venerdì 16 dicembre 2011
IL TUBETTO DEL DENTIFRICIO DI PAOLO FERRERO
IL TUBETTO DEL DENTIFRICIO DI PAOLO FERRERO
di Leonardo Mazzei
L'anemico congresso di un partito autolesionista
L'ottavo congresso del Prc è ormai consegnato agli archivi. Ci eravamo chiesti (vedi Lettera aperta ai compagni e alle compagne di Rifondazione Comunista *) se il Prc sarebbe stato capace di cogliere la possibilità di una svolta politica, dettata dal nuovo contesto segnato dal golpe bianco che ha portato al potere Monti e la sua cricca di «professori».
La risposta giunta da Napoli è pressappoco questa: «No, non ne siamo capaci, ci basta galleggiare restando nell'orbita del Pd». Di fronte al massacro sociale operato dal governo Monti, davanti alla necessità di costruire un'opposizione sistemica, il gruppo dirigente ferreriano ha scelto la strada della continuità, dunque quella dell'inutilità politica conclamata.
L'intervento conclusivo del segretario è stato davvero illuminante. Ferrero ha impiegato i primi venti minuti della sua replica per difendere la politica delle alleanze con il Pd, ed il successivo quarto d'ora per spiegare, peraltro assai malamente, che l'uscita dall'euro sarebbe una «follia».
Con questo micidiale uno-due al volto delle possibili speranze di ripresa del suo partito, Ferrero - che ha così riscosso gli applausi convinti della destra governista della sua maggioranza congressuale - ha mostrato fin dove possa arrivare un ceto politico irriformabile pur di non doversi mai mettere in discussione. L'approdo, in questo caso, è l'autolesionismo puro e semplice. La politica delle alleanze con il Pd, tanto più dopo le vicende delle ultime settimane, conduce non solo alla subalternità, ma pure all'irrilevanza, minando alla radice ogni ipotesi di alternativa, ma anche gli stessi interessi della «ditta». Ma questo ce lo dirà il futuro. Intanto, limitiamoci alle conclusioni del congresso di Napoli.
La parte dedicata alla strenua difesa della politica delle alleanze con il centrosinistra è stata sinceramente penosa, quella sull'euro e l'Europa semplicemente folle e dilettantesca.
Sulle alleanze Ferrero ce l'ha messa tutta, ma proprio tutta, per demonizzare ogni correzione di linea. Sono passati 17 anni dalla «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto, 15 dalla «desistenza» e 10 dalla «non belligeranza» bertinottiana, 5 dalle illusioni unioniste, ed ancora ci si rifiuta di tracciare un bilancio storico-politico di una simile impostazione. Se nel documento congressuale di ottobre si insisteva sulla strada del «Fronte democratico tra le forze di sinistra e di centrosinistra per sconfiggere le destre», che senso ha continuare a farlo oggi di fronte al governo del centro-sinistra-destra unite nella lotta contro il popolo lavoratore?
Oggi, l'unico fronte democratico dovrebbe essere costruito contro il governo più antidemocratico del dopoguerra. Ma se quel governo ha proprio nel Pd (oltre che nei centristi) i sostenitori più convinti, qualcosa dovrà pur significare, o no?
Pur di non dover entrare nel merito delle implicazioni strategiche di questa politica, Ferrero si è sgolato per derubricare il tema delle alleanze elettorali a questione meramente tattica. Nel disperato tentativo di riuscirci ha fatto finta di dimenticarsi che, lo si voglia o no, le alleanze elettorali hanno inevitabilmente una stretta parentela con quelle di governo. Dovendo riconoscere che tutte le numerose scissioni subite dal Prc sono avvenute tutte, ma proprio tutte (chissà perché!), su questo terreno, ha quasi implorato il proprio partito di non farlo più. Ha così cercato di cancellare un fatto elementare: che l'essenza di un partito è la sua linea politica, ed è su quella che viene giudicato dagli iscritti, dai simpatizzanti, dagli elettori.
Rendendosi forse conto di quanto fosse vano il suo sforzo, il segretario di Rifondazione è ricorso all'arma segreta, una formula che recita così: «Il tema elettorale è decisivo per l'esistenza del partito, mentre è irrilevante per la costruzione dell'alternativa». E qui siamo alla schizofrenia pura, dato che normalmente non si partecipa alle elezioni solo per «esistere», cioè per strappare qualche strapuntino parlamentare, ma anche per proporre un proprio programma ed una propria visione della società se non proprio del mondo. Che poi non sia quello il terreno della trasformazione siamo i primi a dirlo. Ma che sia possibile utilizzare una sorta di taxi bersaniano, per conquistarsi una tribuna (ed un bel finanziamento), per poi guidare l'opposizione contro il governo che si è contribuito ad insediare a Palazzo Chigi, questo ci sembra davvero troppo. Ci sbagliamo? Si ripercorra con la mente tutti i tentativi, poc'anzi richiamati, della ventennale storia rifondarola e si giungerà facilmente alla risposta. Molti militanti onesti la risposta se la sono già data, mentre il gruppo dirigente mostra una notevole allergia anche alla semplice domanda.
Naturalmente Ferrero ha utilizzato tutto l'armamentario retorico a disposizione: l'importanza della vittoria di Pisapia a Milano, il caso delle liste No Tav alleate con il Pd nella Comunità Montana della Val di Susa, la necessità di non erigere muri verso il partito di Bersani onde facilitare il «traffico» - questo il linguaggio da vigile urbano del segretario del Prc - dal Pd a Rifondazione. Fino ad arrivare alla scomunica di ogni posizione dissenziente: «Se dicessimo "mai con il centrosinistra" rinunceremmo a far politica». Benissimo, fate allora politica, che è proprio su quello che verrete giudicati.
Dopo venti minuti di questa solfa - e meno male che si trattava di una mera questione tattica! - di cosa si è occupato Ferrero? L'abbiamo già detto, della difesa dell'euro. La cosa non ci dispiace, dato che di sovente la lingua batte dove il dente duole, ed evidentemente nel Prc non proprio tutti sono convinti delle posizioni del gruppo dirigente.
«Noi siamo contrari alla parola d'ordine del passaggio dall'euro alla lira», questa la frase decisiva del segretario. Utilizzando una metafora alpinistica, Ferrero ha parlato di «punto di non ritorno». A suo avviso, questa strada «si poteva decidere prima, ma oggi l'idea che si possa uscire è sbagliata, folle». Ma guarda un po', si poteva decidere prima! Già, e quando? Forse in quel periodo (1996-1998) in cui l'Italia aderì all'euro, Rifondazione era dedita alla costruzione dell'alternativa, dopo aver utilizzato gratis l'autobus prodiano? No, Rifondazione - e Paolo Ferrero era in segreteria - aveva le mani in pasta, appoggerà la politica di Prodi, e voterà le sue «finanziarie per l'Europa». Altri, tra i quali il sottoscritto, si opporranno a quella politica del partito, ma non ci risulta che alcun Paolo Ferrero abbia allora manifestato il benché minimo dubbio sulla linea ultra-europeista del governo.
Una scelta sbagliata l'uscita dall'euro, dice dunque l'ex ministro del governo unionista. Una scelta addirittura folle, nel senso di impossibile, perché come egli ci spiega con fine metafora «sarebbe come far tornare il dentifricio nel tubetto». Francamente non ci aspettavamo una simile visione storicista, nella quale la storia, appunto, fluisce sempre in modo unidirezionale. Ma qui non si tratta neppure della Storia con la esse maiuscola, bensì delle scelte politiche delle attuali oligarchie. Scelte che le stesse oligarchie potrebbero rimettere in discussione, qualora ciò corrispondesse ai loro interessi. Del resto, passando dal campo dei dominanti a quello dei dominati, fino a vent'anni fa in molti pensavano che anche il welfare o i diritti pensionistici fluissero ormai come un dentifricio impossibile da far rientrare nel tubetto. Oggi sappiamo che non è così. Ma per Paolo Ferrero l'euro è un dogma.
Che cosa viene proposto allora nelle sue conclusioni? «Non siamo per l'uscita dall'euro... siamo per rovesciare le politiche della Bce e della Merkel... per obbligare la Germania a cambiare politica». Mentre la riconquista della sovranità nazionale (di cui quella monetaria è un aspetto decisivo) non viene neppure presa in considerazione, ci si lancia in proclami guerreschi quanto grotteschi. Per negare la necessità di una sollevazione popolare nel nostro paese, si evocano rivolgimenti totali nell'assetto dell'Unione Europea, come se questa fosse una via più realistica.
E' il solito vecchio trucco del socialismo della domenica, le cui bandiere rosse al vento volevano far dimenticare la bassa cucina politica esercitata nei giorni feriali, quando cioè si fanno le cose che contano. Ovviamente Ferrero dice anche cose condivisibili, ma - come tutti i massimalisti - le impasta in maniera irresponsabile. Grandi proclami, dunque, meglio se palesemente fuori portata, perché la peggior praticaccia politica troverà sempre la migliore giustificazione proprio in un lontano «sol dell'avvenir».
Tralasciamo qui, per carità di patria, alcuni sfondoni contenuti nelle argomentazioni economiche ferreriane - come quando ha spiegato alla platea congressuale gli effetti dell'Euro Plus Pact, calcolando l'obiettivo del 60% sul debito totale anziché sul Pil come richiesto dal Patto. Dettagli, ma comunque significativi, dato che un simile errore certo non sarebbe stato fatto se anziché di percentuali che riguardano la vita di milioni di persone si fosse trattato di quelle che possono determinare la pensione parlamentare di alcune decine di membri del gruppo dirigente...
Ma lasciamo perdere. Quel che conta è invece la formidabile teoria del tubetto di dentifricio. Sulla quale notiamo tuttavia una certa schizofrenia. Su Liberazione del 10 dicembre leggiamo infatti un articolo dal titolo «L'ordine di Berlino regna in Europa», autore lo stesso Ferrero. Ora, a parte il fatto che questo insistere sull'«ordine di Berlino» è anche un modo per rifugiarsi sotto le ali obamiane, alle quali Ferrero ha fatto accenno nelle sue conclusioni napoletane, la cosa più interessante è però un'altra. Leggiamo:
«Penso infatti che con il vertice di ieri si è fatto un deciso passo in avanti verso il baratro della crisi e la demolizione dell'Euro. In questa condizione la rivendicazione che Monti la smetta di fare il cameriere della Merkel e dica chiaramente che non restituiamo i capitali alle banche tedesche è l'unico atto responsabile da chiedere al governo italiano».
Come, come, come?
Avete letto bene: è stato compiuto un passo decisivo per la demolizione dell'euro. Che la Merkel lo rimetta nel tubetto? Ma non era impossibile? Se fossimo semplicemente davanti ad uno dei tanti casi di auto-contraddittorietà di un politico di medio livello non vi sarebbe notizia alcuna. Qui però il problema è un altro. Ed è esattamente questo: mentre si assiste all'implosione dell'area euro - con le sofferenze imposte alle classi popolari di tutto il continente, ma in misura maggiore a quelle dei paesi con il debito pubblico più elevato - si ammette che una parte delle classi dirigenti possa puntare al dissolvimento della moneta unica (mentre un'altra parte la vuol difendere costi quel che costi), ma non si ammette che se ne possa anche solo discutere nell'ambito delle forze che vorrebbero costruire un'opposizione al massacro sociale in corso, perché lo impedisce il dogma del tubetto.
L'Unione Europea non è il progresso, assai più modestamente l'UE è la struttura che si è dato il capitalismo europeo, prima per meglio assolvere il ruolo antisovietico durante la guerra fredda, poi per favorire al massimo il processo di finanziarizzazione che ha condotto all'attuale capitalismo-casinò. Il risultato è sotto i nostri occhi: l'area euro è il paradiso della speculazione, l'UE è la tomba dei diritti sociali e della stessa democrazia. L'unica Europa che esiste è questa.
