Diari di Cineclub

Diari di Cineclub
Rivista Cinematografica online e gratuita
Visualizzazione post con etichetta SOLIDARITY-USA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SOLIDARITY-USA. Mostra tutti i post

venerdì 14 settembre 2012

SULLO SCIOPERO DEGLI INSEGNANTI A CHICAGO



SULLO SCIOPERO DEGLI INSEGNANTI A CHICAGO



Contributo di un militante di Chicago della First of May Anarchist Alliance.
Si tratta di una panoramica della situazione scritta nello scorso weekend nelle more dell'annuncio dello sciopero che è iniziato il 10 settembre.



Diventa sempre più probabile che gli insegnanti del sistema delle scuole pubbliche di Chicago (CPS) scenderanno in sciopero lunedì 10 settembre, per la prima volta dopo 25 anni. Io sono di parte, dal momento che mia moglie è un'attivista del sindacato, ma cercherò di affrontare il tema in quanto anarchico, oltre che come genitore di 2 studenti che vanno alle scuole pubbliche nonchè come coniuge di una di coloro che organizza lo sciopero.

Il sindacato Chicago Teachers’ Union (CTU) è attualmente nelle mani di un nucleo classico-riformista noto come Caucus of Rank and File Educators (CORE), che conta un certo numero di persone di sinistra (soprattutto di ISO e di Solidarity). I dirigenti sono quelli del tipo "attivista" o “militante,” a parte la prevedibile presenza di altri trotskisti che si lamentano del solito conservatorismo dell'ISO (International Socialist Organization, ndt) e della sua lealtà verso il Partito Democratico.

Il conflitto tra CTU e CPS è su due livelli. A questo punto, con uno sciopero immanente, la CTU è legalmente obbligata a limitare le sue rivendicazioni (sebbene non tutta la sua piattaforma negoziale) alle sole questioni del salario e dei benefits. Naturalmente questo facilita i media padronali di Chicago nel rappresentare il sindacato come gente avida e come i soliti privilegiati del settore pubblico al pari di quello che accadde nel Wisconsin l'anno scorso. Ma anche qui, gli insegnanti hanno di che lagnarsi: il CPS ha imposto un aumento superiore al 25% del tempo di lavoro per l'insegnante medio (un'ora di lezione in più al giorno, più altri 10 giorni di lezione aggiuntivi nel corso dell'anno), sulla base di un'offerta iniziale di un 2% di aumenti una tantum. Era abbastanza ovvio per chiunque che questa proposta sponsorizzata dal Chicago Tribune filo-austerity sarebbe stata considerata inaccettabile per qualsiasi lavoratore ed in qualsiasi posto di lavoro.
Al tempo stesso, quelli del CORE sono riusciti realmente a costruire un consenso sindacale di base intorno ad una visione abbastanza progressista (sebbene affatto rivoluzionaria) che cerca di separare la "riforma" dell'istruzione da quegli aspetti contenuti nel No Child Left Behind (Nessun bambino sia lasciato indietro, ndt) che punta a verifiche di alto livello ed alla precarizzazione della forza-lavoro tramite la meritocrazia, ecc.

Per chi conosce il giornale Rethinking Schools, ebbene quella è la politica del CORE, e quindi degli attuali dirigenti del CTU. A questo punto, allora, il sindacato è stato in grado di dire ai genitori che la lotta era per un genuino mutamento nella filosofia pedagogica, il che ha portato i genitori a sostenere il sindacato ad un livello tale impensabile solo un anno fa.
(Non saprei dire quale sia il livello di sostegno studentesco agli insegnanti a questo punto. Mi immagino che ci siano dei sentimenti misti, tra qualcuno che vede lo sciopero degli insegnanti come una sorta di abbandono dei loro studenti, mentre altri condannano il CPS e sostengono i loro insegnanti. Non deve soprendere che i principali media non abbiano dato nessuna notizia sulle scelte degli studenti)

Ovviamente, tanto è cambiato dall'ultimo sciopero del CTU nel 1987, o dalla emergenza scioperi nelle grandi città degli anni '60. Un grande cambiamento è avvenuto nella composizione demografica degli iscritti al sindacato. In forte contrasto con la classica storia dello sciopero degli insegnanti di New York nel 1968, che vide opporsi una grande forza di insegnanti bianchi alle comunità di colore per il controllo locale sulle scuole, oggi Chicago mostra una forza di insegnanti ampiamente multi-razziale schierata contro una gestione in gran parte bianca ed aziendalistica delle scuole pubbliche e contro il sindaco Rahm Emmanuel.

