Diari di Cineclub

Diari di Cineclub
Rivista Cinematografica online e gratuita

martedì 14 settembre 2010

IN RICORDO DI ALFONSO LEONETTI
(1895-1984)












Vogliamo, con due suoi scritti, ricordare la grande figura di Alfonso Leonetti. 
Tra i fondatori del Partito comunista d'Italia, massimo esponente  della sua Direzione, direttore dell' "Unità", espulso nel 1930 per "trotskismo" è rimasto per tutta la sua vita un militante rivoluzionario.

Dalla prefazione "All'opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci" ed. Massari 2004

Assumendosi l'iniziativa, la responsabilità e l'onere gravoso di pubblicare il Bollettino della NOI (Nuova Opposizione Italiana), "Controcorrente" colma una vecchia lacuna; mette cioè a disposizione degli studiosi e dei militanti operai uno strumento di conoscenza e di discussione che da tempo e invano si attendeva.
Vi è stato, è vero, alcuni anni fa un reprint Feltrinelli del Bollettino. Ma tirato a pochi esemplari, esso scomparve rapidamente dalla circolazione. Esso si presentava come l'originale ed era quindi di difficile lettura e consulatazione. Questi limiti sono ora superati con il volume di "Controcorrente" e si potrà quindi raggiungere una massa di lettori molto più ampia, interessata a conoscere gli sviluppi di quei drammatici avvenimenti che portarono prima e dopo la "svolta" a una grave degenerazione dell'Internazionale Comunista e delle sue sezioni nazionali.
C'è oggi la tendenza a parlare di questo periodo e di queste discussioni come di fatti appartenenti alla "paleontologia" del movimento operaio. Si è persino coniato il motto di "paleocomunismo" per giustificare ogni rifiuto a fare i conti con questo passato. Eppure è arcinoto che il presente è figlio del passato e che non si può costruire il nostro futuro se non ci rendiamo conto di quello che siamo, di come siamo usciti dal passato: un passato che incombe su di noi con le sue ombre e le sue luci.

Una prima curiosità avrà certamente il lettore sapere quanti eravamo, che tiratura aveva il Bollettino, che consistenza aveva la nostra opposizione. Chi ragiona con il metro del presente, resterà forse deluso. I "tre" non furono mai tre, è vero, ma non fummo mai più di una ventina o una trentina. Le nostre posizioni erano condivise da altri, come Teresa Recchia, membro candidato del CC, eletta al Congresso di Lione, unica donna operaia della direzione; da suo marito, Mario Bavassano, operaio sellaio dirigente dei "gruppi comunisti italiani" in Francia;  da vecchi comunisti, come Giovanni Boero, noto dirigente degli operai torinesi.
Particolare e diversa dalla nostra, ma nettamente contraria alla linea staliniana della "maggioranza" era pure la posizione di Ignazio Silone. La storia ha poi mostrato che, a nostra insaputa, le nostre critiche alla svolta erano condivise in carcere anche da Gramsci e Terracini, almeno per quanto riguardava l'Italia e la lotta contro il fascismo.
La nostra opposizione -è evidente- avrebbe avuto un altro peso e un altro sviluppo, nazionale e internazionale, con il sostegno morale, politico e intellettuale di uomini come Gramsci e Terracini. E invece dovemmo batterci da soli e in condizioni difficilissime, ignorando che in carcere Gramsci e Terracini condividevano le nostre posizioni. Tutte, salvo quella della nostra andata a Trotsky. Fuori dal carcere e avendo vissuto la nostra stessa esperienza, essi avrebbero fatto assai probabilmente come noi.

La vita fuori dal Partito e per giunta nell'immigrazione non fu facile, nè comoda. Di tutti i tempi, la vita dei gruppi in terra d'esilio -si raccogliessero questi intorno a Marx ed Engels, al tempo dell'emigrazione tedesca, o intorno a Lenin, al tempo di quella russa- è stata una vita grama, fatta di scissioni e di liti senza fine. Anche il nostro piccolo gruppo non sfuggì a questo destino. Gli è che, malgrado la grande presenza di Trotsky, tutte le sezioni costituitesi intorno al Segretariato Internazionale dell'Opposizione, di cui egli era il capo, vivevano in uno stato di fluidità permanente. Fu così anche per il nostro gruppo.
Blasco (Tresso), per incominciare, si stacco da noi subito, per svolgere la sua attività nella sezione francese, in preda, allora, a lotte interne acutissime. Ciò spiega perchè il suo nome non appaia fra i collaboratori del Bollettino, di cui però condivideva l'orientamento politico. Questo era in gran parte redatto da me, Pia Carena e Paolo Ravazzoni. Quest'ultimo, in seguito -all'epoca del cosidetto "entrismo"- abbandonerà l'Opposizione per il Partito socialista di Nenni e di Tasca. sarà allora che con Blasco decideremo di far uscire La Verità; ma la pubblicazione di questo giornale non andrà oltre il secondo numero.

Quali che siano state le vicende dei "tre" sotto l'aspetto individulale, e quello della NOI sul piano organizzativo e politico, il Bollettino rimane un documento da conoscere per gli avvenimenti e le discussioni dell'epoca.
Inutile dire che la stampa era fatta da noi medesimi. La tiratura si aggirava intorno alle duecento-trecento copie. Distribuite ad personam, esse venivano però spedite in tutto il mondo, in particolare alle biblioteche con servizi di lettura. Venivano mandate delle copie anche negli USA e persino a Mosca, oltre che alle redazioni dei vari giornali antifascisti. Il posto dove era più difficile fare arrivare delle copie era purtroppo l'Italia, per mancanza di contatti diretti nel paese. Diverso è il discorso per gli ambienti dell'emigrazione italiana in Francia. All'epoca delle guerra d'Etiopia, però, riusciremo a fare arrivare alle truppe italiane un appello alla fraternizzazione con gli etiopi, tramite dei sudafricani.
Ci fu chi, Claudio Treves, ad esempio, direttore della Libertà, settimanale della Concentrazione Antifascista, definì "spade di legno" questi nostri Bollettini, rispetto alle "corazzate" della stampa staliniana o stalinizzata.
Ed era vero. Ma è anche vero che contro gli abusi del potere e contro un sistema di falsità ci si batte come si può: anche con le "spade di legno", se mancano mezzi più possenti ed efficaci.
le nostre non ci sembravano però, "spade di legno". Avevamo con noi la grande tradizione del pensiero e dell'azione marxista, leniniana che si impersonava nella figura di una grande capo rivoluzionario, quale Leone Trorsky, cacciato ormai sulla via dell' esilio. Anche il suo esempio ci dimostrava, del resto, che importante non è l'arma con cui ci si batte. E la nostra causa -la difesa del comunismo internazionale- ci dava la certezza della nostra forza. Poverissimi per i nostri mezzi di esistenza e di lotta, noi pensavamo di superare tutte le difficoltà,oggettive e soggettive grazie alla nostra passione rivoluzionaria e comunista.
Guardavamo con ansia ad ogni passo in avanti del proletariato nel mondo: in Germania, in primo luogo, dove si combatteva l'ultima battaglia contro l'avvento di Hitler, dal cui esito dipendeva tanta parte della nostra lotta contro il fascismo; in Spagna, dove la teoria della rivoluzione permanente apparve in tutta la sua correttezza storica; in Austria, negli USA. Aspettavamo anche i primi sintomi di risveglio del movimento operaio russo, dopo la grande sconfitta rappresentata dalla vittoria dello stalinismo.
Del nostro caro compagno Gramsci, invece, cui dovevamo in fondo, e nonostante certi suoi errati apprezzamenti nei riguardi di Trotsky e dell'Opposizione, il giusto orientamento che ci aveva portato a schierarci con Trotsky e l'Opposizione, non sapemmo più nulla fino alla sua morte. Che incoraggiamento sarebbe stato per noi, sapere che anch'egli dal carcere si opponeva alla linea del socialfascismo e concordava con posizioni nostre e di Trotsky riguardo alla Costituente, al periodi di transizione dal fascismo alla lotta per il potere operaio!
Le maggiori amarezze non ci venivano, infatti, dalle nostre condizioni di fame, in terra straniera, nè dalla forza del nemico di classe: la borghesia. Ci venivano invece dalla debolezza del movimento operaio italiano e internazionale, diretto da cattivi o falsi pastori, cui spetta una grande responsabilità e nell'avvento di Hitler prima, e nella sconfitta subita dalla rivoluzione spagnola, poi: premesse entrambe della Seconda guerra mondiale. E' storia recente.

Sbagliando si impara, dice un vecchio proverbio. L'esempio del riformismo sta a dimostrare il contrario.
Si impara solo se si paga di persona e si ha poi la forza di ricominciare da capo. A questo punto può servire allora l'esperienza della NOI e la lettura del Bollettino. Dopo le Tesi di Lione questo testo, grazie all'apporto insostituibile di Trotsky, presente quasi in ogni numero, offre un contributo notevole di elaborazione marxista in seno al movimento operaio.
Il sistema capitalista è nuovamente e scopertamente in crisi. Cerca appoggi nelle direzioni riformiste del movimento operaio, ma cozza contro la volontà di lotta delle masse lavoratrici. Chi prevarrà?
Ciò dipende da molti fattori, ma sopratutto dalla capacità dei partiti operai a stabilire esatti rapporti di classe, tra politica ed economia, tra la tattica e la strategia, tra l'immediato e il futuro. Come, con quali parole d'ordine si orientano e si conquistano le masse a una prospettiva rivoluzionaria, comunista?
Le condizioni sociali mutano, ma i principi restano. E sono i principi del marxismo e della esperienza bolscevica che noi cercammo di difendere con l'ausilio di Gramsci e l'impegno diretto a fianco di Trotsky e di quello che all'epoca si chiamava "Movimento per la Quarta Internazionale".
Sono questi i problemi su cui oggi sono chiamate a confrontarsi le nuove generazioni rivoluzionarie, nella lotta per la rinascita del comunismo in Unione Sovietica e per la vittoria del proletariato nel resto del mondo.
In questa lotta la ripubblicazione del Bollettino è solo un modesto contributo, ma mi pare valido.

Roma, 24 gennaio 1976
                                                                 Alfonso Leonetti










Pubblichiamo qui dal libro di Antonella Marrazzi "Alfonso Leonetti -Storia di un'amicizia"- Ed. Massari 2004- una lettera-testamento scritta da Leonetti all'autrice.












