Diari di Cineclub

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giovedì 17 aprile 2014

TSIPRAS, IL MEGAFONO DELLA SOLIDARIETA' POSSIBILE





TSIPRAS, IL MEGAFONO DELLA SOLIDARIETA' POSSIBILE

Mentre si festeggia la presentazione della lista per le europee, un libro di Pucciarelli e Russo Spena racconta il leader di Syriza. 
Ecco la prefazione di Valeria Parrella



Proprio nel giorno in cui la lista "L'altra Europa con Tsipras", sostenuta da diversi intellettuali tra cui Barbara Spinelli e Luciano Gallino, consegna le firme necessarie alla presentazione alle elezioni europee, esce nelle librerie Tsipras chi? Il leader greco che vuole rifare l'Europa (Alegre, 128 pag., 12,00 euro), scritto a quattro mani dai due giornalisti Matteo Pucciarelli, di Repubblica, e Giacomo Russo Spena, di Micromega.

Der spiegel l'ha definito il nemico numero uno dell'Europa, e i più recenti sondaggi danno la sua Syriza - con un radicale programma antiausterity - primo partito in Grecia alle elezioni europee, dopo essere passata dal 4% delle elezioni del 2009, al 26,9% del 2012. In Italia però Alexis Tsipras, leader greco a cui si aggrappa la sinistra radicale in profonda crisi nel nostro paese, è ancora poco conosciuto. Il libro di Pucciarelli e Russo Spena colma questo vuoto ripercorrendo la sua storia politica dal movimento No Global ad oggi, analizzando come la crisi abbia influito sull'esplosione del suo partito e sull'implosione del Pasok, sviscerando il suo programma di Governo senza nascondere i dibattiti interni al suo partito e le difficoltà di fronte all'ipotesi di un Governo anti-sistema. Ipotesi tutt'altro che improbabile nel prossimo futuro in Grecia e che fa tremare i polsi ai poteri forti di Bruxelles.

Una biografia per nulla agiografica, con un reportage dal paese ellenico che condensa tutte le questioni che interrogano la sinistra radicale in crisi in tutta Europa, e che svela perché i poteri forti di Bruxelles siano così preoccupati da questo ragazzo di 39 anni.

Ecco la prefazione di Valeria Parrella, la scrittrice napoletana che è anche candidata alle prossime europee, ovviamente con la lista Tsipras:

domenica 13 aprile 2014

UNA BREVE NOTA SUGLI SCONTRI DI ROMA di Stefano Santarelli



UNA BREVE NOTA SUGLI SCONTRI DI ROMA
di Stefano Santarelli


Che ieri ci sarebbero stati scontri era già facilmente intuibile soltanto limitandosi a passeggiare a Porta Pia dove doveva partire il corteo il quale ha aspettato ben due ore prima di muoversi. Un corteo, questo va detto, estremamente pacifico e festante.

Quello che appariva subito evidente era la mancanza di una direzione politica e organizzativa della manifestazione. Era infatti emblematico un manifesto dell’area, chiamiamola antagonista, che propugnava un “corteo meticcio, antirazzista e antifascista” e lo striscione iniziale del corteo era per la difesa del diritto alla casa, certamente un diritto sacrosanto figuriamoci, ma in questo contesto erano parole d’ordine che definire più che generiche è dire poco specialmente per una manifestazione che oggettivamente rappresentava la prima protesta di piazza contro il Governo Renzi/Berlusconi e che non denunciava, come abbiamo visto, con la dovuta forza la criminale politica dell’Unione Europea verso i ceti più deboli della nostra società.

Questo corteo ha visto una partecipazione estremamente ridotta rispetto alle giornate del 18 e 19 ottobre, e di questo dovremmo tutti quanti riflettere.

Fin dall'inizio è stato letteralmente circondato da imponenti forze di polizia che aspettavano solo un pretesto per attaccarlo. E tale pretesto è stato immediatamente fornito dai cosidetti Black Bloc (anzi oggi Blu Bloc) che costituivano, come negli scontri di due anni fa, una esigua minoranza non rappresentativa del corteo, un corteo che come allora non era dotato di un minimo di Servizio d’ordine.

