Diari di Cineclub

Diari di Cineclub
Rivista Cinematografica online e gratuita
Visualizzazione post con etichetta GUERRA DI COREA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta GUERRA DI COREA. Mostra tutti i post

giovedì 7 settembre 2017

USA - COREA DEL NORD, CHI MINACCIA CHI? di Steve Leigh e Alan Maass







USA - COREA DEL NORD, CHI MINACCIA CHI?
di Steve Leigh e Alan Maass


Il primo passo per opporsi alla minaccia di guerra crescente in Corea è denunciare l’ipocrisia dei signori della guerra di Washington.



L’impensabile possibilità di una guerra nucleare è di nuovo alla ribalta dopo che funzionari del governo hanno reagito con stridule minacce alle affermazioni del governo nordcoreano di aver testato la sua più potente bomba nucleare.

Questa non è che la più recente escalation nel gioco del coniglio nucleare, con provocazioni calcolate da ogni parte – anche se, a giudicare dai media mainstream, la Corea del Nord di Kim Jung-Un sarebbe l’unica a rischiare di condurre il mondo sull’orlo di un incubo. Falso. Il test nordcoreano di quella che viene definita una bomba all’idrogeno più distruttiva, insieme al lancio di missili apparentemente capaci di portare una testata nucleare, è giunto nel giro di alcuni giorni dalle esercitazioni militati su vasta scala condotte da Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud.

lunedì 24 gennaio 2011


       LA DIMENTICATA GUERRA DI COREA


                                 di Antonio Moscato

Pubblichiamo dai Quaderni della Fondazione Che Guevara, per gentile concessione della MASSARI EDITORE questo saggio di Antonio Moscato che si può anche trovare, in una versione leggermente diversa, nel sito dell'autore http://antoniomoscato.altervista.org/

________________________________________________________________



PREMESSA AUTOCRITICA DI OMAGGIO AL CHE

Quando lessi per la prima volta i riferimenti nei primi scritti di Guevara alla guerra di Corea, messa sullo stesso piano di quella del Vietnam, ammetto che avevo pensato si trattasse di una ingenua accettazione di un mito diffuso nel movimento comunista negli anni della formazione del Che: la Corea del Nord sarebbe stata vittima di un' aggressione del Sud, subito rintuzzata con tanto slancio da occupare gran parte delle repubblica meridionale ecc.
In effetti la realtà era più complessa e la guerra di Corea fu molto diversa da quella del Vietnam per vari aspetti: in primo luogo il peso preponderante dell'esercito regolare del Nord rispetto alla guerriglia, ma anche l'incoraggiamento dato dall'Urss staliniana per un'errata valutazione dei rapporti di forza internazionali, e anche per costringere la Cina, appena liberata, a impegnarsi in una lotta dura e pericolosa anziché sui problemi interni. Inutile dire che dal "campo socialista" il Vietnam fu frenato e non incoraggiato a lottare per la riunificazione.
Tuttavia il Che aveva colto un aspetto essenziale: quella guerra pur cominciata in modo discutibile e presentata con una propaganda "vittimista" poco verosimile, era una guerra legittima per la riunificazione di un popolo diviso non per sua scelta, e fu condotta con una tenacia tale da infliggere durissimi colpi al potentissimo esercito degli Stati Uniti.
Proprio in base a questa esperienza, molto probabilmente, i settori oltranzisti del Pentagono che progettavano di invadere la Repubblica popolare del Vietnam del Nord, restarono in minoranza. In definitiva fu una guerra che se localmente ha lasciato un pesantissimo strascico ed è stata pagata a carissimo prezzo dalla popolazione (del Nord, ma anche del Sud), ha contribuito a bloccare per decenni le velleità più aggressive dell'imperialismo.
Ricordarla oggi, è anche un modo per rendere omaggio alla lungimiranza del Che.



La guerra di Corea sembra sia stata del tutto dimenticata, anche se ha provocato almeno quattro milioni di morti. Mentre di quella del Vietnam arriva alle giovani generazioni almeno un pallido riflesso attraverso film e riferimenti generici nei dibattiti politici, di quella di Corea non si parla praticamente mai, forse anche perché quanto rimane della sinistra è imbarazzata dall’inequivocabile responsabilità dello stalinismo nel suo inizio, mentre la destra non ama ricordare (e meno che mai oggi, di fronte agli incerti esiti della guerra in Iraq) in che terribili difficoltà si trovarono gli armatissimi marines, che non riuscirono a stravincere, e dovettero accettare un compromesso imposto dalla maggior parte degli alleati rinunciando all’escalation atomica più volte preannunciata pubblicamente.
Dei tanti film prodotti su di essa a Hollywood, per giunta, neppure uno è sopravissuto a quegli anni per la troppo evidente rozzezza propagandista accompagnata da un non dissimulato razzismo.
Invece può essere utile ritornare su quell’episodio, che fornisce alcuni spunti per riflettere su alcune contraddizioni ricorrenti nella politica estera degli Stati Uniti, sulla difficoltà a concepire un’alleanza con Stati sovrani e non vassalli, e anche sulle difficoltà a affrontare una vera guerra prolungata, sia pure “asimmetrica”. A questa rilettura si presta molto bene il libro di uno studioso canadese, Steven Hugh Lee, dedicato appunto a La guerra di Corea (1).
Un libro attentissimo sia alla delicata questione delle divisioni interne all’establishment di Washington, sia ai conflitti degli Stati Uniti con alcuni degli alleati, in particolare con Canada e Gran Bretagna.


