest’ultimo non reagisce lasciando campo libero alla partecipazione delle basi e alla libera scelta di rappresentanti, c’è il pericolo che l’opposizione, che già controlla importanti governatorati, conquisti ulteriori posizioni, perché il riflesso di autodifesa che domenica scorsa ha portato a una vittoria massiccia non avrà più la stessa forza, e un’astensione o una dispersione di voti nelle file bolivariane potrebbe avvantaggiare l’opposizione di destra unificata, specie se questa mantiene la sua tattica e si sforza di nascondere il suo malcelato “gorillismo”.
Chávez ha un progetto nazionalista e democratico, necessario ma non sufficiente, tuttavia non un progetto socialista. Il Venezuela dipende più che mai dal petrolio e dal mercato degli Stati Uniti. La tanto odiata corruzione ha la sua base nel mantenimento della rendita petrolifera e nel burocratismo di buona parte dell’apparato statale di un paese capitalista dipendente. Il paternalismo asfissia gli organismi di massa e li sottomette al suddetto apparato, castrandoli. Chávez non solo non crea le condizioni per costruire i suoi successori di qui al 2019 o anche prima: impedisce anche fondamentalmente - con la sua confusione ideologica che mescola Marx con Gesù e con Perón, e con l’accentramento del potere – la crescita politica, l’autogestione e l’autorganizzazione delle sue basi d’appoggio – i suoi veri “successori” – che rappresentano la garanzia della prosecuzione del processo rivoluzionario.
È questo che occorre cominciare a correggere urgentemente di qui a dicembre- Perciò è indispensabile il contributo della discussione aperta e franca di coloro che sono amici della rivoluzione.


(traduzione di Titti Pierini, 10/10/12)




domenica 2 settembre 2012

IL VENEZUELA DI FRONTE ALLE ELEZIONI di Guillermo Almeyra



IL VENEZUELA DI FRONTE ALLE ELEZIONI
di Guillermo Almeyra




Certamente, vincere le prossime elezioni e conservare non soltanto la presidenza della Repubblica ma anche la maggioranza in parlamento è naturalmente la condizione di base per tenere in piedi il processo bolivariano. Chávez deve vincere – e vincerà – per infliggere un ulteriore colpo all’indebolita destra e alla pressione degli Stati Uniti, che tornerà ad incrudirsi una volta conclusa la vicenda elettorale statunitense, sia che vinca Barak Obama sia, a maggior ragione, che vinca il cavernicolo Mitt Romney.
Tuttavia la destra, che conta sull’appoggio di oltre un terzo dell’elettorato, non è solo composta da oligarchi e fascisti. Anche vaste frange di ceti medi ed anche di operai la voteranno perché insoddisfatti per l’insicurezza, la corruzione interna all’apparato statale, l’imposizione dei candidati in seno al Psuv (privo di autonomia e strumento burocratico del governo), nonché per il sistema verticistico con cui si prendono tutte le decisioni. Questi operai e ceti medi poveri non sono controrivoluzionari e agenti dell’imperialismo, come i loro candidati e principali dirigenti, ma conservatori e neoliberisti che però il processo bolivariano dovrebbe cercare di conquistare o di neutralizzare, per staccarli da chi li sta portando al disastro, anziché metterli tutti nello stesso sacco di quanti lavorano per tornare al passato.

Al tempo stesso, coloro che votano per Chávez non sono ciechi di fronte ai problemi connessi alla corruzione, al verticismo, al burocratismo, alla conduzione militaresca di un processo che esige, invece, la più ampia e decisiva partecipazione della popolazione, la piena discussione delle diverse possibili soluzioni dei problemi di fondo, il controllo popolare delle realizzazioni e delle istituzioni. Tra questi vi sono centinaia di migliaia di persone che si sono mobilitate, che hanno fatto scioperi che sono stati repressi e che sono contrarie al metodo di selezione dei candidati, troppe volte autoritario e burocratico, e all’asfissia della democrazia di base, ma che, nonostante questo – per maturità politica – voteranno per Chávez contro la destra nazionale e internazionale, senza lasciarsi ingannare dalla propaganda falsamente di sinistra dei lupi mascherati da agnello che seguono Cardiles.
Le elezioni dovrebbero costituire l’occasione per favorirne l’autorganizzazione e la politicizzazione perché la base del “chavismo” costituisce la garanzia della salvaguardia del processo bolivariano, così come è stata la forza che ha sconfitto nelle piazze i golpisti grazie alla mobilitazione al momento del golpe che aveva destituito Chávez.

Anziché presentare una candidatura indipendente e antichavista, quale quella del combattivo sindacalista Orlando Chirino, separando i socialisti dai chavisti, la sinistra rivoluzionaria avrebbe dovuto lavorare insieme ai chavisti sostenitori del socialismo per rafforzare l’autorganizzazione dei lavoratori e, una volta sconfitta la destra, dar battaglia in condizioni migliori contro il verticismo e i burocrati tecnocratici che aspettano che Hugo Chávez se ne vada per controllare l’apparato statale. Le grandi battaglie, infatti, verranno dopo ottobre.
Perché, per un verso, la sconfitta elettorale della destra non le lascia se non la strada del golpe (oggi ancora prematuro) o dell’assassinio di Chávez, e la costringe a corteggiare la destra burocratica chavista per il dopo-Chávez. Infatti l’altra possibilità – quella di un’invasione dalla Colombia – è stata al momento allontanata o rinviata grazie alla vittoria della diplomazia cubana e venezuelana che ha pacificato il confine colombiano-venezuelano aprendo la strada per la pace tra il governo di Bogotà e le Farc e l’Eln, cosa che lascia ai militari di destra colombiani e agli Stati Uniti pretesti per qualunque provocazione e, al tempo stesso, stimola il rientro nelle proprie terre di centinaia di migliaia di contadini sloggiati da queste, che si scontreranno con i paramilitari e i narocotrafficanti.

Perché, per altro verso, Chávez non ha permesso, con il suo decisionismo, lo sviluppo di una squadra di rivoluzionari che possa sostituirlo ed ha, al contrario, concesso potere a figure conservatrici e di destra che ritiene gli siano fedeli, quali Diosdado Cabello e tanti altri. Il bonapartismo dischiude sempre la strada alla transizione burocratica verso la controrivoluzione, per cui, onde evitare questo rischio, la vittoria elettorale dovrà fornire le basi perché il popolo venezuelano crei e sviluppi il proprio potere basilare di fronte a quanti intendono considerarlo solo come massa di manovra e sostituirlo.

Le elezioni sono un misto tra un processo democratico e legale di risoluzione dei conflitti, un’accesa lotta di classe mascherata e mediata, e una contesa in seno allo stesso processo bolivariano tra una casta burocratico-tecnocratica che si va affermando nel governo, Hugo Chávez che si muove in maniera bonapartista e, per finire, la spinta popolare per costruire elementi di potere del popolo. L’andamento del prezzo mondiale del petrolio – che determina i margini di cui dispone il governo Chávez – e gli sviluppi delle condizioni di salute dello stesso Comandante, sono altrettanti elementi incontrollabili e che continueranno ad avere grande incidenza sull’evoluzione del processo bolivariano dopo le elezioni di ottobre. Se infatti il prezzo del petrolio scendesse a causa del ridursi del consumo mondiale in seguito alla crisi, si acuirebbe la polemica sulla redistribuzione degli introiti tra le varie classi e settori sociali e, se la malattia del presidente peggiorasse nel 2013, la lotta per la sua sostituzione porrebbe all’ordine del giorno l’alleanza tra la destra chavista e il settore dell’opposizione più disposto a trattare per controllare il potere in una sorta di colpo di Stato incruento e burocratico.

Per questo è fondamentale utilizzare le elezioni per seminare idee socialiste, accrescere la politicizzazione e la coscienza fra i lavoratori e i settori popolari, costruire potere popolare battendosi per la vittoria di Chávez, senza tuttavia sottomettersi al chavismo burocratizzato


31 agosto 2012

per "La jornada"
traduzione di Titti Pierini

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/



martedì 17 luglio 2012

IL VULCANO LATINOAMERICANO




L'AMERICA LATINA CONTINUA AD ESSERE L'EPICENTRO DELL'ALTERMONDISMO!
intervista a Franck Gaudichaud *



Nell’Introduzione a El volcán latinoamericano tu consideri il 1998 come l’inizio della fase storica in cui è immersa l’America Latina. Cosa succede a partire da quell’anno?

Stabilire una data è difficile, tuttavia, se ci riferiamo a un cambiamento di ciclo, il 1998 si potrebbe scegliere come il punto di inflessione verso posizioni di sinistra nell’intero continente. Soprattutto, per l’avvento di Hugo Chávez alla presidenza del Venezuela, anche se sarebbe altrettanto giusto riferirci alla sollevazione Zapatista nel 1994. In ogni caso, durante gli anni Novanta, ci troviamo di fronte alla riformulazione di nuove sinistre a partire da grossi fenomeni ed esperienze di mobilitazione sociale. I settori che nella società non contavano cominciano a incidere in quanto, indipendentemente dal potere dell’oligarchia, voglio essere protagonisti della vita pubblica. Nascono inoltre nuovi protagonisti istituzionali in ciascun paese, ad esempio il Movimiento al socialismo (MAS) di Evo Morales in Bolivia.