A parziale conseguenza di ciò, il sindaco Emmanuel ed il dirigente del sistema delle scuole pubbliche di Chicago (CPS), Jean-Claude Brizard, hanno ampiamente fallito nel loro prevedibile tentativo di dividere il sindacato CTU dalla comunità nera. Lo scorso autunno ci sono stati parecchi dibattiti pubblici nella parte sud della città, allo scopo chiaramente di spingere gli Afro-Americani a sostenere la posizione del sindaco per una giornata di scuola con più ore. Finì in un piccolo scandalo quando si seppe che molti dei partecipanti a questi dibattiti pubblici erano stati pagati per fare da claque. La rabbia dei neri è cresciuta negli anni passati di fronte alla chiusura di dozzine di scuole, con il conseguente trasferimento forzato degli alunni da una scuola all'altra. Nello stesso tempo il CPS ha deliberatamente licenziato gli insegnanti più anziani (e quindi con uno stipendio più alto) col pretesto della chiusura delle scuole, ed una sproporzionatamente alta percentuale di questi insegnanti messi in mobilità erano donne di colore.

Il CTU può contare anche sul significativo sostegno di genitori benestanti ed in gran parte bianchi del nord e del nord-est della città. Credo che questo nasca da una combinazione di fattori. Innanzitutto, nessuno, e meno di tutti il sindaco Emmanuel ed il dirigente scolastico Brizard, aveva previsto il livello di resistenza che si è sviluppato di fronte all'idea di allungare la giornata scolastica, che era il fiore all'occhiello della "riforma" del sistema scolastico voluta dal sindaco Emmanuel. (Si noti che i figli del sindaco Emmanuel vanno alla University of Chicago Lab School, una scuola privata che ha sostanzialmente una durata quotidiana inferiore rispetto a quella richiesta dal sindaco per i figli degli altri). Un gran numero di genitori benestanti hanno fatto resistenza ad una giornata di scuola più lunga perchè preferiscono far fare ai loro figli attività extracurriculari dopo quelle scolastiche, che possono selezionare in base alle loro preferenze. Un altro fattore da tener presente ha a che vedere con le conseguenze delle proteste a Madison dello scorso anno. Molti bianchi benestanti di Chicago associano ora gli attacchi al settore pubblico con i repubblicani cattivi come Scott Walker. Questo li ha portati a simpatizzare con il sindacato CTU quando invece il loro naturale atteggiamento sarebbe quello di appoggiare il sindaco Emmanuel. (Infatti solo 18 mesi fa avevano votato in massa per Emmanuel nella corsa alla carica di sindaco)

Il che ci riporta al Partito Democratico. Nonostante o a causa delle elezioni presidenziali, c'è stato un quasi totale silenzio radio da parte dell'entourage di Obama sulle loro frequenze preferite, per quano riguarda il conflitto tra CPS e CTU. Abbondano le voci, ma senza nessun riscontro evidente che le sostenga: qualcuno dice che Obama è furioso con Rahm per avergli alienato un collegio sindacale precedentemente fedele in un anno di elezioni presidenziali, non di meno nella città natale di Obama, mentre altri pensano che Obama abbia dato il suo appoggio al sindaco Emmanuel per battere il sindacato perchè sarà meglio guardare agli elettori indipendenti negli stati incerti.

Ad ogni modo, è il caso di notare che non si è visto nessuno dell'entourage di Obama alla Manifestazione per il Lavoro organizzata dal CTU lo scorso lunedì. Al tempo stesso, la tenacia dei dirigenti del CTU di fronte alla intransigenza del CPS non trova riscontro nella consueta tendenza dei dirigenti sindacali riformisti (e di quelli influenzati dall'ISO soprattutto) ad accodarsi al Partito Democratico. Sono sicuro che la maggior parte degli iscritti al CTU voterà per Obama in novembre (non che abbia importanza nell'Illinois!), ma nel frattempo è montata tra tanti insegnanti una rabbia reale contro il presidente per non essere intervenuto nel chiedere personalmente al sindaco Emmanuel di andare ad un accordo favorevole agli insegnanti.

