Diari di Cineclub

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martedì 10 gennaio 2012

PERCHE' L'ITALIA NON FA PIU' SOGNARE GLI AFRICANI di Jamila Mascat





PERCHE' L'ITALIA NON FA PIU' SOGNARE GLI AFRICANI
di Jamila Mascat


Un mese fa mi trovavo all’ufficio postale del mio quartiere, a Roma, per ritirare una raccomandata. Dopo una coda interminabile l’impiegato allo sportello mi ha mormorato qualcosa di incomprensibile. “Mi scusi, può ripetere?” “Siamo in Italia e se non parli italiano è un tuo problema”, ha risposto, perfettamente comprensibile, stavolta. L’ho guardato interdetta, irritata, e gli ho detto, all’infinito: “Io non capire. Tu spiegare meglio”. Dietro di me, nella fila, c’era un altro cliente, anche lui con l’aria piuttosto irritata, che non ha esitato ad intervenire nello scambio: “Ti si deve parlare in turco per farti capire?”, mi ha detto.

Mezz’ora più tardi sono andata a pranzo con Ibrahim, un amico ivoriano, e gli ho raccontato quello che mi era successo. “Ti rendi conto?”. Incredibile, siamo entrambi d’accordo. Un cameriere di un bar vicino all’Olimpico ha fatto pagare ad Ibrahim tre prezzi diversi per una stessa bibita in tre giorni di seguito, fino a quando lui, il quarto giorno, gli ha detto che era africano, non idiota: una scena di ordinario razzismo, nel senso letterale dell’espressione. Alla fine abbiamo riso tutti e due: il razzismo è così stupido che fa ridere.

Dal razzismo di tutti i giorni alla tragedia

Una ventina di giorni dopo, però, quello che è successo a Firenze è stato tutt’altro che divertente : due venditori ambulanti senegalesi uccisi, altri tre gravemente feriti, un assassino suicida, la cui identità ha suscitato immediatamente un dibattito piuttosto caldo. Gianluca Casseri, 60 anni, di Pistoia: un uomo solitario, depresso, autore di saggi sull’esoterismo e sul neo paganesimo, “grande appassionato di fantascienza e ossessionato dal concetto di razza” secondo Il giornale, il quotidiano della famiglia Berlusconi; un eroe acclamato da centinaia di fan che, su Facebook, proponevano la canonizzazione con slogan tipo “Santo subito!”. Un malato mentale, secondo CasaPound, una delle principali organizzazioni dell’estrema destra italiana di cui Casseri era un simpatizzante, che si è affrettata a prendere le distanze dall’assassino sottolineando che “Non era un’attivista”. Era un razzista.

I politici in prima linea…come al solito

Per il resto le dichiarazioni di tutte le forze politiche sui fatti di Firenze, l’allarme contro la xenofobia e le accuse reciproche hanno una sorta di aria di deja vu: abbiamo assistito allo stesso scenario nel 2008 a Milano, in seguito all’omicidio del giovane italiano, originario del Burkina Faso, Abdul Guibre, ucciso a colpi di mazza dal proprietario di un bar e suo figlio per aver rubato dei dolci; poi, nel gennaio 2010, dopo la rivolta dei braccianti agricoli africani a Rosarno, in Calabria, in risposta all’aggressione di tre di loro con fucili ad aria compressa da parte dei cittadini, che a quanto pare, si divertivano a sparargli. E ancora, recentemente, dopo l’’incendio a colpi di molotov del campo rom di Cascina Continassa, vicino Torino, in seguito alla denuncia di una sedicenne italiana che prima aveva accusato dei rom di averla violentata e poi ha ammesso di essersi inventata tutto. Qualche giorno più tardi ci sono stati gli omicidi di Firenze.

Crimini razzisti sullo sfondo delle “politiche dell’odio”

Nel suo rapporto 2009-2010 su “Razzismo e discriminazione in Italia”, l’ European Network Against Racism suggerisce che il governo dovrebbe sensibilizzare maggiormente la popolazione nei confronti dei “crimini razzisti”. I crimini, dunque. Non gli incidenti o le catastrofi naturali, di fronte ai quali non basta ripetersi all’infinito che il razzismo è orribile e sperare che un giorno scomparirà.

Pap Diaw, il rappresentante della comunità senegalese di Firenze, ha denunciato la “politica dell’odio” e le responsabilità di tutto l’ apparato istituzionale, nel migliore dei casi manchevole, nel peggiore complice del pesante clima di intolleranza che permea l’Italia. Nel corso della manifestazione antirazzista del 17 dicembre in solidarietà con le vittime, Diaw non ha risparmiato parole dure nei confronti della legislazione italiana in materia d’immigrazione e del sistema politico, accusato di aver sempre preso il razzismo alla leggera. “Una ferita non curata incancrenisce”, ha concluso Diaw, esigendo la chiusura di tutti quei luoghi che coltivano la xenofobia, in particolar modo Casapound. Ma Matteo Renzi, il sindaco di Firenze (Partito Democratico), non è d’accordo. “Non è certo dicendo che un centro sociale vada chiuso che si risolvono i problemi”. Forse. Ma non si risolvono nemmeno facendo apologia della tolleranza nei confronti di chi professa l’intolleranza.

La fascinazione del fascismo

Femminismo a Sud, un blog antisessista e antifascista, ha pubblicato  una sorta di provocatorio “J’accuse” che ha suscitato un animato dibattito in rete . Il blog ha compilato una lista di giornalisti e politici di sinistra che avrebbero in un modo o nell’altro contribuito a sdoganare l’immagine dell’estrema destra italiana: dai reportage “fascio-trendy” fino alla sottoscrizione di un appello che difendeva il diritto di Casapound a “manifestare indipendentemente dal giudizio che si possa avere sui contenuti o sui promotori di tali manifestazioni”.

Si può leggere in questo post:

il fascino fascista (…) ha contagiato un po’ di gente, anche insospettabili, tutti a citare Voltaire, tutti a immolarsi pur di fare parlare un neofascista, tutti a dare lezioni di libertarismo agli antifascisti, (…) gli antifascisti che avvisavano tutti del fatto che la legittimazione culturale a certa gente significa legittimazione alle orrende azioni che da quella cultura sono istigate e ispirate”.

Il post solleva delle obiezioni legittime sui limiti della tolleranza. Fino a che punto?
Potremmo dire che dipende dal livello d’intolleranza. È stato quindi detto che i militanti di Casapound, i fascisti del terzo millennio, fossero dei “fascisti soft”, che dalla bocca di certi portavoce di partiti rappresentati al Parlamento si odono esternazioni ben più xenofobe. Può darsi. Chiamiamoli allora fascisti del XXI° secolo se preferite, dei razzisti soft che non si rifanno alle teorie della razza ma chiedono il blocco delle frontiere poiché l’immigrazione nuoce agli immigrati, e ciò li turba. Sarebbero quindi, questi, dei razzisti tollerabili ?
D’altra parte, Casapound non è un caso isolato in Italia. Nella galassia dell’estrema destra neofascista, fenomeno che si è sviluppato in maniera inquietante nel corso degli ultimi quindici anni, ce n’è per tutti i gusti. La destra radicale italiana è sempre più composita, e coloro i quali subiscono il fascino del richiamo xenofobo non hanno che l’imbarazzo della scelta.

Casapound, lungi dall’essere un caso isolato

Così abbiamo Forza Nuova, organizzazione catto-fascista che chiede l’abrogazione della legge sull’aborto, tesse le lodi della colonizzazione e denuncia, tramite dei video caricati su youtube, il razzismo degli immigrati nei confronti degli italiani. C’è poi Fiamma Tricolore, che nel suo programma sull’immigrazione elenca le sottili differenze tra le predisposizioni morali degli immigrati: i magrebini creano sempre problemi, i filippini sono piuttosto tranquilli, i rumeni sono indispensabili ma criminali. E La Destra, partito d’ispirazione “cattolica, solidale, europea, occidentale e cristiana”, il cui fondatore e segretario, Francesco Storace, ex presidente della regione Lazio, è convinto che l’Italia sia troppo tollerante, addirittura un po’ “cogliona” nei confronti delle culture “degli altri”.

Verso una banalizzazione del razzismo?

La questione della soglia tollerabile del razzismo somiglia a quella della soglia di tolleranza del dolore fisico, essendo l’una e l’altra variabili e legate alle abitudini. La banalizzazione del razzismo in Italia ha contribuito ad innalzare la soglia ad un livello successivo. Infatti il numero di croci celtiche e di scritte razziste che si possono vedere un po’ dappertutto sui muri di Roma, gli insulti e gli slogan xenofobi negli stadi, le mani destre alzate, sono direttamente proporzionali all’espressione del razzismo istituzionale. L’abituale retorica della Lega Nord ne è un esempio più che rivelatore se si considera che un deputato europeo del partito, Mario Borghezio, non esita durante i raduni ad invitare i suoi sostenitori a fare pulizia, a “disinfettare gli immigrati”.
Se da un lato dunque, la legge Mancino (1993) vieta ogni parola, gesto e simbolo che incita alla discriminazione per “motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” dall’altra il parlamento italiano ha votato tra il 2008 e il 2010 due “pacchetti sicurezza” che includono, tra le altre cose, le leggi per trasformare lo stato di clandestinità degli immigrati senza documenti in reato e che danno più potere ai sindaci in materia di “sicurezza urbana”. Sindaci come Fabio Tosi, anch’egli Lega nord, che amministra la città di Verona dal 2007 e che secondo un recente sondaggio pubblicato nel quotidiano Il sole 24 ore è uno dei più amati d’Italia. Tutto ciò nonostante il fatto che nel 2001 sia stato condannato in tribunale per violazione della legge Mancino, dopo aver lanciato la campagna “Firma anche tu per mandare via gli zingari dalla nostra città”

Il razzismo, sempre più tollerato

Secondo l’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) nel 2011 ci sono state 1.005 denunce di razzismo in Italia, una cifra certamente ben al di sotto della realtà. E secondo un’inchiesta realizzata dal comitato italiano dell’Unicef il 54% degli adolescenti di origine straniera dichiara di aver vissuto un’esperienza di razzismo; si può quindi immaginare una cifra ancora più elevata nei casi degli immigrati appena arrivati. L’abitudine fa sì che la soglia di tolleranza sia diventata molto alta anche tra le vittime degli atti razzisti.

Confesso che davanti al razzismo da stadio o ordinario (il proprietario del bar di quartiere dove bevevo regolarmente il mio cappuccino a Roma mi chiamava “negretta bella”), a volte tendo a pensare che tutto questo sia troppo ridicolo per essere preso sul serio. Come prendere sul serio le centinaia di tifosi che fanno il verso dello scimpanzé dagli spalti quando un giocatore nero della squadra avversaria tocca la palla?

Traduzione a cura di EveBlissett e Luna

dai siti  http://www.slateafrique.com/80519/italie-florence-rever-africains

              http://femminismo-a-sud.noblogs.org/



TOLENTINO RICORDA IL PATRIOTA SANDRO PERTINI di Carlo Felici



TOLENTINO RICORDA IL PATRIOTA SANDRO PERTINI
di Carlo Felici



Discorso del 17/12/2011 nell'aula consigliare del Comune di Tolentino, nell'anniversario del quarantennale del conferimento della cittadinanza onoraria a Sandro Pertini. La parte in corsivo non è stata letta per ragioni di spazio e di tempo. Il discorso è stato integrato con una lettura di un brano in cui Pertini ricorda Gramsci e dalla lettera che mandò alla madre con il rifiuto sdegnato della richiesta di grazia


Buongiorno,

ringrazio la cittadinanza, in particolare i ragazzi e i loro insegnanti qui convenuti,‭ ‬le autorità cittadine e comunali ed il sindaco di Tolentino: Luciano Ruffini,‭ ‬gli amici e compagni dell'ANPI,‭ ‬il suo Presidente: Lanfranco Minnozzi,‭ ‬e tutti coloro che hanno reso possibile questo incontro,‭ ‬a cui sono onorato di poter partecipare in veste di oratore. Un ringraziamento particolare anche al compagno Giuseppe Iacopini
Tengo a precisare che,‭ ‬anche se nel manifesto illustrativo dell'evento,‭ ‬c'è scritto prof.,‭ ‬io non sono qui in veste di professore,‭ ‬e nemmeno di intellettuale socialista,‭ ‬ma essenzialmente in quella di patriota,‭ ‬proprio per celebrare la memoria di un grande patriota italiano: Sandro Pertini, a quarant’anni dal conferimento della cittadinanza onoraria avvenuta con il voto unanime del Consiglio comunale su proposta dell’allora Sindaco Roberto Massi (Deliberazione n. 90 del 6 maggio 1971).