Questa manifestazione è finita quindi nel peggiore dei modi con scontri violentissimi che hanno coinvolto come al solito non i provocatori ma i pacifici manifestanti ed è emblematico l’atteggiamento della polizia che all’inizio ha lasciato campo libero ai Black Bloc per poi caricare violentemente a Piazza Barberini il corteo.
Il Governo Renzi/Berlusconi si è mostrato quindi con il suo vero volto, un volto violento ed insensibile alle tematiche sociali che questa manifestazione, sia pure con tutte le sue contraddizioni, portava avanti.

Un bruttissimo segnale a cui corrisponde una incapacità di tutta la sinistra radicale a essere veramente alternativa a questo stato di cose.


mercoledì 9 aprile 2014

LA PROBABILE CAPORETTO DELLA LISTA TSIPRAS di Pierpaolo Farina





LA PROBABILE CAPORETTO DELLA LISTA TSIPRAS
di Pierpaolo Farina



Forse le aspettative erano troppo grandi, perché già si pensava, un paio di mesi fa, al primo passo per qualcosa di decente da votare a Sinistra. Ma rimane il fatto che l’Altra Europa, la lista che riunisce le varie anime a sinistra del PD per cercare di superare il 4% alle Europee, rischia di trasformarsi nell’ennesimo fallimento.

C’è chi è più ottimista e fa bene ad esserlo, perché a questo mondo un po’ di sano ottimismo ci vuole, ma davvero nutro poche speranze circa la sopravvivenza della lista non solo nell’urna, ma anche dopo, qualora dovesse strappare qualche europarlamentare nella ripartizione dei seggi. Nei primi sondaggi, “la sinistra unita per Tsipras” si aggirava attorno al 7%: un risultato apprezzabile, un mezzo trionfo visti i risultati passati.

Ora invece la lista è data da tutti sotto la soglia di sbarramento. Perché? Anzitutto, per il solito snobismo radical chic di chi ha preso in mano la lista, che ha imposto quattro nomi e un simbolo da far votare a chi aveva aderito all’appello, togliendo la parola “SINISTRA” dal nome: un mezzo suicidio annunciato, visto che non si tratta di un partito con solide radici e ben rappresentato sulla scena mediatica.

Se a questo poi aggiungiamo che non c’è nessun leader carismatico forte da contrapporre ai due che si stanno fronteggiando in questa tornata (Renzi e Grillo), il gioco è fatto: infatti, Tsipras è un leader greco, per giunta comunista, che non parla italiano e che ha una copertura mediatica ridotta. E infatti questo spiega perché sia qui molto spesso: la Sinistra in Italia è il tallone d’Achille della sua candidatura.

Negli altri paesi europei ci sono partiti con una tradizione consolidata (e anche in crescita, come Mélenchon in Francia, al 10%), qui siamo al casino, perché i vari azionisti della lista non solo si guardano in cagnesco, ma dopo il 25 maggio torneranno a cantarsele come e più di prima. Senza contare che molte delle candidature forti che potevano esserci (la Spinelli, Ovadia, Curzio Maltese) si son già bruciate da sole, annunciando che, in caso d’elezione, lasceranno il posto a quello dopo in lista. Una genialata che ha alienato migliaia di voti e dimostra anche una profonda ignoranza delle più basilari regole di comunicazione politica.

Deve averlo ben fiutato Sonia Alfano, a cui venne chiesto di candidarsi tramite Ingroia (a volte ritornano), ma rifiutò perché “c’erano persone incompatibili con la mia storia” (e ci credo, andava ai convegni di Forza Nuova, a suo agio con gente di sinistra non ci si poteva trovare).

Mi auguro di avere torto marcio e, per quel che mi riguarda, voterò la lista. Quel che è certo è che così, a Sinistra del PD, non si può continuare.


