Diari di Cineclub

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giovedì 24 novembre 2011

UN GRANDE UMANISTA: JARED DIAMOND



UN GRANDE UMANISTA: JARED DIAMOND
di Stefano Santarelli


L’opera di Jared Diamond grazie ai suoi studi interdisciplinari tra la storia, l'antropologia, la linguistica, la biologia,ecc. ha offerto indiscutibilmente un importantissimo contributo per comprendere l'evoluzione ed il futuro delle società umane.
Questo biologo e fisiologo statunitense, oltre che ornitologo di fama mondiale, con le sue opere è riuscito a rivoluzionare gli studi umanistici. Interessante a questo proposito il suo cammino intellettuale.
Figlio di un medico, si laurea ad Harvard in biochimica per prepararsi a diventare anche lui medico, ma invece cambia subito il suo percorso prendendo a Cambridge il dottorato in fisiologia e, come ricorda lui stesso, per molti decenni è stato ritenuto il migliore specialista nei dotti biliari.
Compie interessanti studi sugli uccelli della Nuova Guinea che secondo lui sono tra gli animali più comprensibili per l’uomo avendo i nostri stessi sensi compreso l’olfatto. E come con gli esseri umani anche con gli uccelli “non si possono fare esperimenti di laboratorio: in entrambi i casi bisogna imparare a fare esperimenti naturali, basati sulle comparazioni di situazioni esistenti”.
Tale metodo comparativo lo si vede proprio con Il terzo scimpanzé  che in fondo condensa ed anticipa temi e contenuti dei suoi lavori successivi.
In questa opera Diamond riscrive la tassonomia in modo apparentemente provocatorio collocando l’Homo Sapiens in un nuovo gruppo comprendente i Pan troglodytes (gli scimpanzé comuni) e i Pan paniscus (gli scimpanzé bonobo). Infatti l’uomo con gli scimpanzé condivide ben il 98,77% del suo DNA. Un valore che non è poi così lontano dall’omologia tra il DNA degli scimpanzé comuni e degli scimpanzé bonobo, uguale per il 99,3%.
Ma se l’uomo ha compiuto il grande balzo che ci caratterizza rispetto al mondo animale questo è dovuto, per l’autore, ai cambiamenti anatomici delle corde vocali e quindi alla nascita del linguaggio da cui dipende la nostra creatività.
Diamond dopo averci quindi inseriti come cugini nell’albero genealogico degli scimpanzé inizia il lungo viaggio della storia dell’umanità e del nostro comportamento. Interessante a questo proposito le considerazioni che l’autore compie in merito alla nostra sessualità: su come scegliamo il nostro partner, la menopausa - caratteristica presente solo nella nostra specie- e la nostra longevità superiore a quella di tutti gli altri primati.
Contesta poi l’opinione che l’agricoltura, iniziata diecimila anni fa, abbia automaticamente portato ad una migliore condizione di vita. Infatti riesce a provare che la fase precedente dei raccoglitori-cacciatori garantiva una migliore qualità della vita. Per esempio l’assunzione media giornaliera di cibo che hanno i boscimani è superiore alla “razione giornaliera raccomandata” americana. Sottolineando poi il fatto che i boscimani utilizzano ben 85 piante diverse nella loro alimentazione fatto questo che gli garantisce di non incorrere in gravi disastri come quello della carestia del 1840 avvenuta in Irlanda quando un milione di persone morirono di fame a causa della distruzione delle colture di patate loro quasi unico alimento.
Infatti la comparazione della altezza media in Grecia e Turchia dimostra che verso la fine dell’era glaciale l’altezza media era per gli uomini di 1.78 cm e di 1.68 cm per le donne mentre nel 4000 a.C. con l’arrivo dell’agricoltura la statura calò nettamente (1.60 cm per gli uomini e 1.55 cm per le donne).
E spetta proprio all’agricoltura la responsabilità della divisioni in classi con una minoranza ben nutrita ed una maggioranza al contrario che peggiorò le sue condizioni di salute. Infatti l’agricoltura ha provocato un surplus alimentare che ha favorito la nascita di quelle figure sociali non dedite in permanenza alla produzione di cibo, figure che una popolazione nomade di raccoglitori-cacciatori non poteva certamente permettersi.
Ed proprio con l’aumento della popolazione dovuto all’agricoltura che abbiamo il sorgere di malattie epidemiche che contribuiranno in seguito con l’avvento del colonialismo a provocare lo sterminio delle popolazioni indigene. Infatti le popolazioni europee hanno vissuto per secoli in società affollate dove la principale causa di morte erano le malattie infettive a carattere epidemico (vaiolo, peste, ecc.) e ovviamente chi riusciva a sopravvivere trasmetteva i propri geni alla prole, geni che le popolazioni indigene del continente americano ed australiano non possedevano.


Un capitolo importante di questo testo è riservato al genocidio il quale contrariamente a quello che si pensa ha molti antecedenti animali basti pensare ai nostri cugini Scimpanzé e che in realtà non è un fenomeno del solo XX secolo essendo questo invece presente in tutta la storia dell’umanità. Infatti le guerre tra greci e troiani, di Roma e Cartagine come quelle degli assiri e babilonesi avevano un obiettivo comune: l’uccisione di tutti gli sconfitti. La sola differenza col passato è che noi oggi disponiamo di armi così devastanti che hanno amplificato gli effetti mettendo a rischio l’esistenza di tutto il nostro pianeta.
E i genocidi compiuti in passato sono arrivati a ottenere la “soluzione finale” basti ricordare quello avvenuto in Tasmania ad opera dei coloni europei che sterminarono completamente gli abitanti di questa isola o molto vicini come quello degli amerindi compiuto dagli statunitensi.
Ed è proprio perché il genocidio ha fatto parte del retaggio umano e preumano per milioni di anni che Diamond ritiene indispensabile la necessità di studiarlo e di comprenderlo. Giungendo alle stesse conclusioni di Hannah Arendt: non sono soltanto pochi individui crudeli che lo possono commettere, ma al contrario il potenziale omicida è in ciascuno di noi.
Diamond poi si pone un interrogativo che sarà lo spunto del suo testo più famoso Armi, acciaio e malattie  vincitore del prestigioso Premio Pulitzer:

I discendenti degli afroasiatici, soprattutto quelli stanziati in Europa e nell’Asia orientale, più quelli trapiantati in Nord America, dominano il pianeta con il loro potere e la loro ricchezza. Molti altri popoli, come gli africani, si sono liberati del colonialismo europeo, ma rimangono poveri. Altri popoli ancora, come gli abitanti originali dell’America, dell’Australia e di alcune zone del Sudafrica, non sono nemmeno padroni della loro terra, essendo stati decimati (in alcuni casi sterminati) e soggiogati dai coloni bianchi.
Possiamo allora riformulare la domanda così: perché la ricchezza e il potere sono distribuiti in questo modo? Perché, ad esempio, gli aborigeni australiani non si sono messi a un certo punto a massacrare e a conquistare gli europei e i giapponesi? (…) Perché l’umanità ha conosciuto tassi di sviluppo così diversi nei vari continenti?

La risposta che da Diamond a questa domanda è semplicemente rivoluzionaria. Se il mondo occidentale è riuscito a conquistare e a dominare il resto dell’umanità non è dovuto ad una sua presunta ed infondata supremazia biologica, ma soltanto grazie alle differenti caratteristiche ambientali. La civiltà occidentale si è sviluppata a partire da una particolare regione del pianeta denominata dall’archeologo statunitense Breasted la mezzaluna fertile che era situata nel Medio Oriente (Mesopotamia, Levante ed Antico Egitto) la quale è stata il motore della rapida diffusione dell’agricoltura attorno all’8.000 a.C. grazie al clima mediterraneo, alle diverse specie presenti di cereali e legumi selvatici (orzo, piselli, ceci, ecc.) e dove la presenza di quattro delle cinque più importanti specie di animali da allevamento: mucche, capre, pecore e maiali (mentre il cavallo che sarà poi presente in questa zona era originario delle steppe orientali dell’Asia) hanno permesso all’uomo di sviluppare la pastorizia e come nel caso del cavallo di potere viaggiare più velocemente di quanto gli potessero permettere le sue gambe oltre che a trasformare l’arte della guerra.
E’ evidente che era impossibile per gli aborigeni australiani dedicarsi alla pastorizia in mancanza di pecore o capre oppure dedicarsi all’agricoltura in un continente dove mancava la materia prima. O come nel caso degli amerindi la mancanza di animali di grossa taglia come il cavallo, l’asino o il cammello non permettevano certamente rapidi spostamenti o il trasporto di grandi quantità di merci (il lama è presente soltanto nelle zone andine e non è certamente paragonabile all’utilità di un cavallo). Insomma i popoli che si trovavano nella Mezzaluna fertile si poterono affacciare alla storia con una tecnologia più avanzata e con una complessità sociale derivanti proprio da queste caratteristiche ambientali senza dimenticare le malattie epidemiche con le quali infettavano gli altri.
E l’incontro sicuramente tra i più drammatici ed emblematici tra gli europei e le popolazioni dei Nuovi Mondi fu quello che avvenne tra un pugno di soldati spagnoli guidati da Francisco Pizarro e l'Impero degli Incas.
Con soli 168 soldati (62 cavalieri e 106 fanti) Pizarro riuscì a sconfiggere, sterminare e distruggere un Impero forte di un esercito composto da 80.000 uomini grazie al fatto di essere in possesso di una tecnologia bellica superiore: spade e armature di acciaio, fucili e cavalli che gli Incas non avevano mai visto.
168 soldati sconfissero questo esercito senza subire nessuna perdita.
A dare poi il colpo mortale all’Impero Incas fu l’epidemia di vaiolo trasmessa dagli stessi Conquistadores.