Pertini, come sapete è stato ospite della Città di Tolentino due volte, da Presidente della Camera dei Deputati il 13 aprile 1975 e da Presidente della Repubblica il 30 ottobre 1981. E nella prima occasione ebbe modo di scrivere nel Registro delle visite illustri del Comune: “Al generoso e fiero popolo marchigiano con ammirazione e con affetto”.
Sandro Pertini è rimasto sicuramente nel cuore di tutti coloro che vissero durante il suo settennato di Presidenza della Repubblica,‭ ‬come il Presidente più amato dagli italiani,‭ ‬e così è anche per me,‭ ‬che durante il suo settennato ho forse vissuto gli anni più belli della mia vita.
‭ ‬Le sue parole,‭ ‬la sua immagine,‭ ‬in particolare,‭ ‬restano scolpite nell'animo di tutti coloro che hanno visto una Italia sicuramente più grande e più rispettata di quella che abbiamo oggi sotto gli occhi.‭ ‬Una Italia che entrava allora nel novero delle grandi potenze economiche del mondo e che riusciva a ridurre drasticamente l'inflazione,‭ ‬con la crescita del suo PIL di ben‭ ‬20‭ ‬punti di percentuale,‭ ‬anche se pure allora il rapporto debito PIL non era certo confortante.
Una Italia mai come in altri momenti in tutto il dopoguerra, così ammirata e rispettata e con un Presidente della Repubblica ed un Presidente del Consiglio ambedue socialisti.
Per ricordare la vita di Pertini non basterebbe una settimana di incontri e commemorazioni,‭ ‬ed io cercherò,‭ ‬in questa sede,‭ ‬di focalizzare solo gli eventi più salienti della sua lunga e memorabile testimonianza politica e civile.‭ ‬Ricorderemo oggi specialmente i passaggi più significativi‬ del suo impegno sociale,‭ ‬morale,‭ ‬civile ed istituzionale e mi perdonerete se non riuscirò a menzionarli tutti anche nei minimi particolari, come meriterebbero.

Fu il prof.‭ ‬Barotono di filosofia,‭ ‬esegeta del Socialismo che‭ “‬iniziò‭” ‬il giovane Pertini a dare senso compiuto alle sue vocazioni e predilezioni,‭ ‬e questo ci fa capire quale‭ “‬miracolo‭” ‬può fare la scuola e quanto debba essere tuttora importante valorizzarla,‭ ‬fornendole mezzi adeguati per la sua‭ “‬missione‭”‬.
Pertini,‭ ‬quando scoppiò‭ ‬la‭ “‬grande guerra‭”‬,‭ ‬fu tra quelli che,‭ ‬come Matteotti,‭ ‬gridarono‭ “‬abbasso la guerra‭!”‬,‭ ‬facendosi anche molti nemici tra i suoi compagni interventisti,‭ ‬ma ci andò,‭ ‬poi,‭ ‬militando in prima linea ed insegnando persino,‭ ‬da comandante,‭ ‬ai suoi‭ “‬fratelli soldati‭”‬,‭ ‬un metodo infallibile per raffreddare le mitragliatrici,‭ ‬risparmiando acqua preziosa:‭ ‬pisciarci sopra.‭ ‬Questo però non gli impedì atti di valore,‭ ‬come la conquista del monte Jenelik,‭ ‬che gli fece meritare la medaglia d'argento al valor miliare,‭ ‬un vero scandalo per i vertici miliari costretti a riconoscerla ad un dichiarato pacifista e socialista,‭ ‬tanto che la pratica per la sua assegnazione andò misteriosamente persa.
Come si possa giustificare tutto ciò,‭ ‬ce lo spiega Pertini stesso affermando:‭ “‬l'amore per l'umanità che ogni spirito eletto e libero non può non sentire,‭ ‬non esclude ma anzi comprende l'amore per la patria‭”‬.‭ ‬Primo grande atto di un grande patriota.



La sua militanza politica inizia nel 1918 con l'iscrizione al PSI e nel primo dopoguerra,‭ ‬in particolare,‭ ‬dopo il delitto Matteotti,‭ ‬giunge a maturazione la sua storia di patriota antifascista militante e combattente. Il 22 maggio 1925 Sandro Pertini è arrestato, e il 3 giugno condannato a 8 mesi di detenzione (oltre che al pagamento di un'ammenda) per avere distribuito il libello:‭ “‬Sotto il barbaro dominio fascista‭http://it.wikisource.org/wiki/Sotto_il_barbaro_dominio_fascista ,
in cui‭ ‬rivendica la paternità di alcuni scritti antifascisti ed attribuisce la responsabilità alla monarchia per il perdurare del regime fascista, in particolare esprime sfiducia nell'operato del Senato del Regno, composto in maggioranza da filofascisti, chiamato a giudicare in Alta Corte di Giustizia l’ eventuale complicità del generale Emilio De Bono nel delitto Matteotti. In tale frangente si difende con tanto ardore e fermezza che anche i suoi avversari lo ascoltano in piedi,‭ ‬ammirati,‭ ‬in silenzio. Il 9 giugno 1925, alla vigilia dell'anniversario del delitto Matteotti, aiutato da alcuni operai, Pertini riesce ad appendere, sotto la lapide che alla fortezza di Savona ricordava la prigionia di Giuseppe Mazzini, una corona con un nastro rosso e la scritta: "gloria a Giacomo Matteotti".

‬Il suo studio legale viene devastato più volte e nel 1926 viene duramente malmenato e finisce in ospedale,‭ ‬però evita di denunciare il suo aggressore:‭ ‬un giovane operaio pagato dai fascisti.‭ ‬Nel dicembre dello stesso anno, viene condannato al confino per 5 anni, in seguito alla proclamazione delle leggi speciali anti-fasciste.
Per sfuggire alla condanna ripara a Milano ed entra in contatto con i più illustri militanti dell'antifascismo come Rosselli,‭ ‬Parri e Olivetti,‭ ‬avendo l'incarico di aiutare Turati a rifugiarsi in Francia.‭ ‬Ci riesce,‭ ‬ma Parigi non è ambiente consono per un combattente dedito all'azione come lui,‭ ‬si reca quindi a Nizza,‭ ‬dove vive con i più disparati mestieri e crea,‭ ‬con i soldi ereditati,‭ ‬una stazione radio,‭ ‬che però il governo italiano riesce a far chiudere,‭ ‬Pertini viene così condannato ma ad un solo mese,‭ ‬con la condizionale.
Rientra imperterrito clandestinamente in Italia e pianifica un attentato contro il Duce,‭ ‬ma viene riconosciuto ed arrestato il 14 aprile del 1929 dopo solo 20 giorni di libertà in Patria.‭ ‬Partecipa con distacco al processo ed alla fine non manca di gridare con disprezzo:‭ “‬Abbasso il fascismo e viva il Socialismo‭!” E' condannato a 10 anni e 9 mesi di reclusione.
Si apre così la fase più dura della sua vita:‭ ‬ben‭ ‬14‭ ‬anni di privazione della libertà,‭ ‬con un carcere:‭ ‬Santo Stefano ed un numero di matricola:‭ ‬6955.‭ ‬Per il compagno Sandro è finita la giovinezza ma inizia una maturità di lotta implacabile al fascismo che lo condurrà,‭ ‬assieme a tanti altri patrioti,‭ ‬fino alla vittoria.
Studia,‭ ‬e scrive,‭ ‬rivendicando sempre energicamente i suoi diritti. ‬Si ammala nel 1930 ‬e viene trasferito a Turi dove incontra Gramsci, e due anni dopo nel sanatorio giudiziario di Pianosa.
Sono veramente toccanti i ricordi di questi momenti,‭ ‬Pertini che implora,‭ ‬di nascosto al grande leader comunista,‭ ‬il direttore del carcere affinché,‭ ‬di notte,‭ ‬lo spioncino della sua cella venga chiuso senza sbatterlo per non interrompere il fragilissimo sonno di Gramsci,‭ ‬lo stesso che invita Pertini a dividere con lui il pranzo di Pasqua ‬inviatogli dalla sua famiglia ma che,‭ ‬impossibilitato a ciò dalle autorità carcerarie,‭ ‬rifiuta poi di mangiarlo.‭ ‬Due uomini accomunati da una stessa passione politica e civile anche se ideologicamente distinti,‭ ‬ma mai opposti,‭ ‬mai conflittuali.
Rifiuta persino in modo duro e sdegnoso ma commovente,‭ ‬la domanda di grazia inoltrata dalla madre,‭ ‬dopo tre anni di condanna, arrivando quasi ad una rottura con lei.
Pertini ormai ha la coscienza,‭ ‬pienamente maturata nella lotta e nella sofferenza,‭ ‬di voler generare una‭ ‬Patria libera e democratica.‭ E' già un padre della Patria repubblicana antifascista.

Riacquista la libertà solo nell'agosto del 1943, dopo aver vissuto nei confini di Ponza (1935), delle Tremiti (1939) prima e a Ventotene poi. Finalmente entra nella Resistenza.‭ ‬E‭' ‬a Roma tra le barricate del‭ ‬10‭ ‬Settembre per organizzare, con Nenni e Saragat, la lotta armata per il Partito Socialista.‭ ‬La repressione infuria in quel periodo nella capitale,‭ ‬con tristissimi episodi ed eccidi:‭ ‬via Tasso,‭ ‬le fosse Ardeatine,‭ ‬la banda Koch,‭ ‬il rastrellamento del Quadraro.‭ ‬Pertini è ancora in prima linea e viene arrestato di nuovo ‬ed interrogato dalle autorità tedesche,‭ ‬condotto ancora in carcere,‭ ‬pende su di lui la condanna a morte.‭ ‬Ma,‭ ‬con spirito indomabile,‭ ‬fugge di nuovo aiutato dalla Resistenza romana.
Deluso dalla svolta di Salerno e dalla mancata insurrezione a Roma,‭ ‬si trasferisce al nord dove organizza l'esercito di liberazione. Tra i partigiani incontra la sua futura moglie Carla Voltolina, che allora operava come staffetta partigiana.
E‭' ‬tra i protagonisti dell'insurrezione di Firenze e in seguito ad un avventuroso viaggio tra le Alpi,‭ ‬finalmente,‭ ‬nell'aprile del‭ ‬1945,‭ ‬si trova a Milano.
E qui vorrei lasciare allo stesso Pertini,‭ ‬il ricordo e la spiegazione di tale memorabile esperienza,‭ ‬con le parole tratte da un suo celebre discorso del‭ ‬1970:

‭“‬Giustamente,‭ ‬dunque,‭ ‬quando si ricorda la Resistenza si parla di Secondo Risorgimento.‭ ‬Ma tra il Primo e il Secondo Risorgimento protagoniste sono minoranze della piccola e media borghesia,‭ ‬anche se figli del popolo partecipano alle ardite imprese di Garibaldi e di Pisacane.‭ ‬Nel Secondo Risorgimento protagonista è il popolo.‭ ‬Cioè guerra popolare fu la guerra di Liberazione.‭ ‬Vi parteciparono in massa operai e contadini,‭ ‬gli appartenenti alla classe lavoratrice che sotto il fascismo aveva visto i figli suoi migliori fieramente affrontare le condanne del tribunale speciale al grido della loro fede.‭
‬Non dimentichiamo,‭ ‬onorevoli colleghi,‭ ‬che su‭ ‬5.619‭ ‬processi svoltisi davanti al tribunale speciale‭ ‬4.644‭ ‬furono celebrati contro operai e contadini.‭
‬E la classe operaia partecipa agli scioperi sotto il fascismo e poi durante l'occupazione nazista,‭ ‬scioperi politici,‭ ‬non per rivendicazioni salariali,‭ ‬ma per combattere la dittatura e lo straniero e centinaia di questi scioperanti saranno,‭ ‬poi,‭ ‬inviati nei campi di sterminio in Germania.‭ ‬Ove molti di essi troveranno una morte atroce.‭
‬Saranno i contadini del Piemonte,‭ ‬di Romagna e dell'Emilia a battersi e ad assistere le formazioni partigiane.‭ ‬Senza questa assistenza offerta generosamente dai contadini,‭ ‬la guerra di Liberazione sarebbe stata molto più dura.‭ ‬La più nobile espressione di questa lotta e di questa generosità della classe contadina è la famiglia Cervi.‭ ‬E saranno sempre i figli del popolo a dar vita alle gloriose formazioni partigiane.‭
‬Onorevoli colleghi,‭ ‬senza questa tenace lotta della classe lavoratrice‭ ‬-‭ ‬lotta che inizia dagli anni‭ '‬20‭ ‬e termina il‭ ‬25‭ ‬aprile‭ ‬1945‭ ‬-‭ ‬non sarebbe stata possibile la Resistenza,‭ ‬senza la Resistenza la nostra patria sarebbe stata maggiormente umiliata dai vincitori e non avremmo avuto la Carta costituzionale e la Repubblica.‭
‬Protagonista è la classe lavoratrice che con la sua generosa partecipazione dà un contenuto popolare alla guerra di Liberazione.‭
‬Ed essa diviene,‭ ‬così,‭ ‬non per concessione altrui,‭ ‬ma per sua virtù soggetto della storia del nostro paese.‭ ‬Questo posto se l'è duramente conquistato e non intende esserne spodestata.‭”

