Diari di Cineclub

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domenica 6 maggio 2012

ALLE ORIGINI DEL SOCIALISMO ITALIANO di Giorgio Amico




Pubblichiamo questo interessante saggio di Giorgio Amico sulle origini del socialismo italiano apparso in cinque puntate nel sito VENTO LARGO.
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PREMESSA

Concludiamo la pubblicazione di questo studio, apparso una decina di anni fa su "L'Internazionale" di Livorno. Nonostante il taglio risenta ancora di una sopravvalutazione dell'esperienza leniniana, pensiamo possa ancora avere un qualche interesse nell'ottica di un ripensamento globale dell'esperienza della sinistra in Italia.

Giorgio Amico
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ALLE ORIGINI DEL SOCIALISMO ITALIANO
di Giorgio Amico

1. Mazzini, Bakunin e la rivoluzione italiana


Nonostante che fermenti di autonomia proletaria inizino a manifestarsi in Italia almeno dalla metà degli anni ’40 del XIX secolo e che uomini d’azione come Pisacane o pensatori come Giuseppe Ferrari rompano presto a sinistra col mazzinianesimo, prefigurando i lineamenti di una sorta di rudimentale socialismo risorgimentale, è solo parecchi decenni dopo e precisamente a partire dall’inizio degli anni ottanta che si intravvedono i primi concreti e organici tentativi di costruire un’organizzazione politica del movimento operaio capace di andare oltre l’azione cospirativa e insurrezionalista degli internazionalisti bakuniniani da un lato e l’intervento solidaristico delle società operaie di mutuo soccorso dall’altro. Fino ad allora il movimento rivoluzionario si era fondato sull’ attesa del tutto fideistica da parte degli anarchici di una imminente spontanea rivolta delle masse contadine del Sud, sulla incrollabile certezza di Bakunin e dei suoi seguaci italiani che la fortissima carica antistatale che fermentava nelle campagne meridionali sapesse da sola trasformarsi in un immane incendio rivoluzionario capace di travolgere l’ancora fragile impalcatura dello Stato post-unitario.

Alla fine degli anni ’70 un decennio di rivolte disperate e di insurrezioni fallite stavano a testimoniare del’illusorietà di tali propositi. Gli scoppi violentissimi di collera popolare al sud, l’incendio dei municipi, la piaga endemica del brigantaggio, lungi dal provare la raggiunta maturazione delle condizioni della rivoluzione sociale, testimoniavano solo della progressiva inarrestabile disgregazione nelle zone più arretrate e povere del Paese di assetti sociali secolari. Disgregazione accelerata dalla riunificazione politica dell’Italia sotto il Piemonte sabaudo e dalla formazione di un mercato nazionale connotato da una estremo divario fra città e campagne e fra Nord e Sud. Contrariamente ai sogni di Bakunin, lungi dall’essere i segnali di un’incombente rivoluzione, i ricorrenti moti del Sud, con la loro assoluta mancanza di una qualunque carica progettuale ed il localismo esasperato, rappresentavano i tragici bagliori di un mondo al crepuscolo. All’estremo opposto, nel Centro-Nord si avviava ad esaurimento l’esperienza, peraltro assai significativa, del mutualismo operaio nata attorno agli anni ’40, inizialmente per mano di una borghesia radicale che tramite la filantropia ed un moderato riformismo intendeva tenere sotto controllo i ceti subalterni.

Un fenomeno, quello delle SMS, tuttavia, capace almeno a partire dalla seconda metà degli anni ’60 di esprimere autonomi accenti di classe e di selezionare una prima generazione di quadri operai. Frutto di una lenta evoluzione delle antiche corporazioni di mestiere nella particolare situazione dell’arretratezza italiana, il mutualismo aveva accompagnato nelle città soprattutto del Nord la mutazione di un proletariato preindustriale prevalentemente artigiano, connotato dalla padronanza individuale di un “mestiere”, in una classe operaia di tipo nuovo, largamente omogenea per condizioni di lavoro e di vita, incentrata sul modello produttivo collettivo e standardizzato, per quanto i tempi lo permettessero, della fabbrica. Ora, con il progressivo crescere di tale moderno proletariato nelle nuove aree industriali della Valle del Po e la formazione nella Bassa Padana di un esteso proletariato agricolo la natura e il ruolo delle Società Operaie di Mutuo Soccorso erano inevitabilmente destinati a cambiare in profondità.

Il ruolo egemonico giocato per almeno due decenni dai mazziniani sulla parte più radicale del movimento mutualistico, rappresentando del tutto specularmente all’azione dei bakuninisti tra le masse contadine del Meridione la manifestazione politica della particolare arretratezza italiana, era dunque destinato ad una rapida eclissi una volta che tale particolarità veniva progressivamente a sparire. Tanto diverse per le idee professate quanto profondamente simili per il ruolo oggettivamente svolto, le comunque grandi figure di Giuseppe Mazzini e Michele Bakunin simboleggiano all’estremo nella loro tragica inconcludenza le caratteristiche di un’epoca di transizione che poteva solo iniziare a porsi il problema della trasformazione rivoluzionaria non certo a risolverlo.

2. Andrea Costa e il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna



Andrea Costa e la lettera “Ai miei amici di Romagna”

Non è un caso che i primi tentativi di uscire dal vicolo cieco in cui il movimento rivoluzionario era venuto a trovarsi ad un decennio dall’unificazione si manifestino proprio a Milano, cuore di quell’area padana in cui un proletariato moderno era in più avanzata fase di formazione. Nel capoluogo lombardo, alla fine del 1876, il gruppo di intellettuali radicali che aveva dato vita al giornale La Plebe si costituisce in Federazione dell’Alta Italia dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, rompendo di fatto con l’anarchismo classico e la sua teorizzazione del’azione diretta e avvicinandosi in modo significativo al marxismo. L’anno successivo, nel corso del II Congresso della Federazione, ormai rappresentativa di numerosi circoli operai in Lombardia, Piemonte e Veneto, Osvaldo Gnocchi Viani per la prima volta ipotizza la possibilità che il socialismo possa essere perseguito “con tutti i mezzi” a partire da quelli politici, mentre Enrico Bignami dà pubblica lettura di una lettera ricevuta da Engels sulle recenti elezioni tedesche. Parallelamente va approfondendosi la crisi dell’anarchismo, largamento screditato dai ripetuti insuccessi dei tentativi insurrezionali lanciati senza alcuna preparazione e senza altra prospettiva che la devozione alla causa di pochi coraggiosi.

Ad aprile del 1878 si tiene clandestinamente a Pisa il quarto congresso della Federazione italiana dell’Internazionale al quale prendono parte tredici internazionalisti che, ribadita la fede nel “non lontano” giorno della rivoluzione, polemizzano aspramente col socialismo “legale, autoritario, pacifico” de La Plebe. Nonostante la virulenza dei toni, si tratta delle ultime manifestazioni di un movimento ormai in declino. La strada del mutamento era aperta e le novità non si sarebbero fatte attendere all’interno dello stesso campo anarchico. Nell’agosto del 1879 proprio su La Plebe Andrea Costa, il più promettente e conosciuto dei giovani esponenti libertari, invita tramite una lettera aperta gli internazionalisti, come si definivano allora gli aderenti italiani all’AIL, ad operare un profondo rinnovamento tattico, rompendo con la pratica fino ad allora seguita della “propaganda per mezzo dei fatti”, cioè di un insurrezionalismo rivelatosi del tutto incapace di offrire uno sbocco concreto alla aspirazione rivoluzionaria al cambiamento propria di un proletariato sempre più combattivo.

Nella sua lettera Costa riconosce la legittimità di tale linea che affondava le proprie radici direttamente nel patrimonio rivoluzionario risorgimentale, ma sottolinea con forza che tale forma d’azione si era rivelata sterile, incapace di radicare stabilmente i rivoluzionari all’interno del proletariato. Senza rinnegare le esperienze precedenti, occorre dunque ripensare radicalmente le modalità stesse dell’azione politica rivoluzionaria, dando adeguato spazio a quel capillare e organizzato lavoro di propaganda, da tutti ritenuto necessario, ma almeno fino a quel momento totalmente trascurato sul piano pratico. Più di tutto bisogna in ogni modo evitare il rischio crescente dell’isolamento settario, affrontando in modo spregiudicato il problema di come porsi in relazione dialettica con gli strati profondi del proletariato e di come più efficacemente coglierne le aspirazioni per tradurle in un progetto politico coerente e chiaro.

Per Costa è giunto ormai il momento di abbandonare la tradizionale concezione della rivoluzione come colpo di mano risolutore ad opera di una minoranza illuminata e di passare dall’azione cospirativa ad un lavoro politico aperto e di lungo periodo della classe operaia. Coerentemente con questa nuova prospettiva i rivoluzionari debbono porsi il problema della costruzione di un nuovo strumento d’azione. Quello che occorre è un Partito socialista rivoluzionario che sappia nelle mutate condizioni politiche e sociali continuare l’opera iniziata nel decennio precedente dai piccoli nuclei semisegreti dell’Alleanza Internazionale dei Lavoratori, ormai incapaci di un qualunque sviluppo.

La nascita del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna

Coerentemente con le tesi esposte nella lettera di Andrea Costa nell’aprile del 1880 si tiene a Bologna un congresso dei socialisti romagnoli che, dopo aver auspicato la formazione di un partito socialista operante a livello nazionale e ribadita la scelta rivoluzionaria, dichiara la necessità per gli internazionalisti di partecipare sistematicamente alle agitazioni operaie. Si tratta della pratica applicazione delle idee costiane alla nuova situazione che si era andata creando in Romagna e che si caratterizza per un’impetuosa ascesa delle lotte rivendicative. In quegli anni, infatti, grazie soprattutto all’intervento diretto dello Stato si era formato nella regione un consistente proletariato impegnato nelle grandiose opere di bonifica delle paludi che aveva via via assorbito artigiani rovinati, ex-mezzadri espulsi dai fondi e piccoli proprietari che avevano perso la terra a causa della persistente crisi che travagliava l’agricoltura italiana come conseguenza diretta dell’apertura al mercato. Una massa di proletari, sottoposti a condizioni di vita e di lavoro durissime, educati all’azione collettiva dallo stesso lavoro in squadra svolto nei cantieri di bonifica, estremamente disponibili ad una lotta diretta contro lo Stato che si presenta loro nella duplice veste del padrone dispotico e del gendarme.

Il mese successivo esce a Milano il primo numero della Rivista Internazionale del Socialismo, a cura del gruppo de La Plebe e di quello costiano, allo scopo di dare dignità scientifica al progetto politico dei socialisti. Nella rivista Costa riprende in modo articolato la tesi già avanzata nella lettera dell’anno precedente abbozzando le linee portanti di programma minimo del partito da costruire. Per la prima volta alle tradizionali richieste democratiche della sinistra radicale come quella del suffragio universale o dell’abolizione della tassazione indiretta si affiancano specifiche rivendicazioni operaie.

