Diari di Cineclub

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Rivista Cinematografica online e gratuita

venerdì 12 settembre 2014

LE CONSEGUENZE DELL'INDIPENDENZA SCOZZESE di Bernard Guetta




LE CONSEGUENZE DELL'INDIPENDENZA SCOZZESE
di Bernard Guetta



Non è ancora detto che il sì trionferà. Nelle ultime due settimane il fronte del no ha perso terreno in modo clamoroso, ma non per questo tra otto giorni la Scozia si pronuncerà inevitabilmente a favore dell’indipendenza. Resta però il fatto che lo slancio della campagna per il sì è talmente forte che tutte le capitali stanno valutando le conseguenze di una sua vittoria.

Il Regno Unito è uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e lo resterebbe anche senza la Scozia. Nessuno potrebbe strappare a Londra il suo seggio, ma è difficile che possa conservarlo a lungo se non sarà più ciò che è oggi e non essendo più ciò che era dopo la fine della guerra, ovvero una delle potenze vincitrici il cui vasto impero non era ancora svanito.

Prima o poi Londra si ritroverebbe priva del suo posto all’interno del Consiglio, e di conseguenza bisognerebbe affrontare il problema della riorganizzazione dell’Onu, una questione talmente destabilizzante che finora nessuno ha osato sollevarla.

Se sulla scena internazionale le conseguenze dell’ipotetica indipendenza della Scozia sarebbero enormi, lo stesso si può dire per i futuri rapporti tra Edimburgo e Londra. Dopo la secessione bisognerebbe infatti dividere (su quali basi?) i debiti e i beni, oltre a decidere se mantenere o no la sterlina come valuta nazionale. Ci vorrebbe del tempo e un esercito di giuristi, economisti e avvocati. In ogni caso, è sulla scena politica britannica ed europea che il “sì” avrebbe gli effetti più colossali.

Senza la Scozia e il suo elettorato di sinistra, il Regno Unito resterebbe a lungo ancorato alla destra. Senza la Scozia e il suo attaccamento all’Europa, un referendum britannico sull’uscita dall’Unione sarebbe quasi certamente vinto dagli euroscettici. Tanto meglio, diranno quelli che sono stanchi di vedere Londra bloccare ogni proposta di avanzamento dell’Unione europea. Ma l’uscita del Regno Unito potrebbe provocarne altre, in un momento in cui l’Europa unita non è certo al massimo della popolarità.

Per l’Unione europea, l’indipendenza della Scozia sarebbe un sisma di rara violenza, a breve, medio e lungo termine.

Senza solide basi giuridiche a cui appoggiarsi, Bruxelles dovrebbe decidere se chiedere alla Scozia di avviare una procedura di adesione o se considerarla già parte dell’Europa unita in quanto nazione costituente del Regno Unito.

Il problema è che in Belgio, Spagna, Italia e altrove il caso della Scozia potrebbe incoraggiare altre secessioni. Inoltre l’Unione europea dovrebbe adattarsi ai cambiamenti dei rapporti di forza al suo interno, perché lo schieramento liberale sarebbe inevitabilmente indebolito.

I federalisti europei sarebbero rafforzati, ma lo stesso varrebbe per il neutralismo di molti europei, perché, insieme alla Francia, il Regno Unito è l’unico paese dell’Unione europea ad avere una visione globale del mondo e un vero esercito.


10 settembre 2014

Traduzione di Andrea Sparacino

La vignetta è del Maestro Enzo Apicella

dal sito Internazionale




giovedì 11 settembre 2014

RENZI STA SBAGLIANDO TUTTO Lucia Bigozzi intervista Antonio Maria Rinaldi







RENZI STA SBAGLIANDO TUTTO
Lucia Bigozzi intervista Antonio Maria Rinaldi


Analisi lucida ma impietosa sul Renzi-chef economico in versione Porta a Porta, con una sintesi estrema: “Siamo in un vicolo cieco”. Nella conversazione con Intelligonews,  il professor   Antonio Maria Rinaldi, economista e docente di Economia internazionale all’Università di Chieti-Pescara, svela tutti i nodi che Renzi non ha sciolto. E non solo…



Qual è la risposta dell’economista Rinaldi alla ricetta anti-crisi di Renzi declinata a Porta a Porta?