Nulla di ciò mi induce a ritenere che questa lotta possa rompere gli schemi strettamente riformisti dell'attività sindacale. Anzi, mi pare che le cose vadano nel senso opposto: perchè i dirigenti sindacali si sono dimostrati responsabili SIA verso la base come non si vedeva a Chicago da un quarto di secolo, SIA attenti alle questioni reali della qualità dell'istruzione che stanno a cuore ai genitori, generando così una effettiva lealtà tra insegnanti e genitori. Purtoppo, questa lealtà porterà certamente a che qualsiasi accordo di compromesso, non importa quanto possa essere svantaggioso per gli insegnanti o per gli studenti, verrà fortemente difeso tanto dagli insegnanti quanto dai genitori.

Ma se questo può essere deprimente, la storia non è finita qui. A Chicago le cose si stanno muovendo molto rapidamente, e sia gli insegnanti che i genitori di tutta la città stanno imparando velocemente ad organizzarsi ed a costruire coalizioni che possano potenzialmente rivelarsi utili qualora una lotta sociale con maggiore potenziale radicale emerga nel settore scuola nei prossimi anni. (Qualcosa come la lotta nelle scuole di Whittier in California, per esempio, o l'attuale battaglia in corso per il futuro della “Social Justice High School” in un'altra comunità a predominanza latina, che ha visto scioperi degli studenti e una dimostrazione di solidarietà più che formale da parte della CTU.)

Sarà interessante vedere cosa accadrà se lo sciopero durerà più di un giorno o due: i genitori si rivolteranno contro i docenti? Il sindaco Emmanuel terrà la posizione o affronterà le questioni cruciali? Il sindacato metterà da parte le sue idee di riforma educativa di alto profilo per puntare ad una retribuzione dignitosa? A questo punto non sono in grado di prevedere alcunchè. Ma soprattutto, mi devo preparare per essere pronto al picchetto dell 6.30 di lunedì mattina con mia moglie ed i miei figli.

Augurateci buona fortuna!






(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)


pubblicata da Fdca Internazionale 13 settembre 2012

http://m1aa.org/?p=515

mercoledì 9 marzo 2011


RINASCITA DEL MOVIMENTO DEI LAVORATORI NEGLI STATI UNITI

                                        di Jase Short  

Jase Short vive nel Tennessee è membro di “Solidarity”, un’organizzazione socialista rivoluzionaria statunitense attivamente impegnata nello sforzo di raggruppamento della sinistra particolarmente attenta ai processi in atto e alle importanti implicazioni -negli Usa e nel mondo- della ripresa dell'attività di ampi settori di movimento operaio e sindacale e di quello sociale più in generale.
La testimonianza che riportiamo è ripresa dal sito della LCR belga:
www.lcr-lagauche.be e dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/





Non vi è ombra di dubbio che quel che sta emergendo negli Stati Uniti costituisce la ripresa più significativa del movimento operaio da molto tempo a questa parte. Ciò che è cominciato nel Wisconsin sta per diffondersi rapidamente in altri Stati – compresi alcuni del Sud, tradizionalmente svuotati da qualsiasi attività sindacale.
Per capire che cosa sta accadendo, è bene chiarire una serie di elementi relativi al carattere unico degli Stati Uniti fra gli altri grandi paesi industrializzati, in termini di rapporti di forza tra movimento operaio e interessi capitalistici.

