di Gianni Fresu
La nascita del Governo Lega-5 stelle ha definitivamente fatto venire a galla un fenomeno carsico fino a oggi sottovalutato: la migrazione di diversi militanti e ex dirigenti della sinistra di classe in direzione del “sovranismo”.
Stando alle loro affermazioni, saremmo di fronte a una profonda cesura storica dalla quale non possiamo estraniarci, pena l’irrilevanza nel Paese. In tal senso, si ritiene non solo legittima, ma necessaria un’apertura di credito nei confronti della nuova “coalizione giallo-verde”, perché considerata più avanzata sul piano delle possibili alleanze e meglio collocata nelle scelte di politica internazionale.
La fibrillazione europea attorno alla nascita del governo sarebbe la prova di tutto ciò, inutile far notare loro che pure l’eventuale ipotesi di un governo guidato da Alba Dorata in Grecia o dal Front National in Francia avrebbe creato lo stesso allarmismo.
Sembra impossibile l’innamoramento di alcuni ex guardiani dell’ortodossia verso questa alleanza, soprattutto se stiamo ai fatti: in politica estera il governo ha ribadito la centralità della Nato e l’alleanza con gli USA (suggellata dall’apertura di un canale privilegiato con Trump); in politica economica va in direzione di un liberismo sfacciato degno del miglior Monti, solo meno socialmente consapevole, ma per ignoranza; sulla gestione delle emergenze interne, al di là di razzismo e sessismo nemmeno dissimulati, repressione e conservatorismo sono le stelle polari.
Così, di fronte al dramma dell’emigrazione, si preferisce rispondere con annunci muscolari (degni delle euforiche adunate sotto il balcone di Palazzo Venezia tanto care a una parte del popolo italiano) magari inutili, però buoni a tirar fuori il peggio del peggio della nostra tradizione nazionale per poi lucrarci sopra elettoralmente. Altro che superamento della dialettica destra/sinistra, Salvini è riuscito a mettere a segno una delle più classiche operazioni di tutti i movimenti di origine conservatrice e autoritaria: individuare nel nemico esterno (“i burocrati dell’Unione Europea” e “l’invasione degli immigrati”) il vero problema, la contraddizione che divide e paralizza la propria comunità nazionale. Non, ovviamente, le relazioni sociali, i rapporti di sfruttamento, i privilegi di un quadro tutto a favore del capitale e contro il lavoro. “I nostri imprenditori non sono cattivi, né avidi speculatori propensi all'accumulazione più che all'investimento produttivo, no, loro semplicemente sono vittime dalla dittatura di Bruxelles”. Insomma, Salvini detta l’agenda e tutti gli vanno dietro, compresi tanti compagni oramai più attenti alle questioni geopolitiche e all'interesse nazionale minacciato che al problema sociale. Così ci si può pure permettere di architettare una riforma del sistema fiscale iperliberista, destinata a rendere ancora più macroscopiche e insuperabili le differenze tra ricchi e poveri, che in altri tempi avrebbe portato a uno sciopero generale solo a pensarla.