Alcuni di questi protagonisti inalberano il cosiddetto “socialismo del XXI secolo”. Si tratta del grande movimento di cambiamento?

Si tratta più che altro di uno slogan simbolico, ma per il momento non implica la rottura con il capitalismo, come è stata la rivoluzione sandinista in Nicaragua, il castrismo a Cuba o potenzialmente il processo di potere popolare durante il governo di Salvador Allende in Cile. In ogni caso, raccoglie dinamiche di impossessamento che hanno in sé un significato antimperialista e riforme democratiche e sociali di grande significato. Lo abbiamo potuto constatare in Bolivia, in Ecuador o in Venezuela. Più che trattarsi di una rottura frontale con la logica capitalista direi che guardino a modelli post-neoliberisti, dal momento che mantengono accordi con le multinazionali per concedere loro quote di potere e accesso alle risorse.

Non è possibile creare un nuovo modello?

La maggior parte dei paesi dell’America Latina partono da una crescita dipendente, basata in larga misura sull’industria estrattiva di risorse naturali, ad esempio del petrolio, e sulla produzione intensiva di cereali e altri prodotti alimentari. La domanda è perciò come superare tali dipendenze nei confronti del capitale multinazionale e dar vita a un modello produttivo adeguato ai bisogni delle comunità e rispettoso dell’ambiente.


L’accordo dell’Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nostra América (ALBA), nato nel 2004 per iniziativa del Venezuela e di Cuba, è un tentativo di ricercare alternative?

Mette in agenda il progetto di integrazione su scala regionale, in grado di spingersi oltre la semplice unificazione economica, come si limitavano a fare il Trattato di Libero Commercio (TLC), il Mercosur e altre proposte di taglio liberista. Ricerca la complementarità riconoscendo le asimmetrie tra i paesi e lo scambio reciproco, includendo le dimenticate isole dell’area caraibica. Per ora, certamente, si tratta di un’iniziativa che reagisce di fronte agli Stati Uniti, molto interessante ma che non affronta le vere sfide che deve affrontare l’America Latina, tra l’altro per mancanza dell’appoggio di grandi paesi come il Brasile.


Manca un cambiamento a livello regionale che includa paesi come il Brasile, che in questo momento ha propri progetti strategici. Quali evidenzieresti?

Realizzare una trasformazione profonda su scala regionale significa riuscire a inserire paesi come il Brasile, che – per il momento – ha suoi piani strategici, o per meglio dire la cui classe dominante ha altri progetti. E significa poi che, all’interno, questi paesi siano in grado di ascoltare e di rispondere ai movimenti sociali che puntano a spingersi oltre le vigenti riforme e vogliono rompere con il modello estrattivista e sviluppista che invece i governi progressisti conservano. La tensione tra governi nazional-popolari riformatori e movimenti sociali si fa sentire, nell’ultimo periodo, soprattutto in Venezuela, Ecuador e Bolivia. Senza dimenticare che alcuni movimenti e mobilitazioni possono essere di tipo meramente corporativo o addirittura ubbidire a interessi conservatori, come è avvenuto in Bolivia con il movimento autonomista della “media luna”, che aspira a separare le regioni ricche da quelle povere.”


Un caso paradigmatico della dipendenza dall'industria estrattiva è anche quella del Perù, dove Ollanta Humala reprime le comunità che si oppongono all'attività mineraria.
Humala si dichiara nazionalista e, fin dall’inizio, aveva una visione nazional-interclassista, rifiutandosi di riconoscersi nelle sinistre o nelle destre, come ha dichiarato in varie occasioni. Continua ad aprirsi alle multinazionali e questo ha provocato una grande frattura con i movimenti che lo avevano sostenuto. Il conflitto di Conga e il progetto nefasto della megaestrazione mineraria di Yanococha sintetizza perfettamente ciò che accade in altre zone dell’America Latina: le popolazioni si battono in difesa dei propri diritti di fronte a governi, a volte verniciati di progressismo, che scelgono di conservare i privilegi degli investitori stranieri. È su questo che si apre la lotta in difesa dell’ambiente e per un sistema produttivo più sostenibile.


In Argentina, il governo di Cristina Fernández si rifiuta di riconoscere il diritto del popolo mapuche a gestirsi le proprie risorse. Ripropone le stesse carenze?


È una delle materie pendenti con cui ha a che fare l’America Latina, insieme a quella della decolonizzazione interna. La creazione di società veramente plurinazionali e democratiche è ancora molto indietro, per i secoli del potere coloniale e nonostante i passi avanti importanti con processi costituenti avanzati in Bolivia, Ecuador e Venezuela. Per questo il processo di riconoscimento dei diritti indigeni è piuttosto lento in paesi dell’area andina, e lo è ancor meno in America Centrale. Questo risulta crudamente evidente in Cile, dove il popolo mapuche si scontra con le compagnie idroelettriche o forestali che distruggono le loro terre e la biodiversità. Questa lotta mette in contrasto gli Stati oligarchici, centralisti o federali, che abbiamo conosciuto fin dal XIX secolo. Sarebbe anche il caso del Messico, con la lotta zapatista nel Sud del paese.


Rispetto all’ingerenza straniera, ormai non siamo più ai tempi delle dittature, con l’appoggio militare degli Stati Uniti, come in Cile tramite il Piano Condor?

L’intervento continua ad esserci, ma ha subito mutamenti e si è riarticolato. In primo luogo, inglobando parecchi paesi nel commercio internazionale tramite la sottoscrizione del Trattato di Libero Scambio e anche grazie al Plan Colombia, con cui gli Stati Uniti hanno trovato l’alleato per imporre la propria strategia di dominio, un po’ come con Israele in Medio Oriente. Questo schema spiega la presenza della Quarta Flotta in acque della zona, come pure i tentativi di colpi di Stato contro Hugo Chávez in Venezuela nel 2002; poco dopo, il tentativo di destabilizzazione in Bolivia; l’espulsione di Manuel Zelaya dalla presidenza dell’Honduras nel 2009, o adesso in Paraguay, con la destituzione di Fernando Lugo. A questo, poi, va aggiunto il “soft power”, vale a dire i tentativi di influenzare l’opinione pubblica – ad esempio nel corso delle vicende elettorali – tramite i mezzi di comunicazione di massa corporativi. Gli Stati Uniti hanno investito grandi quantità di risorse su questo terreno con l’obiettivo di dar vita a determinati comportamenti tra la popolazione, creando all’uopo organizzazioni non governative (come l’USAID), movimenti sociali conservatori e cosiddetti gruppi di sostegno “alla democrazia”.


Nella battaglia tra quest’offensiva neoliberista e la nuova sinistra che si richiama ai movimenti popolari, sembra che i giovani e le donne stiano avendo un ruolo importante. È così?

Sicuramente. L’America Latina ha rappresentato l’epicentro dell’altermondialismo e lo continuiamo a vedere, con il risorgere di una nuova generazione di studenti, donne e sindacati di lavoratori. In Cile, è apparso un movimento molto importante contro il modello di istruzione ereditato dalla dittatura e ora gestito dal presidente conservatore multimiliardario Sebastián Piñera; in Colombia si è riusciti a sventare un piano militare; e in Messico va rilevata l’irruzione del movimento “Yo soy 132” che, sulla scie di tante altre sorte in tutto il mondo, mettono in discussione i partiti tradizionali, il capitalismo finanziario e il disprezzo delle istituzioni nei riguardi degli strati subalterni.


Quest’esplosione può articolarsi su scala regionale?

Vari assi di mobilitazione trasversale potrebbero realizzarlo: ad esempio, la difesa della sovranità alimentare. Molti popoli e organizzazioni contadine cominciano a rendersi conto degli effetti catastrofici del Trattato di Libero Scambio firmato da alcuni Stati latinoamericani con gli Stati Uniti e l’UE. Persino in Messico, paese all’avanguardia nella produzione di mais, lo debbono importare dagli Stati Uniti, perdendo la propria capacità produttiva. Anche la lotta contro la crisi climatica e le sue conseguenze fornisce interessanti esperienze di rivendicazioni di “buen vivir”, vale a dire di rispetto per la biodiversità e la “Pachamama [Madre Terra, in quechua]”, come quelle che sono comparse in Bolivia o nella zona dello Yasuní, nella selva amazzonica dell’Ecuador, dove si è proclamata un’area libera dallo sfruttamento petrolifero. Certamente, queste lotte non romperanno con la logica sviluppista-estrattivista da un giorno all’altro, perché queste popolazioni hanno bisogno di svilupparsi in fatto di servizi pubblici, infrastrutture, ecc., ma propongono una possibile transizione ecologica che ci porta a un nuovo paradigma rispetto all’energia e all’esistenza.


Per quanto riguarda il Brasile, ci sono possibilità che si aggiunga a questo contropotere antimperialista?

Come ha detto Ignacio Lula da Silva, il Brasile non è più un paese emergente, ma “emerso”. Un paese con influenza mondiale, chiave nel G-20, che nel quadro della crisi attuale porta il proprio contributo milionario al Fondo Monetario Internazionale per aiutare gli amici europei. Non sembra che voglia far parte di un contropotere di sinistre radicali, anche se in qualche modo, sul piano diplomatico, ha funto da sostegno in varie occasioni a governi quali quello di Chávez o di Evo nella regione.