Dall'euro si uscirà, ma come? Il come è decisivo e altrettanto decisivo è il chi guiderà il processo. Per questo dobbiamo guardare alla prospettiva di una sollevazione popolare, non a quella irrealistica della rifondazione della Bce e dell'Ue. Ma dall'euro si uscirà perché necessario: vogliamo che siano prima le classi dominanti (o parti di esse) a proclamare questa necessità? E magari con la sinistra che rimane a fare la guardia di un bidone ormai vuoto?
Speriamo che non si arrivi a tanto. Certo, le conclusioni dell'ottavo congresso del Prc non aiutano.
La seconda possibilità di rinascita, dopo quella del 2008, è stata totalmente mancata. Ce ne dispiace, ma non ci stupisce. In ogni caso ne prendiamo atto. Come, crediamo, ne prenderanno atto tutti quei compagni che, in assenza di alternative credibili ai loro occhi, agiscono ancora all'interno del Prc nella speranza di mutarne gli indirizzi. Il tempo stringe ed è il momento delle scelte
12 Dicembre 2011
dal sito http://www.antimperialista.it/
* http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1820:lettera-aperta-ai-compagni-e-alle-compagne-di-rifondazione-comunista&catid=13:italia-cat&Itemid=166
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RIFONDAZIONE COMUNISTA
UN CONGRESSO INUTILE
UN CONGRESSO INUTILE
di Stefano Santarelli
Uno dei termometri di quanto valga una forza politica è data dal peso che questa riceve dai mezzi di informazione. Ebbene a parte gli “addetti ai lavori” questo ultimo congresso di Rifondazione comunista tenutosi a Napoli in questi giorni è passato completamente inosservato ai più.
Ed in fondo è anche giusto che sia così vista la ormai ridotta capacità di influenza di questa storica formazione che ha influenzato nel bene come nel male tutta la sinistra radicale italiana di questi ultimi vent’anni.
Un congresso del resto inutile proprio perché i nodi che si erano aperti dopo la sconfitta elettorale del 2008 non sono stati sciolti ne tanto meno affrontati. Ricordiamo che la Lista Arcobaleno composta da Rifondazione, PdCI e Verdi subì nel giugno del 2008 la più grave sconfitta della storia della sinistra italiana prendendo alla Camera solo il 3,1% dei voti non superando quindi la soglia dello sbarramento elettorale del 4%. Queste tre forze da sole, senza Sinistra Democratica, avevano preso due anni prima quasi quattro milioni di voti pari al 6.9%, con una perdita quindi di più di 2.770.000 voti rispetto alle elezioni precedenti.
Una débacle elettorale che ha provocato la scomparsa delle sinistra nell’attuale legislatura. Una sconfitta dovuta ad una politica filo imperialista che appoggiò non solo l’intervento militare in Afghanistan, ma che tradì totalmente gli interessi dei lavoratori e degli strati più sfruttati della nostra società che a parole diceva di rappresentare.
Il Congresso di Rifondazione poteva rappresentare una occasione di un rilancio programmatico della sinistra radicale a fronte della più grave crisi del capitalismo dal dopoguerra ad oggi. Una occasione persa e che fa il paio con quella del Congresso di Chianciano tenuto pochi mesi dopo la batosta elettorale e che fu incapace allora come oggi di cambiare la strategia politica del PRC, ma vide al contario un violento scontro interno totalmente inedito nella sua storia . Uno scontro non politico, ma solo di apparati: da una parte Vendola-Bertinotti e dall’altra parte Ferrero-Grassi.
Questa lotta di apparati formalmente venne vinta da Ferrero con la sua elezione a segretario di una Rifondazione però già monca di tutta la sua sinistra che aveva già abbandonato il partito costituendo i vari PCL, PdAC e Sinistra Critica e che perse proprio dopo il Congresso di Chianciano anche l’ala bertinottiana diretta ormai da Nichi Vendola e che ha costituito poi Sinistra, Ecologia e Libertà.
Una formazione quest’ultima vera erede di quei Forchettoni rossi ben descritti dal libro omonimo di Massari e che oggi gode di sondaggi elettorali sufficienti a farla ritornare in Parlamento.
Il Congresso tenutosi a Napoli era l’ultima occasione per sciogliere i nodi nati dopo la grave sconfitta elettorale del 2008, ma non ha adempiuto a questo compito. Le tesi congressuali della maggioranza erano nei fatti già superate dopo le dimissioni del governo Berlusconi e non avevano compreso quindi che un intero ciclo politico della vita italiana si è già concluso.E bisogna sottolineare che Berlusconi è uscito dalla scena politica solo per volontà delle oligarchie europee non certamente per le lotte e le mobilitazioni della sinistra italiana.
Il continuare l’esperienza della Federazione della Sinistra insieme a quel residuato stalinista-togliattiano che è il PdCI non ci fa essere ottimista per il suo futuro. A maggior ragione visto poi che la sua linea politica non è per la costruzione di una vera alternativa al Partito democratico, ma al contrario punta ad una alleanza politica ed elettorale con questa forza con l’obiettivo di ottenere qualche seggio parlamentare per potere sopravvivere come apparato politico tramite il finanziamento pubblico ai partiti.
Perciò non condividiamo l’entusiasmo dell’ultima ala classista rimasta in questo partito e che è costituita dai compagni di FalceMartello i quali si cullano sul fatto che nel dibattito congressuale hanno riportato il 14% dei voti. Non per sminuire la loro battaglia congressuale, ma vi è veramente poco da essere allegri. Infatti è il 14 % dei voti congressuali di una forza politica che viene accreditata nei sondaggi elettorali solo di un misero 1% dei voti, tra l'altro insieme al Pdci. Nulla di paragonabile a quel 16 % preso dalla corrente di "Progetto comunista" diretta allora da Ferrando (e Ricci) nel 1999 in un partito che aveva quasi il 9% dei voti nelle elezioni politiche del '96 e disponeva ovviamente di una nutrita pattuglia parlamentare. E francamente non si riescono a vedere le prospettive di questa corrente all’interno di Rifondazione se non solo come una mera battaglia di testimonianza.
E’ invece apparso interessante, almeno per chi scrive, l’accorato impegno espresso anche in questo Congresso dal portavoce del PCL Marco Ferrando riguardante la proposta del segretario di Rifondazione di un “patto di consultazione permanente” fra tutte le forze che intendono opporsi al Governo Monti. Questo fronte unico per Ferrando però non deve essere un semplice cartello delle sinistre politiche, ma deve coinvolgere la sinistra sindacale e i movimenti con l’obiettivo di produrre una svolta radicale sul terreno della mobilitazione e della lotta. Ed solo su una prospettiva nettamente anticapitalista che la sinistra radicale può essere all’altezza degli avvenimenti e difendere quindi gli interessi degli strati più sfruttati della società italiana.
6 dicembre 2011
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/
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giovedì 15 dicembre 2011
GLI ORFANI E I NOBILI di Miguel Martinez
GLI ORFANI E I NOBILI
di Miguel Martinez
La prima cosa che mi viene in mente riguardo alla strage di Firenze, è una sera di qualche anno fa, su uno di quei treni locali che fanno fluire e defluire le correnti più povere dell’incessante moto globale.
I viaggiatori che non si conoscono si chiudono in quello strano stato di incoscienza che è la norma di vita dell’occidentale.
I pendolari che si conoscono si raccontano storie di ufficio o di fabbrica, poi passano al grande Luogo Comune ipnoticamente generato dal videomondo condiviso, la fantasia industrialmente prodotta che ha sostituito volti, pane, aria e vita.
Calcio, Berlusconi, telefilm e tutto il teleresto, e avresti voglia di spruzzare loro un po’ d’acqua in faccia per risvegliarli, poi sai che è inutile: solo un’occasionale ferocia di tanto in tanto spezza quello stato incantato.
In fondo, mi aveva spiegato tutto la mia amica, che ogni mattina si alzava al buio a Casalpusterlengo, per andare a Milano: che quando i pendolari muoiono, mettono le loro ceneri in un piccolo trenino che segue per l’eternità gli stessi binari che percorrevano da vivi.
Stanchi, sudati, alcuni venditori ambulanti senegalesi salgono, carichi dei loro enormi borsoni. E’ un giorno qualunque di un mese qualunque per i pendolari, è Ramadan invece per loro.
Si siedono sui sedili liberi, in silenzio, e tirano fuori, ognuno, dei libretti stracciati.
E mentre i pendolari attorno a loro fanno finta di non vederli, o parlano di calcio e di lavoro, loro leggono.
Silenzioso come i pendolari e come loro, alle loro spalle, cerco di decifrare i libretti. Sono scritti in lettere arabe, ma sembrano scritte a mano, con ampi caratteri maghrebini.
“Dei fratelli con un unico scopo, decisi, fedeli e sinceri nella fratellanza, servitori dei compagni di strada.
Ciascuno di questi nobili appartiene a un alto rango, capace di proteggere l’aspirante contro il male di un ribelle perverso.
Ciascuno di loro è un grande direttore spirituale, un erudito e un probo. Certi di loro educano con versi e stati mistici.
Tra di loro, ce ne sono alcuni che elevano i loro discepoli, tutto il tempo, di un solo stato, ma altri educano e innalzano con segni efficaci.
Ciascuno di loro è un conoscitore sapiente, che conosce l’insieme delle malattie spirituali, preservando l’aspirante da diverse forme di male
Ciascuno di loro è nobile, generoso, devoto e saggio, e prodigo dei più preziosi consigli per tutti gli esseri umani
Guariscono l’anima da tutti i suoi vizi, con il loro fervore, avendo ricevuto dal Signore scienze altissime.
Rendendo disponibile le conoscenze della via degli “uomini di Allah” per tutti coloro che vi si vogliano sottomettere, per ispirazioni divine
Ciascuno di loro ha una cura molto elevata per ciò che si innalza, tutto il tempo verso l’Onnipotente che conferisce forza e illuminazione
Vedendo chiaramente ciò che è nascosto, tramite l’occhio del cuore, proprio come scruta e discerne ciò che è dissimulato nelle tenebre”. [1]
Gianluca Casseri ha ucciso per invidia.
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Nota:
[1] Da Huqqal Bukka-u (“Esiste un motivo per piangere [i saggi defunti]?”) dello sheykh Ahmadou Bamba
14 dic. 2011
dal sito http://kelebeklerblog.com/
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mercoledì 14 dicembre 2011
FUORI I FASCISTI DAL SISTEMA SOLARE!
La foto che vedete rappresenta un'iniziativa contro il degrado organizzata da Casapound. In mezzo ai ragazzotti con le teste (di cazzo) rasate c'è un tizio di mezz'età, coi pantaloni bianchi e una polo azzurra. Si tratta di Casseri Gianluca, da Cireglio (Pistoia). Quello che qualche volta frequentava Casapound e dal quale, oggi, i suoi "camerati" si affrettano a prendere le distanze; comodissimo prenderle, dato che è morto. Per riavvicinarle, andiamo a vedere invece che cosa scriveva il Casseri, e sempre, toh, sull'Ideodromo di Casapound. Oggi gli danno del "pazzo", ed è naturale; evidentemente, però, non era così pazzo quando ripuliva il degrado e quando scriveva articoli. Dichiara un senegalese di Firenze:
"Non diteci che era un pazzo. Un pazzo avrebbe ucciso sia bianchi che neri."