Non so da dove cominciare… Facciamo un po’ di chiarezza. Ormai Renzi ci ha abituato a forti annunci poi non supportati da fatti concreti. Anche questo è un modo di fare politica, ma in questo momento in Italia servono cose concrete. Non capisco un aspetto tra i tanti che mi lasciano perplesso.


Quale?

Posto che Renzi non è un economista, spero si avvalga della collaborazione e della consulenza di persone che hanno dimestichezza economica. Ecco, non capisco come mai non gli abbiano fatto comprendere in maniera precisa che tutti questi annunci sulla creazione di posti di lavoro come nel caso dei 150mila precari della scuola, non trovano un riscontro oggettivo nella pratica perché impongono di reperire adeguate coperture finanziarie e, oltretutto, non tornano rispetto alle dichiarazioni dello stesso presidente del Consiglio che non più di 48 ore fa ha confermato il blocco dei rinnovi contrattuali per il pubblico impiego  perché non ci sono risorse. È oltremodo strano che il fatto che si annunci una riduzione del costo del lavoro. Vorrei che Renzi rispondesse a una mia domanda…

mercoledì 10 settembre 2014

LA SCUOLA LIBERISTA E AZIENDALE DI MATTEO RENZI di Matteo Saudino




LA SCUOLA LIBERISTA E AZIENDALE DI MATTEO RENZI
di Matteo Saudino



Ancora una volta nella recente storia d’Italia è un governo di centro-sinistra a realizzare una riforma politica dall’impianto liberista, autoritario e aziendale tipica degli esecutivi conservatori di centro-destra. In passato è accaduto per la riforma delle pensioni (prima Dini e poi Fornero), per la riforma del lavoro (pacchetto Treu) e per l’istituzione dei centri di detenzione per immigrati senza permesso di soggiorno (legge Turco-Napolitano).

Ora è il turno della scuola. Al di là delle strumentali, ma molto significative, dichiarazioni dell’ex Ministro dell’Istruzione Gelmini (“Il patto educativo di Renzi raccoglie e realizza le proposte di cambiamento della scuola portate avanti da Forza Italia”), e dell’ex sottosegretario Aprea (“le proposte di Renzi sono una riproposizione del mio progetto”), la “buona scuola” renziana rappresenta a tutti gli effetti il punto di arrivo di decenni di tentativi di trasformare la scuola pubblica italiana in un’azienda funzionale alle esigenze delle imprese e del mercato.

La “buona scuola”, di cui si stanno gettando le fondamenta, non deve più formare i cittadini (se non a parole), non deve più offrire gli strumenti culturali per decodificare la realtà, e nemmeno stimolare la crescita del pensiero critico, che sta alla base delle possibilità di autodeterminazione e di emancipazione individuale e collettiva. La nuova scuola italiana deve rottamare il passato; deve essere più moderna, flessibile, meritocratica (nuova mantra salvifico e rigenerante) e deve stare al passo con le sfide che il dinamico sistema economico capitalistico costantemente propone. Chi si ferma è perduto.
Per questo occorre cambiare la scuola e per questo il governo si appresta a varare l’ennesima riforma scolastica (la quarta in poco più di dieci anni- unico paese al mondo che può vantare tale primato).

martedì 9 settembre 2014

LA SOCIALDEMOCRAZIA IN CAMICIA BIANCA CHE CI PORTA ALLA GUERRA! di Sergio Bellavita






LA SOCIALDEMOCRAZIA IN CAMICIA BIANCA CHE CI PORTA ALLA GUERRA!
di Sergio Bellavita




Impressiona la pletora di camicie bianche sul palco della festa dell'Unità di Bologna. Il volto nuova della socialdemocrazia Europea è il bianco lindo di camicie inamidate, di giovani leaders che non hanno mai indossato i panni della critica sociale, che non sono mai stati attraversati da tensioni ideali. L'omologazione ad un modello che finge un carattere popolare ma che ha assunto la rottamazione come strumento per l'affermazione del superamento del conflitto capitale lavoro, di ogni aspirazione che parli di uguaglianza, democrazia, progresso sociale.