Antonella carissima,
         sapere che "tra breve" saresti di nuovo a Roma, avrebbe potuto indurti a ringraziarti della tua lettera e attendere la tua venuta per parlare del contenuto di essa, molto interessante. E' del resto quello che faremo, potendo, qui, ora, dirti molto poco, per le solite difficoltà mie nello scrivere (la cifosi cervico-dorsale, in primo luogo). Comincerò col farti una confessione quasi testamentaria (non è una maniera di dire un pò pretenziosa): a 88 anni, conservo per il futuro dell'umanità e il socialismo, la stessa certezza che avevo a 18 anni quando, nel '13 mi iscrissi al "fascio" giovanile socialista di Andria, composto di una ventina di giovani contadini poveri, senza una sede, che non fosse la strada o la casa molto misera di uno di questi giovani. Sono trascorsi 70 anni da allora: quasi tre quarti di secolo. E se togli la luce della Rivoluzione di ottobre, le sconfitte del movimento operaio sono state moltissime e gravi. Basti pensare al fascismo, al nazismo, allo stalinismo. Eppure le generazioni sono seguite alle generazioni e il dilemma posto all'umanità rimane lo stesso: barbarie o socialismo.
Faccio l'ipotesi più catastrofica per il futuro, prossimo o lontano: quello di una guerra nucleare. Ebbene, che ne uscirebbe? Io non credo alla fine del nostro pianeta. Ci saranno grandi distruzioni e grandi massacri, ma gli uomini, vinti o vincitori, continueranno a esistere. I problemi che si porranno per essi -vivere, organizzare la società su basi nuove -porranno ancora e sempre il problema del socialismo, il solo -nell'epoca presente- capace di assicurare pace e sviluppo. Parlo di epoca. E la vita di un uomo, di una generazione, è sempre un piccolo pezzo di strada della lunga strada della storia umana.
Per concludere: l'essenziale è conservare questa certezza. E allora, importa poco tutto il numero di rinnegati, di traditori o semplicemente di quanti abbandonano il campo. Si può rimanere soli ed essere nel solco della storia, coiè non essere soli.
Questo aiuta a superare tutte le sconfitte, tutte le diserzioni - quante, quante, ne ho viste, cara Antonella!
Dovrei parlare del 26 giugno. Ma spero di parlarne presto a voce, con te.
Le mie condizioni di salute sono migliori. Pessime invece le mie condizioni di assistenza. A luglio ed agosto -non potendo rimanere solo (il senso di solo è qui diverso) sarò costretto a tornare in una casa di cura, che gli amici stanno cercando.
A te, Antonella carissima, limpida e serena sempre, un forte abbraccio.

13 giugno 1983                                      Alfonso

venerdì 10 settembre 2010

Si salveranno? La tattica disperata della Federazione della sinistra
di Leonardo Mazzei


Primum vivere, questo e soltanto questo è il principio ispiratore delle attuali scelte della Federazione della sinistra (Fds). Un principio che ha come premessa la convinzione che non sia possibile esistere al di fuori delle istituzioni. Tutto viene perciò subordinato all'obiettivo del rientro in parlamento, dopo il naufragio dell'Arcobaleno dell'aprile 2008.
In questa sede non ci dilungheremo a polemizzare con questa impostazione opportunistica. Si commenta da sola e non è certo una novità.
Ci concentreremo invece su un'altra questione: può la tattica della Fds avere successo? Detto in altri termini, si salveranno?
In verità la linea ferreriana appare non tanto spregiudicata, quanto piuttosto disperata se non addirittura suicida. Come noto, Prc e Fds hanno già detto di sì alla proposta di Bersani nella quale ritengono - non a torto - di potersi inserire in nome della Santa Alleanza antiberlusconiana, ma senza assumersi responsabilità di governo. Il risultato concreto di questo slalom sarebbe appunto l'elezione di una pattuglietta di parlamentari.
Questa linea ha certamente una sua logica, ma incontra sulla sua strada una serie impressionante di paradossi.
Il primo di questi paradossi è che il disegno dei sinistrofederati potrà realizzarsi solo ed esclusivamente con il vituperato Porcellum. La cosa non ci scandalizza per niente, ma non deve sfuggire l'ipocrita silenzio che attornia questo semplice fatto. Ferrero, Salvi e Diliberto debbono tenersi ben stretta la creatura di Calderoli. Il Porcellum assegna seggi (per giunta in misura proporzionale) purché si raggiunga il 2% dei voti, a condizione che si faccia parte di una coalizione che ottenga almeno il 10%. I due sistemi di cui si parla come possibili sostituti dell'attuale legge - il cosiddetto Mattarellum (cioè la legge che è stata in vigore dal 1994 al 2005), ed il "sistema tedesco" - prevedono soglie di sbarramento rispettivamente del 4 e del 5%.
Nel 2008 l'Arcobaleno ottenne il 3,1% dei voti, mentre nelle regionali della scorsa primavera la Fds si è fermata al 2,7%. Anche lasciando da parte gli ultimi sondaggi, che prevedono un ulteriore e consistente calo, che speranze avrebbero costoro se il Porcellum dovesse essere sostituito da una nuova legge?
Questo primo paradosso non è però niente rispetto al secondo. Dopo aver detto per anni "sistema tedesco", senza mai riflettere sul fatto che tale sistema nacque in Germania proprio per escludere i comunisti dal parlamento, Ferrero e Salvi continuano a ripetere questa litania anche oggi.
Ma, c'è un ma grande come una casa: se fino a due anni fa quel sistema sembrava poter tutelare una forza come il Prc, attestata stabilmente sopra il 5%, che senso ha oggi insistere su una proposta in tutta evidenza suicida? Misteri di un ceto politico allo sbando.
In un'intervista al Manifesto del 29 agosto, Ferrero ha detto che: «per cacciare Berlusconi, fare la nuova legge proporzionale e uscire dal bipolarismo sono pronto ad allearmi con il diavolo». Già, ma il diavolo che ne pensa? L'intervistatore fa infatti notare al segretario del Prc che il Pd sembra orientato per un ritorno al Mattarellum. Illuminante la sua risposta: «Noi siamo per il proporzionale secco. Altri, come noi, preferiscono il modello tedesco, penso a D'Alema, a Rutelli, a Casini. Vuol dire che ne parleremo». Ne parleranno, ma senza pregiudiziali, ci mancherebbe!, che Ferrero vede comunque l'affermarsi di una tendenza proporzionalista: «Da questo punto di vista il Mattarellum è un passo avanti. Poi il grado di compromesso finale si vedrà. Ma si va nella direzione giusta».
Ma davvero qualcuno pensa che la discussione sulla nuova legge elettorale si muoverà lungo un binario che ha come capolinea la riaffermazione di principi proporzionalisti?
Siccome non possiamo credere a tanta ingenuità, è chiaro che il ragionamento ferreriano è un altro: intanto andiamo al voto con lo sbarramento al 2%, che la Santa Alleanza ci torna proprio a fagiolo, poi dopo vedremo. Già, vedranno. Ma qui i casi potranno essere soltanto due: o la Fds non sarà determinante per la formazione del governo, ed allora meglio non farsi illusioni sul potere contrattuale a disposizione; od invece sarà determinante ed in quel caso dovrà condividere le scelte di governo con Casini, Montezemolo e, perché no, lo stesso Fini. Come si vede, la "gran furbata" dei sinistrofederati tanto geniale non sembra proprio. Tanto più che basterebbe ricordare il 1996. Anche allora l'idea che stava dietro alla "desistenza" era che alla fine i parlamentari del Prc non sarebbero stati determinanti. Il voto invece li volle tali e ne scaturì il sostegno ai sacrifici per Maastricht e quello al pacchetto Treu
Come si vede, a partire dal 1994, i nodi sono sempre gli stessi. Ed averli affrontati e risolti sempre nella stessa direzione - anche se, fino ad un certo punto, con una buona dose di fantasia - ha portato alla sostanziale scomparsa dei comunisti non dal parlamento ma dal panorama italiano.
E la legge che ha segnato veramente il passaggio alla Seconda repubblica è proprio quel Mattarellum che oggi Ferrero vede comunque come un passo avanti. E' questo un terzo paradosso su cui occorre riflettere.
E' stato il Mattarellum ad introdurre il sistema maggioritario, a rafforzare potentemente i processi di personalizzazione della politica, a sviluppare oltremodo il lobbysmo trasversalista di impronta americana. Non è un caso che dai centri del potere economico venga oggi una forte spinta per la sua riproposizione. E non sfuggirà a nessuno la sua natura bipolare.
Insomma, l'attuale degrado della politica - che, beninteso, ha a monte altre cause generali e non solo di tipo nazionale - è figlio in primo luogo del Mattarellum assai più che del Porcellum.
Cesare Salvi, che in questo momento funge da portavoce della Fds, ha perlomeno denunciato (il Manifesto, 31 agosto) gli effetti nefasti della legge Mattarella, affermando la necessità di ritornare ad un sistema proporzionale. Ma quale sistema proporzionale? Ovviamente quello tedesco, adottato in tutti i suoi aspetti, inclusa la fatidica soglia del 5%. Salvi parla apertamente di quali sarebbero le conseguenze: «Sulla base dei dati delle elezioni più recenti (parlamento europeo e regionali) entrerebbero in parlamento i 5 partiti di adesso nonché la sinistra, se unisse le sue forze».
L'insuperabile Salvi ci costringe a due brevi considerazioni su questo quarto paradosso, una tecnica e l'altra politica. Quella tecnica è che l'unione delle forze a cui fa riferimento c'è già stata nel 2008 con l'Arcobaleno: i bookmakers del Manifesto dopo la solita manifestazione autunnale la quotavano sopra il 10%, gli elettori gli assegnarono poco più del 3. Quella politica è che se tale processo unitario dovesse concretizzarsi, esso avverrebbe necessariamente sotto la cupola vendoliana, concludendo a tarallucci e vino anni di scontri al calor bianco. Dubitiamo che anche in questo caso il 5% verrebbe superato. Ma se per caso avvenisse, sarebbe comunque la fine dei due partiti nominalmente comunisti, a quel punto affogati nel mare magnum della retorica del Berlusconi di sinistra.
Non abbiamo sottolineato tutti questi paradossi per evidenziare la pochezza degli attuali gruppi dirigenti della Fds. Lo abbiamo fatto per sottolineare che la più spregiudicata delle tattiche può avere successo solo a condizione che si basi su un'analisi concreta della realtà, dei rapporti di forza e delle diverse variabili in gioco.
Qui non vediamo alcuna tattica particolarmente arguta, ma solo le mosse disperate di chi vorrebbe aggrapparsi alla ciambella di salvataggio rappresentata da qualche seggio parlamentare. Non vedendo, al di fuori di questo risultato, alcuna possibilità di azione politica.

Si salveranno? La risposta è no. Potranno magari riaffacciarsi in parlamento, nel caso di elezioni anticipate, ma per poi esserne ricacciati fuori al più presto.
Non è il solo Berlusconi a farsi leggi "ad personam". Il Pd ed i terzopolisti casiniani-rutelliani-finiani, se ne avranno la possibilità faranno altrettanto. Basti pensare alla legge regionale che si sono fatti in Toscana (una fotocopia del Porcellum), ed ancor di più a quella congegnata ad hoc per le europee del 2009.  Adatteranno la legge ai loro interessi immediati, ma sempre accordandosi alle più generali esigenze sistemiche, che prevedono un parlamento normalizzato e blindato in cui anche la più inoffensiva delle falci e martello sarà rigorosamente bandita. Ed assegneranno d'ufficio la rappresentanza della "sinistra" a Vendola, per le stesse ragioni per cui fu appaltata a Fausto Pavone Bertinotti per 15 anni.
Perché cadere in una simile trappola? Perché legittimare l'ennesima porcata partecipandovi praticamente ad occhi chiusi? Domande retoriche alle quali i lettori attenti sapranno rispondere senza difficoltà. Da parte nostra ci limitiamo perciò alle brevi riflessioni svolte.
Riflessioni che ci dicono però una cosa: la tattica della Fds non è criticabile soltanto perché ripropone le scelte di un quindicennio di subalternità al centrosinistra, ma anche perché finirà per rendere irraggiungibile lo stesso scopo per cui è stata pensata, la sopravvivenza.
Naturalmente, per sopravvivenza qui va intesa la conservazione in vita di una forza politica, perché invece la mera esistenza di qualche naufrago nel teatrino politico-istituzionale verrà di certo garantita dal sistema. Gli fa gioco e non gli costa niente.

da "CampoAntimperialista" 3/9/2010

mercoledì 8 settembre 2010

La contro-riforma postmoderna del sistema scolastico italiano


 di Michele Nobile








Pubblichiamo questo interessante studio di Michele Nobile scritto nel 2005 sulla situazione scolastica italiana e non possiamo che concordare con l'autore che  
"il testo è ovviamente datato, ma le linee fondamentali della politica della  (d)istruzione pubblica non sono cambiate".