Queste sono parole molto chiare e significative che fanno giustizia,‭ ‬una volta per tutte,‭ ‬di ogni falso "revisionismo‭”‬,‭ ‬di ogni atteggiamento inopinatamente mistificatorio su una guerra di Liberazione che ebbe valore e spessore popolare,‭ ‬fu inesorabilmente lotta di popolo,‭ ‬per una Patria del popolo.
Pertini è in piazza il‭ ‬25‭ ‬Aprile a celebrare la vittoria di quel‭ “‬popolo‭” ‬che egli sottolinea‭ “‬capace delle più grandi cose quando lo anima il soffio della libertà e del socialismo‭”‬.
E la sua umanità e il suo senso di giustizia,‭ ‬pur avendo patito‭ ‬il dolore di lunghi anni di privazione della libertà,‭ ‬non cedono mai al rancore,‭ ‬nemmeno a Piazzale Loreto,‭ ‬lucida è la sua testimonianza:

‭"‬...I corpi non erano appesi.‭ ‬Stavano per terra e la folla ci sputava sopra,‭ ‬urlando.‭ ‬Mi feci riconoscere e mi arrabbiai:‭ «‬Tenete indietro la folla‭!»‬.‭ ‬Poi andai al CLN e dissi che era una cosa indegna:‭ ‬giustizia era stata fatta,‭ ‬dunque non si doveva fare scempio dei cadaveri.‭ ‬Mi dettero tutti ragione:‭ ‬Salvadori,‭ ‬Marazza,‭ ‬Arpesani,‭ ‬Sereni,‭ ‬Longo,‭ ‬Valiani,‭ ‬tutti.‭ ‬E si precipitarono a piazzale Loreto,‭ ‬con me,‭ ‬per porre fine allo scempio.‭ ‬Ma i corpi,‭ ‬nel frattempo,‭ ‬erano già stati appesi al distributore della benzina.‭ ‬Così ordinai che fossero rimossi e portati alla morgue.‭ ‬Io,‭ ‬il nemico,‭ ‬lo combatto quando è vivo e non quando è morto.‭ ‬Lo combatto quando è in piedi e non quando giace per terra‭"‬.‭

Finisce quindi la fase del patriota impegnato nella lotta armata ed inizia quella del patriota dedito ad una lotta non meno dura e implacabile come giornalista,‭ ‬parlamentare,‭ ‬Presidente della Camera ed infine della Repubblica.
Dal‭ ‬1945‭ ‬al‭ ‬1947‭ ‬Pertini vive gli eventi con il suo consueto carattere passionale e anticonformista.‭
Esponente di spicco del partito socialista, ne diventa segretario nel 1945, viene eletto alla Costituente e poi, da deputato, sarà direttore dell' "Avanti!" negli anni 1945-1946.
‬Si schiera contro Saragat per evitare ogni eventuale rottura con i comunisti e lotta aspramente contro ogni forma di facile amnistia per i trascorsi crimini fascisti.
Ma evita anche di sostenere posizioni‭ “‬fusioniste‭” ‬verso il PCI,‭ ‬interrompendo per questo,‭ ‬dopo soli‭ ‬4‭ ‬mesi,‭ ‬la sua esperienza alla segreteria del partito socialista.‭ ‬A lui infatti preme l'unità del suo partito non meno della‭ “‬unità organica della classe operaia‭” ‬E non esiterà per questo,‭ ‬in una intervista rilasciata al quotidiano allora di sinistra Epoca a denunciare il fatto che nel Partito Comunista,‭ ‬a suo dire,‭ “‬permane una mentalità autoritaria‭” ‬e che piuttosto il Partito Socialista deve esercitare una missione di‭ “‬mediatore tra il mondo occidentale ed orientale‭”‬,‭ ‬senza alcuna forma di subordinazione a Mosca,‭ ‬guardando in particolare al successo degli altri partiti socialisti in Europa.
E‭' ‬l'unico socialista che va a palazzo Barberini in un disperato tentativo di scongiurare l'imminente scissione e senza accusare di tradimento gli scissionisti.‭ ‬Alla fine di aprile del‭ ‬1947‭ ‬inizia a dirigere‭ “‬il lavoro nuovo di Genova‭” ‬e continuerà a farlo per altri‭ ‬21‭ ‬anni,‭ ‬sviluppando già da allora i temi significativi dell'impegno socialista su questioni cruciali come la crisi del maggio-giugno del‭ ‬1947,‭ ‬il piano Marshall,‭ ‬il trattato di pace,‭ ‬la costituzione del Cominform e la politica della Democrazia Cristiana.

‭ Nel‭ ‬1948‭ ‬la sua passione politica torna a galvanizzarsi.‭ ‬Al XXVI congresso prende netta posizione contro l'eventualità di presentare liste comuni con i comunisti,‭ ‬viene sconfitto e non entra nella nuova direzione del partito,‭ ‬gettandosi nell'agone elettorale,‭ ‬e nonostante come membro della Costituente e la lunga prigionia sotto il fascismo gli garantiscano un seggio parlamentare di diritto.‭ ‬E‭' ‬questo il periodo anche un po‭' ‬ingenuo dell'esaltazione di alcune conquiste della Unione Sovietica.‭ ‬Ma anche quello dei limiti della socialdemocrazia europea succube della ferrea logica della guerra fredda.

Dal‭ ‬1953‭ ‬al‭ ‬1957‭ ‬l'impegno di Pertini è caratterizzato dal duro scontro parlamentare contro la legge truffa,‭ ‬ma quelli sono anche gli anni della rivolta di Berlino e dei fatti di Ungheria che vedono,‭ ‬ad onor del vero,‭ ‬Pertini elogiare anche Stalin,‭ ‬da vivo e da morto.‭ ‬Una cosa,‭ ‬ricordando tali eventi,‭ ‬va però ricordata con onestà e fermezza,‭ ‬se egli associa il nome del dittatore sovietico alle grandi realizzazioni del socialismo e soprattutto alla vittoria nel secondo conflitto mondiale,‭ ‬mai troviamo da parte sua parole di comprensione o approvazione,‭ ‬che altri in quel periodo pronunciano esplicitamente nel PCI e che poi rinnegheranno,‭ ‬per le purghe e per i terribili processi allora in corso nell'Europa centrale ed orientale.

Sono anni in cui l'impegno del patriota Pertini viene ribadito nella necessità,‭ ‬come lui stesso afferma,‭ ‬di‭ “‬difendere la Patria contro chiunque tenti di aggredirla‭”‬.

Sui fatti di Ungheria è inizialmente cauto,‭ ‬per poi assumere nel gennaio del‭ ‬1957‭ ‬un atteggiamento decisamente critico verso le posizioni del partito comunista italiano a cui rimprovera di non avere tratto le doverose conclusioni dalle conseguenze del XX congresso del PCUS.

Dal‭ ‬1958‭ ‬al‭ ‬1963‭ ‬Pertini,‭ ‬come deputato,‭ ‬si afferma sempre di più sul piano nazionale,‭ ‬partecipa attivamente alla crisi Tambroni del‭ ‬1960,‭ ‬scende in piazza con i dimostranti a Genova,‭ ‬sostenendo in sede giudiziaria gli imputati per quei fatti,‭ ‬senza mancare un solo giorno di udienza.
Pertini lotta ancora strenuamente in quegli anni per l'unità del partito e per la sua autonomia in un periodo cruciale caratterizzato dall'opera di straordinari personaggi come Kennedy e Giovanni XXIII,‭ ‬ai quali dedicherà pagine di grande simpatia ed apertura,‭ ‬oltre che di fiducia,‭ ‬nella nuova prospettiva di una più autentica e duratura pace mondiale.

Dal‭ ‬1964‭ ‬al‭ ‬1969,‭ ‬attraverso l'esperienza del centrosinistra,‭ ‬cruciale per Pertini è il‭ ‬1968,‭ ‬che lo vede eletto per la prima volta Presidente della Camera dei Deputati.
Alla partecipazione al secondo governo Moro, nel‭ ‬1964‭, ‬però egli nega il proprio voto,‭ ‬e spesso esprime disagio ed apprensione per la partecipazione dei socialisti più al sottogoverno che al governo del Paese,‭ ‬nel suo consueto stile schietto e battagliero.
In politica estera la sua condanna dell'invasione della Cecoslovacchia è netta,‭ ‬e il‭ ‬24‭ ‬Gennaio del‭ ‬1969‭ ‬fa celebrare alla Camera il sacrificio del giovane Jan Palach immolatosi per la libertà del suo popolo.‭ ‬Non mancano,‭ ‬in quegli anni cruciali di lotte e di crisi delle due superpotenze,‭ ‬le sue battaglie libertarie anche in favore dei popoli oppressi dalle dittature e dai regimi militari in Occidente,‭ ‬contro il regime di Franco in Spagna e quello dei colonnelli in Grecia,‭ ‬e più tardi anche contro la tirannia militare cilena.

Negli anni successivi il suo impegno non si esaurisce e resta una testimonianza indelebile di difesa strenua delle istituzioni democratiche sotto l'attacco del terrorismo che culmina con l'assassinio di Aldo Moro.‭ ‬La reazione democratica dello Stato coincide proprio con la sua elezione a Presidente della Repubblica l‭'‬8‭ ‬luglio‭ ‬1978,‭ ‬con voto quasi unanime del Parlamento‭ (‬832‭ ‬voti su‭ ‬995‭ ‬votanti‭)‬.

Gli anni del Presidente della Repubblica Pertini,‭ ‬sono quanto di più bello abbia potuto produrre la storia della nostra pur fragile e giovane Repubblica Democratica.‭ ‬Una pagina indelebile di umanità,‭ ‬semplicità e fermezza e forza comunicativa,‭ ‬in un periodo terribile per gli attacchi della criminalità e del terrorismo e per i nuovi allarmanti segnali dell'acuirsi del confronto tra est e ovest,‭ ‬con nuove e micidiali armi missilistiche transcontinentali. Negli anni della sua presidenza, Pertini manifesta più volte con grande determinazione il suo impegno nella lotta per tutelare i diritti umani, si schiera contro l'apartheid in Sudafrica, contro le dittature sudamericane, così come contro l'intervento sovietico in Afghanistan.
Grande comunicatore, dimostra in tutte le occasioni ufficiali una straordinaria schiettezza e, al tempo stesso, un grande equilibrio, che conferiscono alle sue parole una dimensione universale. Nessun capo di stato o uomo politico italiano ha conosciuto all'estero una popolarità paragonabile a Sandro Pertini, ovunque, nelle sedi più disparate. Gli vengono conferite lauree honoris causa dalle più prestigiose università, diventa Accademico di Francia, e gli organi di informazione stranieri lo ricercano in continuazione. Con lui l'immagine dell'Italia nel mondo fa un tale salto di qualità che risulta tuttora irripetuto.
Sempre,‭ ‬nelle occasioni più tragiche e in quelle più festose,‭ ‬la testimonianza del Presidente più amato dagli italiani è momento di conforto,‭ ‬di speranza e di gioia,‭ ‬oltre che di fermezza inflessibile,‭ ‬nell'affrontare i nemici della democrazia,‭ ‬e di amorevole pazienza per propiziare il superamento dei passaggi più cruciali della nostra storia.‭
Costante è la sua presenza nei casi umani più tragici della nostra storia recente:‭ ‬e potremo citarne molti,‭ ‬tutti contraddistinti dallo stesso filo conduttore‭ ‬:‭ ‬severità verso i responsabili,‭ ‬umanità verso le vittime e commossa partecipazione nella tragedia.‭ ‬Ricordiamo tra i tanti:‭ ‬Vermentino,‭ ‬la tragedia dell'Irpinia,‭ ‬e ancora le innumerevoli morti di vittime innocenti ed eccellenti,‭ ‬in particolare il giorno della strage di Bologna,‭ ‬quando è l'unico ad essere applaudito dalla folla ed in lacrime dice:‭ «‬non ho parole,‭ ‬siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia‭»‬.‭

Memorabili le sue parole contro la mafia da lui definita “la nefasta attività contro l'umanità

Ogni volta,‭ ‬in ognuna di tali occasioni,‭ ‬la sua voce tuona letteralmente di indignazione,‭ ‬di furibonda e sincera ira verso i colpevoli e scende come una tenera carezza a consolare le tante famiglie delle vittime che se lo trovano sempre accanto,‭ ‬con affetto come uno di loro,‭ ‬uno di noi,‭ ‬un fratello,‭ ‬un padre,‭ ‬un nonno.
Il suo spirito di indomito lottatore,‭ ‬spesso acre,‭ ‬mordace e ironico trova modo di stemperarsi e di manifestarsi in un linguaggio pacato e persuasivo,‭ ‬sempre proteso alla tutela dei valori della Costituzione.

Alla sua morte, il 24 febbraio del 1990 all'età di 94 anni, gli italiani hanno pianto non solo la scomparsa di un loro caro amico e compagno, ma anche quella di un'epoca di grande passione ed impegno civile.

Citiamo adesso alcuni brani tratti da alcuni suoi celebri discorsi o interviste:

“Più volte ho fatto il bilancio della mia vita e tutte le volte sono arrivato a questa conclusione: se si avverasse per me il miracolo di Faust e mi fosse dato di ricominciare da capo, prenderei la stessa strada che presi ventenne nella mia Savona, e la percorrerei con la fede, la volontà e l'animo di allora, pur sapendo di doverne pagare il prezzo, lo stesso prezzo che ho pagato, così, giunto al termine della mia giornata, mi volgo a guardare la strada che ho percorso, e mi sembra di avere speso bene la mia vita.”