Pencola verso posizioni social-liberiste?

Sì, esattamente. Sceglie il percorso economico tradizionale dei “vantaggi comparativi” e sfrutta la propria posizione di “gigante” con immense risorse e terre per offrire milioni di ettari a Monsanto e ad altri. Ma non è solo questo: ha creato proprie “multilatinas” con cui fa pressione sui soci. In certo qual modo, il Brasile è diventato un “sub impero”, con un’evidente egemonia sul resto dei paesi sudamericani. E, questo, essendo stato punto di riferimento in processi di democrazia partecipativa, di altermondialismo o grazie alla lotta del Movimiento Sem Tierra (MST), movimento che continua a mobilitarsi.


A che cosa attribuisci questa posizione?

Il Brasile ha una delle più forti borghesie del continente, con cui il Partito dei Lavoratori (PT) si è comportato in modo assai benevolo, consentendole un’accumulazione di capitale che ha accentuato le differenze tra i più ricchi e i più poveri. È certo che l’estrema povertà è diminuita notevolmente in termini generali, tuttavia, per ora, non partecipa della logica post-neoliberista cui aspirano popoli e movimenti in altri paesi dell’America Centrale e del Sud.


Anche così, sei ottimista quanto all’avanzata di un nuovo modello economico e politico nel continente

Lo vedremo presto. C’è una disputa chiara tra i governi che puntavano quasi “naturalmente” al neosviluppismo e al neoliberismo e parte dei movimenti popolari. Il Venezuela bolivariano legato ai consigli comunali, l’Argentina delle fabbriche occupate, o la Bolivia collegata alle autonomie indigene hanno dato un impulso essenziale in questa dinamica continentale, pur esistendo enormi differenze tra paesi e regioni. Ora stiamo osservando come alcuni dei governi più radicali si siano allontanati dai processi di emancipazione venuti dalla base, e quindi dovremo vedere se questa tensione si approfondisce o, viceversa, si corregge e, di nuovo, si pongono alternative al centro stesso dell’agenda, “democratizzando la democrazia” e dando vita a esperienze di potere popolare. Occorre avere fiducia nel fatto che il femminismo, gli studenti, le donne, i lavoratori, il movimento per la sovranità alimentare e la riforma agraria, i popoli indigeni lo rendano possibile e, lungi dall’istituzionalizzarsi, possano diventare i motori del cambiamento e della costruzione di alternative.


Che cosa potrebbe imparare l’Europa da questo vulcano latinoamericano che comincia ad affiorare?


L’America Latina costituisce un buono specchio per i paesi europei messi di fronte alla crisi perché, negli anni Ottanta, ha già sperimentato i piani di “ristrutturazione” che tentano di applicare il FMI e la trojka in Europa. L’America Latina ha dimostrato che si poteva lottare attraverso la mobilitazione e la formulazione di vie d’uscita politiche più giuste. L’Ecuador, ad esempio, ha posto in risalto che si può annullare parte del debito con il supporto di un governo più offensivo e grazie ai movimenti sociali. E l’Argentina ha fatto lo stesso allorché ha parzialmente annullato il debito. Se questi paesi del Sud sono stati capaci di imporsi – anche se solo in parte – al mondo finanziario internazionale, anche i popoli europei lo possono fare, dal centro del capitalismo-mondo. Del pari, le esperienze popolari possono servire da specchio nella prospettiva di costruire cooperative, mezzi collettivi, fabbriche occupate e altri progetti alternativi ed egualitari. L’America Latina ci mostra inoltre che è possibile tendere ponti dall’ambito sociale verso il mondo politico proponendo alternative su scala nazionale e continentale.





* Franck Gaudichaud, coordinatore del lavoro collettivo El volcán latinoamericano, in cui venti autori dei due lati dell’Atlantico forniscono una visione di sinistra dell’eterogenea mappa latinoamericana, risponde in questa intervista (pubblicata dal settimanale Directa in Catalogna) ad alcuni degli interrogativi posti dal volume, come: “Quali tensioni esistono tra i nuovi poteri e i movimenti sociali di emancipazione in America Latina?”, “ Che ruolo hanno gli Stati Uniti o l’Unione Europea nell’area?”, tra gli altri.

F. Gaudichaud è docente di scienze politiche presso l’università di Grenoble 3, politologo e curatore del sito collettivo Rebelión.


14 Luglio 2012

Traduzione di Titti Pierini.

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/



mercoledì 16 febbraio 2011


   LA VIA VENEZUELANA AL CAPITALISMO
                NOTA CRITICA AD ALAN WOODS
                                         di Stefano Zecchinelli

Pubblichiamo questo saggio di Stefano Zecchinelli che nasce da una riflessione sulla recente  intervista del quotidiano venezuelano "El Mundo" al dirigente trotskista Alan Woods.
L'intervista integrale qui pubblicata il 24 gennaio 2011 la potete trovare sotto l'etichetta "Woods Alan".

1. Il prestigioso quotidiano Venezuelano El Mundo ha recentemente intervistato Alan Woods, teorico marxista di formazione trotskista, sollevando una serie di questioni riguardanti la Transizione dal Capitalismo al Socialismo.
Alan Woods commette,a mio avviso, tutta una serie di errori, anche grossolani, che se non analizzati e spiegati, possono aprire una pericolosa falla all’interno del Marxismo Rivoluzionario, a cui lo stesso Woods dice di appartenere.
In questo scritto farò una critica alle posizioni di Woods, e mi soffermerò su due importanti questioni di teoria marxista, presentando i dovuti riferimenti teorici:

1) La formazione del Mercato Interno e quindi prenderò in esame anche la Questione Nazione.
2) Il controllo operaio.

                                  Le pagine de El Mundo con l'intervista


2.Iniziamo a leggere l’intervista al Marxista Inglese e riportiamo:

" La rivoluzione venezuelana ha alcune somiglianze con altre rivoluzioni, ma anche delle differenze. Inizialmente, il Movimento Bolivariano non ha posto la questione del socialismo. Il loro obiettivo poteva essere definito come democratico-rivoluzionario. Anche i compiti oggettivi che aveva davanti la rivoluzione russa erano di carattere democratico. Ciò si vede nel programma dei bolscevichi: “Pace, pane e terra”. Ma la esperienza ha dimostrato che l' unico modo di soddisfare queste rivendicazioni è stato con la presa del potere della classe lavoratrice. Anche all'inizio della rivoluzione cubana, Fidel Castro aveva un programma nazionale-democratico. Ma la feroce opposizione della borghesia e dell' imperialismo portò la rivoluzione cubana ad espropriare ai latifondisti e ai capitalisti per rispettare quel programma.Allo stesso modo che a Cuba, la feroce resistenza della oligarchia venezuelana ha spinto la rivoluzione verso la linea socialista. Si è iniziato ad espropriare i latifondisti e i capitalisti. Purtroppo, la rivoluzione ancora non ha realizzato il compito più importante: l'eliminazione del potere economico della oligarchia. La storia dimostra che è impossibile fare una rivoluzione a metà. Il Cile ha dimostrato ciò con assoluta chiarezza".

Giustamente Woods rivendica la validità del Programma di Transizione di Trotsky, tanto poco letto e ancor di più, poco studiato.
Volendo subito mettere a tacere i cervelli elettronici che pensano (senza sapere che Lenin criticava ‘’la Rivoluzione Mondiale’’ di Gorter e non Trotsky!) che la Rivoluzione Permanente è lo scoppio della Rivoluzione contemporaneamente in tutti i paesi del Mondo, faccio subito qualche precisazione:
Trotsky dice molto bene come le rivendicazioni democratiche dovevano essere il ponte per le rivendicazione socialiste,e quindi in questo modo si sarebbe superata la contraddizione fra la maturità delle condizioni oggettive per la Rivoluzione e l’immaturità delle masse. La contraddizione deve essere superata attraverso delle rivendicazioni transitorie,che si sostituivano al vecchio Programma Minimo della Socialdemocrazia;questa lezione è stata assimilata da una parte del Movimento Rivoluzionario, mentre altri rispettabilissimi Marxisti,come ad esempio Bordiga,si sono mantenuti all’interno di un paradigma Teorico assolutamente Secondo-Internazionalista.
Il grande merito di Lev Davidovic è stato quello di capire come la Rivoluzione Democratica del 1905 si sarebbe sviluppata in Trascendenza,fino al rovesciamento dell’ordine zarista,dodici anni dopo.
Quindi il Teorico Inglese (mi riferisco a Woods) fa bene a citare Trotsky,o almeno il Programma di Transizione,ma non si capisce come faccia ad applicare questo alla Rivoluzione Nazionale Cubana e all’esperienza Venezuelana.
Andiamo avanti:

''In Cuba l'abolizione del capitalismo dopo la rivoluzione del 1959 ha permesso di raggiungere delle importanti conquiste nel campo della salute, della fine del analfabetismo, di ottenere un livello di educazione superiore della popolazione, un'aspettativa di vita maggiore e una forte riduzione della mortalità infantile, etc., I loro indici sono i migliori di tutta l' America Latina e in alcuni casi sono superiori a quelli dei paesi capitalisti avanzati. Nonostante ciò, Cuba è solo una piccola isola, in balia del mercato mondiale e inoltre sottomessa ad un blocco e un embargo feroci che causano enormi danni economici. Gli Usa vogliono ad ogni costo la fine della rivoluzione cubana perché temono l'esempio della superiorità di un' economia che non risponde alla legge del profitto privato di una minoranza. Ciò nonostante, l'idea che i problemi dell'economia cubana si possano risolvere con misure di mercato, è sbagliata e inoltre metterebbe in pericolo le conquiste della rivoluzione. Quello che serve è un autentico controllo operaio che ponga fine a quello burocratico, che conduce alla corruzione e allo spreco. Soprattutto, non si può costruire il socialismo in un paese solo. È necessario l' allargamento della rivoluzione socialista all' America Latina, a cominciare dal Venezuela."