E' un testo quello di Nobile purtroppo più che mai attuale.
Infatti anche quest’anno, sui lavoratori della scuola ed in particolare sui precari, si abbattono con violenza i tagli della “riforma” Gelmini/Tremonti. 
E ovviamente questi tagli colpiscono anche gli studenti e le loro famiglie.
Sono stati cancellati altri 25.600 posti di docenti e 15.000 di personale Ata, che sono da aggiungere ai 42.100 docenti e 15.000 Ata già eliminati lo scorso anno.Quest’anno i tagli avranno una maggiore incidenza nella scuola secondaria di secondo grado, dove spariranno 13.700 posti di lavoro, mentre 8.700 ne perderà la scuola primaria.
Ci troviamo di fronte al  più grande licenziamento di massa nella storia della Repubblica.



1. Poco più di trent’anni fa Marzio Barbagli impostò l’analisi del rapporto tra sistema scolastico e disoccupazione intellettuale assumendo le caratteristiche della struttura interna del primo come il meccanismo più importante ai fini della selezione, orientamento e contenimento della domanda di istruzione  (1).
La riforma Gentile del 1923 comportò, relativamente al sistema Casati, sia una chiusura del sistema scolastico italiano, prevedendo scuole vicolo-cieco, sia una sua maggior professionalizzazione mediante il restringimento degli accessi universitari agli studenti degli istituti tecnici. Nello stesso tempo le università vennero divise in tre categorie, di cui una sola interamente finanziata dallo Stato, essendo il finanziamento delle altre in tutto o in parte a carico degli enti locali e dei privati.
In epoca repubblicana i cambiamenti più importanti a livello secondario furono, come noto, l’istituzione della scuola media unica nel 1962 e la liberalizzazione degli accessi universitari nel 1969, che diedero vita al sistema scolastico più aperto e meno professionalizzato della storia italiana. Dietro quei cambiamenti istituzionali erano lo spostamento dei rapporti di forza tra le classi sociali, evidente nelle mobilitazioni operaie ed antifasciste tra la fine degli anni cinquanta ed i primissimi sessanta, e l’esplosione studentesca ed operaia del 1968-1969. Con il “biennio rosso”, in particolare, sia le funzioni di selezione (rispetto al sistema economico) che di socializzazione (rispetto all’integrazione politica ed ideologica) entrarono in crisi.
Applicando lo schema interpretativo di Barbagli alle riforme della scuola proposte tanto dal centro-destra che dal centro-sinistra non si può non concludere che esse stanno al sistema scolastico emerso dagli anni sessanta come l’operazione di Gentile rispetto a quella di Casati: si muovono cioè nel senso di una maggiore professionalizzazione del sistema. E non può neanche sfuggire il fatto che la riforma del sistema dell’istruzione e della formazione cada in Italia in un contesto di persistenti ed alti livelli di disoccupazione e di lotte sociali puramente difensive quando non disperate. A grandi linee, l’impressione di déjà vu è forte. Se questo è vero si tratta in effetti di una contro-riforma che, come quella di Gentile, ha avuto una lunga gestazione e un consenso “trasversale”.
Si consideri quanto scrive Giovanni Genovesi, ordinario di Pedagogia generale nell’Università di Ferrara, appassionato difensore della scuola pubblica: “la riforma di Berlinguer non solo era lacunosa, ma tale che alcune di queste lacune hanno preparato la strada alle giustificazioni dell’operato del governo di centro-destra”. si tratta in particolare del “doppio canale circa la formazione professionale” e della equiparazione tra scuole pubbliche e scuole private. Genovesi poi aggiunge:

“il centro-sinistra può benissimo sbagliare e ha sbagliato. Ma lo ha fatto nello sforzo di realizzare un’idea di scuola. Il governo di centro-destra, invece, non ha nessuna idea di scuola. Proprio per questo non potrà mai realizzare una riforma di ciò che non sa e di cui non si preoccupa di sapere cosa sia”  (2).

Implicita l’analogia con il fascismo che “non ha una sua scuola, perché non ha un’idea di scuola. La prende in prestito da Gentile, ma non sa sfruttarla al meglio per i suoi fini perché, sostanzialmente, non la capisce” (3).

Nelle questioni della formazione professionale e della parità scolastica si possono dunque riconoscere evidenti tratti di continuità tra centro-sinistra e centro-destra: e si tratta di questioni fondamentali. Ma c’è di più. Le differenze negli ordinamenti, che pure sono importanti, i pasticci nell’implementazione e nel raccordo delle competenze tra Stato e Regioni, le sparate rozzamente ideologiche, non significano che la politica scolastica del centro-destra si caratterizzi per l’assenza una idea dell’istruzione e della formazione. Il punto è che centro-destra e centro-sinistra hanno la stessa idea fondamentale dell’istruzione e che il ministro Moratti non ha fatto altro che spingere alle estreme conseguenze una logica già operante nelle iniziative del ministro Berlinguer negli anni 1996-2000. Che la riforma della scuola possa essere in definitiva varata dal magnate dei mass media e da un ministro che viene da quel mondo è, per così dire, la giusta nemesi. Poste le premesse da Berlinguer “la scuola è pronta su un piatto d’argento perché il successore, Letizia Moratti, se la divori in un solo boccone in base a una cultura pseudo aziendalistica e pseudo cattolica - ma decisa, univoca ed efficacissima” (4).

La continuità nell’involuzione risulta tanto più forte quanto più se si considera la politica scolastica nel suo insieme, comprese le innovazioni introdotte nei contratti nazionali del comparto, ed in raccordo con la politica del lavoro (il “pacchetto Treu e la legge 30, ad esempio).
Nell’istruzione come in altri campi emergono due linee che, più che alternative sono caratterizzabili come complementari. Schematicamente, quella del centro-destra, che si potrebbe definire “tatcheriana-reaganiana”, idealmente postula come unica realtà gli individui (e le famiglie), assumendo che un mercato perfettamente concorrenziale conduca all’equilibrio. Ovviamente, a partire dalla posizione monopolistica dell’imprenditore Berlusconi, la realtà è tutt’altra; ed anche per questo l’ideologia del mercato deve essere combinata con la la “tradizione” cattolica.
Nell’altra linea, che si potrebbe dire “clintoniana”, l’azione statale non si identifica necessariamente con l’inefficienza e l’irrilevanza, a condizione che essa non solo si ridimensioni e si modelli, nelle procedure e negli strumenti, sul “mercato”, ma sia finalizzata a valorizzare quelli che, nell’economia globale, sono i fattori meno mobili. Tra questi, innanzitutto, il “capitale umano”. L’intera società “nazionale” è dunque concepita come una enorme azienda in concorrenza con altre nel “mercato globale”. Anche grazie al rapporto privilegiato con le maggiori organizzazioni sindacali il rapporto tra politiche pubbliche e “mercato” è più mediato, ma anche profondamente interiorizzato.
Entrambe le linee concepiscono la politica sociale, e quindi anche la riforma della scuola, come una funzione della competizione globale. Per fare un solo esempio, il prof. Bertagna ci insegna che “l’Italia è in crisi economica perché ha carenza qualitativa di ‘capitale umano’ ”, che il lavoro postfordista “deve essere sempre più ricco di conoscenze scientifiche, di cultura e di intelligenza del soggetto”, che si può “cercare di concepire e praticare il lavoro non come utilità, ma come compito; non come mezzo, ma come fine, che è poi dire realizzazione di sé” (5).

Se si mettono la parte la lirica idealizzazione del lavoro “postfordista” e la retorica personalistica, sia i riformatori di centro-sinistra che di centro-destra presuppongono che con l’avvento della “società della conoscenza” e della globalizzazione economica cada la distinzione tra istruzione (liceale) e formazione professionale in quanto “il sapere e il fare diventano due facce inscindibili della stessa medaglia”. Essi non solo hanno una concezione strettamente funzionalistica del rapporto tra sistema scolastico e mercato del lavoro; non solo trascurano le ragioni profonde del peggioramento delle tendenze economiche mondiali a partire dal 1973; non solo caricano l’istruzione e la formazione di un eccesso di responsabilità, coprendo così la deliberata rinuncia politica ad affrontare direttamente i problemi della disoccupazione, dell’ineguaglianza, dell’emarginazione sociale e della politica industriale. L’autentica novità del modo in cui è concepita la riforma della scuola oggi, a destra ed a “sinistra”, risiede nella volontà di modellare il funzionamento interno del sistema scolastico e lo stesso processo di insegnamento e apprendimento sulla base di criteri “economicistici” e di una mentalità aziendale. Come si vedrà, è in questo che risiede il carattere postmoderno della riforma.
Concretamente, e al di là delle polemiche da salotto televisivo, una convergenza di sostanza tra gli opposti schieramenti elettorali si può individuare nelle leggi di alcune Regioni dove il centro-sinistra è maggioranza e nell’idea che la riforma Moratti sia da emendare e “migliorare”, non da cancellare.

2. Si è detto prima che sia per il centro-sinistra che per il centro-destra la netta distinzione tra istruzione liceale e formazione professionale non sia più accettabile. A mio parere questo è il postulato da cui derivano come corollari tutti gli altri aspetti della trasformazione della struttura e delle finalità del sistema scolastico. Si tratta anche della questione politicamente fondamentale.
Secondo il marchese di Condorcet primo scopo dell’istruzione repubblicana, doveva essere "stabilire tra i
cittadini un’uguaglianza di fatto e rendere reale l’uguaglianza politica riconosciuta dalla legge”. Con quelle parole si affermava il diritto universalistico allo studio tra le condizioni del libero sviluppo dell’individualità, della democrazia, e del benessere sociale. Questo diritto ha dato luogo alle lotte per la sua istituzionalizzazione come obbligo scolastico e poi a quelle per la sua estensione ed effettiva realizzazione. Tra queste figura anche la lotta contro una struttura del sistema scolastico che riproduce distinzione e privilegi sociali e predetermina la futura posizione della posizione del singolo in una società divisa in classi sociali, quindi per la sua apertura e deprofessionalizzazione. Lotta, in altri termini, per un obiettivo di democrazia sociale.
Ma oggi, ci informa il Rapporto che prende il nome dal prof. Bertagna, esperto al servizio del Ministro Moratti, il concetto di obbligo scolastico “sembra essere giunto al termine della sua luminosa parabola”, addirittura “rischia di risultare più un handicap che una risorsa al pieno sviluppo dei diritti di cittadinanza” (6). Per fortuna è pronta l’alternativa: alla rigidità del diritto allo studio nella forma dell’obbligo scolastico si sostituisce l’innovativa flessibilità dell’obbligo formativo. In questo centro-destra e centro-sinistra sono, nella sostanza, perfettamente concordi: l’obbligo formativo può infatti essere assolto a) nel sistema di istruzione scolastica; b) nel sistema della formazione professionale di competenza regionale; c) nell’esercizio dell’apprendistato (7).

Su quale base si nega l’obbligo scolastico fino al diciottesimo anno d’età, sostituendolo con l’obbligo formativo? La tesi, hanno congiuntamente argomentato, i professori Bertagna e Maragliano, è che nella contemporanea “società della conoscenza” non si dia più “un assetto sociale dei saperi e delle tecniche sostanzialmente stabile” (8). Conseguentemente, sono ormai “inservibili le artificiose separazioni del passato tra sapere e lavoro, tra istruzione da una parte e istruzione-formazione professionale dall’altra” (9).