                                Gli antefatti della guerra

La Corea aveva avuto per tredici secoli un’esistenza sostanzialmente indipendente e abbastanza stabile sotto tre dinastie (si susseguirono la Silla dal 668 al 935, la Koryo dal 935 al 1392, e la Yi –o regno Choson- dal 1392 al 1910, sia pure sotto l’influenza culturale della Cina, con il cui Impero esisteva un rapporto di vassallaggio quasi simbolico. Nel XV secolo la Corea aveva raggiunto un livello notevole di civiltà: tra l’altro si era dotata di un originale alfabeto fonetico, che aveva permesso di realizzare la stampa a carattere mobili mezzo secolo prima di Gutemberg.
Nella seconda metà del XIX secolo il declino della Cina accelerato dalla Guerra dell’oppio del 1840-1842, aveva esposto anche la Corea alla penetrazione dei paesi imperialistici, e del Giappone, che appariva allora solo un loro prezioso ausiliario per il rapido intervento di repressione delle rivolte in Cina e nell’area, ma che si preparava ad assumere un ruolo di primo piano almeno a livello regionale.
Il Giappone, a cui prima gli Stati Uniti e poi le potenze europee avevano imposto dal 1854 una serie di “Trattati ineguali”, già nel 1876 imitava i suoi maestri imponendone uno analogo al Regno di Corea. Seguirono poi gli Stati Uniti nel 1882, Inghilterra e Germania nel 1883, Italia e Russia nel 1884, Francia 1886, Austria 1892, e perfino Belgio e Danimarca, rispettivamente nel 1901 e 1902. Ma era il Giappone che aveva messo l’ipoteca più grande sulla Corea: fin dal 1894 vi era intervenuto militarmente col pretesto di reprimere una rivolta contadina. Le proteste cinesi innescavano la guerra cino-giapponese, al termine della quale la Cina aveva perso del tutto Taiwan e le isole Pescadores, mentre il Giappone aveva conquistato posizioni in Manciuria e in Corea. Appoggiato da Stati Uniti e Gran Bretagna il nascente imperialismo nipponico sorprese il mondo sconfiggendo la potenza russa (che era stata considerata per tutto il secolo precedente una delle più forti d’Europa), e approfittò di quel successo per spazzare via la dinastia Yi, che regnava sulla Corea dal 1392. Il 27 luglio 1905 un trattato segreto con gli Stati Uniti (conosciuto poi come Katsura-Taft) dava via libera alla colonizzazione giapponese della Corea, in cambio di un analogo atteggiamento nipponico di fronte alla colonizzazione statunitense delle Filippine.
Nel 1910 la Corea veniva formalmente annessa al Giappone, dopo una spietata repressione di chi tentava di resistere (nel solo 1907-1908, secondo fonti giapponesi, furono uccisi 14.566 “ribelli” coreani). Tra il 1910 e il 1945 la dominazione giapponese fu durissima: il 46% delle terre, le migliori, vennero requisite per i coloni giapponesi, le industrie di beni di consumo annientate, mentre due milioni di coreani furono costretti a emigrare in Giappone dove lavorarono nell’industria bellica, mal pagati e discriminati.
Già il 1 marzo 1919, tuttavia, si ebbe una grandissima mobilitazione per l’indipendenza, promossa da trenta personalità con una dichiarazione inviata al governatore giapponese e letta in tutte le città: fu repressa nel sangue (con migliaia di morti), ma rappresentò un punto di riferimento per il futuro e vide emergere alla testa del movimento di resistenza i primi marxisti, che nel 1925 diedero vita al partito comunista di Corea.
Negli anni ’30 un settore del Partito comunista si legò alla resistenza cinese in Manciuria, dove fece preziose esperienze di guerriglia, mentre altri militanti, rifugiatisi in Urss entrarono come ufficiali nell’Armata Rossa.
Tra il 1937 e il 1945 c’erano stati sporadici episodi di guerriglia antigiapponese, poi esaltati dalla propaganda della Corea del Nord soprattutto per ingigantire il ruolo svolto da Kim-Il-Sung che dopo aver eliminato i suoi avversari nel partito, divenne di fatto “il fondatore della quarta dinastia” lasciando alla sua morte nel 1994 il mediocre figlio Kim Jong-il al potere in un paese dissestato. Ma di fatto il Giappone dalla corea non è stato cacciato da una lotta del popolo (come è accaduto invece in Vietnam), ma al momento della sua resa dopo Hiroschima e Nagasaki.
L’occupazione del paese avvenne da parte delle truppe sovietiche che scendevano dalla Manciuria, e da quelle statunitensi sbarcate a Sud per non lasciare l’intero paese all’influenza sovietica. L’intervento dell’Urss nella guerra col Giappone (più volte sollecitato da Roosevelt) era avvenuto tardivamente, quando già Truman aveva deciso, proprio come ammonimento all’Urss, il lancio delle atomiche su un Giappone già disposto alla resa.
Tuttavia il dilagare delle truppe sovietiche, che avevano al loro interno molti coreani, rifugiatisi da molti anni nella vicina Vladivostok, e la preoccupazione ben maggiore per il futuro della Cina, portarono Washington ad accettare come una necessità la spartizione della Corea in due zone di influenza e quindi per il momento di occupazione militare. Il confine provvisorio tra le due zone fu tracciato quasi casualmente lungo il 38° parallelo su una cartina da alcuni ufficiali statunitensi che non erano mai stati in Corea, e fu accettato poi da Stalin, anche se con scarso entusiasmo dei comunisti coreani.
Ovviamente i due embrioni di stato che si formarono al Nord e al Sud (e che saranno più tardi costituiti formalmente come Repubblica popolare di Corea e Repubblica di Corea), analogamente a quanto accadde nello stesso periodo nella Germania divisa, svilupparono una forte ostilità reciproca per ragioni sociali interne: attorno a Syngman Rhee, nel sud, si raccolgono non solo gli elementi più conservatori, ma anche i resti dell’amministrazione che aveva collaborato con l’occupazione giapponese,mentre il Governo del Nord incoraggia la formazione di comitati contadini in tutto il paese, e soprattutto nel Sud, dove vengono quotidianamente repressi.
L’inizio della guerra fredda si somma dunque a tensioni sociali e politiche preesistenti e prepara la miscela esplosiva per la deflagrazione del conflitto.