Ecco una frase, semplicissima, che seppellisce ogni tentativo di fuga strumentale dalla realtà dei fatti. Altro che "simpatizzante", altro che "frequentatore saltuario"; il Casseri era più che attivo presso la sede pistoiese del gruppo neofascista, come puntualizzano gli Anarchici Pistoiesi , che ben lo conoscevano. Nient'altro che un fascista. Niente di più e niente di meno di un fascista e di un razzista assassino.
Ci sono alcuni che, non senza ragione, affermano " che tutti parlano dell'omicida, e nessuno parla delle vittime ". Ecco, vorrei rispondere che, oggi, parlare delle vittime significa e deve significare soprattutto parlare del loro assassino. Significa parlare, compiutamente, di ciò che ha prodotto quell'assassino e gli ha armato la mano. Significa non ridurre questa cosa ad un pur interessante "spunto di riflessione", ad "intelligenti osservazioni" e a quant'altro; non s'ha da fare accademia, qui, ma da fronteggiare gente che spara. In quale altro modo si dovrebbe "parlare delle vittime"? Esprimere loro "solidarietà"? Che abbiamo una volta per tutte il coraggio di dire che, la "solidarietà", se la friggono in padella. Sia coloro che sono morti, sia coloro che sono stati feriti gravemente e che rischiano la paralisi permanente. Certo, possiamo "pensare alle loro famiglie" (oplà, pensato, ecco fatto e ci siamo levati il pensiero di pensarci), possiamo cercare di immaginarci le loro vite e le loro storie (delle quali fingiamo di interessarci tre minuti soltanto quando vengono ammazzati come cani da un fascista di merda), possiamo sciorinare tutto l'armamentario usuale.
Io, invece, ritengo che parlare delle vittime, e non soltanto di Samb Modou, di Diop Mor, di Sougou Mor, di Mbenge Cheike e di Mustafa Dieng, consista in poche parole e in molti fatti. Che dietro un Casseri ci siano delle idee ben precise e un ambito culturale determinato è come scoprire l'acqua calda; anche perché quelle idee e quell'ambito culturale hanno ricevuto, specialmente in questi ultimi anni, spazio, propaganda, finanziamenti pubblici e privati. Non si tratta di idee e di ambiti culturali di misteriose sette iniziatiche, ma di gruppi e personaggi ben noti. Ed è assolutamente certo che esista un rapporto tra quelle idee e ciò che Casseri ha fatto. Solo che non si deve fermarsi all'analisi, sia pur approfondita, di quel rapporto peraltro chiarissimo e documentabile agevolmente da chiunque, se volesse. Perché, mentre ferve la discussione, mentre si moltiplicano gli spunti di riflessione e mentre si analizza tutto l'analizzabile per addivenire alla strabiliante conclusione che un fascista razzista nutrito di razzismo e fascismo (con annessi e connessi, certo, per carità) possa dar pratico luogo a quelle idee che non ammazzano di per sé, qualche nuovo Breivik e qualche nuovo Casseri si stanno già esercitando al tiro e hanno magari già acquistato una 357 Magnum.
Ecco, "parlare delle vittime" significa prendere tutti in considerazione, seriamente, di non limitarsi più a fare filosofia. Avere finalmente un po' di sana capacità, naturalmente senza mai perdere lo spirito critico e di osservazione, di ricondurre i fatti a certi princìpi basilari, perché più li abbiamo persi di vista (o addirittura rifiutati in nome di sterili arzigogoli nei quali ci è piaciuto tanto impantanarci), e più quelli sono andati avanti indisturbati. Principio numero 1: il "rapporto" che c'è tra certe idee e ambienti culturali e il Casseri che spara ai senegalesi si chiama nazifascismo, e la sua "dimostrazione pratica" ci è offerta da qualsiasi manuale di storia. Principio numero 2: Qualsiasi tolleranza, indulgenza o sostegno alla pur minima espressione razzista, da parte di chiunque, è da ricondursi automaticamente al Principio numero 1. Si tratta di minimi termini, e tutto il resto vi rientra dentro. Vi rientrano dentro Auschwitz e il Casseri. Oriana Fallaci e Heydrich. Andreas Behring Breivik e Casapound. Monsignor Alois Stepinac e i ragazzotti torinesi. Eugène Terre Blanche e Ponticelli. La "Difesa della Razza" e i pogrom contro i Rom, nella Germania nazista come a Ascoli Piceno. "Libero" e il "Völkischer Beobachter".
Non esiste nessun altro modo per parlare davvero delle vittime, di quei due ragazzi stesi sul selciato a Firenze e di tutte le altre che sono state dimenticate dopo due giorni. Cacciare via i fascisti, per sempre, ma non semplicemente dalle nostre città. Cacciarli via dal sistema solare, non avessimo a ritrovarceli su Marte come nel Caso Scafroglia. Fuori dai coglioni loro e chiunque li sostiene e permette loro di agire indisturbati. Basta con la "Resistenza", ché a forza di "ora e sempre" è inesorabilmente scivolata nell'ieri e nel mai. Non bisogna più "resistere", bisogna andare all'attacco. Da subito. Paura? Se la avete, allora fatevi la vostra vita tanto tranquilla e andate a fare gli acquisti natalizi, che so io, al mercatino di Piazza Dalmazia.
Pubblicato da Venturik a 23:35:00 - 13 dicembre 2011
I' BREIVICCHE
Da piazza Dalmazia ci passo una volta al giorno, come tutti i fiorentini. Al mercato di San Lorenzo ci ero sabato scorso a comprarmi una camicia a poco prezzo. San Lorenzo, quello del degrado, dell'insihurezza e degli abusivi; quello dei quadrilateri della paura tanto amati dalla Nazione, da Repubblica e dall'altra carta da culo quotidiana di questa città. Leggo qua e là, altrove, che non bisognerebbe "cavalcare l'episodio di cronaca" e altre cose del genere, ma questo non è un "episodio di cronaca". Quello che è successo oggi a Firenze è il risultato perfetto di anni e anni di odio, di razzismo, di gruzzoletti e di carriere guadagnati attizzando in tutti i modi possibili gli istinti più bassi e più beceri e più stupidi della cosiddetta gente. E' il risultato dei "reportages", dei "comitati dei cittadini", delle leghe, delle fiaccolate, delle legalità e di quant'altro. Eccocelo qua, finalmente, il nostro Breivik: Gianluca Casseri, da Pistoia, "tipo solitario", fascista simpatizzante di Casapound, descritto come "intellettuale"; eccocelo qua il vero figlio spirituale della illustre concittadina Fallaci Oriana, quella cui vogliono dedicare una via. Eccome che ci cavalco sopra, in piena coscienza e ancor più piena rabbia. Senza nessuna remora. Senza nessun ripensamento. In questi frangenti, "cavalcare" dev'essere ricondotto ad una funzione assai elementare: quella di salvare delle vite umane. Nulla mi convince che non ce ne siano pronti molti altri, di Breivik o di Casseri. Sono stati nutriti, ingrassati di odio razziale, blanditi; è stata data loro voce. E' stato permesso divulgare ogni giorno tonnellate di menzogne e di veleni. Sono stati costruiti facilissimi consensi con le ordinanze, con i sindaci e gli assessori sceriffi, con gli sgomberi. Il Casseri da Pistoia, i' Breivìcche, ha sublimato tutto questo. Ora ci stiamo accorgendo a cosa siamo arrivati; a uno che, una mattina vicino a Natale, con tutti gli addobbi, impugna un'arma e compie un raid di morte, a casaccio. Ammazza e ferisce persone per il solo fatto che sono di un altro colore. Ci piaceva tanto pensare che fossero cose lontane, ci piaceva pensare al Ku-Klux-Klan; e invece ora abbiamo un cammino diritto che ci lega all'isola di Utøya. Contenti? Soddisfatti? Probabilmente parecchi lo saranno pure. Non rimarrei esterrefatto se qualcuno, stasera, davanti alla pastasciutta e alla televisione giustificasse il Casseri, e forse addirittura gli alzasse un bicchiere; e non importa certo che sia un adepto dello Stormfront, un nazista, e nemmeno un simpatizzante di Casapound.
Tempo fa ero su un autobus strapieno. C'era la Coop di quartiere chiusa, e la direzione aveva organizzato una navetta per il supermercato aperto più vicino. Nei pressi di quest'ultimo passò una ragazza rom con in braccio un bambino piccolo; stava semplicemente camminando per una strada. Come la videro, alcuni bravi passeggeri, ometti, signore anziane, non si peritarono nemmeno un attimo di invitare l'autista dell'autobus, a voce alta, di schiacciare madre e figlio. "Passa a diritto sulla zìngana!"; e giù risate. Tra di loro e il Casseri c'è una sola differenza, almeno finora: il Casseri ha preso la pistola e ha sparato. Ha individuato i nemici della razza. Quelli che rubano il lavoro, perché tutti noi -è notorio- andremmo a vendere stracci nei mercatini. Ha dietro di sé un retroterra ben preciso. E' quindi necessario "cavalcare", e farlo in modo deciso. Tirarsi indietro in nome di chissà quale correttezza, nascondersi dietro i soliti stupidi non bisogna generalizzare, ora come ora è da soavi vigliacchetti da quattro soldi. Così come lo è dedicarsi alle solite "analisi", alle originalità, agli sdegnosi silenzi, al parlare ostentatamente d'altro. Torino pochi giorni fa, Firenze oggi; ripeto, questa non è più "cronaca"; questa è la quotidianità di ciò che è stato fatto diventare questo paese. Non è "follia", come peraltro verrà certamente presentata perché il "pazzo" rassicura. Breivik non è pazzo. Il Casseri non è pazzo. Sono persone che sono passate conseguentemente all'azione. Sono persone che hanno ricevuto tutti gli strumenti, teorici e pratici, per passarvi. Ed è inutile che, ad esempio, i signorini di Casapound si scherniscano dichiarando di non essere soliti chiedere a nessuno il certificato di sanità mentale. Prima di tutto perché un simile "certificato" non esiste, e poi perché sono tra quelli -assieme a tanti altri- che forniscono tutto l'humus richiesto.
E' una giornata nera questa Santa Lucia, per Firenze. Nera in tutti i sensi. Nera la pelle delle vittime innocenti del primo raid razzista pianificato e portato a termine con lucidità. Nero il suo autore. E nera la coscienza di tutti, nessuno escluso. Nera quella di chi è precipitato nell'odio razziale anche conversando al bar o dal pizzicagnolo. Nera quella di chi ha fomentato tutto questo. Nera quella di chi ha lasciato perdere, per motivi che vanno dal "quieto vivere" all'opportunismo, dal voltarsi dall'altra parte al sostegno più o meno aperto. E nera anche quella di chi non si è opposto abbastanza, preferendo magari gettarsi in sterili "discussioni", in "dibattiti", in sofismi tanto "documentati" o "argomentati". Nerissima quella dei "io non sono razzista, però..." E' il momento di dire basta, perché i Breivik e i Casseri non indietreggiano; sono pronti a tutto. Anche a spararti se ti metti nel mezzo, come è successo stamani all'edicolante di Piazza Dalmazia: "fossi in te ci penserei", o qualcosa del genere, gli ha detto puntandogli addosso la pistola. Da oggi, da subito, cominciamo a smantellare tutto questo. Non permettiamo più che prosperi, ma per non permetterlo non si può più invocare pace e bene; per queste cose abbiamo perso definitivamente il treno, consentendo che diventassero soltanto un comodo rifugio per tenersi al riparo con la coscienza pulita. Non sono tempi gentili, e non si può essere gentili. Bisogna segare alle gambe questa gente, e segarla definitivamente. Non si può più sottostare ai fabbricanti di Breivik, di ragazzotti torinesi e di Casseri, perché questi bruciano e ammazzano in mezzo a tutti noi. E basta anche dare la colpa alla "crisi", perché non c'entra un cazzo di niente; quei ragazzi che muoiono nei nostri mercatini vengono da paesi dove non c'è nemmeno da mangiare, generalmente.
