Diari di Cineclub

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domenica 9 aprile 2017

IL "PICCOLO CESARE" AL CONGRESSO DEL PD di Diego Giachetti






IL "PICCOLO CESARE" AL CONGRESSO DEL PD
di Diego Giachetti




Renzi “narra” di meno, è più riservato, tiene a freno lingua, twitter e partecipazione ai talk show, in compenso ci pensano i mass media fare del congresso del Pd un evento che surclassa tutti gli altri, rappresentandolo come l’ombelico del mondo italiano. Ingrati tempi ci costringono a seguire la prima fase del congresso, quello riservata agli iscritti, a cui seguirà la seconda quella delle primarie aperte a tutti. I risultati del primo tempo sono noti, Matteo Renzi ha ottenuto 176.743 voti, pari al 66,73% dei 264.879 voti validi (su 266.370 votanti, cioè il 59,15% degli iscritti), Andrea Orlando si è fermato al 25,26%, con 66.917 voti, Michele Emiliano è arrivato terzo con 21.219 voti, pari all’8%.

Innanzi tutto non bisogna fare come fa Renzi il quale, non a caso, sbandiera la percentuale del suo successo, dimenticando i valori assoluti. I numeri parlano di un partito che si è fatto più piccolo, di una partecipazione politica attiva alla discussione in calo, così come sono diminuiti anche i votanti. Nel 2009 il Pd dichiarava 831.042 iscritti, nel 2013 erano calati a 539.354, dopo i tre anni di segreteria Renzi oggi risultano essere 449.852, meno 90 mila circa. Il partito guidato da Renzi ha subìto una cura dimagrante, senza attendere l’uscita dei “bersaniani”. Dei rimasti solo 266.726 hanno votato nei congressi di circolo del Pd, un’affluenza pari al 59%. Un piccolo universo, neanche rappresentativo più di tanto dei “fedeli” iscritti alla ditta: un 41% non ha neanche votato. Ecco che il 67% sbandierato come vittoria travolgente di Renzi si ridimensiona per acquisire il suo reale peso: poco più di 170 mila voti. Un successo in declino anche tra i fedelissimi del Pd. Sempre inchiodandosi sulle percentuali, il Pd sottolinea che l’affluenza a questo congresso è superiore a quella del 2013, quando arrivò al 55,34%. Tuttavia, sotto il profilo dei numeri assoluti, quattro anni fa gli iscritti erano 539.354 e i votanti 298 mila circa. Quindi anche in questo caso si registra al netto un calo di partecipazione di oltre 30 mila iscritti.

venerdì 3 giugno 2016

AMMINISTRATIVE: ANCORA UNA VOLTA IL NEMICO DA BATTERE E' IL PD di Aldo Giannuli





AMMINISTRATIVE: 
ANCORA UNA VOLTA IL NEMICO DA BATTERE E' IL PD
 di Aldo Giannuli




Normalmente, quelle amministrative sono elezioni di serie B rispetto alle politiche. Ma non sempre, ci sono situazioni eccezionali nelle quali le amministrative hanno effetti politici che vanno molto oltre la posta ufficialmente in palio ed aprono la strada a sviluppi politici di importanza straordinaria: le comunali del novembre 1945 aprirono la strada alla repubblica, quelle del 1975, dopo il referendum sul divorzio, preannunciarono la straordinaria vittoria comunista dell’anno dopo, le comunali del 2011 avviarono il declino di Berlusconi. Addirittura, quelle spagnole del 1931, causarono la a della monarchia e la nascita della Repubblica. Oggi siamo in una situazione di questo genere, in vista del più importante referendum della storia repubblicana.

Non è sui sindaci che stiamo votando, ma sul governo e sulla sua riforma istituzionale.

Il risultato avrà una influenza inevitabile sull’uno e sull’altra. Rispetto a questo i nomi dei candidati non hanno rilevanza.

Qui si tratta di individuare il nemico principale da battere e la risposta non può che essere una: il Pd che sta operando per mutare la forma di governo nel nostro paese ed instaurare un regime illiberale.

D’altro canto, la natura sociale del Pd (al di là della residua quota di iscritti illusi che vogliono credere ancora di stare nel Pci) è ormai più che chiara dopo “riforme” come il job act, il nuovo assetto di Bankitalia, l’ordinamento delle banche popolari o di credito cooperativo, la 2buona scuola”, eccetera eccetera.
E’ arrivato il momento di presentare il conto

Da un ventennio siamo afflitti da un eterno ricatto: votiamo la “sinistra” (cioè il Pds-Ds-Pd) perché altrimenti “vince la destra”. Ed abbiamo sempre ceduto votando così per “non far vincere la destra” con il risultato di far vincere la destra nel Pd che ormai è molto peggiore di Forza Italia. I voti, il Pd se li faccia dare dai verdiniani, dagli alfaniani, da piduisti, camorristi e uomini della Magliana. La sinistra non c’entra nulla con tutto questo.