In un’altro celebre lavoro di Diamond, Collasso, la sua riflessione si rivolge all’interrogativo del perché alcune società si sono auto distrutte o hanno irrimediabilmente distrutto il loro ecosistema.
Un esempio emblematico di come una civiltà sceglie l’autodistruzione è data dal mistero –oggi non più tale- dell’isola di Pasqua.
Scoperta nel 1722, con i suoi abitanti polinesiani, questa isola deserta e arida situata nell’Oceano Pacifico a ben 3700 Km ad ovest del Cile colpì subito l’immaginazione dei primi esploratori europei grazie alle centinaia di statue alte fino agli 11 metri e pesanti fino ad 85 tonnellate. Altre statue vennero trovate incompiute nelle cave vulcaniche lontane chilometri dalle statue che si trovavano nell’isola
Ma chi le aveva scolpite? Come potevano essere state trasportate e sollevate in posizione eretta?
La popolazione locale non conosceva né il metallo né tantomeno la ruota.
Ma questo mistero venne risolto in fondo abbastanza velocemente. Infatti gli esploratori europei appresero dagli abitanti dell’isola che i loro antenati usavano i tronchi degli alberi prima come rulli per il trasporto delle statue e poi come leve per sollevarle in piedi. Soltanto che non erano rimasti più alberi nell’isola. Quando nel 400 d.C. i polinesiani la colonizzarono questa isola era coperta da foreste. Furono loro ad abbattere gli alberi per il trasporto di queste statue e per la costruzione di canoe.
La deforestazione ebbe quindi come tragica conseguenza la carestia provocata da un lato dall’erosione del suolo che fece crollare i raccolti e la mancanza di materiale per costruire le canoe necessarie per la pesca. L’aumento poi della popolazione provocò guerre intestine e cannibalismo.
Ora questa storia è un chiaro esempio di come una civiltà sceglie di autodistruggersi.
Diamond in questo testo studia altre civiltà, più o meno famose, che hanno fatto la medesima scelta: i Maya, gli Anasazi, le colonie vichinga della Groenlandia, della Vinlandia (situata nell’isola canadese di Terranova) e dell’Islanda.
E ancora oggi, per esempio, l’Islanda è il paese più devastato d’Europa grazie alle conseguenze dell’insediamento vichingo che distrusse gran parte della vegetazione e dove metà del suolo originario venne eroso e trascinato nell’oceano. E questo capitale di suolo e vegetazione che aveva impiegato diecimila anni per formarsi venne consumato soltanto nel giro di pochi decenni di colonizzazione vichinga.
Certamente l’ambiente è stato fondamentale per la nascita delle civiltà, ma per la loro sopravvivenza ed il loro sviluppo intervengono sicuramente altri fattori: la capacità di gestire le risorse, i cambiamenti climatici, il ruolo delle popolazioni nemiche, la gestione delle relazioni commerciali. Ad esempio, le cause ambientali non sono state fondamentali per il crollo di Cartagine o dell’Unione sovietica, ma lo sono state sicuramente per i Maya o la civiltà che si era sviluppata nell’isola di Pasqua.
Pochi giorni fa, e per la precisione il 31 ottobre, abbiamo sfondato ufficialmente il tetto dei 7 miliardi di esseri umani sul nostro pianeta. Nel 1600, cioè ieri, eravamo soltanto mezzo miliardo.
Già oggi incontriamo grandi difficoltà a sostenere uno stile di vita da Primo Mondo per un solo miliardo di persone. Adesso che la Cina e gli altri paesi in via di sviluppo stanno cercando di raggiungere il nostro stesso tasso di consumo emerge un problema apparentemente insolubile.
Il nostro mondo non ha abbastanza risorse per consentire alla Cina, per non parlare degli altri, di aumentare i propri tassi di consumo e portarli ai nostri livelli.
Non abbiamo scelta, volenti o nolenti molto presto avremo indici di consumo inferiori agli attuali, in quanto insostenibili. Ma per nostra fortuna gli standard di vita non sono strettamente collegati agli indici di consumo. Infatti molti consumi costituiscono uno spreco.
Gli errori del passato non possono non farci riflettere e ci portano inevitabilmente ad interrogarci sul futuro dell’umanità: supereremo questa crisi ecologica o siamo destinati al collasso? Secondo Diamond se saremo in grado di imparare dai nostri errori potremmo farcela:

A chi mi chiede se sono ottimista o pessimista sul futuro del mondo rispondo che sono cautamente ottimista. Da un lato, riconosco la gravità dei problemi che ci troviamo ad affrontare. Se non facciamo lo sforzo di risolverli, in modo risoluto, e se non ci riusciamo, nel giro di pochi decenni assisteremo al declino dei nostri standard di vita o, forse, a qualcosa di peggio. (…) Nessuno dei nostri problemi è davvero impossibile da risolvere. Corriamo grossi pericoli, ma non al di là del nostro controllo, come potrebbe essere una collisione con un asteroide, (…) Si tratta, invece di rischi che abbiamo creato e continuiamo a creare noi stessi. Siamo noi la causa dei danni ambientali e per questo abbiamo la possibilità di controllarli: spetta a noi la scelta di smettere. Il futuro è a nostra disposizione: dobbiamo prenderne le redini.



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Bibliografia delle opere di Diamond pubblicate in italiano:
In tre pagine non si può certamente sintetizzare il pensiero di questo grande umanista. Per coloro che si avvicinano per la prima volta alle opere di Diamond consiglio dapprima la lettura di quello che è la sua opera più famosa: Armi, acciaio e malattie

Il terzo scimpanzé - Ascesa e caduta del primate Homo sapiens - Bollati Boringhieri -1994

L’evoluzione della sessualità umana – Sansoni - 1998

Armi, acciaio e malattie – Einaudi -1998

Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere – Einaudi - 2005

Perché il sesso è divertente? - Rizzoli (2006)

Esperimenti naturali di storia, con James Robinson - Codice Edizioni – 2011


9 novembre 2011



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lunedì 21 novembre 2011

CRISI AMBIENTALE E SOVRAPPOPOLAZIONE: COLPA DI 7 MILIARDI O DELL'1%?


CRISI AMBIENTALE E SOVRAPPOPOLAZIONE:
COLPA DI 7 MILIARDI O DELL'1%?
di Jan Angus e Simon Butler *


Le Nazioni Unite hanno comunicato che la popolazione mondiale ha raggiunto raggiungerà i 7 miliardi di individui nel mese di ottobre 2011.
L'avvicinarsi di questa scadenza ha scatenato un'ondata di articoli e di editoriali che individuano nella sovrappopolazione l'origine delle crisi ambientali mondiali. Sulla Times Square a New York è stato istallato un gigantesco e costoso video che spiegava come "la sovrappopolazione umana porta all'estinzione delle specie animali". (1) Nelle stazioni più frequentate del metrò londinese, dei pannelli elettronici avvertono che una popolazione di 7 miliardi di persone è ecologicamente insostenibile. (2)
Nel 1968 si poteva leggere nel best-seller di Paul Ehrlich, The Population Bomb, che "la battaglia per nutrire l'umanità" era terminata a causa della sovrappopolazione e che gli anni ‘70 sarebbero stati un periodo di carestie su scala mondiale e che il tasso di mortalità sarebbe cresciuto. Tutte queste predizioni si sono rivelate false. Ma, quattro decenni più tardi, i suoi successori utilizzano sempre ancora la medesima affermazione di Ehrlich "c'è troppa popolazione!" per spiegare i problemi ambientali.
Eppure la maggior parte dei 7 miliardi di individui non mettono in pericolo la terra. La maggioranza della popolazione mondiale non distrugge le foreste, non stermina le specie animali in pericolo, non inquina i fiumi e gli oceani e, fondamentalmente, non emette gas a effetto serra.
Persino nei paesi ricchi del Nord, la maggior parte delle distruzioni ambientali non vengono causate dagli individui o dalle economie domestiche, ma dalla miniere, dalle fabbriche e dalle centrali elettriche gestite da imprese che si preoccupano più dei profitti che della sopravvivenza dell'umanità.
Nessuna riduzione della popolazione americana avrebbe fermato l'avvelenamento del Golfo del Messico da parte di BP l'anno scorso.
Una diminuzione del tasso di natalità non arresterà l'estrazione delle sabbie bituminose del Canadà, uno dei crimini più stupefacenti che il mondo abbia mai visto, come l'ha giustamente definito l’ecologista americano Bill McKibben. (3)
L'accesso universale al controllo delle nascite dovrebbe essere un diritto umano fondamentale. Ma questo non avrebbe per nulla impedito le distruzioni massicce degli ecosistemi del delta del Niger realizzate da Shell o i danni di dimensioni incommensurabili che Chevron ha causato alle foreste tropicali dell'equatore.
Ironicamente: è mentre i gruppi "popolazionisti" concentrano la loro attenzione sui 7 miliardi di abitanti del nostro pianeta che i manifestanti del movimento Occupy dappertutto nel mondo identificano la vera fonte delle distruzioni ambientali: non sono i 7 miliardi, ma un "uno per cento", quella manciata di milionari e miliardari che possiedono di più, consumano di più e distruggono di più che tutti quanti noi messi insieme.
Negli Stati Uniti, l’"uno per cento" dei più ricchi possiede la maggioranza di tutte le azioni e partecipazioni delle imprese, il che dà loro un controllo assoluto su queste società che sono direttamente responsabili della maggior parte delle distruzioni ambientali.