Peculiarità del movimento sindacale statunitense

Innanzitutto, in linea generale, il saggio di sindacalizzazione negli USA è incredibilmente più basso. È attualmente stimato al 14,2%; tranne rare eccezioni, è sceso ogni anno da vari decenni, soprattutto dopo il livello record degli anni ’40 e ’50. All’epoca, i lavoratori sindacalizzati erano quasi il 30% nel settore privato, e circa il 10% in quello pubblico. Attualmente la tendenza si è invertita: si calcola un 12,4% di iscritti, una percentuale significativa dei quali nel settore pubblico (36,8%), ma solo il 7,6% in quello privato.
Di fronte a queste cifre, si spiega la strategia dei governatori del Wisconsin (Walker), dell’Ohio (Kasic) e dei loro omologhi: si tratta di distruggere il diritto di contrattazione collettiva dei lavoratori del pubblico impiego, assestando un colpo fatale a quel che resta del movimento operaio nel suo complesso. Una volta neutralizzato l’ostacolo sindacale, si sarà eliminato l’ostacolo principale sulla strada della privatizzazione dei servizi e quel che resta del sindacalismo del settore privato si considererà definitivamente superato.
L’offensiva contro il settore pubblico non è portata avanti dai soli Repubblicani, ma la durezza degli attacchi in Stati come l’Ohio, il Wisconsin e il Tennessee (dove l’unico sindacato significativo del settore pubblico è quello degli insegnanti, che si scontra con una legislazione tendente a distruggerlo) presenta anche un aspetto di parte. Il Partito repubblicano, infatti, è ben consapevole di non avere troppe occasioni di riuscire a tornare a esercitare la sua influenza sul potere governativo (e questo da tempo), per cui deve assolutamente muoversi. Il suo obiettivo è quello di assicurarsi futuri successi elettorali distruggendo un’importante fonte del sostegno finanziario alle campagne dei suoi concorrenti, i Democratici. È, d’altra parte, sui sindacati operai che contano i Democratici per presentarsi nelle case e raggiungere la gente telefonicamente – senza i sindacati, i Democratici sono più isolati, elitari, e non hanno una buona percezione dell’opinione pubblica. Tuttavia, per essere chiari, quanto accade in California, nell’Illinois e a New York lo dimostra con chiarezza: entrambi i partiti si impegnano in una guerra contro quel che resta del movimento operaio negli USA.
Vanno tenuti presenti vari elementi significativi quando si cerca di capire la natura della lotta di classe negli Stati Uniti. Il primo è lo storico divorzio tra i sindacati e la sinistra politica radicale. Per accettare i sindacati, le cerchie dirigenti politiche e padronali hanno imposto come condizione che le file degli iscritti fossero depurate da quanti nutrissero convinzioni politiche radicali – come pure, con l’andar del tempo, da quegli iscritti senza idee politiche radicali ma che continuano ad avere un punto di vista combattivo sulle lotte. Quindi, la sinistra americana è incredibilmente debole rispetto alla sinistra dei paesi dell’Europa occidentale più paragonabili agli USA.
Il divorzio con la sinistra ha comportato la subordinazione dei sindacati all’agenda e agli interessi del Partito democratico. Questo partito non è mai stato un partito operaio, ma è diventato il partito per eccellenza delle persone di colore, del movimento operaio organizzato, degli interessi delle donne, dei LGBT, ecc. Il motivo va ricercato più nella forte svolta a destra dei Repubblicani che non nella difesa degli interessi di questi gruppi da parte dei Democratici. Quel che restava dell’appoggio del Partito democratico al movimento operaio organizzato si è logorato in modo significativo dopo gli anni ’70, soprattutto sotto le amministrazioni Clinton e Obama. Il recupero, particolarmente enfatizzata dai media, di General Motors grazie all’amministrazione Obama forniva a quest’ultima la grande occasione per sostenere la tradizionale colonna portante delle forze sindacali statunitensi (il sindacato dell’auto, l’UAW). Essa ha invece sfruttato la leva che aveva in mano per strappare all’UAW durissime concessioni – ora, i nuovi occupati percepiscono la metà del salario precedente. L’attività prevalente della maggior parte dei sindacati è quella di restarsene praticamente in silenzio finché non arriva qualche scadenza elettorale: allora si trasformano di fatto in quartieri generali del Partito democratico in tutto il paese. In certi casi, per esempio in quello degli insegnanti del Tennessee, i sindacati non hanno in pratica altro da fare che raccogliere fondi e voti per i Democratici.