Per Costa il futuro Congresso dei Socialisti Italiani deve battersi per il diritto di coalizione e di sciopero, per la limitazione della giornata lavorativa, per la regolamentazione del lavoro delle donne e dei fanciulli, per il miglioramento del regime di fabbrica, per lo sfruttamento collettivo da parte dei contadini delle terre incolte. Finalmente, nel luglio 1881, dopo una lunga e capillare preparazione e nonostante la repressione poliziesca che colpisce lo stesso Costa, si tiene a Rimini in forma clandestina il congresso costitutivo del Partito Socialista Rivoluzionario che si da come primi obiettivi la costruzione di salde forme di collegamento fra le molte associazioni di classe ormai operanti in Romagna e in prospettiva sull'intero territorio nazionale e la definizione di un programma politico chiaro e accettabile dalle diverse componenti del movimento rivoluzionario. Riprendendo la classica formulazione del Parti Ouvrier francese, Costa afferma che se la rivoluzione ha bisogno di un partito, l’edificazione del socialismo non può non fondarsi sulla dittatura popolare, cioè sulla “accumulazione di tutte le forze sociali nelle mani delle classi lavoratrici insorte, all’oggetto di trionfare della resistenza dei nemici e d’instaurare il nuovo ordine sociale” . Anche se Andrea Costa è ancora lontano dalla scientifica chiarezza delle tesi marxiste sullo Stato e la dittatura proletaria, la rottura con le posizioni classiche dell’anarchismo è ormai totale e irreversibile.



3. Il Partito Operaio Italiano

Questo fervore di iniziative era in realtà la manifestazione di un più profondo e complessivo processo di trasformazione della vita politica italiana innescato dai grandi cambiamenti in atto nella società. La riforma elettorale del De Pretis del 1882, determinando un consistente allargamento del suffragio, contribuiva oggettivamente a spingere le organizzazioni operaie a uscire dalla tradizionale tattica astensionista e agevolava l’azione di chi, anche al di fuori del PSR, riteneva ormai esistessero le condizioni per un’autonoma presenza operaia all’interno delle istituzioni borghesi.

E’ il caso di Milano dove, nel maggio 1882, il Circolo Operaio, principale forza organizzata in ambito proletario, aveva deliberato di partecipare alle elezioni politiche e di chiamare alla costituzione di un Partito Operaio Italiano (POI) che sapesse difendere in maniera del tutto indipendente dalla sinistra borghese gli autonomi interessi proletari anche sul terreno elettorale.

Tuttavia, il programma del nuovo partito, nonostante il forte accento posto sulla necessità della lotta economica contro il capitale, non andava molto al di là di un vago socialismo dagli echi ancora risorgimentali. In particolare si rivendicava il suffragio universale, la libertà di stampa e di associazione, il riconoscimento giuridico delle società di mutuo soccorso senza ingerenze governative, l’istituzioni di scuole professionali gratuite, laiche e obbligatorie, la libertà di insegnamento, l’abolizione dell’esercito permanente e la sua sostituzione con una milizia popolare, l’autonomia comunale, l’abolizione delle imposte indirette in favore di un’unica imposta diretta fortemente progressiva, la laicità dello stato e l’assoluta, incondizionata, libertà di sciopero.

Il POI, che a differenza del PSR ammetteva fra i suoi membri solo lavoratori manuali, tendeva ad assomigliare più ad un sindacato che a un partito politico e con un certo successo, se si considera l’immediata apertura di sezioni a Torino e Genova e la vasta diffusione in tutta l’Italia del nord dell’organo di partito, Il fascio operaio. Mentre, o forse proprio per questo, sul piano elettorale, a differenza del PSR che anche grazie al patto di unità d’azione stretto con i repubblicani era riuscito a far eleggere Andrea Costa alla Camera, gli operaisti non andarono oltre a un magrissimo risultato. Sta di fatto, comunque, che per la prima volta nella regione più industrializzata d’Italia era apparso sulla scena politica un partito che, nonostante un programma in gran parte simile a quello della democrazia radicale, intendeva caratterizzarsi come un’organizzazione di classe, operaia, antiborghese.

Un partito che, a differenza degli effimeri cartelli elettorali progressisti destinati a sciogliersi una volta terminata la conta dei voti, affermava con orgoglio la sua volontà di sviluppare un lavoro di lunga lena finalizzato alla costruzione di una grande federazione di leghe di resistenza. Un partito diverso dagli altri in quanto…”la diversità con gli altri partiti sta in ciò che questi ultimi, finita la campagna elettorale (…) si avvolgono nella cappa del silenzio lasciando ovunque il tempo che trovano; il partito operaio, invece, resta permanente perché essendo tutti i giorni sfruttato ed umiliato nei suoi singoli individui, giornalmente deve combattere sulla breccia, per la rivendicazione di tutto ciò che gli spetta"

La crescita del movimento socialista

Anche una rapida analisi dello stato delle forze operaie organizzate dimostra come la crescita del movimento socialista non fosse un fenomeno effimero legato alla particolare situazione determinata dalla tornata elettorale del 1882, ma una tendenza ormai inarrestabile. Nel 1883 il Partito socialista Rivoluzionario poteva contare nella sola Romagna sezioni in più di 60 località con oltre un migliaio di aderenti, mentre a Roma Andrea Costa sviluppava un fervente attività di organizzazione della locale Federazione Operaia a cui univa una instancabile attività di conferenziere in giro per l’Italia. Utilizzando da rivoluzionario conseguente il mandato parlamentare e le sue prerogative, circolazione gratuita sulla rete ferroviaria e tutela dalle angherie poliziesche, egli sviluppava un paziente lavoro di diffusione dei principi socialisti e di ricucitura di una fitta trama di relazioni fra gruppi locali e singoli militanti operai. Il tutto finalizzato alla costruzione di un’unica grande organizzazione politica proletaria a livello nazionale di cui si ritenevano ormai mature le condizioni, come decise il II Congresso del PSR che nell’autunno di quello stesso anno chiamava alla convocazione a scadenza ravvicinata di un congresso dei socialisti italiani. Cresceva intanto l’area di influenza del partito che dal 1884 poteva contare su di un secondo deputato, l’ex garibaldino covertito al socialismo Luigi Musini.

Il PSR abbandonava le sue caratteristiche di partito regionale costruendo sezioni a Bologna, nel Parmense e in parte del Veneto (Padova e Rovigo). A Milano e in Lombardia, ma con consistenti appendici in Piemonte e Liguria, si sviluppavano nel frattempo le leghe di resistenza de I Figli del Lavoro, animate dai militanti del Partito Operaio. Il Fascio operaio, organo del partito, diffondeva mediamente fra le 1500 e le 2000 copie nella sola Lombardia, ma il numero delle persone toccate costantemente dalla propaganda operaista era di molto superiore avvicinandosi alle 15000. Nell’estate del 1884 la Lega figli del lavoro di Milano e la Società figli del lavoro di Legnano e altri centri minori si riunirono a congresso costituendo la Federazione regionale Alta Italia del POI e chiamando tutte le società operaie a rompere con la sinistra radicale accettando come membri solo lavoratori manuali e a unirsi in un’unica grande federazione operaia. Un partito costituito di soli operai, organizzati su base di mestiere, “arte per arte”, da cui sono esclusi per statuto gli artigiani, i piccoli proprietari agricoli (a meno che non svolgessero anche attività bracciantile) e nelle fabbriche tutti quei salariati che avessero a qualunque titolo compiti di direzione o di controllo di altri lavoratori. Un partito che destinava interamente le quote dei propri militanti (pari a 10 centesimi per ogni socio delle società affiliate) alla costituzione di un fondo di resistenza destinato a sostenere gli scioperi indetti da quelle stesse società affiliate.

Nel dicembre 1885, qualche mese il grande sciopero agricolo de La boje che in alcune località aveva assunto toni insurrezionali, il Partito tenne a Mantova, epicentro dell’agitazione, il suo secondo congresso adunando i rappresentanti di ben 132 società operaie e adottando un ordine del giorno conclusivo in cui si affermava che la soluzione del tragico problema della disoccupazione alla base dei recenti moti bracciantili poteva trovare soluzione solo colla “emancipazione completa dei lavoratori, cioè quando il capitale, le terre e gli strumenti del lavoro siano diventati proprietà comune dei lavoratori”. Nello stesso documento si riconosceva che nella riduzione dell’ orario di lavoro e nell’abolizione del lavoro a cottimo risiedeva un mezzo potente di difesa delle condizioni operaie che i lavoratori organizzati nelle loro leghe di resistenza dovevano sapere imporre al padronato. Il congresso, infine, ribadiva la decisione di partecipare alla lotta politica, lasciando ampia libertà di azione alle sezioni, ma riaffermando con forza il rifiuto di ogni compromesso o alleanza con la borghesia radicale. “Il partito operaio – si affermava nel manifesto – parteciperà alla lotta pubblica all’infuori di qualunque partito borghese”.

Potenzialità e limiti dell’operaismo

Nei primi giorni di gennaio del 1885 il quinto congresso della Confederazione operaia lombarda registra il successo politico degli operaisti che assumono il controllo della Commissione direttiva di quella che di fatto era la principale organizzazione operaia italiana. Per il gruppo dirigente del POI il risultato del congresso di Brescia dimostra che i tempi sono ormai maturi per la costituzione formale del partito. Il 12 aprile a Milano e qualche settimana dopo a Torino i rappresentanti delle società operaie affiliate alla Lega dei “Figli del lavoro” costituiscono ufficialmente il Partito Operaio Italiano, chiudendo così la lunga fase di gestazione iniziata quattro anni prima.

In realtà l’attività del partito non subirà nessun particolare mutamento: anche dopo la sua formale costituzione il POI resta più una federazione di associazioni operaie impegnate in un’intensa attività di organizzazione sindacale che un partito politico vero e proprio, tanto che per chi oggi si dedichi a ricostruirne la storia è difficile persino capire se nelle agitazioni operaie i militanti del POI, che pure vi svolgono un ruolo centrale, intervengano come esponenti del partito o a titolo meramente individuale. Di certo il partito, proprio perchè non seppe orientarsi verso il marxismo che faticosamente proprio in quegli anni stava penetrando nel movimento operaio italiano, non si pose mai concretamente il problema dell’organizzazione della classe sul terreno della politica complessiva e di conseguenza mai definì con chiarezza il problema dei rapporti con lo Stato borghese e i suoi apparati.

Nonostante il suo indubbio sviluppo, in pochi mesi i membri delle società “federate” al POI superano i 30 mila, il partito non va oltre all’obiettivo di organizzare “le falangi del proletariato” su base di mestiere: “arte per arte”. Mai in tutta la sua storia il POI si pone il problema della conquista e della gestione del potere. Nonostante questi limiti, il Partito Operaio ha comunque il grande merito di avere con decisione operato per sottrarre la classe operaia all’egemonia politica della piccola borghesia radicale e di avere in tal modo potentemente contribuito allo sviluppo di una coscienza di classe nel proletariato.

Resta però il fatto che la mancata definizione di una più complessiva prospettiva politica impedì al partito di costruire un’efficace struttura organizzativa che desse gambe reali al processo di unificazione della classe sul terreno dell’autonomia proletaria. In tale situazione, la sempre riaffermata delimitazione di classe, per cui al partito possono aderire solo lavoratori manuali, si trasforma paradossalmente da strumento di difesa del carattere proletario del partito in limite grave, elemento di rigidità che impedisce il pieno e proficuo dispiegarsi delle potenzialità che pure il Partito Operaio il larga misura possiede.

Gli operai che dirigono il POI non comprendono che la garanzia del carattere di classe del partito non è data semplicemente dall’origine sociale dei membri, ma si colloca prima si tutto sul terreno del programma. Il rifiuto del marxismo, il non sapere uscire da una visione che riduce lo scontro di classe alla battaglia interna alla fabbrica segnano dunque profondamente la vita del Partito e permettono anche di comprendere perché il POI non riesca nell’intera sua storia a ottenere sul piano politico, e di riflesso su quello elettorale, risultati anche minimamente paragonabili a quelli dei socialisti romagnoli. E questo pur operando in una Milano sempre più cuore pulsante di un capitalismo italiano giunto ormai alla maturità imperialistica.