“‬Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste.‭ ‬Ecco l'appello ai giovani:‭ ‬di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato‭; ‬di difendere la Repubblica e la democrazia.‭ ‬E cioè,‭ ‬oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici:‭ ‬l'onestà e il coraggio.‭ ‬L'onestà...‭ ‬l'onestà...‭ ‬l'onestà.‭ [‬...‭] ‬E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo:‭ ‬di cercare di essere onesti,‭ ‬prima di tutto:‭ ‬la politica deve essere fatta con le mani pulite.‭ ‬Se c'è qualche scandalo.‭ ‬Se c'è qualcuno che da‭' ‬scandalo‭; ‬se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi,‭ ‬deve essere denunciato‭!”

“Per me libertà e giustizia sociale,‭ ‬che poi sono le mete del socialismo,‭ ‬costituiscono un binomio inscindibile:‭ ‬non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale,‭ ‬come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà.‭ ‬Ecco,‭ ‬se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale,‭ ‬ma privandomi della libertà,‭ ‬io la rifiuterei,‭ ‬non la potrei accettare.‭ [‬...‭] ‬Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana.‭ ‬Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame,‭ ‬che è nella miseria,‭ ‬che non ha un lavoro,‭ ‬che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli‭? ‬Questo non è un uomo libero.‭”

“L‭'‬Italia,‭ ‬a mio avviso,‭ ‬deve essere nel mondo portatrice di pace:‭ ‬si svuotino gli arsenali di guerra,‭ ‬sorgente di morte,‭ ‬si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame.‭ ‬Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra.‭ ‬Questa è la strada,‭ ‬la strada della pace che noi dobbiamo seguire.‭”

Vorrei chiudere questo mio intervento commemorativo con l'esortazione a considerare l'esempio e la testimonianza del Patriota Pertini come faro di luce nel buio di una contingenza afflitta da perduranti problemi di ingiustizia sociale e di pericoli di guerra,‭ ‬ed in particolare,‭ ‬per questi giorni della nostra Patria,‭ ‬tuttora offesa dalla criminalità e dalla corruzione.‭ ‬Oggi gli arsenali non vengono ancora svuotati,‭ ‬ma sono piuttosto riempiti con armamenti e bombardieri sempre più sofisticati e costosi.‭ ‬E i granai,‭ ‬la sussistenza e in vari casi ormai la stessa sopravvivenza per la gente più povera del nostro Paese,‭ ‬fin anche la dimora stessa in cui ciascuno non può fare a meno di abitare,‭ ‬si impone che abbiano costi sempre crescenti,‭ ‬fino a diventare insopportabili,‭ ‬e che la stessa vita dedicata al lavoro non trovi,‭ ‬nel suo inevitabile crepuscolo,‭ ‬un compimento di pace e di riposo,‭ ‬ma si debba andare incontro ad una quiescenza,‭ ‬per altro sempre dilazionata nel tempo,‭ ‬nella marginalizzazione e nella povertà.‭ ‬La giustizia sociale è, oltre tutto, in vari casi ancora oggi vilmente asservita alla libertà ed ai privilegi di pochi che non sono mai disposti a rinunciarvi.
Questo dovrebbero considerarlo in particolar modo i giovani che non hanno attualmente,‭ ‬nella classe politica dirigente al potere,‭ ‬purtroppo,‭ ‬sufficienti esempi di grande onestà,‭ ‬saggezza e trasparenza morale e civile,‭ ‬come quello che seppe darci Sandro Pertini.

Vedete,‭ ‬cari giovani,‭ ‬certe virtù non piovono dal cielo,‭ ‬né basta insegnarle se poi non si è pronti a viverle e a testimoniarle con la propria vita,‭ ‬come fecero tanti altri giovani come voi,‭ ‬sulle montagne di questi luoghi bellissimi che essi hanno irrorato con il loro purissimo sangue.
Certe virtù possono solo sgorgare da un animo libero,‭ ‬che rifiuta sdegnosamente la‭ “‬grazia accomodante‭” ‬di servire il potere in cambio di vantaggi e clientele,‭ ‬o per affermarsi o tanto meno per sopravvivere,‭ ‬così come fece Sandro Pertini,‭ ‬quando rifiutò di chiedere la grazia e si incamminò pazientemente verso altri lunghi e dolorosi anni di carcere,‭ ‬senza sapere se,‭ ‬all'uscita di quel tunnel,‭ ‬ci sarebbe stata ancora una luce.
La luce,‭ ‬anche nel cammino più buio,‭ ‬bisogna conservarla dentro di noi,‭ ‬come diceva un altro grande martire dell'antifascismo,‭ ‬compagno ed amico fraterno di Sandro Pertini:‭ ‬Carlo Rosselli‭ “‬La nostra missione è quella di tener duro quando tutti cedono‭; ‬di alzare la fiaccola dell'ideale nella notte che circonda‭; ‬di anticipare con l'intelligenza e l'azione l'immancabile futuro.‭”
Io sono venuto,‭ ‬per questo,‭ ‬qui,‭ ‬come un umile tedoforo, per consegnarvi questa sacra fiaccola affinché voi la facciate ardere e risplendere ed impediate che nel futuro si spenga.
E non si spegnerà se nelle piazze,‭ ‬nelle città,‭ ‬nei paesi,‭ ‬nelle fabbriche,‭ ‬nelle scuole,‭ ‬nei luoghi delle amministrazioni civili e politiche,‭ ‬la gente tornerà a lottare e non resterà chiusa in casa a farsi indottrinare da uno schermo televisivo,‭ ‬se anche i nuovi strumenti di comunicazione tecnologica diventeranno rete di lotta e di emancipazione civile,‭ ‬per la condivisione di un impegno comune di giustizia e di libertà.

Siamo oggi di fronte ad un momento particolarmente cruciale e difficile nella storia del nostro paese e rischiamo anche questa volta di subire un'altra dittatura non meno subdola e feroce:‭ ‬quella del mercato,‭ ‬della speculazione e del profitto.
Non dobbiamo rassegnarci a consegnare permanentemente il nostro destino nelle mani di‭ “‬tecnici esperti‭” ‬affinché lo rendano compatibile con gli obiettivi di un nuovo ed ancor più potente autoritarismo.‭ ‬Perché il destino di un Paese,‭ ‬specialmente in una democrazia che sia tale di fatto e non solo di nome,‭ ‬è del popolo.‭ ‬E‭' ‬nostro e solo nostro‭!
Dobbiamo quindi riprendere nelle nostre mani la capacità di gestirlo,‭ ‬e di orientarlo,‭ ‬con grande coraggio e senso di responsabilità,‭ ‬anche se il mondo ci appare troppo piccolo per le nostre aspirazioni o troppo grande per la nostra capacità di reagire.

Ricordo con nostalgia e tenerezza la finale dei campionati del mondo vinti dall'Italia nel 1982, quando, assistendo al terzo gol, Pertini si alzò in piedi con il dito levato verso l'alto, e, scuotendolo forte, gridò al cancelliere Schmidt che era lì vicino a lui: “No, no, non ci riacchiappate più!” Erano compagni socialisti, prima ancora che responsabili dei governi di due fondamentali Paesi europei, e la partita, da noi vinta con un secco 3-1, si concluse poi con un abbraccio tra i due.



Ebbene, lo stesso Schmidt, ormai noventaduenne e su una sedia a rotelle, pochi giorni fa, non ha voluto mancare al recente appuntamento del congresso dell'SPD, levando alta la sua voce ed ammonendo che (cito un articolo uscito di recente su L'Unità):

- «Dobbiamo avere nel cuore un sentimento di compartecipazione verso i nostri amici e i nostri vicini», non solo per ragioni morali, ma anche perché, senza integrazione, tutti gli stati d`Europa, anche quelli forti, sarebbero oggetto di una marginalizzazione in un mondo in cui si va affermando la forza degli altri continenti e in cui la loro quota percentuale di ricchezza e potenza economica sarà sempre minore.
Egli ha ribadito con molta chiarezza che per sopravvivere, «a lungo termine sarà inevitabile un indebitamento comune di tutta l`Unione». E che la strada giusta è proprio nel rispetto di quest`obbligo alla solidarietà comune che gli stati dell`eurozona dovrebbero evidenziare, accordandosi presto su «stretti criteri di regolazione dei mercati finanziari». Poche migliaia di operatori sui mercati «hanno preso in ostaggio le responsabilità politiche in Europa: ora è arrivato proprio il tempo di ribellarsi». Per farlo sarebbe necessario puntare anche sugli strumenti dell`indebitamento comune. A questi strumenti, ha aggiunto l`ex cancelliere, polemizzando contro il no del governo Merkel agli eurobond, e a un ruolo più ampio della Bce, «noi tedeschi non dovremmo opporre un rifiuto egoistico». Tanto più che, anche se i governi «non fanno alcunché per renderne consapevoli i cittadini», l`interesse comune a una maggiore integrazione è destinato a crescere per ragioni oggettive. Lo afferma uno che ha contribuito a far crescere la casa europea, che «intanto è diventato vecchissimo» con le stesse idee e la stessa fiducia e che non condivide l`europessimismo diffuso. «Tutte le chiacchiere su una presunta crisi dell`euro sono superficialità» diffuse da certi politici e dai media. L`euro è più forte del dollaro e del marco negli ultimi tempi della sua esistenza. -

L'Italia e l'Europa oggi hanno bisogno più che mai del Socialismo di Sandro Pertini e di Helmut Schmidt, fondato su una vera e propria “rivoluzione morale e civile”, ma tale nobile intento non può essere affidato ad una istituzione monetaria, ad un partito di proporzioni minimali, e tanto meno ad una corrente di partito subordinata a logiche di potere e di accomodamento politico sostanzialmente diverse o distanti dagli obiettivi del Socialismo europeo e globale. L'Italia ha bisogno di un grande partito del Socialismo Democratico Europeo, come la SPD e come altri che tuttora, pur con severe autocritiche ed emendando errori passati, riescono validamente a contribuire al progresso dei popoli europei e della grande famiglia politica del PSE. Esso può nascere solo da una valida scomposizione e da un conseguente riassemblamento, su base socialista e democratica, di tutta la sinistra italiana, mediante la progressiva esautorazione dei vertici di partito ed un autentico rinnovamento che provenga dal basso, essenzialmente con il metodo validamente sperimentato delle primarie.

Perché il‭ “‬socialismo‭” ‬non è,‭ ‬come qualcuno inavvedutamente vorrebbe farci credere,‭ “‬un errore antropologico‭”‬,‭ ‬una sorta di‭ “‬deviazione umana‭” ‬da scopi spiritualmente più nobili.‭ ‬No,‭ ‬cari,‭ ‬compagni,‭ ‬amici e compatrioti,‭ ‬il socialismo è tuttora,‭ ‬come ha testimoniato Sandro Pertini sempre,‭ ‬con inarrestabile fermezza nel corso della sua lunga vita,‭ ‬e come testimoniano ancora validamente decine di milioni di persone nel mondo,‭ ‬in particolare dal Sudamerica all'Europa,‭ ‬una delle migliori risposte alla tirannia di un mondo dominato esclusivamente dalla‭ ‬volontà di profitto,‭ ‬dall'egoismo,‭ ‬di pochi a danno della felicità,‭ ‬della vita e della sopravvivenza di molti.
E‭' ‬quella dittatura che,‭ ‬prima ancora di mandarvi in una prigione,‭ ‬o in un confino,‭ ‬ne costruisce una su misura per ogni coscienza,‭ ‬confinandovi solo in voi stessi e distruggendo sistematicamente,‭ ‬privatizzando o facendo scadere ‬gli strumenti formativi di una società libera:‭ ‬le scuole,‭ ‬le università,‭ ‬la cultura e tutti i luoghi della sua creazione.
Oggi,‭ ‬secondo l'implacabile totalitarismo del profitto,‭ ‬l'unica libertà che ci è concessa è quella di competere,‭ ‬come merci,‭ ‬nel mercato.‭ ‬Se, in tale orizzone liberticida, non siamo‭ “‬merce di valore‭”‬,‭ ‬siamo destinati a non contare nulla,‭ ‬o se non contiamo più,‭ ‬a svendere tutto quello che abbiamo conquistato con duri sacrifici,‭ ‬per continuare a sopravvivere.‭ ‬E la conseguenza di tutto ciò produce giovani ridotti sul lastrico di una avvilente e perdurante precarietà,‭ ‬lavoratori cinquantenni considerati‭ “‬rottamabili‭”‬,‭ ‬anziani impossibilitati a sopravvivere con pensioni non più adeguate al costo della vita,‭ ‬disabili privati dell'assegno di accompagnamento o del sostegno nelle scuole.
I ragazzi della Resistenza sacrificarono la loro migliore gioventù perché si avesse uno Stato sociale migliore di quello che, nel suo aberrante razzismo e totalitarismo, il fascismo pur ebbe, non affrontarono il martirio per vederlo abrogare del tutto,‭ ‬non per stare addirittura peggio‭, per scardinare il sistema pensionistico e le tutele dei lavoratori!
Se si è lottato duramente un tempo,‭ ‬a maggior ragione,‭ ‬dobbiamo lottare efficacemente e ancor di più oggi,‭ ‬con con‭ ‬tutti i mezzi che abbiamo,‭ ‬soprattutto quelli della comunicazione,‭ ‬della formazione e dell'impegno politico.
Affinché la nostra libertà,‭ ‬la nostra dignità umana non venga più delegata o svenduta ai plutocrati (che per altro non esitano a dichiarare apertamente di riconoscersi nel duce del fascismo) i quali,‭ ‬nel loro monopolio,‭ ‬la crocifiggono prima sulle antenne sopra i tetti,‭ ‬e l'appiattiscono poi su quegli schermi che equivalgono alla parete di una caverna in cui si resta servi,‭ ‬destinati a confondere le ombre con la realtà, grigi ed inconsistenti, esattamente come le ombre

Ecco,‭ ‬io spero oggi di avere un poco contribuito a segnare il sentiero che porta fuori da quella caverna,‭ anima e corpo, ‬magari ancora in montagna,‭ ‬come nuovi e non meno agguerriti patrioti,‭ ‬alla luce di un sole che,‭ ‬da sempre,‭ ‬è quello del nostro migliore avvenire e..ne sono convinto, vinceremo!

