Diari di Cineclub

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giovedì 14 novembre 2019

SERVIVA MANUTENZIONE NON LO STUPIDO MOSE di Ferruccio Sansa








SERVIVA MANUTENZIONE NON LO STUPIDO MOSE


Tre volte sindaco. Il filosofo:"Io me li ricordo bene, destra e sinistra, Prodi e Berlusconi. Tutti ad applaudire."


di Ferruccio Sansa



“No, basta, ne ho le scatole piene di parlare di Venezia. È inutile. In questo Paese non ha senso predicare, non c’è nessuno che ti ascolta. Volevano tutti il loro Mose… io me li ricordo, destra e sinistra, Prodi e Berlusconi… tutti ad applaudire alle cerimonie… e poi i giornali e le tv a osannare. E adesso siamo ancora lì con questa rogna dell’acqua alta”.


Massimo Cacciari, lei è stato tre volte sindaco di Venezia. L’ultima fino al 2010. Ma il Mose non le è mai andato giù…

Basta, non si possono fare battaglie da solo. Io cerco di dimenticare… nella vita bisogna saper dimenticare.


Ma a volte bisogna anche ricordare.

Macché, non gliene frega niente a nessuno. Ma io me lo ricordo quando nel 2006 c’è stata la commissione e io sono stato l’unico a votare contro. L’unico. E ho preteso che fosse messo tutto a verbale, anche i dubbi dei pochi tecnici che non erano a libro paga del Consorzio Mose. E poi gli ho detto: auguri, spero che finiate nel 2013-2014 come avete promesso.


Battaglia finita?

Sì. Io non sono come i Cinque Stelline che se cambia amministrazione si cambia decisione. Ero contro il Mose, ho perso, ne ho preso atto. Almeno, mi sono detto, se proprio vogliono farselo speriamo che non caccino al vento miliardi di euro. Invece…


Miliardi sperperati e siamo sempre in alto mare.

Ora i nodi sono venuti al pettine. Pensi… hanno appena rinviato la prova al 2020 o al 2021, chi lo sa. E già ci sono problemi di manutenzione e guai alle giunture.


Sarà mai pronto questo benedetto Mose?

Nel frattempo le strutture sono rimaste in acqua decenni. E se non funziona il cerino resta in mano ai commissari.


Ma lei come lo avrebbe risolto il problema?

Serve fare manutenzione alla città, come era stato fatto dal 1966 al 1994. Come avevamo fatto noi negli anni ’90. Avevamo rialzato le fondamenta, si era lavorato sulle fogne. C’era una legge speciale, i fondi arrivavano presto e venivano spesi per Venezia. C’era anche un progetto per rialzare la basilica. La città era stata davvero risanata. Invece… da venticinque anni il Mose ha assorbito tutto, ogni euro è finito lì. Addio alla manutenzione, addio al restauro dei ponti. E tutti ad applaudire.


E adesso il disastro dell’acqua alta…

Parliamoci chiaro: è acqua alta, non è il Vesuvio che erutta. Non è un terremoto. Funziona così: l’onda prima arriva e poi se ne va. Certo, se dura cinque giorni allora mangia le strutture e incentiva l’esodo dei vecchi, perché vivere a Venezia è sempre più duro.


Venezia è morta?

Macché morta, è una città stupenda. Durerà secoli, molto più di me e di lei. È una grande grana e soprattutto si poteva evitare. Ma ormai io ho rinunciato, non ascolta nessuno.


E il sindaco Luigi Brugnaro come si è comportato? Ci ha parlato? 

Chi se ne frega di Brugnaro. Ma si figuri se ci parlo. La colpa stavolta non è sua, ma anche lui vuole il Mose… sempre questo Mose.


Cacciari, lei si è arreso?

In questa Italia i competenti non contano un cazzo, nessuno li ascolta. Anche al Governo ci voleva gente competente, ma uno come Carlo Cottarelli non lo vuole nessuno. Va bene, ascoltate i Cinque Stelle e la Lega, dai. Sono anni che diciamo che prima o poi una nave da crociera sfonderà piazza San Marco. E intanto quelle continuano ad andare. Un giorno ce le troveremo in basilica, vedrà.



da "il Fatto Quotidiano"


martedì 23 aprile 2019

UNA RIVOLUZIONE CI SALVERA’ di Guido Viale





UNA RIVOLUZIONE CI SALVERA’
di Guido Viale



Nella ricorrenza, troppo spesso puramente formale, della “giornata della Terra”, possiamo considerare un grosso passo avanti il fatto che il movimento ormai mondiale Friday for future, cresciuto intorno alle comparse mediatiche di Greta Thunberg, insieme al più recente Extinction Rebellion, hanno posto all'ordine del giorno del pubblico - in gran parte tenuto all'oscuro da media, politici e accademia della gravità e dell’urgenza del problema, soprattutto in Italia - il tema dei cambiamenti climatici, ormai prossimi a una deriva irreversibile e catastrofica per la vita umana sul nostro pianeta. Una specie di “lettera scarlatta” del nostro tempo che, come quella del racconto di Poe, non riusciamo a vedere proprio perché ce l’abbiamo davanti a noi.

lunedì 15 aprile 2019

FRIDAYS FOR FUTURE ITALIA: CONCLUSA LA PRIMA ASSEMBLEA IN ITALIA di Guido Viale





FRIDAYS FOR FUTURE ITALIA:
CONCLUSA LA PRIMA ASSEMBLEA IN iTALIA 
di Guido Viale





Il 12 e il 13 aprile si è svolta a Milano la “due giorni” di Fridays for future Italia. La sera del 12 con una conferenza scientifica affidata a quattro esperti: sulle fonti rinnovabili, sulle ripercussioni in agricoltura, sullo stato della ricerca, sul negoziato internazionale e sulla dimensione sociale dei cambiamenti climatici. Il 13 si è svolta invece, per tutto il giorno, l’assemblea nazionale costituente del movimento italiano, la prima nel mondo: “d'altronde il corteo di Milano è stato il più grande di tutti”, ha detto con orgoglio uno degli intervenuti. 
Se la sera prima il pubblico era “misto”, metà di giovani e metà di persone mature, il giorno dopo l’aula magna della facoltà di fisica era stracolma solo di giovani e giovanissimi (con rarefatta presenza di anziani), tra cui circa 200 delegazioni da oltre 100 città italiane. 
L’età media molto bassa è una caratteristica e un vanto di Fridays for future. Per molti intervenuti, più che di studenti – “che mai ci facciamo a scuola se lì non ci insegnano altro che a riprodurre un modello di sviluppo che ha solo più pochi anni di vita?” – il loro è un movimento della “nuova generazione”: una generazione “preoccupata” se non “terrorizzata”; “la prima che sperimenta il cambiamento climatico, ma anche l’ultima che ha la possibilità di fermarlo”. Questa coscienza di una responsabilità generazionale – “Qui, come diceva Falcone, innocente non è nessuno” e “il sistema siamo noi; per questo possiamo cambiarlo”; o anche “non ci salverà nessun altro” - ha attraversato tutto il dibattito, con una frequente contrapposizione tra “noi”, la generazione del terzo millennio, e “loro”: quelli che non hanno fatto niente per sventare quel rischio mortale, andando avanti per la vecchia strada come se niente fosse. Per questo “occorre ammettere le colpe dei padri” evocando anche “un giusto risentimento verso le precedenti generazioni”. “C’è un elefante nella stanza, che sta per sedersi sopra di noi” perché “ci avete ignorato; ma è finito il tempo delle scuse. Adesso siamo arrivati noi”. Ma è stato anche aggiunto “Siamo giovani sì, ma non ostili a chi non lo è”. Tuttavia il mood generale era tale per cui l’unica persona di una certa età che è intervenuta, la mamma di un “attivista” di 13 anni, ha sentito il bisogno di esordire dicendo: “Chiedo scusa per l’età”. D'altronde anche un giovane può sentirsi un po’ vecchio: “Se un anno fa mi avessero detto che sarei andato dietro a una ragazzina svedese di sedici anni -ha raccontato uno degli intervenuti - avrei pensato che mi stavano scambiando per un pedofilo…”

sabato 13 aprile 2019

DA MARX ALL'ECOSOCIALISMO di Michael Löwy






DA MARX ALL'ECOSOCIALISMO
di Michael Löwy


C'è una crescente componente di letteratura ecomarxista ed ecosocialista nel mondo di lingua inglese, che segna l'inizio di una significativa svolta nel pensiero radicale. Alcune riviste marxiste, come Capitalism, Nature and Socialisn, Monthly Review e Socialism and Democracy  hanno svolto un ruolo importante in questo processo, che sta diventando sempre più influente. I due libri discussi qui, Karl Marx's Ecosocialism. Capitalism,Nature and the unifished critique of political economy di Kohei Saito (Monthly Review Press, New York, 2017) e Red-Green Revolution:the politics and the technology of ecosocialism di Victor Wallis (Toronto, Political Animal Press, 2018), molto diversi per contenuto e finalità stilistiche, fanno parte di questa "ondata rosso-verde".