Espressione semispontanea di una classe operaia in formazione, il Partito Operaio non sa distaccarsi da una visione che, teorizzando la centralità della fabbrica, sottovaluta il problema dello Stato, riducendolo semplicisticamente al rapporto con il magistrato ed il gendarme. Il che fa si che il partito viva in uno stato di crisi permanente, non determinandosi mai risultati corrispondenti alle attese e all’effettivo radicamento nella classe. Di tale crisi si fa carico nel novembre 1890 il Quinto Congresso che registra il fallimento del modello di partito-sindacato fino ad allora praticato e inizia a dibattere come separare gli ambiti: alle grandi società di mestiere, riunite in Camere del Lavoro, il compito di organizzare la lotta economica, al partito il lavoro di propaganda e di indirizzo. Ma a questo punto il POI è ormai di fatto una delle correnti del nascente Partito dei Lavoratori.

4. Andrea Costa e la crisi del Partito Socialista Rivoluzionario




Il primo congresso del Partito socialista rivoluzionario italiano

Come si è visto una delle principali differenze fra i socialisti costiani e gli operaisti lombardi consisteva proprio nella accettazione da parte dei primi di una politica di alleanza elettorale con le forze della sinistra borghese ed in particolare con i gruppi repubblicani assai forti in Romagna. Proprio su questo terreno si era consumata la rottura con il movimento anarchico che imputava a Costa l’abbandono di una posizione classista intransigente in favore di un atteggiamento legalitario ed evoluzionista e proprio per discutere di questi temi si tenne a Forlì nel luglio 1884 il terzo congresso del Partito socialista rivoluzionario di Romagna. Gran parte dei lavori del congresso fu dedicata alla definizione dell’atteggiamento da prendere rispetto al cosiddetto Fascio della democrazia, l’associazione dei radicali che dopo le elezioni del 1882 aveva preso il posto della Lega della democrazia di origine mazziniana e garibaldina.

Nonostante le critiche degli esponenti del POI che lo accusavano di trasformare il Partito socialista in un partito parlamentare, Costa si rendeva perfettamente conto dell’insidioso tentativo dei radicali di recuperare politicamente il movimento operaio, trasformando le nascenti organizzazioni proletarie in un’appendice della democrazia borghese. Altrettanto chiara restava però la comprensione dell’estrema complessità della fase attraversata e della necessità per il movimento operaio di non rompere totalmente con il campo radicale. Almeno fino a che non si fosse raggiunto un punto più avanzato di consolidamento politico ed organizzativo delle forze socialiste. Fino a quel momento l’alleanza tattica con i radicali andava mantenuta, ma con tutte le precauzioni del caso.

Dopo un vivacissimo dibattito non privo di aspre polemiche il congresso deliberò la partecipazione critica delle organizzazioni del partito al Fascio della democrazia, mantenendo però la più completa libertà d’azione e non rinunciando a sostenere fino in fondo il proprio autonomo punto di vista socialista sia per quanto riguardava le questioni economiche che per quelle politiche. Su insistenza di Costa e Musini il congresso deliberò anche di assumere il nome di Partito socialista rivoluzionario italiano, proprio al fine di rispondere all’esigenza di unità che pareva con forza provenire dal basso. A tal fine venne deliberato di organizzare quanto prima un congresso costitutivo nazionale in Roma a cui invitare i gruppi socialisti di tutta Italia. Alleanza tattica con la sinistra borghese e costruzione di un autonomo partito di classe su scala nazionale queste le coordinate entro cui si compendia alla fine del 1884 l’azione politica costiana. Un amalgama di difficile gestione come i fatti avrebbero presto dimostrato.

La dissoluzione del Partito Socialista Rivoluzionario

Di fronte allo sviluppo del Partito Operaio che alla metà degli anni ’80 sembra essere in grado di radicarsi in profondità anche nelle masse bracciantili del Parmense e del Mantovano fino ad allora campo d’azione dei socialisti rivoluzionari, Andrea Costa inizia a considerare la possibilità che la costruzione su scala nazionale del Partito socialista rivoluzionario debba necessariamente passare attraverso la fusione del PSRI con il POI. Così, nell’aprile del 1885, la Commissione federale del Partito Socialista Rivoluzionario invia un caldo saluto al Congresso del POI, auspicando una prossima fusione dei due partiti. In realtà, al di là delle frasi di circostanza, le differenze fra le due organizzazioni permanevano profonde e non si trattava solo di questioni organizzative.

Nel programma del Partito Operaio mancava completamente ogni accenno, anche gradualista o riformista, al socialismo: scopo del partito era “ottenere un reale e positivo miglioramento economico, a ciò che tutti i lavoratori possano raggiungere la loro emancipazione”. Ma neppure una parola era dedicata a chiarire meglio di quale emancipazione si trattasse. Ciononostante, pur provenendo da una esperienza politica diversissima, Costa appare affascinato dalla forza del Partito Operaio, che come abbiamo visto in quel momento parlava a nome di decine di migliaia di operai membri delle leghe affratellate. Così, invece che evidenziare i limiti politici degli operaisti e il loro sostanziale economicismo, egli riprende la tesi caratteristica del POI di un partito capace di essere al tempo stesso organizzazione politica e lega di resistenza. Sfugge a Costa, che pure in questi anni si era sensibilmente avvicinato al marxismo, il fatto che, a differenza del sindacato tenuto assieme dal collante oggettivo degli interessi economici immediati, il partito di classe si caratterizza per il programma, cioè per una più generale visione del mondo che trascende la contingenza. Accade così - e sarà una costante nella storia del socialismo e poi del comunismo in Italia da Costa alla cosiddetta “nuova sinistra” degli anni ‘70 – che in nome di un esasperato pragmatismo dovuto all’ansia di costruire hic et nunc “il partito di massa”, si sostituisca ad un lavoro in profondità di analisi e di intervento sulle tendenze spontaneamente emergenti a livello di classe l’esaltazione della contingenza, il tatticismo politico, l’improvvisazione organizzativa.

Invece di un processo lungo e faticoso di accumulo di forze a livello politico, teorico ed organizzativo, la costruzione del partito è concepita pressocchè esclusivamente a livello ideologico-politico, come una serie di pronunciamenti verbali e di svolte tattiche ciascuna delle quali considerata risolutiva. Manca in sostanza ai padri fondatori del socialismo italiano – da Costa a Turati a Labriola che pure fu eminente marxista - quella visione dialettica della prospettiva che quasi nello stesso periodo porterà Lenin ad analizzare in profondità lo sviluppo del capitalismo in una Russia da tutti considerata arretrata e semi-feudale e ad impostare sulle risultanze scientifiche di tale ricerca gli assi di costruzione del partito e la concreta definizione del “che fare”.

Il problema dei rapporti con il Partito Operaio fu al centro del IV Congresso del PSR (di fatto il II del PSRI) che si svolse a Mantova nell’aprile del 1886 radunando delegati provenienti oltre che dalla Romagna, dall’Emilia (Mantova, Parma e Reggio), dal Piemonte (Torino, Asti, Alessandria), dalla Liguria (Genova e Sanremo), dal Veneto (Rovigo), dalla Toscana (Livorno) e dall’Italia centro-meridionale (Roma, Napoli, Brindisi e Palermo). Si tratta, dunque, del primo congresso a carattere realmente nazionale di un partito, il PSRI, che al di là del nome aveva fino ad allora mantenuto un impianto prevalentemente limitato alla Romagna.

Ma proprio questo risultato, tenacemente perseguito dal Costa e che appariva finalmente raggiunto, doveva paradossalmente evidenziare la debolezza del partito e le numerose contraddizioni irrisolte che questo si portava dietro fin dalla sua fondazione. Intanto lo scopo centrale del congresso – l’unificazione o almeno il raggiungimento di una larga unità d’azione con il POI – non fu raggiunto e non solo per la manifesta indisponibilità dei lombardi. Fatto ben più preoccupante la crescita del partito, che pure c’era stata e aveva spinto Costa a bruciare le tappe della costruzione del partito nazionale, apparve più un fatto numerico che organizzativo. Il PSRI aveva moltiplicato le sezioni, costruendo legami con i gruppi più disparati dispersi ai quattro angoli d’Italia, ma a scapito della chiarezza politica e nell’assoluta mancanza di una rete organizzativa che permettesse poi la gestione centralizzata e unitaria delle forze così largamente raccolte.

Al congresso di Mantova apparve chiaro che non solo non esisteva un progetto organizzativo vero e proprio, ma che anche sul piano programmatico l’identità del partito tendeva ad appannarsi parallelamente al dilatarsi della sua presenza sul territorio nazionale e sempre più si riduceva al mero rapporto che i singoli gruppi locali avevano stretto con la figura carismatica di Costa. Un partito, dunque, privo di una identità definita, contenitore di istanze diversissime e fortemente connotate in senso localistico. Un partito più grande sul piano numerico e più influente sul terreno elettorale, ma molto fragile sul piano teorico ed organizzativo. Lo stesso accresciuto peso elettorale, frutto anche del patto d’unità d’azione con la democrazia radicale che imponeva vincoli all’azione parlamentare e amministrativa del partito, creava oggettivamente le condizioni di una crescente divaricazione fra le aspettative e i comportamenti di una base, fatta prevalentemente di braccianti e di piccoli artigiani in rovina, tanto combattiva quanto politicamente primitiva e le complesse - e spesso per questa base incomprensibili - tattiche portate avanti dagli eletti.

In queste condizioni a far funzionare il partito non poteva di certo bastare il carisma e la capacità di mediazione di Andrea Costa. Pochi mesi dopo la conclusione del congresso, nell’agosto del 1886, la Commissione Federale che dirigeva il partito si dimetteva in blocco denunciando l’impossibilità di svolgere a pieno il proprio mandato a causa della “nessuna cooperazione di coloro che pure avrebbero dovuto e potuto aiutarci, l’apatia, l’insofferenza generale contro cui ogni energia vien meno, ogni buona volontà è inutile”.

Questo documento rappresenta l’atto di morte del PSRI che di fatto rapidamente si dissolse come organizzazione unitaria. Il congresso, immediatamente convocato per procedere alla riorganizzazione del partito, non si tenne mai. Gran parte delle sezioni al di fuori della Romagna, venute al partito negli ultimi due anni, interruppero quasi totalmente i rapporti con il centro. Molti gruppi in Piemonte e Liguria passarono al POI che pure, come abbiamo visto, soffriva degli stessi mali. Di fatto, almeno dalla fine del 1886, diventava impossibile parlare di un Partito Socialista Rivoluzionario Italiano come di un organismo realmente esistente e operante.