‭ ‬Grazie

C.F.

Dedicato in particolare a tutti i partigiani patrioti delle Marche e dell'Italia, di un tempo, di oggi e di domani.



dal sito http://www.partitosocialista-mc.org/

venerdì 6 gennaio 2012

CHI SONO LE RAGAZZE DI BENIN CITY? PERCHE'? di Antonio Catalano





CHI SONO LE RAGAZZE DI BENIN CITY?  PERCHE'?
di Antonio Catalano




Prima di Natale ho partecipato alla presentazione di un libro sulla “tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi d’Italia”. Autrice una donna appena oltre i trenta proveniente da questa esperienza, Isoke Aikpitanyi. Il libro, Le ragazze di Benin City, edizioni Melampo, da leggere, è una cruda testimonianza di come funziona questa tratta.



Quasi tutte le ragazze che partono dalla Nigeria – un paese ricco di risorse – vogliono sfuggire ad una situazione di estrema miseria e degrado sociale oltre che umano. La televisione, che tutte guardano ossessivamente, le abitua a sognare il paradiso del mondo occidentale e la fuga da un paese dove i «poveri sono poverissimi e i ricchi sono ricchissimi». E anche Isoke, passando e ripassando davanti alle vetrine di un’agenzia di viaggio di Lagos, pensa di poter realizzare il suo sogno di viaggiare, fuggire dal suo paese, ma qui inizia il suo calvario.

Il viaggio di Isoke dal suo paese all’Italia dura due anni, durante i quali vive momenti di grande pericolo e sofferenza (deserto, Marocco, Inghilterra), è reso possibile grazie ad un’organizzazione internazionale capillare. Al termine di questo lungo calvario è sbattuta a Torino, dove, al freddo gelido davanti ad un fuoco con le altre ragazze vestite in mutande, si trova a vivere la sua prima esperienza di strada sul joint, il marciapiede su cui si lavora.

Le ragazze giovanissime, anche di tredici e quattordici anni, sono quelle più facili da gestire per gli italos perché ancora non si rendono ben conto di quello che stanno vivendo. Per individuare le “prede” gli italos (coloro che si occupano della tratta verso l’Italia) frequentano in Nigeria le feste di paese, i matrimoni, i funerali, dove c’è sempre qualcuno che filma le ragazze. E questi filmati sono vagliati con attenzione dalla maman: quella è troppo bassa, quella è troppo piatta, quella è troppo vecchia, quella va proprio bene. «Quella piccolina lì, è lei che voglio». Fatta la scelta lo sponsor va dalla famiglia con dei regali dicendo che in Europa hanno bisogno di belle ragazze per fare la modella, la parrucchiera, la sarta, l’attrice. Spesso la famiglia acconsente, e non di rado sono gli stessi genitori a darsi da fare, sanno infatti che «in quella casa lì ci sono i parenti di una donna che porta le ragazze in Europa, hanno visto che la famiglia s’è fatta la macchina, ha comprato la casa. Allora dicono: anch’io».

La maman considera un problema il fatto che le ragazze siano vergini, che non siano mai andate a letto con qualcuno e che quindi non hanno esperienza. Per questo chiedono che l’organizzazione rimedi: in Nigeria ci sono quelli pagati apposta per controllare che le ragazze non siano più vergini e, se necessario, «darsi da fare per sverginarle loro». Ma chi è la maman? Maman, sister, momma, mamma. Insomma la «sfruttatrice, la magnaccia, la padrona». È la padrona assoluta delle piccole comunità dove vivono le donne prostitute, luoghi “protetti” e chiusi, senza contatti col mondo esterno. La maman quasi sempre è una ex prostituta che, una volta smesso di frequentare il marciapiede, decide di entrare nell’organizzazione. Può essere spietata con le ragazze: «Ci sono certe maman che quando le ragazze non guadagnano abbastanza le picchiano sulle mani. Dicono: le tue mani devono raccattare i soldi. Tanti soldi. Hai capito? Altre invece non picchiano, ma usano parole dure, e ricatti, e minacce di voodoo». Succede spesso che le ragazze una volta chiuso col marciapiede – «bruciate dal marciapiede» – non riescano più a pensare a nulla che non sia la strada. «Diventerò anch’io una maman e farò un sacco di soldi».

Il ricatto più grande per queste donne è il debito. Il debito con l’organizzazione del viaggio.

«Calcola 180 giorni di lavoro estivo. Sono 18 volte che gli devi dare mille euro, per un totale di diciottomila, se sei una ragazza normale. Le rapidò addirittura devono sborsarne venticinquemila. Poi calcola i 180 giorni dell’inverno, in cui ti chiedono solo la metà, novemila euro. Metti insieme estate e inverno. Fanno come minimo ventisettemila euro che gli devi dare sull’unghia sennò sono grane. E le rapidò ne danno molti di più, sui trentasette-trentottomila... In teoria se ti sbrighi in un anno e mezzo puoi pensare di pagare il debito. Oppure in due. C’è anche chi lo paga nel giro di un anno, se trova un cliente pollo da cui farsi dare i soldi. Ma tutto questo, ripeto, è solo teoria».
«Bisogna trovare un minimo di quaranta-quarantacinquemila euro l’anno, se vuoi restare viva. Sono le spese fisse, diciamo… E quando finalmente hai finito di pagare tutto, devi lavorare ancora per guadagnare i soldi per la festa della maman. La festa del ringraziamento». Poi ci sono i soldi che ogni settimana bisogna dare per il joint, l’affitto, il mangiare, e i soldi da mandare a casa. Per capirci, la rapidò è quella che guadagna un sacco di soldi (la cocca della maman), non necessariamente la più bella, ma sicuramente la «più veloce nel capire e nell’adeguarsi, la più determinata, la più furba, quella che arriva sempre prima al lavoro, capisce prima come funziona il mercato, capisce al volo quali sono gli orari migliori per trovare i clienti che pagano di più…».
E spesso la rapidò diventa anche maman.

Sulla strada, sul marciapiede, bisogna andarci come si va ad una «sfilata» da preparare scrupolosamente a casa prima di uscire. La sfilata è il travestimento, una messa in scena per il lavoro. «Ognuna si inventa qualcosa, pur di colpire il cliente. Tu devi colpirlo in una frazione di secondo, mentre passa in macchina. Devi farti scegliere tra cento e cento, se vuoi lavorare».
Bisogna mettere in mostra quello che si ha:
«C’era la mia amica, Lisa, che aveva la quinta di suo, e ancora si imbottiva il reggiseno fino a mostrare una cosa spropositata… lavorava tantissimo… sei hai un bel sedere mostri quello… e poi ci sono le parrucche, ti tengono caldo e ti fanno apparire più sexy, perché coi capelli corti non ti guarda nessuno. Ognuno ha il suo stile, ma a ogni modo le scarpe devono sempre avere il tacco altissimo... Bisogna mostrare la merce, e più merce metti in mostra meglio è».

I pericoli che si corrono sulla strada sono davvero tanti: i balordi che passano e tirano qualcosa; quelli che rubano e picchiano; gli stupratori a pagamento (come sono chiamati dalle ragazze), cioè quelli che solo perché pagano «si sentono in diritto di esigere qualunque cosa, e se dici di no giù botte»; gli stupratori di gruppo, cioè quelli che in tre o quattro per volta caricano a forza la ragazza in auto e «sei fortunata ad uscirne viva»; e poi ci sono anche i due carabinieri che solo perché non soddisfatti hanno picchiato Felicia fino a che non le rimane un solo dente in bocca.

I soldi alle famiglie sono il tormento delle ragazze, sono ossessionate dal dovere di spedire i soldi a casa, raccomandandosi presso di loro di metterli in un conto corrente per quando ritorneranno. Ma quasi sempre questi soldi non ci sono, svaniscono. «Manda i soldi – le avevano detto al telefono –, che costruiamo una casa. Lei manda i soldi per i mattoni, il tetto, le finestre, poi ritorna e non trova niente. Solo il terreno. E a volte nemmeno quello… Tutta l’economia della città (Benin City) si regge sui soldi che arrivano dall’Europa, tutto il business, i taxi, il noleggio dei motorini, l’edilizia, le scuole, tutto si regge sui soldi mandati dalla Western Union».

E se qualcuna pensa di uscire dal giro deve fare i conti con l’organizzazione, a partire dalla maman che la considera propria e per ricattarla – nei casi di ragazze più sprovvedute ed ingenue – ricorre pure ai riti voodoo che la terrorizzano. Ci sono quelle che non credono al voodoo e magari vanno in chiesa, non quella cattolica, però, perché in Nigeria ci sono tante chiese cristiane, pentecostali, evangeliste, ed avventiste che stanno prendendo piede grazie ad un predicatore americano (guarda un po’!). Il ricatto ed il controllo passa anche per questi canali, le ragazze vanno in queste chiese organizzate per gli africani: «è l’unico svago nella brutta vita che fanno». In queste chiese si riuniscono anche due o tre volte a settimana, c’è una messa che dura quasi tutto il giorno, si balla, si mangia e c’è tanta gente. «Il pastore non è quasi mai un vero pastore. Per fare il pastore in Africa basta avere una bibbia… l’Europa è piena di questi pastori così. Ovviamente il pastore è sempre d’accordo con la maman. Le ragazze vanno da lui a chiedere consigli, se stanno male lui impone le mani… cosa vuoi farci – dice il pastore –, è Dio che lo vuole. Prostituirsi è una cosa brutta ma anche non mantenere le promesse è molto brutto. Pentiti. E ricorda che anche il padre nostro dice: paga il tuo debito. Così le ragazze pagano il debito e pagano la chiesa».

Chi sono i clienti? Non tutti i clienti sono uomini pericolosi, nel libro possiamo leggere che fra di loro ci sono «persone per bene e persone civili». Di più: «Questi clienti sono l’unico momento di libertà delle ragazze, soprattutto per quelle che non hanno mai un attimo di libertà». Tra questi ci sono quelli che pagano ma che non vogliono fare niente, e che propongono anche di andare a mangiare insieme una pizza; e i giovani senza compagnia femminile che dovendo andare ad una festa propongono alle ragazze di far finta di esser la fidanzata. «Va bene. Sei pagata, vai alle feste, vai a ballare. È sempre meglio che stare in strada. E in questo modo vedi come vivono le ragazze italiane. Ti fai un’idea di come vive la gente normale». Ci sono quelli che diventano «fidanzati», che arrivano pure ad accompagnare la ragazza al marciapiede e che semmai stanno lì nei dintorni per verificare che tutto scorra fuori dal pericolo e che in taluni casi arrivano anche a salvarle la vita. Insomma non tutti i clienti vogliono «sempre e solo fare sesso»: molti ci vanno per parlare dei propri problemi, per trovare compagnia, per sfogarsi, per fare domande.

Quelli che fanno tante domande e parlano più di tutti sono i cosiddetti papagiri, dai quali è «inutile però sperare di cavare i soldi». Il papagiro non va mai sulla strada per fare sesso:
«passa in macchina, si ferma, ti porta i cioccolatini, un panino, un termos di caffè bollente per scaldarti quando fa molto freddo. Anche lui chiacchiera, chiacchiera sempre. Chiede, s’impiccia, tu da dove vieni, ma quanto devi pagare, la tua famiglia dove sta, che tipo di viaggio hai fatto. Io non ho ancora capito che tipo di uomo è… ma in questi papagiri c’è qualcosa di buono, son capaci di girare tutta la notte, come una specie di unità di strada, sanno tutto quello che succede nella strada… magari ti danno l’allarme quando c’è la polizia che sta arrivando. Ed ogni tanto qualche ragazza al suo papagiro fa fare un po’ di sesso».

C’è la variante pericolosa del papagiro, quella considerata disperata, «quelli che si arrotolano». A differenze dei papagiri “buoni” questi «vanno con le ragazze e fanno sesso da clienti. Ma ogni volta si coinvolgono. E allora succede il disastro». Il loro arrotolamento li trascina a parlare ossessivamente di sé e dei loro problemi al punto che le ragazze si infastidiscono e dicono: «Ma come, io sto qua, piove, nevica, c’è il sole, fa freddo, devo stare qua a sbattermi e questo viene pure a farsi compatire».