                  La responsabilità dell’inizio della guerra

Le infiltrazioni e gli attacchi reciproci (del Sud e del Nord) erano iniziate sin dal 1948, cioè molto prima che cominciasse la guerra vera e propria. Il conflitto era stato posto subito sotto “l’egida dell’ONU”, che aveva avuto un ruolo ipocrita avallando in pieno l’intervento degli Stati Uniti in quella che era di fatto una guerra civile, una lotta per l’unificazione del paese e, dal punto di vista della Corea del Nord, una prosecuzione della lotta antigiapponese (dato che nel sud, intorno al governo della Repubblica di Corea sotto la protezione USA, si erano raccolti molti collaborazionisti).
Ovviamente nelle ricostruzioni di comodo si sorvola sul fatto che il Giappone, che aveva oppresso la Corea per quaranta anni (dal 1905 al 1945), era diventato dopo la seconda guerra mondiale uno stretto alleato degli Stati Uniti, e questo pesava non solo nella propaganda comunista, ma nella stessa percezione del pericolo da parte della popolazione della Repubblica Popolare di Corea, nel nord.
Per giunta gli Stati Uniti si erano immischiati più volte nelle vicende della penisola: già nel 1871 avevano bombardato dei forti sul fiume Han, e altrettanto avevano fatto in anni successivi con vari pretesti. In varie fasi della penetrazione giapponese nella Corea (che portò nel 1894-1895 alla guerra cino-giapponese), gli Stati Uniti avevano sostenuto il Giappone, che dopo l’impresa del commodoro Perry del 1853 era diventato un loro protettorato di fatto, a cui erano stati imposti trattati ineguali, e a cui era stato vietato di mettere il naso nell’area che cominciava a interessare l’espansionismo degli USA. Ad esempio nel 1881 il governo giapponese fu costretto a rifiutare un trattato su basi di uguaglianza proposto dalle Hawai, che erano ancora (per poco!) uno Stato indipendente.
La penisola coreana fu conquistata durante la guerra russo giapponese; già nel 1905 il suo possesso fu riconosciuto al Giappone dagli Stati Uniti, in cambio dell’accettazione da parte giapponese della conquista statunitense delle Filippine avvenuta nel 1898 (insieme a quella di Cuba, Portorico e Guam) e fortemente contestata da una tenace guerriglia locale che – come a Cuba – aveva cominciato con successo da anni la lotta contro il dominio spagnolo. Il Giappone era stato fortemente tentato di appoggiare l’opposizione agli Stati Uniti ma preferì concentrare per il momento i suoi sforzi nell’assimilazione della Corea e delle parti della Manciuria in cui aveva messo piede.
Tutti gli osservatori non faziosamente filostatunitensi riconoscono oggi che l’episodio che dà inizio alla guerra vera e propria, il 25 giugno 1950, era stato preceduto da centinaia di attacchi anche delle forze militari del sud a varie regioni del nord, oltre che da infiltrazioni di guerriglieri provenienti dal nord in diverse regioni del sud, dove avevano appoggiato rivolte contadine represse poi nel sangue. (2) Il regime di Syngman Rhee d’altra parte si era distinto anche nella repressione della sinistra non comunista nel sud.
Certamente l’attacco (o contrattacco, come sostenne con scarsa verosimiglianza) del giugno 1950 fu un tentativo maldestro del regime di Pyongyang di dare un colpo definitivo ai tentativi di aggressione più volte praticati e teorizzati pubblicamente da Syngman Rhee, e fu incoraggiato da Stalin irresponsabilmente. Secondo molti commentatori voleva probabilmente impegnare in questa guerra il governo comunista della Cina (arrivato al potere da meno di un anno), bloccandone ogni velleità di costruirsi una politica indipendente. Molti autori hanno sottolineato che in quella fase Mao cercava – senza successo - un modus vivendi con gli Stati Uniti. Ma non occorrono informazioni speciali per capire che un paese uscito da decenni di terribile guerra civile avrebbe avuto bisogno di un periodo di tregua, e di normali relazioni commerciali per procurarsi attrezzature industriali e tecnologia.
Di armi invece non ne aveva bisogno, anche perché l'esercito nazionalista si era sfaldato lasciando nelle mani dei comunisti enormi arsenali forniti dagli Stati Uniti.
La guerra fu combattuta nella prima fase solo dagli eserciti delle due Coree, e si stava concludendo con una clamorosa sconfitta del sud (il cui dittatore era fuggito in Giappone con tutte le risorse auree del paese). Presto però intervennero a fianco (o meglio al posto) dell’esercito sudcoreano ingenti forze statunitensi, con qualche contingente inglese, australiano e canadese, e la presenza simbolica di diversi Stati tra cui l’Italia. Poté essere presentata come una guerra sotto “l’egida dell’ONU”, solo grazie a un gioco ambiguo della stessa URSS, che si assentò per molti mesi dal Consiglio di Sicurezza per protesta contro la non assegnazione alla Cina del seggio permanente lasciato a Taiwan, evitando così di bloccare col suo veto la decisione di riconoscere come legittimo il già avvenuto intervento degli Stati Uniti.
Hugh Lee riporta, per spiegare l’atteggiamento di Stalin, la sua autocritica sul mancato appoggio alla lotta dei comunisti cinesi, fatta soprattutto con i dirigenti jugoslavi che discussero a lungo con Stalin prima della rottura (in particolare a proposito della guerriglia in Grecia). Ma non c’è dubbio che il suo comportamento pose seri problemi alla Cina, che quando le truppe statunitensi arrivarono al fiume Yalu che segna il confine tra Corea del nord e Repubblica popolare cinese, fu costretta a inviare a sostegno dei comunisti coreani centinaia di migliaia di volontari.
Grazie all’ambiguità dell’ONU avallata dall’URSS la guerra fu presentata al mondo come una “azione di polizia” internazionale, e condotta con decisione sotto il comando del generale MacArthur, poi, dopo la sua destituzione perché le sue minacce avventate e troppo esplicite di invasione della Cina e di uso delle atomiche avevano suscitato le proteste di Canada e Gran Bretagna, dal generale Ridgway (soprannominato poi “generale peste” perché accusato –con qualche fondamento- di aver usato armi batteriologiche letali).
La Cina, praticamente costretta a intervenire con i suoi “volontari” (alcuni efficienti e sperimentati, tra cui molti coreani che avevano combattuto nell’Esercito Popolare cinese, mentre altri erano stati arruolati tra i resti delle armate nazionaliste sconfitte) fu sottoposta a una prova durissima, anche se militarmente efficace, che segnò i suoi rapporti futuri con l’Urss, a cui non perdonò di non aver sostenuto adeguatamente chi era stato mandato allo sbaraglio, e di non aver usato la sua forza di dissuasione per fermare le minacce di invasione statunitensi.