Il partito, che formalmente continuava ad esistere, era tornato ad essere poco più di una corrente di idee e un’insieme di gruppi federati su direttive generiche, uniti soltanto da un comune riferimento al ruolo parlamentare svolto dal Costa. Anche nell’ambito romagnolo, vero nocciolo duro del partito, il PSR era praticamente soltanto più una sigla che copriva le iniziative di una miriade di circoli e di associazioni locali. Paradossalmente, almeno in Romagna, questa situazione non significava la scomparsa del partito. Espressione di una base “fluttuante”, legata alla precarietà del lavoro bracciantile e delle grandi opere pubbliche di bonifica delle paludi, il partito avvertiva meno la necessità di una stabile struttura organizzativa e di un centro autorevole. Ma il proletariato industriale delle fabbriche di quello che si avviava a diventare il “triangolo industriale”, non più legato al carattere stagionale del lavoro bracciantile o all’individualismo tipico del piccolo artigiano, necessitava di altri strumenti. A questa richiesta né l’operaismo economicista del POI né il movimentismo localistico del PSR erano in grado di dare risposte. I tempi erano maturi per il partito, ma i gruppi che per un decennio si erano battuti per costruirlo apparivano ormai più un retaggio del passato, sia pure di un passato eroico, che il simbolo del nuovo che tuttavia da ogni lato premeva.

Epilogo

Nonostante questa situazione, Andrea Costa continuò con tenacia il suo lavoro. Già nel 1885 in Parlamento aveva richiesto con forza il richiamo delle truppe dall’Africa e si era opposto con coraggio alle avventure coloniali del governo Depretis. Nel 1887, all’indomani del massacro di Dogali, egli rinnovò con coraggio la sua condanna del colonialismo, presentando un ordine del giorno in cui si affermava che “il prestigio militare e l’onore della bandiera sono i soliti pretesti con cui tutti i governi cercano di far passare le loro imprese criminali o pazze”.

Rifiutando il voto alla richiesta del governo di un nuovo credito per inviare in Africa nuove truppe, Costa lanciava una parola d’ordine destinata a diventare celebre: “Per continuare le criminose pazzie africane noi non daremo né un uomo, né un soldo”. Denunciato, condannato, costretto ad un nuovo esilio in Francia, egli continua a perseguire il progetto di costruzione di un vero partito socialista rivoluzionario su scala nazionale. Ma senza risultati apprezzabili. Anche il congresso svoltosi a Ravenna alla fine del 1890, nonostante le entusiastiche proclamazioni, di fatto non andò oltre, come il quasi contemporaneo congresso del POI, alla enunciazione scontata della necessità di convocare al più presto un convegno nazionale.

Pure, in questa situazione di sostanziale immobilismo qualcosa di nuovo era accaduto. Largo spazio era stato concesso nell’ambito dei lavori congressuali alla lettura di un messaggio di solidarietà inviato, a nome di una da poco costituita lega Socialista Milanese considerata da tutti assai vicina alle posizioni dei socialdemocratici tedeschi e del vecchio Engels, da un giovane Filippo Turati, da poco passato dalla scapigliatura letteraria alla militanza di classe. Andrea Costa e i delegati romagnoli non potevano saperlo, ma sotto i loro occhi era avvenuto un ideale passaggio di consegne. Il partito tanto atteso e così tenacemente voluto sarebbe nato prima di quanto sperato, ma Andrea Costa, che forse più di tutti si era speso per costruirlo, non sarebbe stato fra i suoi fondatori.



5. Filippo Turati, la “Critica Sociale” e Antonio Labriola


Nella seconda metà degli anni Ottanta la teoria marxista, fino ad allora pressocchè quasi sconosciuta, conosce una rapidissima diffusione in Italia sia nell’ambito del movimento operaio che dello stesso mondo accademico ufficiale. Nel 1886, sette anni dopo la pubblicazione del “Compendio” del Primo Libro redatto da Carlo Cafiero, esce la prima traduzione integrale del “Capitale”. Due anni più tardi viene pubblicato “Il Manifesto del partito comunista”, mentre nel 1890 Antonio Labriola, ormai in piena rottura col radicalismo, inizia a tenere presso l’università di Roma le sue lezioni sul materialismo storico. Tra il 1888 e il 1890 appaiono traduzioni di scritti di Marx, Engels, Kautsky, Lafargue e Plechanov e larga diffusione hanno articoli e opuscoli che riprendono le posizioni del Partito operaio francese e del Partito socialdemocratico tedesco. Tutto questo fervore di iniziative non manca di avere benefici effetti sul movimento operaio italiano, costretto dalla necessità di confrontarsi con le nuove idee provenienti d’oltralpe a rompere con il municipalismo e l’operaismo che tanto pesantemente ne avevano segnato i primi tentativi di organizzazione politico-sindacale.

Filippo Turati è l’uomo che incarna questo passaggio. Di formazione culturale positivistica, proveniente come buona parte dei militanti della sua generazione dal radicalismo post-risorgimentale, assieme ad Anna Kuliscioff, esperta conoscitrice dei testi marxiani e del dibattito internazionale, egli fonda la Lega socialista milanese con il preciso intento di favorire la sprovincializzazione del movimento operaio italiano. Centrale in questo progetto è la rivista la “Critica sociale” che in brevissimo tempo diventa un fondamentale punto di riferimento per quanti, consapevoli della necessità che anche in Italia si proceda speditamente sulla via della costruzione del partito sul modello tedesco, cercano un’ispirazione per l’azione politica quotidiana in grado di andare al di là delle ormai annose dispute che travagliano il campo socialista. In questa battaglia la “Critica sociale” funge da luogo di incontro, stanza di compensazione, fra lo spontaneo movimento di lotta e di organizzazione della classe operaia e la coscienza socialista degli intellettuali più avanzati, sede di dibattito privilegiata e, come affermerà lo stesso Turati, “scuola collettiva” per i quadri della futura organizzazione politica.

Certo, Turati non è un marxista ortodosso e la sua visione del socialismo risente, anche nei suoi interventi migliori, di un gradualismo di fondo che sotto la copertura di una “intransigenza” formale di fatto segnerà profondamente in senso riformistico il nascente partito socialista. Così come profonde sono le differenze con l’altro grande esponente del socialismo italiano di quell’epoca, quell’Antonio Labriola che mai ne accetterà la direzione politica sul movimento, tanto da scrivere ad Engels all’indomani del Congresso di Genova, a cui rifiuta di partecipare, per denunciarne il carattere “ambiguo, equivoco, elastico”. Labriola, che pure acutamente coglieva l’eclettismo del socialismo milanese, restava tuttavia prigioniero di una visione rigorosa, ma astratta, del partito, mancandogli l’esperienza viva a contatto quotidiano con la classe operaia che invece rappresenta il retroterra dell’azione turatiana. Per questo, pur raggiungendo livelli di assoluta eccellenza nell’elaborazione teorica, tanto da rappresentare un punto di riferimento fondamentale per un’intera generazione di quadri marxisti e non solo in Italia, basti pensare a Trotsky che ne “La mia vita” riconoscerà l’influsso determinante del filosofo italiano nella sua formazione, egli non riuscirà mai a giocare un ruolo politico di un qualche rilievo nel movimento socialista.

Espressione dell’area socialmente ed economicamente più moderna del paese, Turati è il primo fra gli esponenti socialisti italiani a cogliere a fondo la necessaria dimensione internazionale del nuovo movimento operaio in gestazione in tutta Europa. Lo troviamo così, agli inizi del 1891, a rappresentare il proletariato italiano al Congresso di Bruxelles della neocostituita Seconda Internazionale. Esperienza fondamentale che lo convince della necessità e dell’inevitabilità, pena l’emarginazione del socialismo italiano dal contesto del movimento operaio internazionale, della rottura con gli anarchici, superando in tal modo definitivamente le esitazioni che per oltre un decennio avevano reso incerta l’azione politica di Costa.



Il giornale nazionale come organizzatore collettivo

Preparato da almeno un anno di intenso lavoro di ricucitura fra i vari gruppi da parte della Lega socialista di Filippo Turati, il 2-3 agosto 1891 nella sede del Consolato operaio di Milano si tiene il “congresso operaio italiano” con rappresentanze di tutte le principali correnti del movimento socialista e radicale, comprese quella anarchica e quella repubblicano-collettivista. La gestione dei lavori congressuali risultò fin da subito difficile per l’eterogeneità dei partecipanti e per la violenta opposizione degli anarchici e di parte degli operaisti alla definizione di un chiaro piano di azione politica del proletariato e alla costituzione di un partito dei lavoratori che fosse qualcosa di più di una semplice federazione di società operaie.
Nonostante questo, grazie al paziente e tenace lavoro di mediazione svolto da Turati e dagli altri esponenti della “Critica sociale” il congresso si concluse con l’approvazione di uno Statuto e di un Programma comune e con la convocazione di lì a un anno di un nuovo e questa volta definitivo momento di dibattito per verificare l’esistenza delle condizioni minime per la costituzione di un’organizzazione politica nazionale della classe operaia.

Uscire dal ristretto ambito delle lotte corporative, unificare la classe su scala italiana, costruire un giornale nazionale capace di fungere da organizzatore collettivo, fondare il partito di classe: questi i problemi fondamentali che si pongono in quel momento i militanti d’avanguardia e non solo in Italia, basti pensare al “Progetto di programma del Partito Operaio Socialdemocratico Russo” scritto in carcere da Lenin a cavallo fra il 1895 e il 1896. Quello che distingue il movimento operaio italiano è semmai la confusione teorica e il pressapochismo organizzativo contro cui, come si è visto, tentano da angolazioni diverse e con differenti strumenti di battersi sia la “Critica sociale” che Antonio Labriola.

In preparazione del congresso il 31 luglio a Milano esce il primo numero del settimanale “Lotta di classe, Giornale dei lavoratori italiani”, con a grandi lettere sulla testata riportato il motto di Marx “Proletari di tutti i paesi unitevi!” Diretto nominalmente da Camillo Prampolini, ma di fatto redatto principalmente da Turati e dalla Kuliscioff, il giornale mostra fin dai primi numeri un respiro assai più largo dei fogli socialisti dell’epoca, una capacità nuova di abbracciare interessi e temi non soltanto locali e di parlare un linguaggio comprensibile a tutti i proletari qualunque fosse il loro ambito di lavoro o il luogo di residenza. Con grande chiarezza il settimanale riassumeva i caratteri specifici del movimento socialista nella lotta per la socializzazione dei mezzi di produzione da ottenersi mediante la conquista del potere politico. A questo proposito l’editoriale del primo numero, dopo aver tributato il giusto riconoscimento al valore dell’attività svolta dal vecchio Partito Operaio, scriveva:

“Gli scioperi, le organizzazioni di resistenza, le cooperative , ecc., sono eccellenti mezzi di agitazione, eccellenti mezzi di reclutamento per formare l’armata proletaria, ma guai al movimento operaio, guai all’avvenire della classe operaia se essa pone in questi mezzi tutta la sua speranza, i suoi scopi finali (…) La radice di tutte le vessazioni, di tutti gli abusi, per i quali il salariato è una nuova forma dell’antica schiavitù, deve trovarsi nel monopolio dei mezzi di produzione e nella direzione della società nelle mani di privilegiati. La socializzazione di questi mezzi è la soluzione del problema. Trascurando questo scopo, la questione operaia resta una semplice questione borghese, una piccola questione di accomodamento fra i servitori e i padroni. Questo è il metodo con cui i padroni hanno interesse a considerarla”.

Nonostante il linguaggio usato non abbia l’incisività e il rigore scientifico delle pagine leniniane, la messa in guardia contro una visione meramente tradeunionistica della lotta di classe è chiarissima, come in modo nettissimo è espressa l’esigenza che il giornale nazionale funga da organizzatore collettivo della classe.