Il fatto che ci siano Paesi in America Latina che si collocano al di fuori del controllo dell’Imperialismo Americano,che è ancora l’Imperialismo più forte militarmente,di certo è positivo, e un Marxista non può che difendere la Sovranità Nazionale di questi Paesi contro la minaccia Yankee.
Deve essere chiaro che abbandonare questo Mondo Uni-Polare,dove gli Usa fanno tutto ciò che gli pare,mandando avanti operazioni di sciacallaggio planetario,non può che essere positivo.
A sostegno di ciò ricordo le posizioni dolorose di Chen Duxiu verso la Cina,di Trotsky verso la Monarchia Etiope,e di Nahuel Moreno verso l’Argentina di Peron; di certo tutto ciò non ha nulla a che vedere con la Geo-Politica ridotta ad ideologia,al massimo parlerei dell’importanza della Geo-Politica come Metodo (giusto per puntualizzare la mia posizione!).
Un marxista, inoltre, deve sapere che ciò che caratterizza il Capitalismo è il Rapporto Salariale presente in tutto il Mondo,quindi in America come in Cina,e questo porta alla grande divisione di due blocchi sociali contrapposti,i Dominanti e i Dominati,o usando Termini Classici,Borghesia e Proletariato; non possiamo che lavorare per l’unità dei dominati,e non possiamo perdere di vista la riproduzione su Scala Globale del Capitale.
In questo modo ho stabilito i parametri della polemica.
Detto ciò faccio notare al lettore che le conquiste della Rivoluzione Cubana, che ben si è guardata da mettere in discussione in Rapporto Salariale,non sono assolutamente socialiste,si rilegga con attenzione "In Cuba l'abolizione del capitalismo dopo la rivoluzione del 1959 ha permesso di raggiungere delle importanti conquiste nel campo della salute, della fine del analfabetismo, di ottenere un livello di educazione superiore della popolazione, un'aspettativa di vita maggiore e una forte riduzione della mortalità infantile, etc., I loro indici sono i migliori di tutta l' America Latina e in alcuni casi sono superiori a quelli dei paesi capitalisti avanzati".

Quindi secondo Woods l’abolizione del Capitalismo invece di iniziare a liberare ore di vita porta a qualche semplice rivendicazione sociale; il nostro Teorico evidentemente è fuori dall’orbita di Marx.
Non è questa la sede per fare un esame critico della Rivoluzione Cubana,ma ritengo che il passaggio dalle Borghesie Private alla Burocrazia di Stato mantiene sempre lo stesso spartito musicale,e suona esattamente così ‘’plusvalore,plusvalore,plusvalore!’’.
Ed infatti ‘’Il Nostro’’ più sotto:

" Nel Vietnam, come in Cina, la burocrazia al governo ha intrapreso la strada capitalista, il che ha comportato conseguenze negative per la popolazione. Si sono distrutte conquiste storiche come la sanità pubblica e si è generato un aumento impressionante della disuguaglianza oltre al super-sfruttamento della classe lavoratrice. La legge che governa quelle economie è quella del profitto, non quella degli interessi e dei bisogni della popolazione. Non posso considerare quei paesi come socialisti".

Niente da aggiungere,il mio disaccordo è enorme.



3. Siamo arrivati al problema principale, che in questo articolo cercherò di mettere a fuoco con sintesi e precisione; il problema riguardante la formazione del Mercato Interno.
Nei Paesi Coloniali le differenziazioni delle Classi,quando ci fu il processo di decolonizzazione,erano poco visibili,proprio perché le strutture economiche e sociali di quei Paesi non potevano dirsi Capitalistiche.
I Movimenti di Liberazione Nazionale,una volte rotte le catene dell’Imperialismo,non potevano che affrontare il problema dell’Industrializzazione e quindi del reperimento dei Capitali.
Questa cosa ha coinvolto negli stessi termini Cuba,la Cambogia e il Ghana di Nkrumah, solo per fare qualche esempio, diciamo così ‘’illustre’’.
La dimostrazione dell’assenza di una ‘’Prospettiva Socialista’’ è stata data dalle stesse rivendicazioni di quei Movimenti una volta giunti al potere;questi fin da subito hanno ripudiato l’Internazionalismo,e hanno rivendicato l’autonomia di un Mercato Interno in funzione Anti-Imperialista.Castro stesso difese il Modello Interclassista di Allende in Cile e dei Sandinisti in Nicaragua;vediamo se riesco a spiegarmi meglio.
Nel momento in cui si rinuncia ad esportare la Rivoluzione, è necessario che i ‘’Nuovi Dominanti’’ lavorino per creare un Regime Salariale Interno cercando di ottenere i Capitali utili per la crescita economica,e quindi,come si è visto, si sono tracciati degli ‘’opportuni’’ rapporti Geo-Politici.
Fu così per i Paesi che in quegli anni aderirono al Movimento dei Non Allineati ed è così per il Venezuela di Chavez,molto vicino al fronte Euroasiatico capeggiato da Russia,Cina ed Iran.Della politica estera venezuelana Woods ovviamente non parla.
Ecco, siamo arrivati al piatto forte: le nazionalizzazioni.



4. Apro il discorso sulle nazionalizzazioni citando Bruno Maffi:

'' Di fronte alla campagna pubblicitaria che i partiti della “ricostruzione nazionale” svolgono in tutti i paesi per gabellare la politica delle nazionalizzazioni come un “passo avanti verso il socialismo”, l’avanguardia rivoluzionaria deve avere il coraggio di affermare che, al contrario, quella politica rappresenta il più raffinato metodo di sfruttamento intensivo del lavoro e di conservazione totalitaria del profitto, e che avvia al socialismo al modo che avvia ad esso tutta l’evoluzione dell’economia capitalistica, portando cioè alla più drammatica esasperazione il contrasto tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell’appropriazione dei prodotti del lavoro, e l’antitesi tra capitale costante e capitale variabile. Nella fase monopolistica, accentratrice, totalitaria del capitalismo la politica delle nazionalizzazioni e della economia controllata dallo Stato è l’estrema arma di difesa del profitto e il più spietato strumento di sfruttamento del lavoratore". (1)

Ed ancora Maffi (mi scuso la lunghissima citazione):

"Alla fine del secondo conflitto imperialistico, la politica delle nazionalizzazioni ci appare come l’incrocio di esigenze insieme politiche ed economiche della società capitalistica. Le prime si ricollegano a quello che è il dato fondamentale della situazione aperta dalla guerra: il fatto cioè che questa è stata combattuta dalla parte vincente con la partecipazione diretta dei partiti tradizionali della classe operaia assurti a forze agenti e dominanti dello spaventoso massacro. Bisognava dare al conflitto l’apparenza di un “contenuto sociale”, e non è certo a caso che gli stessi slogan fossero lanciati, con tanto maggior zelo e calore quanto più la guerra volgeva alla fine, da una parte e dall’altra della barricata, e la repubblichetta di Salò gettasse sul mercato il suo piano di “socializzazione” dell’economia italiana proprio mentre il Consiglio nazionale francese della Resistenza portava a termine il suo. La pace, portando quasi dovunque al potere i partiti cui era spettato durante la guerra l’onore di convogliare in essa il proletariato non come massa passiva e recalcitrante ma come forza attiva, affidava loro il compito di sostanziare, dello stesso “contenuto sociale”, la ricostruzione postbellica, la riattivazione del meccanismo logoro dell’economia borghese. L’ideologia della “nazione” e del “popolo” doveva realizzare nella pace gli stessi benefici effetti che aveva realizzato in guerra con un insieme di parole d’ordine immediatamente suggestive per la classe operaia. La via era stata indicata e tracciata dagli stessi più tipici rappresentanti della conservazione capitalistica, e se in Inghilterra la politica laburista delle nazionalizzazioni trovava un terreno già preparato dalla politica economica del gabinetto Churchill, in Francia, dove il carattere propagandistico e pubblicitario della campagna delle nazionalizzazioni è stato particolarmente trasparente, i propagandisti di sinistra potevano ereditare gli slogan gaullisti della lotta contro i monopoli e per “l’assunzione da parte della nazione dei fondamentali mezzi di scambio e produzione e la partecipazione della classe operaia alla direzione della economia nazionale” (Programma del Consiglio nazionale della Resistenza", inverno 1944)''.