Sembra che i Professori non abbiano mai sentito parlare di una prima, seconda, e terza rivoluzione industriale e della crescente integrazione tra ricerca di base ed applicata (che non significa identità) già negli ultimi decenni del XIX secolo. D’altra parte, centro-destra e centro-sinistra mantengono il doppio canale istruzione-formazione professionale, che pure si vogliono improbabilmente integrati e di “pari dignità”. Si pensa forse che i crediti acquisiti giocando a soccer o nella pulizia degli uffici dove sono dislocati i computer possano risultare utili nell’apprendimento dell’inglese e dell’informatica.

3. Se il concetto di obbligo scolastico è obsoleto, ne consegue logicamente che obsoleto sia anche quello della natura pubblica e nazionale del sistema scolastico.
Nell’articolo da cui sono tratte alcune delle precedenti citazioni i professori Bertagna e Maragliano oppongono allo statalismo gerarchico e centralista di matrice napoleonica la nuova realtà della non coincidenza tra Repubblica e Stato: in base all’art. 1 della Legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001 la prima è infatti ora “costituita dai Comuni, dalle Province, da "le Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. La stessa legge attribuisce allo stato legislazione esclusiva per quanto riguarda “le norme generali sull’istruzione”, e alle Regioni legislazione esclusiva sulla formazione e istruzione professionale e capacità di legislazione concorrente in materia di istruzione. Abbastanza da creare confusione e conflitti di competenze, come dimostrato dalla richiesta da parte della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome (ad eccezione di Lombardia, Veneto e Molise) di ritirare lo schema di decreto legislativo sul secondo ciclo scolastico nel luglio 2005. Stante le pretese di “pari dignità” tra istruzione e formazione e l’integrazione tra “sapere” e “saper fare”, le “passerelle” ed il sistema dei crediti, si può prevedere una crescente invasività delle Regioni nel campo dell’istruzione mentre, nello stesso tempo, saranno gelose delle loro competenze esclusive sulla formazione professionale. La “privatizzazione” del sistema scolastico si può dire consegua, prima che dal paventato ingresso di sponsor privati e imprenditori nella gestione delle scuole, dall’introduzione di norme che non possono che spingere verso la sua frammentazione lungo assi confessionali e geografici. Ci si può chiedere che senso abbia il valore legale del titolo di studio.
Parificazione e regionalizzazione non sono solo meschine concessioni alle “forze” cattoliche o alla rude “razza padana”. Il disegno ha una sua laica e razionale coerenza bipartisan, consegue dalla introduzione dell’obbligo formativo e dal modellamento del funzionamento e delle finalità delle scuole sulle categorie del mercato e dell’utilità (economica). La fine del “centralismo napoleonico” è in effetti la fine della centralità della scuola come spazio che, nel suo interno operare, si sottrae all’influenza diretta delle forze squilibranti e polarizzanti del mercato (non del capitalismo come totalità sociale) anche perché unitario e nazionale.

Nella prospettiva della riforma le scuole diventeranno fornitrici di un servizio che nella sua peculiarità si definisce in termini di competenze utilizzabili nel lavoro e di orientamento individuale, fin dalla scuola dell’obbligo, al mercato del lavoro. In questa logica si intende anche il “portfolio delle competenze” che si profila essenzialmente come una combinazione “kafkiana” tra l’ennesima assurdità burocratica e la promozione pubblicitaria del figlio da parte dei genitori, con un’aspetto “foucaultiano” di individualizzazione disciplinante dell’allievo. La formazione propriamente culturale, non “spendibile” nel mercato del lavoro perché “astratta”, passa in secondo piano. Per cui, ad esempio, nel Liceo economico l’indirizzo economico-aziendale si baserà su competenze “orientate sui settori dei servizi, del credito, del turismo, delle produzioni agro-alimentari e della moda, rimessi alla libera scelta dello studente e in relazione al tessuto economico, sociale e produttivo del territorio” (Decreto legislativo 17 ottobre 2005, art. 6).

Il senso dell’ossessivo riferimento alla famiglia a mio parere si comprende non tanto considerandone l’ideologia e le funzioni tradizionali, ma la specifica posizione di cliente potenziale nel mercato delle “offerte formative” elaborate da ciascuna scuola.
Apparentemente, con la fine del “monopolio” pubblico e statale e con l’introduzione della concorrenza tra le scuole nel mercato dell’offerta formativa, istituito per volontà politica e con atto statale, quel che si celebra è la sovranità del consumatore-utente, da allettare con gadget di vario genere (“progetti” ed attività non culturali) e con l’individualizzazione, o frammentazione, dei percorsi formativi.
Ma se l’efficienza dell’impresa si misura con gli utili della stessa, è ovvio che l’impresa-scuola debba essere sottoposta a rigorosi vincoli di bilancio, idealmente ad un totale auto-finanziamento: e qui la virtù macroeconomica liberale della riduzione della spesa per l’istruzione pubblica (non dei sussidi alla scuola privata) e della privatizzazione dei servizi sociali si sposa con la virtuosità microeconomica delle imprese-scuola in concorrenza per la clientela-utenza.
In realtà a trionfare è la logica impersonale della mercificazione e la sostanza della stessa, ovvero l’ineguaglianza socio-economica e socio-culturale dei potenziali clienti-utenti, la gerarchia delle imprese-scuola e l’ineguale sviluppo dei rapporti sociali nel territorio.
Quanto più le scuole si conformeranno alla logica del mercato, tanto più nel sistema scolastico aumenterà il peso diretto delle ineguaglianze socio-economiche e socio-culturali e tanto meno esso riuscirà a neutralizzarle, sia per le diversità di risorse delle scuole, in considerazione anche dei diversi livelli di sviluppo del territorio, sia per lo scadimento della qualità dell’insegnamento.
Ma, come ha scritto l’ex ministro Berlinguer: “La società ha sempre più bisogno di capacità di iniziativa. Diventa quindi essenziale l’educazione all’autoimprenditività e alla capacità di autopromuoversi”  (10).
Che le scuole debbano farsi impresa non è quindi un segreto da svelare ma è una realtà attivamente promossa e l’orizzonte culturale di quel che è stata definita “autonomia scolastica”. Questa si concretizza nel cosiddetto Piano dell’offerta formativa, nella ridefinizione della figura del Preside, ora dirigente-managers, nella creazione di figure-obiettivo o strumentali al suddetto POF, nel proliferare di termini e procedure aziendalistiche ma del tutto estranee alla logica di una comunità pedagogica ed alla formazione di soggetti in possesso degli strumenti concettuali che consentano di porre una distanza critica tra se stessi e il mondo e di interrogarsi sul proprio vissuto costituendosi in individualità autonome e attive nella società.
4. Le imprese, così insegna la teoria, si differenziano dal mercato per essere organizzazioni gerarchiche in cui il comando sostituisce la contrattazione. Per le scuole-imprese ciò comporta diverse conseguenze.
Innanzitutto, che quella situazione di quasi democraticità nel funzionamento delle scuole, istituzionalizzata negli organi collegiali (consigli di classe, collegio docenti, consiglio d’istituto), eccezionale nella Pubblica Amministrazione e non a caso istituiti nel 1974 sull’onda lunga del “1968”, risulta non funzionale (11).
Con tutti i loro difetti, in gran parte conseguenza e non causa dei livelli reali di partecipazione attiva e di proposta politica, specialmente i consigli di classe e il collegio docenti sono stati e possono essere sedi di discussione reale, di conflitto e di cooperazione, spazi entro cui costruire un dialogo pedagogico ed una comunità di lavoro effettivamente autonoma.
Non è dunque un caso che nel 2004 sia scaturito dalla VII Commissione permanente della Camera dei deputati un testo che ridisegna il “governo delle istituzioni scolastiche” in modo così spudoratamente aziendalistico ed autoritario da guadagnarsi una valutazione sostanzialmente negativa anche da parte del Consiglio nazionale della pubblica istruzione (Nella pronuncia del 21 dicembre 2004). Il punto cruciale è la concentrazione dei poteri di indirizzo oltre che di gestione, di convocazione degli organi e di definizione dell’ordine del giorno, nelle mani del preside-manager, a danno della sovranità del collegio docenti in materia di scelte didattiche.
Nella logica della scuola-azienda l’ideale sarebbe un autentico consiglio d’amministrazione con maggioranza predeterminata dai finanziatori e dai cosiddetti esperti (quegli “operatori estemporanei”, così li definisce opportunamente il Cnpi, che, nel testo prima citato, figurano quali membri del collegio docenti, mentre è esclusa la rappresentanza del personale ATA).
Ma non è però necessario giungere a tanto. Innanzitutto perché i contratti nazionali della scuola hanno incentivato la formazione di figure burocratiche premiando le attività non di insegnamento e delineando una “carriera” distinta dallo stesso e legata ad attività gestionali ed “educative” di vario genere. Parallelamente, le disposizioni ministeriali hanno portato a sostituire il confronto reale sui bisogni degli allievi e sull’insegnamento delle discipline con l’adattamento alle normative della nuova didattica. Il risultato è la perdita di senso del lavoro, il proliferare del burocratismo e del carrierismo, la limitazione della libertà d’insegnamento. Quindi, come è normale, il modello aziendale produce una “catena di comando” burocratica e modalità di organizzazione del lavoro che possono più agevolmente controllare il personale. Il “comico” della faccenda è che questo va a danno del servizio che dovrebbe costituire la “ragione sociale” della scuola: sicché i clienti-utenti saranno sempre più esposti alla truffa.