“La questione operaia, come questione soltanto a sè, nel suo piccolo significato, nel suo significato borghese, è stata abbandonata per sempre: si è capito che la questione separata e allontanata dall’ideale socialista è un controsenso; si è capito che il movimento operaio e il socialismo sono due aspetti di un medesimo fenomeno: il primo è il fatto, il secondo la coscienza, l’anima del fatto: separarli vuol dire distruggerli (…) Quest’opera di fusione, di elaborazione coscienziosa, questa opera di educazione e di vivificazione del partito, non può essere completa se al lavoro particolare, anche nei giornali secondari, non si aggiunge per completarlo e coordinarlo il lavoro di un organo centrale che non sia il giornale di una o di un’altra città, di uno o di un altro mestiere, ma sia il giornale del partito stesso.”

Il congresso di Genova


In esecuzione del mandato del congresso milanese dell’anno precedente il 14 agosto 1892 si riuniscono a Genova, alla Sala Sivori, oltre 400 rappresentanti di società operaie, leghe di resistenza, cooperative, comitati elettorali, circoli socialisti, repubblicani e anarchici. Sono presenti, con l’eccezione clamorosa di Antonio Labriola che snobba il congresso non considerandolo sufficientemente rappresentativo, i nomi più noti di oltre un decennio di lotte operaie e democratiche: Giuseppe Croce, Costantino Lazzari, Antonio Maffi, Camillo Prampolini, Andrea Costa, Leonida Bissolati e naturalmente Filippo Turati e Anna Kuliscioff.

Fin dai primi interventi fu evidente che il fragile compromesso con gli anarchici raggiunto un anno prima a Milano non poteva reggere. Nonostante un ultimo, disperato tentativo unitario di Andrea Costa, che deluso e stanco abbandonerà immediatamente dopo il congresso, gran parte dei delegati concorda sulla necessità di rompere definitivamente con gli anarchici che strenuamente si oppongono all’ipotesi di costituire un vero partito politico che finalmente sappia andare oltre l’ormai asfittica formula dei “circoli operai affratellati”. Il giorno dopo 197 delegati guidati da Turati si riuniscono a parte e deliberano la costituzione del Partito dei Lavoratori Italiani che l’anno successivo a Reggio Emilia assumerà il nome di Partito socialista.

Il programma, opera soprattutto di Turati che con una serie di emendamenti aveva profondamente trasformato l’originario testo di Maffi infarcito di ovvietà democraticistiche, nei fatti riprende le linee portanti del programma della Lega socialista milanese e rappresenta una prima definizione dei principi basilari del socialismo sancendo la nascita di un partito autonomo della classe operaia che accoglie, almeno sul piano dei principi, la dottrina marxista.
Certo, il programma uscito dal congresso di Genova soffre ancora notevolmente dell’estrema povertà teorica che caratterizzava – e , detto per inciso, caratterizzerà sempre, fatta salva la parentesi felice del primo periodo di vita del PCd’I - il movimento operaio italiano.
Di più, il partito che nasce alla Sala dei Carabinieri genovesi presenta già in modo avvertibile quegli elementi di opportunismo che dovevano negli anni successivi ed in particolare nel periodo giolittiano segnare indelebilmente l’intero suo percorso politico. Ne è prova la discussione sfociata poi nella risoluzione sulla questione dello stato dove fortissimo è l’eco del programma adottato al congresso di Erfurt della socialdemocrazia tedesca (1891) profondamente segnato dall’illusione di un utilizzo dello stato borghese, conquistato e diretto dal partito operaio, in funzione della costruzione del socialismo.
Resta comunque il fatto che, come in sostanza noterà Engels in risposta alle note polemiche di Labriola, anche la classe operaia italiana aveva ora il suo partito e questa era la cosa importante.





dal sito http://cedocsv.blogspot.it/


sabato 5 maggio 2012

PRIME CONSIDERAZIONI A CALDO SULLE ELEZIONI PRESIDENZIALI FRANCESI di Riccardo Achilli



PRIME CONSIDERAZIONI A CALDO SULLE ELEZIONI PRESIDENZIALI FRANCESI

di Riccardo Achilli




E' senz'altro troppo presto per una analisi approfondita dei dati elettorali delle presidenziali francesi, che ovviamente richiederà il dettaglio analitico che ancora non c'è. Però alcune tendenze di massima sono già evidenti.
Il Paese, in larga maggioranza, rifiuta l'estremismo liberista delle politiche di ristrutturazione delle finanze pubbliche imposto da Sarkozy, e quindi rifiuta la filosofia liberista dell'asse franco-tedesco Sarkozy-Merkel.
Tale rifiuto passa però attraverso sfumature e differenze notevoli: il 28/29% dell'elettorato si affida alla ricetta riformista moderata di Hollande, fatta da un equilibrio fra risanamento di bilancio e crescita, in cui c'è il rifiuto dell'estremismo liberista racchiuso nel fiscal compact, come ad esempio la follia del pareggio di bilancio, ma l’accettazione della linea di fondo di rimanere nell'euro, e quindi dimostra la volontà di proseguire nelle politiche di austerità di bilancio, a patto che vengano controbilanciate da una maggiore equità nella distribuzione sociale dei sacrifici, da qualche misura sulla crescita dal lato della competitività (da negoziare, nelle misura più significative, in sede europea, quindi passando per le forche caudine della rigidità della Germania) e da maggiori garanzie legislative sulla tenuta del sistema finanziario in caso di future crisi (in particolare, la separazione fra attività di credito ed attività di investimento delle banche e la creazione di una agenzia pubblica di rating europea, misure che peraltro ben difficilmente potranno prevenire, di per sè, future crisi finanziarie).

Ma quasi un elettore su cinque, generalmente nel proletariato e sottoproletariato urbano più colpito dalla crisi, ma anche in alcune frange piccolo-borghesi (in particolare fra i contadini, altra categoria sociale particolarmente colpita dalla crisi, data la fortissima fase di difficoltà che tale comparto sta attraversando) esprime, tramite il voto al FN della figlia di Le Pen, un rifiuto radicale del modello liberista su cui si fonda la costruzione europea, rifiuto radicale che purtroppo viene intercettato da un partito di estrema destra, che offre facili alibi nel razzismo (quindi nell'offerta di un facile capro espiatorio nell'immigrato che, secondo la propaganda del FN, peserebbe sul bilancio pubblico e ruberebbe il lavoro) ad un proletariato privato di coscienza di classe da decenni di ripiegamento ideologico imposto dal pensiero unico post-muro di Berlino, ed una falsa tranquillizzazione in termini di sicurezza e giustizialisti (il programma della Le Pen parla anche di reintroduzione della pena di morte) ad una piccola borghesia terrorizzata dalla perdita di sicurezze economiche causata dalla crisi (anche se il tradizionale nazionalismo che caratterizza la cultura francese favorisce un partito come il FN, così come anche l'entità, e le specificità di isolamento, anche fisico, nelle banlieues delle città, dell'immigrazione, nonché i conflitti di identità fra immigrati di prima e seconda o terza generazione, rendono molto complessa la gestione del dossier immigrazione in Francia, favorendo il successo, nei segmenti di opinione pubblica a maggior livello di esposizione al rischio di emarginazione sociale, dei messaggi razzisti, e quindi drasticamente semplificatòri, proposti dal FN ).

Il FG di Mélenchon riesce ad intercettare e mantenere a sinistra circa l'11% del rifiuto radicale al modello economico e sociale dominante, riorientandolo chiaramente verso la richiesta di un paradigma diverso dal capitalismo (controllo stringente sull'attività bancaria, eliminazione del precariato, riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, introduzione di un salario minimo e di un tetto salariale massimo, stimolo all'imprenditoria cooperativa anche in settori altamente competitivi, ripubblicizzazione dei servizi essenziali, ecc. sono chiaramente richieste che prefigurano un modello socialista, sia pur introdotto in modo pacifico e senza rivoluzioni).

Nelle condizioni di arretramento della coscienza di classe che affliggono tutta l'Europa, il risultato elettorale di Mélenchon è senz'altro da considerarsi molto positivo, e contribuisce, nonostante la forte crescita del FN (che consolida il suo primato di più forte partito di estrema destra d'Europa) alla riduzione del risultato elettorale delle destre e dei partiti moderati (come quello di Bayrou) rispetto alle ultime elezioni presidenziali (le uniche realmente comparabili): oggi, le destre ed i movimenti centristi come il partito di Bayrou totalizzano il 54-55% dei voti.

Alle presidenziali del 2007, tale quota aveva superato il 62%. Il risultato del FG è tanto più importante quanto più segnala la crescita di tale partito, che (anche se il paragone con altre elezioni non è del tutto corretto) alle europee del 2009 aveva ottenuto il 6,5%.
Tuttavia, la sensazione netta, al di là dei sondaggi che danno Hollande vincitore al ballottaggio, e nonostante la tradizione secondo cui il vincitore del primo turno ha sempre vinto anche il secondo, è che i giochi siano ancora aperti.

Nessuno è realmente in grado di stimare l'astensionismo fra gli elettori del FN al ballottaggio, anche perché la Le Pen appare molto determinata a chiudere un accordo con Sarkozy, ed il suo appello serale all'unità degli elettori del FN sotto la sua guida ha il preciso scopo di ridurre l'astensionismo in caso di accordo con il presidente uscente. Inoltre, Sarkozy può giocare di sponda sia con quote di elettorato del FN (promettendo una svolta poliziesca e xenofoba più radicale) sia con quote dell'elettorato di Bayrou (che ha pur sempre ottenuto l'8-9%) accogliendo alcune proposte di tipo economico del MoDem, che vanno in direzione di maggiore austerità.

Viceversa, Hollande ha come unico interlocutore il FG, poiché, come dimostrano le presidenziali del 2007, il MoDem di Bayrou, con il suo atteggiamento di neutralità, spinge i suoi elettori ad astenersi al secondo turno, o a votare in quote più o meno uguali fra il candidato di destra e quello di sinistra (a meno che, come detto, Sarkozy non riesca a spostare una maggiore fetta di elettorato di Bayrou sposandone le proposte economiche, che sono allineate alle sue, ed inducendo l'elettorato centrista di tale partito a votare per lui, agitando lo spauracchio dell'influenza dei "comunisti" del FG su Hollande).

Da questo punto di vista la dichiarazione emotiva di Mélenchon "appoggerò Hollande senza chiedergli niente in cambio", evidentemente indotta dall'inatteso risultato del FN di Le Pen, appare come un grave errore politico. Difficilmente gli elettori del FG decideranno di votare in massa per Hollande al secondo turno, se egli non accoglierà alcune richieste del programma di Mélenchon, ben più radicale di quello dell'esponente socialista. Mélenchon deve lottare per indurre Hollande ad accettare alcune proposte del FG, perché altrimenti consegnerà la Francia ad un nuovo mandato di Sarkozy, che stavolta nascerebbe sotto l'astro nero dei fascisti del FN e sotto l'astro ancor più cupo della Bundesbank e del monetarismo più selvaggio che il capitalismo in crisi ha messo in atto nei confronti dell'Europa intera. Ed anche l'Italia si gioca, in queste elezioni, una fetta del suo prossimo futuro.