sabato 6 aprile 2019

FRIDAYS FOR FUTURE AL CROCEVIA di Guido Viale






FRIDAYS FOR FUTURE AL CROCEVIA
di Guido Viale


Quanto ha inciso la comparsa mediatica di Greta Thunberg sulle scelte dei politici italiani, europei e mondiali? Encefalogramma piatto; omaggi frettolosi e formali; programmi e sproloqui di chi è convinto che l’unico problema vero resti “la crescita”. Da loro, fino a che Friday for future non si sarà moltiplicato per cento, non c’è da aspettarsi niente. Ragazze e ragazzi dovranno cavarsela da soli; insieme agli scienziati che ne hanno innescato i timori – anzi, il “panico” – e ai (pochi) genitori e nonni disposti ad ascoltarli. Per crescere Friday for future dovrà organizzarsi, e lo sta facendo; ma dovrà anche discutere e decidere che cammino percorrere. Ha di fronte due vie alternative, entrambe estranee, per ora, alla dialettica che si svolge tra le forze politiche ufficiali.

venerdì 22 febbraio 2019

RIFIUTI A ROMA, DIETRO AL FALLIMENTO DI RAGGI UN MODELLO TUTTO DA RIPENSARE





RIFIUTI A ROMA, 
DIETRO AL  FALLIMENTO DI RAGGI UN MODELLO TUTTO DA RIPENSARE
di Bruno Buonomo



La bocciatura del bilancio Ama

Gli ultimi giorni sono di nuovo segnati dall'ennesima crisi della gestione dei rifiuti urbani nella città di Roma che ha avuto il suo apice nella bocciatura del bilancio della partecipata e le dimissioni dell’Assessora Montanari.

Una crisi che non solo mette in discussione il sistema rifiuti nel suo complesso ma che rischia di aprire la strada al fallimento dell’azienda e aprire nuove frontiere di privatizzazioni, il tutto sulle spalle della città e degli 8000 lavoratrici e lavoratori dell’AMA che hanno già pagato, nel rinnovo del contratto nazionale, con l’aumento dell’orario di lavoro.

Si dimostra ancora una volta il fallimento della giunta capitolina nella gestione di un settore particolarmente nevralgico, per questo abbiamo crediamo necessaria una analisi di sistema che ha il fine di costruire un dibattito pubblico.

martedì 4 dicembre 2018

I CAMBIAMENTI CLIMATICI E LO SPAZIO VITALE di Guido Viale





I CAMBIAMENTI CLIMATICI E LO SPAZIO VITALE
di Guido Viale



Nel giorno di apertura della Cop 24 di Katowice si può affermare che il clima è il grande assente dalle politiche dei governi di tutto il mondo. Non se ne parla mai, se non per registrare l’abbandono dell’accordo di Parigi da parte di un altro Stato. Neppure la verde Germania riesce a staccarsi dal suo carbone. Non è mancata la mobilitazione popolare che, anche di recente, ha visto a Londra e in varie città della Germania una forte partecipazione per imporre un cambio di rotta; una partecipazione scarsa, però, nei paesi dell’Europa mediterranea, nonostante che in Italia siano in corso tante vertenze ambientali e sociali tutte indirettamente legate al tema del clima: NoTav, NoTap, NoTriv, NoTerzovalico, Noautostrade, NoGrandinavi, NoMuos, ecc. Ciò che è invece presente in tutte le politiche governative e, ovviamente, nelle prossime elezioni europee, sull'onda di uno sciovinismo e di una xenofobia che stanno travolgendo il mondo, sono le migrazioni. Ci sono molti legami tra quella assenza e questa presenza: nessi che politica, economia e cultura non sanno o non vogliono cogliere.

Innanzitutto, nell'inconscio di ciascuna o ciascuno di noi, politici o “gente comune”, c’è la sensazione che con la globalizzazione il mondo non si sia allargato ma ristretto: non c’è più spazio per tutti; soprattutto se si pensa a quello che consideriamo il nostro spazio vitale, che in realtà è spazio ambientale: non solo casa, auto, fabbrica o ufficio, scuola, strade, aria, acqua, cibo e cure mediche; ma anche spiagge, campi da sci, seconde case, posti auto, vacanze, ecc. È una sensazione fondata, che spinge molti a stringere i cordoni della borsa: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Caso mai c’è da darsi da fare per non essere il prossimo, o la prossima, a essere buttata fuori. Ben pochi si sforzano di capire quanto di sostenibile ci sia ancora in quel nostro spazio vitale e quanto se ne possa salvaguardare cambiando il modo di accedervi.

venerdì 2 novembre 2018

MALA TEMPORA di Guido Viale






MALA TEMPORA
di Guido Viale



Care e cari,

lasciate che mi presenti: sono il maltempo (mala tempora, in latino). Comincio parlando di me. Ma non vedete quello che sta succedendo? Quando mai si sono viste lastre di ghiaccio galleggiare per le strade di Roma come fossero fiordi dell’Artico? Su quella città abbiamo testimonianze scritte che coprono 2500 anni. Non è mai successo. Quando mai avete assistito all'alternarsi, nel giro di poche ore, di caldi tropicali e tempeste di pioggia e vento che mettono a soqquadro intere regioni? Quando mai avete visto tante frane, tanti straripamenti, tanti alberi abbattuti in così pochi giorni? Se poi alzate lo sguardo più in là, le cose stanno anche peggio: l’Africa si sta desertificando; Stati Uniti, America centrale e sud est asiatico sono sempre più spesso sconvolti da uragani. Persino il Mediterraneo, che non li aveva mai conosciuti, ha avuto il suo primo tifone quest’estate. E poi, i ghiacciai si ritirano, le calotte polari si sciolgono, il permafrost libera milioni di tonnellate di metano (un gas di serra venti volte più potente della CO2). Cambieranno le correnti marine, a partire de quella del Golfo che tiene al caldo l’Europa centro-settentrionale; è già cambiato il regime dei monsoni, avanza il deserto mentre si moltiplicano le alluvioni. L’acqua, quella buona, quella da bere, è sempre più scarsa.

Avete massacrato la Terra contando sulla protezione del cielo. Ma adesso il cielo, massacrato anch'esso dagli umani, moltiplica l'impatto dei disastri. Quello che vedete ora è solo un anticipo delle condizioni in cui sarete costretti a vivere di qui a pochi anni, e di quelle, sempre peggiori, in cui state condannando a vivere i vostri figli e i figli dei vostri figli.

Che cosa voglio dire? Che di qui a pochi anni, forse anche solo due o tre, le cose che tengono impegnata l’arena politica e le rispettive tifoserie, i decimali di punto di deficit, di Pil, di vera o finta occupazione, gli indici di borsa, la “crescita” (ma de che?), le Grandi e “indispensabili” infrastrutture, eccetera, eccetera, usciranno di scena per far posto a raffiche di divieti: quelli di usare questo e quello, o di produrre questo o quello, pur di ridurre le emissioni senza fare arrabbiare troppo questi o quelli; e a misure improrogabili per fare fronte alla moltiplicazione delle alluvioni, al crollo di strade e ponti, alle frane che trascinano con sé interi paesi, all'approvvigionamento dell’acqua potabile, alla rovina dei raccolti che rischierà di mettere alla fame non solo le popolazioni di mondi lontani di cui non vi è mai fregato niente, ma anche voi.

sabato 9 aprile 2016

CAMBIAMENTO CLIMATICO: UNA RIVOLUZIONE OBBLIGATA di Guido Viale


 



CAMBIAMENTO CLIMATICO: UNA RIVOLUZIONE OBBLIGATA
di Guido Viale




Al vertice sul clima di Parigi i “capi” di 192 paesi hanno preso degli impegni enormi: mantenere l’aumento della temperatura del pianeta sotto 2 e possibilmente vicino a 1,5 gradi centigradi. Per questo bisogna evitare di disperdere nell’atmosfera più di mille miliardi di CO2 equivalente di qui al 2100 (ne produciamo 35 miliardi all’anno). Per raggiungere l’obiettivo i contraenti hanno presentato dei piani nazionali (detti Indc) molto generici, perché non ne viene indicato il “soggetto attuatore” che, per il pensiero unico dominante, non può che essere “il mercato”; non gli Stati né i loro governi, né tantomeno il “popolo sovrano” e le sue comunità, ma la finanza. Il non detto di quei piani è questo: gli interessi dell’industria petrolifera sono talmente grandi che a metterli in forse in tempi rapidi, anche oggi che il prezzo del petrolio è ai minimi, si rischia il tracollo dell’economia mondiale. Solo a lasciare sottoterra le riserve di idrocarburi che non dovrebbero essere più briciati per non superare la quantità di emissioni climalteranti che ci separano dai due gradi in più di temperatura si mandano in fumo decine di migliaia di miliardi già quotati in borsa. Poi ci sono gli impianti (trivelle, pipelines, miniere, flotte, raffinerie, centrali termiche, ecc.): altre decine di migliaia di miliardi ancora da ammortizzare (e quando lo sono già, vere mucche da mungere per fare profitti, anche se vanno in pezzi). Quei piani sono comunque insufficienti a raggiungere l’obiettivo; per cui si è già stato stabilito che nel 2020 dovranno ssere rivisti al rialzo. E lo si dovrà fare per forza, perché il clima sta già precipitando verso un disastro irreversibile per il pianeta e per la vita umana su di esso, cioè per tutti noi, i nostri figli, i nostri nipoti.

