LA TRAGICA CONCLUSIONE DELL’ ESPERIENZA DI UNIDAD POPULAR IN CILE
di Diego Giachetti
Porque esta vez no se trata
de cambiar un Presidente
sera el pueblo quien construya
un Chile bien diferente!…
Echaremos fuera al yanki
y su lenguaje siniestro
con la Unidad Popular
ahora somos Gobierno
Inti-Illimani
Cancion del poder popular
La mattina dell’ 11 settembre 1973 reparti della marina cilena si sollevano a Valparaiso e occupano la città. Contemporaneamente nella capitale soldati e mezzi militari circondano il palazzo presidenziale della Moneda chiedendo le immediate dimissioni del Presidente Salvador Allende. La richiesta è firmata dal generale Pinochet, comandante in capo dell’esercito, dall’ammiraglio Merino, dal generale Guzman Leigh e dal comandante del corpo dei carabineros Mendoza. Dal palazzo, Allende risponde dichiarandosi “pronto a resistere con tutti i mezzi, anche a costo della vita, in modo che ciò possa costituire una lezione nella storia ignominiosa di coloro che hanno la forza ma non la ragione”.
Verso mezzogiorno le truppe golpiste sferrano l’attacco finale al palazzo con bombardamenti aerei e cannoneggiamento. Poco dopo viene mostrato il corpo di Allende morto suicida, secondo i generali, caduto combattendo secondo altre fonti. Nel frattempo soldati e carabineros circondano e perquisiscono a Santiago tutte le sedi dei partiti democratici, dei giornali, le banche e le fabbriche. Sacche di resistenza si stanno organizzando in alcuni quartieri proletari della città. Nel primo pomeriggio la giunta militare rilascia un proclama nel quale si afferma che le forze armate e la polizia sono unite per lottare “per la liberalizzazione del paese dal giogo marxista”. Viene proclamato il coprifuoco in tutto il paese, vengono messi fuori legge il Partito Comunista, il Partito Socialista e tutte le organizzazioni rivoluzionarie. Ventisette giornali vengono soppressi, non compariranno più nelle edicole.
L’indomani, il 12 settembre, nelle vie di Santiago e in quelle di quasi tutte le maggiori città si segnalano scontri tra gruppi di resistenti e le truppe golpiste che procedono ai rastrellamenti. La giunta militare trasmette di continuo bandi e proclami invitanti a cedere le armi, a fare opera di delazione nei confronti dei dirigenti delle organizzazioni di sinistra e del sindacato. Nel bando numero 32 si dichiara esplicitamente che “sono passabili di fucilazione coloro che si renderanno comunque colpevoli di propaganda sovversiva”. Le esecuzioni sommarie da parte dell’esercito e dei carabineros si succedono per le strade.
Il 13 settembre si forma il nuovo governo composta da militari e due civili. Il parlamento viene sciolto; la DC cilena, in un suo comunicato, inneggia ai generali quali “salvatori della patria”. Dopo aver ricordato la tradizionale fiducia nelle istituzioni, dimostrata delle forze armate cilene, nel comunicato si afferma che l’esercito si è assunto il compito di governare il paese onde “evitare grandi pericoli di distruzione e di totalitarismo”; per questa ragione “meritano la cooperazione di tutti i settori”, al fine di contribuire al ristabilimento della “normalità… della pace e dell’unità tra i cileni”.
Notizie sulla sanguinosa repressione in corso e sulla resistenza alla giunta militare cominciano a trapelare su alcuni giornali argentini. Si apprende così che i minatori delle miniere di Chuquicamata e di El Teniente hanno bloccato gli impianti e resistono con le armi all’esercito. Anche nelle città di Los Andes, Conception, Arica, Las Cuevas la resistenza è sostenuta. A Santiago, dopo una lunga resistenza, costata centoventiquattro morti e oltre seicento arresti, i militari occupano l’università tecnica. Anche la fabbrica Suma dopo una battaglia di viarie ore cade in mano all’esercito lasciando sul terreno i corpi di cinquanta lavoratori e centinaia di feriti. A questo punto la repressione assume sempre più le caratteristiche di un vero e proprio massacro indiscriminato che colpisce non solo i militanti di sinistra, ma le loro famiglie, i parenti i conoscenti e tutti quelli che si trovano nelle vicinanze del luogo dove il compagno o la compagna vengono individuati. I giornali dell’epoca, nei loro resoconti, riferiscono di interi palazzi fatti saltare con la dinamite e di quartieri bombardati a tappeto.

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