In conclusione, il risultato più scioccante di queste elezioni, ovvero l’avanzata dell’estrema destra, non solo conferma un dato sociologico già noto, ovvero la conquista di crescenti quote di voto di operai e disoccupati, indotta dal declino della coscienza di classe, ma anche dal moderatismo di un PSF che, dopo il progetto-bandiera sulle 35 ore di Jospin, ha progressivamente adottato (già dallo stesso governo-Jospin) politiche economiche e sociali sostanzialmente simili alla destra nell’impostazione generale, corrette da qualche compensazione sociale e distributiva, ma evidenzia anche la penetrazione crescente fra i colletti bianchi, ovvero fra quel cosiddetto “ceto medio”, definito dalla sociologia borghese, di impiegati del terziario, su cui si basa sempre di più il consenso elettorale del PSF. Non è infatti un caso se non vi è alcun avanzamento significativo dei consensi per tale partito, che passano dal 26% dato alla Royal durante le presidenziali del 2007 all’attuale 28-29%.

Evidentemente manca una riflessione sui danni di un riformismo troppo moderato, che non rimette in discussione realmente il modello di capitalismo finanziarizzato che abbiamo davanti, limitandosi a qualche piccola compensazione sociale, a qualche incentivo alle PMI ed a qualche proposta normativa di contrasto alla speculazione finanziaria, peraltro inefficace a fermare l’avanzata del capitalismo finanziario, che, essendo globalizzata per definizione, è poco sensibile alle normative nazionali (e non ha nessuna speranza di poter essere normata a livello europeo, stante l’ostilità delle due principali piazze finanziarie del nostro continente, ovvero Londra e Zurigo, ad esempio ad una tassazione sulle transazioni finanziarie) e, agendo perlopiù “over the counter_”, ovvero in mercati deregolamentati ed opachi, non offre nemmeno la base informativa minima per una regolamentazione efficace.
Il riformismo, più o meno moderato, perde quindi consensi anche fra quel ceto di impiegati, privato “ab origine” di coscienza di classe dalle modalità organizzative stesse del lavoro terziario e dalla crescente precarizzazione dei rapporti sociali di produzione, che i cantori improvvisati e sciocchi del modernismo ritenevano potesse essere la base sociale di riferimento della sinistra del futuro, abbandonando il voto operaio e quello dei diseredati e degli emarginati del capitalismo, al punto da teorizzare ipotetiche “società senza classi” che esistono solo sul pianeta Mercurio.
Una sinistra modellata sulle lezioni di questi cattivi maestri dimostra di non saper avanzare, perché non ha colto il nesso che esiste fra le rivendicazioni sociali dell’operaio, del disoccupato, dell’impiegato pubblico e del lavoratore precarizzato del call center. Rinuncia ad una analisi di classe perché si illude che lo stesso concetto di classe stia annegando in un coacervo indistinto di “ceti medi”. E quindi propone una ricetta non dissimile da quella liberale nella sua base, edulcorata con un po’ di redistribuzione e di difesa del ruolo del soggetto pubblico.
Una ricetta interclassista che non basta, e che rischia di portarci verso una deriva di destra molto pericolosa. Persino il programma elettorale di Hollande, che è più attento alle questioni sociali della media degli ultimi anni del suo partito (e che rispetto al nostro PD appare quasi “radicale) non basta, soprattutto perché si appoggia su un partito che deve oggettivamente ricostruire un rapporto di maggiore prossimità con i ceti popolari più deboli ed esposti alla crisi.

E’ tempo che la sinistra, a livello mondiale, rifletta sulla necessità di offrire, sia pur per vie democratiche e pacifiche, un modello di riferimento diverso, se non vuole che tale modello venga offerto dalla destra xenofoba.


23 aprile 2012

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/





venerdì 4 maggio 2012

PRESIDENZIALI DI FRANCIA. QUALE LEZIONE PER L'EUROPA? di Lorenzo Battisti



PRESIDENZIALI DI FRANCIA.
QUALE LEZIONE PER L'EUROPA?
di Lorenzo Battisti

1. Le elezioni presidenziali francesi sono competizioni estremamente personalistiche. Conta molto il candidato, come si presenta e l’esposizione mediatica che ottiene. Così ha voluto de Gaulle quando scrisse la costituzione della Quinta Repubblica, soprattutto per contenere i comunisti. Per queste ragioni sarebbe sbagliato trarre dal primo turno delle presidenziali un giudizio compiuto sulle tendenze di fondo in atto nella società. Questo passaggio elettorale ha, semmai, impresso una istantanea e per poter leggere una dinamica di fondo è importante guardare a quanto avverrà dopo tutti i passaggi elettorali. Questa stagione, cominciata domenica con il primo turno delle presidenziali, si concluderà a giugno quando saranno eletti i deputati dell’assemblea nazionale (lo scorso autunno si sono tenute le senatoriali).
Tuttavia, alcune considerazioni posso essere tratte già da questo primo appuntamento elettorale e, come vedremo, non riguardano sono i destini della Francia.

2. Il primo dato molto importante da analizzare è stato il forte calo dell’astensione, scesa al 19,59%: il più basso da molti anni. Questo dato (come altri, che analizzeremo in seguito) ha colto di sorpresa tanto i sondaggisti quanto i commentatori, i quali si aspettavano un aumento dell’astensione, anche se lieve, rispetto alle passate presidenziali. Ciò mostra che molti francesi hanno compreso come queste elezioni avessero grande importanza per determinare i destini della Francia e dell’Europa nei prossimi anni. E ciò è stato possibile non solo perché i due candidati ora al ballottaggio (Sarkozy ed Hollande) hanno fatto il pieno dei propri voti, ma perché tanto il Front National, quanto il Front de Gauche, hanno dinamizzato la competizione elettorale, superando di misura i propri precedenti risultati e portando al voto fasce di potenziale astensione.

Il secondo dato importante è che, per la prima volta da molti anni, il candidato socialista è in testa al primo turno. Anche questo è un segnale molto forte che i francesi hanno voluto inviare e che fa il paio con il risultato di grande avanzata avuto dal Front de Gauche, che riunisce i comunisti del PCF ed i socialisti di sinistra del partito di Melenchon. A questo dato si aggiunge un trend generale che vede la sinistra francese aumentare il proprio consenso nel paese, pur rimanendo ancora minoranza: i candidati si sinistra passano dai circa 13'250'000 voti del 2007 (il 36% dei votanti) ai circa 15'700’00 di oggi (il 43% dei votanti, in presenza di un calo dell’astensione).

3. Sarkozy (che ha ottenuto il 27,06%), davanti alle difficoltà della crisi attuale, aveva cercato di far dimenticare i suoi anni di mal-governo (caratterizzati da tagli allo stato sociale e alle pensioni, dalla precarizzazione, dalla militarizzazione delle periferie, dalle politiche contro i sans papier) e presentarsi come il padre responsabile che chiede alla nazione i sacrifici necessari a preservarne la grandezza. Aveva anche cercato di mostrare una propria leadership a livello internazionale sottoscrivendo il fiscal compact e inaugurando la campagna elettorale facendo comizi con la Merkel. Una strategia che si è mostrata assolutamente controproducente. Ha quindi cambiato registro, ripercorrendo i passi delle elezioni del 2007: attrarre i voti del Fronte Nazionale, agitando le parole d’ordine classiche di questo partito, dalla paura per gli immigrati alla criminalità. I fatti di Tolosa sembravano essergli corsi in aiuto.

4. Hollande, il candidato del Partito Socialista emerso dalle primarie dopo l’affaire Strauss-Kahn, ha cercato di presentarsi come il nuovo Mitterand, l’unico presidente socialista del dopoguerra francese. Le sue posizioni, al netto della propaganda elettorale, sono state sempre molto ambigue ed oscillanti. Sull’Europa, per esempio, ha prima dichiarato di voler ridiscutere il fiscal compact, salvo poi precisare che avrebbe solo proposto un’aggiunta per la crescita europea. Solo a fine campagna (e sotto la pressione che veniva da sinistra) ha affermato che avrebbe chiesto una riscrittura dell’accordo. Si è detto contrario al pareggio in bilancio ma in favore di un pareggio nell’arco dei 5 anni. Ha attaccato la finanza che specula sul debito della Francia, ma ha poi dichiarato alla City di Londra di essere “not dangerous”. Nonostante queste oscillazioni, sembra chiara la sua strategia di voler puntare sui ceti medi colpiti dalla crisi ed il tentativo di sedurre “gli esclusi”: gli abitanti delle periferie, spesso immigrati di seconda o terza generazione, che sono stati dimenticati dalla République. Il risultato del primo turno è il 28,63%.



5. Il dato che ha stupito maggiormente è quello del Fronte Nazionale di Marine Le Pen (è dedicata a lei la prima pagina di Le Monde del lunedì), figlia del fondatore del movimento, eletta segretaria nel 2011 dopo un duro congresso interno. Il risultato che è riuscita a raccogliere (18,03%) non è solo più alto di quello del padre del 2007, ma risulta più alto sia relativamente che in termini di voti assoluti a quello del 2002, l’anno in cui il FN andò al ballottaggio con Chirac. Questo è stato possibile grazie ad una operazione di de-diabolisation (sdoganamento, letteralmente de-demonizzazione): il tentativo di rompere l’accerchiamento del FN ed il cordone sanitario che lo circonda e ne ha impedito, fin’ora la crescita oltre i limiti dei nostalgici della Repubblica di Vichy e della parte più reazionaria delle società francese. Ha utilizzato molte delle parole della sinistra, come la laicità o la libertà per le donne, ma usandole come clava contro l’attuale società multiculturale francese. Ha proposto l’uscita dall’euro e la ricostruzione delle dogane (ma solo verso alcuni paesi, come la Cina). Si è presentata come la candidata del popolo, contro le elite politiche, sindacali e finanziarie che stanno portando la Francia al disastro. L’ottimo risultato elettorale è solo il primo passo della sua strategia che è quella di ridisegnare la politica francese, cercando di provocare l’esplosione del partito di Sarkozy per candidarsi a rappresentante unica della destra francese (e per questo, presumibilmente, non dirotterà i voti su Sarkozy al secondo turno). In questo è stata guidata da molti gaullisti delusi da Sarkozy, da alti enarchi (gli allievi dell’Ena, l’alta scuola della pubblica amministrazione e fucina di primi ministri e presidenti) e funzionari pubblici che l’hanno consigliata sulle scelte da compiere. Il problema che ha ora il FN è cercare di eleggere dei deputati alle legislative e di entrare così nel parlamento francese. Per poter far questo ha bisogno che la crisi della destra gaullista si approfondisca e continui la forte esposizione mediatica tanto sulla stampa di destra che quella di sinistra.

6. Bayrou, il candidato centrista, ottiene un risultato piuttosto basso (il 9,10%), ma pur sempre maggiore rispetto ai pronostici. La sua politica di indipendenza sia dai socialisti che dalla destra sembra non pagare e viene comunque penalizzato da un sistema fortemente bipolare. Sarà importante in ogni caso vedere come il suo elettorato si distribuirà al secondo turno (non ha ancora dato indicazioni di voto e ha detto che si pronuncerà solo dopo aver parlato con i due candidati restanti). I Verdi, che fino a un anno fa raccoglievano più del 15%, non sono andati oltre il 2,5%. Un calo così massiccio si può spiegare forse con la scelta di una candidata, Eva Joly, poco mediatica (a causa del suo forte accento norvegese) e un po’ impacciata. Questo potrà creare diversi problemi al suo partito (nato dall’unione di diversi partiti e movimenti verdi e ambientalisti e caratterizzato da forti divisioni interne), soprattutto verso i socialisti, con i quali avevano contrattato (dall’alto del risultato dell’anno passato), un accordo per le legislative che avrebbe garantito loro una buona rappresentanza elettorale. Ma ora, davanti alla disfatta, che succederà?