Dunque è chiaro che il Teorico della Sinistra Comunista si rivolgeva ad un contesto ben diverso, ma nonostante ciò spiega lo scopo delle nazionalizzazioni molto bene;  lo stesso approccio può essere benissimo utilizzato per studiare altri contesti.
Quindi i Dominanti (e parlo di Classe Sociale non di Stati!) ricorrono alle nazionalizzazioni per ristrutturare il Mercato Interno e si impegnano a dare a questa ristrutturazione un contenuto sociale,  dovendo, del resto, avere l’appoggio dei Ceti Subalterni.
I Partiti Stalinisti,ubriachi del ‘’Socialismo in un paese solo’’ hanno parlato di ‘’Vie Europee al Socialismo’’,nello stesso modo in cui negli anni’60, proclamarono le ‘’Vie Africane al Socialismo,ed ora si accodano a Cuba ultima rocca forte del Marxismo e al Modello Bolivariano.
Le Nazionalizzazioni dei settori strategici dell’Industria Nazionale sono stati in Europa l’ultimo atto dell’Economia Fordista nel trentennio 1945-1975; modello che è stato smantellato nel Mondo Occidentale, determinando il transito al Capitalismo Manageriale, ma che viene adottato solo ora nei vecchi Paesi Coloniali.
Il Fordismo non esclude concessioni sociali (come hanno pensato gli Operaisti), anzi ha come presupposto (e qui l’Urss è stato un campione dei Economia Fordista!) la piena occupazione,fondamentale per incentivare i consumi e creare un Mercato Interno forte.
E’ incredibile che Woods,che viene da una Corrente che da sempre si è opposta allo Stalinismo, non riesca a riconoscere i Capitalismi in ascesa e prenda simili cantonate.



5. Woods prosegue nella sua interessante intervista:

''Qualsiasi persona che consideri l' evoluzione dell'economia venezuelana negli ultimi anni, solo può arrivare a concludere che la borghesia non sta facendo niente per sviluppare le forze produttive. Il sabotaggio padronale di dicembre 2002 – gennaio 2003 ha messo quasi in ginocchio il paese. Oggi, il settore privato non sta investendo in Venezuela. Al contrario, c'è una fuga di capitali o, se vogliamo darle il suo vero nome, uno sciopero del capitale. L' economia si mantiene solo grazie al settore statale.Durante gli ultimi dieci anni la borghesia ha chiuso più di 4.000 medie e grandi aziende. Sondaggi del settore imprenditoriale venezuelano segnalano che per il 2010, meno del 15% dei capitalisti prevedono un aumento dei lavoratori in nomina, e solo il 60% degli investimenti di capitale nel settore manifatturiero sarà per investimenti operativi.Queste cifre mostrano che i capitalisti non possono sviluppare l' economia venezuelana. Al contrario, la stanno distruggendo. Continuare con la situazione odierna significherà più chiusure di fabbriche, più disoccupazione, più inflazione e più caos".

Alla luce di questi dati farò qualche considerazione sul conflitto sociale del Venezuela, ma le stesse considerazioni potrebbero andare benissimo per molti altri Paesi dell’America Latina o del Medio Oriente.
Dunque direi che da una parte abbiamo le Classi Medie che si stanno Occidentalizzando, e che si concentrano sempre di più nei grossi centri urbani, mentre dall’altra abbiamo una forte componente operaia e contadina concentrata nella periferia, indubbia base sociale di un Governo,comunque di Sinistra, come quello di Chavez.
Solitamente l’Imperialismo fa leva sui Gruppi Emergenti Nazionali che facendo affari con il Capitale Privato Straniero, perdono la loro base sociale e diventano, quindi, impersonali; Lenin,del resto, ha descritto questa tendenza della Borghesia ad Internazionalizzarsi già nel 1913.
La situazione è cambiata con l’Occidentalizzazione,e quindi anche la Colonizzazione Culturale dei Ceti Medi; vediamo in che modo.
L’Imperialismo con la nascita di queste frange a lui favorevoli,e qui ha giocato un ruolo fondamentale anche Internet che ha generato un vero e proprio Cervello Artificiale Globale,ha trovato lui stesso (e questo è paradossale!) una sua base sociale,creando una combinazione di fattori interni ed esterni,volti a rovesciare gli ‘’Stati Canaglia’’,e a fargli mantenere la sua egemonia. E in questo contesto che deve essere inserito Gene Sharp e la sua Teoria delle Rivoluzioni Colorate,quasi da intendersi come ultima spiaggia di un Sistema di Potere che vive la sua Agonia Mortale.



6. Siamo giunti all’ultima questione che volevo trattare, dopo di che posso congedarmi; cediamo la parola a ‘’Il Nostro’’:

" La classe lavoratrice venezuelana non è “atomizzata”. È stata il motore principale della rivoluzione dagli inizi. Ricordiamo che sono stati i lavoratori quelli che salvarono la rivoluzione in dicembre del 2002, quando hanno sconfitto la serrata padronale. Le esperienze di controllo operaio che ci sono state in Venezuela non hanno paragone in tutto il mondo e dimostrano un livello di coscienza e di organizzazione molto avanzato da parte dei lavoratori venezuelani. Un'altra cosa è che i loro dirigenti sindacali siano all'altezza. Recentemente ci sono state azioni e manifestazioni della classe lavoratrice che dimostrano chiaramente che i lavoratori sono in lotta per radicalizzare la rivoluzione. La marcia dell' UNT del 9 novembre per una nuova Legge sul lavoro è solo uno di molti esempi".

Continua:

" Basta la storia dell'ultimo decennio per dimostrare l' enorme potenzialità creatrice delle masse. Si è manifestata in tutte i momenti critici della Rivoluzione. Durante la serrata padronale, i lavoratori hanno occupato le installazioni petrolifere, espulso i vecchi manager controrivoluzionari e rimesso in funzione i macchinarii sotto il controllo operaio. Non solo hanno salvato la Rivoluzione, ma hanno dimostrato anche che erano capaci di dirigere l' industria e raggiungere migliori risultati di prima. Quello che è vero per i lavoratori del petrolio lo è anche per i lavoratori di qualsiasi altra branca dell'industria. Abbiamo visto molti altri esempi che dimostrano come i lavoratori siano capaci di dirigere l'industria e aumentare la produttività, se gli si permette di farlo. Ma la burocrazia ha portato avanti una campagna sistematica per screditare l' idea del controllo e della gestione operaia, sabotando ogni mossa in questa direzione".

L’Autogestione pone il problema del passaggio dal Capitalismo al Socialismo, ma non lo risolve, questo è bene chiarirlo, dato che leggo un po’ di confusione fra tanti presunti teorici marxisti.
Con l’Autogestione gli operai hanno il controllo, ma la titolarità dei mezzi di produzione resta in mano agli imprenditori, quindi da una parte abbiamo la grande concessione sociale da parte dei Dominanti (Potere Borghese per capirci),e dall’altra si crea il dualismo di poteri Dominanti/Dominati.
Gli operai devono utilizzare questa concessione per regolare i rapporti di forza a loro favore, ma il più delle volte, e abbiamo validi esempi storici, si sono fermati alla mera conquista del potere economico, per poi vedersi togliere il doppio di quello che avevano conquistato.
Vale la pena di ricorrere alla penna di Trotsky:

'' Per essere duratura, stabile, “normale”, la partecipazione degli operai alla direzione della produzione dovrebbe essere basata sulla collaborazione e non sulla lotta di classe. Ma una simile collaborazione di classe è possibile solo tra i vertici dei sindacati e le associazioni padronali. Le esperienze del genere sono state numerose: in Germania (la democrazia economica), in Inghilterra (il mondismo), ecc.Ma in tutti questi casi non si è trattato di un controllo operaio sul capitale, ma di una subordinazione della burocrazia operaia al capitale. Una tale subordinazione, come mostra l’esperienza, può durare anche a lungo: dipende dalla pazienza del proletariato.Ma più si è vicini alla produzione, alla fabbrica, all’officina, meno è possibile un simile regime, perché si tratta in questo caso degli interessi immediati e vitali dei lavoratori e tutto il processo si svolge sotto gli stessi occhi degli operai". (2)

Quindi è chiaro che non ci si può fermare al controllo della produzione, ma si deve spingere avanti la lotta fino alla conquista del potere politico.
Sarebbe interessante discutere anche di come riorganizzare un Modello Socialista sulla base dell’Autogestione,o meglio ancora come prospettare il Comunismo dei Consigli, ma di certo non è questo l’intento del mio articolo, e mi limito a queste segnalazioni.

7. Woods conclude dicendo:

'' Il problema col riformismo è che rende impossibile il funzionamento normale del capitalismo, ma no mette niente di coerente al suo posto. La nazionalizzazione parziale non risolve niente di fondamentale. Al contrario, distorce il meccanismo del mercato e provoca il caos. Continua ad essere impossibile avere un piano razionale della produzione perché i settori chiave dell' economia permangono in mano ai privati. Solo quando questi settori decisivi dell'economia saranno nazionalizzati sarà possibile mettere in moto il colossale potenziale produttivo del Venezuela per soddisfare gli interessi del popolo".