                                  Il costo della guerra

La guerra costò carissima alle due parti. Ma, come era avvenuto nella guerra tra Iraq e Iran (scatenata inizialmente da Saddam, sia pure “per conto terzi”, ma protratta assurdamente per otto anni da Khomeini con la speranza di cancellare il “piccolo Satana”), anche in questo caso se la responsabilità maggiore dell’avvio fu del Nord e di Stalin, il protrarsi dei combattimenti anche dopo che era stato raggiunto un equilibrio di forze su una linea più o meno corrispondente al precedente confine provvisorio del 38° parallelo, va attribuita all’ostinazione degli Stati Uniti, che appoggiarono pienamente la pretesa di Syngman Rhee di cancellare il Nord. Non vi riuscirono, ma il 45% delle vittime si ebbe durante il lungo protrarsi delle trattative. Le perdite degli USA furono impressionanti, e invano si cercò di nasconderle all’opinione pubblica, che era stata inizialmente convinta della necessità di un “contenimento dell’Urss”, in base alla “teoria del domino”, ma fu poi gradatamente sempre più preoccupata e divenne anzi largamente ostile al proseguimento della guerra.
Nell’ultima fase della guerra, in realtà, le perdite erano state parzialmente ridotte mandando in prima linea militari sudcoreani direttamente inseriti nelle truppe statunitensi, e dando un notevole spazio in tutte le diverse armi anche a un gran numero di neri (nella seconda guerra mondiale vigeva invece ancora una sostanziale segregazione e i neri combattevano in formazioni separate), che lamentarono però nuove discriminazioni e soprattutto l’esposizione ai compiti più rischiosi, con la conseguenza di una maggiore percentuale di morti. Anche per questo molti di coloro che caddero prigionieri dei nordcoreani, circa il 30%, furono toccati dalla loro propaganda e la riferirono al ritorno in patria. Così le campagne sulle “terribili torture” e le “selvagge uccisioni di prigionieri” furono sostituite da quelle sul “lavaggio del cervello dei prigionieri”, che a un’inchiesta riservata dell’esercito risultarono prive di ogni fondamento. (3)
Analogamente a quanto accadde allora, oggi in Iraq si pensa di arruolare un po’ di iracheni anche nelle truppe di terra, in cui comunque ci sono già parecchi latinoamericani che combattono nella speranza di avere e fare avere alla famiglia la tanto desiderata cittadinanza statunitense. E muoiono tra i primi. Tanto più facilmente perché la loro preparazione militare è assolutamente insufficiente, e la loro motivazione morale assai scarsa.
Comunque durante la guerra di Corea l’atteggiamento dell’opinione pubblica statunitense si era modificato sempre più, nonostante il dilagare del maccartismo che vedeva ovunque i “complici dell’aggressione comunista”: i sondaggi nell’ultimo periodo rivelavano che più della metà degli interpellati davano un giudizio nettamente negativo sull’impresa. Un dato da meditare, oggi, per capire i futuri sviluppi della presenza USA in Iraq: nonostante l’equivalente odierno del maccartismo, con la soppressione dopo l’11 settembre e col pretesto del “terrorismo internazionale” di gran parte dei diritti democratici sanciti dal Bill of rights (come vuole fare anche in Italia il generale Tricarico), i democratici bellicisti di Truman furono sconfitti nelle elezioni presidenziali del 1952 dal più realistico generale repubblicano Eisenhower.