Lo stesso si può dire per i due candidati di “estrema sinistra”, i trotskisti Poutou dell’NPA (Nuovo Partito Anticapitalista, 1,2%) e Arthaud di Lutte Ouvrière (Lotta Operaia, 0,5%). In particolare colpisce il forte ridimensionamento del NPA rispetto a 5 anni fa. Senza la forte presenza sui media, l’NPA ne esce fortemente ridimensionato. Un risultato che dovrebbe far riflettere i tanti opinionisti di casa nostra che invitavano i comunisti a seguirne l’esempio (l’innovazione politico culturale, il partito che si faceva movimento, la centralità dell’anticapitalismo e l’abbandono della falce e martello,…) e davano per spacciati i partiti comunisti “tradizionali”. Questo risultato manda in frantumi il progetto, nato dall’unione della Ligue Communiste Révolutionnaire e da vari comitati antiliberisti ed anticapitalisti che già vedono, ogni anno, una parte dei già pochi militanti uscire dal partito. In queste presidenziali poi, alcuni dirigenti hanno invitato a votare per il candidato del FdG, forse con l’idea di entrarvi successivamente al periodo elettorale.

7. Una novità interessante della campagna elettorale è stato il risultato del Front de Gauche (FdG). Il FdG è composto dal PCF, dal partito di Melenchon (Parti de Gauche, la scissione dell’ala sinistra del Partito Socialista) e da un piccolo movimento trotskysta uscito dal NPA.

Non era difficile migliorare rispetto alle scorse presidenziali (dove la candidata del PCF prese l’1,93%), ma all’inizio della campagna nessuno si aspettava di andare oltre il 10%. Nelle ultime settimane i sondaggi davano il FdG addirittura attorno al 16% e molti dirigenti si erano posti l’obiettivo di arrivare al terzo posto, davanti al FN. Questo risultato è stato sicuramente contenuto dalla paura di un FN al secondo turno (agitata soprattutto dal giornale di centro sinistra, Liberation) e dall’appello di Hollande ai francesi per essere davanti a Sarkozy al primo turno.

Mélenchon (che ha ottenuto l’11,4%) è un politico di vecchio stampo ed ha una grande capacità comunicativa, soprattutto negli incontri pubblici, dove si è esibito in lunghi discorsi al contempo retorici e completi, da vero tribuno. Si è presentato come il candidato più vicino alle lotte degli ultimi anni, a partire dalle grandi mobilitazioni contro la riforma delle pensioni e gli attacchi alla scuola. Poi è diventato il candidato anti-FN: in un dibattito televisivo è riuscito a mettere nell’angolo la candidata del FN (pure lei un’abile comunicatrice) e ad obbligarla a rinchiudersi nel rifiuto di rispondere. In generale é riuscito a mobilitare molta parte dell’elettorato che si era astenuto nelle passate elezioni, soprattutto tra i giovani e nelle banlieues. Le sue proposte fortemente sociali (l’aumento del salario minimo a 1700 euro, il ritorno alla pensione a 60 anni, la riassunzione di 60mila insegnanti nella scuola, soprattutto di periferia) hanno avuto il merito di avvicinare quei settori di Francia che fanno fatica per colpa della crisi: giovani che scoprono una sempre maggiore precarietà, disoccupati, operai in lotta.

E dietro di lui ha funzionato l’apparato militante del PCF. La campagna infatti non è stata solamente costruita sulla comunicazione ma è diventata una vera e propria mobilitazione di tantissime persone che non facevano politica da anni (vecchi elettori, in gran parte in sonno, del PCF, settori del sindacato –non solo CGT-). Il programma del FdG (presentato a settembre dell’anno scorso) è risultato per mesi il libro più venduto in Francia. Le piazze si sono riempite come non mai, in tutto il Paese, imponendo agli altri candidati (che disponevano di fondi e mezzi ben superiori) delle sfide non piccole: più di 100mila persone si sono ritrovate alla Bastiglia a Marzo, riempiendola di bandiere rosse del PCF e del FdG, decine di migliaia hanno riempito la piazza di Tolosa e quella di Marsiglia, obbligando i socialisti e la destra a rincorrere questi successi. Ed inoltre alle piccole riunioni di quartiere partecipano decine di persone e le iscrizioni al PCF sono in forte aumento.

Già dalla sera elettorale Mélenchon ha annunciato il sostegno a Hollande.

Se quindi nella dinamica elettorale come FdG il PCF ha saputo rivitalizzarsi e diventare il fulcro che ha reso possibile questo risultato, ha anche posto le condizioni per una più esplicita discussione, da anni strisciante, su cosa avverrà in futuro. Non si può nascondere infatti che ci siano forti pressioni per trasformare il FdG in un soggetto politico. Lo stesso Mélenchon ha già chiesto un incontro dei partiti che ne fanno parte per continuare l’esperienza. L’impressione è che la maggior parte dei militanti del PCF non siano disposti a sciogliere il proprio partito in favore di un nuovo quanto indefinito progetto: la quasi totalità pensa che la situazione migliore sia quella attuale, con una coalizione di partiti che però continuano ad esistere. Ma non c’è dubbio che questa discussione riapra il dibattito degli ultimi anni sulla mutation del PCF e si intreccerà anche sulla discussione su una possibile o meno partecipazione dei comunisti ad un eventuale governo delle sinistre. Il PCF, c’è da dire, ci ha già provato in passato, con i risultati che tutti ricordiamo, a riprova che non esistono le condizioni, in questa parte del mondo ed in questa fase storica, per una partecipazione dei comunisti in un governo dell’Ue. Men che meno in una fase di austerity come questa.
Su tutto questo processo avrà grande influenza il risultato delle legislative e lo stesso congresso del PCF che si terrà l’anno prossimo e che dovrà discutere anche di questo.

8. Ora si dovrà quindi attendere il secondo turno. Il risultato è chiaramente molto indeterminato. Nei sondaggi appare fortemente prevalente il candidato socialista sebbene, come abbiamo visto, la maggioranza dei francesi sia ancora a destra. Molto si giocherà nei prossimi giorni e in particolare il primo maggio, quando sono annunciate tre grandi manifestazioni a Parigi: quella dei sindacati, che si annuncia molto grande nella partecipazione; quella di Sarkozy che vuole invece riunire i ‘’veri lavoratori’’; infine quella di Marine Le Pen per ricordare Giovanna d’Arco, nella quale probabilmente inviterà i suoi elettori a non votare per Sarkozy. In questo caso Sarkozy sarebbe costretto a rincorrere ancora di più i temi e gli elettori del FN, con il rischio di perdere il voto più moderato e gaullista. Hollande al contrario parte con il sostegno di tutta la sinistra.

9. Abbiamo detto in premessa che delle conclusioni ed analisi a questo processo saranno possibili sono a tornata elettorale conclusiva. Tuttavia appare evidente come il risultato delle prossime elezioni francesi potrà influenzare profondamente la politica dell’Unione. Una vittoria di Sarkozy significherebbe un rafforzamento dell’Europa attuale, quella del cosiddetto Merkozy, dell’austerità e del pareggio di bilancio. Per questo la Merkel si è affrettata a dichiarare il suo sostegno al sodale dell’Eliseo che l’ha spalleggiata in tutta questa fase (anche se non sappiamo, francamente, se ciò aiuti effettivamente Sarkozy). Una vittoria socialista, pur nelle ambiguità e nelle reticenze di Hollande, sembra in grado di poter aprire alla possibilità di un’uscita dalla crisi differente, soprattutto per le classi popolari. Questa almeno l’analisi dei giornali. Ci sia allora per lo meno consentito dire che, in primo luogo, sebbene i pronostici positivi della vigilia il risultato non è ancora scontato e poi, bisogna vedere quali politiche concretamente metterà in campo Hollande per invertire la rotta dell’Ue.
I militanti del FdG, e noi con loro, sono molto scettici al riguardo. Per queste ragioni, tanto in Francia come nel resto d’Europa, non sarà sufficiente il risultato elettorale in sé: per contrastare gli attacchi della finanza internazionale e del capitale nazionale saranno necessari la mobilitazione dei lavoratori e dei sindacati, così come quella dei partiti del movimento operaio .

E questo vale anche per il nostro Paese. Augurarsi che Hollande inverta rotta e riposizioni la Francia su una linea di contrasto alle politiche della BCE e del (fin qui) direttorio franco-tedesco non basta. Né basterà a cambiare l’orientamento del PD, firmatario del manifesto sulla Rinascita dell’Europa a Parigi e convinto sostenitore del Governo Monti (che del “Merkozy” è espressione) a Roma. Serve un salto di qualità nella ricerca di una unità politica delle forze di sinistra, nella costruzione di un programma alternativo alle ricette di Monti-Fornero, alla costruzione delle necessarie alleanze politiche e sociali e nella crescita della lotta e della mobilitazione. Da questo punto di vista la manifestazione della Federazione della Sinistra del 12 maggio assume una rilevanza straordinaria. Non sprechiamone l’occasione.


28 aprile 2012
dal sito http://www.marx21.it/



martedì 1 maggio 2012

LA FRANCIA E LE SCELTE DELL'ANTICAPITALISMO




LA FRANCIA E LE SCELTE DELL'ANTICAPITALISMO


Mentre la Francia si prepara al secondo turno con François Hollande nella veste del candidato "presidenziale", Sarkozy in quella dell'inseguitore e con sullo sfondo il grande successo di Marine Le Pen, a sinistra si discute del futuro. La chiave del dibattito sta nel Front de Gauche che con il suo 11 per cento ha conquistato un ruolo centrale. Ma la formazione di Mélenchon deve fare i conti con la delusione che quel risultato ha prodotto e con la necessità di mettere a punto una strategia chiara in relazione al Partito socialista. Una discussione importante riguarda anche l'Npa, forte del 4% per cento nelle elezioni del 2007 e che esce indebolito da queste presidenziali. Il partito di Alain Krivine e Olivier Besancenot ha subito già delle perdite e una forte sua componente, la Gauche Anticapitaliste, annuncia di essere pronta ad andarsene nel Front de Gauche. La discussione riguarda ora quale strategia impostare per il futuro in relazione al nuovo quadro della sinistra. Qui di seguito, la dichiarazione, fatta a caldo, da Philippe Poutou, la sera dello scrutinio e un intervento critico verso la direzione del partito.



Dichiarazione post-elettorale di Philippe Poutou, candidato Npa

Grazie a quelle e quelli che mi hanno votato perché insieme abbiamo fatto un buon risultato in questa campagna, al di là della nostra percentuale, fare esistere delle risposte anticapitaliste: divieto dei licenziamenti, aumento dei salari di 300 euro, annullamento del debito, un'altra ripartizione delle ricchezze e la fuoriuscita dal nucleare in dieci anni.
In questa campagna, abbiamo cercato di mostrare l'assoluta necessità che i/le salariati/e e la popolazione contino sulle loro proprie forze per combattere i danni del capitalismo.

Nicolas Sarkozy ha portato avanti per cinque anni una politica per i suoi amici più ricchi, una politica antisociale, xenofoba e razzista. Il fatto che sia respinto al primo turno dalla grande maggioranza della popolazione è certamente un formidabile incoraggiamento. Il fatto, però, che l'estrema destra con Marine Le Pen, faccia un risultato così elevato è una cattiva notizia. Il suo partito, e lei stessa, non rappresentano in nulla gli interessi delle classi popolari. Si tratta di un pericolo mortale contro il quale occorrerà continuare a lottare.