Di più, malgrado eroici sforzi di riforma portati avanti da correnti come i Teamsters for a Democratic Union (TDU, i Camionisti per un sindacato democratico) o il Trasport Workers Local 100 a New York, i sindacati sono pressoché esclusivamente dominati dalla loro direzione burocratica (un male endemico che – ammettiamolo – non si registra solo negli USA mas anche in Europa occidentale). Molti di questi dirigenti percepiscono salari enormi in confronto a quelli dei loro iscritti. Le loro cerchie dirigenziali sfiorano spesso quelle del crimine organizzato (Hoffa fra i Teamster, Stern al SEIU - Service Employees Internacional Union). Comunque, pur lasciando da parte estremi del genere, la tendenza della burocrazia nel corso degli ultimi trent’anni è stata quella ad assistere le élites politico-sindacali nel compito di strappare concessioni al mondo del lavoro.
L’aria sembra stia cambiando, grazie alle lotte attuali. Il fatto è che l’aggressione al diritto alla contrattazione collettiva, di per sé, lancia una sfida non solo ai sindacati, ma alla loro stessa direzione burocratica, minacciandone poteri e privilegi. Malgrado, quindi, questa enorme ascesa che potrebbe sconfiggere qualsiasi attacco alle protezioni sociali, ai salari, ecc., la direzione sindacale, in cambio della salvaguardia del contratto collettivo, continua ad avanzare proposte che autorizzeranno tagli selvaggi (per non parlare degli attacchi non ancora annunciati).
L’ultima cosa da tenere presente è lo sviluppo geografico disuguale negli Stati Uniti. Gli Stati del Sud hanno conosciuto una rapida trasformazione nel corso dell’ultimo ventennio: spostamento progressivo dalla produzione rurale a quella urbana e suburbana (il Sud è diventato il luogo privilegiato degli investimenti nella produzione industriale); trasformazione demografica, con il massiccio afflusso di persone provenienti da altre regioni del paese (in cerca di lavoro e di Stati senza tassazione del reddito locale); e un’immigrazione rilevante di lavoratori ispanofoni (in particolare nell’ultimo decennio). Tra l’altro, la bipolarità razziale del Sud si è trasformata in modo radicale in questi ultimi dieci anni: oggi esiste uno spettro bianco-nero-bruno, ulteriormente complicato per l’elevato numero di altre popolazioni di immigrati in posti come Atlanta e Nashville (quest’ultima accoglie una delle concentrazioni di kurdi tra le più numerose fuori dal Medio Oriente).
Per queste ragioni, il tradizionale ruolo del Sud come bastione della reazione di fronte al movimento operaio è diventato molto volatile. Gli Stati del Sud sono perlopiù gli Stati del “diritto al lavoro”, o Stati che vietano per legge la pratica del closed-shop (l’assunzione riservata agli iscritti ai sindacati) e quindi contrastano i tentativi di sindacalizzazione nel settore privato. Uno degli attacchi più radicali contro il movimento operaio nelle ultime settimane è stata una legge introdotta nell’Indiana e che farebbe di questo uno Stato del “diritto al lavoro”, cosa che rappresenterebbe per il Midwest uno sviluppo notevole. In assenza di burocrazie sindacali tradizionali in grado di svolgere il ruolo di valvola di sicurezza per il malcontento dei lavoratori, guadagna credibilità la prospettiva dell’esplosione di un’ iniziativa alla base. Una prova di questo potenziale si può trovare nella spinta a creare sindacati nel settore pubblico, soprattutto nel Sud. Negli anni ’70, eroiche battaglie in questa zona sono state alimentate da militanti del settore pubblico e sono culminate nella conquista del diritto alla contrattazione collettiva per molti lavoratori. Ora, anche queste conquiste sono minacciate.