                        La fine della guerra e il suo lascito

La fine della guerra fu determinata da vari fattori: la morte di Stalin non fu in sé un fattore decisivo (Corea del Nord e Cina da tempo cercavano di trovare una via di uscita), ma coincise comunque con un riorientamento dell’economia sovietica da parte di Malenkov a favore dell’industria leggera (soprattutto beni di consumo), con una riduzione delle spese militari e quindi del possibile aiuto agli alleati.
In secondo luogo i dirigenti degli Stati Uniti vedevano con preoccupazione il protrarsi di una guerra che non riuscivano a vincere nonostante l’enorme sproporzione o “asimmetria”, come si dice oggi, dei mezzi a disposizione delle due parti, e soprattutto consideravano quella guerra insostenibile mentre si delineava la necessità di intervenire nel Vietnam, ben più importante strategicamente ed economicamente, e soprattutto ben diversamente sperimentato nella lotta contro giapponesi e francesi. Non a caso la conclusione della guerra di Corea si intreccia con la ritirata della Francia dal Vietnam in quella conferenza di Ginevra (aprile-giugno 1954) che gettò la basi per il successivo intervento statunitense nella penisola indocinese.
Due altri problemi sono invece lasciati al margine del libro di Hugh Lee: perché le due Coree hanno avuto successivamente sorti così diverse? Per certi aspetti il problema ha qualche analogia con la vicenda della divisione della Germania (che in più aveva l’eredità di un passato prevalentemente agricolo della parte orientale). Questo scarto fu aggravato dal feroce saccheggio voluto da Stalin, che fece pagare alla sola Rdt (in cui si erano concentrati gli antifascisti tedeschi) le riparazioni per i danni provocati dalla guerra di Hitler.
Nel caso delle due Coree al termine della guerra le distruzioni erano terribili da entrambe le parti, ma gli Stati Uniti aiutarono “generosamente” il Sud per farne un baluardo contro il comunismo, mentre la Cina aveva problemi enormi e non era in grado di fare altrettanto, e l’Urss –oltre a considerare secondario quello scacchiere- guardò con forte diffidenza la Corea del Nord troppo vicina ideologicamente e geograficamente alla Cina con cui dagli anni ’60 era esploso pubblicamente il grande conflitto latente da tempo.
Naturalmente ha pesato anche il fattore soggettivo della dinastia di Kim, sia per il suo gioco ambiguo tra Cina e Urss, sia per la rigidità con cui ha applicato il modello staliniano al paese, eliminando non solo i dirigenti provenienti dalle sinistre non-comuniste, ma anche quelli che nel partito e nel governo si erano opposti a Kim Il-sung per le più diverse ragioni.
Tra le conseguenze della Guerra di Corea, e del trauma che lasciò agli stessi Stati Uniti, risultati incapaci di ottenere quel che si erano proposti, cioè l’unificazione del paese sotto la guida di un anticomunista come Syngman Rhee, ce ne fu una in qualche modo positiva: durante la guerra del Vietnam le truppe statunitensi “si limitarono” a bombardare ferocemente e sistematicamente il Nord, ma si guardarono bene dall’invaderlo.
Ecco perché quando Guevara metteva sullo stesso piano le lotte dei popoli della Corea e del Vietnam non si sbagliava di molto: aveva in realtà intuito che proprio l’eroica resistenza delle truppe e della popolazione della Corea del Nord alle preponderanti forze Usa aveva inflitto un severo ammonimento a quella che già allora era la potenza imperialistica di gran lunga più forte e pericolosa.


___________________________________________________________
                                                                                 NOTE
                                                                                   

(1) Steven Hugh Lee, La guerra di Corea, Il Mulino, Bologna 2003, trad. it. di Giuseppe Balestrino, pp212

(2) Molto dettagliata la ricostruzione che ne fa William Blum nel suo monumentale Libro nero degli Stati Uniti (il cui titolo originario è in realtà Killing Hope. Usa and Cia interventions since the 2° Word War (n.d.r.) con un aggiornamento di Nafeez Mosaddeq Ahmed, Fazi Editore, Roma, 2003, pp.65-80. Si veda anche Lo specchio del 38° parallelo, di Yi Hoyŏng, nell’ampio Dossier Corea pubblicato nel n. 1/1999 della rivista “Limes”, e il volume di Ernesto Toaldo, L’altra Corea, Editori Riuniti, Roma, 1978.

(3) Ampia documentazione su questi aspetti nel citato libro di W. Blum

domenica 19 dicembre 2010






LA GUERRA DI COREA:
60 ANNI DOPO

di  Wayne Price






Il contesto: la Guerra di Corea

La Guerra di Corea del 1950-1953 è stata chiamata "la guerra dimenticata" o "la guerra sconosciuta". Nella sezione sulla Storia Militare all'interno della libreria Barnes & Noble nella mia città, ci sono molti volumi sulla seconda Guerra mondiale e sulla Guerra in Vietnam e persino sulle guerre in Iraq ed Afghanistan, ma neanche un volume sulla Corea. Il che è significativo!
Eppure, per molti versi essa costituì un punto di svolta nella storia mondiale all'indomani della seconda guerra mondiale. Servì a consolidare la strategia della Guerra fredda che prevedeva guerre "periferiche", ma nessuna terza guerra mondiale. Fornì la scusa per il riarmo degli USA, cosa che, fra le altre, fu una delle cause del boom post-bellico. Per quanto riguarda invece i Coreani, la Guerra sancì la dolorosa divisione della loro antica nazione.
La guerra di Corea avvenne per la confluenza di una serie di diversi fattori. C'era il conflitto inter-imperialista tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Gli USA uscivano dalla seconda guerra mondiale come potenza mondiale dominante, tanto sul piano militare quanto su quello politico ed economico. La Russia di Stalin era molto più debole rispetto agli USA (cosa che portò la sinistra a credere che la Russia fosse più pacifica). Ma entrambe le potenze controllavano altri paesi ed entrambe disponevano di armamenti nucleari, una minaccia di sterminio per l'umanità.
Ma questo non era il solo conflitto in atto. C'era in Corea anche la lotta di classe dei contadini e degli operai contro i latifondisti ed i capitalisti. C'era la guerra civile tra i due stati coreani, per riunificare il paese ciascuno sotto il suo dominio. E c'era la lotta di liberazione nazionale dei Coreani, innanzitutto contro i Giapponesi ed i loro collaborazionisti ed in secondo luogo contro gli USA ed i loro collaboratori.