giovedì 31 dicembre 2015

NON PIOVE, GOVERNO LADRO. LO SMOG E RENZI UCCIDONO di Checchino Antonini





NON PIOVE, GOVERNO LADRO. 
LO SMOG E RENZI UCCIDONO
di Checchino Antonini



Clima ancora mite, laghi evaporati, nebbie e polveri sottili, raccolti a rischio. Cosa fare per non respirare troppo smog. La politica blatera. Legambiente segnala buone pratiche




Il ministro Galletti parla di situazione eccezionale di questi giorni, ma non dice, volutamente, che l’Italia nel 2015, si trova in emergenza smog già da marzo-aprile per il superamento di limiti di legge delle polveri sottili. Una emergenza che dura da anni al punto che l’Ue ha condannato l’Italia per violazione delle direttive europee sull’aria e nel 2014 ha avviato un’analoga procedura d’infrazione. Ma solo oggi il ministro di Renzi scopre l’eccezionalità dell’emergenza ambientale e sanitaria e ci informa che ha destinato 5 milioni di euro per il trasporto pubblico ai comuni: 150mila euro per ciascuno dei 33 comuni che hanno superato i limiti nel 2014 mentre, dal 2011 al 2015, sono stati tagliati i fondi per il trasporto pubblico per il 20% e i cittadini che non usano mai i mezzi pubblici sono il 45% a fronte di un dato europeo del 25%.

Realistico sarebbe iniziare a pensare al trasporto pubblico gratis nelle grandi città. Come aveva proposto Repubblica Romana nel 2013, nella sua breve corsa per il Campidoglio. Lo sbigliettamento, infatti, incide solo per il 30% sul bilancio e si può ripianare, come oggi ripianiamo le perdite derivante da cattiva gestione. Bisognerebbe investire sulle corsie preferenziali, veniva detto, e su una revisione capillare del servizio, tentando di velocizzarlo. Abbiamo l’esempio di Helsinki, di Tallin, di Lione e per un periodo anche di Parigi, mentre a Londra i residenti già godono di forti agevolazioni. E’ un processo che dovrà avvenire gradualmente: si sarebbe potuti partire con l’abbassare i biglietti e avviare i lavori di adeguamento utilizzando i fondi impegnati per altre cose. Ma i romani hanno scelto Marino con la farsa della pedonalizzalizzazione di 800 metri dei Fori Imperiali e la tragedia della spinta alla privatizzazione dell’Atac.

Lo smog tiene banco, finalmente, nel dibattito pubblico e nell’agenda media. Ecco le previsioni meteo, un decalogo di cose da non fare e da fare per limitare i danni, alcuni esempi di buone pratiche.

lunedì 2 novembre 2015

SUL VERTICE DI PARIGI di Guido Viale




SUL VERTICE DI PARIGI
di Guido Viale




Il mondo arriva decisamente impreparato al prossimo vertice di Parigi.
Se i ripetuti allarmi di tanti scienziati, e non solo di quelli IPCC, ha fatto breccia sulla parte più avvertita, ma non certo sulla maggioranza, dell’opinione pubblica, inconsapevolezza e irresponsabilità dominano a livello planetario l’establishment politico. Il quale è stato sì edotto del problema e non può più far finta di ignorarlo (anche se al suo interno le lobby negazioniste continuano a esercitare una massiccia influenza); ma continua per lo più a trattare i cambiamenti climatici, che sono già in corso, come tutti possono constatare, e non riguardano solo un remoto futuro, come una “grana” di cui ci si deve occupare quando viene messo all’ordine del giorno, e che richiede tutt’al più qualche misura e qualche investimento ad hoc; non un cambiamento radicale, e in tempi brevi, di tutto l’assetto non solo economico produttivo ma anche sociale.

E’ quello che evidenzia Naomi Klein nel suo ultimo libro Una rivoluzione ci salverà, quando scrive che “ha ragione la destra”. La quale, soprattutto negli USA, dove è strettamente legata al mondo del petrolio, ha capito che liberarsi dei combustibili fossili non significa solo sostituire una tecnologia con un’altra, petrolio, metano e carbone con fonti rinnovabili; ma che per farlo occorre ridisegnare “dal basso”, e in modo democratico, cioè partecipato, tutta l’organizzazione sociale: una cosa che la destra non è assolutamente disposta ad accettare, costringendola ad allinearsi ad oltranza con le posizioni negazioniste. Ma altrove, cioè al centro, tra coloro che tengono le redini dei governi (la sinistra è quasi ovunque scomparsa dalla faccia della Terra), ci si continua a comportare come se il problema non fosse questo: a parlare di crescita e di sviluppo come se, chiuso il dossier cambiamenti climatici, il problema centrale fosse quello di rimettere in moto, costi quel che costi, il PIL. Tipica di questo atteggiamento, è la strategia energetica nazionale (SEN) dell’Italia varata dal Governo Monti, confermata da Letta e peggiorata da Renzi, dove i capitoli sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica convivono col programma di estendere le trivellazioni su tutto il territorio nazionale e di trasformare il paese in un hub per distribuire metano a tutto il resto d’Europa.

mercoledì 28 ottobre 2015

CLIMA: LA CATASTROFE E' IN MARCIA! ECOSOCIALISMO O BARBARIE!






CLIMA: LA CATASTROFE E' IN MARCIA!
ECOSOCIALISMO O BARBARIE!

Dichiarazione del Bureau della Quarta Internazionale



Il clima della Terra cambia rapidamente. Molto più rapidamente di quanto gli esperti pensavano. Sulla causa del cambiamento non c’è alcun dubbio: è il riscaldamento dell’atmosfera provocato dalle emissioni di gas serra, principalmente la CO2 proveniente dalla combustione del petrolio, del carbone e del gas naturale.

La Terra si è riscaldata di 0,8°C nei due ultimi secoli. Questo basterà a fare salire il livello degli oceani di circa due o tre metri nei prossimi secoli. Nessuno potrà impedirlo. Centinaia di milioni di persone saranno costrette a sfollare, milioni di ettari agricoli saranno persi, zone urbane dovranno essere evacuate. I popoli del Sud saranno i più colpiti mentre sono i meno responsabili.

I governi hanno ignorato gli avvertimenti. Ventitré anni dopo il Vertice di Rio, le emissioni mondiali annuali di gas serra aumentano due volte più velocemente che nel decennio 1990. Malgrado la crisi economica! A questo ritmo, il riscaldamento alla fine del secolo non sarebbe di 2°C, ma di 6°C. Ne deriverebbero catastrofi terribili, totalmente inimmaginabili.

giovedì 6 agosto 2015

70 ANNI DOPO HIROSHIMA-NAGASAKI ... PROLIFERANO LE TESTATE NUCLEARI di Yvan Lemaitre




70 ANNI DOPO HIROSHIMA-NAGASAKI ... PROLIFERANO LE TESTATE NUCLEARI
di Yvan Lemaitre 



Il 6 e il 9 agosto del 1945, gli Stati Uniti sganciarono due bombe atomiche, “little Boy” su Hiroshima, e “Fatman” su Nagasaki. La sconfitta giapponese era già allora sicura. Si trattava di dimostrare agli occhi del pianeta che l’esercito della prima potenza mondiale padroneggiava un’arma nuova, particolarmente potente e mortifera, con lo scopo di terrorizzare e colpire sul nascere qualsiasi rivolta.

Il mondo entrava nell’era atomica e con essa nell’era della sua possibile distruzione. Il terrore nucleare, la questione assillante del possibile sterminio di massa su una scala mai raggiunta prima, diventava uno dei nodi essenziali delle relazioni internazionali.

In seguito l’arsenale nucleare è diventato ben più importante, nonostante gli sforzi di Usa e dell’Urss di impedire agli altri stati d’accedere all’arma nucleare con il trattato di non proliferazione nucleare.

martedì 18 novembre 2014

CONCLUSO L'ACCORDO SUL CLIMA TRA CINA E STATI UNITI: TROPPO POCO, TROPPO TARDI, PERICOLOSO






CONCLUSO L'ACCORDO SUL CLIMA TRA CINA E STATI UNITI: 
TROPPO POCO, TROPPO TARDI, PERICOLOSO
di Daniel Tanuro




Ha avuto ampia risonanza nei mezzi di comunicazione di massa l’accordo con cui Stati Uniti e Cina si impegnano a ridurre le rispettive emissioni di gas a effetto serra, al fine di limitare i cambiamenti climatici.

Reso pubblico qualche settimana dopo che l’Unione Europea avesse fatto conoscere i propri obiettivi di riduzione delle emissioni, [1] questo accordo accresce notevolmente la probabilità che la Conferenza sul clima che si terrà a Parigi alla fine del 2015 (COP21) non sarà la ripetizione di quella di Copenaghen (2009) e che approderà a un’intesa internazionale in piena e debita regola.