Per una persona che si ritenga sinceramente di sinistra, il voto al Pd è un disonore di cui vergognarsi per il resto dei propri giorni. E questo vale anche per i ballottaggi. Invito a sostenere i candidati del M5s e quelli della vera sinistra (Airaudo, Rizzo, Fassina, De Magistris).

NON UN VOTO DI SINISTRA VADA AL PD


2 giugno 2016


La vignetta è del Maestro Mauro Biani


dal sito http://www.aldogiannuli.it/1






 

lunedì 10 agosto 2015

SINISTRA PD E RIFORMA DEL SENATO: QUESTA VOLTA, I NOSTRI EROI RIUSCIRANNO AD ESSERE SERI SINO IN FONDO? di Aldo Giannuli





SINISTRA PD E RIFORMA DEL SENATO: 
QUESTA VOLTA, I NOSTRI EROI RIUSCIRANNO AD ESSERE SERI SINO IN FONDO? 
SI ACCETTANO SCOMMESSE
di Aldo Giannuli



Questa volta siamo allo showdown finale: la sinistra Pd ha promesso di andare sino in fondo e votare un emendamento per rendere il novo Senato elettivo. Se l’emendamento dovesse passare il risultato sarebbe piuttosto limitato e, di fatto, si ridurrebbe ad una diversa composizione del collegio elettorale per il presidente della Repubblica, i membri della Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura. Non è molto e la riforma resta un’emerita schifezza, ma meglio poco che niente. Il punto, però non è questo, il punto sono le conseguenze politiche che ne verrebbero ed allora, ragioniamo su questo.

Sulla carta i favorevoli all’emendamento Gotor sarebbero 170-176 (in base alle diverse valutazioni) cioè 12-16 voti in più della maggioranza e, dunque, se la sinistra Pd tiene duro, l’emendamento passa.

Vediamo che succede: occorre ricominciare il percorso di revisione con doppia lettura alla Camera ed una lettura al Senato. Tutte le riforme di Renzi traballerebbero, perché in altri 7-8 mesi si arriva alle amministrative che non si sa come vanno. E poi non è detto che non rispuntino altri emendamenti, ad esempio, se la Camera ripristina il Senato elettivo ricominciamo da capo. E se la riforma del Senato si arena, quella elettorale vacilla a sua volta. Di fatto sarebbe la sconfitta di tutta la strategia istituzionale del tamarro.

In sé la cosa non dovrebbe coinvolgere il governo, sia perché non si tratta di un voto di sfiducia, sia perché la stabilità del governo non dovrebbe essere collegata alle questioni di ordine costituzionale, per le quali dovrebbe (dovrebbe, insisto, dovrebbe: condizionale presente) esserci sempre libertà di coscienza per i parlamentari. Ma questo era vero quando le riforme costituzionali le faceva il Parlamento ed il governo restava neutrale. Poi, con il Pd, abbiamo inaugurato la stagione delle riforme costituzionali di marca governativa. E mai come in questa occasione il governo ci ha messo la faccia. Logica vorrebbe (anche qui, condizionale: vorrebbe) che Renzi ne traesse le conseguenze e si dimettesse, ma siccome non è la faccia quello che manca, mettiamo caso che Renzi non si dimetta o faccia solo finta di farlo per poi ritirare le dimissioni.

lunedì 8 giugno 2015

CHE PROSPETTIVE HA IL PD? di Aldo Giannuli




CHE PROSPETTIVE HA IL PD?
di Aldo Giannuli


Domenica vedremo come vanno i ballottaggi nei comuni, ma, chiunque vinca, il senso politico del voto di domenica 31 maggio non cambierà, al massimo assisteremo alla conferma di una tendenza, al suo rafforzamento o ad una lieve correzione in più.

Renzi dice che questo per lui è stato un successo: ha lo stesso numero di regioni che aveva prima, ed una è a rischio di commissariamento e nuove elezioni, ha perso oltre 2 milioni di voti ed è sceso di poco meno di 10 punti percentuali. Però dice che ha vinto: cento di queste vittorie!

lunedì 15 dicembre 2014

IL PD E LO SCANDALO ROMANO di Aldo Giannuli.