Non è infrequente che una ragazza rimanga incinta, il più delle volte perché i preservativi che «hanno un odore orribile» si rompono come niente. Se la maman non vuole «un bastardo in giro per casa» spesso finisce male, con un raschiamento con conseguenze anche drammatiche, ma se la ragazza tiene duro e vuole tenersi il figlio allora è costretta a lavorare fino ad una settimana prima di partorire, «i clienti non fanno mica problemi» dice la maman, ed infatti succede che «ogni sera davanti a loro c’è la fila» perché trovano che «le donne incinte siano erotiche». A volte il bambino è spedito dai nonni o da qualche zia, e «questo diventa per la madre l’incubo peggiore, perché ogni settimana deve trovare non solo i soldi del debito e dell’affitto e del joint, ma anche quelli per il bambino e per tutta la famiglia che lo cresce». Perché se non manda abbastanza «ha paura che il bambino non venga seguito, che gli succeda qualcosa».

Ci sono le ragazze che provano ad uscire dal giro, ma «qualcuna dopo un po’ cede e va a trovare le vecchie compagne»… e così riprende la strada del marciapiede. Sono poche le ragazze che escono dal giro grazie ai cosiddetti operatori di strada, quasi tutte o si sono sposate con i clienti o sono andati a vivere con questi. «Il cliente, che ti piaccia o no, è spesso l’unica risorsa di noi ragazze». Alle ragazze non piace andare in comunità perché «dopo anni di schiavitù non sopportano più le regole, le imposizioni, i divieti». Quelle che ci provano resistono solo pochi giorni, scappano, non riescono nemmeno ad aspettare il permesso di soggiorno, «per chi entra in comunità il percorso è troppo lungo, anche due anni».

Le ragazze di Benin City – scrive Isoke – sono uno «sfogatoio perfetto, un meraviglioso calmieratore di tensioni sociali ed etniche». «Un’africana stuprata è un’italiana salvata». Non bisogna rassegnarsi, afferma, certo i problemi della Nigeria sono tantissimi e la miseria dei molti è impressionante, ma se «le famiglie non hanno i soldi per mangiare, o per vestire i figli, o per mandarli a scuola, allora devono fare la loro parte: che protestino». «Non è vendendo le loro figlie ai trafficanti che costruiranno per loro, e per la Nigeria, un futuro decente». La tratta – continua Isoke – non è soltanto un problema di sesso, di puttane e di clienti: «la tratta è innanzitutto un affare colossale. Un business. È una schiavitù che rende un mucchio di soldi e questi soldi se li dividono bianchi e neri, in perfetto accordo. Sulla pelle di noi ragazze non nasce solo la fortuna di gente come la maman ma anche quella dei bianchi perbene, quelli che non picchiano mai i figli o la moglie… sono questi che vendono i visti, che organizzano i viaggi, che ti fanno passare senza dare nell’occhio dentro gli aeroporti, sono i poliziotti venduti, gli avvocati delle maman, i mediatori, gli affittuari».

Toccanti le pagine nelle quali Isoke racconta della madre e di come, dopo la sua prematura morte, inizi per lei quel percorso di elaborazione da che la porta non solo ad uscire dal giro, ma anche a diventare punto di riferimento per le ragazze che vogliono provarci. «Quando mi hanno detto che è morta mia madre non sono nemmeno riuscita a piangere. Il mondo era crollato, semplicemente. Nulla più aveva senso». Racconta della sorella minore che la chiama al telefono per dirle che ha trovato un viaggio per l’Europa, la sua «bella occasione». «Ho chiuso gli occhi e dentro di me una voce ha gridato: non è possibile. Quando mai finirà questa storia. Quanti anni, quanto dolore, quante morti ci vorranno ancora, prima che la Nigeria smetta di mandare al macello le sue figlie». «Ascolta. Ho preso il cuore in mano e ho cominciato a parlare. Cos’è la tratta. Che cosa fanno le ragazze. Come vivono. L’esistenza che fanno. Era la prima volta che trovavo il coraggio di parlare con qualcuno della mia famiglia: dire tutto, tutto!, senza risparmiare un solo dettaglio». «Mia sorella l’ho salvata, e lei adesso sta salvando le sue amiche. Dice: non partite. In Italia succede questo. Ogni volta che ci penso le mie spalle diventano più leggere. Penso: ho fatto proprio quel che avrebbe fatto mia madre. Ovhoweyemé [la madre] è morta, ma io no. Sono viva. Sono qui. Io. Isoke».




Alcune considerazioni

Questa drammatica e vibrante testimonianza ci dice più cose di uno studio sociologico del fenomeno. In questo libro si racconta della triste sorte delle ragazze di Benin City (popolosa città nigeriana dello stato di Edo) avviate alla prostituzione in Italia; ma sappiamo bene, purtroppo, che il mercato occidentale attinge da tanti altri paesi la “risorsa vitale”; cambieranno le facce, le situazioni, i nomi, ma la sostanza della questione rimane invariata, si tratta pur sempre di tratte schiavistiche. Il motore che mette in moto la terribile macchina è la fame di sesso che la nostra “libera” e “disinibita” società produce; ma si tratta di sesso alienato, abbrutito, ridotto a pura meccanicità, un sesso concepito dalla logica capitalistica del consumo illimitato. L’atto sessuale, che dovrebbe esprimere una vitale e gioiosa espressione della più alta relazionalità affettiva umana che nella compenetrazione dei corpi vive la sublimità dell’amore, si esprime come appropriazione e possedimento brutali di corpi considerati alla stregua di oggetti procuranti piacere fisico. Come scrive Isoke, le ragazze sono uno sfogatoio perfetto. Infatti, il sesso, così come insistentemente proposto dai mezzi di comunicazione di massa della civiltà capitalistica, diventa momento di consumo nel consumo più generale di merce; e quindi il corpo diventa merce che – in quanto merce – può essere acquistato, posseduto, goduto. Il mercato capitalistico (che definisco totale nel senso che è penetrato – mercificando tutto – in tutte le pieghe, anche più intime, dei rapporti sociali) risponde al bisogno sessuale alienato costruendo una rete internazionale di traffici che ha bisogno – per bene potersi svolgere – di una società “fluida” nella quale affermare con disinvoltura l’idea di un sesso al di sopra di qualsiasi morale che non sia quella dello scambio mercantile. Perciò serve una mentalità “libera”, “disinibita”, “trasgressiva”, “aperta”, “spregiudicata”, “moderna”, che i sacerdoti della pubblicità, del cinema, della televisione, del mondo dello spettacolo, dello sport, del turismo disinvolto, eccetera, propongono con continuità maniacale attraverso i mille canali di cui dispongono.

Le tratte delle nuove schiave nascono dalla spregiudica violenza del sistema capitalistico che è riuscito a perfezionare con sistemi incredibilmente sofisticati le antiche schiavitù. Benin city sorge intorno a quella che una volta era chiamata Costa degli Schiavi, dalla quale navi negriere imbarcavano nelle proprie stive masse di uomini catturati come bestie e schiavizzati, destinati al lavoro forzato delle piantagioni americane (si stima che oltre dieci milioni di schiavi siano sbarcati oltreoceano tra il 1500 e il 1890). Queste tratte neo-schiavistiche si accompagnano alla depredazione sistematica di risorse energetiche, minerarie, agricole, culturali, umane, in tutte quelle nazioni considerate dai paesi dominanti (Usa in testa) come esclusive riserve di caccia. La “democrazia” occidentale nasce, si sviluppa e si afferma grazie alle ricchezze che espropria dal sud del mondo; spoliazione che può esserci solo alla condizione che questi popoli e nazioni siano tenuti nell’oppressione: militare, economica, politica, sociale, culturale, e nel profondo degrado umano. Ecco perché laddove ci sono focolai di volontà di sganciamento dal controllo imperialistico, di resistenza, di affermazione di indipendenza, non tarda a delinearsi la minaccia delle sanzioni, degli embargo, degli interventi militari con seguito di bombardamenti umanitari. Per esportare la democrazia. S’intende.

5 gennaio 2012

giovedì 5 gennaio 2012

GUERRA ALLA LIBIA CON 700 SUPER BOMBE ITALIANE di Antonio Mazzeo





GUERRA ALLA LIBIA CON 700 SUPER BOMBE ITALIANE
di Antonio  Mazzeo



Le operazioni condotte nel 2011 sui cieli libici hanno rappresentato per l’Aeronautica Militare italiana l’impegno più imponente dopo il 2° Conflitto Mondiale”. È orgogliosissimo il Capo di Stato maggiore delle forze aeree, generale Giuseppe Bernardis. L’Italia repubblicana ha conosciuto i teatri di guerra dell’Iraq, della Somalia, del Libano, dei Balcani, dell’Afghanistan e del Pakistan, ma mai avevamo sganciato tante bombe e tanti missili aria-terra come abbiamo fatto in Libia per spodestare e consegnare alla morte l’ex alleato e socio d’affari Muammar Gheddafi. Una guerra record di cui però è meglio non andare fieri: secondo i primi dati ufficiali - ancora parziali - i nostri cacciabombardieri hanno martoriato gli obiettivi libici con 710 tra bombe e missili teleguidati. Cinquecentoventi bombe e trenta missili da crociera a lunga gittata li hanno lanciati i “Tornado” e gli AMX dell’Aeronautica; centosessanta testate gli AV8 “Harrier” della Marina militare. Conti alla mano si tratta di quasi l’80% delle armi di “precisione” a guida laser e GPS in dotazione alle forze armate. Un arsenale semi-azzerato in poco più di centottanta giorni di conflitto; il governo ha infatti autorizzato i bombardamenti solo il 25 aprile 2011 (56° anniversario della Liberazione) e la prima missione di strike in Libia è stata realizzata tre giorni dopo da due caccia “Tornado” decollati dall’aeroporto di Trapani Birgi.

Le munizioni utilizzate dalle forze aeree italiane sono state le bombe GBU-12, GBU-16, GBU-24/EGBU-24, GBU-32, GBU-38, GBU-48 e i missili AGM-88 HARM e Storm Shadow, con una percentuale di successo superiore al 96%”, elenca diligentemente lo Stato Maggiore dell’AMI. Inutile chiedere cosa o chi sia stato colpito nel restante 4% degli attacchi dove sono state sganciate più di trenta bombe di “precisione”. Dettagliata è invece la descrizione del documento “Unified Protector: le capacità di attacco dell’AM” (6 giugno 2011) sulle caratteristiche tecniche di questi strumenti di distruzione e di morte. “I sistemi d’arma a guida laser sono stati sviluppati negli anni ‘80 con i primi test eseguiti dalla Lockheed Martin e sono stati utilizzati nei più recenti conflitti, dalla guerra del Golfo alle operazioni sui Balcani, Iraq e Afghanistan”, scrivono i comandanti delle forze aeree. “La GBU-16 è un armamento a guida laser Paveway II, basato essenzialmente su bombe della serie MK83 da 495 Kg. Della stessa famiglia di ordigni fa parte la GBU-12 (corpo bomba MK82, 500 libbre). La GBU-24 è invece un armamento basato essenzialmente sia sul corpo di bombe della serie MK da 907 Kg. che delle bombe penetranti BLU-109 modificate con un kit per la guida laser Paveway III. Sviluppato per rispondere alle sofisticate difese aeree nemiche, scarsa visibilità e limitazioni a bassa quota, l’armamento consente lo sgancio a bassa quota e con una capacità di raggio in stand off (oltre 10 miglia) tale da ridurre le esposizioni”. Ancora più sofisticate le bombe GBU-24/EGBU-24, guidate con doppia modalità GPS e laser ed usate “per distruggere i più resistenti bunker sotterranei” e le GBU-32 JDAM (Joint Direct Attack Munition) da 1.000 e 2.000 libbre, che possono essere lanciate in qualsiasi condizioni meteo, sino a 15 miglia dagli obiettivi, “per ingaggiare più target con un singolo passaggio”.

Lo Storm Shadow è un missile aviolanciabile con telecamera a raggi infrarossi a guida Gps che può colpire obiettivi di superficie in profondità, a prescindere dalla difesa aerea, grazie alle sue caratteristiche stealth”, recita il report dell’Aeronautica. Sviluppato a partire dal 1997 dalla ditta inglese MBDA, il vettore è lungo cinque metri, pesa 1.300 Kg, ha un raggio d’azione superiore ai 250 km e può trasportare una testata di 450 kg. “È utilizzabile contro obiettivi ben difesi come porti, bunker, siti missilistici, centri di comando e controllo, aeroporti e ponti. La carica esplosiva è infatti ottimizzata per neutralizzare strutture fisse corazzate e sotterranee”. Le coordinate del target e la rotta di volo dello Storm Shadow vengono pianificate a terra e successivamente inserite all’interno del missile durante la fase di caricamento sul velivolo. “Una volta lanciato, raggiunge l’obiettivo assegnato navigando in ogni condizione di tempo, di giorno o di notte in maniera assolutamente autonoma utilizzando gli apparati di bordo e confrontando costantemente la sua posizione con il terreno circostante”. L’altro missile aria-superficie impiegato dai caccia italiani è l’AGM-88 HARM (High-speed Anti Radiation Missile) della Raytheon Company, ad alta velocità e un raggio d’azione di 150 km, in grado di individuare e “sopprimere” i radar nemici.