5. Del funzionalismo dei riformatori si è già detto. Tra chi si oppone alla riforma è diffusa l'idea che essa sia economicamente funzionale sia perché la “rivoluzione informatica” consente di modellizzare anche il lavoro mentale scomponendolo in moduli ed in prestazioni quantitativamente misurabili, permettendo così la divisione e precarizzazione (anche) del lavoro intellettuale; sia perché, essendo la conoscenza incorporata nel macchinario, più che lavoratori la scuola deve formare consumatori e mediatori tra produzione e consumo che sappiano come usare, e vendere, i nuovi prodotti. Le due linee non sono alternative, e contengono, a mio parere, un nocciolo di verità. Il loro rischio è che l’enfasi unilaterale su determinate forme e tipologie di lavoro o sul “tempo di consumo” portino a svalutare la complessità e la contraddittorietà della riproduzione del capitalismo come totalità sociale e della dinamica dell’accumulazione e della competizione, e che l’enfasi sulla “conoscenza” e la “comunicazione” portino alla “smaterializzazione” del rapporto di produzione. Inoltre, come il lavoro manuale anche il lavoro intellettuale è sottoposto a processi di dequalificazione ma anche di riqualificazione. Il problema fondamentale è la riproduzione del comando sul lavoro salariato, manuale ed intellettuale, più o meno qualificato.
Anche in presenza di politiche che vogliono essere economicamente funzionali, il funzionalismo non è convincente. Come è noto l’Italia è entrata nell’epoca della televisione saltando quella della vera e propria scolarità di massa. Quando si parla di “scuola di massa” è ben non dimenticare che la soglia del 50% del tasso di scolarità nella fascia d’età fra i 15 ed i 19 anni venne superata in Italia solo alla fine degli anni settanta. Eppure, fin dai primi decenni post-unitari, i tassi di disoccupazione intellettuale sono stati relativamente alti.
Il paradosso della simultanea presenza di un alto livello di disoccupazione intellettuale e di un forte ritardo nel livello e nella qualità della scolarizzazione rimanda a caratteristiche strutturali del capitalismo italiano: il suo essere un late comer, il dualismo territoriale tra triangolo industriale e Mezzogiorno, il dualismo nelle dimensioni dell’impresa, la specializzazione produttiva e la posizione nella divisione internazionale del lavoro. Relativamente a quella di altri paesi industrializzati e a capitalismo avanzato l’economia italiana nel suo complesso non si è mai caratterizzata per essere all’avanguardia dell’innovazione tecnologica. Dal punto di vista merceologico il tanto vantato made in Italy ci colloca, in effetti, in una posizione intermedia tra le grandi potenze industriali e i paesi di più recente industrializzazione come la Corea del Sud. Le recenti reazioni alle importazioni dalla Repubblica Popolare cinese ne sono la conferma; così come la crisi della grande industria, FIAT in testa, e la snazionalizzazione della stessa.
Si può dire che la riforma della scuola tratti, in primo luogo, un problema secolare del capitalismo italiano, declinandolo nei termini nuovi della cosiddetta “società della conoscenza” e professionalizzando il sistema scolastico abbassandone, contemporaneamente, la qualità. Se si tiene conto di questo si eviterà di scivolare verso interpretazioni tendenti a enfatizzare l’emergere di una nuova qualità dei rapporti di produzione, ad esempio del tipo detto post-fordistico, magari valutati negativamente, ma assunti come quadro stabile di un nuovo regime di accumulazione del capitale e di una nuova qualità postmoderna, immateriale, cognitiva del lavoro nel quadro dell’economia globale deterritorializzata, ridotta a meri flussi sul modello della mobilità dei capitali speculativi e del “nomadismo” economico e sociale generalizzato. Troppo spesso si enfatizza la discontinuità e si estrapola costruendo un tipo che, più che ideale, appare come immaginario. Occorre invece sottolineare che nella (relativa) novità della ristrutturazione persistono e si aggravano questioni sociali ed economiche che hanno una lunga storia, espressione di caratteristiche strutturali di “lunga durata” della società italiana. E di un particolare capitalismo che nel quadro della competizione mondiale appare destinato al declino ed a una posizione del tutto subordinata.
Dal punto di vista dell’economia italiana la politica scolastica, come quella del lavoro (e altre), risulta funzionale solo nel senso che aderisce alle caratteristiche di lungo periodo del capitalismo nazionale, caratterizzato dai noti dualismi appena ricordati e dal primato del contenimento del costo del lavoro piuttosto che da una autonoma capacità nell’innovazione di processo. Col risultato che se ne riproducono le tare, piuttosto che superarle, con effetti sull’occupazione e la formazione di “capitale umano” potenzialmente catastrofici in quanto l’economia italiana si trova esposta alla concorrenza dei paesi a bassi salari nei prodotti ad alta intensità di lavoro, e dei paesi a capitalismo avanzato nell’innovazione di processo e di prodotto.

6. Più che strettamente funzionali dal punto di vista economico (nonostante le intenzioni), le linee della riforma della scuola sono omologhe alla cultura secreta dal capitalismo contemporaneo. Si tratta di una riforma che, nella sua “filosofia” è veramente postmoderna, se per postmoderno si intende la “logica culturale del tardo capitalismo”12. E’ quindi sotto il profilo culturale che la riforma segna una discontinuità che può dirsi a ragione “epocale”.
La cultura è da tempo una merce, ma un “oggetto” culturale che non è stato concepito per essere merce conserva oggettivamente un valore d’uso che può comunicare qualcosa oltre e perfino contro il valore di scambio di cui pure è portatore. Ma la mercificazione del processo di produzione degli oggetti culturali o, come nel caso dell’insegnamento, della loro trasmissione, non può che modificare il loro stesso valore d’uso a tutto vantaggio del valore di scambio. E’ il processo come tale che può diventare un messaggio culturale: e siamo alla “società dello spettacolo” e al mercato come spettacolo  (13).
Lo svuotamento di significato del valore d’uso dell’oggetto culturale significa anche obsolescenza di quella che i filosofi francofortesi chiamavano ragione oggettiva, a cui subentra una ragione sempre più strumentale, manipolatoria, soggettivistica e formalistica. La cultura postmoderna reale (non quella dei filosofi bene intenzionati) del tardo capitalismo è essenzialmente questo, ed è da tempo percepibile nelle caratteristiche cognitive e comportamentali degli studenti che in questa cultura sono nati e cresciuti permeandone la psiche fin dall’età prescolare. Se c’è qualcosa che si avvicina al “totalitarismo” è questo; e non per niente c’è chi parla di “mutazione culturale”. Le linee fondamentali delle leggi di riforma della scuola di questi anni non fanno altro che sancire e approfondire dall’alto una “rivoluzione”, da tempo strisciante, nel modo concreto di “fare scuola”, passivamente subita dalla maggior parte degli insegnanti, contrastata o sabotata da altri, perseguita in buona fede o per smania di protagonismo o ambizioni di carriera da altri ancora.
Il formalismo didattico ha già contribuito, nell’ultimo quarto di secolo, a minare dall’interno delle istituzioni scolastiche, il confronto con il significato e le contraddizioni di quella cultura. Gli insegnanti hanno resistito, nei limiti del possibile, mentre la burocrazia ministeriale, sindacale e pedagogica faceva del suo meglio per demotivarli ed asfissiarli, per convincerli che il buon insegnante non è colui che sa rapportarsi agli studenti in quanto mediatore di un oggetto di studio ma quello che sa far valere capacità e competenze “altre”, che sa esibirsi in performances organizzative, pubblicitarie ed “educative” (14).
L’imperialismo disciplinare della pedagogia e la volontà di potenza dei pedagogisti ha spinto, nella progettazione dell’insegnamento, a privilegiare il momento della verifica, per giunta intesa, nella presunzione di una maggiore “oggettività”, alla misurazione di tipo quantitativo dell’apprendimento. La conseguenza inevitabile è la svalutazione delle capacità qualitative, più complesse e non quantificabili: interpretative, di elaborazione personale, di connessione logica, di valutazione. In sintesi si tratta della deconcettualizzazione del sapere (15).
A crollare è ora, nonostante la generalizzazione del termine, l’idea secolare di Liceo in quanto distinto dalla mera preparazione professionale, dall’addestramento al lavoro. Questo definitivo cedimento al “mercato” non può portare che ad un ulteriore scadimento qualitativo dell’insegnamento e dell’apprendimento e non può non riflettersi anche sulla formazione dei nuovi insegnanti e sull’insegnamento universitario, a sua volta “liceizzato”.
E’ per questo che chi ha un concetto moderno, relativistico ma non nichilistico, della cultura e dell’istruzione non può fare a meno di ribellarsi all’ipocrisia della student-centered education in cui “si richiede non tanto la trasmissione di saperi solidi e resistenti, quanto la soddisfazione e il dolce benessere dei giovani” (16).
D'altra parte la logica culturale del postmodernismo non implica né una mutazione radicale del capitalismo, né una vera emancipazione dal modernismo stesso e dalle sue contraddizioni. Ne è una prova il feticismo tecnologico e informatico, il magico valore attribuito ai “nuovi e nuovissimi strumenti di comunicazione” onnipresente, come al solito a destra e a “sinistra”. E’ meritevole di divenire un classico (di cosa, esattamente, si lascia alla discrezione del lettore) la tesi del prof. Maragliano secondo cui “il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica di questo secolo”, in opposizione alla “cultura astratta” (17)
Questa esaltazione per la velocità, la simultaneità e la superficialità, questo appiattirsi sul dato materiale (e sociale) nel momento presente, pedagogicamente e politicamente nichilista, sarebbe forse piaciuta a Marinetti. Ma i futuristi, nella loro ribellione antipassatista e anti-borghese avevano il pregio della coerenza. Potevano, senza ipocrisie buoniste sulla “persona”, non solo sostenere la morte dell’Io e del sentimentalismo intellettuale ed amoroso, ma anche che, in quanto “secrezione cerebrale esattamente misurabile”, il pensiero si potesse pesare e vendere “come una merce qualunque” (18).
Mi sembra difficile negare che, dal punto di vista del diritto allo studio in quanto diritto universalistico, l’obbligo debba non solo essere esteso fino alla maggiore età, ma anche che debba essere scolastico in senso proprio. Il che implica un sistema scolastico realmente unitario, la negazione di ogni dualismo o doppio canale o alternanza scuola-lavoro, e la sua deprofessionalizzazione. Il che, per essere realizzato, a sua volta richiede un’insieme di politiche sociali ed economiche che non rientrano nelle prospettive del ceto politico: la gratuità degli studi, ad esempio, finanziati con una tassazione fortemente progressiva, o il riorientamento della politica economica dalla lotta all’inflazione alla riduzione della disoccupazione. E si tratta di porsi non formalisticamente, non con vuote parolette e classificazioni, l’enorme problema di far condividere a tutti i giovani la migliore formazione umanistica e scientifica di base senza compromettere l’eccellenza. Utopistico? Lo era anche il suffragio universale nei sistemi liberali e maschilisti; e certamente non è più utopistico della pretesa “pari dignità” tra istruzione liceale e apprendistato in una società di classe.

________________________________________________________________

Note

(1) Marzio Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia (1859-1973), Bologna, il Mulino, 1974.

(2) Giovanni Genovesi, Storia della scuola in Italia dal Settecento a oggi, Laterza, Roma-Bari, nuova ed. accresciuta e aggiornata 2004, p.227.

(3) Ibidem, p. 127.

(4) Giorgio Bertone, Sulle riforme e sui riformatori, in Tre più due uguale zero. La riforma dell’Università da Berlinguer alla Moratti, a cura di Gian Luigi Beccaria, Garzanti, Milano, 2004, p. 90.

(5) Giuseppe Bertagna, Formazione e istruzione: una circolarità da riscoprire, sul sito della AND.

(6) Rapporto finale del Gruppo Ristretto di Lavoro costituito con D.m. 18 luglio 2001, n. 672, p. 30. O Rapporto Bertagna.

(7) Cfr. la L. 17 maggio 1999, n. 144, art. 68 e i Regolamenti attuativi del 9 agosto 1999 e del 7 luglio 2000).

(8) Giuseppe Bertagna e Roberto Maragliano, Dal metodo napoleonico al sistema delle autonomie, in “Corriere della Sera”, 16 dicembre 2002.

(9) Rapporto Bertagna, p. 13.

(10) Luigi Berlinguer, La scuola nuova, Laterza, Roma-Bari, 2001, con prefazione di Tullio De Mauro, p. 37.

(11) In effetti gli organi collegiali della scuola non furono “conquiste” del movimento degli studenti, nella sua fase ascendente, che era semmai orientato alla “democrazia diretta”, ma una modalità di canalizzazione e neutralizzazione in ambito istituzionale della radicalizzazione giovanile, in un quadro di normative ispirate alle ideologie del pluralismo e della partecipazione, in versione catto-comunista italiana, enfatizzante il momento della collaborazione e dell’armonizzazione rispetto a quello della conflittualità.

(12) Cfr. Frederic Jameson, Postmodernism, or the cultural logic of late capitalism, London, Verso, 1984; trad. ital. Il postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo, Milano, Garzanti, 1989.

(13) Cfr. Guy Debord, La société du spectacle, Paris, Buchet/Chastel, 1967; trad. ital. La società dello spettacolo, Bolsena, Massari, 2002.

(14) Si vedano, oltre ai saggi nel volume citato a cura di Gian Luigi Beccaria: Giulio Ferroni, La scuola sospesa. Istruzione, cultura e illusioni della riforma, Torino, Einaudi, 1997; Luigi Russo, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola?, Milano, Feltrinelli, 1998; Polacco Fabrizio, La cultura a picco. Il nuovo e l’antico nella scuola, Venezia, Marsilio, 1998; Luperini Romano, Il professore come intellettuale. La riforma della scuola e l’insegnamento della letteratura, Milano e Lecce, EdC-Lupetti-Piero Nanni, 1998; Cesp-COBAS, Vecchi e nuovi saperi, Bolsena, Massari, 2001. Per chi scrive libro migliore sulle tendenze della scuola e il lavoro dell’insegnamento è quello di Massimo Bontempelli, L’agonìa della Scuola italiana, Pistoia, Edizioni CRT, 2000.