IL PD E LO SCANDALO ROMANO
di Aldo Giannuli



Con le dimissioni di Rita Cutini, la giunta Marino perde il suo quinto assessore. Per la verità, questa uscita non c’entra con lo scandalo “Carminati”, quanto con la rivolta di Tor Sapienza che non avrebbe saputo prevenire e gestire. Ma fa lo stesso: è l’ennesima conferma dello stato miserando della giunta che, paradossalmente, resiste allo scioglimento, dopo l’ininterrotta serie di fallimenti di questo anno e mezzo, proprio in virtù di quello scandalo, dato che dimettersi suonerebbe come una ammissione di responsabilità.

Ed il Pd ha scelto la linea della resistenza ad oltranza perché sostiene che questo è uno scandalo che colpisce solo a destra: si tratta del “sistema Alemanno” con cui il Pd non c’entra. Un ragionamento fatto contro ogni evidenza: il coinvolgimento di qualche assessore? E’ solo una mela marcia. Il ruolo di Buzzi? Un “imbucato” casualmente fotografato con un ministro, alle feste entra tanta gente. “La parlamentare Pd in rapporti con il giro? Errori, ne possiamo far tutti. Le telefonate in cui Carminati dice di essersi comperato quattro assessori della giunta Marino? Ci risiamo: mele marcie che sono state subito tolte da cesto.

Poi, però, non si capisce perché il Pd romano sia stato commissariato e messo in via di azzeramento. Eppure, se il partito era marcio al punto da doverlo “radere al suolo” (parole del commissario Orfini), come questo discorso non investa anche la giunta è un mistero.

lunedì 22 aprile 2013

LA MORTE DELLA SINISTRA E LA NEO-MONARCHIA



LA MORTE DELLA SINISTRA E LA NEO-MONARCHIA




E' un cambio d'epoca quello avvenuto in Parlamento. Il Pd è imploso sulle sue mille contraddizioni e la democrazia rappresentativa abdica a favore di un nuovo sovrano. In campo resta solo Grillo con cui bisognerà fare i conti fino in fondo


Non capita spesso di vedere in azione il suicidio in diretta di un partito. Il Pd ci ha offerto questa opportunità che potrà produrre un'ulteriore involuzione del sistema politico italiano. In parte lo ha già fatto. Ma è da questa strada che passa l'avvio di una discussione sul senso e la natura di una moderna sinistra.
Da parte nostra abbiamo criticato, e avversato, il gruppo dirigente "democratico" da tempo antico, dagli anni 90 e anche da prima. Da quando, cioè, i resti del Pci italiano hanno deciso di abbandonare una prospettiva di classe per adeguarsi alle coordinate del pensiero liberista. Ma sarebbe troppo facile dire che la caduta rovinosa della Camera nei giorni scorsi non ci abbia stupito. Troppo facile dire "l'avevamo detto". Il crollo è stato così disastroso e irreversibile che merita di essere capito meglio. Le spiegazioni sono almeno quattro.

sabato 2 marzo 2013

PD: FINALE DI PARTITO di Giulio Calella




PD: FINALE DI PARTITO
di Giulio Calella


"Con questa classe dirigente non vinceremo mai"... slogan che attraversa la storia degli ultimi 70 anni del gruppo dirigente del Pci, Pds, Ds, Pd. Che adesso rischia di finire la propria storia.




“Con questa classe dirigente non vinceremo mai”. Nanni Moretti l’aveva detto qualche anno fa, ma se ne è dimenticato proprio alla vigilia del voto.
Ma a guardar bene, “non vincere mai” non è una caratteristica specifica dei soli Bersani e D’Alema, fa parte di una storia. La storia del grande Partito comunista italiano, i cui dirigenti in effetti non hanno mai brillato per coraggio e audacia politica.

domenica 14 ottobre 2012

PRIMARIE CENTROSINISTRA: PARTE LA BRIGATA DEL NIENTE

di Nique la police




Risulta praticamente impossibile prendere sul serio commentatori, alcuni con curriculum prestigioso e buona produzione scientifica, che affermano che "il Pd ha un programma innovativo" oppure che "Bersani ha superato lo scoglio delle regole sulle primarie".
Si possono comprendere le dinamiche di posizionamento, sottintese a queste affermazioni, ma si deve evidenziare anche che in certi commentatori è ormai conclamata l’incapacità di capire che è finito un mondo.
Quello in cui in cui, assieme al posizionamento entro il più importante partito dello schieramento progressista, si potevano negoziare spazi di autonomia politica e personale. Ricordando che, effetto dei tagli sull’onda dell’antipolitica e del potere reale sull’Italia che passa tra Bruxelles e Berlino, si stanno esaurendo anche i margini concreti per i posizionamenti di carriera tramite la politica istituzionale. Ma che altro dire degli intellettuali mainstream della sinistra istituzionale italiana?
Da moltissimi anni, del numero si è persa la memoria, hanno accettato di buon grado di vivere un percorso intellettualmente docile in una Italia controriformata. Moriranno quindi con quel mondo ammesso che siano ancora intellettualmente vivi. E che dire, a questo punto, delle primarie del Pd?