Quindi, al contrario di quello che dice ‘’Il Nostro’’, avrete capito che il Capitalismo si supera soltanto facendo pesare sulle Classi al Potere il peso del conflitto sociale, a prescindere dalla platonica distinzione fra Dominanti buoni e Dominanti cattivi.
Marx ha sempre contrapposto allo Stato Borghese uno Stato Operaio sul modello della Comune di Parigi,quindi la sostituzione della Democrazia non Rappresentativa con una autentica Democrazia Diretta.
Dice bene Bordiga:

'' Ecco un punto fondamentale di dissenso tra i comunisti e i socialdemocratici, che pensano di andare al potere nei Parlamenti e coi Parlamenti. La diversità, l'antitesi, strettissimamente connessa col modo di considerare la macchina esecutiva dello Stato borghese. Infatti, qualunque trapasso parlamentare di potere, anche se fosse accompagnato da esteriori mutamenti di certe forme costituzionali, si risolverebbe nel cambiare i ministri, cioè in fondo coloro che meno influiscono sulla routine del funzionamento di tutto l'apparato statale. Mentre i comunisti si propongono di costituire una nuova macchina di potere le cui funzioni rispetto a quella borghese siano perfettamente capovolte, i socialdemocratici presentano al proletariato la possibilità di prendere la macchina attuale con procedimento parlamentare, ossia pacifico e legalitario, e servirsene per i fini rivoluzionari della espropriazione della borghesia". (3)

Perfetto, bravo Bordiga,è proprio così! Ma ora mi chiedo è presente tutto questo nella analisi di Woods sulla Rivoluzione Venezuelana? Ma per favore,non scherziamo, non è presente proprio nulla.

Posso davvero chiudere il discorso mettendo in guardia i lettori dalle presunte ‘’Vie Nazionali al Socialismo’’, al massimo parleremo di una ‘’Via Chavista al Capitalismo’’, ma ci auguriamo che sia ancora presto per farlo.

________________________________________________________________

NOTE


(1) Bruno Maffi ‘’Le nazionalizzazioni arma del capitalismo'' Questo articolo, pubblicato nel dicembre 1946 sul numero 4 della rivista Prometeo (Serie I), è stato trascritto per il web dalla Libreria Internazionale della Sinistra Comunista.

(2) Lev Trotsky ‘’Il controllo operaio sulla produzione’’ Estratto di una lettera scritta a un gruppo dell’Opposizione di sinistra tedesca il 20 agosto 1931

(3) Amadeo Bordiga ‘’Il problema del potere’’ Articolo per Ordine Nuovo del 14 febbraio 1922.


15 febbraio 2011

lunedì 24 gennaio 2011

                   INTERVISTA   A   ALAN  WOODS

               El Mundo  intervista Alan Woods, direttore di Marxist.com


 Il prestigioso quotidiano economico venezuelano El Mundo ha recentemente rivolto a Alan Woods una serie di domande che sollevano alcune questioni fondamentali della rivoluzione venezuelana, inclusa l'economia e la questione della proprietà, il ruolo della classe lavoratrice e della borghesia. Pubblichiamo di seguito l' intervista, che è uscita sul Mundo lo scorso 17 dicembre.

                          Le pagine de El Mundo con l'intervista


______________________________________________________________

“La burocrazia trasforma la nazionalizzazione in lettera morta”


Per questo intellettuale britannico il processo che dirige il Presidente Chávez è ancora molto morbido. Dice che “socialismo non significa che lo Stato espropri i beni individuali” e sentenzia: “è impossibile fare la rivoluzione a metà”. Per Woods essere radicale è la questione centrale, il che di questi tempi sembra essere di moda.
Dall'ala più radicale della sinistra internazionale, Alan Woods inizia negando che sia un consigliere del Presidente Chávez. e inoltre chiarisce: “Non ho ricevuto un centesimo dal Governo del Venezuela”, ripete. Nonostante ciò, è convinto che il “processo” apra una strada per migliorare le condizioni di vita dei venezuelani.


Domanda: Il Venezuela va in senso opposto ad altre esperienze socialiste del mondo?

La rivoluzione venezuelana ha alcune somiglianze con altre rivoluzioni, ma anche delle differenze. Inizialmente, il Movimento Bolivariano non ha posto la questione del socialismo. Il loro obiettivo poteva essere definito come democratico-rivoluzionario. Anche i compiti oggettivi che aveva davanti la rivoluzione russa erano di carattere democratico. Ciò si vede nel programma dei bolscevichi: “Pace, pane e terra”.
Ma la esperienza ha dimostrato che l' unico modo di soddisfare queste rivendicazioni è statocon la presa del potere della classe lavoratrice. Anche all'inizio della rivoluzione cubana, Fidel Castro aveva un programma nazionale-democratico. Ma la feroce opposizione della borghesia e dell' imperialismo portò la rivoluzione cubana ad espropriare ai latifondisti e ai capitalisti per rispettare quel programma.
Allo stesso modo che a Cuba, la feroce resistenza della oligarchia venezuelana ha spinto la rivoluzione verso la linea socialista. Si è iniziato ad espropriare i latifondisti e i capitalisti. Purtroppo, la rivoluzione ancora non ha realizzato il compito più importante: l'eliminazione del potere economico della oligarchia. La storia dimostra che è impossibile fare una rivoluzione a metà. Il Cile ha dimostrato ciò con assoluta chiarezza.

D: Le riforme a Cuba non danno ragione al l'iniziativa privata?

In Cuba l'abolizione del capitalismo dopo la rivoluzione del 1959 ha permesso di raggiungere delle importanti conquiste nel campo della salute, della fine del analfabetismo, di ottenere un livello di educazione superiore della popolazione, un'aspettativa di vita maggiore e una forte riduzione della mortalità infantile, etc., I loro indici sono i migliori di tutta l' America Latina e in alcuni casi sono superiori a quelli dei paesi capitalisti avanzati. Nonostante ciò, Cuba è solo una piccola isola, in balia del mercato mondiale e inoltre sottomessa ad un blocco e un embargo feroci che causano enormi danni economici. Gli Usa vogliono ad ogni costo la fine della rivoluzione cubana perché temono l'esempio della superiorità di un' economia che non risponde alla legge del profitto privato di una minoranza. Ciònonostante, l'idea che i problemi dell'economia cubana si possano risolvere con misure di mercato, è sbagliata e inoltre metterebbe in pericolo le conquiste della rivoluzione. Quello che serve è un autentico controllo operaio che ponga fine a quello burocratico, che conduce alla corruzione e allo spreco. Soprattutto, non si può costruire il socialismo in un paese solo. È necessario l' allargamento della rivoluzione socialista all' America Latina, a cominciare dal Venezuela.

D: Nel socialismo vietnamita convive un partito forte e meccanismi di mercato.

Nel Vietnam, come in Cina, la burocrazia al governo ha intrapreso la strada capitalista, il che ha comportato conseguenze negative per la popolazione. Si sono distrutte conquiste storiche come la sanità pubblica e si è generato un aumento impressionante della disuguaglianza oltre al super-sfruttamento della classe lavoratrice. La legge che governa quelle economie è quella del profitto, non quella degli interessi e dei bisogni della popolazione. Non posso considerare quei paesi come socialisti.

D: Socialismo e proprietà privata non sono conciliabili?

Dipende di quello che intendiamo per proprietà privata! Il socialismo non significa che lo Stato espropria i beni individuali: l'auto, la prima casa, etc. Non nazionalizzeremmo i piccoli negozi o i piccoli appezzamenti dei contadini che hanno alcune galline. Difendiamo lo esproprio della terra dei grandi latifondisti, delle banche e dei grandi monopoli che controllano la maggioranza dell'economia del paese.
Se questi settori decisivi non diventano proprietà collettiva, sarà impossibile eseguire un piano razionale della produzione a beneficio della maggioranza della popolazione. Non si può pianificare quello che non si controlla, e non si può controllare quello che non si possiede, ad esempio, gli investimenti produttivi.
Finché questi settori permangono nelle mani di un piccolo gruppo di ricconi, non si può parlare di socialismo in Venezuela. Allo stesso tempo, possiamo garantire il rispetto delle proprietà del 98 per cento dei venezuelani.

D: Le “condizioni materiali” per lo sviluppo del socialismo si ottengono senza la forza degli imprenditori?

Qualsiasi persona che consideri l' evoluzione dell'economia venezuelana negli ultimi anni, solo può arrivare a concludere che la borghesia non sta facendo niente per sviluppare le forze produttive. Il sabotaggio padronale di dicembre 2002 – gennaio 2003 ha messo quasi in ginocchio il paese. Oggi, il settore privato non sta investendo in Venezuela. Al contrario, c'è una fuga di capitali o, se vogliamo darle il suo vero nome, uno sciopero del capitale. L' economia si mantiene solo grazie al settore statale.
Durante gli ultimi dieci anni la borghesia ha chiuso più di 4.000 medie e grandi aziende. Sondaggi del settore imprenditoriale venezuelano segnalano che per il 2010, meno del 15% dei capitalisti prevedono un aumento dei lavoratori in nomina, e solo il 60% degli investimenti di capitale nel settore manifatturiero sarà per investimenti operativi.
Queste cifre mostrano che i capitalisti non possono sviluppare l' economia venezuelana. Al contrario, la stanno distruggendo. Continuare con la situazione odierna significherà più chiusure di fabbriche, più disoccupazione, più inflazione e più caos.

D.: La diversificazione dell'economia è possibile sotto il controllo statale?