Di fronte a questa destra dura, il Partito socialista e il suo candidato non costituiscono una risposta. Il progetto del Ps si inscrive nelle grandi linee delle scelte dell'Unione europea e dei socialisti europei. E annuncia già politiche di rigore tramite una "austerità di sinistra".

Da cinque anni l'Npa combatte la politica di Sarkozy e del suo governo nelle piazze così come nelle urne. E' in questo senso che l'Npa invita a manifestare il 1 maggio in tutte le città di Francia per sostenere le misure di emergenza sociale che abbiamo difeso in questa campagna, contro la politica di Sarkozy e il pericolo rappresentato dall'estrema destra di Marine Le Pen.
Il 6 maggio, sulla scia della campagna che abbiamo condotto sin qui, saremo a fianco di quelle e quelli che vogliono impedire a Nicolas Sarkozy di fare un secondo mandato. Lo diciamo chiaramente, bisogna cacciare Sarkozy e la sua banda votando contro di lui. Ma questo non significa concedere il minimo sostegno alla politica di François Hollande.
Ci appelliamo a coloro che si sono riconosciuti nella nostra campagna a prendere contatto con noi, a riunirsi per far vivere insieme una forza anticapitalista indipendente. Nella lotta contro l'austerità di destra come di sinistra, ci rivolgiamo al Front de Gauche, a Lutte ouvrière, ai/alle militanti sindacali e ancora oltre a coloro che si sono ritrovati in queste campagne, per prepararsi da subito alla controffensiva di cui ha bisogno il mondo del lavoro.

Philippe Poutou





Il risultato di Poutou e l'avvenire dell'anticapitalismo
di Samy Johsua


Lo shock del risultato di Le Pen non deve impedire di concentrarsi sugli altri dati delle elezioni. Per esempio sul risultato del Npa. Alla fine, Philippe Poutou ha realizzato un risultato mediatico e guadagnato una larga simpatia, grazie anche al miglioramento delle sue prestazioni. I meeting si son riempiti. Tanto meglio! Questo permette fortunatamente di tirare un bilancio che metta da parte il giudizio sulla persona per discutere più seriamente della linea sostenuta. E del suo risultato.

Mentre Besancenot otteneva, nel 2007, 1,5 milioni di voti e il 45 per cento di quelli a sinistra del Ps (in un contesto in cui il ricordo del 2002 era ancora molto vivo), Poutou ottiene appena più di un quarto di quei voti e il 9 per cento del totale. E questo nonostante la spinta del voto utile, in relazione al 2002, sia nettamente tornata indietro e il totale dei voti della sinistra sia aumentato rispetto al 2007. Non c'era nulla di inevitabile in una caduta di tale ampiezza, che è il risultato di una serie di scelte politiche sfortunate prima, durante e dopo la sua designazione.

C'è stato un grave errore di analisi sulla posta in gioco di queste elezioni.
Il messaggio al centro della campagna Npa, "il candidato operaio", colui che "è come noi", può fare guadagnare della simpatia, ma questo profilo è incapace di fondare una politica. Soprattutto quando tutti potevano percepire attorno l'avanzata catastrofica del FN. Lo stesso candidato spiegava di non capire bene cosa ci facesse in questa elezione. Mentre sarebbe stato necessario fare appello a un governo di lotta, il mio compagno Poutou spingeva la gente nell'impotenza annunciando che, in caso di elezione, "si sarebbe auto-dissolto".

La sinistra rivoluzionaria esce profondamente indebolita dall'elezione, l'Npa in particolare. Sul piano elettorale, si torna indietro al 1981 (2,3 per cento di Arlette Laguiller - più volte candidata presidenziale di Lutte ouvrière, ndt), mentre la crisi del capitalismo esplode. La campagna del Npa è stata volontariamente spostata. Ma totalmente in controtempo rispetto alle esigenze della situazione. Attirando interesse ma con un'influenza politica inevitabilmente ridotta. Mentre il timore della crisi paralizza le coscienze, gli odii esplodono trasformando la collera e ovunque si è alla ricerca di un'uscita credibile e coerente, l'idea che la preoccupazione principale sia il rigetto dei "politici di professione" non tocca l'essenziale, anche se ha una legittimità. La questione non è più chi parla (se lo è stata mai fino a questo punto) ma ciò che dice. Alla fine, l'anticapitalismo ridotto a "casting" (chi parla?) non aveva più ragione di essere, e ha logicamente perduto il sostegno dei quadri del movimento sociale, i soli a poter rispondere ai compiti che non mancheranno nel prossimo periodo.

Mélenchon fa meglio di quanto gli era pronosticato in autunno. Ma, evidentemente, meno bene di ciò che sperava il Front de Gauche. In fondo, la somma delle percentuali della sinistra radicale non supera il suo livello del 2002, ripartite differentemente, va da sé. Una delusione e una nuova prova che non è così facile superare sul solo piano elettorale le sconfitte del movimento sociale. Resta che Mélenchon ha aperto delle brecce con un antiliberismo radicale, ha tentato di dare una risposta alla volontà di unità contro il social-liberismo e ha condotto una campagna con una dinamica di massa importante.

Questo non deve però offuscare i disaccordi che possono contare nel futuro, in una prospettiva anticapitalista. L'onnipresente riferimento a "La Republique" nella storia del paese è ambiguo, e non a caso è rivendicato sia da Sarkozy che da altri. In Mélenchon c'è un riferimento al 1793 e alla Comune di Parigi. Ma anche un ossequio "alla presenza della Francia" in tutti i continenti (cioè le ultime colonie), alla politica degli Stati modello gollista, a un'alleanza diretta con quelle belle democrazie che sono la Cina e la Russia, la vendita senza scrupoli di armi "francesi", il mantenimento della dissuasione nucleare, le ripetute tentazioni del protezionismo.

Questo non toglie nulla all'ampia sintonia esistente tra gli assi dell'anticapitalismo e il programma del FG. E' stato infatti attaccato a palle incatenate dai liberisti arroganti, seduti sulle proprie certezze. Resta comunque insufficiente, su certi punti, per contrastare nemici la cui potenza non può essere sottostimata. Ad esempio, si porrà la questione di una moratoria immediata del rimborso del debito, se non si vuole rimaner asfissiati come il popolo greco, e quindi la questione della completa appropriazione sociale degli strumenti finanziari.
In particolare, la grande assente della campagna del FG - interamente basata su "la rivoluzione con le urne" - è stata la forza autonoma del movimento sociale (e dei movimenti sociali nella loro diversità). Del resto, è difficile fare risultati elettorali senza il motore della mobilitazione puramente sociale. Mélenchon annuncia, giustamente, la necessità della resistenza ai mercati che non mancheranno di attaccare anche le fragili velleità di Hollande, se sarà eletto. Ma come fare, una volta passate le elezioni, se non è innanzitutto nella mobilitazione di piazza e nel conflitto sociale portato fino alle sue conseguenze logiche, al di là delle solite tergiversazioni del vertice? La questione sarà al centro dei prossimi dibattiti e, necessariamente, andrà oltre il campo degli anticapitalisti.

E ora?

Occorre ancora sbarazzarsi di Sarkozy battendolo il più largamente possibile con un voto per Hollande. Poniamoci con risolutezza nella prospettiva ottimista, quella della sconfitta indispensabile del presidente uscente.

Un punto fondamentale è che al di là del risultato, forse deludente nel finale per il FG, la campagna di Mélenchon ha dato forza alla volontà che una "vera sinistra" si ricomponga. E la massa di persone che hanno affollato i meeting si aspetta che questa speranza abbia un seguito. Anche se vediamo bene le difficoltà che si presentano.
Da 15 anni gli anticapitalisti ribadiscono la propria disponibilità per una tale unità a condizione che non sia svenduta a una nuova alleanza dominata dal Partito socialista. Punto nuovo, e molto positivo, sia il Parti de Gauche (il partito di Mélenchon che, con il Pcf e altri minori, forma il FG, ndt.) che, soprattutto, il Pcf, dicono di aver preso coscienza del pericolo corso ad accodarsi a una nuova "gauche plurielle" e che il programma di Hollande e quello degli antiliberisti non sono compatibili.
Ovviamente, occorre prudenza, talmente siamo stati abituati a scoprire che la verità di oggi non è quella di domani!
Le sirene di una nuova unione della sinistra non hanno perduto la loro forza di seduzione, soprattutto nella prospettiva delle legislative che saranno ben più difficili. Se tutto ciò si traduce in un'alleanza con il Ps, sono ovviamente le stesse promesse antiliberiste a essere duramente condannate. Ma se la scelta della separazione viene confermata (e se non è modificata in seguito, ad esempio con un voto di fiducia all'Assemblea anche se il Ps avrà una maggioranza assoluta) allora è chiaro che la ragione principale che impedisce un avvicinamento più duraturo sarà eliminata.

La scelta degli anticapitalisti deve essere quella di mettersi nelle condizioni di partecipare ai blocchi sociali e politici con forze e settori che rigetteranno la politica di Hollande se vincerà le elezioni. Se si elimina la precondizione delle relazioni di governo con il Ps, lo spazio di una simile ricomposizione sarà quello di un dibattito fondamentalmente con il FG.
Questo non deve restare un cartello di vertice, strettamente controllato dall'alto, com'è il caso attuale. Deve invece prevedere una strutturazione più stabile alla base che va di pari passo con la possibilità di adesioni dirette da parte di strutture di base in istanze locali e nazionali.
E' interesse di tutti che si affermi un'alternativa ecosocialista e anticapitalista.
E se è giusto combinare la battaglia dentro le istituzioni esistenti con la sperimentazione sociale di trasformazione e le mobilitazioni extra-parlamentari, queste ultime rimangono un quadro prioritario per dare la possibilità che "l'emancipazione dei lavoratori sia opera dei lavoratori stessi", in uno scontro inevitabile con un nemico che concentra il potere economico, politico, ideologico, repressivo.

L'Npa è davanti a una scelta vitale affinché l'influenza della sinistra rivoluzionaria (che non si limita fortunatamente al solo risultato di Poutou o Artaud) non sia ancora più debole e definitivamente sterilizzato. In occasione della sua prossima conferenza nazionale (convocata il 7 e 8 luglio) occorre prendere un'altra strada. Mentre la minaccia di Le Pen diviene ancora più pressante, la condizione posta dallo stesso Npa per un "rassemblement" può probabilmente realizzarsi. Senza certezze, è vero. Ma se si conferma, l'Npa deve assolutamente uscire dall'isolamento in cui si è confinato mentre avanza l'estrema destra. Proseguendo il suo progetto fondatore, bisognerà lavorare allo stesso tempo per costruire una nuova formazione con tutti gli anticapitalisti, purtroppo di nuovo dispersi. Una maledizione di cui bisognerà sbarazzarsi. Una nuova formazione, dunque, all'interno di un largo blocco unitario, politico e sociale, contro l'austerità della destra come della sinistra. All'indomani dello scrutinio si impone questo doppio "rassemblement" per una resistenza alla crisi capitalista e alla politica molto probabile di Hollande se verrà eletto. Può segnare un'inversione in Europa, mostrare una nuova strada e aprire infine altre possibilità diverse dalla litania delle sconfitte e dei ripiegamenti.

Samy Johsua, militante del NPA

dal sito  http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/
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