8 aprile 2014


dal sito Qualcosa di sinistra



mercoledì 2 aprile 2014

RICORDANDO JACQUES LE GOFF







RICORDANDO JACQUES LE GOFF

LE GOFF: Non è vero che Carlo Magno fu padre dell'Europa



Milleduecento anni fa, il 28 gennaio 814, moriva ad Aquisgrana Carlo Magno, il re dei Franchi che la notte di Natale dell'anno 800, a Roma, nella Basilica di San Pietro, fu incoronato da Papa Leone III imperatore del Sacro romano impero. Colui che sconfisse i Sassoni e gli Avari, e che nel 774 divenne re anche dei Longobardi, fu uno dei massimi protagonisti dell'Alto medioevo, nella cui azione si è spesso voluto vedere uno dei padri dell'Europa. Come scrisse lo storico Lucien Febvre, "l'impero di Carlo Magno ha dato forma per la prima volta a ciò che noi chiamiamo Europa". Un giudizio con cui però non concorda Jacques Le Goff, per il quale il re dei Franchi, "se è vero che unificò sul piano militare e amministrativo una vasta parte del nostro continente", in realtà "non aveva alcuna coscienza dell'Europa ". Lo studioso francese ce ne parla nella sua casa parigina ingombra di libri, cercando di distinguere la leggenda che circonda il personaggio dalla concreta realtà dei fatti storici.

UNA RAFFICA DI CHIACCHIERE di Antonio Moscato



UNA RAFFICA DI CHIACCHIERE
di Antonio Moscato



Gli annunci di Renzi sono costruiti con una tecnica ben sperimentata: si presentano ogni volta 4 o 5 misure, di cui una accettabile o addirittura attraente, insieme ad altre decisamente respingenti, oppure assolutamente insignificanti.

Esempio principe di quest’ultimo tipo la cosiddetta eliminazione delle province. L’avevamo scritto appena fu ventilata: che benefici darebbe, se le stesse funzioni che sono tolte a questi enti devono essere attribuite alle regioni o ai comuni? Magari l’unico vantaggio per il governo è che costringerebbe a licenziarsi quelle lavoratrici con figli piccoli spostate da un ufficio di una provincia periferica a quello del capoluogo di regione, a 30 o 50 km di distanza. Risparmi per l’amministrazione pubblica? Poco o niente.

Anche la sostituzione dei consigli provinciali eletti con consigli designati o eletti da un piccolo corpo come quello dei sindaci, servirà a poco. Non ci saranno più emolumenti, dicono, ma siamo pronti a scommettere che, come si è sempre fatto, ci saranno rimborsi vari, come è accaduto quando si è dovuto eliminare formalmente il finanziamento ai partiti. Siamo il paese del “ribattezzo”: il precursore fu quel vescovo a cui portarono una lepre di venerdì, quando era rigorosamente proibito mangiare carne, e se la cavò ribattezzandola “trota”… Quando un referendum pannelliano soppresse il ministero dell’agricoltura (cosa in sé stupidissima) fu ribattezzato ministero delle politiche agricole. E quando un referendum vietò il profitto sull’acqua, fu ignorato sostenendo che non si trattava di profitto ma di giusto compenso…

martedì 1 aprile 2014

LO SCONTRO SUL SENATO: COSA C'E' DIETRO di Aldo Giannuli




LO SCONTRO SUL SENATO: COSA C'E' DIETRO
di Aldo Giannuli



Con l’intervista del Presidente del Senato Grasso (Corriere della Sera 30 marzo 2014) ed il successivo battibecco fra lui e Renzi è esploso uno scontro di grande portata politica, nel quale si stanno inserendo anche altri soggetti istituzionali. Con l’inarrivabile rozzezza dei renziani, la Serracchiani è arrivata a richiamare il Presidente del Senato (seconda carica istituzionale del paese) alla disciplina di partito: non era mai accaduto prima. Ma, in realtà, Grasso ha solo reso manifesto un conflitto che covava copertamente e che riguarda due diverse concezioni della democrazia, entrambe autoritarie e liberticide, ma fra loro opposte: la variante iper-populista e plebiscitaria e quella elitaria e monarchica.