Storia

L'impero giapponese si annesse la Corea nel 1910 e la tenne fino alla fine della 2GM. Come tutti i regimi coloniali, anche quello giapponese fu particolarmente brutale e crudele. Migliaia di Coreani vennero costretti a lavori forzati nelle fabbriche giapponesi in Corea ed in Giappone. Molti furono costretti ad indossare l'uniforme dell'esercito giapponese. Le donne coreane vennero obbligate ad essere "donne di conforto" per i soldati giapponesi. La lingua coreana venne vietata e sostituita dal giapponese.
Ovviamente c'era anche la resistenza in Corea. Molti lasciarono il paese per unirsi alla numerosa comunità coreana residente da lungo tempo in Manciuria e nella Cina nord-orientale (un tempo all'interno del Regno Coreano). Vennero costituite delle armate di guerriglieri, alleate con i comunisti cinesi, per combattere contro i Giapponesi. Va detto che c'erano intere forze comuniste "cinesi" costituite da Coreani. Migliaia di loro parteciparono alla successiva guerra civile in Cina che portò alla caduta di Chiang Kai-shek.
Altri Coreani collaboravano invece con i Giapponesi. Erano i latifondisti, le classi capitaliste ed anche coloro i quali erano diventati ufficiali dell'esercito giapponese e della polizia.
Con la fine della Guerra, centinaia di "comitati del popolo" sorsero in tutta la Corea. La maggior parte erano di sinistra e nazionalisti, composti da attivisti locali, senza essere controllati dai comunisti del Partito dei Lavoratori. Questi comitati iniziarono a creare un governo unificato.
L'esercito USA divise la Corea all'altezza del 38° parallelo, una linea immaginaria, di modo che i Russi prendessero i giapponesi al di sopra di essa e gli Stati Uniti al di sotto. I Russi accettarono questa divisione "temporanea". A quel tempo la parte nord aveva la maggior parte delle industrie coreane, mentre nella parte sud c'era la maggior parte della popolazione (almeno i 2/3). Ci si attendeva la formazione di un governo unitario.
Nel Sud, l'esercito USA soppresse i comitati del popolo, mise fuori legge i sindacati operai e quelli dei contadini, represse i militanti di sinistra. E puntò invece alla costruzione di un governo composto da coloro che avevano collaborato con i Giapponesi. Per dare smalto alla cosa, fu fatto venire dagli USA il nazionalista coreano Syngman Rhee. Venne eretto uno stato autoritario, la Repubblica di Corea, con trappole "democratiche" (elezioni, ecc.), ma con l'uccisione di oppositori e di fuorilegge della sinistra.
Nel Nord, l'esercito russo aveva portato ex-combattenti delle forze di guerriglia coreane. Erano guidate da Kim Il Sung. I comitati del popolo vennero cooptati e venne messa su una dittatura stalinista in stile russo, la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Fecero fuori la vecchia classe dei latifondisti e si presero le industrie dei capitalisti. Ma non permisero ai contadini ed agli operai di prenderne il potere. Costruirono invece una nuova burocratica e collettivizzata classe dominante che usasse lo stato come agente della accumulazione capitalistica (capitalismo d stato).
Stalin aveva meno interesse verso l'Asia Orientale rispetto all'Europa dell'Est, dove controllava strettamente gli stati fantoccio. Aveva cercato di tenere Mao completamente fuori dal rovesciamento del regime di Chiang (cosa che Mao non avrebbe mai dimenticato). Egli non aveva il controllo totale sui coreani del nord, che erano dirigenti autentici di una lotta di liberazione nazionale e che potevano usare la Cina contro la Russia.
Tra ottobre e novembre 1946, ci furono considerevoli rivolte nel sud contro i vecchi collaborazionisti dei giapponesi, contro i latifondisti ed il regime. Le rivolte furono sedate con una grande repressione, a cui parteciparono le basi militari USA. Nell'aprile 1948 ci fu una rivolta su vasta scala nell'isola di Cheju [Jeju], anch'essa repressa. Nell'ottobre 1948, ammutinamenti e ribellioni portarono ad una situazione bellica di guerriglia in gran parte della Corea del sud, in alcuni posti protrattisi fino a scoppiare in vera e propria guerra (per particolari sulle rivolte e sulla guerriglia, vedi i libri di Cumings).
I due regimi espressero la loro intenzione di riunificare la Corea, ciascuno sotto il proprio Stato. Si dotarono di propri eserciti per posizionarli sul 38° parallelo. Ci furono da entrambe le parti piccole scaramucce di confine e provocazioni. Gli USA non rifornirono deliberatamente di certo materiale bellico l'esercito del sud, allo scopo di impedire un'invasione del nord, come minacciato dal governo e dalle gerarchie militari della Corea del Sud.