Un recente rapporto (4), realizzato dall'ufficio di consulenza britannico Trucost per le Nazioni Unite, stima che 3000 imprese da sole provocano ogni anno danni ambientali per 2.150 miliardi di dollari, il che corrisponde, secondo questo stesso rapporto, a circa un terzo dell'insieme dei "costi ambientali". Per quanto scandalosa questa cifra possa sembrare - ricordiamo che soltanto 6 paesi al mondo raggiungono un PIL superiore a questa somma - esso minimizza comunque sensibilmente i danni perché esclude i costi che risulterebbero da "potenziali avvenimenti di forte impatto, quali la pesca eccessiva o il crollo di ecosistemi" e "dai costi esterni causati dall'utilizzazione e l'eliminazione dei prodotti, come pure dall'utilizzazione da parte delle imprese di altre risorse naturali, dall'emissione di una maggior quantità di inquinanti tramite le loro attività nonché di quelle dei loro fornitori."

Così, per esempio nel caso delle compagnie petrolifere, la cifra copre le "operazioni normali", ma non i morti e le distruzioni causate dal riscaldamento globale, e nemmeno i danni causati dall'utilizzazione dei loro prodotti su scala mondiale, e neanche i miliardi di miliardi di dollari che costa la pulizia delle "maree nere". I danni reali causati da queste compagnie da sole devono essere ben superiori ai 2.150 miliardi di dollari, e questo ogni anno.
L'"un per cento" poi, controlla pure i governi che dovrebbero regolare queste imprese distruttrici. Il 46% dei membri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti sono milionari, così come il 54% dei senatori, e tutti i presidenti dopo Eisenhower (1953-61).
Grazie al governo , l'"uno per cento" controlla l'esercito americano, il più grande consumatore di petrolio del mondo, e, di conseguenza, uno dei più grandi produttori di gas a effetto serra. Le operazioni militari producono più rifiuti pericolosi delle cinque maggiori imprese chimiche riunite. Più del 10% dei depositi di rifiuti pericolosi toccate dal "Superfond" negli Stati Uniti sono situati in basi militari. (5)
Quelli che credono che un rallentamento della crescita della popolazione mondiale fermerà o rallenterà le distruzioni ambientali ignorano semplicemente le cause reali e le minacce immediate per la vita sul nostro pianeta. Le imprese e gli eserciti inquinano e distruggono gli ecosistemi non perché ci sono troppi abitanti sulla terra, ma perché ciò permette di realizzare dei profitti.

Anche se i tassi di natalità dell'Iraq o dell'Afghanistan scendessero a zero, l'esercito americano non utilizzerebbe meno petrolio.

Anche se tutti i paesi africani adottassero la politica di "un figlio per ogni famiglia" (senza menzionare i problemi demografici e sociali che ciò comporterebbe) le compagnie energetiche degli Stati Uniti, della Cina e d'altrove continuerebbero a bruciare materie fossili, rendendo sempre più vicina una catastrofe climatica.

Coloro che criticano le tesi della sovrappopolazione vengono spesso accusati di credere che non ci sia nessun limite alla crescita. Nel nostro caso, questo è semplicemente falso. Quel che noi diciamo, è che in un mondo ecologicamente razionale e socialmente giusto, in cui le famiglie numerose non sono una necessità sociale ("assicurazione malattia e vecchiaia") per centinaia di milioni di persone, la popolazione si stabilizzerebbe. Come afferma Betsy Hartmann (scrittrice giornalista americana, autrice tra l'altro di opere sulle questioni del controllo delle nascite in una prospettiva femminista, e su questioni ecologiche) "la miglior politica in materia di popolazione è quella di concentrare il miglioramento del benessere umano sotto tutti i suoi aspetti. Bisogna prendersi cura della popolazione, e la popolazione diminuirà".

Le molteplici crisi ambientali esigono un'azione rapida e decisiva, ma non potremo agire con efficacia se non comprendiamo perché si verificano. Se facciamo una diagnosi sbagliata della malattia, perderemo nel migliore dei casi tempo prezioso ad applicheremo rimedi inefficaci; nel caso peggiore, peggioreremo le crisi.
L'argomento per cui "c'è troppa popolazione" dirige l'attenzione e gli sforzi di militanti sinceri verso programmi che non avranno nessun impatto reale. Nel contempo, ciò indebolirà gli sforzi volti a costruire un movimento mondiale contro le distruzioni ecologiche: ciò divide le nostre forze e rende responsabili di queste crisi e dei problemi ad essa connessi le vittime stesse della crisi.
Soprattutto, questo argomento ignora il ruolo distruttivo massiccio giocato da un'economia irrazionale e un sistema sociale che nel proprio DNA ha iscritte un’enorme produzione di rifiuti e la devastazione dell’ambiente. Non è la grandezza della popolazione che è alla radice delle crisi ecologiche attuali: è il sistema capitalista e il potere dell’"uno per cento".
Come ha affermato una volta il pioniere dell’ecologia Barry Commoner: “L’inquinamento non prende inizio nelle case delle famiglie, ma nella sale dei consigli d'amministrazione delle imprese".


26 ottobre 2011

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NOTE

1. http://www.biologicaldiversity.org/news/press_releases/2011/7-billion-09-07-2011.html


2. http://populationmatters.org/2011/news/7-billion-day-population-matters-takes-action/.

3. Le sabbie bituminose in questione, cioè la miscela di acqua e di sabbia mescolate a bitume, a partire dal quale è possibile produrre petrolio grezzo, sono quelle di tre giacimenti che ricoprono quasi il 20% del territorio dello Stato di Alberta, in Canadà. Solo una parte di questi giacimenti, in particolare lungo il fiume Athabasca, può essere oggetto di un'estrazione e di una trasformazione in petrolio grezzo con le tecniche attuali. È in questa. regione che venne creata nel 1967 la prima miniera di sabbia bituminosa del mondo. Una seconda venne messa in servizio nel 1978 , una terza nel 2003. Oggi tre grandi compagnie sfruttano queste sabbie bituminose: Suncor, Syncrude e Shell Canada. L'aumento dei prezzi del petrolio incoraggia la messa in sfruttamento di nuovi campi bituminosi, la cui tecnica di estrazione e di trasformazione è molto costosa (tra 9 e 12 dollari il barile, mentre in Irak o in Arabia Saudita è di 1 dollaro il barile). La costruzione di una pipeline è stata negoziata con PetroChina per avviare il petrolio fino al porto di Kitimat, nella Colombia Britannica, sulla costa ovest.
La produzione di petrolio a partire dalle sabbie bituminose (avviata oltre che in Canadà in Venezuela, nel delta dell’Orinoco) è ecologicamente disastrosa. Porta con sé la distruzione della foresta, delle torbiere e dei fiumi della regione. Lo Stato di Alberta è una delle regioni più inquinate del paese , in cui il tasso di cancro è elevato e sono stati costatati altri problemi sanitari. L'estrazione di un solo barile di petrolio genera inoltre più di 80 grammi di gas a effetto serra. (NdR)

4.  http://www.trucost.com/article/14/investors-set-to-increase-pressure-on-companies-causing-significant-environmental-costs

5.  “Superfund" è il termine usato per la legge federale del 1980 intitolata Comprehensive Environmental Response, Compensation, and Liability Act. Ha per oggetto la pulizia dei siti inquinati da rîfiuti pericolosi. Questa legge attribuisce all' Agenzia di protezione dell'ambiente degli Stati Uniti il compito di identificare le parti responsabili della contaminazione dei siti per costringerli a ripulirli. Se queste non possono venir identificate o non sono in grado di pagare, l'agenzia pulisce essa stessa i siti ricorrendo a un fondo speciale. Alla fine del 2010, 1280 siti figuravano sulla " lista nazionale prioritaria" dei siti da ripulire. (NdR)


* Questo articolo, è apparso sul sito dell'International socialist organisation (ISO), www.socialistworker.org , il 26 ottobre scorso. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà-Ticino. Ian Angus e Simon Butler sono coautori dell'opera “Too Many People? Population, Immigration, and the Environmental Crisis” Il primo è editore del giornale eco-socialista “Climate and Capitalis” (http://climateandcapitalism.com/ ), il secondo è editore del settimanale australiano “Green Left Weekly(http://www.greenleft.org.au/).


dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/index.php

sabato 19 novembre 2011

PATTO DI CONSULTAZIONE CONTRO MONTI, MA ANCHE CONTRO IL CENTROSINISTRA


Intervista di Paolo Persichetti a Marco Ferrando, portavoce del PCL

Marco Ferrando, a nome del Pcl ha accolto favorevolmente la proposta di un «patto di consultazione permanente» tra tutte le forze che intendono opporsi al governo Monti, lanciata su queste pagine da Paolo Ferrero. Si tratta - ci spiega - di un passaggio «che è imposto dalla situazione e che noi accettiamo a prescindere, anche perché l'unità d'azione su obiettivi comuni, di lotta e di movimento a sinistra, è un elemento distintivo della nostra cultura e tradizione politica. A maggior ragione se interviene in uno scenario politico che rappresenta un salto in avanti dell'offensiva sociale e politica lanciata contro il movimento dei lavoratori e i movimenti di massa».


- Affrontiamo subito la novità introdotta dall'esecutivo Monti.

Siamo di fronte alla riunificazione politica e sociale del blocco dominante, è quindi del tutto evidente che contro questo governo di unità nazionale si deve costruire un patto di unità d'azione tra tutte le realtà, i movimenti e tutte le sinistre politiche, sindacali e associative.

- Cosa proponete?

Al primo posto c'è la necessità di chiarire una volta per tutte la questione del rapporto col centrosinistra e col Pd.

- Su questo punto dentro la Fds, e nell'area più larga della sinistra sociale e dei movimenti, ci sono posizioni diverse, ricche di sfumature. Per voi si tratta di una condizione o di un tema di discussione?