Renzi è il loro leader naturale, come i manager d'azienda esalta il merito individuale, il talento e la qualità. Non è un caso che nei quartieri bene delle grandi città Renzi abbia spopolato alle ultime europee. È persino banale ricordarlo ma questa società non è fatta di liberi ed eguali, il merito, il talento e la qualità sono il senso comune regalato a piene mani per ottenebrare la profonda ingiustizia che attraversa il paese, per nascondere sotto il tappetino di una retorica idiota il precipitare della condizione di chi lavora, dei milioni di giovani a cui non è data alcuna speranza per il futuro ne un presente. Come se Marchionne e un lavoratore della Lucchini di Piombino, o una lavoratrice di Eataly, o di un Mac Donald's fossero appunto sullo stesso piano, nelle stesse condizioni, con le stesse possibilità. Questi più o meno giovani in camicia bianca, questa socialdemocrazia linda sta portando l'Europa ad una nuova guerra.

A cento anni da quella che è passata alla storia come la grande guerra, tragedia e fallimento della socialdemocrazia che votò i debiti di guerra e aprì le porte al fascismo e al nazismo, nel cuore del vecchio continente si è aperta la guerra d'Ucraina che rischia di divenire rapidamente conflitto globale con conseguenze drammatiche.

I giovani in camicia bianca, gli stessi che hanno assunto la guerra del capitale in ogni singolo paese nella competizione tra uomini e nel darwinismo sociale, protettori assoluti del regime tecnocratico dell'Unione Europea hanno indossato l'elmetto insieme agli Usa e sciaguratamente stanno andando al riarmo ed ad una nuova espansione militare della Nato a est per contendere all'imperialismo della "grande Russia" di Putin la sua storica influenza.

Paul Krugman, l'economista liberal statunitense, tempo fa ebbe a dire che le guerre in Iraq e Afghanistan pesavano poco rispetto al Pil mondiale (1,2%), non erano state cioè sufficienti a risollevare l'economia capitalista dalla sua crisi più grave. La guerra è quindi un'opzione sempre più tragicamente verosimile.

Lottare contro la guerra e i loro artefici, in primo luogo Usa e Unione Europea significa non accettare di indossare l'elmetto, significa disertare la guerra del tutti contro tutti che ci stanno imponendo con la crisi economica. Il patto del tortellino che la socialdemocrazia Europea ha stretto a Bologna alla festa dell'Unità ci porta alla guerra.

Fermiamoli! Anche per questo serve lo sciopero generale.



8 settembre 2014



dal sito http://megachip.globalist.it/



lunedì 8 settembre 2014

40 ANNI DOPO, PER NON DIMENTICARE: FABRIZIO CERUSO




40 ANNI DOPO, PER NON DIMENTICARE: 
FABRIZIO CERUSO


FABRIZIO CERUSO di 19 anni, animatore delle battaglie sociali dei Comitati Autonomi Operai, l' 8 settembre del 1974 - 40 anni fa a Roma nel quartiere popolare di S.Basilio - venne ucciso dalla polizia durante " la rivolta di San Basilio ", mentre aiutava i senza casa ad opporsi agli sgomberi.

Il compagno FABRIZIO CERUSO vive nella memoria popolare e nelle lotte delle nuove generazioni per il diritto alla casa che non dimenticano il suo sacrificio .
Come ogni 8 settembre a S.Basilio, c/o la lapide il bronzo che ricorda FABRIZIO CERUSO verrà esposta la bandiera rossa, dove la popolazione sosta portando un fiore e racconta ai nipoti quella giornata di lotta, di rabbia, di sangue.

HASTA LA VICTORIA SIEMPRE !





Il 5 settembre 1974 la polizia decide di intervenire con un ingente schieramento di forze nella borgata di San Basilio, all'estrema periferia est di Roma, per sgomberare le 150 famiglie che da più di un anno occupano alcuni appartamenti IACP in via Montecarotto e via Fabriano.
La risposta popolare non si fa attendere: fin dalle prime ore del mattino vengono bloccati gli ingressi del quartiere con barricate di pneumatici, vecchi mobili e altri oggetti. La polizia spara centinaia di lacrimogeni, ma è costretta a ritirarsi e a sospendere gli sfratti.

Sabato, dopo che una delegazione si è recata in pretura e allo IACP per cercare una mediazione, la polizia cerca di riprendere gli sgomberi. Questa volta oltre agli occupanti e agli attivisti dei Comitati ci sono a resistere anche centinaia di manifestanti, tra i quali numerosi membri dei consigli di fabbrica.

A fine giornata, dopo un susseguirsi di “tregue” per tentare quella che si rivelerà una trattativa-farsa, si raggiunge un accordo di sospensione degli sfratti fino al lunedì mattina.