Ma poi accadde che fu la Corea del Nord ad attaccare quella del Sud, nel giugno 1950. Non fu per ordine di Stalin, ma pare che Kim Il Sung avesse ottenuto una sorta di permesso da parte di Stalin e che si era almeno consultato con le autorità cinesi. Ad ogni modo, furono gli interessi di stato che lo spinsero ad attaccare. (Quando attaccò, l'URSS stava boicottando il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, per cui non era in grado di porre il veto su un risoluzione ONU favorevole alla guerra degli Stai Uniti.)
Agli inizi, l'Esercito Coreano del Popolo (il Nord), sbaragliò le truppe dell'esercito della Repubblica di Corea, che collassava, fuggiva o si arrendeva. L'esercito USA non fece molto meglio. Le forze del Nord spinsero quelle USA e sud-coreane fino al porto di Pusan [Busan] a sud-est, conquistando il 90% della Corea entro il mese di agosto. Nel frattempo, nei territori conquistati veniva fatta la riforma della terra ed imposto il governo del Nord.
Ma gli USA ed suoi alleati (specialmente i britannici) risposero immediatamente. Per ordine del presidente Truman, sbarcarono in Corea, ufficialmente sotto l'egida dell'ONU (sebbene gli USA fossero la forza principale ed in Corea ci sarebbero andati anche senza l'ONU). Si ripresero il Sud e poi in settembre, fecero uno sbarco ambizioso nella Penisola di Incheon, alle spalle delle linee nord-coreane. Ora toccava a loro precipitarsi in ritirata.
Le truppe USA/ONU respinsero quelle nord-coreane fino a 38° parallelo e dichiararono vittoria - dato che la Cina comunista aveva minacciato un suo intervento se gli USA avessero invaso il nord. Ma gli USA e le forze del ROK andarono oltre e in ottobre passarono il confine cinese sul fiume Yalu [Amnok], mentre le forze sud-coreane si prendevano città del nord ed iniziavano ad occupare porzioni della Corea del Nord.
Per i comunisti cinesi era un attacco diretto alla loro rivoluzione. Infatti, vi erano forse negli Stati Uniti che vedevano la guerra coreana come una pietra miliare in direzione di un attacco alla Cina. La flotta USA venne dislocata a difesa di Taiwan per impedire ai comunisti cinesi di completare la loro guerra civile perseguendo Chiang a Taiwan.
Come promesso, la Cina intervenne in ottobre unendosi alle forze nord-coreane. Per la fine di gennaio, avevano respinto le forze USA e quelle sud-coreane riportandole sul parallelo di partenza. A quel punto seguirono due anni di guerra di posizione stile 1GM, con guerra di trincea, piccole avanzate e ritirate.
Nel corso degli anni gli Stati Uniti hanno usato la loro potente industria militare contro i loro nemici - e lo stesso accadde con il popolo coreano. Gli aerei USA sganciarono bombe sul Nord e su parti del Sud. Bombe incendiarie vennero usate per bruciare le città ed il napalm venne usato in grandi quantità contro la popolazione. Ogni città del nord e la maggior parte dei villaggi venne gravemente danneggiata. Infine gli USA bombardarono i due principali bacini per l'irrigazione nel Nord, causando gigantesche alluvioni e perdite di vita. Nel frattempo gli USA e la Corea del sud trattavano i profughi come nemici di guerra e si resero responsabili di una serie di massacri.
Ci fu una discussione assai seria all'interno del governo USA sulla possibilità di usare la bomba atomica in Corea e in Cina. Vi furono voli di sondaggio sulla Corea del Nord per valutare un possibile attacco atomico. Per fortuna, gli Stati Uniti decisero di no. Le alte tensioni nel governo e nel paese contro una guerra impopolare portarono il presidente Truman a rimuovere il generale in capo in Corea, Douglas MacArthur, per aver richiesto l'uso della bomba atomica ed un allargamento della guerra in territorio cinese.
Dopo 2 anni di negoziati, nel luglio 1953, la guerra si concluse con un armistizio, con cui si diceva che la guerra ufficialmente non era finita (e che la Corea del Sud non ha mai siglato). Ci furono errori di valutazione da tutte le parti. La Corea del Nord era sicura che gli USA non avrebbero sostenuto massicciamente la Corea del Sud. Gli USA era sicuri che la Cina non si sarebbe intromessa se essi avessero preso il Nord. Dopo tre anni di conflitto la penisola era devastate, più di tre milioni di coreani morti, e milioni di profughi che vagavano in un paesaggio distrutto. Infine le sue parti contendenti erano ritornate ai punti di partenza (la zona demilitarizzata è infatti molto vicina al 38° parallelo).
Quasi 35mila soldati statunitensi vi morirono. La guerra era diventata assolutamente impopolare e la fiducia nel presidente Truman era diventata talmente bassa, che non si ricandidò per la presidenza. Diversamente da quanto sarebbe poi successi per la guerra in Vietnam, non vi fu nessun movimento pacifista, vista anche l'isteria anti-comunista del periodo. Invece, venne eletto presidente il repubblicano "Ike" Eisenhower con la promessa di mettere fine alla guerra in Corea.