Non poniamo condizioni, siamo dentro il patto di consultazione a prescindere ma vogliamo un confronto aperto, largo, non solo fra stati maggiori, in cui ci riserviamo di dire quello che pensiamo dentro un quadro di confronto unitario. Ricordo che anche nel '95 si faceva tutti insieme l'opposizione al governo Dini, ma quell'opposizione prefigurò una ricomposizione del centrosinistra. Ebbene siamo fermamente contrari alla riproposizione di uno schema del genere, anche perchè il Pd per l'ennesima volta ha dato prova di non essere nemmeno una forza della sinistra moderata, e neanche un partito coerentemente democratico, al di là del suo nome. E solo un partito legato a doppio filo agli interessi dell'industria, delle banche, del blocco dominante.

- E gli altri punti?

Il fronte unico non deve essere un semplice cartello delle sinistre politiche, ma un fronte largo che coinvolga sinistra sindacale e movimenti per produrre una svolta radicale sul terreno della mobilitazione e della lotta. L'esperienza dimostra che non si riesce ad affrontare la crisi capitalistica procedendo ad ordine sparso con atti simbolici e scioperi rituali. Bisogna discutere insieme su come costruire un salto verso la radicalizzazione di massa delle iniziative di lotta: quando parliamo di vertenza generale, occupazione delle fabbriche e dei licei, costruzione di una cassa nazionale di resistenza, alludiamo a questa necessità. Infine non è più sufficiente continuare ad assumere come orizzonte il cosiddetto antiliberismo, quasi configurando la possibilità di una riforma sociale neokeynesiana del capitalismo. Il carattere strutturale della crisi ci dice che l'orizzonte deve essere apertamente anticapitalista e quindi deve toccare il tema dell'annullamento del debito pubblico verso le banche, i rapporti di proprietà nel settore finanziario e produttivo.

- Non vi è piaciuto il coro di sdegno sui fatti del 15 ottobre.

Il grosso problema del 15 non sono stati i cosiddetti black bloc ma la mancata assunzione di responsabilità da parte della direzione del movimento. Avevamo proposto una manifestazione che marciasse sui palazzi del potere rivendicando un diritto democratico praticato in tutte le capitali del mondo. Lo spazio che in quella giornata hanno preso alcune forme di lotta nichilista è stato direttamente proporzionale alla mancata assunzione di questa responsabilità.


da "Liberazione" del 19/11/2011

venerdì 18 novembre 2011

CARA SINISTRA TI SCRIVO


CARA SINISTRA TI SCRIVO
di Matteo Pucciarelli

Cara sinistra ti scrivo così mi incazzo un po’
e siccome sei molto lontana più forte ti sgriderò.
Da quando non c’è più il Partito c’è una grossa novità,
il Muro è caduto ormai
eppure tutto ancora qui non va.

S’esce poco la sera ma se cade Berlusconi si fa festa

anche se Veltroni ci dice “dovevate restare alla finestra”,
e si sta senza votare per la speculazione internazionale,
e a quelli che hanno niente da obiettare
chissà se la dignità gli rimane.

Ma Mediaset ha detto che il nuovo anno
porterà una trasformazione
e Napolitano ci sta informando

sarà super coalizione e inciucio tutto il giorno,
ogni peones rimarrà sul seggiolone
anche i democristiani faranno ritorno.

Ci sarà macelleria sociale tutto l’anno,
anche i lobbisti ci danno lezioni

mentre i fascisti già lo fanno.

Ci liberalizzano anche le mutande ognuno come gli va,
forse Matusalemme andrà in pensione,

ma soltanto a una certa età,
e senza grandi disturbi la classe operaia sparirà,
quelli come Marchionne sono molto furbi
e si sono comprati i riformisti di ogni età.

Vedi cara sinistra cosa ti scrivo e ti dico
e come sono scontento
d’essere stato tuo tifoso in questo ventennio,
vedi, vedi, vedi, vedi,
vedi cara sinistra cosa ci hai fatto subire
per poter sopravvivere ancora,
eppure continuiamo a sperare.

E se Mario Monti passasse in un istante,
vedi sinistra mia
come diventa importante
che nei tuoi programmi ci sia anch’io.

Il governo che si sta insediando tra un anno passerà
ma tu non ti stai preparando… e questa non è una novità.

(Dedicata con affetto alla “sinistra” di governo)



Matteo Pucciarelli
(17 novembre 2011)

dal sito di Micromega

mercoledì 16 novembre 2011

DIETRO LA NON-POLITICA.
Quando il "Socialismo Rivoluzionario" vive di apparati, espulsioni e culto della personalità

Mi permetto di farmi un pò di pubblicità, ma ho ricevuto solo adesso questa bella recensione che coglie pienamente lo spirito con cui io insieme ad altri compagni abbiamo scritto questo libro dedicato ad una organizzazione che rappresenta in modo emblematico tutte le  dinamiche perverse che sono caratteristiche delle sette politico-religiose.
                                                                 Stefano Santarelli


Dietro la non politica - Quando il Socialismo Rivoluzionario vive di apparati, espulsioni e culto della personalità è una raccolta di materiale di vari autori, vario genere e varia provenienza che ricostruisce, attraverso la raccolta di documenti, aneddoti, confutazioni e lettere, la storia non agiografica di un movimento politico della penisola italiana strutturato da oltre trent'anni attorno alla figura del suo fondatore. Di Lega Socialista Rivoluzionaria, poi Socialismo Rivoluzionario ed infine Utopia Socialista, Stefano Santarelli ricostruisce storia, evoluzione politica, organizzazione e dinamiche interne. In questa sede il testo viene considerato interessante perché buon esempio di illustrazione del funzionamento di quelle che si presentano come organizzazioni politiche -o religiose- e che in realtà sono contraddistinte da un funzionamento settario e da dinamiche interne tra i cui scopi il mantenimento dell'organizzazione stessa supera di gran lunga tutti gli altri, in primis l'efficacia di eventuali azioni sul piano della politica reale e della società. Santarelli e gli altri autori del volume da lui coordinato fanno nomi e cognomi, ricostruiscono vicende vissute in prima persona, riportano documenti e scritti da archivi personali e controbattono ad iniziative editoriali dell'organizzazione oggetto del volume evidenziandone limiti, omissioni e distorsioni.

Molti degli autori del libro hanno, o hanno avuto, rapporti personali o percorsi politici in comune con il fondatore, e leader indiscusso, di Utopia Socialista; la loro narrazione non riuscirebbe ad attrarre l'interesse di un pubblico più vasto dei militanti di una corrente più che minoritaria della sinistra politica, se il loro esempio non fosse generalizzabile a realtà apparentemente lontanissime ed inconciliabili con essa, caratterizzate comunque da dinamiche settarie suscettibili di danneggiare in modo potenzialmente devastante le esistenze di quanti si trovino irretiti da movimenti e gruppi le cui istanze esplicitamente propagandate confliggono in modo stridente con la realtà dei fatti, e con le dinamiche interne ai gruppi stessi.

I capitoli del libro riflettono un'eterogeneità di contributi che nulla toglie al lavoro critico -e in fin dei conti demolitivo- dell'operato dell'organizzazione presa in esame, fin dall'introduzione indicata come caso di movimento giunto più volte ad un passo dall'autodistruzione a causa dell'insanabile difformità tra ideali dichiarati e pratica politica. Gli AA. identificano in questa difformità uno delle caratteristiche più distruttive, oltre che inefficaci, dei movimenti politici. Accanto ad analisi teoriche e a ricostruzioni storiche, il volume raccoglie interventi in cui le produzioni editoriali, prima ed ancora che le iniziative politiche, realizzate da Socialismo Rivoluzionario / Utopia Socialista sono recensite e trattate con una sufficienza irta di invettive sarcastiche. In qualche caso il lavoro confutatorio degli autori scoperchia calderoni di autentiche bassezze a cui i chiamati in causa hanno reagito, secondo quanto è dato leggere nel libro stesso e sul web, in modo impacciato ed assolutamente privo di efficacia.

Del contributo conclusivo, esplicitamente dedicato all'analisi delle dinamiche settarie e meno degli altri incentrato sul caso specifico, si riportano qui le righe iniziali.

"Alcuni anni fa, a Verona, alcuni giovani affìssero dei volantini che imitavano con geniale ironia lo stile di Socialismo Rivoluzionario, all’epoca impegnato in una campagna contro i serbi della Bosnia.
I volantini erano firmati con il pugno chiuso di Sr, ma accanto si leggevano le parole "La mano nera" e la dicitura. "ciclostilato in proprio, Waco Texas" - erano i giorni del drammatico assedio alla fattoria della setta di David Koresh.
SR rispose con un adirato comunicato stampa, in cui denunciava le "provocazioni staliniste", nonché vari complotti e manovre di nemici costretti a tramare nell’ombra.
Il volantino satirico non aveva solo motivazioni politiche. Nel piccolo ambiente della sinistra giovanile di una città molto di destra, SR si era fatto notare subito. I pochi giovani che ne facevano parte - facilmente identificabili grazie alla keffiyah di ordinanza - dovevano mantenere un Commissario Politico (credo che portasse questo titolo all’epoca) venuto da fuori, che si lamentava perché il frigorifero non gli veniva riempito con la dovuta frequenza. Soprattutto, il Commissario Politico vegliava sulle amicizie e gli amori dei seguaci. Che potevano esistere fuori dal gruppo solo per provati motivi di proselitismo..."

Stefano Santarelli (a cura di) - Dietro la non-politica... - Quando il Socialismo Rivoluzionario vive di apparati, espulsioni e culto della personalità.- Massari Editore, 2009. 288 pp.

dal sito   http://www.iononstoconoriana.com/libri/38-libri/640-stefano-santarelli-dietro-la-non-politica-quando-il-socialismo-rivoluzionario-vive-di-apparati-espulsioni-e-culto-della-personalita.html

martedì 15 novembre 2011

A PROPOSITO DI ISLANDA


A PROPOSITO DI ISLANDA
di Riccardo Achilli



L'articolo E noi faremo come l’Islanda? L’illusione di un default amichevole,  pubblicato da Falce e Martello, è interessante ed approfondito, e ritengo andrebbe letto con attenzione. Pertanto, nelle seguenti note, cercherò di fornire indicazioni aggiuntive, e di commento, all’articolo, che valgano a spiegare meglio l’evoluzione di un modello, per molti versi interessante per tutta la sinistra, come quello islandese.