Secondo il generale Bernardis, nei sette mesi di operazioni in Libia, “i velivoli dell’Aeronautica Militare italiana hanno eseguito 1.900 missioni con oltre 7.300 ore di volo, pari al 7% delle missioni complessivamente condotte dalla coalizione internazionale a guida NATO”. Attacchi e bombardamenti sono stati appannaggio dei cacciabombardieri “Tornado” versione IDS (Interdiction and Strike) del 6° Stormo di Ghedi (Brescia) e dei monoreattori italo-brasiliani AMX del 32° Stormo di Amendola (Foggia) e del 51° Stormo di Istrana (Treviso). Per la “soppressione delle difese aeree” e il controllo della no-fly zone sono stati impiegati i “Tornado” ECR (Electronic Combat Reconnaissance) del 50° Stormo di Piacenza, i cacciabombardieri F-16 del 37° Stormo di Trapani-Birgi e gli “Eurofighter 2000” del 4° Stormo di Grosseto e del 36° di Gioia del Colle (Bari). “L’AMI ha pure impiegato i velivoli da trasporto C-130 “Hercules”, i tanker KC-130J e Boeing KC-767 per il rifornimento in volo e, nelle ultime fasi del conflitto, gli aerei a pilotaggio remoto Predator B per missioni di riconoscimento”. Sui cieli libici hanno pure fatto irruzione un velivolo G.222VS “per la rilevazione e il contrasto delle emissioni elettromagnetiche” e un C-130 per quella che è stata definita dal comandante di squadra aerea, Tiziano Tosi, come una “PsyOP - Psycological Operation”, finalizzata a “influenzare a proprio vantaggio la coscienza e la volontà della popolazione interessata”. Su Tripoli e altre città libiche sono stati lanciati centinaia di migliaia di volantini, il cui testo è stato concordato con il Comitato nazionale provvisorio di Bengasi. “La Libia è una e la sua capitale è Tripoli”, il titolo. “Vi chiediamo di unirvi tutti e prendere la decisione giusta e saggia. Unitevi alla nostra rivoluzione. Costruiamo a Libia lontano da Gheddafi. Libia unificata, libera, democratica”.

Quasi tutti i velivoli da guerra italiani sono stati schierati sulla base aerea di Trapani nell’ambito del Task Group Air Birgi, da cui dipendevano anche gli aerei senza pilota Predator B, operanti però dallo scalo pugliese di Amendola. Pisa e Pratica di Mare, gli aeroporti per le operazioni dei velivoli da trasporto o rifornimento. “Le operazioni d’intelligence, sorveglianza e ricognizione sono state effettuate grazie alla disponibilità di speciali apparecchiature elettroniche Pod Reccelite in dotazione ai “Tornado” e agli AMX”, scrive ancora lo Stato Maggiore. “Sugli oltre 1.600 target di ricognizione assegnati ai velivoli italiani, sono state realizzate più di 340.000 foto ad alta risoluzione, mentre circa 250 ore di filmati sono stati trasmessi in tempo reale dai Predator B”. Le missioni di attacco al suolo sono state pianificate e condotte “contro obiettivi militari predeterminati e definiti, o contro target dinamici nell’ambito di aree di probabile concentrazione di obiettivi nemici”. Probabile, dunque e non certa la concentrazione degli obiettivi militari. E gli effetti collaterali si confermano elemento integrante delle strategie di guerra del Terzo millennio…

I condottieri dell’Aeronautica Militare forniscono infine la percentuale delle ore di volo relative alle differenti tipologie di missione: il 38% ha riguardato pattugliamenti e “difese aeree” (DCA); il 23% attività di “sorveglianza e ricognizione” (ISR); il 14% l’attacco al suolo contro “obiettivi predeterminati” (OCA); l’8% la “neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (SEAD); un altro 8% il rifornimento in volo (AAR); il 5% la “ricognizione armata e l’attacco a obiettivi di opportunità” (SCAR); il restante 4% “la rilevazione e il contrasto delle emissioni elettromagnetiche” (ECM). Come dire che ogni quattro velivoli decollati, uno serviva per colpire, ferire, uccidere.

Anche la Marina militare ha fornito dati numerici sull’intervento dei propri mezzi in Libia. Otto aerei a decollo verticale AV8 B Plus “Harrier”, stazionati sulla portaerei “Garibaldi”, hanno effettuato missioni di interdizione ed attacco per complessive 1.223 ore, utilizzando i missili aria-aria a guida infrarossa AIM-9L “Sidewinder”, quelli a medio raggio a guida laser “AMRAAM”, gli aria-terra “Maverick” e le bombe del tipo Mk82 ed Mk20. Una trentina gli elicotteri EH-101, SH-3D ed AB-212 assegnati ad Unified Protector, per complessive 3.311 ore di volo. Tremila e cinquecento gli uomini e le donne imbarcati su due sottomarini (“Todaro” e “Gazzana”) e quattordici unità navali (tre delle quali, “Etna”, “Garibaldi” e “San Giusto”, utilizzate in periodi diversi come sedi del Comando per le operazioni marittime NATO).

Come sen non bastasse, i vertici delle forze armate fanno sapere che l’80% circa delle missioni aeree alleate sono partite da sette basi italiane (Amendola, Aviano, Decimomannu, Gioia del Colle, Pantelleria, Sigonella e Trapani Birgi). “In questi aeroporti, l’Aeronautica Militare ha assicurato il supporto tecnico e logistico, sia per gli aerei italiani sia per i circa 200 aerei di undici paesi della Coalizione internazionale (Canada, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Francia, Giordania, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Svezia e Turchia), schierati sul territorio nazionale. In sostanza, il personale e i mezzi della forza armata sono stati impegnati in maniera continuativa per fornire l’assistenza a terra, il rifornimento di carburante, il controllo del traffico aereo, l’alloggiamento del personale, ecc.”.

Piattaforma avanzata per il 14% di tutte le sortite aeree di Unified Protector lo scalo siciliano di Trapani, da cui sono transitati pure 300 aerei cargo e circa 2.000 tonnellate di materiale. Dalla Forward Operating Base (FOB) di Birgi, uno dei quattro centri di cui dispone la NATO nello scacchiere europeo, hanno operato anche gli aerei radar AWACS, “assetti essenziali alle moderne operazioni aeree per garantire una efficace capacità di comando e controllo”. Lo Stato Maggiore AMI ricorda infine “l’importante supporto di personale specializzato nel campo della pianificazione operativa offerto ai vari livelli della catena di comando e controllo NATO, attivata in tutta Italia”, all’interno del Joint Force Command di Napoli e del Combined Air Operation Center 5 di Poggio Renatico (Ferrara).

No comment invece sul costo finanziario sostenuto per le tremila missioni e le oltre 11.800 ore di volo dei velivoli italiani impiegati nella guerra alla Libia. Possibile però azzardare una stima di massima tenendo conto delle spese per ogni ora di missione dei cacciabombardieri (secondo Il Sole 24Ore, 66.500 euro per l’“Eurofigher 2000”, 32.000 per il “Tornado”, 19.000 per l’F-16, 11.500 per il C-130 “Hercules” e 10.000 per l’“Harrier”). Prendendo come media un valore di 20.000 euro e moltiplicato per il numero complessivo di ore volate, si raggiunge la spesa di 236.220.000 euro. Vanno poi aggiunti i costi delle armi di “precisione” impiegate (dai 30 ai 50.000 euro per le bombe a guida laser e Gps, dai 150.000 ai 300.000 per i missili “intelligenti”). Limitandosi ad un valore medio unitario di 40.000 euro, per le 710 munizioni sganciate sul territorio libico il contribuente italiano avrebbe speso non meno di 28.400.000 euro. Così, solo per “accecare” radar, intercettare convogli e bombardare a destra e manca abbiamo sperperato non meno di 260 milioni. Fortuna che c’era la crisi.
 
5 gennaio 2012

dal sito http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/

mercoledì 4 gennaio 2012

SINISTRA RADICALE IN ITALIA: A CHE PUNTO SIAMO? di Riccardo Achilli




SINISTRA RADICALE IN ITALIA: A CHE PUNTO SIAMO?
di Riccardo Achilli



Condizioni oggettive e soggettive

A che punto siamo nello sviluppo di una sinistra radicale nel nostro Paese? Bella domanda, cui personalmente non ho una risposta convincente da dare. Certamente al crescere delle condizioni oggettive di una situazione rivoluzionaria, che procede con l'impoverimento progressivo di strati sempre più ampi del proletariato, persiste una perniciosa assenza della condizione soggettiva, poiché non solo manca un partito unitario e forte, ma sembra mancare anche un vertice sufficientemente coeso, carismatico e in grado di condividere fosse anche un programma di transizione sufficientemente articolato, figuriamoci un programma rivoluzionario. In assenza di una situazione ragionevolmente pronta ad un salto rivoluzionario immediato e diretto, il lavoro che sembra attendere prioritariamente la sinistra antagonista è quello di costruire, se non una coscienza di classe, quantomeno una maggiore consapevolezza degli obiettivi di una lotta.
Il problema, quindi, è oggi quello di iniettare una consapevolezza di base in un proletariato caratterizzato da condizioni strutturali di modestissima capacità combattiva di fronte alla svolta esasperatamente liberista che il capitalismo in crisi sta imprimendo. Dovrebbe far riflettere il sondaggio, pubblicato ieri, in cui il 58% degli intervistati ha ancora fiducia in Monti e nella Fornero, anche dopo la pubblicazione della manovra finanziaria, mentre per un terzo dell'elettorato la colpa della situazione attuale, e delle manovre finanziarie di Monti, è da addebitarsi a Berlusconi ed al suo Governo. Non serve a niente liquidare con sufficienza i sondaggi, mentre è molto più utile esaminarne il significato, che più o meno riflette il successo di un'operazione mediatica, condotta dalla borghesia che ha scaricato il suo ex-campione Berlusconi, oramai imbolsito da una gestione "tiberiana" del potere, per mettersi nelle più energiche mani del tecnico Monti. Tale operazione tende, da un lato, a recuperare consenso dai settori riformisti dell'elettorato, facendo passare un normalissimo avvicendamento fra gli scudieri politici della borghesia come la tanto sospirata rivoluzione antiberlusconiana, che nella crisi di idee e valori del riformismo della fase successiva alla disfatta del keynesianesimo, è praticamente l'unico obiettivo politico su cui tale area politica e sociale fonda una presunta (ed illusoria) identità. D'altro canto, si radica nelle menti l'idea del "sacrificio necessario", dopo l'orgia di tanti anni in cui "si è vissuto al di sopra dei nostri mezzi" (spiegatelo all'operaio che fa sopravvivere una famiglia con 1.200 euro al mese, ditelo al pensionato al minimo, a quell'8% di famiglie italiane in povertà relativa, che in questi ultimi anni avrebbero vissuto in un'irragionevole orgia di benessere consumistico, e che ora devono stringere la cinghia).