(15) Cfr. Luigi Russo, op. cit.

(16) Ferroni, op. cit., p. 91.

(17) Roberto Maragliano, intervista pubblicata su “l’Unità” del 5 febbraio 1997; si vedano anche Ferroni, op. cit., p. 98, e Russo, op. cit., p. 90.

(18) Bruno Corra e Emilio Settimelli, Pesi, misure e prezzi del genio artistico (1914), in Prosa e critica futurista, a cura di Mario Verdone, Feltrinelli, Milano, 1973.


PUBBLICATO NELLA RIVISTA «INCHIESTA» N. 150, OTTOBRE-DICEMBRE 2005.

lunedì 6 settembre 2010

PRECISAZIONE SUL GULAG di Roberto Massari



    



PRECISAZIONE SUL GULAG                                                                        
di Roberto Massari


SOMMARIO: 1. La terminologia – 2. Luoghi e ragioni della detenzione – 3. Date da tenere a mente – 4. Il silenzio di Trotsky – 5. La formazione del Gulag – 6. L’economia del Gulag (modo di produzione schiavistico) – 7. Declino e fine del Gulag – 8. Domande a chi ancor oggi fornisce copertura al Gulag – 9. Un’appendice brutta e una bella: a) L’Associazione Marx XXI – b) Luciano Canfora.





Avevo promesso delle precisazioni riguardo alla risposta (che dissi di condividere totalmente) di Giorgio Amico al mio breve testo sul Gulag scritto per Antonio Marchi di ritorno da Auschwitz – e finalmente trovo uno spazio di tempo per farlo.
Colgo l’occasione anche per chiarire meglio le questioni rimaste implicite (sulla cui sostanza sono certo che Giorgio concorda), nell’interesse di altri che possono leggere i testi precedenti. E poiché mi capita spesso di trovare affermazioni di persone di buona volontà ma scarso discernimento che con grande disinvoltura applicano all’analisi del passato categorie interpretative prodotte dai desideri che nutrono per l’oggi o per il domani, sono costretto a premettere che le mie precisazioni non sono il riflesso della mia attuale idea di democrazia rivoluzionaria (cioè di come vorrei che fosse la futura società rivoluzionaria anche in campo carcerario-repressivo), ma riguardano il passato repressivo dell’Urss, quel passato specifico: come andarono realmente le cose dopo l’Ottobre e quali alternative credibili vi siano state all’epoca. Magari comparirà anche, tra le righe, il mio pensiero su come mi sarebbe piaciuto che le cose fossero andate, ma di questo invito il lettore a non tener conto essendo materia storicamente irrilevante. Per quanto mi riguarda, invece, devo riconoscere che senza una mia riflessione documentata e condotta per anni su quelle vicende tragiche non sarei politicamente ciò che sono e non avrei le idee per le quali mi batto ormai da decenni. Di qui l’importanza di collocare quelle vicende nella loro reale prospettiva storica, consapevoli di quanto negazionismo si è sviluppato riguardo all’olocausto staliniano in misura esponenzialmente superiore (numericamente incalcolabile) rispetto al negazionismo verso l’olocausto nazista.


1. La terminologia


Il primo problema è il dovere di distinguere la terminologia – insieme ai concetti che vi stanno dietro – se ci si riferisce a un universo carcerario o a un universo concentrazionario (quali che siano i sinonimi nelle varie lingue e nei vari contesti storici). E questo perché in genere, quando si pensa alla prigione, viene in mente la celletta buia, umida e infestata dai topi, mentre l’idea del lagher (qui il termine va benissimo perché è lo stesso in tedesco e in russo) evoca subito la grande distesa della taiga, il gelo, le betulle o i morti sotto la neve come ce li hanno raccontati tante belle pagine letterarie e non solo russe.
Ebbene, lo stereotipo si può capovolgere, perché le celle possono anche essere ampie e luminose (o addirittura corredate da spazi aperti, come il confino per i politici italiani sulle isole in epoca fascista), mentre il lagher può essere lo spazio fangoso racchiuso da filo spinato e cani lupo, con accesso diretto alle camere a gas o ai cunicoli di una miniera. Non si tratta di stare a stabilire cosa è meglio e cosa è peggio, ma di capire che la distinzione è a monte, non è ambientale, non è logistica e nemmeno politica, ma è pur sempre di “classe” e in quanto tale importantissima. Cercherò di farmi capire, avvisando che la distinzione che segue non me la sono inventata io, ma la si ritrova nella buona letteratura sui lagher (per es. in Anne Applebaum e altri).

sabato 4 settembre 2010


L'ANARCHISMO: UN PROCESSO DI RIABILITAZIONE

di Daniel Guérin




Dal libro di DANIEL GUERIN "PER UN MARXISMO LIBERTARIO" Ed Massari 2008 - per gentile concessione della MASSARI EDITORE - traduzione di Antonella Marazzi


L'anarchismo è stato a lungo vittima di un discredito che non ha meritato. Di un ingiustizia che si è manifestata sotto tre forme.
In primo luogo, i suoi diffamatori sostengono che l'anarchismo sarebbe morto. Non avrebbe resistito alle grandi prove rivoluzionarie del nostro tempo: la Rivoluzione russa e la Rivoluzione spagnola. Non avrebbe più il suo posto nel mondo moderno, caratterizzato dalla centralizzazione, le grandi unità politiche ed economiche, la concezione totalitaria. Agli anarchici non resterebbe altro -secondo l'espressione di Victor Serge- che "raggiungere, per forza di cose, il marxismo rivoluzionario". (1)
In secondo luogo, i suoi detrattori, per discreditarlo ulteriormente, ci propongono un'interpretazione assolutamente tendenziosa della sua dottrina. L'anarchismo sarebbe essenzialmente individualista, particolarista, ribelle a ogni forma di organizzazione. Mirerebbe al frazionamento, allo sbriciolamento, al ripiegamento su se stesse delle unità locali d'amministrazione e di produzione. Sarebbe inadatto all'unità, alla centralizzazione, alla pianificazione. Avrebbe nostalgia dell' "età dell'oro". Tenderebbe a resuscitare forme superate di società. Peccherebbe di ottimismo infantile; il suo "idealismo" non terrebbe conto delle solide realtà dell'infrastruttura materiale.
Infine, alcuni dei suoi commentatori si preoccupano di tirar fuori dall'oblio e consegnare a una chiassosa pubblicità solo le sue deviazioni più discutibili e, in ogni caso, le meno attuali, come il terrorismo, l'attentato individuale, la propaganda attraverso le bombe.
Riaprendo il processo, non cerco solo di riparare retrospettivamente a una triplice ingiustizia, né di far opera di semplice erudizione. Mi sembra, in effetti, che le idee costruttive dell' "anarchia" siano sempre vive e che -a condizione di essere riesaminate e passate al setaccio- possono aiutare il pensiero socialista contemporaneo a prendere un nuovo avvio.

L'anarchismo del XIX secolo si distingue nettamente da quello del XX. Il primo è essenzialmente dottrinale. Benché Proudhon sia stato più o meno integrato nella rivoluzione del 1848 e i discepoli di Bakunin non siano stati affatto estranei alla Comune di Parigi, queste due rivoluzioni del XIX secolo, non sono state, nella loro essenza, delle rivoluzioni libertarie, ma, in una certa misura, piuttosto delle rivoluzioni "giacobine". Il XX secolo, al contrario è, per gli anarchici, quello della pratica rivoluzionaria. Essi hanno svolto un ruolo attivo nelle due Rivoluzioni: in quella russa e ancor più nella Rivoluzione spagnola.
Lo studio della dottrina anarchica autentica, come si è venuto formando nel XIX secolo, fa scoprire che l'Anarchia non  è disorganizzazione, disordine o sbriciolamento, ma ricerca della vera organizzazione, della vera unità, del vero ordine, della vera centralizzazione che non possonno risiedere nell'autorità, nella coercizione, nella spinta esercitata dall'alto verso il basso, bensì nell'associazione libera, spontanea, federalista dal basso verso l'alto.

Quanto allo studio delle rivoluzioni in Russia e in Spagna e del ruolo che vi svolsero gli anarchici, esso dimostra che, al contrario della leggenda inesatta accreditata da alcuni, queste grandi e tragiche esperienze danno in gran parte ragione al socialismo libertario contro il socialismo che definirei "autoritario".
Il pensiero socialista in giro per il mondo -nel corso della cinquantina d'anni che ha seguito la Rivoluzione russa e della trentina che ha seguito la Rivoluzione spagnola- è stato più o meno obnubilato da una caricatura di marxismo, riempita di dogmi.
In particolare, lo scontro interno fra Trotsky e Stalin -oggi meglio conosciuto dal lettore d'avanguardia -se ha contribuito a far uscire il marxismo-leninismo da uno sterile conformismo, non ha, tuttavia, fatto veramente piena luce sulla Rivoluzione russa, perchè non è andato e non poteva andare al fondo del problema.
Per Volin, storico libertario parlare di un "tradimento" della rivoluzione, come fa Trotsky, è insufficente:

"Come fu possibile questo tradimento all'indomani di una vittoria rivoluzionaria così bella e completa? Ecco il vero problema (...) Ciò che Trotsky chiama tradimento è in realtà l'effetto ineluttabile di una lenta degenerazione dovuta a metodi sbagliati (...) E' la degenerazione della Rivoluzione (...) che porta a Stalin e non è Stalin che ha fatto degenerare la Rivoluzione. Trotsky -si domanda Volin- avrebbe potuto "spiegare" veramente il dramma, dato che insieme a Lenin aveva egli stesso contribuito a disarmare le masse?" (2)

Discutibile è l'affermazione di Isaac Deutscher, secondo cui la controversia Trotsky-Stalin "proseguirà e si ripercuoterà su tutto il secolo". (3)

Il dibattito da riaprire e proseguire forse non è tanto quello tra i successori di Lenin, ormai superato, quanto tra socialismo autoritario e socialismo libertario. L'anarchismo, da poco tempo, è uscito dal cono d'ombra in cui i suoi avversari lo avevano relegato. L'esempio sopratutto della Jugoslavia che ha cercato di sollevare il pugno di ferro di un sistema economico troppo centralizzato e burocratico, scoprendo, per attingervi, gli scritti di Proudhon, è un sintomo tra gli altri di questa resurrezione.
Agli uomini d'oggi, desiderosi di emancipazione sociale, e alla ricerca delle sue forme più efficaci, si offrono i materiali per un riesame. E forse per una sintesi, tanto possibile quanto necessaria, tra due pensieri egualmente fecondi: quello di Marx ed Engels, e quello di Proudhon e Bakunin. Pensieri, del resto, contemporanei alla loro nascita e meno distanti l'uno dall'altro di quanto si potrebbe credere: Errico Malatesta, il grande anarchico italiano, ha osservato che quasi tutta la letteratura anarchica del XIX secolo "era impregnata di marxismo" (4). In senso contrario, il pensiero di Proudhon e Bakunin ha contribuito non-poco ad arricchire il marxismo.
                                                                                                        1965

_______________________________________________________________

Note:

(1) Annotazione a piè di pagina nel libro di Joaquin Maurìn, Révolution et contre-Révolution en Espagne, 1933

(2) Volin, La Révolution inconnue, 1945, nuova ed.1969 (La Rivoluzione sconosciuta, 2 voll. Ed Franchini, Carrara 1976)

(3) Isaac Deutscher, Il profeta esiliato, Longanesi, Milano 1965

(4) Malatesta, polemica del 1897 citata da Luigi Fabbri, Dittatura e Rivoluzione, 1921 (in italiano)

mercoledì 1 settembre 2010

Ferrando a Ferrero: non capitolare al Pd
             
          






È un no la prima risposta all'invito all'unità delle sinistra d'alternative rivolta, dal manifesto, dal leader Prc Paolo Ferrero. Un no che arriva dal trozkista Marco Ferrando, leader del partito comunista dei lavoratori, che prepara per il 7 settembre a Roma un incontro internazionale sulla crisi capitalistica e, per gennaio, il congresso.