1. A differenza di Grecia ed Italia, l'iperindebitamento islandese è generato prevalentemente dal debito privato (banche, famiglie ed imprese) e non da quello pubblico. Infatti, il rapporto fra debito pubblico e PIL islandese, pur nel momento più acuto della crisi, ovvero nel 2009, è arrivato all'87,5%, un dato ben diverso dal 113% italiano o dal 144% greco (anche se ha superato il 100% in alcuni dei mesi più critici, ma un debito pubblico superiore al 100% del PIL è stato soltanto temporaneo, e non strutturale, come invece succede da noi ed in Grecia). Questo significa che l'economia islandese produce ricchezza sufficiente perlomeno per ripagare il debito pubblico, anche se ovviamente non l'enorme debito privato. Questo elemento non è da poco: ha rassicurato i mercati, nonché le istituzioni finanziare internazionali, circa la possibilità del governo islandese di far fronte alle sue obbligazioni e, nel lungo periodo, di accumulare gruzzoletti atti a compensare, almeno in parte, i creditori esteri delle banche islandesi fallite. Questo elemento ha anche messo al riparo l'Islanda dalla seconda fase della crisi sui mercati finanziari che, dopo la fase dei mutui immobiliari e dei titoli derivati in mano a privati (fase del 2008-2009) è adesso concentrata sui debiti pubblici. Ciò ha consentito all'Islanda di ripudiare il debito delle sue banche nei confronti di creditori esteri senza essere equiparata alla Corea del Nord o ad altri Stati-canaglia, e trattata di conseguenza.

2. L'Islanda ha la sua valuta nazionale, quindi la sua indipendenza di politica monetaria. Questo le ha consentito di mettere in campo un mix di incrementi della massa monetaria circolante, per sostenere la domanda e la liquidità di banche ed imprese in crisi, di svalutazioni competitive per sostenere le esportazioni ed il turismo, e di calmieramento dei tassi di interesse. La massa monetaria M3, fatto pari a 100 il suo livello nel 2005, passa da 229 nel 2008 a 251,7 nel 2010, e si mantiene alta anche nel 2011, con un livello, ad agosto 2011, di 246,7. La corona svalutata ha consentito di riequilibrare i conti con l'estero. La bilancia delle partite correnti passa da un enorme deficit di 1,44 miliardi di dollari nel 2008 ad uno, molto più sostenibile, di 0,65 miliardi nel primo semestre 2011; la bilancia commerciale passa addirittura da un deficit di 1.373 milioni di dollari nel 2007 ad un surplus di 983 milioni nel 2010. Per quanto riguarda i tassi di interesse, è vero che i tassi islandesi sono alti, ma hanno subito un pattern di riduzioni molto rapido; i tassi a lunga scadenza passano dalll'11,07% del 2008 al 5% del 2010; quelli a breve (più importanti nel determinare le variazioni congiunturali) passano dall'elevatissimo 15,8% del 2008 ad un molto più ragionevole 6,8% nel 2010. Simili livelli dei tassi sono ancora sufficientemente alti per attirare capitali esteri (perché comunque nessuno offre tanto in giro per il mondo) ma la loro drastica riduzione, al contempo, fornisce importanti stimoli per la ripresa degli investimenti endogeni, e quindi della domanda aggregata.

3. La fiammata inflazionistica è stata domata, nonostante le politiche monetarie molto accomodanti di cui sopra. Infatti, l'indice dei prezzi al consumo, che nel 2008 era arrivato al 12,7%, nel 2010 scende al 5,4%, e nel primo semestre 2011 al 5%. Il contenimento dell'inflazione deriva da severe misure di taglio alla spesa pubblica e di incremento del carico fiscale, suggerite dal FMI e messe diligentemente in atto, oltre che dal precipitare del prezzo degli immobili dovuto allo sgonfiamento della bolla immobiliare (fonte dei dati, Ocse).

4. In sostanza, la sovranità monetaria islandese ha consentito di fare politiche monetarie espansive, che hanno consentito al Paese di rimettersi rapdiamente sulla strada della crescita, mentre i tagli al bilancio pubblico hanno consentito di tenere sotto controllo l'inflazione che normalmente deriva dalle stesse politiche monetarie espansive. Tutto ciò, anche in un contesto di uscita dall'area-euro, sarebbe molto più difficile da mettere in campo per Grecia ed Italia, perché l'uscita dall'euro provocherebbe, presumibilmente, una grave ed eccessiva svalutazione della restaurata valuta nazionale, ben oltre i livelli utili per far ripartire l'export, con una conseguente fiammata inflazionistica che azzererebbe i tassi di interesse reali, anche se quelli nominali sarebbero in forte crescita per riflettere il rischio-Paese. Ciò comporterebbe una fuga di capitali, mentre la domanda interna sarebbe azzerata dall'iper inflazione, ed il tutto si tradurrebbe in una grave recessione, anche se provvisoria (qualcosa di simile a quello che successe in Argentina nel 2002, quando, il primo gennaio di quell’anno, uscì anch'essa da una situazione di assenza di sovranità monetaria, in quel caso imposta dalla Ley de Convertibilidad, che fissava una parità rigida 1 a 1 fra peso e dollaro, pagando tale decisione con una contrazione del PIL del 10,9%, ed una inflazione mensile che arrivò fino al 10,4% ad aprile, l’interruzione di molti servizi pubblici essenziali, una devastante crescita della disoccupazione e della miseria, da cui ancora oggi il Paese non si è del tutto ripreso). L'Islanda si è risparmiata tale fase di recessione per il semplice motivo....che non aveva bisogno di recuperare la sua sovranità monetaria, come dovrebbero fare Italia e Grecia, perché la sovranità monetaria ce l'aveva già, quindi non ha avuto bisogno di passare per il tramite delle forche caudine di una recessione da adattamento, come invece dovrebbe fare chiunque volesse uscire dall'euro.

5. Contrariamente a quello che comunemente si pensa, l'Islanda ha avuto comunque bisogno dell'assistenza del FMI, che ha sborsato un prestito da 2,2 miliardi di dollari, anche se, a differenza di molti altri Paesi sottoposti alle “cure” del FMI, non ha subito in modo passivo il consueto programma neo-liberista, e basato sul Washington Consensus, che il FMI somministra alle sue vittime. In cambio, il Paese si è impegnato a rispettare un programma di riequilibrio delle finanze pubbliche, fatto di drastici tagli alla spesa pubblica, e di inasprimenti fiscali, che nel 2012 porterà ad un avanzo primario pari al 6% del PIL, ed a una riduzione del rapporto debito/PIL al di sotto dell'80%. Si tratta di un programma di aggiustamento severo, che prevede, per il 2010/2011, tagli di spesa ed incrementi di imposte pari all'8,7% del PIL, ed un ulteriore 2% per il 2012. Inoltre, le misure di controllo diretto della circolazione di valuta estera non sono state realizzate autonomamente dal Paese, ma hanno fatto parte delle misure "suggerite" dal FMI, quindi questa misura non-liberista è stata, in realtà, uno dei punti del programma del FMI. FMI che peraltro ha anche imposto una revisione sulla legislazione sui prestiti. Nel 2010, infatti, la Corte Suprema, per proteggere i debitori islandesi, ha stabilito che le clausole di indicizzazione al tasso di cambio dei contratti di prestito fossero illegali. Questa previsione avrebbe comportato enormi perdite per le banche islandesi, e quindi le pressioni del FMI hanno portato ad una drastica riformulazione di tale sentenza, che ha rilegalizzato di fatto tali clausole, chiedendo soltanto un ricalcolo degli interessi.

6. Va però detta una cosa fondamentale, a beneficio del modello islandese. A differenza di qualsiasi Banana-republic (categoria cui probabilmente apparterrebbe di pieno diritto anche l’Italia), l'Islanda ha attivamente negoziato i termini del piano del FMI, non ha accettato tali termini passivamente. In questo modo, le principali misure di spesa relative al welfare (in particolare il reddito minimo garantito e il programma per aiutare i titolari di mutui immobiliari in difficoltà) sono state preservate dai tagli, così come anche l'aumento delle tasse ha risparmiato i redditi più bassi, e non vi sono state rilevanti misure di "flessibilizzazione-precarizzazione" del mercato del lavoro. Di fatto, quindi, a differenza della Grecia, il Paese è uscito dalla “cura” infertagli dalle istituzioni finanziarie internazionali con un profilo di ripresa della crescita, e non di pesante recessione. Infatti, secondo le proiezioni Ocse, per il 2011 il PIL islandese dovrebbe crescere del 2,2%, e del 2,9% nel 2012 (mentre quello greco, invece, dovrebbe contrarsi del 2,9% nel 2011 e crescere soltanto dello 0,6% nel 2012). Questo risultato va visto con grande favore, perché per la prima volta un Paese in default riesce a negoziare i termini del suo salvataggio, senza accettare passivamente tutto ciò che il FMI gli impone. Però tale risultato è stato possibile, come anche dice l'articolo, dal ridottissimo importo dell'esposizione debitoria estera dell'Islanda. Già per un Paese con una esposizione debitoria estera dell'entità di quella greca, tale negoziato sarebbe molto più difficile da far digerire alla borghesia finanziaria globale. E quindi richiederebbe un coraggio ed una combattività molto superiori rispetto a quelli messi in campo dai vichingi islandesi. E non cito nemmeno lo straordinario laboratorio di riscrittura della Costituzione nazionale dal basso, tramite i cittadini stessi, che costituisce forse una delle più belle perle che brillano in questi tempi così cupi e tristi. Saremo all’altezza degli islandesi? Per il momento, non mi resta che dire “Island lifandi”.