Altrimenti, non c'è che da aspettare il prossimo Casseri Gianluca, da Pistoia. Figlio dell'odio, della paura fabbricata in serie, del capitalismo, del lezzume politicante e giornalistico, e dell'indifferenza. Attenti a andare al bar e a commentare, magari, con un "sì, era pazzo, però..."; ne potrebbe entrare un altro, mentre si reca al mercatino dietro casa a ripulire il mondo dai nemici che gli hanno offerto per il loro lurido gioco. E non venitemi a dire, ora, che li "piangete", quei ragazzi senegalesi senza nome; non li "piangete" affatto come non avreste pianto gli zingari di Torino, se il raid fosse andato davvero a buon fine: "Ma ci sono bambini! E che importa...bruciamo anche loro!". Il Casseri, fascista di merda, il nome ce l'ha avuto immediatamente. I nomi di chi l'ha prodotto li sappiamo benissimo. Le sedi di Casapound sono state aperte coi soldi pubblici, magari di quegli stessi Comuni che smantellano i servizi essenziali. Nel frattempo, i giornaletti schifosi e servili continuano a chiamare quei ragazzi vu' cumprà, a questo punto potrebbero chiamarli tranquillamente vu' crepà. E le "forze dell'ordine" che fanno? Non vanno mica a perquisire le tane di quei ratti, caricano il corteo dei senegalesi disperati e furenti. E il "prefetto", cosa fa? Se la prende coi "centri sociali che fomentano" . Capito? Già annuncia l'ennesima stretta repressiva. E la magistratura? Manda a processo delle persone accusandole di avere fatto fare a una sede di Casapound la fine che merita. Fatto successo alcun tempo fa, e a Pistoia. La città d' i' Breivìcche. Tout se tient.
Pubblicato da Venturik a 17:44:00 - 13 dicembre 2011
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Venturi Riccardo
NON E' SOLO IL GESTO DI UN FOLLE
di Stefano Santarelli
FIRENZE: in mattinata un uomo armato di una micidiale 357 magnum spara nel mercato fiorentino di Piazza Dalmazia uccidendo due commercianti senegalesi e ferendone gravemente un altro. Nel pomeriggio si reca in pieno centro nel mercato di San Lorenzo ferendone gravemente altri due commercianti senegalesi. Inseguito dalla polizia si suicida.
Questi i sintetici fatti di cronaca. Il gesto di un folle, certo. Ma sarebbe un grave errore etichettare questo episodio solo some un gesto isolato. Oltretutto nei siti fascisti del web viene immediatamente rivendicato il “rispetto e onore” nei confronti dell’assassino sostenendo che "ha fatto bene, bisogna punire questi invasori e farli tornare nei loro paesi d'origine" e che bisogna “punire” gli immigrati che altro non sono che “invasori” e che devono essere immediatamente ricacciati nei loro paesi.
Non è solo il gesto di un folle: questo episodio è un gesto razzista. Lo è perché l’assassino è un uomo di destra simpatizzante di Casa Pound, un uomo che esprimeva una ideologia fascista e razzista. Una ideologia che in questi ultimi vent’anni si è apertamente espressa nelle istituzioni grazie alla Lega e al Centro destra. Abbiamo assistito in questi vent’anni a un revisionismo che punta a riabilitare Mussolini e il ventennio fascista e i “combattenti” della Repubblica di Salò.
Non si può quindi sottovalutare questo massacro. L’assassino è un fascista è questo non è altro che il frutto di una propaganda razzista che sta aumentando nel nostro paese.
Piena solidarietà quindi alle vittime e alla comunità senegalese, ma contemporaneamente è necessario l’immediato varo di leggi che tutelino gli immigrati: dal diritto d’asilo che il nostro paese viola quotidianamente fino all’allargamento delle leggi sulla cittadinanza che oggi escludono anche i bambini che nascono e studiano in Italia.
Questo massacro che viene pochi giorni dopo il vergognoso incendio a Torino di un campo Rom non può essere perciò sottovalutato. Il razzismo è presente nel nostro paese e deve essere implacabilmente combattuto.
Pubblicato a 19:02 del 13 dicembre 2011
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/
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Santarelli Stefano
domenica 11 dicembre 2011
IL RAZZISMO DENTRO DI NOI
IL RAZZISMO DENTRO DI NOI
di Stefano Santarelli
Mercoledi pomeriggio, a Torino, una fanciulla di 16 anni viene violentata in un androne di un palazzo da due zingari.
Un gravissimo fatto di cronaca che ha scatenato ieri sera un violento corteo di cinquecento persone che ha sfociato la sua rabbia contro un campo costituito da una cinquantina di nomadi Rom il quale è stato incendiato distruggendo così le loro baracche e le loro roulotte.
Una rabbia che per poco non si è trasformata in un linciaggio.
Peccato che la fanciulla si fosse inventato tutto: non era stata violentata avendo avuto soltanto un rapporto sessuale con il suo ragazzo.
Il quotidiano la Stampa di ieri così commentava con questo titolo la notizia: “Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella”. Come giustamente oggi ammette lo stesso giornale è un titolo razzista che non lasciava dubbi: due Rom non due uomini, ma due zingari.
Oggi questo giornale porge le sue scuse che sicuramente sono sincere. Ma questo titolo e cosa più importante questo corteo fanno emergere, se vi era qualche dubbio, il razzismo che sta corrodendo la società italiana e che sarebbe uno sbaglio da parte nostra sottovalutare.
Questo razzismo che si è scatenato contro i Rom è grave anche perché si è manifestato contro un popolo da sempre discriminato (ricordiamo l'Olocausto di circa 200/500.000 Rom), perfino nei loro paesi d'origine.
Per decenni ci siamo giustificati affermando che gli italiani non sono razzisti. Noi, si affermava, non siamo come altri popoli europei siamo “gli italiani brava gente”.
Purtroppo questo non è vero solo che non abbiamo il coraggio di confessarlo neanche a noi stessi.
“Noi non siamo razzisti, ma non ci sono case neanche per gli italiani.”
“Noi non siamo razzisti, ma non c'è lavoro neanche per gli italiani.”
“Noi non siano razzisti, ma …”
Un innegabile razzismo invece quello dei nostri concittadini che si caratterizza anche per una profonda ipocrisia. Francamente sarebbe preferibile atteggiamenti dichiaratamente xenofobi tipo Ku Klux Klan poiché questi si possono più facilmente combattere. L'ipocrisia invece è un avversario molto più temibile.
La realtà è che la nostra società è una società impregnata di un profondo razzismo e che si caratterizza per negare i diritti civili agli immigrati che vivono e lavorano in Italia.
Una società che non concede la cittadinanza neanche ai bambini che nascono e studiano nel nostro paese dovrebbe profondamente vergognarsi oltretutto siamo l'unico paese occidentale che non concede questo elementare diritto civile. E senza una legge democratica sulla cittadinanza che favorisca il pieno inserimento delle varie comunità continueranno le profonde disuguaglianze che si vedono ogni giorno.
Per questo oggi impegnarsi nella battaglia per ottenere una legge sulla cittadinanza molto meno restrittiva come l'attuale è un elemento fondamentale per potere contrastare il cancro del razzismo nel nostro paese.
Soltanto quando i figli degli immigrati avranno la cittadinanza e quindi gli stessi diritti dei nostri figli si potrà parlare veramente di uguaglianza per questo è importante la partecipazione alla Manifestazione indetta dal Comitato Immigrati di domenica 18 dicembre a Piazza SS. Apostoli alle ore 11.
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APPELLO PER IL DIRITTO DI CITTADINANZA PER CHI NASCE O CRESCE IN ITALIA
«Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità. I bambini hanno questa aspirazione».
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano
Nasci in un posto, oppure i tuoi genitori ti portano con loro in questo posto quando sei ancora molto piccolo. Cresci in questo posto… vai all’asilo e poi a scuola in questo posto… hai tutti i tuoi amici in questo posto. Di questo posto parli la lingua e anche il dialetto, tifi la squadra di calcio, guardi i programmi televisivi. Questo posto è casa tua e tu non sapresti pensarti da nessun altra parte. Ma, soprattutto, a te sembra logico che sia così. Semplicemente. Purtroppo però, per il tuo Stato non è così logico e neppure così semplice... per il tuo Stato, tu, “figlio di stranieri”, puoi diventare di questo posto solo se lo diventano prima i tuoi genitori (e per loro ci vogliono 10 anni di residenza legale), oppure puoi aspettare di compiere 18 anni e farne richiesta come maggiorenne, a patto di dimostrare di avervi risieduto stabilmente e ininterrottamente fino al giorno del tuo diciottesimo compleanno… vacanze estive dai nonni e viaggi- studio permettendo.
Ecco... questo “posto” è l’Italia, e questa follia è l’attuale legge sulla cittadinanza basata sullo “ius sanguinis”, il “diritto del sangue”. Una legge assurda, per cui ha più diritti il figlio del figlio del figlio di un emigrato italiano che abita e studia in Australia piuttosto che un bambino - “suo malgrado” nato da genitori stranieri - che vive e va a scuola qui.
Oggi i nati in Italia ancora giuridicamente stranieri superano il mezzo milione, e altrettanti sono quelli arrivati qui da piccoli. Ignorarli ancora non è possibile e neppure costituzionale, se è vero che la nostra Costituzione stabilisce che: «La Repubblica […] protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù» (Art. 31), una tutela che, almeno finora, per i figli degli immigrati è rimasta solo sulla carta. Per questo è giusto chiedere:
CITTADINANZA SUBITO
PER CHI E' NATO O CRESCIUTO IN ITALIA!
Perché senza equità sociale non c’è diritto né giustizia per nessuno.
Per questo il Parlamento - come auspicato dal Presidente Napolitano - deve rimettere mano con urgenza alla Legge 91/92 sulla cittadinanza.
Per questo ogni cittadino italiano o immigrati che abbia a cuore il futuro del Paese deve chiedere con forza ai propri rappresentanti politici di sanare questa inaccettabile ingiustizia, e di farlo adesso.
Seguono le firme a presentare in Parlamento.
Adesioni email: 18dic.romacittadinanza@gmail.com ciiinlotta@gmail.com
18 DICEMBRE 2011 ROMA!!! PIAZZA SS APOSTOLI. ORE 12:00
BAMBINI E RAGAZZI
RINGRAZIANO IL PRESIDENTE GIORGIO NAPOLITANO.
COMITATO IMMIGRATI IN ITALIA - via Attilio Hortis, 38 - 00177 Roma - http://www.comitatoimmigrati.com/
tel. 0689874881
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giovedì 8 dicembre 2011
"SALVA ITALIA"? SALVABANCHE di Leonardo Mazzei
"SALVA ITALIA"? SALVABANCHE
di Leonardo Mazzei
L'omino della Trilateral lo ha implorato: lo si deve chiamare «Salva Italia». Ma il suo decreto passerà alla storia più prosaicamente come «Salvabanche». Per uno che è stato messo lì proprio per questo non è poi così disdicevole. Che poi le salvi veramente è tutto da vedere, diciamo che si sta impegnando.
Tuttavia è questa la sostanza che va afferrata. Il decreto della domenica sera non salverà né l'Italia, né l'euro, tanto meno le condizioni di vita degli italiani. Di certo non quelle del popolo lavoratore. Cercherà invece di dissetare i vampiri della City e di Wall Street, i sadici banchieri di Francoforte, i quasi coniugi Merkozy. E darà un po' di respiro, non sappiamo per quanto, alle grandi banche del Belpaese, più o meno tutte con l'acqua alla gola, a partire da quella Banca Intesa che ha «prestato» al governo il signor Passera e la signora Fornero. A proposito del famoso conflitto d'interessi tanto evocato, ma oggi dimenticato, dagli antiberlusconiani alla Scalfari...