La proposta fatta da Renzi e Berlusconi di fatto abroga il Senato, togliendogli quasi tutte le competenze, ma, soprattutto, disegnando una composizione non elettiva e di persone (sindaci e Presidenti di Regione) legate al loro ruolo sul territorio e, pertanto, di fatto impossibilitate a partecipare ai lavori di un organismo a centinaia di chilometri dalla propria sede. E, infatti, si prevede una riunione mensile puramente simbolica.

sabato 15 marzo 2014

L'ANNUNCIAZIONE DI MATTEO di Franco Turigliatto





L'ANNUNCIAZIONE DI MATTEO
di Franco Turigliatto



Matteo Renzi aveva annunciato da tempo che il 12 marzo sarebbe stato il giorno della grande svolta, il giorno in cui per la prima volta in Italia un governo sarebbe passato subito dalle parole ai fatti.

In realtà il 12 è stato solo il giorno di una nuova grande “annunciazione” dello stesso Renzi operata con grande sfoggio oratorio da teleimbonitore patentato, in gara, come i giornali hanno sottolineato, con la performance del suo maestro Berlusconi realizzata nel 2001 quando firmò il “contratto con gli italiani” su RAI1.
Una prestazione che tutti i pubblicitari hanno applaudito per l’efficacia mediatica e che i commentatori minimamente seri hanno segnalato come operazione elettorale volta a garantire il successo del PD nelle prossime lezioni europee. E’ questo uno scoglio non secondario per il successo dell’operazione Renzi e per gli spazi politici di cui potrà godere nel futuro prossimo.
Renzi si è presentato solo con molte promesse e parole; non disponeva infatti di alcun provvedimento concreto, nessun decreto legge già firmato dal Presidente della Repubblica, nessun disegno di legge sulle questioni primarie da inviare al parlamento perché ne iniziasse la discussione, nessuna proposta di legge delega su materie particolarmente complesse da far pervenir nella giornata stessa a una delle due Camere (per ora esistono ancora entrambe).

giovedì 6 marzo 2014

IL CASO ROSTAGNO 25 ANNI DOPO di Nicola Tranfaglia



IL CASO ROSTAGNO 25 ANNI DOPO
di Nicola Tranfaglia


Ci son voluti ventitrè anni dall'assassinio di Mauro Rostagno per l'attuale processo dinanzi alla Corte di Assise di Trapani. Il giornalista e sociologo torinese era stato ucciso il 26 settembre 1988 nelle campagne trapanesi di contrada Lenzi per le cose che come giornalista diceva in una televisione privata dove da alcuni anni, dopo aver esercitato la professione di terapeuta, e fondato la comunità di recupero per tossicodipendenti Saman lavorava. La tv si chiamava RTC e Rostagno parlava a cinque passi dalla stanza dell'editore dell'emittente Puccio Bulgarella che era uno dei referenti trapanesi di Angelo Siino, ministro dei Lavori Pubblici del capo di Cosa Nostra Totò Riina.
Un destino simile quello di Rostagno a quello di Peppino Impastato ucciso negli stessi anni e sul quale, come per Rostagno, un efficace depistaggio ha impedito per molti anni di avvicinarsi alla verità. Rostagno arrivato in Sicilia, dopo essersi laureato a Trento, l'università in cui avevano studiato personaggi come Adriano Sofri, Guido Viale, Marco Boato, Renato Curcio, Mara Cagol, Giorgio Pietrostefani, Paolo Brogi ed Enrico Deaglio nel 1969 ed era diventato uno dei leader più noti della sinistra extra-parlamentare. Nella tv privata RTC era approdato senza sapere (e come avrebbe potuto farlo) che si era infilato in un ambiente vicino a quella Cosa Nostra contro la quale proprio quell'emittente gli consentiva di parlare ogni giorno. E, a prova ulteriore, che in Italia nelle istituzioni pubbliche contano molto più le donne e gli uomini concreti che ci lavorano molto che le norme astratte di legge che pure esistono, proprio la storia di Rostagno conferma ancora una volta che cosa succede di solito nella penisola.

sabato 22 febbraio 2014

LA SITUAZIONE IN UCRAINA di Antonio Moscato




LA SITUAZIONE IN UCRAINA
di Antonio Moscato


Difficile prevedere gli sviluppi dopo i violenti scontri dei giorni scorsi a Kiev e in molte altre città dell’Ucraina e dell’accordo raggiunto tra governo e opposizione che prevede nuove elezioni e il ritorno alla vecchia costituzione.