Che possiamo descriverle come nelle vignette di Riccardo Mannelli, il più interessante disegnatore di convention, convegni, eventi pubblici, di situazioni da nonluoghi in Italia da almeno un paio di decenni. Mannelli, che ha disegnato per diverse testate italiane, ha il pregio di mantenere un doppio equilibrio di rappresentazione: disegnare volti e corpi in primo piano senza perdere il senso della folla e sempre all’interno una fisiognomica del grottesco, che non è solo caricatura, che è anche informazione sulle relazioni sociali,sui codici simbolici, sulla cifra antropologica di una parte di paese alla deriva.
L’atteggiamento che si deve avere con le primarie del centrosinistra, per estrarci qualcosa di cognitivamente utile, è proprio quello dell’equilibrio presente nelle vignette di Mannelli.
Perchè deve essere chiara una cosa: il Pd, al contrario di quello che afferma Bersani, è il tessuto connettivo di quella parte di paese che viaggia alla deriva rischiando di trascinare con sè l’altra parte che non ne ha alcuna intenzione. Una deriva politica (l’appoggio a Monti parla da solo), nella concezione dell’economia (la naturalizzazione di dogmi sull’Europa, sulla moneta e sull’impresa logori da prima della caduta del muro di Berlino) e coronata da una notevole entropia culturale. E qui basti dire che il concetto che si vuole nuovo per le primarie, ovvero quello di rottamazione, proviene da una concezione dell’economia abbondantemente superato e liquidato da un quindicennio.
Ma stiamo parlando del nocivo mondo a parte del centrosinistra dove un concetto cardine della vita sociale di oggi e di domani (il riciclaggio) è sinonimo di corruzione e carrierismo e dove un concetto superato, che favorisce una produzione energivora e lo spreco di materie prime, (come la
rottamazione) viene assunto a simbolo di rinnovamento.

E poi il grottesco: un segretario che all’assemblea nazionale grida, modulando l’asserzione con un accento emiliano che lo trasforma all’istante in maschera dialettale, “qui contano le regole”. Quando si appresta a sospenderne una (l’articolo 18 dello statuto del partito), non prima ma durante una campagna elettorale per le primarie.
E’ stato come cominciare una finale senza sapere cosa sarebbe accaduto in caso di pareggio al novantesimo.
Alla fine, nel centrosinistra, si stanno mettendo d’accordo nell’intervallo, ad un mese e mezzo dalle primarie, e pretenderebbero anche dare manifestazione di serietà al paese con un comportamento del genere.
E cosa dire di un partito, il Pd, la cui presidente, che statutariamente è una figura di garanzia al di sopra delle parti, alla fine dell’assemblea prende il microfono per dire “spero che vinca Bersani”. C’è solo da stupirsi che ben un quarto di coloro che hanno già manifestato intenzione di voto alle agenzie di sondaggi, ma attenzione c’è ancora un italiano su due che deve decidere cosa fare, abbiamo indicato di preferire il Pd.
Essendo saltati i nessi clientelari, con un Pd che non garantisce materialmente che poche persone, davvero c’è un’Italia che ha interiorizzato la società disciplinare tanto da votarne i presunti rappresentanti ben oltre l’evidenza del grottesco.
E’ un’Italia che va liberata, prima di tutto dalla tendenza a comportamenti suicidi come il voto al Pd, nell’interesse di chi è danneggiato in prima persona da questi comportamenti. Ma, come sappiamo, la tendenza della sinistra del centrosinistra è quella di entrare in queste dinamiche. La lezione ricevuta dal Prc e dalla sinistra radicale prima e dopo la caduta del secondo governo Prodi non è bastata.