Da domenica sera anche i più duri di comprendonio dovrebbero avere inteso alcune cosette. Primo, che il governo Monti è il governo più classista ed antipopolare della storia repubblicana. Secondo, che la sbandierata «equità» altro non era che una scadente mercanzia propagandistica ad uso dei gonzi. Terzo, che il massacro sociale iniziato con le manovre d'estate ha compiuto un decisivo salto di qualità. Quarto, che il disastro che si dice di voler evitare è in realtà già iniziato.
La luna di miele del commissario Monti volge già al termine. Le sue carte sono ormai scoperte, ma questo non vuol dire che la stagione degli inganni sia finita. Anzi, il dibattito parlamentare alle porte ce ne offrirà un campionario vasto quanto non appassionante. «Noi siamo per correggerla un pochino», questa la frase più ardita del noto smacchiatore di leopardi di Piacenza. Un vero monumento alla specchiata qualità del politicantume attualmente in commercio.
Mentre Monti salvava le banche - pardon, l'Italia - la signora «equità», al secolo Elsa Fornero, piangeva sul blocco, da lei stessa appena approvato, all'adeguamento delle pensioni all'inflazione, aggiudicandosi in tal modo l'edizione 2011 del Coccodrillo d'oro. Non risulta peraltro, dalle attente cronache giornalistiche, che la suddetta signora abbia avuto qualcosa da obiettare sulla cancellazione del modesto incremento alla aliquota Irpef della fascia più ricca, una misura data per certa fino alla domenica pomeriggio...
Ma veniamo alla sostanza del decreto. Secondo le cifre ufficiali si tratterebbe di un intervento da 30 miliardi, 20 dei quali destinati alla riduzione del deficit statale, 10 a non meglio precisate misure per la mitica «crescita». Molte sono le misure odiose e classiste, dall'aumento dell'IVA di ben due punti e mezzo, alla reintroduzione dell'Ici sulla prima casa, al taglio agli Enti locali che si riverserà inevitabilmente su sanità e trasporti. Ma il vero simbolo del massacro sociale compiuto è quello contenuto nel capitolo pensioni.
Avevamo scritto * - passando per esagerati, secondo alcuni - che la ministra Fornero sognava una sorta di Soluzione finale per le pensioni dei lavoratori italiani. Ci chiedevamo piuttosto in quale misura il governo avrebbe accolto quel sogno. Ora lo sappiamo: in maniera pressoché integrale. Passaggio per tutti al contributivo, eliminazione delle pensioni di anzianità, superamento di gran carriera della soglia dei 40 anni, soglia minima per la pensione di vecchiaia a 66 anni (per gli uomini dal 2012, per le donne dal 2018), blocco delle rivalutazioni delle pensioni in essere sopra i 935 euro mensili. E chi più ne ha più ne metta.
Non si tratta della solita controriforma, quanto piuttosto della mazzata finale alla pensione come momento di diritto sacrosanto all'ozio o, se si preferisce, al riposo. Il meccanismo di indicizzazione alla longevità, insieme a quello dei disincentivi spinge ormai verso la soglia dei 70 anni. Uno scenario da incubo, inimmaginabile anche solo qualche mese fa.
Uno scenario che ora ha preso forma grazie al «governo dei professori», insediato dal golpista Napolitano, il noto «My favourite communist» di Henry Kissinger, fondatore di quella Trilateral che aveva come presidente europeo, fino al fatidico 13 novembre scorso, proprio l'ineffabile Mario Monti. E dite voi se non siamo alla quadratura del cerchio...
Ma torniamo per un attimo alle pensioni, perché sicuramente qualcuno ci accuserà di nuovo di esagerare. Purtroppo non è così. La controriforma Dini aveva diviso i lavoratori italiani in due fasce: i giovani, ai quali si imponeva il più svantaggioso sistema contributivo, ma assicurandogli che lo avrebbero vantaggiosamente integrato con la previdenza complementare; i meno giovani, ai quali si sottraevano di colpo 5 anni di pensione, ma con la promessa di mantenere il più conveniente sistema retributivo.
Mentre le garanzie per i più giovani si sono volatilizzate da tempo - a proposito, è piuttosto illuminante che alcuni Fondi pensione integrativi abbiano sospeso nelle ultime settimane le periodiche comunicazioni sul loro andamento, evidentemente falcidiato dalla debacle dei mercati finanziari - con la Soluzione finale della professoressa Fornero anche i «meno giovani» del 1995 sono ormai sistemati.
Chi sperava di andare in pensione dopo 40 anni di lavoro (pensate un po' che privilegiati!), aveva già visto spostarsi la lancetta di un anno con la truffa delle «finestre». Ora l'asticella è salita a 42 anni (per le donne 41), ai quali si deve aggiungere un mese all'anno a partire dal 2012. Ma non basta, anche queste soglie sono soggette alla revisione periodica in base all'aspettativa di vita. La conseguenza pratica, giusto per fare un esempio, è che un lavoratore oggi quarantasettenne maturerà il diritto alla pensione (definita, pensate un po', «anticipata») con circa 45 anni di contributi. Alla faccia dell'anticipo! E poi, con quale pensione? Una pensione decurtata dal contributivo ed ulteriormente tagliata dai meccanismi disincentivanti (un 2% annuo per gli anni mancanti alla soglia di vecchiaia).
Il combinato disposto di questi meccanismi è appunto la fine della pensione, intesa come periodo della vita da dedicare al riposo, all'ozio, alla famiglia, a quel che ognuno vuole, avendo un minimo di sicurezza economica. La Soluzione finale del governo Monti cancella sia il tempo della pensione, sempre più lontano, sempre più incerto, sia la sicurezza del suo importo. Una fine che segna anche simbolicamente la morte del cosiddetto Welfare State, giusto a proposito di simboli dell'Europa (e delle conquiste del movimento operaio europeo) che se ne vanno nel tritacarne del capitalismo casinò e della follia della moneta unica.
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Ora molti si chiedono se questo massacro servirà a salvare l'euro. La risposta è no, non servirà. Il vertice europeo di giovedì sembra incanalato sulla solita strada: molto fumo, nessun arrosto. L'attivismo del duo Merkel-Sarkozy non sta a significare lo sforzo di salvare la moneta unica, quanto piuttosto la volontà di salvaguardare, nello sfascio alle porte, i rispettivi interessi nazionali. Interessi da imporre, grazie a questo duopolio, agli altri paesi, tra i quali ovviamente l'italietta appena messa nelle mani del liquidatore fallimentare Mario Monti.
Se ancora le classi dirigenti europee credessero veramente alla possibilità di evitare il naufragio dell'euro, ben altre misure si sarebbero imposte. Nella UE si sarebbe accelerato sulla riscrittura dei trattati, mentre invece sono stati accantonati anche i ben più modesti eurobond, facendo della Bce una vera banca centrale in grado di far fronte alle turbolenze dei mercati finanziari; in Italia - in questo momento l'epicentro della crisi - si sarebbe messa mano ad una mega-patrimoniale di cui invece non c'è neppure l'ombra.
Difficile credere che i decisori di cui sopra credano davvero a quel che giurano di credere. Ma allora, ci si chiederà, perché insistono sulla strada dei sacrifici, che qualcuno continua a chiamare con un insopportabile eufemismo «austerità»? Semplice, per due motivi. Il primo è che vogliono garantire con ogni mezzo - fosse pure l'affamamento di interi popoli - gli strozzini che hanno in mano i titoli del debito statale. Il secondo, ovviamente collegato al primo, è che mentre sono disposti a sacrificare la vita di milioni di persone, non intendono sacrificare nessuna banca.
Mentre parlano di «crescita», sanno benissimo di stare conducendo l'eurozona, e l'Italia in particolare, in una recessione paurosa di cui già si vedono i primi sintomi. Disoccupazione, chiusura di attività produttive, impoverimento generale sono la prospettiva dei prossimi anni. Ed a proposito di disoccupazione, ma davvero non si trova proprio nessun economista sfaccendato che ne calcoli all'ingrosso l'aumento generato dal mancato turn over prodotto dal blocco dell'accesso alla pensione?
Sanno benissimo quel che stanno facendo, ma non possono fare altro, dato che quella è la loro mission. Se parliamo di decreto salvabanche non è però solo per queste considerazioni. E' anche perché il decreto contiene un preciso capitolo sulle garanzie che lo Stato darà al debito bancario. In pratica lo Stato si farà garante delle emissioni obbligazionarie delle banche italiane, secondo un indirizzo europeo che sembrava però dovesse realizzarsi con «uno schema mutualistico all'interno della UE», per dirla con le parole del Sole 24 Ore. Ma anche in questo caso, come per gli eurobond, come per il fondo EFSF, la mitica «solidarietà» europea si è rivelata assai poco solidale...
Perché queste garanzie siano così impellenti è presto detto. Su scala globale il 2012 sarà l'Annus Horribilis della finanza mondiale. Ben 12mila miliardi di euro di titoli del debito (statale, bancario, e aziendale in genere) andranno in scadenza. Circa il 70% in più del 2011, anno in cui le difficoltà del rifinanziamento sono già emerse in tutta evidenza. In testa alla graduatoria dei cacciatori di capitali (preferibilmente a buon prezzo) gli Stati Uniti e il Giappone, mentre in Europa l'Italia farà la parte del leone.
Ma non ci sono solo i debiti statali. Ci sono anche quelli privati. E qui sono le banche ad essere affamate. Si pensi al caso già citato di Banca Intesa, il cui ex ad dice di aver sacrificato il suo mega-stipendio per salvare il paese, entrando a far parte del governo Monti. Nel 2012 Banca Intesa avrà in scadenza titoli per ben 24 miliardi: chi glieli riacquisterà? Ed, eventualmente, a quale prezzo? Domande da incubo, alle quali il prode gladiatore della Trilateral, ovviamente con il disinteressato apporto del «tecnico» Passera (che, detto tra parentesi, qualcuno vorrebbe come futuro candidato premier del centrosinistra) ha risposto con il decreto di domenica sera. E a questo punto si sarà capito per quale motivo va rinominato come decreto salvabanche.
Ieri, lunedì, la Borsa di Milano ha fatto segnare un +2,9%, ovviamente tra gli osanna dei repubblichini di Repubblica, che hanno visto in questo (peraltro modestissimo) dato la riprova della bontà della Montinomics. Se i repubblichini - che definiamo tali, tanto per il contributo instancabile che hanno assicurato alla Seconda Repubblica bipolare e maggioritaria (appunto una repubblichetta nelle mani di lorsignori), quanto per il loro appoggio incondizionato alle pretese della Germania - avessero guardato gli indici delle singole società quotate avrebbero visto che la crescita è tutta da attribuirsi al traino dei titoli bancari, così beneficiati dal decreto domenicale.
Lo Stato sarebbe davvero in grado di garantire i debiti nel caso del crac di una grossa banca nazionale? Ne dubitiamo, ma qualora avvenisse, altro non sarebbe che una gigantesca trasformazione di un debito privato in un debito pubblico, da scaricare nuovamente sul popolo lavoratore di questo disgraziato Paese. E con questo chiudiamo, sperando che si sia capito che quando si parla di «governo unico delle banche» si opera sì una semplificazione, visto che le banche altro non sono che il luogo centrale della forma che il capitalismo reale ha assunto nel suo sviluppo plurisecolare, ma si tratta di una semplificazione che tratteggia assai bene la sostanza di quel che sta avvenendo. Non un semplice slogan, dunque, ma una fotografia assai attendibile della realtà.