Al tempo stesso, il tenore degli impegni assunti da entrambi i maggiori responsabili di emissioni di gas a effetto serra conferma l’ancor maggiore probabilità che l’accordo internazionale sarà insufficiente dal punto di vista ecologico e tecnologicamente pericoloso, quindi socialmente ingiusto.

martedì 8 ottobre 2013

GIAPPONE, LE LOTTE DEL POST-TSUNAMI E LA NUOVA GENERAZIONE MILITANTE di Douglas McNeil





GIAPPONE, LE LOTTE DEL POST-TSUNAMI E LA NUOVA GENERAZIONE MILITANTE
di Douglas McNeil 


La catastrofe ha dato vita a movimenti di protesta di un’intensità tale che il Giappone non conosceva da decenni. Il terremoto ha messo in evidenza problemi sociali profondi, come le insufficienze del welfare e il diritto alla casa. Questa lotta gode di scarso interesse mediatico e merita un approfondimento.





Con circa 19.000 morti o dispersi, 150.000 abitanti della regione di Fukushima costretti alla fuga (la maggior parte dei quali non ha mai più potuto far ritorno alle proprie case) e la stima dei danni ambientali e sociali appena agli esordi, il sisma e lo tsunami del 2011 hanno causato dei disastri indicibili in Giappone. Le strutture della centrale nucleare Fukushima Daiichi sono state danneggiate in seguito al terremoto e le radiazioni hanno aggravato ulteriormente una situazione già disperata. Il futuro non è roseo: un rapporto evidenzia che “i livelli di cesio radioattivo nelle foglie di tabacco secche raccolte nella prefettura di Fukushima eccedono i limiti imposti dalle norme della Japan Tobacco Inc.”; livelli di cesio oltre i limiti sono stati riscontrati nella carne di manzo di Miyagi, mentre anomalie osservabili su farfalle raccolte nei dintorni di Fukushima suggeriscono che l’irradiazione sia all’origine di mutazioni. Lo stress e l’agitazione provocati dalle scosse di assestamento nel corso della prima metà del 2011, l’incertezza costante circa la sicurezza alimentare, le radiazioni e il trasferimento della popolazione evidenziano problemi manifesti della società giapponese.

Se il sisma e lo Tsunami sono catastrofi naturali, non c’è nulla di naturale nel loro impatto sociale. Le reazioni disordinate, caotiche e talvolta insensibili tanto del governo giapponese quanto della Tokyo Electric Power Company (Tepco) ha dimostrato alla popolazione quali fossero le loro priorità e i loro princìpi. La catastrofe ha provocato una crisi nella classe dirigente giapponese e ha suscitato movimenti di protesta di un’intensità tale che il Giappone non conosceva da decenni. Le conseguenze della catastrofe nucleare hanno scosso una società già messa a dura prova da due decenni di stagnazione economica. La penuria di abitazioni causata dall’evacuazione della popolazione ha aggravato la crisi degli alloggi, cronica e occultata. Il movimento contro il nucleare assume così un significato che va oltre i suoi obiettivi immediati: è diventato un catalizzatore del malcontento riguardo una serie di questioni sociali e sarebbe in grado di sviluppare una energia anticapitalista ben più ampia. Questo movimento si trova ad affrontare problemi enormi, di organizzazione, prospettiva, analisi e direzione, ma rappresenta un’opportunità che il movimento operaio e la sinistra non hanno più avuto sin dagli anni Sessanta. Questa lotta gode di scarso interesse mediatico e merita un approfondimento.

Questo articolo descrive sia l’impatto politico del sisma e della catastrofe nucleare che il movimento di protesta che ne è stato il prodotto, e analizza le prospettive e alcune sfide che il movimento contro il nucleare in Giappone dovrà affrontare. Per quanto possibile abbiamo attinto alle fonti giapponesi per amplificare alcune voci del movimento e condividere l’interesse contagioso per questa campagna.

giovedì 21 marzo 2013

SAPPIAMO COSA MANGIAMO? di Esther Vivas




SAPPIAMO COSA MANGIAMO?
di Esther Vivas



Se una volta ci vendevano carne di gatto per coniglio, oggi ci vendono carne di cavallo per carne di marzo. Sapere che cosa mangiamo è diventata una cosa sempre più difficile. Il recente scandalo alimentare scatenato dalla scoperta di carne di cavallo in prodotto nei quali vi sarebbe dovuto esserci carne di manzo non fa che mettere ulteriormente in evidenza questa difficoltà. Cannelloni “La Cocinera”; hamburger di Eroski; ravioli e tortellini di carne Buitoni, polpette della Ikea non sono che alcuni dei prodotti che sono stati ritirati dal mercato. A conferma che noi tutti non abbiamo nessuna idea di quello che mangiamo.

martedì 17 aprile 2012

SEMANTICA DELL'INGANNO di Alessandra Colla




SEMANTICA DELL'INGANNO
di Alessandra Colla




Devo darvi due notizie — una buona e una cattiva.

Cominciamo da quella cattiva: la lobby della ricerca c.d. scientifica si prepara a impestare le nostre città con cartelloni e manifesti pubblicitari a favore della ricerca, lanciando una campagna in grande stile «insieme a voi per fare un impatto positivo su tutto il mondo, in piu di 30 paesi, e nella tua communita’» — come si legge, in un italiano un po’ approssimativo, sull’home page del sito http://ricercasalva.it/, evidentemente ancora “under construction” (c’è anche una sezione intitolata rozzamente «Sei contro ricerca animale?», ma è vuota). Sono tanti, hanno i soldi e si appoggiano a istituzioni che il grande pubblico considera prestigiose.

Quella buona, invece, è che se pensano di dover uscire allo scoperto è perché si sentono minacciati, e per di più cercano di controbattere alle serie e numerose accuse portate contro le loro pratiche antiquate proponendo un messaggio debole e vecchio.

La foto del manifesto è questa:


Vediamo un po’ i dettagli.
Come si vede, l’immediatezza del messaggio è realmente di grande impatto — per chi? Ma per tutti quelli che, non conoscendo nulla dell’iceberg “ricerca scientifica”, vivono di rendita sul vecchio, vecchissimo argomento principe del bravo vivisettore: “preferisci sacrificare un topo o salvare tuo figlio?”.

Gli ingredienti per una vivace scossa emotiva ci sono tutti: il bambino, soggetto/oggetto par excellence di ogni pubblicità ovvero l’affetto più caro (per la verità le statistiche del 2010 registrano, per l’Italia, un infanticidio ogni 20 giorni), a fronte dell’odioso topo ( che si tratti di una candida cavia innocua non scalfisce minimamente l’immaginario collettivo che associa ogni muride al temibile Rattus rattus portatore della peste nera) incubo di quasi ogni donna e ogni madre.

È chiaro che i pubblicitari conoscono il loro mestiere — vendere il prodotto .

Da non sottovalutare nemmeno il link di riferimento, con un nome davvero ben trovato: “ricerca salva”. Ovvero la ricerca ti salva, ma tu che guardi, o viandante, devi salvare la ricerca se vuoi esserne salvato. Che, tradotto, significa “caccia la lira”. Obiettivo veramente primario per ogni istituto di ricerca, come sappiamo da tempo, e che costituisce il messaggio occulto.

Il messaggio palese, invece, è la quintessenza dell’antropocentrismo politicamente corretto: è in gioco la vita dell’essere umano, per salvare la quale s’impone il sacrificio di una vita non-umana. E la scritta non dice “un giorno ti potrebbe salvare la vita”, bensì “un giorno ti potrei salvare la vita”: è l’animale stesso a dichiararsi disposto a donarsi per la tutela di quel bene “superiore” che è la vita umana — tutto , a fronte del nulla rappresentato, per contro, dalla mera animalità. Nessuno meglio di Marguerite Yourcenar, a mio avviso, ha saputo dirlo meglio cogliendo «quell’aspetto sconvolgente dell’animale che non possiede niente, tranne la propria vita, che così spesso gli prendiamo» .

Ma di quale animale si tratta, qui? Del topo. Che un po’ ci è così familiare nelle vesti di Topolino, Jerry, Pixie&Dixie, Fievel, Bianca&Bernie; e un po’ merita, in qualche modo, di essere sacrificato per quella sua parentela (ah, Linneo…) con l’infelice Rattus rattus. Che si offra in sostituzione della vittima prescelta, dunque, è cosa buona giusta doverosa e salutare: come peraltro insegnano le radici della cultura occidentale — l’agnello che salva Isacco dal coltello di Abramo, o la cerva che salva Ifigenia dal coltello di Agamennone (e Lucrezio, lucido e puntualissimo, chiosa “Tantum religio potuit suadere malorum” , quali e quanti mali ha potuto suggerire la religione…).

Del resto la storia dell’umanità rigurgita di sacrifici animali, immolati su altari d’ogni tipo per celebrare vittorie, scongiurare sconfitte, espiare colpe o invocare favori — la predilezione di Jahvé per l’odore del sangue è imbarazzante forse più di quella del colonnello Kilgore per l’odore del napalm al mattino. Il che sembra aver fornito all’ homo occidentalis la legittimazione ideale per continuare, anche in questo nostro ancor giovane XXI secolo, a immolare vittime non-umane sull’altare della Scienza.
Ecco, questo sì che è preoccupante: considerare la Scienza (con la maiuscola, si noti) alla stregua di una divinità terribile ma giusta alla quale offrire quotidianamente innumerevoli sacrifici per salvarci la pelle. Non, si badi, per assicurarci la vita eterna nell’aldilà — oh no. Ma proprio per illudersi di sconfiggere la morte e tentare di prolungare il più possibile questa vita terrena, bene materiale quant’altri mai, prontissimi a infischiarcene della salute della nostra anima immortale nonché dello strazio di infiniti esseri viventi. (Io credo che l’Occidente cristiano in tutte le sue declinazioni dovrebbe interrogarsi su questa contraddizione che la dice lunga sulla fragilità di certe scelte).