Ferrando, il suo è un no a prescindere?

Tutt'altro. A prescindere è il sì di Ferrero all'alleanza proposta da Bersani. Prescinde dalla natura del Pd e del centrosinistra con cui vuole allearsi. Ferrero e Bersani prefigurano un accordo non solo elettorale, per battere Berlusconi, ma anche programmatico. Il Prc dice che è disponibile a sottoscrivere, pur non partecipando all'eventuale governo dell'Ulivo, un programma che comprenda anche provvedimenti di giustizia sociale. In pratica si riavvia sulla strada del '96, quando sostenne il governo e si rese corresponsabile delle sue misure antipopolari. Tanto più che questa coalizione, aperta all'Udc, sarebbe anche più a destra di quel governo Prodi.

Scusi, ma questo non dipende eventualmente appunto dal programma?

Ma che programma può fare un Pd che nella sostanza sostiene Marchionne e preme sulla Cgil perché accetti il patto sociale già firmato da Cisl e Uil? E come si può pensare che poi quel partito scelga misure di svolta sociale, anche solo parziale? In più nella proposta di Ferrero c'è una contraddizione: dice no a un eventuale governo tecnico che avrebbe la stessa base parlamentare di quell'alleanza democratica a cui invece dice sì.

In sostanza, secondo lei i 'compagni' dovrebbero dire no a qualsiasi forma di alleanza con le forze della sinistra e del centro? Secondo lei in Italia non c'è nessuna emergenza democratica?

L'emergenza c'è, è nelle cose. Ma una cosa è accettare un accordo sulla base delle ragioni dei lavoratori. Un'altra è farlo solo per rientrare nel gioco delle alleanze, subordinandosi alle ragioni di Marchionne e del blocco sociale moderato rappresentato da Pd e Udc. Quindi direi che non siamo noi a dover scegliere se stare dentro quell'alleanza, anche più a destra di quelle precedenti. Al Prc e alla federazione della sinistra rilancio la proposta di un'unità d'azione a sinistra, ma su un programma anticapitalista, autonomo dal Pd, contro il centrosinistra e il centrodestra, due espressioni diverse degli stessi interessi dominanti.



Il Manifesto - 31 Agosto 2010

martedì 31 agosto 2010

RECENSIONE DEI FILM SUL "CHE" di Pino Bertelli




Recensione dei film sul CHE (L’argentino/Che. Guerriglia) di Steven Soderbergh

di Pino Bertelli








Il dittico su Ernesto Guevara, Che. L’argentino/Che. Guerriglia, diretto da Steven Soderbergh - uno dei registi più sopravvalutati della macchina/cinema hollywoodiana - salutato dalla maggior parte della critica italiana (e straniera) come una sorta di «capolavoro», è un’operazione di basso profilo commerciale. Soderbergh, del resto, è un abile confezionatore di cinema e, a partire da Sesso, bugie e videotape (Palma d’oro a Cannes) fino a Traffic (Oscar a Hollywood), passando per Erin Brockovich, fino alle banalità ordinarie di Ocean’s Eleven... Twelve... Thirteen... o The girlfriend experience, questo eclettico regista di opere accattivanti e discontinue, mostra che la vicinanza tra il cretinismo e il genio è piuttosto stretta e Soderbergh non è certamente un genio.

In Che. L’argentino/Che. Guerriglia Soderberg affresca la storia di Ernesto Guevara (un rivoluzionario e un poeta dell’utopia tra i più importanti del Novecento), ripercorrendo le gesta del giovane medico argentino nella Rivoluzione cubana che culmineranno nella battaglia di Santa Clara e nel vittorioso ingresso all’Avana. Girato in HD, il film alterna spezzoni (in bianco e nero) del discorso del Che all’Onu del ’64 con ricostruzioni/azioni da western di pessima fattura (non ha l’autorevolezza epica di John Ford, Howard Hawks, Raoul Walsh o Nicholas Ray…). L’idea del film era venuta a Benicio del Toro (che appare anche come produttore), mentre giravano Traffic. «Della vita del Che non sapevo niente», dice Soderbergh, e si vede. «Nella società che lui voleva», rincara il regista, «sarei stato disoccupato». È vero.
I 40 milioni di dollari spesi per l’intero film non si vedono; l’ambientazione è debole, banalizzata; l’attorialità delle figure comprimarie e la messa in scena sono affabulati nella più tradizionale epopea perbenista che ha fatto le fortune e le glorie di tanto cinema hol-lywoodiano. Fidel Castro (Demiar Bichir) sembra un luminare che sulla Sierra Maestra dispensa saggezze (mai avute) contro il neoliberismo in maniera macchiettistica. La rivoluzione (giusta) dei barbudos è disseminata in battaglie agiografiche e il teatrale subentra allo storico; la fotografia di Peter Andrews (pseudonimo del regista) è rarefatta e poco si accosta al sudore, alla paura, al coraggio, all’utopia in armi dei rivoluzionari del Che. Nel film c’è il peggio di Indiana Jones di Steven Spielberg, intrecciato al peggio di Via col vento di Victor Fleming: entrambi i film di Soderbergh sono pervasi dal medesimo catechismo benevolente. Un assemblamento di sentimenti truccati, dispersi nell’ordine del discorso filmico che non implicano il tragico, bensì il destino di un tempo andato in frantumi. Il grande cinema esiste solo fintantoché dura la poesia, come la rivoluzione finché dura il canto della rivolta.
Benicio Del Toro (Palma d’Oro a Cannes, 2008) è un Che formidabile: interpreta un eroe, ma non lo trascolora in mito; mostra il carattere di un uomo in rivolta attraversato da una sorta di malinconia e ci dà la sensazione di raggiungere finalmente il Vero.
Lo smarrimento che c’è nel film di Soderberg è manifesto. Resta sempre in superficie delle cose che tratta e, come sappiamo, quando le verità diventano irrespirabili si trova rifugio nell’eufemismo. Che. L’argentino è un corollario di sciocchezze figurative e chiacchere filistee che invitano alla rassegnazione e non all’arte di ribaltamento di prospettiva di un mondo rovesciato (com’è stata la vita di Ernesto Che Guevara). Finché ci sarà un solo padrone, tiranno, generale o papa in piedi, il compito dell’uomo in rivolta non è finito. Tutto questo Soderbergh non lo sa, e nemmeno lo conosce né gli interessa. Il suo film dunque è una divagazione edulcorata su un uomo che ha rappresentato (e rappresenta ancora) il disinganno di un’epoca, un uomo che ha detto «la mia parola è no!», che ha preso le armi e ha combattuto l’imperialismo, insegnandoci a ben vivere e a ben morire.

Che. Guerriglia è il secondo atto (mancato) dell’opus «magnum» di Soderbergh che si trascina tra il racconto di un assedio e il crollo di una speranza di rivoluzione sociale. Per più di due ore assistiamo a colpi d’asma del Che, camminate nella foresta, incontri con i contadini, il tradimento del Pc boliviano (filosovietico), militari stupidi che arrivano sempre in ritardo negli assalti ai ribelli, a loro volta stanchi e impreparati di fronte a un’idea di insurrezione che doveva fare da detonatore e incendiare i popoli dell’intera America latina.
Soderbergh allunga la minestra riscaldata di Che. L’argentino. Lo mostra invecchiato, malato, ma bello sempre. Esegue una partitura benevola e cronachistica delle sue gesta, ma non riesce mai a entrare nella pelle della storia. La macchina da presa si muove palpitante su nulla e perfino i morti sono filmati con quel tanto di tocco estetizzante che andrebbe bene per pubblicità commerciali. C’è anche la bella rivoluzionaria (Tania) che tutto comprende e tutto approva della disastrosa avventura rivoluzionaria del Che. E il fantasma di Régis Debray, l’emissario di Castro che alcune fonti dicono abbia tradito Guevara. La sentita interpretazione di Benicio del Toro è tutto ciò che resta negli occhi dello spettatore; ma nemmeno la figurazione dell’uccisione del Che riesce a commuovere, tanto è circoscritta a inquadrature (insolitamente) liquide, anche per un funambolo della telecamera come Soderbergh.
La sceneggiatura del film (scritta da Peter Buchman e Benjamin A. van der Veen), tratta malamente dal Diario di Bolivia del Che è un lavoretto di trascrizione abbastanza confuso e il dittico di Soderbergh si chiude nella retorica del pianto plateale: l’eroe è stato ammazzato con le sue illusioni, ma l’icona o il mito risorge dalle sue spoglie insanguinate. L’importante è non capire che l’assassinio del Che è stato un crimine contro l’umanità.

Hasta la victoria siempre!

 
29 agosto 2010
Dal blog "Utopia Rossa"

sabato 28 agosto 2010

MARXISTI LIBERTARI OGGI di Roberto Massari


MARXISTI LIBERTARI OGGI
di Roberto Massari

 
Per gentile concessione pubblichiamo l'introduzione di Roberto Massari al libro di Daniel Guérin "Per un marxismo libertario" Ed. Massari 2008



"Ma questa diversità lungi dal rappresentare un dono, è al contrario una ricchezza dell'umanità.
Grazie ad essa l'umanità diviene un tutto collettivo in cui ciascuno completa tutti, di modo che questa infinita diversità degli individui umani è la causa stessa, la base principale della loro solidarietà, è un argomento onnipotente a favore dell'uguaglianza."
(M.Bakunin, "L'istruzione integrale" in L'Egalitè 7/8/1869)