6 Dicembre 2011
dal sito http://www.antimperialista.it/
* http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1823:elsa-fornero-limbrogliona-signora-lequitar&catid=13:italia-cat&Itemid=166
mercoledì 7 dicembre 2011
LA MISERIA DELL'ECONOMIA
LA MISERIA DELL'ECONOMIA
di Riccardo Achilli
Introduzione: della qualità umana e professionale degli economisti mainstream
Finalmente ad un convegno cui ho partecipato oggi a Roma i colleghi economisti hanno abbandonato il mantra che ripetevano da mesi, ovvero che la ripresa è alle porte, il peggio è passato, ecc. (sarebbe utile ricordare che fino al 2010 si stimava, per il nostro Paese, una crescita al 2011 dell'1,3%, che dovrebbe essere in realtà, secondo le ultime stime di preconsuntivo, pari allo 0,7%, ovvero la metà di quanto preventivato! La ripresa, prevista per il 2012 ad un tasso dell'1,8%, oggi viene negata, poiché le ultime previsioni stimano per il 2012 una crescita pressoché nulla (0,2%). Nessun economista, nessun centro studi, ha chiesto scusa per tali enormi errori di stima! Finalmente ho sentito ammettere (ovviamente senza chiedere scusa per gli errori pregressi) che vivremo ancora per molti anni all'interno di questa situazione di assenza di crescita e di progressivo impoverimento di ampie fasce della popolazione. Si cita Prescott (premio Nobel dell'economia) secondo cui questa fase non è congiunturale, ma è strutturale, e corrisponde ad uno storico spostamento della ricchezza dall'Occidente in declino all'Oriente in fase di sviluppo (peraltro con una citazione ingenua, che non tiene conto dei crescenti squilibri socio-economici della crescita cinese, che potrebbero portare il gigante asiatico ad una sua specifica forma di recessione, cfr. a tal proposito “rischi di Crollo Economico in Cina”, di J. Cahn, su
http://stefano-santarelli.blogspot.com/2011/11/rischi-di-crollo-economico-in-cina.html.
Ancora un volta, l'omissione di documentazione rilevante sulla situazione reale, che smentirebbe dichiarazioni perentorie come quella della “vittoria economica cinese”, denuncia ciarlataneria, superficialità e scarsa scientificità). Di fatto, gli economisti mancano delle più elementari forme di umanità, come la modestia, l'onestà intellettuale, la prudenza prima di formulare previsioni azzardate. In breve, mancano di quelle qualità fondamentali per potersi approcciare ad un metodo anche lontanamente "scientifico". Noi economisti siamo solo apprendisti stregoni, ciarlatani e cacciatori di consulenze ed incarichi.
Se così stanno le cose, vorrei domandare al lettore che cosa ci si può attendere da personaggi cinici, faciloni, avidi e scarsamente scientifici, quando costoro diventano Presidenti del Consiglio, come sta facendo Monti, colui il quale ha criticato le analisi economiche marxiste, avendole evidentemente lette sul Corriere dei Piccoli, o al massimo su qualche numero arretrato del Reader's Digest. Solo in questo modo si può affermare, come fatto da Monti, che “solo tutelando pragmaticamente i propri interessi nel contesto di economie di mercato che devono affermarsi nella competizione internazionale”, i deboli “possono creare lo spazio per dosi maggiori di socialità (adeguati servizi sociali, sistema fiscale redistributivo, ecc.)” (cfr. l'intervista a Monti sul Corriere della Sera dell'11.01.2002). Solo un ubriaco o un ignorante potrebbe fare simili affermazioni, stante la realtà di una fase socialdemocratica del capitalismo in regresso, quanto ad ampiezza dei diritti “pragmaticamente” garantiti ai lavoratori, sin dalla fine degli anni Settanta (e magari ad iniziare dall'abolizione della scala mobile, avviatasi progressivamente sin dal 1984, che nel nostro Paese segna il punto di inizio della parabola discendente dei diritti sociali garantiti ai lavoratori dal “capitalismo concorrenziale e pragmatico”).
In tale articolo, cercherò di dimostrare come l'ipotesi di Governo-Monti sia funzionale soltanto a posporre temporalmente, al massimo di pochi mesi o anni, un evento che non può in alcun modo essere evitato, ovvero la dichiarazione di default del nostro debito sovrano.
Perché il default è inevitabile
Infatti, nel poliformico dibattito sul Governo- Monti, ipotesi che si fa ogni ora sempre più concreta, occorre tenere bene a mente un elemento fondamentale, che viene deformato e mistificato dai media. Non è vero che l'Italia “ce la può fare” stringendo la cinghia e facendo dei sacrifici. Non è vero che è possibile, in prospettiva, evitare l'uscita dall'euro ed il default, semplicemente sottoponendosi alla macelleria sociale con la docilità del bue drogato, che viene avviato al mattatoio. L'Italia è già un Paese prossimo al default tecnico, e privo di qualsiasi strumento per evitarlo. Non serve una laurea ed un Phd, e non serve essere un sofisticato economista come Monti, per capirlo. Un Paese in cui il debito supera il PIL e la crescita dello stesso PIL è ferma, dopo esser stata negativa per un paio di anni, (e quindi non vi è un incremento di ricchezza netta in grado di fornire gettito fiscale aggiuntivo per pagare gli interessi incrementali sul debito, mano a mano che le rate del debito stesso vanno in scadenza, mentre la quota capitale aumenta proprio in virtù del calo delle entrate e della anelasticità delle spese pubbliche), mentre anche il risparmio privato delle famiglie si assottiglia per far fronte al calo del reddito e il sistema bancario diviene rapidamente sempre più fragile, è già un Paese ad un centimetro dal default tecnico, anche se questo non è ancora dichiarato ufficialmente.
Monti non può fare niente per risolvere tale situazione. Il cosiddetto “effetto Monti” sbandierato dai giornali in queste ore si traduce in un risparmio di 3 miliardi di interessi, quando le scorse aste dei Btp e dei Bot hanno provocato, con l'incremento dello spread verificatosi negli ultimi giorni, un extra interesse di circa 14 miliardi. Per la precisione, il cosiddetto “effetto-Monti” non è nemmeno un risparmio, è solo una riduzione del costo aggiuntivo che il Paese dovrà pagare, da 14 a 11 miliardi.
Per avere una prima approssimazione nella comprensione del fenomeno, certamente semplicistica ma perlomeno chiara, basta ricorrere alla metafora di una famiglia: se una famiglia è indebitata in misura superiore ai suoi introiti, e questi non crescono, ma addirittura in prospettiva promettono di diminuire, ed il suo patrimonio perde di valore, perché il risparmio viene utilizzato per pagare il debito e per sostituire i mancati introiti, tale famiglia è già fallita. Nessuna banca le concederebbe un prestito, nemmeno di pochi spiccioli.
Naturalmente, le cose non sono così semplici a livello di un sistema economico complessivo. Coloro i quali ci ammanniscono la favoletta che “l'Italia ce la può ancora fare” fanno leva su alcuni elementi di robustezza strutturale del sistema, che certamente sono reali, che certamente rendono la situazione italiana differente rispetto a quella greca, irlandese o spagnola, e per certi versi meno catastrofica. Purtroppo, però, come spiegherò sinteticamente di seguito, tali elementi “consolatori” sono in forte affievolimento, e quindi non possono, ragionevolmente, essere utilizzati per fondare una realistica speranza di superamento della drammatica fase che abbiamo di fronte. Gli argomenti consolatori, sinteticamente, possono essere così compendiati:
- l'Italia è un Paese ad elevata densità manifatturiera. Il tessuto industriale italiano è ancora diffuso, importante e radicato sul territorio. Non si tratta quindi di un'economia di pura intermediazione, o di una moncoltura economica;
- il sistema bancario nazionale è solido; il livello di rischio patrimoniale ed operativo delle banche italiane è marcatamente inferiore alla media, anche dei grandi Paesi europei, come Francia o Germania, e anche migliore rispetto al sistema bancario statunitense;
- a fronte di un elevatissimo debito pubblico, i conti patrimoniali delle famiglie sono sostanzialmente sani; il risparmio privato è elevato, mentre l'esposizione debitoria, o su attività finanziarie rischiose dei privati, è relativamente contenuta.
Tali argomenti contengono ovviamente un fondo di verità, e valgono a qualificare il nostro Paese come il “meno PIG di tutti i PIIGS”. Tuttavia tali aspetti favorevoli non sono sufficienti per nascondere sotto il tappeto il fatto che già oggi ci troviamo in default tecnico, e che quindi non ce la possiamo fare, Monti o non Monti, Dini o non Dini, Governo tecnico o elezioni anticipate. Vediamo perché. Con riferimento allo spessore manifatturiero del nostro Paese, questa densità produttiva potrebbe valere a salvarci, ripristinando condizioni di crescita atte a generare le risorse aggiuntive per ripagare, sia pur lentamente, il debito, facendolo rientrare al di sotto del 100% del PIL, soltanto se tale denso tessuto produttivo fosse effettivamente competitivo rispetto ai concorrenti internazionali, e quindi riuscisse a conquistare le quote di mercato necessarie per generare la ricchezza netta occorrente a placare la sete finanziaria dell'iperindebitato comparto pubblico. Ora, un indicatore sintetico di misurazione della competitività è rappresentato dalla produttività totale dei fattori produttivi. Questo perché sul valore assunto dalla PTF influiscono tutti i fattori competitivi elementari, interni ed esterni alle imprese. Il valore della PTF è infatti influenzato sia da fattori ambientali esterni all'impresa, come il tasso di innovazione tecnologica del sistema-Paese, la qualità formativa ed educativa del capitale umano, la dotazione di infrastrutture logistiche ed immateriali, la qualità del rapporto fra banche ed imprese e fra imprese e pubblica amministrazione, oltre che ovviamente da fattori strettamente aziendalistici, come l'efficacia delle strategie competitive messe in atto dalle imprese stesse, la loro dimensione media, il loro grado di capitalizzazione, la loro efficienza organizzativa interna, ecc. Ora, un confronto internazionale fra la PTF italiana e quella dei principali concorrenti dell'area-Ocse segnala che, con un tasso di incremento medio annuo dello 0,2% nel periodo 1997-2007, e con un incremento cumulato pari ad appena l'1,5% nel decennio considerato, l'Italia è praticamente il fanalino di coda dell'intera Unione Europea (che nel periodo in esame mette a segno un incremento medio annuo dello 0,8%, ed una crescita cumulata dell'8,1%). In pratica, facciamo meglio soltanto rispetto alla Spagna, ma la dinamica della nostra produttività totale dei fattori è peggiore persino rispetto alla Grecia o al Portogallo.
Tasso di crescita cumulato della produttività totale dei fattori nel periodo 1997-2007
Fonte: Confindustria su dati Ocse, Eurostat
Con una simile dinamica della PTF, è ovvio che il sistema produttivo italiano perde competitività rispetto ai concorrenti, e quindi la sua capacità di generare nuova ricchezza, necessaria per ripagare il debito, ne risulta progressivamente sempre più compromessa. Cosa occorrerebbe fare per invertire tale dinamica? Ovviamente fare importanti investimenti di rilancio competitivo, sia sula versante dell'ambiente entro il quale le imprese operano (e quindi investimenti pubblici) sia sul versante degli investimenti delle imprese stesse. Ora, gli investimenti pubblici sul sistema-Paese complessivo sono ovviamente preclusi dall'esigenza di risparmiare risorse finanziarie per rientrare dall'extra-debito. Gli investimenti privati delle imprese sono limitati da un rapporto con le banche da sempre molto difficile e conflittuale (infatti, come segnalano i dati Unioncamere, le imprese italiane utilizzano, nel 50% dei casi, l'autofinanziamento per coprire il fabbisogno finanziario degli investimenti, evitando quindi di ricorrere alle banche). E' di tutta ovvietà che in una fase di crisi come quella attuale, i margini di autofinanziamento si sono ridotti moltissimo, per cui il ricorso al prestito bancario per fare investimenti è diventato imprescindibile.