2 novembre 2011
 
dal sito  http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

venerdì 11 novembre 2011

NO AL GOVERNO DELLA BCE di Giorgio Cremaschi


NO AL GOVERNO DELLA BCE
di Giorgio Cremaschi


Comprendiamo la soddisfazione e il senso di liberazione che si provano per il crollo politico di Berlusconi. Tuttavia è una gioia di breve durata se il prossimo governo adotterà e proverà a realizzare il programma economico e sociale contenuto nella lettera della Bce e nei 39 punti che la ripropongono e la precisano.
La verità è che Berlusconi è crollato non sotto la spinta nostra, ma per quella dei "mercati". Che poi sono quei miliardari in carne ed ossa, capaci in poche ore di muovere ingenti capitali, di far crollare le borse, di svalutare pesantemente i titoli di stato. Berlusconi è sfiduciato dal capitalismo internazionale e dalla borghesia italiana, sono loro che l'hanno fatto cadere e sono loro che presentano il conto. Naturalmente se Berlusconi avesse avuto consenso, se non ci fossero state le nostre lotte e le nostre mobilitazioni, oggi sarebbe ancora in sella, probabilmente anche con quel consenso padronale che sinora l'aveva sostenuto. Ma resta il fatto che se noi abbiamo scosso l'albero, è il grande capitale che pensa di raccogliere la frutta e di portarcela via.
Il governo Monti non sarà un governo tecnico, anche perché nessun governo è mai tale, se non nella cultura politica reazionaria. Il governo Monti sarà un governo democristiano, confindustriale, tecnocratico, legato strettamente alle scelte dei grandi poteri economici europei e internazionali.
Se il movimento americano in questi mesi aveva come slogan "occupiamo Wall Street", noi rischiamo di essere occupati dalla Bce, e anche da Wall Street.
Mi si potrebbe dire che la mia è una posizione preconcetta, ma invece essa si basa esclusivamente sul mandato che la grande informazione, e in generale l'establishment, stanno conferendo a Monti. Realizzare un programma impopolare, tagliare le pensioni, flessibilizzare - ancora! - il mercato del lavoro, privatizzare a man bassa, il tutto condito da una patrimoniale che ha il solo scopo di dimostrare che tutti pagano qualcosa, cambiare la Costituzione a favore del mercato. Più volte Mario Monti ha annunciato questo programma, pensare che lo smentisca nel momento in cui va al governo è davvero una sciocchezza.
Saremmo quindi di fronte a un governo alla greca che, in nome del debito e dei vincoli europei internazionali, ci imporrà drammatici sacrifici. E' una logica di guerra quella che ci viene proposta, come più volte è stato detto rispetto alla Grecia. E le logiche di guerra, come sempre, uccidono prima di tutto la verità e la democrazia. Su questo siamo in totale disaccordo con la linea politica espressa dal Presidente della Repubblica. Che non è un sovrano assoluto e quindi è perfettamente e doverosamente criticabile quando compie scelte di indirizzo economico e politico.
Già alla Grecia è stato impedito di fare un referendum sulle scelte economiche. Il solo annuncio di esso, di cui erano evidenti le ragioni strumentali, da parte del primo Ministro di quel paese ha portato alla caduta del governo. Da noi il governo "tecnico" impedisce le elezioni immediate, che tra l'altro avrebbero l'effetto di seppellire definitivamente sotto una valanga di voti il sistema di potere berlusconiano. Anzi, grazie a questo possibile governo, la destra avrà l'opportunità di riorganizzarsi e di giocare carte populiste, come sta avvenendo in tutti i paesi europei. Rischiamo quindi di pagare sul piano sociale ed economico un costo drammatico e di ritrovarci, alla fine, una destra che accuserà altri del massacro sociale compiuto.
Questa drammatica crisi della nostra democrazia è davvero il segno di un collasso di una classe dirigente incapace di reale autonomia rispetto alle spinte del mercato. La crisi non è finita e non finirà, neppure con il governo del grande capitale. La recessione in arrivo non sarà certo fermata, ma anzi accentuata dai tagli che verranno fatti per pagare il debito pubblico. Tutti gli indicatori economici dell'economia reale dicono che le cose non vanno e che non andranno a posto. Perché, come molti inascoltati economisti hanno affermato, la questione prioritaria non è pagare il debito, rassicurare la finanza e i mercati, ma ricostruire l'eguaglianza sociale. Senza di essa non c'è all'orizzonte alcuna possibile ripresa economica e la crisi peggiorerà. Ma rilanciare l'eguaglianza sociale significa andare nella direzione esattamente opposta a quella "suggerita" dalla lettera della Bce. Significa alzare i salari ed estendere i diritti, pubblicizzare i beni comuni, varare milioni di piccole opere in alternativa alle catastrofiche grandi opere come la Tav in Valle Susa, recuperare risorse dai ricchi, dalla finanza e dall'evasione fiscale per investire nella riconversione del modello produttivo. Tutto questo significa oggi non pagare un debito inesigibile e colpire proprio quegli interessi che portano Mario Monti alla soglia del governo. Tutto questo significa una profonda rottura con le politiche economiche di questi ultimi trent'anni. Invece si chiama al capezzale della crisi italiana quella classe imprenditoriale e tecnocratica le cui scelte di fondo hanno portato l'Europa alla crisi.
C'è un solo fatto positivo, lo diciamo con rabbia e amarezza, in tutto questo. Se davvero Monti dovesse fare il suo governo con il sostegno bipartisan saremmo entrati in una nuova fase della politica italiana, sarà la fine della seconda repubblica delle alternanze che non cambiano nulla e sarà evidente che a questo governo bisogna opporre un'alternativa sociale e politica da sinistra.
Onestamente vorremmo non essere a questo punto drammatico e doloroso, ma visto che ci siamo arrivati e non certo per nostra responsabilità, adesso diamoci da fare per costruire un'opposizione politica e sindacale, civile e democratica al governo della Bce.


[Articolo di Giorgio Cremaschi pubblicato su Liberazione, 11.11.11]

giovedì 10 novembre 2011

UN SONDAGGIO SULLE DESTRE POPULISTE EUROPEE




UN SONDAGGIO SULLE DESTRE POPULISTE EUROPEE
di Miguel Martinez


L’istituto inglese Demos ha appena pubblicato The New Face of Digital Populism , il primo studio scientifico sulla “nuova destra” europea in rete. (1)
Lo studio è stato fatto   prendendo i dati di ben 450.000 fan Facebook di 14 organizzazioni “populiste”, dati elaborati usando l‘advertising tool di Facebook.
Dati che Demos ha usato in modo intelligente e anonimo; ma è interessante come in Europa ci siano 450.000 persone abbastanza stupide da

a) sposare idee ritenute estremiste, che in molti casi potrebbero inguaiare chi le professa

b) farsi schedare volontariamente sul Libro dei Ceffi

Inoltre, più di 10.000 di costoro si sono prestate a compilare un questionario dettagliato, con il consenso dei dirigenti delle organizzazioni per cui simpatizzano.
Lo studio risale per la maggior parte a prima della strage di Oslo, e anche dell’ultimo giro della crisi economica.
I ricercatori, finanziati dalla Open Society di Soros, hanno dimostrato una notevole obiettività, evitando ogni demonizzazione.
Il problema sta nella scelta delle domande, tutte fin troppo ovvie.
Noi avremmo aggiunto una marea di domande sulle convinzioni culturali e religiose degli intervistati, su questioni solo apparentemente lontane come quelle di genere o sull’ecologia, per non parlare dello stato sociale e delle privatizzazioni, oppure dell’atteggiamento verso le guerre imperiali di questo decennio e l’adesione alla NATO. Nonché del rapporto con i media televisivi e cartacei.
Sarebbe interessante capire i diversissimi mondi mentali di riferimento dei tifosi calcistici dell’EDL, dei seriosi Bürger berlinesi e degli squatter di Casa Pound.

I risultati più significativi:

- I sostenitori online” sono molto più giovani della media di frequentatori di Facebook, e più spesso maschi [2]

- Sono leggermente più disoccupati della media

- Sono spesso attivamente impegnati: il 67% vota per i “partiti populisti”, il 32% sono formalmente iscritti, il 26% ha preso parte a manifestazioni

- Sono preoccupati per l’immigrazione, e poco interessati a questioni economiche

- I giovani sono più “anti-immigrazione” dei più anziani

- Scarsa fiducia nelle istituzioni europee o nazionali (il 14% si fida dell’Unione Europea, contro una media generale – nemmeno quella troppo alta – del 44%)

- Appena il 30% si fida dei tribunali e della magistratura

E’ interessante notare che i risultati dello studio non tendono a confermare le tesi più diffuse sui movimenti populisti: i lavoratori manuali preoccupati per la crisi economica, oppure il voto di protesta contro i partiti sclerotizzati. Mentre lo studio sembra dare un certo sostegno alle tesi dei ricercatori che sottolineano la prevalenza di fattori culturali su quelli economici nella diffusione di simili movimenti.

Tra i motivi culturali, in particolare nell’Europa settentrionale, la “difesa della civiltà liberale” e delle “democrazie” contro l’islamizzazione assume un’importanza notevole.

Il 17% degli intervistati dichiara di aver aderito a un movimento “populista” per paura dell’immigrazione: le cifre variano dal 36% nel caso dei Democratici Svedesi ad appena l’1% per Casa Pound.

Il 13% è mosso dalla delusione nei partiti tradizionali: qui spiccano, con il 27%, i seguaci di Die Freiheit, il movimento di tedeschi “adulti” delusi dai democristiani.