Ma questa atroce divinizzazione della scienza non rappresenta forse la sconfitta di ogni illuminismo, e insieme il trionfo di quell’oscurantismo che dopo il 1789 si credeva di aver cacciato dalla porta e che subdolamente è invece rientrato dalla finestra? “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo [...] con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio” ? Urge, s’impone, necessita imperativamente una nuova coscienza, una nuova consapevolezza e l’assunzione di nuove responsabilità.

Torniamo al topo, scelto non a caso. Perché sappiamo benissimo che gli animali utilizzati (sono o non sono “utensili animati” al pari degli schiavi, come diceva il sommo Aristotele che tanto piacque a Tommaso d’Aquino?) sono topi, sì, ma anche cani, gatti, scimmie (che sono primati come noi), uccelli, suini, ovini, equini, rettili, pesci — i ricercatori adempiendo così, in modo non eccessivamente arbitrario, l’antica missione: «dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra» (Genesi, 1:28).

Ma naturalmente il topo, anche se è una cavia e non un topo di fogna, è molto meno carino di un cane o di un gatto: e si è più disposti a tollerare le sofferenze di quello piuttosto che di questi. (Anche Françoise Marie Martin, moglie di Claude Bernard, celebre fisiologo e campione della medicina sperimentale che l’aveva sposata per interesse nel 1845, tollerava a malincuore le pratiche vivisettorie del marito su topi e rane. Però quando il galantuomo arrivò a vivisezionare pure il cane di casa prese le figlie e se ne andò, nel 1869, trascorrendo il resto della sua vita a battersi contro questa pratica).

È probabilmente per questo che il nervosismo sale quando l’attenzione dell’opinione pubblica viene portata sugli allevamenti di cani destinati alla vivisezione; ed è per questo che risulta così difficile indurre l’uomo della strada a ritenere meritevoli di maggior considerazione animali diversi da cani e gatti.
Tirando le somme, però, sembra di poter concludere che noi, il popolo antispecista, non siamo messi poi così male. E che anzi stiamo lavorando piuttosto bene, se la lobby vivisettrice si sente in dovere di cercare approvazione per le sue pratiche biasimevoli (oltre che perlopiù fuorvianti, come sappiamo).

In concreto, cosa possiamo fare? Parola d’ordine, non abbassare la guardia. E poi: continuare a produrre materiale qualificato, non cedere alle emozioni, non rispondere alle provocazioni, restare distaccati e non dimenticare mai che sotto quei camici bianchi e quei sorrisi stereotipati si celano, intatti attraverso i secoli e i millenni, i portatori di ogni oppressione. Sarà solo questo che potrà salvare la vita di tutti, umani e non-umani.

15 aprile 2012

dal sito http://asinusnovus.wordpress.com/


mercoledì 21 marzo 2012

L'ANIMALISMO E' ANTICAPITALISMO di Marco Piracci





Non si può spezzare nessuna specie di servitù
senza spezzare ogni specie di servitù
Karl Marx

L'ANIMALISMO E' ANTICAPITALISMO
di Marco Piracci



Quale partito costruire nel XXI° secolo?


Non c’è alcun dubbio, la fase storica che stiamo vivendo segna il crollo di tradizioni consolidate che erano o sembravano dominanti. Si tratta di un disfacimento lungamente maturato che si muove lungo un percorso poco omogeneo. Abbiamo davanti vecchi e nuovi nemici dell'uomo: il sistema democratico globale dei paesi capitalistici, l'impero burocratico cinese e la Russia, finte istituzioni internazionali come l'O.N.U. che spargono morte e distruzione reprimendo ogni tentativo di autodeterminazione di popoli e comunità, cominciando guerre che non finiscono, devastando il pianeta e le sue risorse, rendendo incerto ogni aspetto della vita delle persone, dal cibo alla salute, fino ai diritti più elementari. Tutto ciò ci pone davanti a un bivio. O iniziamo a ripensare il senso e l'idea stessa di società e di umanità o ci accontentiamo di vivere nelle barbarie.
Come ha ben spiegato Giulio Girardi in "La violenza dei cristiani":

"Le masse si possono riconciliare con un sistema disumanizzato perché non sanno cosa sia essere uomo. Allora accettano di non esserlo".

Ma l'emotività umana ha bisogno di riscattarsi, di vedere ciò che si cela dietro le illusioni del sistema. Occorre dedicare molta attenzione alle problematiche inerenti la psicologia delle dinamiche sociali (come ha bene messo in evidenza il percorso della Scuola di Francoforte). Il risultato di una società spettacolarizzata è una realtà dominante che presenta come inevitabile l'oppressione e la sofferenza che ne consegue. Ciò che appare nel mondo sembra sovrastare gli uomini. Risulta spesso incomprensibile l'origine dello sfruttamento e delle tragedie quotidiane che ci affliggono, e ciò aumenta il rischio di rassegnazione e di adattamento.
E' la stessa oppressione che dichiarava inevitabile lo schiavismo, la subordinazione delle donne, la gerarchia delle etnie, etc.
Si tratta di guardare la società che ci circonda nei termini della possibilità, della trasformazione possibile. Una diversa umanità comincia dai tentativi di costruire realtà differenti.
Lottare contro il sistema oppressivo contemporaneo deve voler dire prima di tutto preservare la nostra umanità. Preservare cioè uno spazio che si sottragga alle logiche dell'individualismo e della meritocrazia, dalle quale origina poi l’oppressione capitalistica.


Le sinistre italiane


Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno
guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali

Theodor Adorno



Storicamente, le correnti di sinistra nascono per "portare avanti" gli interessi degli oppressi. Tradizionalmente le persone e le forze di sinistra si richiamano a questi interessi. I problemi sorgono (e dopo oltre due secoli di storia del movimento operaio mi sembra impossibile negarlo) quando si qualifica in quale modo si concepiscono questi interessi. Contrariamente alle convinzioni invalse per due secoli di discussioni, polemiche e scissioni, la questione non riguarda unicamente le strategie e le tattiche che devono venir adottate, ma i criteri stessi dell'identificazione tra le diverse tendenze e i loro referenti principali. E' un concetto che potrebbe apparire complesso ma che riveste un’ importanza profonda. Se nel '17 il problema per Lenin era quello della presa del potere, oggi il contesto socio-economico ci pone di fronte anche ad altri nuovi problemi. Ad esempio, durante la Rivoluzione Russa rivestiva un ruolo centrale la produzione di grano. Oggi quel grano è prodotto in eccesso. La lotta per l'aumento di produzione ha condotto l'umanità in un sistema economico nel quale oltre l'80% del prodotto è superfluo. Ed è interessante notare che anche in zone fortemente depauperate come molte regioni dell'Africa Centrale, si abbia una sovrapproduzione di beni alimentari. A tal proposito centrale è lo studio dei teorici della Teoria della decrescita (come Serge Latouche e Mauro Bonaiuti) che proprio questo principio mettono bene in luce (1).

Le prospettive di miglioramento che sono perseguite da parte delle varie formazioni, inserite negli schemi classici del socialismo non sono precisate in senso proprio. Non affondano le proprie radici sugli aspetti psicologici umani. Anzi, questi vengono dati per scontati, oppure vengono pensati e considerati in maniera del tutto generica. In altri termini, si considera il miglioramento come un fatto oggettivo legato unicamente alla sconfitta o al ridimensionamento degli oppressori, da raggiungere utilizzandone gli stessi mezzi. Non si pone invece al centro della riflessione chi sono, chi possono e vogliono essere le donne e gli uomini cui si rivolge, e di conseguenza che mondo vogliono costruire. Cercano cioè di muovere la gente su questioni esclusivamente contingenti piuttosto che recepirne i sentimenti e le ragioni più intime e provare ad indirizzarli complessivamente sulla via della trasformazione globale, attraverso la presa di coscienza. Si rimettono al giudizio delle masse, ma queste vengono considerate come numeri per il proprio potere, ovvero come coloro che affidano o delegano ai propri rappresentanti politici le speranze di cambiamento. E' lo stesso copione della rivoluzione borghese del 1789 in Francia: gli oppressi e gli emarginati sono gli spettatori di cui hanno bisogno gli attori politici per legittimare il proprio ruolo e farne le fortune. L'importanza della moltitudine consiste nel consenso che fornisce politicamente o sindacalmente, al massimo ed eccezionalmente negli scossoni che provocano le loro ascese a patto che siano riassorbibili ed adattabili alle soluzioni già previste (in questo senso riveste un ruolo esemplificativo quanto accaduto a Kronstadt). In nessun caso primeggia il protagonismo umano che le persone esprimono nella loro lotta. Ma proprio questo protagonismo è quello che sospinge la gente di sinistra, che le fa sentire di sinistra. E’ questo protagonismo che alimenta la loro voglia di lottare, di veder cambiare il contesto in cui vivono. Ma i dirigenti delle formazioni della sinistra italiana sono preoccupati esclusivamente del loro risultato politico. Per queste formazioni vale il principio secondo il quale tutto dipende dalle masse in lotta, l'ultima e decisiva parola spetta invece alla loro attività. Dietro la presunta fiducia incondizionata nelle masse si nasconde spesso la sfiducia profonda verso le capacità creative e costruttive connaturate all'uomo e alla donna, premesse e motivi decisivi di qualsiasi ipotesi di autoemancipazione. Invece, tutto dovrebbe dipendere dalle persone che vogliono autoemanciparsi facendo leva sui loro valori etici (diametralmente opposti a quelli dominanti). In questo quadro e solo in questo quadro, le lotte e le rivoluzioni sono davvero decisive. La Comune parigina del 1871 e alcuni passaggi della rivoluzione russa come il primo Soviet del 1905 e quello libero di Kronstadt ci mostrano come i Consigli possano essere un'espressione di alta comunanza, un embrione di potere inclusivo e diretto e non semplicemente strumenti della rivoluzione.