La vera domanda è se il controllo delle decisioni economiche sia centralizzato da un monopolio statale o dai monopoli privati. Perché il controllo monopolista esiste già. Il 10% più ricco ricava il 36,8% del danaro e il 30% più ricco controlla il 65,1% delle risorse, mentre i più poveri sono costretti a sopravvivere con appena lo 0,9%.
Prendiamo l'esempio del settore alimentario: una gran parte è nelle mani del monopolio privato Polar, la maggior azienda privata del Venezuela, che da sola rappresenta un 2,4% del PIL non petrolifero. Sono questi giganteschi monopoli privati quelli che minacciano l'eliminazione della “diversificazione”, portando i loro piccoli concorrenti alla bancarotta. Le decisioni fondamentali che riguardano i posti di lavoro e la vita di milioni di persone sono prese dai consigli di amministrazione non eletti di questi monopoli, che solo sono interessati a massimizzare i loro guadagni.
L'oligarchia venezuelana è stata negli ultimi 100 anni completamente dipendente del reddito petrolifero, e si è dimostrata incapace di generare un tessuto produttivo diversificato. Mediante lo esproprio dei monopoli, ci limitiamo a mettere il controllo dell'economia nelle mani del popolo venezuelano. In ogni caso, è essenziale che il controllo delle industrie nazionalizzate sia nelle mani della classe lavoratrice, mediante meccanismi di controllo operaio.

D: Il sindacalismo locale si lamenta di una scarsa partecipazione dei lavoratori.

Durante il governo del presidente Chávez c'è stata una esplosione della organizzazione sindacale in Venezuela. Casi unico al mondo ci sono stati casi di espropriazioni di aziende che erano state occupate dai lavoratori per difendere la produzione e i loro salari. Con il piano Guyana Socialista, si è iniziata un' esperienza di controllo operaio nelle industrie di base. Niente di tutto ciò esisteva sotto la IV Repubblica specialmente se consideriamo il sindacalismo corporativo e filopadronale degli “Adecos” ( i sostenitori di “Accion democratica” uno dei partiti principali del vecchio regime, ndt). È vero che esiste un grave problema di burocrazia, che trasforma la nazionalizzazione in lettera morta. Ritornano le vecchie e cattive abitudini della gestione burocratica, truffa e corruzione. I lavoratori si sentono alienati, Lo scontento cresce e ciò si riflette nella bassa produttività, e ciò scredita l' idea della nazionalizzazione e del controllo operaio. L' unico modo di lottare contro la burocrazia è dal basso, mediante il controllo democratico della classe lavoratrice sulle aziende nazionalizzate.

D: C'è socialismo senza una classe lavoratrice organizzata e atomizzata?

La classe lavoratrice venezuelana non è “atomizzata”. È stata il motore principale della rivoluzione dagli inizi. Ricordiamo che sono stati i lavoratori quelli che salvarono la rivoluzione in dicembre del 2002, quando hanno sconfitto la serrata padronale. Le esperienze di controllo operaio che ci sono state in Venezuela non hanno paragone in tutto il mondo e dimostrano un livello di coscienza e di organizzazione molto avanzato da parte dei lavoratori venezuelani. Un'altra cosa è che i loro dirigenti sindacali siano all'altezza. Recentemente ci sono state azioni e manifestazioni della classe lavoratrice che dimostrano chiaramente che i lavoratori sono in lotta per radicalizzare la rivoluzione. La marcia dell' UNT del 9 novembre per una nuova Legge sul lavoro è solo uno di molti esempi.

D: Si è ancora in tempo di integrare i lavoratori come centro di un nuovo modello sociale?

Basta la storia dell'ultimo decennio per dimostrare l' enorme potenzialità creatrice delle masse. Si è manifestata in tutte i momenti critici della Rivoluzione. Durante la serrata padronale, i lavoratori hanno occupato le installazioni petrolifere, espulso i vecchi manager controrivoluzionari e rimesso in funzione i macchinarii sotto il controllo operaio. Non solo hanno salvato la Rivoluzione, ma hanno dimostrato anche che erano capaci di dirigere l' industria e raggiungere migliori risultati di prima. Quello che è vero per i lavoratori del petrolio lo è anche per i lavoratori di qualsiasi altra branca dell'industria. Abbiamo visto molti altri esempi che dimostrano come i lavoratori siano capaci di dirigere l'industria e aumentare la produttività, se gli si permette di farlo. Ma la burocrazia ha portato avanti una campagna sistematica per screditare l' idea del controllo e della gestione operaia, sabotando ogni mossa in questa direzione.

D: Víctor Álvarez, del Centro di Estudios Miranda segnala che nel primo decennio de la rivoluzione l' economia è diventata ancora più capitalista. Il settore privato è passato dal 65 % al 70 % del PIL, mentre quello statale è calato dal 35% al 30 %.

Non so se queste cifre siano giuste, ma sicuramente una parte importante dell'economia venezuelana si mantiene in mani private. So anche che i capitalisti privati stanno organizzando uno sciopero degli investimenti che sta causando un danno importante all'economia e causando grandi difficoltà. Ciò evidenzia il fatto che la situazione odierna non si può mantenere. Puoi avere un' economia di mercato capitalista o avere una economia socialista pianificata. Ma non puoi avere entrambe le cose. Ecco la contraddizione centrale della rivoluzione Bolivariana. Víctor Álvarez crede che la proprietà statale è cattiva in se e conduce inevitabilmente alla burocratizzazione. Al contrario, insisto che i settori fondamentali dell'economia dovrebbero essere nazionalizzati dallo Stato, ma lo Stato e la gestione dell'economia dovrebbero essere nelle mani dei lavoratori con un sistema democratico per impedire lo sviluppo della burocrazia.

D.: Settori del chavismo parlano di scarsa partecipazione operaia e di protagonismo militare. Ciò non è la tradizione autoritaria latinoamericana?

Il paragone coi regimi militari autoritari non ha senso. Da quando un regime militare autoritario organizza e arma una milizia popolare? Le ricordo che Chávez ha vinto più elezioni e referendum che nessun altro dirigente politico nel mondo negli ultimi undici anni. Qualsiasi sia il suo giudizio sulla politica di Hugo Chávez, non lo si può accusare di “autoritario”.
I lavoratori hanno giocato un ruolo chiave nella rivoluzione, e Chávez ha dimostrato molte volte che lui considera ciò un elemento molto importante. È stato lui che ha lanciato lo slogan: “fabbrica chiusa, fabbrica occupata”. Il problema è che i dirigenti sindacali non hanno approfittato dell'occasione per occupare le fabbriche ed esigere la nazionalizzazione delle stesse..

D: Il marxismo per definizione è dialettico. Lenin nel 1921 adottò la Nuova Politica Economica (Nep) che comportava una pianificazione centralizzata, ma affiancata dall' iniziativa privata. Dopo 12 anni di rivoluzione… non serve una Nep al paese?

Simili analogie storiche hanno limiti molto definiti e possono prestarsi a equivoci. Nel 1921, dopo la sconfitta della rivoluzione in Germania, la rivoluzione russa restò isolata in condizioni di pauroso arretramento. Solo nel 1920, sei milioni morirono di fame. Russia fu invasa da 21 eserciti stranieri. L' economia era totalmente distrutta dalle conseguenze della guerra mondiale e dalla guerra civile. In queste circostanze Lenin fu costretto a fare alcune concessioni al “mercato” allo scopo di tranquillizzare i milioni di piccoli proprietari contadini. Comunque, le leve fondamentali dell'economia erano in mano allo Stato e lo Stato, fondamentalmente, nelle mani dei lavoratori, qualcosa che non accade in Venezuela. Non esiste nessun parallelo tra la NEP e la situazione odierna in Venezuela. È vero che ci sono alcuni problemi. Ma, forse non ci sono problemi economici molto gravi in Inghilterra, Irlanda, Grecia, Spagna, Portogallo e anche negli Stati Uniti? I riferimenti ai meriti dell'economia di libero mercato e all'iniziativa privata suonano abbastanza ironici dopo l' ecatombe economica del 2008! Venti anni dopo della caduta del Muro di Berlino no resta pietra su pietra dello slogan della superiorità dell'economia di mercato. La restaurazione del capitalismo in Russia e l'Europa del Est ha comportato una catastrofe per le loro popolazioni. In ogni dove il capitalismo si trova in una profonda crisi, milioni di persone hanno perso i loro posti di lavoro e il mondo intero si trova in un stato di turbolenza.

D: Allora... nessuna mezza misura

Il problema col riformismo è che rende impossibile il funzionamento normale del capitalismo, ma no mette niente di coerente al suo posto. La nazionalizzazione parziale non risolve niente di fondamentale. Al contrario, distorce il meccanismo del mercato e provoca il caos. Continua ad essere impossibile avere un piano razionale della produzione perché i settori chiave dell' economia permangono in mano ai privati. Solo quando questi settori decisivi dell'economia saranno nazionalizzati sarà possibile mettere in moto il colossale potenziale produttivo del Venezuela per soddisfare gli interessi del popolo.