Non credo che in poche pagine si possa dire qualcosa così significativo da scuotere le certezze di coloro che si considerano marxisti integrali interpreti del più autentico spirito anarchico e che tali vogliono restare.
Sono certezze costruite contro l'evidenza dello sviluppo storico o il rinvio a tanta altra ottima letteratura, non necessariamente marxista libertaria. Certo se almeno potessimo cominciare a incrinare tali dogmatiche certezze...
Il fatto è che nel campo minato delle ideologie o dei convincimenti storici (non-storiografici) i libri da soli non possono fare miracoli. Altrimenti avremmo visto i risultati da tempo è la comunità varia dei rivoluzionari o sognatori anticapitalistici si ritroverebbe affratellata in unico grande movimento internazionale.
Basta un rapido sguardo alla gruppettistica mondiale in campo anarchico o marxista per rendersi conto che dal 1872 ad oggi (cioè dal bivio tragico segnato dall'espulsione di Bakunin dall'Associazione internazionale dei lavoratori) sul piano organizzativo si sono compiuti solo enormi passi indietro, a fronte della più inverosimile frammentazione in sigle e partitini (locali o mondiali poco importa), con dispersione irrefrenabile del patrimonio teorico.
I libri da soli non bastano infatti. Occorrono grandi sommovimenti storici che, convolgendo le masse (consapevoli e in prima persona), mostrino cosa di valido fosse in quei libri.
Certo in mezzo c'è stata la degenerazione precoce della Rivoluzione russa e la diffusione dello stalinismo in tanta parte del movimento operaio mondiale: la più grave sconfitta - morale - ancor prima che politica -che una classe sociale presuntamente rivoluzionaria abbia mai vissuto nella storia dell'umanità. E quella sconfitta la paghiamo ancora, tutti, anche chi storicamente vi si è contrapposto da posizioni marxiste antistaliniane, anarchiche o marxiste libertarie, ma anche cristiane coerenti, umaniste ecc.
Basti pensare all'inesistenza di correnti rivoluzionarie, libertarie o anche solo antistaliniane di sinistra dopo la caduta dell'Urss (parliamo delle terre in cui sono nati o hanno agito Herzen, Bakunin, Vera Figner, Axel'rod, Kropotkin, i narodniki, Lenin, Trotsky, Sliapniov, Kollantaj, Makkno, Rakovskij, Miasnikov, Arsinov, Volin e altri ancora). O alla inconsistenza delle correnti marxiste rivoluzionarie e anarchiche nella Spagna del dopo Franco, nonostante il loro antico radicamento in quel Paese.
Il passaggio ad una visione marxista libertaria della strada percorsa e dei compiti che ci stanno di fronte non risolverebbe il problema, ma certamente aiturebbe sulla via di una ricerca della soluzione. Purchè non si tratti di un nuovo "ismo", di una nuova pozione magica sulla quale contendersi il diritto di assegnazione, con duetti del tipo: "Io sono più marxista libertario di te!"- "No, io lo ero da prima!" / "Ma tu rivendichi quel Marx che sciolse l'Ail per sottrarla all'influenza degli anarchici!" - "Già, e che dire di un libertario come Bakunin che s'inventò la fantomatica Alleanza rivoluzionaria mondiale con un settario come Necaev?" / "E lo sterminio dei soviet o il massacro di Kronstadt dove li mettiamo?" - "Ah sì! E i ministri della Cnt-Fai a braccetto con borghesi e stalinisti nei governi di Caballero-Negrin, non furono forse uno dei motivi principali per la sconfitta della Rivoluzione spagnola e delle collettività autogestite in Catalogna?... (1)



Il duetto potrebbe continuare per ore, giorni, anni - e in effetti continua da quasi un secolo e mezzo, tramandandosi di generazione e generazione. Potrei citare esempi di simili dabbenaggine uditi ancora in tempi recenti, formulati con acrimonia e con la stessa crassa ignoranza che già repellavano alla mia coscienza più di quarant'anni orsono, quando entrai nel movimento rivoluzionario spinto da forti motivazioni etiche, e ispirato a ingenui e inconsapevoli principi marxisti libertari. (2)


La vicenda storica del marxismo libertario è ricostruito ampiamente nel libro di Guerin e da parte mia non aggiungerei nulla in questa breve introduzione che non sia già incluso nella ricerca sull'autogestione citata o nella sezione dedicata agli anarchici nella mia storia del terrorismo? (3)
Vorrei invece richiamare l'attenzione sull'estrema scarsezza di contributi teorici volti a delineare i termini di una visione politico-filosofica che si possa definire "marxista libertaria". In campo marxista, anche del migliore, di quello più antidogmatico, aperto e, tutto sommato, più coerente con i principi ispiratori dell'autore della Critica al Programma di Gotha, brillano per la loro assenza le menti migliori del XX secolo.
Non vanno dimenticate, ovviamente, le incursioni in campo libertario di alcuni dei più fecondi esponenti dell'ultimo pensiero marxista - P. Naville, M. Rubel, H. Marcuse, H. Lefebvre, E. Mandel  - ma appunto, di "incursioni" si tratta. Scorribande culturali partorite per lo più sotto la pressione dei grandi movimenti giovanili della fine degli anni '60, prive della struttura concettuale e interpretativa necessaria per far assurgere il tema libertario a componente integrale nella visione marxista della storia e della lotta di classe.
Annotando dolorosamente che, nella già scarsa produzione teorica dell'anarchismo contemporaneo (a parte casi molto particolari come quello di Noam Chomsky), non compaiono nomi di studiosi libertari impegnati a valorizzare i punti di contatto tra anarchismo e marxismo - e a parte il contributo intermittente dei grandi studiosi sopracitati - resta il fatto che il panorama teorico di costruzione di una teoria marxista libertaria si riduce a due soli grandi nomi. Victor Serge e Damiel Guérin.

Non ho bisogno di presentarli perché, a differenza di quanto accadde fin dentro gli anni '50, dagli anni '60 in poi la lista lunghissima delle loro opere è diventata familliare ai lettori di tutto il mondo (non-totalitario).
Entrambi hanno dedicato anni della loro vita (a partire da un certo punto fino alla morte) a difendere la prospettiva marxista libertaria, propagandandola con caratteristiche proprie in libri, articoli e opere letterarie.
Va ricordato che Serge proveniva dall'anarchia e che dopo un periodo segnato da alcune ambiguità (4) nei confronti del bolscevismo antianarchico e antisoviettista, ha poi assunto (almeno dal 1926, pagando con la deportazione siberiana) una posizione drasticamente antistaliniana, antistatalistica e libertaria, arrivando a rompere con lo stesso Trotsky (nel 1937), pur continuando a riconoscergli la grandezza dei suoi meriti storici e teorici.
E' lo stesso Serge che nel giugno 1921, rivolto agli anarchici russi, li invitava "dopo l'esperienza della guerra e della rivoluzione, a procedere a una revisione completa e metodica delle nostre idee". Ed è Serge che per tutta la vita ha cercato di fondere la grande tradizione spirituale dell'anarchismo (il suo patrimonio etico, centrato sull'aspirazione alla piena valorizzazione dell'individuo) con la lucida razionalità teorica del marxismo, con la sua capacità di analisi storica e di previsione politica.
Al contrario di Serge, Guérin proveniva dal marxismo (dal trotskismo) e aderì all'anarchismo nella seconda parte della vita. Ebbene, queste due uniche grandissime personalità del marxismo libertario sono escluse dai 5 volumoni della Storia del marxismo di Einaudi, cioè da un opera per altri versi utile e abbastanza documentata. Di Guérin non si parla affatto, mentre a Serge sono dedicate 4 pagine -un paragrafo (III/2, 115-18) - da Massimo L. Salvadori, nel suo contributo su "La critica marxista allo stalinismo". Ma questo è solo un esempio della guerra controrivoluzionaria che la cultura ufficiale conduce sul piano delle idee, e che dovrebbe far riflettere gli interpreti dei duetti di cui sopra.
Serge e Guérin, invece hanno lasciato un patrimonio teorico e letterario tra i più ricchi e complessi nella storia del pensiero sociale moderno. E lo hanno fatto senza mai cadere nell'utopismo gratuito, rispettando così l'indicazione di una grande libertario (e controverso ammiratore di Marx) quando affermava:

"La scienza più profonda e più razionale non può individuare le forme future della vita sociale. Può soltanto definire i fattori negativi, deducendoli logicamente da una critica rigorosa dell'attuale società."
(Michail Bakunin, appendice A di Stato e anarchia, in Opere complete, IV. Ed. Anarchismo, Catania 1977, p.220).

Un ricordo personale di Guérin? - potrebbe chiedermi a questo punto il lettore.
Lo incontrai in poche occasioni, ma in un contesto molto "strutturato". Eravamo, infatti, membri entrambi del comitato di redazione della rivista Autogestion, che si riuniva nella sede delle edizioni Anthropos, fucina teorica per un breve periodo dell'utopia marxista libertaria. Con la differenza che lì Guérin faceva gli onori di casa, mentre io ero di passaggio (rimasi nella redazione dalla fine del 1972 all'estate 1975, quando ne uscii, per il nuovo corso sfacciatamente filomitterandiano intrapreso dalla rivista). E nelle riunioni alle quali partecipavo ero volta a volta distratto (ma dovrei dire "affascinato" anche dalla presenza redazionale di altre grandi personalità, tra le quali posso fare i nomi di Henri Lefebvre, Albert Meister, Daniel Mothé, Michel Raptis ("Pablo"), Pierre Naville, Yvon Bourdet e Serge Mallet (con questi ultimi tre ebbi anche rapporti di amicizia diretta).
Di Guérin colpivano l'amabilità nei modi e lo sguardo penetrante. Era curioso di ciò che accadeva intorno a lui e ci teneva a sottolineare, con una certa civetteria, che lui era un militante vero e proprio, e non un semplice perlustratore di  archivi. Cosa che non mi sarebbe mai venuta in mente, conoscendo l'ampiezza dei viaggi che aveva compiuto in giro per il mondo.
All'epoca militava nell'Ora (Organisation révolutionnaire anarchiste), un gruppo nato sulla scia del Maggio '68 e influenzato dalla personalità di Guérin stesso. Quando ero in Francia, invece, io militavo nella Ligue communiste. Avevamo idee simili, ma appartevamo a organizzazioni diverse. Un'assurdità alla quale un movimento autenticamente marxista libertario avrebbe facilmente messo riparo, facendo tesoro dell'indicazione dello stesso Guérin contenuta in fondo a questo suo libro:

"Il marxismo libertario del nostro tempo, che è sbocciato nel Maggio 1968 francese, supera sia il marxismo che l'anarchismo. Definirsi oggi marxisti libertari, non vuol dire guardare al passato, ma firmare una cambiale per il futuro."  (p.260)

_______________________________________________________________

Note
(1) Una ricostruzione accurata della questione è nel lavoro di un infaticabile studioso anarcocomunista, approdato a posizioni libertarie marxiste: Pier Francesco Zarcone, Spagna libertaria, Massari ed., 2007. In partic. i capp. 2, 7, 9.

(2) La mia prima denuncia scritta del crimine politico compiuto dai bolscevichi a Kronstadt è presente nel mio primo libro, Le teorie dell'autogestione, p.217. Una ricerca condotta nel 1970-72 e che la Jaca Book pubblicò nel 1974.
Il tema di Kronstadt lo ripresi in seguito, con maggiore respiro nel capitolo "Il Profeta inconseguente" (pp. 207-12) all'interno della monografia che scrissi su Trotsky e la ragione rivoluzionaria (1990, 2004). La  vicenda dello sterminio di quel soviet rivoluzionario viene lì fatta precedere dall'elenco ragionato di ben 21 gravi incoerenze di Trotsky in quei primi anni di ascesa dello stalinismo. Devo rinviare, comunque al libro sull'autogestioneanche perchè si tratta, a mia conoscenza, della prima ricerca comparata che abbia tentato di mostrare quanto di libertario e antistatalistico vi fosse in Marx e in alcuni celebri marxisti. In quella ricerca, pur denunciando le loro più grave incoerenze al riguardo, confrontavo le posizioni del marxismo con quelle della tradizione anarchica (da Proudhon agli antiautoritari del Giura all'anarcosindacalismo), e concludevo con una dettagliata ricostruzione dei primi passi compiuti dal regime bolscevico per liquidare i soviet e i comitati di fabbrica a partire dal dicembre 1917. All'epoca non conoscevo ancora i contributi di Daniel Guérin sull'argomento e non potevo quindi rendermi conto di aver scritto un libro marxista libertario ante litteram.

(3) Il terrorismo. Storia, concetti, metodi, 3° ed. ampl., Roma 2002 (1979, 1998).

(4) Comprensibili se si ha chiaro che gli anarchici e i bolscevichi collaborarono nella lotta contro Kerenskij, per "tutto il potere ai soviet", e che, dopo la vittoria, la rottura con le varie correnti anarchiche avvenne in tempi e modi diversi per ciascuna. Cfr., tra gli altri, Paul Avrich, The Russian Anarchists, Princeton, 1967,
cap.5.
Print Friendly and PDFPrintPrint Friendly and PDFPDF