La tematica dell’animalismo e i limiti della sinistra italiana. Il caso del Partito Comunista dei Lavoratori.

In questo quadro, analizzare il ruolo svolto dalle sinistre liberali in Italia (in particolare Sinistra e Libertà e i Verdi) è di particolare importanza. La tematica dell’animalismo è esemplificativa dei forti limiti di queste formazioni. Per queste infatti l’animalismo è una semplice appendice settoriale della propria proposta. Si difende l’animalismo in un 'ottica buonista ma guai a volerlo inserire in una proposta politica organica complessiva (dove la tematica risulta impopolare e non conveniente in termini di riscontro elettorale). Sembrerà assurdo, ma formazioni costruite sulla base di associazioni settoriali (ambientaliste, animaliste, etc.) come nel caso dei Verdi, nel momento in cui devono presentare il proprio programma organico risultano profondamente contraddittorie e in molti casi anche repressive perfino nell’ambito specifico che vorrebbero rappresentare. E questo almeno per due ragioni:

*   Vi è in queste formazioni una eccessiva preoccupazione per i risultati elettorali e il consenso immediato. Per questo aspetto una proposta realmente animalista risulterebbe controproducente;

*   In secondo luogo e soprattutto, queste formazioni cadono nei limiti di una visione liberale della società. L’oppressione capitalistica, le logiche individualistiche e meritocratiche, non solo non sono contrastate ma sono addirittura condivise. E’ il caso di SEL, un partito fondato sul MITO DELLA MERITOCRAZIA.

E così accade che SEL e Verdi risultino profondamente carenti nella proposta politica e che di fatto il loro ruolo nella lotta animalista sia profondamente negativo. In questo quadro non è un caso che l'impostazione più chiara e costruttiva emerga da una piccola formazione dell’estrema sinistra italiana: il Partito Comunista dei Lavoratori.
Il documento approvato nell’ultimo Congresso del PCL infatti esprime idee più chiare di quelle mediamente riscontrabili nell’ambiente delle sinistre italiane (SEL, Verdi, Rifondazione) e dello stesso attivismo animalista spesso insabbiato in prospettive contraddittorie e non realmente emancipative (neanche per gli stessi animali che si pretende di tutelare) .
Il documento del PCL invece, prova a ripercorrere alcune delle tappe concettuali imprescindibili per rendere effettiva la prospettiva della liberazione animale.
Tra queste vi è la constatazione che la storia del dominio e delle società gerarchiche si sia sviluppata a partire dalla domesticazione degli animali che, consentendo la produzione di un surplus di ricchezza e di energia, ha reso possibile la nascita delle svariate forme di discriminazione che storicamente si sono realizzate. E’ proprio il dominio dell’uomo sugli altri esseri viventi che ha poi prodotto il dominio dell’uomo sull’uomo. E’ una tesi centrale, ma che fino ad oggi non ha trovato cittadinanza in altre formazioni politiche. Proprio da questo aspetto non è possibile prescindere se si intende costruire una società non oppressiva. Il documento, comunque, può e dovrebbe essere migliorato, ad iniziare dall'inserimento d'importanti aspetti quali ad esempio la critica, incredibilmente assente, degli allevamenti intensivi.

Quella animalista è insomma una tematica dalla quale è impossibile prescindere. Solo cambiano le sensibilità e le prospettive culturali umane sarà possibile costruire una società libera. Ma libertà è solo liberazione. E' necessario intraprendere percorsi di autoemancipazione e di autoliberazione, aver fiducia nelle capacità umane.
Solo allora sarà possibile distruggere ogni forma di oppressione, della quale il capitalismo è solo l’ultima e più tremenda incarnazione.



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NOTE

(1)  Si fa qui riferimento alla Decrescita declinata in senso anticapitalistico. In particolare si sottolineano quei punti della Decrescita spesso sottovalutati ad iniziare dal principio della Redistribuzione di Latouche che pone il limite minimo del reddito garantito per tutti a 1.000 euro e quello massimo a 3.000 euro. Per un approfondimento si rimanda al volume curato da Mauro Bonaiuti “Obiettivo Decrescita”, EMI, 2005.


dal sito  http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/

lunedì 21 novembre 2011

CRISI AMBIENTALE E SOVRAPPOPOLAZIONE: COLPA DI 7 MILIARDI O DELL'1%?


CRISI AMBIENTALE E SOVRAPPOPOLAZIONE:
COLPA DI 7 MILIARDI O DELL'1%?
di Jan Angus e Simon Butler *


Le Nazioni Unite hanno comunicato che la popolazione mondiale ha raggiunto raggiungerà i 7 miliardi di individui nel mese di ottobre 2011.
L'avvicinarsi di questa scadenza ha scatenato un'ondata di articoli e di editoriali che individuano nella sovrappopolazione l'origine delle crisi ambientali mondiali. Sulla Times Square a New York è stato istallato un gigantesco e costoso video che spiegava come "la sovrappopolazione umana porta all'estinzione delle specie animali". (1) Nelle stazioni più frequentate del metrò londinese, dei pannelli elettronici avvertono che una popolazione di 7 miliardi di persone è ecologicamente insostenibile. (2)
Nel 1968 si poteva leggere nel best-seller di Paul Ehrlich, The Population Bomb, che "la battaglia per nutrire l'umanità" era terminata a causa della sovrappopolazione e che gli anni ‘70 sarebbero stati un periodo di carestie su scala mondiale e che il tasso di mortalità sarebbe cresciuto. Tutte queste predizioni si sono rivelate false. Ma, quattro decenni più tardi, i suoi successori utilizzano sempre ancora la medesima affermazione di Ehrlich "c'è troppa popolazione!" per spiegare i problemi ambientali.
Eppure la maggior parte dei 7 miliardi di individui non mettono in pericolo la terra. La maggioranza della popolazione mondiale non distrugge le foreste, non stermina le specie animali in pericolo, non inquina i fiumi e gli oceani e, fondamentalmente, non emette gas a effetto serra.
Persino nei paesi ricchi del Nord, la maggior parte delle distruzioni ambientali non vengono causate dagli individui o dalle economie domestiche, ma dalla miniere, dalle fabbriche e dalle centrali elettriche gestite da imprese che si preoccupano più dei profitti che della sopravvivenza dell'umanità.
Nessuna riduzione della popolazione americana avrebbe fermato l'avvelenamento del Golfo del Messico da parte di BP l'anno scorso.
Una diminuzione del tasso di natalità non arresterà l'estrazione delle sabbie bituminose del Canadà, uno dei crimini più stupefacenti che il mondo abbia mai visto, come l'ha giustamente definito l’ecologista americano Bill McKibben. (3)
L'accesso universale al controllo delle nascite dovrebbe essere un diritto umano fondamentale. Ma questo non avrebbe per nulla impedito le distruzioni massicce degli ecosistemi del delta del Niger realizzate da Shell o i danni di dimensioni incommensurabili che Chevron ha causato alle foreste tropicali dell'equatore.
Ironicamente: è mentre i gruppi "popolazionisti" concentrano la loro attenzione sui 7 miliardi di abitanti del nostro pianeta che i manifestanti del movimento Occupy dappertutto nel mondo identificano la vera fonte delle distruzioni ambientali: non sono i 7 miliardi, ma un "uno per cento", quella manciata di milionari e miliardari che possiedono di più, consumano di più e distruggono di più che tutti quanti noi messi insieme.
Negli Stati Uniti, l’"uno per cento" dei più ricchi possiede la maggioranza di tutte le azioni e partecipazioni delle imprese, il che dà loro un controllo assoluto su queste società che sono direttamente responsabili della maggior parte delle distruzioni ambientali.

Un recente rapporto (4), realizzato dall'ufficio di consulenza britannico Trucost per le Nazioni Unite, stima che 3000 imprese da sole provocano ogni anno danni ambientali per 2.150 miliardi di dollari, il che corrisponde, secondo questo stesso rapporto, a circa un terzo dell'insieme dei "costi ambientali". Per quanto scandalosa questa cifra possa sembrare - ricordiamo che soltanto 6 paesi al mondo raggiungono un PIL superiore a questa somma - esso minimizza comunque sensibilmente i danni perché esclude i costi che risulterebbero da "potenziali avvenimenti di forte impatto, quali la pesca eccessiva o il crollo di ecosistemi" e "dai costi esterni causati dall'utilizzazione e l'eliminazione dei prodotti, come pure dall'utilizzazione da parte delle imprese di altre risorse naturali, dall'emissione di una maggior quantità di inquinanti tramite le loro attività nonché di quelle dei loro fornitori."