E qui veniamo al secondo elemento “consolatorio”, ovvero la robustezza del sistema bancario italiano, che secondo chi sostiene che “ce la possiamo fare” può tradursi in un importante volano per sostenere gli investimenti necessari per recuperare il gap di competitività. Andiamo un po' a vedere il Rapporto sulla Stabilità Finanziaria della Banca d'Italia, per analizzare tale aspetto. E' vero che il grado complessivo di rischiosità del sistema bancario italiano è inferiore a quello dei concorrenti. Infatti, il rischio patrimoniale, misurato tramite l'EDF (expected default rate) ad un anno è leggermente inferiore alla media delle banche europee (1,6%, contro il 2%, a Ottobre 2011) benché sia molto più elevato, ad esempio, rispetto alle banche statunitensi (0,6%). Il rischio operativo è ancora basso, perché il tasso di ingresso in sofferenza della clientela è pari al 2% nel primo semestre 2011, quando era del 3,7% nel 1993. Il rischio sistemico (ovvero il rischio di un default a catena di più banche, che farebbe tracollare l'intero sistema dei pagamenti) misurato tramite la Jpod (joint probability of default) è ancora sostenibile, attestandosi attorno al 6% ad ottobre di questo anno.
Il problema fondamentale, però, è che se guardiamo alla dinamica dei dati, anziché al loro valore assoluto a fine periodo, constatiamo che il sistema bancario italiano si sta rapidamente mangiando il patrimonio di solidità che lo contraddistingue. Sul versante del rischio patrimoniale, l'EDF ha subito un rapido incremento, passando dallo 0,5% di Dicembre 2010 all'1,6% di Ottobre 2011, tal ché oggi le banche italiane subiscono un rischio patrimoniale molto più alto di quelle statunitensi, mentre tradizionalmente era vero il contrario. Sul versante del rischio operativo, il tasso di ingresso in sofferenza cresce dallo 0,9% del 2007 al 2% di metà 2011. Inoltre, tale indicatore è artificiosamente basso, perché reso basso dalla cartolarizzazione dei crediti in sofferenza, che non fa altro che spostare il rischio di insolvenza dalle banche alle società finanziarie che acquisiscono il credito cartolarizzato (e quindi, in termini di rischio complessivo per il sistema nel suo insieme, non cambia niente). Infine, il rischio sistemico, misurato sempre dalla Jpod, passa dallo 0,5% di inizio 2009 al 6% di Ottobre 2011. soprattutto si riscontra che il rischio sistemico, che fino al 2010 era più basso rispetto ai concorrenti, a fine 2011 è diventato più alto rispetto ai sistemi bancari di Germania, Regno Unito, Francia e persino della inguaiatissima Spagna!
Quindi in realtà il sistema bancario italiano si sta caricando di fattori di fragilità, ad un ritmo superiore rispetto ai principali concorrenti. Ed i risultati sono che il credito alle imprese, necessario per effettuare gli investimenti indispensabili a recuperare il sopra analizzato gap di competitività, anziché crescere si riduce. Le previsioni della Banca d'Italia segnalano infatti una riduzione a zero del tasso di crescita degli impieghi bancari ad imprese entro la fine del 2013, un vero e proprio “credit crunch” di dimensioni analoghe a quello verificatosi nel 2009, anno terribile per le finanze aziendali, prosciugatesi anche a causa del blocco quasi totale del credito bancario. Tale tendenza è il frutto della crescente fragilità, e del crescente grado di rischiosità, del sistema bancario italiano, che quindi non è così solido come vorrebbero farci credere gli “ottimisti” sostenitori di Monti. Tra l'altro, i criteri restrittivi sul buffer di capitale delle banche europee introdotti il 26 ottobre scorso, ed i criteri molto rigidi, in termini di dotazione minima di patrimonio tier 1 introdotti da Basilea 3, contribuiranno ulteriormente ad azzerare il flusso di credito bancario alle imprese. Il gap competitivo del sistema produttivo italiano, di conseguenza, aumenterà, fino a portare al corto circuito il sistema produttivo stesso, e di conseguenza, a cascata, anche le banche creditrici.
Veniamo all'ultimo argomento degli “ottimisti”, ovvero il risparmio privato delle famiglie. Ora, un concetto di economia elementare è che il risparmio contribuisce alla crescita, e quindi ad evitare il default, solo se viene speso per consumi. Altrimenti non alimenta il circuito dell'economia. Ora, sulla propensione alla spesa per consumi influiscono le aspettative dei consumatori, che però, come ci segnala l'Istat, continuano ad essere gravemente depresse. Quindi i consumi latitano: ad agosto 2011, l'indice delle vendite del commercio al dettaglio, rispetto al corrispondente mese dell'anno precedente, diminuisce dello 0,3%, dopo un tracollo tendenziale del 2%, dell'1% e dello 0,6% nei tre mesi precedenti. Quindi l'elevato risparmio privato non serve a niente, in termini di contributo alla salvezza del sistema: non contribuisce alla crescita, perché non si traduce in consumi, e non contribuisce alla solidità delle banche depositarie di detto risparmio, il cui grado di rischiosità e fragilità, come si è visto, è in crescita preoccupante. Non si vede quindi come tale elemento possa contribuire a salvare il Paese dal default. Tra l'altro, anche tale presunta solidità patrimoniale delle famiglie è anch'essa in rapido deterioramento: l'indebitamento delle famiglie italiane passa dal 37% del loro reddito lordo nel 2002 al 65% nel 2010. Inoltre, la crescita dell'esposizione debitoria riguarda soprattutto i nuclei familiari economicamente più deboli, cioè proprio quelli che hanno le maggiori difficoltà a rimborsare il debito, poiché, al 2008, la quota di famiglie debitoriamente vulnerabili è del 5,6% nel segmento del 25% delle famiglie con il più basso reddito, mentre è appena dell'1% nel 25% delle famiglie più ricche.
In sintesi, dunque, gli elementi di “vantaggio” di cui dovrebbe godere l'Italia, e sui quali dovrebbe affidarsi per evitare il default, sono, come si è visto, illusori, o in rapido degrado. D'altra parte, i sostenitori della tesi secondo la quale, con un governo tecnico guidato da Monti, l'Italia ce la può fare, dovrebbero spiegare perché le agenzie di rating, meno di un mese fa, abbiano abbassato il rating dell'Italia su livelli di rischio analoghi a quelli di Trinidad e Tobago o del Cile, e peggiori persino rispetto alla Spagna, altro Paese PIIGS, oltretutto con outlook negativo, quindi con prospettive future di ulteriore aumento del rischio-Paese: un ulteriore declassamento, anche solo di un gradino, ci porterebbe ad un rating tipico dei junk-bonds. E' evidente, quindi, che il default è inevitabile. Si tratta di una eventualità che nemmeno i presunti “fattori di forza” del nostro Paese possono evitare, e che tutt'al più può essere rinviata di qualche mese, o forse di qualche anno.
A cosa servirebbe allora un governo-Monti? Soltanto a tenere in "coma farmacologico" per qualche anno un bilancio dello Stato e degli enti locali che è già clinicamente morto, al prezzo di immani stragi sociali.
Il costo sociale di ritardare l'inevitabile dichiarazione di default
Ma quale sarà il costo sociale che il popolo italiano dovrà pagare, per ritardare di qualche tempo l'inevitabile dichiarazione di default? Abbiamo almeno due chiari esempi dei costi sociali enormi, connessi al tentativo di ritardare l'inevitabile dichiarazione di default, e sono quelli dell'Argentina degli anni Novanta e della Grecia dei giorni nostri. Iniziamo a studiare il caso argentino. Di fatto il Paese era già fallito quando Alfonsin, sotto la pressione popolare, si dimise anticipatamente da presidente della repubblica nel 1989. Il PIL non cresceva più, il debito estero era alle stelle, ed era già virtualmente impagabile, il Paese precipitava in una rapida spirale di impoverimento e di iperinflazione. Meném, che sostituì Alfonsìn, da buon cacicco peronista, anziché ammettere la situazione e quindi ripudiare il debito estero, preferì mettere in coma farmacologico un paziente che, altrimenti, sarebbe clinicamente deceduto. Nominò a Ministro dell'Economia Domingo Cavallo, l'ennesimo “guru”, non a caso pluridecorato dalle istituzioni accademiche e finanziarie globali, con il compito di congelare la crisi (naturalmente poco contava il fatto che, negli anni ottanta, da governatore della Banca Centrale, lo stesso Cavallo non avesse avuto nessun problema a autorizzare le imprese private a trasferire i loro debiti allo Stato, contribuendo così al default del Paese). Ma si sa: a Caval donato non si guarda in bocca...
Non appena nominato Ministro, il buon Cavallo implementò...una cura da Cavallo, per prolungare nel tempo l'inevitabile momento in cui l'Argentina avrebbe dovuto dichiarare ufficialmente un default già materializzatosi nei fatti. Mise in pratica un sistema di cambio fisso con il dollaro, la famigerata “ley de convertibilidad” del 1991, che costringeva la Banca Centrale a mantenere un ammontare di riserve ufficiali in dollari esattamente uguale alla massa monetaria in circolazione. In questo modo, riuscì, certamente, a domare la storica iperinflazione argentina (alimentata a sua volta dall'esplosiva crescita del debito pubblico e privato, destinata a mantenere artificiosamente alto il tenore di vita medio di un Paese con fondamentali macroeconomici ed occupazionali da Terzo Mondo), ma al prezzo....di strangolare la domanda aggregata, tramite la compressione del circolante e gli alti tassi di interesse, applicati per evitare fughe di capitali denominati nei preziosi dollari. Anche in questo caso, verrebbe da dire che non serve una laurea in economia per capire che se si deprime la domanda la crescita dei prezzi rallenta....si chiama “legge della domanda e dell'offerta”, ed è nota a qualsiasi padre di famiglia munito di diploma della scuola dell'obbligo. Però il rallentamento della domanda bloccò la crescita, fece aumentare a dismisura la disoccupazione, e, poiché, come tutti sanno, il debito pubblico è endogeno al PIL, il debito pubblico nazionale continuò ad aumentare, anziché ridursi (ad onor del vero, ciò si verificò anche a causa della massiccia corruzione dilagata all'ombra del delinquenziale governo di Meném). Ed il debito pubblico aumentava nonostante l'ondata massiccia di privatizzazioni di imprese pubbliche effettuato in quesgli anni (da Aerolineas Argentinas a Telecom Argentina, tanto per fare due esempi), a dimostrazione del fatto che le privatizzazioni si fanno per far fare qualche buon affare agli amici, ma non certo per risanare il bilancio pubblico.