La Risposta della sinistra

A sinistra, negli USA, in Europa Occidentale ed altrove, circolavano tre opinioni:

1. Liberali e socialisti riformisti (socialdemocratici) in genere stavano con gli USA. Il loro argomento era che era stata la Corea del Nord ad iniziare la guerra (falso e senza fondamento) violando un confine internazionale (non vero). SI coprivano dietro la pretesa che non fosse una aggressione USA ma una "azione di polizia" dell'ONU (quando gli USA stavano in realtà imponendo la loro volontà su un paese colonizzato, contro la volontà della maggioranza della popolazione ed usando l'ONU come copertura). Siamo all'interno di quella sinistra liberal/socialdemocratica di appoggio all'imperialismo occidentale.

2. Certa sinistra (socialisti e liberali) stavano con lo schieramento comunista in guerra. Si guardava all'Unione Sovietica, alla Cina maoista ed alla Corea del Nord come paesi "socialisti" e progressisti. I trotskisti ortodossi vedevano questi paesi come governati da "Stati operai" ("degenerati" o "deformati") che dovevano essere difesi contro il capitalismo. In realtà si trattava di dittature a capitalismo di stato su cui i lavoratori non avevano nessun controllo, ma che invece trattavano i lavoratori similarmente a quanto faceva il capitalismo occidentale.
Vedevano anche la Guerra di Corea come una guerra di liberazione nazionale contro la principale potenza imperialista: gli Stati Uniti. La vedevano come parte di una rivoluzione mondiale contro il colonialismo e l'imperialismo, che includeva la rivoluzione cinese (e l'intervento cinese in Corea), la lotta per l'indipendenza dell'India, le lotte nazionali in Africa ed in Medio Oriente, e gli sforzi dei paesi dell'America Latina per l'autodeterminazione.
Questa parte della loro analisi aveva qualcosa di fondato. Ma la sconfitta della classe operaia in Europa e negli USA poneva dei limiti a queste lotte di liberazione. Esse non erano in grado di andare oltre i programmi stalinisti e nemmeno oltre i programmi delle borghesie nazionali - senza il programma della rivoluzione internazionalista della classe operaia. Se da un lato portavano a qualche miglioramento nelle condizioni di vita della gente comune, non riuscivano però ad uscire dalla subordinazione al sistema capitalistico mondiale (che includeva il capitalismo di stato russo) . Per questa ragione, tra le altre, fu un errore pericoloso idealizzare i governi nazional-stalinisti di questi Stati. E questo resta vero, indipendentemente da quanto fosse necessario essere solidali con quei popoli contro l'imperialismo.

3. A sinistra c'erano anche frange che respingevano sia lo stalinismo che il capitalismo occidentale. Si trattava della maggior parte degli anarchici come pure dei trotskisti dissidenti, dei pacifisti radicali, e di pochi altri. Non ci si schierava con nessuna delle due parti in causa nella guerra di Corea. Per aver assunto proprio queste posizioni, la vedova di Trotsky, Natalia Sedova, diede le dimissioni dalla Quarta Internazionale trotskista (vedi Sedova Trotsky, 1951).
Questi militanti avevano una posizione corretta nell'opporsi sia al ruolo degli USA nella guerra, sia al regime sud-coreano di collaboratori dei giapponesi e degli USA, come pure nel respingere la frode insita nell'azione dell'ONU. Avevano ragione ne chiedere la fine immediata della guerra ed il ritiro delle truppe USA.
Ed avevano senza dubbio tutte le ragioni nel respingere l'analisi che vedeva gli Stati comunisti, compresa la Corea del Nord, come paesi socialisti, della classe operaia, progressisti. Erano invece governi reazionari, oppressivi, a capitalismo di Stato, alleati con lo Stato imperialista dell'Unione Sovietica.
Tuttavia, secondo me, in certi ambienti di sinistra si tendeva a sottostimare il grado di indipendenza della Corea del Nord e della Cina, vedendoli come fantocci dell'imperialismo staliniano (cosa che non era). Si sottostimava il fatto che la Corea del Nord e la Cina fossero motivate da un genuino desiderio di essere libere dall'imperialismo, un desiderio supportato dai loro popoli. (A sinistra vi era anche il ragionevole timore che la Guerra di Corea degenerasse in una Terza Guerra Mondiale.) Sebbene gli anarchici ed altri avessero ragione nel non sostenere le dittature dei partiti comunisti, avrebbero dovuto esprimere però solidarietà con il popolo oppresso in Corea che voleva essere unito e libero tanto dai giapponesi quanto dall'imperialismo USA.
Si tratta di un dibattito aperto. Esiste una storia degli anarchici e dei socialisti libertari coreani. Non mi lascio andare a suggestioni tattiche su cosa avrebbero fatto gli anarchici coreani, prima o durante la guerra di Corea, se qualcuno di loro fosse mai sopravvissuto ai giapponesi ed agli stalinisti. Chiaramente i favorevoli alle forze occidentali ed i nazional-stalinisti non gli concessero nulla nelle distruzioni causate dalla Guerra di Corea. Da allora, le cose sono cambiate in modo significativo in Corea (come in tutto il mondo). Vi è ora una possibilità per una politica migliore che possa veramente mettere fine alla divisione nazionale, allo sfruttamento capitalista (e di Stato), alla dominazione imperialista, in Corea ed in ogni dove.


Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali
____________________________________________________________
Letture raccomandate sulla Guerra di Corea:

-Cumings, Bruce (2005). Korea's Place in the Sun; A Modern History (edizione aggiornata). NY, Norton.

-Cumings, Bruce (2010). The Korean War; A History. NY, Modern Library.

-Halberstam, David (2007). The Coldest Winter; America and the Korean War. NY, Hyperion.

-Halliday, Jon, & Cumings, Bruce (1988). Korea: The Unknown War. NY, Pantheon.

-Sedova Trotsky, Natalia (1951). Resignation from the Fourth International, http://www.marxists.org/archive/sedova-natalia/1951/05/...9.htm [Versione italiana, "Addio alla Quarta Internazionale": http://www.spazioalternativo.info/2008/04/natalija-sedo....html].


dal sito http://www.anarkismo.net/
Print Friendly and PDFPrintPrint Friendly and PDFPDF