Così, per esempio nel caso delle compagnie petrolifere, la cifra copre le "operazioni normali", ma non i morti e le distruzioni causate dal riscaldamento globale, e nemmeno i danni causati dall'utilizzazione dei loro prodotti su scala mondiale, e neanche i miliardi di miliardi di dollari che costa la pulizia delle "maree nere". I danni reali causati da queste compagnie da sole devono essere ben superiori ai 2.150 miliardi di dollari, e questo ogni anno.
L'"un per cento" poi, controlla pure i governi che dovrebbero regolare queste imprese distruttrici. Il 46% dei membri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti sono milionari, così come il 54% dei senatori, e tutti i presidenti dopo Eisenhower (1953-61).
Grazie al governo , l'"uno per cento" controlla l'esercito americano, il più grande consumatore di petrolio del mondo, e, di conseguenza, uno dei più grandi produttori di gas a effetto serra. Le operazioni militari producono più rifiuti pericolosi delle cinque maggiori imprese chimiche riunite. Più del 10% dei depositi di rifiuti pericolosi toccate dal "Superfond" negli Stati Uniti sono situati in basi militari. (5)
Quelli che credono che un rallentamento della crescita della popolazione mondiale fermerà o rallenterà le distruzioni ambientali ignorano semplicemente le cause reali e le minacce immediate per la vita sul nostro pianeta. Le imprese e gli eserciti inquinano e distruggono gli ecosistemi non perché ci sono troppi abitanti sulla terra, ma perché ciò permette di realizzare dei profitti.

Anche se i tassi di natalità dell'Iraq o dell'Afghanistan scendessero a zero, l'esercito americano non utilizzerebbe meno petrolio.

Anche se tutti i paesi africani adottassero la politica di "un figlio per ogni famiglia" (senza menzionare i problemi demografici e sociali che ciò comporterebbe) le compagnie energetiche degli Stati Uniti, della Cina e d'altrove continuerebbero a bruciare materie fossili, rendendo sempre più vicina una catastrofe climatica.

Coloro che criticano le tesi della sovrappopolazione vengono spesso accusati di credere che non ci sia nessun limite alla crescita. Nel nostro caso, questo è semplicemente falso. Quel che noi diciamo, è che in un mondo ecologicamente razionale e socialmente giusto, in cui le famiglie numerose non sono una necessità sociale ("assicurazione malattia e vecchiaia") per centinaia di milioni di persone, la popolazione si stabilizzerebbe. Come afferma Betsy Hartmann (scrittrice giornalista americana, autrice tra l'altro di opere sulle questioni del controllo delle nascite in una prospettiva femminista, e su questioni ecologiche) "la miglior politica in materia di popolazione è quella di concentrare il miglioramento del benessere umano sotto tutti i suoi aspetti. Bisogna prendersi cura della popolazione, e la popolazione diminuirà".

Le molteplici crisi ambientali esigono un'azione rapida e decisiva, ma non potremo agire con efficacia se non comprendiamo perché si verificano. Se facciamo una diagnosi sbagliata della malattia, perderemo nel migliore dei casi tempo prezioso ad applicheremo rimedi inefficaci; nel caso peggiore, peggioreremo le crisi.
L'argomento per cui "c'è troppa popolazione" dirige l'attenzione e gli sforzi di militanti sinceri verso programmi che non avranno nessun impatto reale. Nel contempo, ciò indebolirà gli sforzi volti a costruire un movimento mondiale contro le distruzioni ecologiche: ciò divide le nostre forze e rende responsabili di queste crisi e dei problemi ad essa connessi le vittime stesse della crisi.
Soprattutto, questo argomento ignora il ruolo distruttivo massiccio giocato da un'economia irrazionale e un sistema sociale che nel proprio DNA ha iscritte un’enorme produzione di rifiuti e la devastazione dell’ambiente. Non è la grandezza della popolazione che è alla radice delle crisi ecologiche attuali: è il sistema capitalista e il potere dell’"uno per cento".
Come ha affermato una volta il pioniere dell’ecologia Barry Commoner: “L’inquinamento non prende inizio nelle case delle famiglie, ma nella sale dei consigli d'amministrazione delle imprese".


26 ottobre 2011

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NOTE

1. http://www.biologicaldiversity.org/news/press_releases/2011/7-billion-09-07-2011.html


2. http://populationmatters.org/2011/news/7-billion-day-population-matters-takes-action/.

3. Le sabbie bituminose in questione, cioè la miscela di acqua e di sabbia mescolate a bitume, a partire dal quale è possibile produrre petrolio grezzo, sono quelle di tre giacimenti che ricoprono quasi il 20% del territorio dello Stato di Alberta, in Canadà. Solo una parte di questi giacimenti, in particolare lungo il fiume Athabasca, può essere oggetto di un'estrazione e di una trasformazione in petrolio grezzo con le tecniche attuali. È in questa. regione che venne creata nel 1967 la prima miniera di sabbia bituminosa del mondo. Una seconda venne messa in servizio nel 1978 , una terza nel 2003. Oggi tre grandi compagnie sfruttano queste sabbie bituminose: Suncor, Syncrude e Shell Canada. L'aumento dei prezzi del petrolio incoraggia la messa in sfruttamento di nuovi campi bituminosi, la cui tecnica di estrazione e di trasformazione è molto costosa (tra 9 e 12 dollari il barile, mentre in Irak o in Arabia Saudita è di 1 dollaro il barile). La costruzione di una pipeline è stata negoziata con PetroChina per avviare il petrolio fino al porto di Kitimat, nella Colombia Britannica, sulla costa ovest.
La produzione di petrolio a partire dalle sabbie bituminose (avviata oltre che in Canadà in Venezuela, nel delta dell’Orinoco) è ecologicamente disastrosa. Porta con sé la distruzione della foresta, delle torbiere e dei fiumi della regione. Lo Stato di Alberta è una delle regioni più inquinate del paese , in cui il tasso di cancro è elevato e sono stati costatati altri problemi sanitari. L'estrazione di un solo barile di petrolio genera inoltre più di 80 grammi di gas a effetto serra. (NdR)

4.  http://www.trucost.com/article/14/investors-set-to-increase-pressure-on-companies-causing-significant-environmental-costs

5.  “Superfund" è il termine usato per la legge federale del 1980 intitolata Comprehensive Environmental Response, Compensation, and Liability Act. Ha per oggetto la pulizia dei siti inquinati da rîfiuti pericolosi. Questa legge attribuisce all' Agenzia di protezione dell'ambiente degli Stati Uniti il compito di identificare le parti responsabili della contaminazione dei siti per costringerli a ripulirli. Se queste non possono venir identificate o non sono in grado di pagare, l'agenzia pulisce essa stessa i siti ricorrendo a un fondo speciale. Alla fine del 2010, 1280 siti figuravano sulla " lista nazionale prioritaria" dei siti da ripulire. (NdR)


* Questo articolo, è apparso sul sito dell'International socialist organisation (ISO), www.socialistworker.org , il 26 ottobre scorso. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà-Ticino. Ian Angus e Simon Butler sono coautori dell'opera “Too Many People? Population, Immigration, and the Environmental Crisis” Il primo è editore del giornale eco-socialista “Climate and Capitalis” (http://climateandcapitalism.com/ ), il secondo è editore del settimanale australiano “Green Left Weekly” (http://www.greenleft.org.au/).


dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/index.php

lunedì 22 agosto 2011

PERCHE' UN ECOSOCIALISMO LIBERTARIO


PERCHE' UN ECOSOCIALISMO LIBERTARIO


Nella confusione e nella diaspora che tuttora affliggono il variegato mondo del socialismo italiano ritrovare alcuni punti fermi di indirizzo che possano essere utili a rilanciare una identità ed una prassi condivisa da tutti coloro che avversano il modello del pensiero unico e della globalizzazione del totaliarismo neoliberista, che si impone a suon di bombe e speculazioni finanziarie, è quanto mai utile e necessario.
Utile come strumento di consapevolezza, soprattutto per capire che le crisi finanziarie globali rappresentano la frattura profonda di un artificio tutt'altro che inossidabile, che esse piovono inesorabili su interi stati e popoli, specialmente i più poveri ed emarginati, non come una pioggia acida senza rimedio, di fronte alla quale solo i privilegiati possono credere di aprire l'ombrello che li mette al riparo. Ma che esse sono un fenomeno tra i più terribili e rovinosi, messo in atto scientificamente da essere umani il cui unico fine è l'uso delle risorse umane e naturali per fini di profitto.
Necessario perché se un tempo il motto era «socialismo o barbarie», oggi, debitamente aggiornato, con le attuali sfide che mettono a serio rischio la sopravvivenza di intere specie viventi sul pianeta, dovute ad un modello di sviluppo che ignora l'equilibrio tra le relazioni umane e quello tra noi e la natura, esso diventa necessariamente «ecosocialismo o suicidio globale».
L'Ecosocialismo accoglie pienamente questa nuova sfida del terzo millennio ed offre una via d'uscita al modello neoliberista imperante con la sua proposta di democrazia partecipativa e in equilibrio con la natura. Non è un modello utopistico.
Come scrive il teologo e filosofo Leonardo Boff, infatti, «Tra molti progetti esistenti in America Latina come l’economia solidale, l’agricoltura organica familiare, le sinergie alternative pulite, la Via Campesina, il Movimento Zapatista e altri, vogliamo metterne in evidenza due per il rilievo universale che rappresentano: il primo è il «Ben Vivere», il secondo la «Democrazia Comunitaria e della Terra», come espressione di un nuovo tipo di socialismo...La democrazia sarà dunque socio-terrena-planetaria, la democrazia della Terra. C’è gente che dice: tutto questo è utopia. E di fatto lo è, ma si tratta di una utopia necessaria. Quando avremo superato la crisi della Terra (se poi la supereremo), il cammino dell’umanità potrebbe essere questo: globalmente ci organizzeremo intorno al “Ben Vivere”, a una “Democrazia della Terra”, alla biocivilizzazione (Sachs). Già esistono segnali anticipatori di questo futuro.»
La prospettiva dell'Ecosocialismo del XXI secolo è configurata anche nel manifesto di Michael Lowy e Joel Kovel, in cui viene rilevato, tra l'altro che «se affermiamo che il capitale è radicalmente insostenibile e si frammenta nelle barbarie appena descritte, allora affermiamo anche che è necessario costruire un socialismo capace di superare le crisi che il capitale ha provocato nel tempo. E anche se i socialismi del passato non sono riusciti a farlo, se scegliamo di non sottometterci ad un destino barbaro, allora abbiamo l’obbligo di lottare per un altro socialismo che sia capace di vincere. Allo stesso modo in cui la barbarie è cambiata in modo da rispecchiare il secolo trascorso dal momento che Luxemburg ha espresso la sua speranzosa alternativa, il nome e la realtà del socialismo devono essere quelli che richiede il nostro tempo.
Per questi motivi chiamiamo ecosocialismo una nostra interpretazione del socialismo e abbiamo deciso di dedicarci alla sua realizzazione. Vediamo l’ecosocialismo non come la negazione, ma come la realizzazione dei socialismi del primo periodo del XX secolo, nel contesto della crisi ecologica. Come quei socialismi, il nuovo si costruisce a partire dalla percezione del capitale come lavoro oggettivato e si fonda sul libero sviluppo di tutti i lavoratori o, per dirlo in altre parole, sulla fine della separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione.»
Non possiamo più dunque considerare che possano esistere degli aggregati politici basati sulla separazione di concetti ormai talmente interdipendenti da non sussitere affatto nella loro singola consistenza specifica, se ancora considerati separatamente tra loro come socialismo, democrazia ed ecologia.
Non hanno più senso conseguentemente partiti che siano «democratici», «socialisti» o «ecologisti», separatemente, e non ne hanno in particolare, ancor di più, se non sono capaci di interagire per creare insieme delle valide alternative politiche ai modelli imperanti.
Non parliamo poi del fatto che alcuni sopravvivono usando tali «attributi» solo come mascheramento di interessi localisti, clientelari e mirati solo al controllo del territorio per fini personalistici o di mantenimento del potere di casta.
L'affermazione di un sostanziale dominio di modelli plutocratici e monopolisti è dovuto proprio in gran parte a tale fattore: si usa il profitto e la speculazione finanziaria per sovvenzionare modelli di governo che non trovano davanti a loro stessi valide alternative.
E queste ultime non vengono messe in atto perché in quella che dovrebbe risultare una opposizione credibile e attivamente impegnata a creare alternative popolari, regna sovrano il diktat del «divide et impera», spesso suffragato da una sorta di «prostituzione» con cui i cosiddetti oppositori si lasciano comprare, pur di restare divisi, inefficaci e collaterali ad un intero sistema di sfruttamento e di smantellamento dei diritti essenziali dei cittadini, i quali, spesso, sono indotti a svolgere solo un ruolo di sudditi impotenti e, quando votano, attribuiscono, nella maggior parte dei casi, il loro consenso ad un leader o ad un «contenitore partitico vuoto», privo cioè di progettualità ed efficacia.
L'Ecosocialismo richiede dunque, a tal fine, una coscienza avanzata, una capacità di attenzione ai fenomeni in atto, con strumenti adeguati di controinformazione ed una forza di mobilitazione che non sia condizionata e veicolata dalle forze politiche, sindacali ed economiche dominanti, in particolare da quegli strumenti mediatici che sono al servizio del sistema imperante.
La cultura libertaria è stata lungamente attiva nella prima metà del secolo scorso, come ricorda bene Robin Hahnel: "All'inizio del XX secolo, il socialismo libertario era una forza potente tanto quanto la socialdemocrazia e il comunismo". L'Internazionale libertaria - fondata con il Congresso di Saint Imier qualche giorno dopo la rottura tra marxisti e libertari al Congresso dell'Internazionale Socialista dell'Aia nel 1872 - si batté con successo per più di cinquant'anni contro social-democratici e comunisti al fine di conquistare la fedeltà degli attivisti anticapitalisti, dei rivoluzionari, dei lavoratori e dei membri di sindacati e partiti politici. I socialisti libertari ebbero un ruolo cruciale nel corso della Rivoluzione messicana del 1911. Venti anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, i socialisti libertari erano ancora sufficientemente forti da ritrovarsi alla testa di quella che sarà la rivoluzione anticapitalistica di maggior successo che le economie industriali abbiano mai conosciuto, la Rivoluzione sociale che scosse la Spagna repubblicana nel 1936-1937."
Essa purtroppo è stata in seguito fortemente messa in crisi dall'avvento dei totalitarismi, prima politici e poi economici, che, dopo averne fatto il loro bersaglio privilegiato, si sono affermati e combattuti nelle loro convulsioni distruttive, durante la seconda metà del Novecento, sia con armi potentissime sia con politiche neocoloniali e regimi imperialistici di vasta portata e che ancora sono messi in atto mediante il modello totalitario della globalizzazione a fini di profitto.
Oggi, però, tale orientamento va molto al di là di queste radici, e, grazie al particolare valore che esso attribuisce alla libertà e alla consapevolezza umana, non intesa genericamente in senso collettivo, ma a partire da ciascuna libera coscienza individuale, si rivolge validamente a tutti coloro che vogliono efficacemente lottare contro tutti i condizionamenti di carattere culturale, materiale ed economico (povertà, indigenza, emarginazione) che ostacolano sia la giustizia sociale che la libertà di ciascuno.
Un grande autore libertario come Berneri asseriva che «la libertà umana è capacità di sorpassare ostacoli, interni od esterni, e di crearsi.» Non vi è dunque un assioma ideologico alla base di un impegno ecosocialista libertario, ma semplicemente la creatività di un percorso e la capacità di scoprire in esso un'etica di condivisione non soltanto del bisogno e delle prospettive di sviluppo umano, ma anche di orizzonti e di rapporti con l'ambiente naturale, e con la biodiversità che, non l'uomo in se stesso, ma l'attuale modello di pseudo civiltà umana imperante minaccia con spietata volontà distruttiva.
Diceva un grande studioso libertario della terra come Jacques Élisée Reclus, già agli albori dello sviluppo industriale, che i fenomeni che osserviamo nella natura non vanno considerati isolatamente, ma nelle loro imprescindibili relazioni: "studiare a parte e in modo dettagliato l'azione particolare di questo o quell'elemento dell'ambiente: freddo o caldo, montagna o pianura, steppa o foresta, fiume o mare in una determinata tribù; ma è attraverso uno sforzo di pura astrazione che ci si ingegna a presentare questo particolare dell'ambiente come se esistesse in maniera distinta e che si cerca di isolarlo da tutti gli altri per studiarne l'influenza essenziale. Persino laddove quest'influenza si manifesta in modo assolutamente preponderante nei destini materiali e morali di una società umana, essa si frammischia ad una congerie di altri stimoli concomitanti o contrari nei loro effetti. L'ambiente è sempre infinitamente complesso e l'uomo è di conseguenza sollecitato da migliaia di forze diverse che si muovono in tutti i sensi, sommandosi le une alle altre, alcune direttamente, altre seguendo angoli più o meno obliqui, oppure contrastando reciprocamente la loro azione". L'uomo non è che una parte organica di un sistema complesso e variamente articolato da cui non può prescindere e in cui non può in alcun modo pretendere di imporsi.
Egli ci ricorda che stessa lotta tra le classi, che egli testimoniò partecipando alla Comune di Parigi, non è altro che "la ricerca dell'equilibrio".
Tale lotta oggi è globale per riequilibrare il mondo, e va dunque affrontata con strumenti culturali, economici e sociali globalmente avanzati.
Con questa consapevolezza ci rivolgiamo fiduciosi a tutti coloro che vorranno annaffiare questo grano di senape affinché diventi albero frondoso per restituire ossigeno alla terra, frutti e frescura all'umanità e rifugio sicuro per gli uccelli di un cielo più limpido e trasparente.

C.F.
 
21/08/2011
 
dal sito  http://ilsocialistalibertario.blogspot.com/
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