Da Piazza Tahrir a Madison

In questo quadro va vista l’importanza di quel che è emerso nel Wisconsin e che si sta diffondendo attraverso gli Stati Uniti con una velocità che sorprende anche molti di noi che ci troviamo sul campo. Decine di migliaia di persone continuano a scendere per le strade di Madison. Diecimila sono scese in piazza a Columbus, nell’Ohio, uno Stato devastato dalla delocalizzazione di attività in altri paesi e nel Sud degli USA.
Come militante di base del Tennessee, debbo dire di non avere mai visto una cosa tanto strana come 300 sostenitori del movimento sindacale che occupano un angusto corridoio del Legislative Plaza per tenere una conferenza stampa (subito trasformatasi in miniraduno), o centinaia di insegnanti ammassarsi in un posto così improbabile come Franklin and Johnson City (Francklin è un bastione della reazione, una specie di gigantesca “gated community” – quartieri residenziali molto agiati, circondati e custoditi da vigili – e uno dei comitati più ricchi del paese), o ancora che 600 supporter del sindacalismo si radunino davanti al Campidoglio, semplicemente in base a un appello lanciato essenzialmente da Facebook e MoveOn.org, praticamente senza altra forma di organizzazione (molti di noi, militanti, ci aspettavamo una trentina di persone).
La natura di questo movimento non è semplicemente economica, nel senso che non si limita ai luoghi di lavoro e a lotte sui salari, i sussidi, le condizioni di lavoro, ecc. Si tratta piuttosto di un movimento potenzialmente politico, orientato a difendere il diritto all’esistenza stessa dei sindacati, dal punto di vista legale. La sua forma rinvia all’ascesa operaia dell’inizio degli anni ’70, ma la posta in gioco evoca piuttosto gli anni ’30: il diritto legale all’esistenza sindacale.
L’iniziativa è presa soprattutto da militanti di base e da simpatizzanti del sindacato, soprattutto fra gli studenti. Nei primi giorni di manifestazioni si sono visti pochissimo i cartelli stampati in massa dal sindacato, ma piuttosto c’è stata la fioritura di una varietà sorprendente di messaggi creativi, una parte significativa dei quali fa riferimento alla recente sollevazione rivoluzionaria in Egitto. L’attenzione delle masse per la lotta ingaggiata qui è stata attirata dal fatto che gli insegnanti hanno osservato di fatto uno sciopero di due giorni (si sono dichiarati malati in massa fornendo certificati, per solidarietà) e questo ha messo in evidenza la capacità dei lavoratori di avere negli USA un’udienza di massa quale non si era più vista da tantissimo tempo. Migliaia di liceali hanno abbandonato le loro classi per marciare verso Madison al fianco degli studenti universitari, offrendo lo spettacolo di un movimento intergenerazionale, smentendo le concezioni diffuse sui sindacati, da un lato, e sul fossato tra militanti più giovani e più anziani, dall’altro.
Il tentativo di dividere i lavoratori escludendo dalla legge polizia e pompieri è fallito. Al contrario, ha dimostrato alla gente la forza della solidarietà, perché i pompieri hanno sostenuto in massa i colleghi di lavoro, e questo ha diffuso il senso di solidarietà in vasti settori dell’opinione pubblica. Ora la polizia si è unita a quelli che protestano a Madison, infrangendo gli ordini impartiti di disperdere la folla. Questa partecipazione dei poliziotti è relativamente senza precedenti.
Di recente, un blogger progressista ha fatto una telefonata bidone all’ufficio del governatore Walker, risultata assai rivelatrice. Spacciandosi per uno dei fratelli Koch (miliardari che sono al terzo e quarto posto nell’elenco degli uomini più ricchi degli Stati Uniti e i cui fondi hanno irrorato la creazione di organizzazioni libertarie negli USA, nonché di varie forze associate al Tea Party), ha chiamato Walker, che è caduto nella trappola. Fra le rivelazioni che hanno avuto ampia diffusione via radio (inclusa la rete pubblica nazionale, con maggiore ascolto di parecchie stazioni cablate della destra) si è venuto a sapere che, per Walker, la faccenda non aveva niente a che vedere con il pareggio del bilancio e tutto invece con il tentativo di “cambiare il corso della Storia” assestando un colpo mortale al movimento operaio organizzato. Walker ha anche confessato di aver pensato di infiltrare agenti provocatori fra la folla adunata a Madison, per suscitare torbidi e screditare il movimento. Le ripercussioni di questi avvenimenti non sono ancora chiare, ma si parla di un procedimento giudiziario contro Walker, soprattutto dopo che i rappresentanti delle forze di polizia sono venuti a sapere della faccenda degli agenti provocatori.