Quindi, il mantenimento del bilancio federale sotto “coma farmacologico”, per paura di dichiararne il decesso clinico, costò al Paese un ulteriore aumento del debito pubblico, una contrazione della crescita, un aumento della disoccupazione, un dilagante impoverimento dei ceti medi e del proletariato industriale e rurale. La crisi messicana del 1995 e la svalutazione del Real brasiliano del 1999, accompagnata da una rivalutazione del peso (che era costretto a seguire l'andamento del dollaro, grazie alla geniale ley de convertibilidad) portarono ad una recessione che rese impossibile continuare a somministrare farmaci al defunto, per tenerlo in stato vegetativo (anche perché la regola di convertibilità, di fatto, impediva l'utilizzo a fini anticiclici della politica monetaria, un po' la stessa cosa che succede oggi, con i Paesi europei che non hanno più la sovranità della propria politica monetaria). Cosicché, di fronte a tale situazione oramai insostenibile, nel 1999 il nuovo presidente De La Rùa ereditò un Paese in cui il PIL precipitava ad un ritmo del 4% annuo, e la disoccupazione aveva raggiunto livelli socialmente insostenibili, traducendosi in una dilagante criminalità e in un vero e proprio fenomeno di polverizzazione dei ceti medi, nei casi di bambini delle elementari che svenivano in classe perché, non potendo mangiare, venivano ingozzati dai genitori impoveriti di “mate cocido”, mentre l'insostenibilità del tasso di cambio ”1 a 1” fra peso e dollaro causava una continua fuga di capitali dal sistema bancario, che nel 2001, nonostante i provvedimenti amministrativi di sequestro dei depositi bancari (il famoso “corralito”) tracollò. Il Paese attraversò quindi una profonda recessione che durò fino al 2003, quando di fatto il nuovo presidente Kirchner fece ciò che Meném avrebbe dovuto fare 14 anni prima: dichiarò il default e conseguentemente ripudiò parte del debito estero. Aver tenuto per 14 anni in coma farmacologico un bilancio federale morto costò immani disastri sociali ed un allargamento della povertà che ancora oggi non è stato del tutto riassorbito. A cosa servirono tali sacrifici? A niente. Il Paese fu comunque costretto a dichiarare default, solo con 14 anni di ritardo.
Nonostante tale lezione, la comunità finanziaria internazionale ha applicato lo stesso rimedio alla povera Grecia: quando nel 2010 divenne chiaro, scoprendo i “veri” conti pubblici greci, che il Paese era in default, furono imposte drammatiche misure di austerità, mirate a prolungare l'agonia il tempo necessario alle banche creditrici per recuperare il recuperabile dei loro crediti, mentre la società greca soffocava sotto il peso delle politiche di austerità. E, come documenta il rapporto confidenziale della trojka di qualche settimana fa, ciò non è ovviamente servito a salvare il Paese dal default, posto che nello scenario “migliore”, si stima che il debito pubblico greco potrà tornare a farsi finanziare sui mercati non prima del 2020. D'altra parte, pretendere di risanare il disavanzo di bilancio ed il debito pubblico con il PIL in recessione a causa delle misure di austerità, e quindi il gettito fiscale in caduta libera, è un po' come pretendere di far passare il cammello dalla biblica cruna dell'ago.
Che fare?
La lezione allora è sempre la stessa: diffidare dai guru dell'economia, diffidare dai Cavallo, dai Monti, dai Venizelos, che vengono “gonfiati” dai media borghesi, per presentarli alle opinioni pubbliche spaventate e confuse dei Paesi in default come dei “geni”, dei “salvatori della Patria”. La loro unica funzione è di ritardare quanto più possibile la dichiarazione ufficiale di default, per consentire ai creditori di recuperare il recuperabile, e di fare gli ultimi buoni affari tramite l'acquisto di tutto ciò che è acquistabile del patrimonio pubblico del governo fallito (tramite le privatizzazioni di qualsiasi cosa, anche delle spiagge, degli aeroporti e dei beni culturali e del demanio pubblico, come progetta di fare la Grecia) ovviamente facendo pagare un prezzo sociale altissimo al popolo, al solo fine di tenere in stato vegetativo un paziente morto, fintanto che la dichiarazione di morte non diviene inevitabile. Diffidate dagli economisti: non sono guru, non sono maghi, spesso non hanno neanche un approccio scientifico. Ma conoscono il valore del denaro, e sanno vendersi bene nell'interesse dei capitalisti.
Occore comprendere che, oggi, non c'è alcuna soluzione magica al problema della nostra economia. Occorre dichiarare default immediatamente, evitando il massacro sociale del periodo di “coma farmacologico”, uscire dall'euro, ma non unilateralmente (perché l'uscita unilaterale del singolo Paese dall'euro lo sottoporrebbe ad una drammmatica fase recessiva nei successivi 2-3 anni), bensì in modo coordinato e contemporaneo con Grecia, Spagna e Portogallo, e creare un'area di libero scambio mediterranea, alargata anche al Nord Africa ed ai Balcani, con una valuta comune diversa dall'euro, e significativamente svalutata rispetto all'euro stesso, ed operare con un modello competitivo export-based basato su un'elevata competitività di costo, facilitata dalla svalutazione della moneta, comportandosi esattamente come un Paese BRIC, con politice fiscali e monetarie coordinate all'interno di tale area mediterranea, avendo come mercati-target proprio quelli dell'area nord europea che rimarrebbe dentro l'euro. Solo ripartendo da un parzale ripudio del debito estero, e con modelli competitivi da economie emergenti, è possibile sopravvivere. Tutti insieme, però.
13 novembre 2011
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/
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lunedì 5 dicembre 2011
NON SOLO BALOTELLI
NON SOLO BALOTELLI
di Stefano Santarelli
La recente dichiarazione del Presidente Napolitano a favore della concessione della cittadinanza a coloro che sono nati nel nostro paese ripropone un problema ormai più che maturo per la società italiana.
Infatti la nostra legislazione è completamente arretrata rispetto a quella degli altri paesi occidentali non prevedendo lo ius soli vale a dire il diritto di essere cittadini perché si è nati in territorio italiano, ma concedendo invece la cittadinanza in base allo ius sanguinis in cui è sufficiente avere un solo bisnonno italico per poterla richiedere. Tra l’altro siamo l’unico paese occidentale (a parte Israele e l’Irlanda ed in misura minore la Spagna) a concedere la cittadinanza in base al diritto di sangue, un diritto che spazia addirittura su ben quattro generazioni.
Questa arretratezza della nostra legislazione sta provocando tutta una serie di contraddizioni prevedendo, per esempio, il diritto di voto da compiersi tramite posta, senza quindi neanche la fatica di recarsi in un ufficio consolare, a chi vive stabilmente in un paese estero per il solo fatto di essere magari il pronipote di nostri concittadini e che probabilmente non è mai stato in Italia e di cui forse non padroneggia la nostra lingua e senza ovviamente pagare le tasse. Ma negandolo invece a chi è nato nel nostro paese, vi ha fatto qui anche tutto il suo percorso scolastico e compie il suo dovere di contribuente.
Ed effettivamente ha ragione il Presidente della Repubblica a definire tale situazione “un’autentica follia” una questione peraltro già denunciata con forza da un politico indiscutibilmente di destra come Fini.
Non esiste in nessun paese occidentale una legislazione così penalizzante per i figli degli immigrati.
In Germania, i bambini nati dal 2000 in poi la acquisiscono se uno dei due genitori ha il permesso di soggiorno permanente da almeno tre anni ed è residente nel paese da almeno otto.
In Inghilterra la si ottiene se uno dei due genitori stranieri vi si è stabilito a tempo indeterminato.
In Francia, dove addirittura lo ius soli è previsto dal lontanissimo 1515, secondo la legge del 1998 occorrono almeno cinque anni di residenza dall'età di 11, anche discontinua, per ottenere la cittadinanza automaticamente a 18 anni. Mentre il ragazzo o la ragazza nati in Francia possono ottenerla anche a 16 anni, se ne fanno esplicita richiesta. Di più: i loro genitori possono farla ottenere anche a 13 anni, previo consenso dell'interessato: in questo caso, il requisito dei cinque anni di residenza scatta dall'età di 8 anni.
Negli Usa invece chiunque vi nasca è automaticamente cittadino statunitense.
Invece da noi chi è nato in Italia da genitori stranieri può chiedere la cittadinanza italiana soltanto al compimento della maggiore età con la condizione che però abbia trascorso tutti i suoi 18 anni di vita in Italia. Un'interruzione anche modesta di questo periodo e voilà, con grande sadismo l'occasione sfuma. E, con altrettanto sadismo, l'occasione sfuma se il giovane compie i 19 anni senza fare domanda, magari per ignoranza delle norme.
E’ evidente che ci troviamo di fronte ad una legislazione profondamente discriminante con una impostazione indiscutibilmente razzista. Queste norme sono contenute nella legge 91 del 1992 votate all’unanimità da tutte le forze politiche comprese quelle della sinistra che su questo tema obiettivamente ha sempre dimostrato una profonda sordità ed indifferenza.
Infatti non si può non ricordare che nel 2° Governo Prodi (2006-2008), dove erano presenti pure i “forchettoni rossi” del PdCI, di Rifondazione e dei Verdi, non venne promulgata nessuna legge su questo tema impantandosi invece nelle legge sulle “coppie di fatto” di difficile attuazione in un paese purtroppo profondamente cattolico come il nostro. Ora una legge di riforma della cittadinanza con la cosiddetta sinistra al governo aveva al contrario molte possibilità di essere varata visto anche l’enorme sensibilità che su questo tema ha il mondo cattolico.
La mancanza di una vera legge democratica sulla cittadinanza con lo scopo di favorire il pieno inserimento delle varie comunità presenti nel nostro paese provoca ormai profonde disuguaglianze. Infatti i figli degli immigrati sono un milione in tutto di cui quasi il 60% nati in Italia che studiano nelle nostre scuole, che parlano i nostri dialetti e che tifano le stesse squadre di calcio dei loro purissimi coetanei italiani.
Se mi si permette una nota strettamente personale non posso non essere disgustato dal fatto che mentre i miei tre figli che sono degli atleti agonisti hanno la possibilità di disputare e anche di vincere campionati italiani invece i loro coetanei di origine cinese o albanese pur essendo nati in Italia e magari non avendo mai visto il loro paese di origine al contrario non hanno tali possibilità. Così mentre i miei figli possono essere convocati in nazionale e quindi gareggiare nei vari tornei internazionali tutto questo è invece negato ad altri atlete/i altrettanto brave/i che hanno il solo handicap di non avere la cittadinanza italiana pur essendo un prodotto del nostre scuole sportive. E si deve tenere conto che la vita sportiva di un atleta al massimo può durare fino ai trent’anni dopo i quali è molto più difficile aspirare a vincere dei titoli i quali sono il sogno e lo scopo di qualsiasi atleta.
E’ rimasto purtroppo famoso il caso del calciatore Mario Balotelli il quale di origine ghanese è stato adottato in tenera età da una famiglia italiana. E pur essendo uno dei migliori giocatori della sua generazione e avendo alle spalle inoltre una grande società di calcio italiana non ha potuto disputare le Olimpiadi perché non aveva i 18 anni necessari per ottenere la nazionalità italiana. Ed è inutile sottolineare che la partecipazione alle Olimpiadi è veramente il sogno di qualsiasi atleta.
’ questo un esempio di una discriminazione apparentemente minore, ma in realtà molto profonda e che lascia ferite che difficilmente possono essere rimarginate perché non si può parlare di integrazione senza concedere i nostri stessi diritti. E queste discriminazioni sportive colpiscono ovviamente i giovani immigrati che rappresentano una parte importante del futuro del nostro paese.
Sarebbe però ingenuo aspettare che questa annosa questione possa essere risolta da un Governo “tecnico” come quello di Monti, ma certamente dare la cittadinanza a chi è nato nel nostro paese oppure ha compiuto qui i propri studi è un tema all’ordine del giorno anche per la stessa borghesia italiana. Purtroppo se non sarà la sinistra a farsi carico di questa elementare battaglia di civiltà lo farà la destra con ben altra sensibilità
25 nov.2011
dai siti:
http://www.legadeisocialisti.it/lds/index.php?option=com_content&view=article&id=127% 3Anon-solo-balottelli&catid=8%3Acultura&Itemid=11
http://bentornatabandierarossa.blogspot.com
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