Ecco quindi che a queste primarie, le cui regole ancora oggi sono tutt’altro che definite, si candida, come attendeva da anni, Nichi Vendola.
Lo slogan della campagna “oppure Vendola” è perdente fin dall’inizio. Non indica un cambiamento, una forza egemonica della sinistra, come lo stesso Vendola aveva teorizzato pochi anni addietro, ma una certa equivalenza nella scelta tra candidati suggerita in prima persona dallo slogan dello stesso governatore della Puglia. Il quale, ormai in preda ad uno stadio supremo dell’ eclettismo politico, afferma di voler fare la lotta contro il liberismo all’interno del centrosinistra (è come voler lottare per il comunismo all’interno del Pdl in quanto partito più votato dagli operai fino al 2010) ma anche di rispettare una eventuale vittoria di Renzi alla primarie.
Sarebbe il capolavoro di voti antiliberisti messi a disposizione del programma più sfacciatamente liberista e classista dalle elezioni del ’94 ad oggi.

Ma con Bersani non andrebbe certo meglio: il rispetto del peggio delle politiche di “rigore e crescita” chieste dal dispositivo, peraltro difettosissimo, Bruxelles-Francoforte-Berlino è già stato garantito dal segretario del Pd in caso di vittoria elettorale. Ma anche qui, dopo gli interrogativi, si insinua subito il grottesco: Vendola si candida urlando al mondo che in Italia “si comprimono i consumi e non si fa girare il mercato”.
Tutto vero, ed anche drammatico, ma per la seconda lettera che Vendola rappresenta, la E di ecologia, tutto questo è sintomo dell’esaurisi di un modello di sviluppo non più emendabile, non di consumi e mercati da rilanciare. E un candidato che ha avuto un approccio all’ecologia come quello tenuto all’Ilva di Taranto, quando persino sul Manifesto sono apparsi articoli che inchiodavano il governatore della Puglia alle proprie responsabilità, quando affronta questi temi non si capisce se è più grottesco o inguardabile.

Il centrosinistra confida quindi nell’appoggio di un'Italia minore, nella quale si annidano settori di elettorato ormai sterile ed abituato a tutto, ma per andare verso il niente. Perché il pittoresco percorso verso le primarie, in caso di vittoria alle politiche del candidato espresso dalla consultazione interna al centrosinistra, non porta ad alcun potere politico e nemmeno al governo del paese. L’Italia in quanto paese periferico dell’area euro ha riformato la costituzione secondo un tipo di politica di bilancio e di economia esterne alle esigenze del paese (lo si è visto con la spirale tagli-contrazione del Pil del governo Monti già prevista anche per il 2013) e se l’Europa entra a regime si trova a non avere autonomia in materia di politica industriale, fiscale, economica e di bilancio. Senza una sede reale dove potersi far sentire in Europa, a parte le cerimonie pubbliche dove tutti parlano e conta solo chi deve contare.

Non solo, se nel 2013 l’Italia non taglia ancora, e a prescindere dallo stato di recessione del paese, si trova pure ad essere formalmente commissariata. Una cosina da nulla: lo SME approvato anche dal parlamento italiano prevede l’autonomia giuridica dei commissari europei che possono vendere beni e patrimoni del paese commissariato senza che questo, legalmente, possa fare qualcosa. Questo è quello che Bersani, Renzi e Vendola chiamano “vincere”: il disastro sociale, economico e il niente politico. Un niente che è pure puntualmente registrato nel mondo che conta: i quotidiani esteri, e le tv globali, sull’Italia sono occupati da Monti e da Grillo.
E’ anche possibile anche se per niente scontato, vista la situazione politica inedita, che il centrosinistra come è adesso arrivi al governo.

La deflagrazione del Pdl e lo scarso appeal elettorale dei centristi potrebbero favorire questa soluzione anche se è presto per dirlo. Ma una cosa è certa. I dati del Fmi sulla recessione mondiale, prevista nel 2013, il rallentamento delle aree guida dell’economia, la guerra finanziaria permanente stanno creando per l’Italia una situazione simile a quella che ha fatto esplodere il centrodestra. Che si è trovato di fronte a problemi immensi accumulatisi velocemente a partire da Lehmann ed è esploso con la crisi dei debiti sovrani dell’euro (con lo spread come tormento quotidiano).
La nuova ondata di crisi, che contiene anche la radicalizzazione di quelle precedenti, scioglierebbe come il burro, stavolta definitivamente, il centrosinistra al governo. Non a caso qualcuno spera, e lavora, per una legge elettorale che disinneschi il risultato delle primarie per non caricare troppo il centrosinistra delle responsabilità future. Restano per adesso delle primarie che sembrano fatte per le vignette di Mannelli, che ci suggeriscono però un dato politico e antropologico di una coalizione che, per il bene del paese, si può solo auspicare che svanisca senza fare troppi danni.


7 ottobre 2012

dal sito http://www.senzasoste.it/


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