17 dicembre 2010


Lunedì 24 Gennaio 2011  dal sito http://www.marxismo.net/

lunedì 29 novembre 2010




HUGO CHAVEZ, 
LA QUINTA INTERNAZIONALE E L’OMBRA DI TROTSKY


di Nil Nikandrov



Parlando al congresso dei 55 partiti di sinistra e di centro a Caracas, nel novembre del 2009, Hugo Chavez ha presentato l’iniziativa per costituire la V Internazionale. La sua dichiarazione è stata ampiamente citata dai media e dai biografi del leader: il suo appello per la creazione della V Internazionale è stata udita in tutto il mondo, e la richiesta di unire tutti i partiti di sinistra e rivoluzionari, desiderosi di lottare per il socialismo del XXI secolo, è diventata veramente popolare nel crearsi di una crisi globale del capitalismo e della minaccia di una guerra totale. Chavez ha invitato i delegati ad unirsi alla sua iniziativa. e ha promesso di dedicare tutta la sua energia personale alla sua attuazione. Gli ascoltatori hanno salutato il discorso Chavez con un lungo applauso.
L’impegno di Caracas prodotto dal forum, non contiene alcuna menzione della V Internazionale. Il documento delinea il compito generale dell’unificazione degli sforzi per salvaguardare le conquiste sociali e la libertà dei popoli, contro l’offensiva capitalista, e rinfaccia agli Stati Uniti il suo comportamento sempre più aggressivo: “… nuove minacce si sviluppano sulla nostra regione e sul mondo intero, con la creazione e il rafforzamento delle basi militari nelle repubbliche sorelle di Colombia, Panama, Aruba, Curacao, Antille olandesi, così come l’aggressione contro il territorio ecuadoriano e le invasioni di Iraq e Afghanistan. Riteniamo che il sistema capitalistico mondiale stia attraversando una delle sue crisi più gravi, che l’ha scosso dalle fondamenta e porta con sé conseguenze che mettono a rischio la sopravvivenza dell’umanità. Allo stesso modo, il capitalismo e la logica del capitale, distruggono l’ambiente e la biodiversità, portando con sé le conseguenze dei cambiamenti climatici, del riscaldamento globale e della distruzione della vita“.
Come deciso dai partecipanti alla riunione, l’impegno di Caracas è “una guida rivoluzionaria per le sfide future dell’umanità“. Eppure, la proposta di Chavez relativa alla V Internazionale, sembra aprire orizzonti politici completamente nuovi. Oltre agli impegni, il forum ha approvato una decisione speciale, sulla V Internazionale come posto di comando supremo dei partiti socialisti e dei movimenti socialmente orientati, incaricato della missione di “armonizzare una strategia comune per la lotta contro l’imperialismo, il rovesciamento del capitalismo con il socialismo e la solidarietà a base dell’integrazione economica di nuovo tipo”. Le formulazioni possono apparire diluite, ma non trasmette un senso di allarme: la filosofia di fondo è che la rivoluzione venezuelana è avvenuta sotto gli attacchi lanciati da ogni parte dagli Stati Uniti, utilizzando i mezzi più sofisticati a disposizione di Washington. Per Washington, risolvere “il problema Chavez” con la forza non è mai stato fuori discussione. Questa è la spiegazione dietro il proliferare di basi militari USA intorno al Venezuela, e la corrente intensa attività cospirativa. Solo un movimento di massa potente, con basi d’appoggio in America Latina, Asia, Africa e, potenzialmente, l’Europa e gli Stati Uniti (dove Chavez può anche trovare sostenitori abbastanza influenti, soprattutto fra le minoranze nazionali) possono contribuire a neutralizzare i piani degli Stati Uniti.
Chavez ha implementato il suo piano per la V Internazionale ufficialmente alla cerimonia di apertura del Primo Congresso Straordinario del Psuv – Partito Socialista Unificato del Venezuela – che ha costituito un gruppo di lavoro per avviare i preparativi per il congresso che dovrebbe costituire la nuova alleanza internazionale. Il Psuv ha scelto di includere il supporto alla Internazionale nella sua Carta.
Gli impegni sono aperti a nuovi firmatari. L’iniziativa ha incontrata il supporto entusiasta in Nicaragua, dove il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (Fsln) al governo, sta aiutando il Venezuela nell’organizzazione del forum per costituire la V Internazionale. In Salvador, seri sforzi hanno contribuito alla realizzazione del piano da parte del Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Martí (Flnfm).
Cuba risponde all’iniziativa di Chavez con una misura di riserva. Il paese è troppo gravato da problemi legati alla riorganizzazione e alla modernizzazione della sua economia, per migliorare gli standard di vita della popolazione e per lottare contro le attività sovversive degli Stati Uniti. Senza dubbio, Cuba si schiera dalla parte di Chavez in ciò che riguarda la V Internazionale, ma il suo ruolo sarà più o meno implicito.
Non mancano i critici dell’Impegno di Caracas. I partiti social-democratici respingono l’idea di una internazionale anti-imperialista. Ad esempio, il Partito dei Lavoratori (il partito di Luiz Inácio Lula da Silva) brasiliano sostiene che il Forum di San Paolo e il Forum sociale mondiale, sono tutto ciò che è necessario per portare avanti la causa socialista e per organizzare proteste e manifestazioni. La verità, tuttavia, è che i forum hanno perso il filo ideologico e sono attualmente utilizzati per l’auto-espressione di varie organizzazioni marginali, ONG sponsorizzate dalla CIA, e gruppi di difesa dei diritti dei gay.
La decisione ha fatto eco specialmente alle attività esaurite dei gruppi trotskisti di tutto il mondo, che chiaramente sperano di vedere una qualche forma di continuità tra la V Internazionale di Chavez e la IV Internazionale di Trotsky. In realtà, a volte Chavez ha provocato tali aspettative descrivendo se stesso come un trotskista e un sostenitore della rivoluzione permanente, nel corso di dibattiti particolarmente accesi. Chavez ha tratto deliberamente dal lascito di Trotsky, per mettere insieme la carta e il programma del Psuv, le cui previsioni saranno sicuramente prese in considerazione quando la V Internazionale sarà formata.
È interessante notare che la leadership venezuelana ha scelto di sincronizzare il forum di sinistra a Caracas e le attività di commemorazione dedicate al 70° anniversario dell’assassinio di Trotsky. Il nipote di Trotsky, V. Volkov, direttore del Museo Trotsky in Messico, è stato invitato a Caracas, ha preso parte a varie conferenze e dibattiti, e ha generosamente dispensato consigli e raccomandazioni alla leadership del Psuv.
I gruppi, in precedenza marginali, trotskisti hanno zelantemente infiltrato il Psuv. Il loro livello di formazione ideologica supera di gran lunga quella della maggioranza dei quadri del Psuv. In passato, Chavez ha cercato di attirare l’adesione del Partito comunista Venezuelano al Psuv, ma ha incontrato una resistenza totale: i comunisti temevano di essere assorbiti dall’amorfo e abbastanza inefficiente Psuv, in cui un futuro potrebbe essere desolante.
I dubbi diffusi, riguardanti la quantità di realismo politico nelle file dei gruppi trotskisti, è del tutto giustificata. Tuttavia, le prospettive per connettersi con Chavez, è in grado di dimostrarne la rivitalizzazione e la trasformazione in soggetti attivi, sia nel Psuv che nella V Internazionale. Gli analisti politici sono consapevoli dell’amicizia tra Chavez e Alan Woods, che è un importate teorico trotskista e figura chiave della Tendenza Marxista Internazionale (1). Woods loda occasionalmente Chavez nei suoi scritti, ma il fatto di essere preso sul serio, è che per Woods la rivoluzione bolivariana è un elemento di quella globale, e quindi automaticamente merita il sostegno di tutti i gruppi trotskisti.
I comunisti sono preoccupati per la collaborazione sempre più stretta dei venezuelani e dei troskisti, ma al momento Chavez è scettico sul Partito Comunista del Venezuela. Quanto sopra può essere il motivo per cui il leader dei comunisti, Jerónimo Carrera, critichi l’idea della V Internazionale. Carrera ha respinto l’iniziativa di Chavez in un’intervista a El Nacional, un organo del campo degli avversari del leader venezuelano, che descrive Chavez come “un raro animale su tre zampe – una bolivariana, una cristiana e in parte una marxista” che manca del background teorico necessario per mettere il progetto in pratica, e “che cambia il suo pensiero e si lascia influenzare da letture frettolose o dalle persone che si avvicinano a lui“. Carrera ha detto che il Venezuela non è il centro del mondo, e la sua rivoluzione è un fenomeno di proporzioni relativamente modeste. Sconfessando le dichiarazione in una riunione plenaria del suo Comitato Centrale, non ha aiutato il Partito Comunista Venezuelano a ricostruire i rapporti con Chavez.
Il convegno che intende costituire la V Internazionale, avrebbe dovuto essere convocata lo scorso aprile, ma finì per essere rinviata sine die. Non ci sono commenti provenienti dal gruppo di lavoro incaricato della missione. Evidentemente, gravi difficoltà si sono incontrate e la situazione generale in Venezuela, dove le elezioni parlamentari (si sono svolte -NdT) il 26 settembre, si stanno facendo sentire. E’ naturale dato che, al momento, le massime priorità devono essere attribuite al mantenimento del controllo del Psuv sull’assemblea nazionale del Venezuela.

11/09/2010
_______________________________________________________________
Note
(1) La sezione italiana della Tendenza marxista internazionale è FalceMartello corrente interna di Rifondazione comunista

Traduzione di Alessandro Lattanzio



dai siti:     http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/?author=1

               http://www.strategic-culture.org/
Print Friendly and PDFPrintPrint Friendly and PDFPDF