Un’ostilità specifica verso l’Islam motiva il 10% degli intervistati: il 41% dei seguaci dell’English Defence League a un estremo, nemmeno uno tra i seguaci di Casa Pound all’altro.

Il 9% cita l’integrità morale dell’organizzazione cui hanno scelto di aderire (qui Casa Pound è al primo posto).

Appena il 4% cita motivi economici – la disoccupazione, la globalizzazione, e così via – tra le proprie motivazioni.

Lo studio sottolinea come la paura per la propria “identità culturale” si affianchi più spesso all’ostilità verso i musulmani, che verso gli immigrati in generale.
Lo studio ha chiesto agli intervistati di mettere in ordine di importanza 18 questioni di attualità.

Ai primi posti, l’immigrazione (37%) e l’estremismo islamico (25%); seguono delinquenza (17%), la situazione economica (16%), l’aumento del costo della vita (14%), la disoccupazione (13%), il multiculturalismo (12%), i politici “lontani” (11%). Anche qui le cifre variano molto – il 48% degli olandesi mette al primo posto l’estremismo islamico, contro il 6% dei seguaci di Casa Pound.

Con un tasso di islamofobia sopra la media troviamo quindi i seguaci di Geert Wilders, Die Freiheit, Vlaamsbelang, Sverigedemokraterna, Bloc Identitaire; mentre i più preoccupati per l’immigrazione pura e semplice sono i seguaci del Bloc Identitaire, del Front National, del British National Party. Almeno negli ultimi due casi, abbiamo movimenti sorti ben prima della diffusione del “fallacismo di massa”. Mentre le risposte “antisemite e anti-Roma”, sottolineano gli autori dello studio, sono state inferiori all’1% in tutti i gruppi.

Commentando la ricerca, lo studioso Gavan Titley  dice, giustamente:

Il linguaggio e gli atteggiamenti di molti partiti mainstream in tutta Europa durante la ‘guerra al terrore’, in particolare nei primi anni, ha gettato le fondamenta per gran parte del linguaggio e delle giustificazioni che questi gruppi oggi adoperano attorno al concetto di difesa dei valori liberali – dalle questioni di genere alla libertà di parola.”

Secondo lo studio Demos, Casa Pound, Bloc Identitaire, British National Front e l’EDL ritengono che la violenza sia un mezzo accettabile “per assicurare un esito corretto”, una frase tutt’altro che univoca – nel caso degli inglesi, ad esempio, comprende il sostegno all’attacco militare contro la Libia.
Tutti i movimenti mostrano una forte ostilità verso l’Unione Europea, molto superiore a quella (già diffusa) della media della popolazione, salvo i norvegesi, presumibilmente perché la domanda non li riguarda direttamente.

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Note:

[1] I movimenti studiati sono: Bloc Identitaire (Francia), British National Party (UK), CasaPound Italia (Italia), Dansk Folkeparti (Danimarca), English Defence League (UK), Front National (Francia), Partij voor de Vrijheid (PVV, Olanda), Die Freiheit (Germania), Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ, Austria), Fremskrittspartiet (Norvegia), Lega Nord (Italia), Perussuomalaiset (Finlandia), Sverigedemokraterna (Svezia) e Vlaams Belang (Belgio).
Lo studio non ha preso in considerazione i movimenti di eredità più “fascista”, come Forza Nuova o l’NPD in Germania; mentre il movimento ungherese Jobbik ha rivelato dati talmente diversi, da richiedere uno studio a parte, ancora da pubblicare.

[2] Da segnalare che sia Die Freiheit che il Fremskrittspartiet – entrambi classificabili come gruppi conservatori classici – hanno un seguito demograficamente meno giovane rispetto ai paesi di riferimento; mentre addirittura il 63% dei sostenitori online degli Sverigedemokraterna ha meno di 21 anni.

7 novembre 2011
 
dal sito http://kelebeklerblog.com/

venerdì 4 novembre 2011

DALLA LIBIA ALLA TUNISIA


DALLA LIBIA ALLA TUNISIA
di Riccardo Achilli



In questo articolo cercherò di comparare la situazione attuale della Libia con quella della Tunisia, per evidenziare le possibili prospettive di avanzamento del socialismo nei due Paesi, dopo che le rivolte hanno spazzato via i precedenti regimi.

Iniziando dalla Libia, il quadro prospettico di un possibile avanzamento della sinistra radicale, dopo la fine della Jamahiriyah, appare ad oggi piuttosto problematico, anche se ovviamente non impossibile. Nel mattatoio che è divenuta la Libia post-Gheddafi, le organizzazioni umanitarie e gli osservatori esterni segnalano l'inevitabile precipitare di una spirale di vendette e regolamenti di conti tribali, ed anche personali, che potrebbero preludere ad una lunga guerra civile senza prospettive progressive per il popolo libico, se non addirittura, nel peggiore dei casi, ad una disintegrazione del Paese. Secondo alcuni osservatori sul campo che hanno preferito restare anonimi, le esplosioni dei depositi di benzina a Sirte nei giorni scorsi, sono servite al CNT per sbarazzarsi di decine di cadaveri di lealisti assassinati, mentre i 12 corpi ritrovati nel punto in cui Gheddafi e suo figlio sono stati catturati non hanno ferite tipiche di un combattimento, ma solo un colpo di precisione alla nuca, come in un'esecuzione. Secondo HRW, 53 cadaveri sono stati ritrovati in un albergo di Sirte, molti dei quali con le mani legate dietro la schiena, ma il CNT smentisce ogni responsabilità, e si rifiuta di fornire informazioni sulla sorte dei circa 7.000 prigionieri di guerra, che sempre secondo gli osservatori esterni è molto precaria.
Alle accuse loro rivolte, i responsabili del CNT rispondono con richiami alla moralità musulmana, come fatto ieri durante una conferenza stampa da Ahmed Bani, portavoce del Ministero della Difesa del CNT (“puniremo gli abusi, ce lo impone la nostra etica musulmana”) che, insieme ad un progetto di Costituzione che pone la sha'aria al centro dell'ordinamento giuridico, evidenziano un chiaro orientamento islamista nei nuovi padroni del Paese. Lo stesso scempio mediatico fatto del cadavere di Gheddafi (e la sua uccisione senza un processo) terminato nell'ultimo affronto (gravissimo per un musulmano) di non tenere conto delle sue ultime volontà di essere sepolto a Sirte, non potrà che aizzare la rabbia e la determinazione a difendersi fino allo stremo delle forze da parte delle tribù e degli individui che sono rimasti fedeli al Qaid fino alla fine, prospettando uno scenario “iracheno”, in cui i lealisti (proprio come i baathisti dell'Irak post-Saddam) continueranno a combattere una guerriglia sanguinosa, vista come l'unica strada per sopravvivere in un paese che è a loro ostile. Come era facile prevedere, il rischio enorme è quello di una spirale di violenza guidata soltanto da sete di vendetta, da regolamenti di conti tribali e dal disperato tentativo di sopravvivere, quindi priva di una direzione politica favorevole al popolo libico, anche perché il partito comunista libico, a seguito di una lunghissima repressione che risale ai tempi del colonialismo italiano, e prosegue con Re Idriss e con Gheddafi, ha oggi, apparentemente, un radicamento piuttosto ridotto, e quindi dovrà lavorare duro per costruire una base di consenso.
Il suo lavoro potrà essere facilitato dalla possibilità di sfruttare il più che probabile impoverimento del Paese, che sarà spogliato della sua ricchezza dalle potenze imperialistiche che hanno sostenuto il CNT e che oggi si apprestano ad assumerne il controllo, sotto la scusa di un contributo alla sua “stabilizzazione” (ancora ieri, in una forma del tutto irrituale e scorretta istituzionalmente, il Segretario alla Difesa degli USA, Leon Panetta, ha di fatto approvato la richiesta del CNT di prolungare la missione NATO del Paese, senza nemmeno aspettare il pronunciamento del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, cui compete tale decisione, con la solita scusa di contrastare possibili derive qaediste).