È possibile però respingere alcune interpretazioni deformanti che impediscono di cogliere la complessità della situazione. A partire da quella che vede nelle mobilitazioni antigovernative solo una “voglia di Europa”, mentre è evidente che nell’ultima fase sono confluite nelle proteste le motivazioni più diverse, tra cui proteste antigovernative determinate da ragioni diverse.

Altrettanto scorretta la versione che circola in settori della sinistra “nostalgica”, che minimizza le dimensioni della protesta, o le riconduce esclusivamente alle due componenti di destra, la consolidata Svoboda (che ha avuto un 10% di consensi elettorali) e i neonazisti di Pravly Sektor, che ci sono e pesano in alcune manifestazioni, ma non sono la componente essenziale. [Un esempio in Giulietto Chiesa, video intervista La situazione in Ucraina] Oltre a tutto l’una e l’altra sono ostili all’Europa, oltre che alla Russia, in cui vedono l’erede dell’Unione Sovietica, nei cui confronti, come molti altri ucraini, hanno un pesante contenzioso. Molti ucraini continuano infatti a interpretare la crisi nelle campagne sovietiche al momento della grande collettivizzazione del 1929-1933, che provocò sette milioni di morti, come un tentativo deliberato di genocidio degli ucraini, mentre era solo la forma distorta e criminale con cui Stalin affrontò in ritardo il problema dei kulak, in Ucraina come in Russia e nelle altre repubbliche sovietiche a forte componente contadina. Fu questo, e non una particolare predisposizione al fascismo, che portò in Ucraina durante la seconda guerra mondiale a una percentuale di collaborazionisti con Hitler più elevata che in altre repubbliche (a parte quelle baltiche). Le nostalgie per l’esercito di liberazione ucraino, antisovietico e antisemita, sono effettivamente pane quotidiano per le due formazioni di destra. Ma non sono il cardine della protesta, che ha accettato i due gruppi per la loro capacità di rispondere efficacemente agli attacchi durissimi della polizia speciale, i Berkut. Ma la piazza ha mostrato spesso capacità critiche, fischiando gli interventi non condivisi, e un certo equilibrio, mettendo al sicuro e poi liberando le decine di giovani poliziotti catturati facilmente grazie alla dimensione di massa delle manifestazioni, sottraendoli ai tentativi di linciaggio.

martedì 11 febbraio 2014

CHE COSA RESTA DELLA PRIMAVERA ARABA? di Gilbert Achcar



CHE COSA RESTA DELLA PRIMAVERA ARABA?
di Gilbert Achcar





È proprio dello spirito del tempo – del nostro tempo sempre più breve, sempre più miope – porre questa domanda sull’aria della canzone di Trenet «che cosa resta dei bei giorni?».

L’euforia del 2011 ha ceduto il posto alla melancolia dei delusi della rivoluzione, se non addirittura alla soddisfazione beata dei sostenitori del «vecchio regime», ostili fin dal primo momento alle rivolte con il pretesto che non avrebbero portato nulla di buono.

Iniziamo con quest’ultimo argomento: l’idea che il vecchio ordine, profondamente iniquo e dispotico, fosse uno scudo contro l’ «estremismo islamico», è sciocca quanto credere che l’alcolismo sia una profilassi contro la crisi della fede! L’emergere dell’ estremismo religioso che vediamo qui o lì è solamente la manifestazione di una tendenza in atto da decenni, prodotta sia direttamente che indirettamente da questo stesso ordine regionale che è imploso nel 2011.

Prediamo ad esempio il caso siriano: è evidente che la trasformazione delle forze armate, indotta da Hafez el-Assad, in guardia pretoriana del regime, fondata su un elemento confessionale minoritario, era tesa ad alimentare rancori confessionali in seno alla maggioranza. Immaginiamo che il presidente egiziano sia copto, che la sua famiglia domini l’economia del Paese, che i tre quarti degli ufficiali dell’esercito egiziano siano anch’essi copti e che i corpi scelti dell’esercito egiziano lo siano totalmente. Ci meraviglieremmo di vedere «l’integralismo islamico» dilagare in Egitto? La proporzione degli alauiti in Siria è paragonabile a quella dei copti in Egitto, ossia circa un decimo della popolazione.
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