Un movimento che si estende a macchia d’olio

Ecco il tipo di interventi diffusi, creativi, affiancati da movimenti di massa e attività di sciopero (che sono però ancora deboli e scarse) che caratterizzano la rivitalizzazione del movimento operaio negli Stati Uniti. Per la prima volta da tanto, tantissimo tempo, milioni di normali lavoratori si radunano cantando slogan come “el pueblo unido jamas sera vencido!”, si alleano con la sinistra radicale leggendone le pubblicazioni e informandosi sugli orari di riunione. Benché pochissime cose si siano fatte ufficialmente, sono diventate comunii le intese di fatto tra militanti politici di diverse tendenze della sinistra radicale (maoisti, troskisti, ecc.), soprattutto tra i membri più giovani di queste organizzazioni.
L’effetto si è fatto sentire in seno alle forze più tradizionali della sinistra, culminando nelle iniziative di massa del sabato in tutti gli Stati Uniti, su appello di un ex membro dell’amministrazione Obama, Van Jones (cacciato dal suo lavoro in seguito a una campagna “anti-rossi” ben orchestrata dai Repubblicani) e di MoveOn.org, una specie di organizzazione opportunista, orientata sui movimenti sociali, e che si mobilita ogni volta che masse di persone promuovono un’iniziativa, con l’obiettivo di incanalarla sul terreno del voto. Nel Wisconsin si sono radunate oltre 100.000 persone (una cifra molto rilevante per uno Stato di quelle dimensioni), oltre 50.000 si sono raccolte in altri posti, con soprattutto alcune sorprese come i 600 di Nashville.
Questi tentativi hanno contribuito a galvanizzare un’opinione pubblica assopita che, nonostante la sua generalizzata spoliticizzazione, continua a dare ben più importanza alla creazione di posti di lavoro che non alla riduzione delle spese di bilancio come priorità nazionale fondamentale. Da un recente sondaggio NY Times/CBS Poll risulta che appena il 14% degli statunitensi considerano come loro principale priorità il passivo di bilancio, contro il 43% che indicano invece la creazione di posti di lavoro come la priorità nazionale. In seguito al movimento sociale, il Tea Party – che sta già subendo un calo di popolarità per i suoi eccessi islamofobi e razzisti – ha perso molto del suo slancio. A Madison, oltre 70.000 persone si sono radunate un giorno a sostegno dei diritti dei lavoratori, mentre la contromanifestazione organizzata dal Tea Party ha raccolto appena 2.000 persone. A Nashville, in occasione del raduno convocato da Van Jones e MoveOn, la contromanifestazione annunciata del Tea Party non si è mai concretizzata.
In effetti, un numero significativo di partecipanti di base al Tea Party continuano a gridare “giù le mani dal mio Medicare” (sistema sanitario), o “giù le mani dalla mia assistenza e previdenza sociale”, a discapito dei loro dirigenti politici, i cui obiettivi sono soprattutto quelli di farla finita con questi programmi governativi molto popolari. Un numero rilevante di beneficiari di quei programmi, infatti, non sa neppure di partecipare a programmi governativi – cosa che dimostra l’assenza di educazione politica in questo paese. La mancanza di consapevolezza è sfruttata dai media di destra, ma la cosa comincia oggi a cambiare, perché d’ora in avanti queste conquiste sono minacciate a livello federale!
In breve, la massiccia attività operaia che ormai si diffonde, a partire dal Wisconsin, verso l’Ohio, il Tennessee e la Georgia, minaccia al di là di questi Stati lo statu quo del mondo degli affari, della burocrazia sindacale, del Partito democratico, del Tea Party… e della stragrande maggioranza della stessa popolazione. Sconfitte nel Wisconsin e nell’Ohio, nel prossimo futuro, potrebbero schiacciare nell’uovo il movimento nascente, ma molti militanti si preprano a tutte le eventualità; come capitalizzare questa sollevazione nel caso in cui vincesse nel Wisconsin, oppure se venisse sconfitta: sembra questa la problematica che emerge dalle discussioni fra i militanti operai e della sinistra radicale, nell’intero paese. Il fatto che dei lavoratori siano in grado di far sentire la loro presenza in alcuni Stati del Sud ha enormi implicazioni da un duplice punto di vista: per le prospettive di ricostruzione del movimento operaio nazionale e per la possibilità di trasformare una difesa improvvisata dei sindacati del settore pubblico in una battaglia per unificare lo stesso settore privato (anche se questo non è certo immediatamente all’ordine del giorno). Sullo sfondo di questi tentativi c’è la ripresa dell’iniziativa “dal basso”, derivante dall’accresciuta partecipazione di sindacalizzati di recente (e spesso più giovani) ai dibattiti quotidiani dei loro sindacati, una cosa promettente per le tendenze che si battono per una riforma democratica in seno alle grandi organizzazioni sindacali.
I tentativi di recupero del movimento finora sono falliti, non perché non ci siano stati. Squadre del Partito democratico, dell’AFL-CIO e del SEIU arrivano nel Wisconsin, cercando di avere una qualche influenza nelle sollevazioni democratiche perché i loro privilegi non siano la prossima vittima di questo gigante indebolito che è il movimento operaio statunitense. Speriamo che i loro tentativi si infrangano contro il fronte unico dei sindacalisti democratici.
Se negli Stati Uniti dovesse crescere un nuovo movimento operaio serio, le ripercussioni politiche sarebbero gigantesche, non solo negli USA ma nel mondo intero. Per tutti noi, è un momento molto eccitante. Auguriamoci di riuscire a non sprecare quest’occasione senza precedenti di costruire un volto nuovo della democrazia nel nostro paese.

1 marzo 2011

Print Friendly and PDFPrintPrint Friendly and PDFPDF