Le cose potrebbero andare meglio in Tunisia, dove lo sviluppo delle forze produttive e sociali, già prima della rivolta che ha cacciato Ben Alì, è molto più avanzato che in Libia (Paese sostanzialmente pre-capitalistico e con un proletariato nazionale molto esiguo numericamente, posto che gran parte del proletariato è costituito da immigrati, e con una borghesia poco sviluppata, essenzialmente rappresentata da ex tecnocrati del passato regime). In Tunisia, invece, la svolta liberista di Bourguiba, accennatasi già dagli anni Sessanta, affermatasi con le politiche liberiste del primo ministro Hédi Nouira negli anni Settanta, e proseguita con Rachid Sfar e poi con Ben Alì, ha creato da un lato una borghesia nazionale di piccoli e medi imprenditori, non di rado cresciuti all'ombra dei circuiti di sub fornitura e di conto terzismo per le grandi multinazionali che investivano nel Paese, e dall'altro un proletariato industriale relativamente folto, alimentato proprio dagli investimenti industriali provenienti dall'esterno, facilitati dalla liberalizzazione del Paese, e dai circuiti di sub fornitura e conto terzismo (gli addetti dell'industria, che nel 1966 rappresentavano il 20,9% dell'occupazione totale, nel 2003 sono saliti fino al 33,3%, una percentuale superiore anche a quella di alcuni Paesi europei, M'Barek, 2005). Il peso dei legami tribali è molto meno rilevante che in Libia, e il seme della secolarizzazione è stato gettato, anche se non ha prosperato più di tanto, dal regime destouriano, caratterizzato da un forte laicismo (venato anche, però, da aspetti pragmatici ed opportunistici: ad esempio, la più grande moschea di Tunisi è stata voluta e costruita, circa dieci anni fa, da Ben Alì, proprio a pochi passi dalla sua abitazione privata, quasi a voler simboleggiare una riappacificazione fra il regime e la religione musulmana). In sostanza, la Tunisia ha un capitalismo più moderno e maturo rispetto a quello libico, anche se, come sanno i marxisti, non esiste, empiricamente, alcuna connessione rilevante tra la probabilità di una rivoluzione ed il grado di sviluppo delle forze produttive indotto dalla maturazione del capitalismo (posto che rivoluzioni socialiste sono esplose in Paesi molto arretrati, come la Russia, la Cina o Cuba).
Tra l'altro, in Tunisia, la Rivoluzione vera e propria deve ancora iniziare. Infatti, la cacciata di Ben Alì ha prodotto, per adesso, soltanto la vittoria elettorale, alle recenti elezioni per l'Assemblea Costituente, dell'islamismo moderato e liberista in materia economica e sociale di Ennahda, ovvero un movimento politico con base elettorale nella piccola borghesia commerciale ed artigiana, nei piccoli proprietari agricoli, nei segmenti del proletariato più tradizionalisti, in gran parte nel sottoproletariato urbano dei disoccupati e degli emarginati, spesso beneficiari, con lo smantellamento del vecchio stato sociale di Bourguiba operato da Ben Alì, degli interventi socio-assistenziali “sostitutivi” operati dalle moschee di quartiere (ovviamente in cambio di operazioni di reclutamento politico/religioso degli assistiti), ma anche in aree del ceto impiegatizio del passato regime, e finanche in alcuni settori del ceto intellettuale, discriminati,ai tempi di Ben Alì, per il loro islamismo. A livello internazionale, Ennahda è alleata strettamente con gli interessi del grande capitale industriale internazionale, che ha effettuato importanti investimenti nel Paese. Va tenuto infatti presente che nel 2008 la Tunisia riceve flussi di Ide in ingresso pari al 70,1% del PIL nazionale; ma nel 2009-2010, in piena rivolta, tali flussi arrivano a rappresentare circa il 78,5% del PIL nazionale, contro una media mondiale del 30,5%, ed una media nordafricana del 32,4% circa (dati Unctad). In sostanza, nemmeno la rivolta che ha insanguinato il Paese ha rallentato la crescita del peso economico degli investimenti diretti delle multinazionali, che evidentemente, quindi, contavano di poter mantenere il controllo dell'economia nazionale, anche dopo l'estromissione di Ben Alì, tramite alleanze con i futuri padroni del Paese. Tale alleanza con il grande capitale consente ad Ennahda di ricevere ingenti finanziamenti esterni. La campagna elettorale fatta da questo partito, per le elezioni dell'Assemblea ostituente, è stata infatti la più spettacolare, capillare, ed ovviamente costosa, e non è spiegabile né dalla Zakat (sorta di imposta volontaria per i partiti versata da contribuenti) né dalle donazioni degli iscritti al partito (spesso si tratta infatti di gente povera). Secondo l'opposizione laica, i grossi finanziamenti per tale partito (che ha una sede centrale in un edificio ultramoderno di Tunisi, una rete molto capillare di sedi periferiche ed anche una organizzazione molto estesa di associazioni di beneficienza, cfr. http://www.adelfo.it/2011/10/elezioni-in-tunisia-in-attesa-di-una-vittoria-degli-islamisti-di-ennahda.html) provengono dal Qatar, che come è noto, fin dai tempi della prima guerra del Golfo, è uno dei più affidabili alleati che il capitalismo occidentale ha nel mondo arabo (persino più affidabile della stessa Arabia Saudita, che ha da sempre mire espansionistiche sul piccolo califfato, mire contrastate proprio dall'importanza che gli USA annettono alla loro amicizia con il Qatar).

In buona sostanza, Ennahda propone per la Tunisia lo stesso modello di islamismo moderato, associato a liberalismo in materia economica e sociale, e ad un programma di facilitazioni fiscali e doganali per gli Ide del tutto analogo a quello di Ben Alì, e rispettoso delle forme esterne delle democrazie liberali, che è alla base del governo di Erdogan in Turchia (e che ha consentito a tale Paese di entrare appieno nei circuiti dello sviluppo capitalista globalizzato, beneficiando di tassi di crescita economica molto rapidi, alimentati da importanti flussi di Ide, tali da avvicinarlo addirittura ad un possibile ingresso nella UE). I suoi riferimenti ideali, per bocca dello stesso leader Rachid Gannouchi, sono, mutatis mutandis, nella democrazia cristiana italiana e nel partito cristiano-sociale tedesco. La posizione ufficiale del partito è la seguente: “noi non vogliamo una teocrazia. Noi vogliamo uno Stato democratico caratterizzato dall'idea di libertà”. ( per il riferimento alal demcorazia cristiana italiana e tedesca e per le dichiarazioni virgolettate, cfr. l'intervista rilasciata da Samir Dilou, portavoce del partito, alla Deutschland Radio il 18.05.2011). In un articolo per la Sueddeutsche Zeitung del 04.06.2011, Rudolph Cimelli nota che Ennahda non è ostile affatto alla libertà di mercato, e rappresenta quindi una opzione più affidabile, per gli interessi del capitale, rispetto ai partiti di sinistra del Paese. Ancora, in una dichiarazione del 12 ottobre scorso, Gannouchi afferma “perché veniamo accostati (dagli avversari, ndr) a modelli lontani dal nostro pensiero, come i Talebani o il modello saudita, quando esistono altri modelli islamici di successo più vicini a noi, come i modello turco, malesiano o indonesiano; dei modelli che combinano Islam e modernità, religione ed economia?” (cfr. http://www.thehindu.com/opinion/lead/article2529040.ece) . Tutto ciò è ovviamente molto rassicurante per i grandi investitori internazionali che, dopo la caduta di Ben Alì (loro grande amico) pensano di imbrigliare la rivolta tunisina (rtivolta che, ricordiamolo, essendo stata la prima nella cronologia della Primavera araba, riveste anche una valenza simbolica particolare) in un islamismo moderato e “investor friendly” alla Erdogan.

Ma l'ottimismo del grande capitale potrebbe essere mal riposto, e vendersi la proverbiale pelle dell'orso prima di averlo ammazzato. Va infatti segnalato che, nelle elezioni per l'Assemblea Costituente, i partiti dell'estrema sinistra hanno ottenuto risultati relativamente incoraggianti. Il partito comunista dei lavoratori di Tunisia ha infatti raccolto 3 seggi; il Polo Democratico Modernista, una coalizione che ha al suo interno anche il partito socialista di sinistra, ne ha ottenuti altri 3; il Movimento dei Patrioti Democratici, che nonostante il nome è un partito con una linea ideologica marxista e panaraba, raccoglie un seggio. Non è poco, perché consente di dimostrare la vitalità e la visibilità dell'estrema sinistra all'interno del proletariato tunisino, ed è una base dalla quale partire per estendere la capacità di radicamento e di lotta. Certo molto dipenderà dall'abilità di questi partiti di sottrarre all'islamismo moderato di Gannouchi i settori proletari e sottoproletari che vi aderiscono, o per convinzioni religiose soffocate ai tempi di Ben Alì, oppure perché legati, per comprensibili ragioni di sopravvivenza, alle opere di assistenza sociale che le associazioni di beneficenza legate ad Ennahda (ed alle gerarchie religiose) svolgono in un Paese socialmente devastato da decenni di liberalismo selvaggio e dalla crisi economica e politica che dura dal 2009. Inoltre, la rivoluzione non si fa per vie elettorali o assembleari, quindi ciò che conta non è tanto, o solo, la forza elettorale dei partiti di estrema sinistra, quanto piuttosto il loro radicamento nella lotta sociale di classe. La presenza, in Tunisia, di un apparato industriale relativamente articolato, e di un folto proletariato industriale nazionale, che vive in condizioni di estremo sfruttamento e povertà, e che ha dimostrato di avere rabbia e capacità di reazione, da questo punto di vista, rappresenta una base sociale molto più promettente, per lo sviluppo di un antagonismo di classe, rispetto al rachitico proletariato libico, spiazzato dai tanti lavoratori immigrati che ricoprivano, sotto Gheddafi, le posizioni lavorative e sociali più infime e sfruttate, ed imbrigliato nel sistema di protezione sociale “all inclusive” che Gheddafi aveva costruito, con i soldi del petrolio.
 
 
29 ottobre 2011
 
dal sito   http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

mercoledì 2 novembre 2011

RISCHI DI CROLLO ECONOMICO IN CINA




RISCHI DI CROLLO ECONOMICO IN CINA
di John Cahn


I sempre maggiori squilibri allarmano gli analisti internazionali: si teme che un nuovo choc possa colpire il capitalismo mondiale.



Un indicatore molto chiaro della preoccupazione del mondo intero riguardo una possibile crisi cinese è dato dall'aumento del valore assoluto dei CDS [Credit Default Swaps, delle assicurazioni sulla possibilità che uno stato non riesca a rimborsare i propri debiti. Ora ammontano a 8, 3 miliardi di dollari], in totale il decimo ° più elevato in tutto il mondo, prima del Portogallo e della Bank of America. Soltanto due anni fa il totale di CDS sulla Cina non era che di 1,6 miliardi di dollari ed era al 227° posto al mondo.
Un editoriale di Bloomberg News del 3 ottobre intitolato "Il crollo della Cina, e non la sua ascesa, costituisce una minaccia mondiale" riassume questo sentimento. L'articolo prevedeva che l'espansione della Cina, appoggiandosi sul "lavoro a buon mercato, la svalutazione della moneta, i forti investimenti nell'industria e la concentrazione sulle esportazioni", aveva superato il suo limite, con "conseguenze a lungo termine per gli Stati Uniti e l' Europa, entrambi sempre più dipendenti dalla Cina”.
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