Nuovo proletariato

Questa miserevole condizione della consapevolezza, della necessità di una svolta combattiva è difficile da spiegare in modo semplice. Certamente 20 anni di berlusconismo hanno lavorato a fondo sulla sovrastruttura culturale del proletariato, innestandovi valori di individualismo e competizione consumistica che hanno profondamente inciso sui meccanismi di cooperazione e mutuo aiuto, quindi sulla stessa consapevolezza di appartenere ad una stessa classe. La persistenza di un'area a sviluppo ritardato come il Mezzogiorno ha provocato una incorporazione di ampi strati del proletariato meridionale all'interno di meccanismi consociativi, nei quali il posto di lavoro, o piccoli ma vitali sussidi economici, vengono barattati con il voto, dato a formazioni politiche rappresentative della borghesia, e quindi in realtà ostili agli interessi degli operai e dei sottoproletari urbani che li votano. Gli stessi interessi di classe del proletariato settentrionale e di quello meridionale sono stati artificiosamente contrapposti, facendo credere all'operaio lombardo (che non di rado vota per la Lega) che il suo compagno siciliano gli stesse rubando quote di benessere, e così creando addirittura una inedita spaccatura geografica nel proletariato italiano.
I cambiamenti stessi di un capitalismo sempre più terziarizzato hanno però contribuito ancor di più nel senso di un indebolimento della capacità combattiva della classe. Oggi l'80% del valore aggiunto delle economie capitaliste mature è generato dai servizi. E per sua natura, il processo produttivo di un servizio ha caratteristiche peculiari (specie per i servizi a più alto valore aggiunto, quelli la cui materia prima è costituita dal sapere e dall'elaborazione intellettuale di questo - servizi finanziari, consulenziali, di comunicazione, culturali, logistici, ecc.). Il servizio ad alto contenuto di informazione ed elaborazione intellettuale è unico, irripetibile, non può essere prodotto in serie, richiede interazioni orizzontali e non gerarchizzate. tutto ciò richiede una organizzazione del lavoro flessibile fino al precariato, gerarchie di tipo lean ed orizzontali, basate sul concetto del lavoro di gruppo e del brainstorming. Tutto il contrario rispetto ai criteri del fordismo delle vecchie economie industriali. Tale mutamento influisce negativamente sulla coscienza di classe ed aggrava le condizioni di sfruttamento di questo "nuovo" proletario. Spieghiamo meglio questo aspetto.
In sostanza, il proletariato di oggi è sempre più incentrato su figure professionali flessibili, con scarso attaccamento al ciclo produttivo della loro azienda, e che quindi si sentono estranei alle lotte di classe che vi si potrebbero sviluppare.
Si tratta inoltre di lavoratori abituati a lavorare su cicli produttivi sempre più individualizzati, o per piccoli team, e quindi isolati e frazionati dai loro colleghi e compagni, dotati di autonomia funzionale ed organizzativa, tale da configurarli come dei collaboratori del padronato, più che come dipendenti in senso tradizionale (e non è raro che alcuni precari, la cui attività consiste nel fornire servizi consulenziali o di staff al capitalista, vedano sé stessi più come “collaboratori” della proprietà dell'impresa che come sono in realtà, ovvero dei proletari). Naturalmente, tale visione è falsa. Questi precari rimangono dei proletari nel senso marxiano del termine, perché nei rapporti sociali di produzione non hanno da offrire nient'altro che la loro forza-lavoro, e quindi operano in condizioni di alienazione rispetto alla proprietà dei mezzi di produzione e di sfruttamento anche peggiore rispetto al passato.
In una logica marxista, il tempo di lavoro è la chiave per analizzare le condizioni di sfruttamento. Ebbene, il proletario che la terziarizzazione dell'economia ha precarizzato è ancor più sfruttato rispetto al vecchio proletario fordista. Infatti, il suo tempo di lavoro diviene sempre più destrutturato (e lungo). Questo nuovo precario intellettuale terziarizzato, in pratica, non "stacca" mai. Può essere chiamato a lavorare negli orari più imprevedibili. Anche quando è fuori ufficio, le attività di autoformazione, di apprendimento, di rielaborazione, lo assorbono., ecc., rimane tale, ed anzi la sua condizione oggettiva peggiora, per certi versi, rispetto al lavoratore di 30 ani fa. Inoltre cambia, ed in peggio, è la sua coscienza di classe, ovvero la sua percezione del suo posizionamento in dinamiche di classe.
A tal punto che la destra liberale può avanzare l'ipotesi (erronea) che le classi non esistono più, affogate come sono in un enorme ed indistinto "ceto medio" (che però dal punto di vista storico ed economico non ha una sua definizione, quindi non ha un ruolo unitario come classe). Si è giunti al punto che le teorie manageriali più attuali tendono, ovviamente in modo falsificato e strumentale, a considerare morto il conflitto di classe sul posto di lavoro, pretendendo di trasformare l'operaio in un alleato del padrone, anche per il tramite dell'introduzione di sistemi di compartecipazione all'utile d'impresa, che ovviamente sottraggono agli operai la lotta per la posta più importante, ovvero per la proprietà dell'intera impresa, e non di una misera ed eventuale quota degli utili, e sistemi di cogestione, che ovviamente convengono esclusivamente alle burocrazie sindacali che siedono nei consigli di sorveglianza, non certo ai lavoratori. Tali lavoratori sono inoltre abituati a considerarsi dei “piccoli capitalisti”, più evoluti e tutelati rispetto agli operai industriali o agricoli, casomai in grado, tramite i loro risparmi, di fare investimenti immobiliari e finanziari, quindi di scimmiottare in piccolo la borghesia, sentendosi quindi non i proletari che in realtà sono, ma quasi dei piccoli imprenditori.
Rispetto alla succitata evoluzione, il toyotismo ed i sistemi di qualità totale sono stati devastanti, introducendo concetti di lean organization che hanno frammentato l'unitarietà dei lavoratori, anche a livello di singola fabbrica, rendendo meno intuitiva l'identificazione del nemico di classe. Il resto lo ha fatto la de-verticalizzazione dei processi produttivi avviatasi dagli anni Ottanta, in cui l'originaria unitarietà dei lavoratori nelle grandi fabbriche è stata spezzata lungo le filiere, frantumandosi in un pulviscolo di piccole e medie imprese operanti in diversi segmenti della catena del valore, caratterizzate da sistemi di governance che, nei confronti dei lavoratori, sono intrisi di paternalismo e familismo, indubbiamente atti ad annacquare la lotta di classe.
Infine, il sorgere di un nuovo dualismo interno nel mercato del lavoro ha contribuito a frammentare ulteriormente il fronte di lotta del proletariato. I vecchi modelli “insider-outsider” utilizzati per descrivere la competizione interna fra lavoratori (insiders) e disoccupati (outsiders) sono adesso applicabili anche fra i vecchi insiders stessi, poiché si crea un ulteriore frammentazione (che va a sovrapporsi con quella fra chi lavora e chi non lo fa) fra lavoratore a tempo indeterminato e precario. Quest'ultimo viene utilizzato dalla borghesia come “benchmark” sul quale parametrare l'abbassamento dei diritti dei lavoratori stabili, chiedendo loro un aumento di produttività (e quindi un aumento del saggio di sfruttamento) in cambio della loro condizione “privilegiata”, mentre il precario viene spremuto sempre di più agitandogli sotto il naso l'illusione di una futura “stabilizzazione”, in cambio della quale, oggi, viene chiamato a lavorare a ritmi sempre più forsennati, e con salari da miseria. Non è nemmeno infrequente la situazione in cui si vengano a creare veri e propri conflitti fra lavoratori precari e lavoratori stabili: questi ultimi imputano al precario l'abbassamento dei loro diritti e l'aumento del carico di lavoro, mentre i precari sono portati a pensare che la mancata stabilizzazione dipende da un ostracismo da parte dei colleghi a tempo indeterminato, o semplicemente dal fatto che costoro occupano gli unici posti di lavoro stabili che l'azienda può offrire. Ovviamente la radice di tale situazione non risiede nei lavoratori, ma nei capitalisti che hanno creato artatamente tali conflitti in nome del “divide et impera”, ma questo non traspare facilmente.

Che fare?

Quale che sia la spiegazione, non vi è dubbio che occorra lavorare sulla ricostituzione di una consapevolezza minimale della necessità di reagire in modo radicale. Non ho ricette magiche da dare (altrimenti sarei un dirigente politico primario, cosa che non sono né sarò mai, occupandomi di altre cose). Certamente va ridefinito il sindacalismo. La progressiva incorporazione dei grandi sindacati confederali nei meccanismi di controllo del capitalismo probabilmente porta a riconsiderare l'esigenza di far ripartire la lotta sindacale dal basso, mediante sindacati di base, di fabbrica e di unità produttiva, autonomamente creati e gestiti direttamente dai lavoratori, e dotati di una struttura minima di coordinamento fra loro, per condurre lotte in comune.
Molto però dipende anche da ciascuno di noi, dalla capacità di dare segnali giusti, di fornire indicazioni utili, il che presuppone una capacità di analisi politica che spesso latita. Alcuni esempi in tal senso: vedo serpeggiare nella sinistra una crescente e pericolosa simpatia per le posizioni leghiste, solo perché, per questioni meramente tattiche, la Lega osteggia il Governo Monti adoperando, nella sua retorica politica, argomenti simili a quelli che utilizzerebbe un partito comunista. Tale simpatia è stata addirittura portata ad estreme conseguenze, proponendo alleanze tattiche con la Lega, anche da menti molto brillanti, provocando in me non poco sconforto e molta delusione. Attenzione: la posizione della Lega nei confronti di Monti indebolisce, anziché rafforzare, gli interessi di classe. Tale posizione è infatti strumentale esclusivamente all'egoistica pretesa della piccola borghesia settentrionale (che rappresenta la base dell'elettorato leghista, e ne ha conformato la linea politica e i richiami identitari) di non pagare il costo della macelleria sociale di Monti (che poi se a pagare tale costo è il proletario, specie se meridionale, all'elettore medio della Lega va benissimo). La posizione leghista, condita da continui appelli secessionistici, in realtà rafforza la posizione di Monti e della borghesia, anche se formalmente la critica. La paura della secessione agitata, con la bava alla bocca ed il dito medio alzato, da esagitati che indossano elmi celtici, spinge ancor di più il resto dell'elettorato a stringersi attorno a Monti, per "salvare la Patria", minacciata dal secessionismo leghista (che sembra, apparentemente, rafforzarsi con l'indebolimento progressivo dell'economia e della governance politica del Paese, e quindi con il governo dei tecnici, e con le ricette economicamente disastrose che tale governo propone, anche se in larga misura tale rafforzamento delle posizioni secessionistiche è frutto di una illusione ottica e mediatica). Quindi l'amaro calice dei sacrifici propalati da Monti diviene ancora più facile da ammannire, in nome della difesa dell'unità della Patria! Che servizio sopraffino i leghisti stanno rendendo all'italica borghesia! Occorrerebbe sempre tornare agli insegnamenti marxisti di base, secondo i quali non ci si può alleare con la piccola borghesia, che ha sempre un atteggiamento opportunista di fronte alla rivoluzione, ma tutt'al più la si deve trascinare a rimorchio di un'iniziativa politica che rimanga in mano al proletariato.

Altro esempio di errore frequente: fare crescere la consapevolezza significa insegnare al proletariato quali sono le cause e le radici dell'attuale crisi, e delle dolorose manovre finanziarie che lo stanno indebolendo, in nome di un risanamento delle finanze pubbliche che conviene soltanto ai grandi operatori finanziari globali, che dei governi sono i principali creditori. Ciò significa che la lotta di classe deve essere orientata alla radice del problema, ovvero contro i meccanismi di funzionamento dei mercati finanziari, e quindi occorre rivendicare la fuoriuscita immediata dall'euro, lo smantellamento dell'Unione Europea, che di fatto è solamente un meccanismo di liberalizzazione dei mercati delle merci e dei fattori produttivi, che, aumentando la competizione fra questi (ed in particolare fra i lavoratori dei diversi Paesi membri) si risolve in una soluzione liberista a favore della borghesia. E che occorre collettivizzare (non soltanto meramente nazionalizzare) le banche. E abolire i fondi pensionistici, tornando ad una gestione esclusivamente pubblica della previdenza e sotto il controllo dei lavoratori. E proibire per legge l'utilizzo di strumenti finanziari derivati di qualsiasi genere. Viceversa, l'idea di combattere a livello nazionale le manovre finanziarie che di volta in volta, nei Paesi PIIGS (come l'Italia) vengono ammannite per far pagare ai lavoratori il costo del risanamento delle finanze pubbliche e della difesa dell'euro (peraltro una difesa di breve periodo, perché è chiaro anche ai mercati finanziari ed ai loro scherani politici e tecnocratici che l'area-euro è in realtà divenuta insostenibile e quindi sarà smantellata, non prima di aver recuperato il recuperabile dai crediti vantati nei confronti dei Governi dei Paesi iper-indebitati). Educare il proletariato nazionale ad una lotta diretta contro il governo Monti e le sue manovre, senza invece educarlo ad una lotta contro le radici strutturali da cui il governo Monti e le sue ricette economiche scaturiscono, è come confondere i sintomi con le cause di una malattia, ed è profondamente diseducativo.

Terzo esempio, di cui ho parlato in un articolo riferito alla nuova economia del benessere: concetti anche corretti e condivisibili come la sostenibilità ambientale e sociale dello sviluppo possono essere utilizzati dalla borghesia per sviare la visione del proletariato dalle condizioni strutturali dei rapporti sociali di produzione, da cui i problemi di sostenibilità ambientale e sociale derivano, verso un terreno molto più innocuo per la borghesia stessa, ovvero quello sovrastrutturale della qualità della vita, dell'amenità dell'ambiente e del paesaggio, ecc. Tali tentativi sono sostenuti da economisti e pensatori che si autodefiniscono "progressisti", ma che in realtà, spostando la lotta di classe dal terreno strutturale a quello sovrastrutturale, la neutralizzano, difendendo di fatto l'ordine capitalista. Occorre tenersi lontani da tali elaborazioni concettuali, e recuperare il senso della centralità della crescita economica, e quindi dei rapporti sociali di produzione che ne sono alla base. Lottando per un cambiamento dei rapporti di produzione che favorisca la crescita sotto precisi vincoli di compatibilità sociale ed ambientale, non espungere la centralità dei problemi del benessere materiale.
Una maggiore attenzione a tali aspetti è forse il miglior contributo che possiamo dare. Tutto ciò va fatto, e forse è anche la cosa più importante di tutte, recuperando la capacità di ascolto e dialogo fra compagni. Non rinchiudiamoci nel dogmatismo e nel settarismo. Evitiamo atteggiamenti autoreferenziali o dettati esclusivamente da orgoglio personale. Recuperiamo la capacità di ascoltare chi ci critica con spirito costruttivo. Come ben dice l'anarchico spagnolo Guti, "hay que discutir, discutir, discutir. De la discusiòn sale la luz, y no de las votaciones". Come dire...nessuno nasce saputo e nessuno nasce infallibile. Un gruppo dirigente si forgia nella discussione critica e nel coraggio di adottare posizioni aperte e non dogmatiche.
 
 
20 dicembre 2011

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/
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