Domenica 8, però, la polizia irrompe di nuovo nelle case occupate abbandonandosi ad atti di vandalismo. Gli scontri riprendono immediatamente.

Alle 18, l'assemblea popolare, organizzata dal Comitato di Lotta per la casa di San Basilio nella piazza centrale della borgata, viene caricata con lacrimogeni sparati ad altezza uomo.

Fabrizio Ceruso, militante di 19 anni dei Comitati Autonomi Operai, viene colpito in pieno petto da una pallottola.

I compagni lo caricheranno su un taxi per portarlo in ospedale, ma vi giungerà ormai senza vita.

La rabbia popolare esplode violentemente, tutto il quartiere scende in strada. I pali della luce vengono abbattuti, migliaia di manifestanti si aggregano agli abitanti del quartiere, assediando la polizia, che si rifugia nel campo di calcio della parrocchia.







Soltanto diciannove anni
e per loro non eri nessuno,
soltanto diciannove anni
e per loro non eri che uno.

Uno come tanti, un cameriere,
un garzone d'officina,
un disoccupato, un operaio,
un emigrante.

Eppure quella domenica
otto settembre
a San Basilio hanno mandato
più di mille uomini per ammazzarti.

Più di mille uomini che credevano
che bastasse spararti,
e sono stati invece loro
ad avere paura di te.

Perché quella domenica giù a San Basilio
eravamo in tanti a non essere nessuno,
in tanti a difenderci le case,
a farci la storia con le nostre mani,
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione.

È bastato Fabrizio Ceruso a 19 anni!
Se credevate di ammazzarlo avete sbagliato,
Fabrizio è l'uomo nuovo che non muore mai!
Fabrizio vive in tutti noi, nelle lotte del proletariato!
Altri giovani in suo nome vi preparano già la fossa!

Il primo ministro, il presidente 
a dirigere le operazioni
per preparare
il tuo assassinio.

Lo stato maggiore riformista 
mobilitato a condannarti
perché con gli estremisti
non volevi sgombrare.

Una montagna di calunnie
per preparare e giustificare
la tua condanna,
la tua sicura morte.

Tanto per ammazzare
un proletario,
un comunista
di 19 anni.

Per far pesare
la sua morte
sulla lotta,
giusta lotta.

Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
IL SOLE ROSSO 
è rimasto nei tuoi occhi,
la rabbia proletaria già l'ha detto,
«Compagno Fabrizio noi ti vendicheremo»,
assassini di stato, la pagherete
pagherete tutto

Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
IL FIORE ROSSO 
è rimasto sul tuo petto,
il pianto amaro di tuo padre,
il rumore prodotto nella coscienza di tanti,
anche l'odio è prezioso quando il popolo prepara la riscossa.




domenica 7 settembre 2014

LA GUERRA DI PETRO di Andrea Ferrario





LA GUERRA DI PETRO
di Andrea Ferrario




Una ricostruzione degli sviluppi militari in Ucraina dall’operazione russa in Crimea e nell’Ucraina orientale fino a oggi, con una particolare attenzione per la fallimentare strategia di Poroshenko e dei vertici militari ucraini. Le conseguenze della disfatta sono in questi giorni oggetto di svariati commenti degli osservatori, di cui presentiamo una selezione nella seconda parte di questo articolo.


La scelta fatta dal presidente ucraino Petro Poroshenko poco dopo la sua entrata in carica di percorrere la via di un’azione militare a tutto campo in risposta alle azioni dei separatisti del Donbass si è rivelata un completo disastro, sia sul piano dei combattimenti sia su quello politico e umanitario. Prima di passare nei prossimi giorni ad analizzare altri aspetti del conflitto in Ucraina, che sta vivendo evidentemente un suo momento cruciale, tra le altre cose con la firma ieri di una tregua tra Kiev e le “repubbliche popolari”, ci sembra utile ripercorrere l’evoluzione nel tempo dell’opzione militare percorsa da Kiev in seguito

Marzo: la Crimea e l’impreparazione dell’esercito ucraino

Dopo la fine di Maidan (22 febbraio) e la fuga in Russia di Yanukovich la situazione in Ucraina ha dovuto fare i conti pressoché immediatamente con l’opzione militare. Solo quattro giorni dopo tale data, cioè nella notte tra il 26 e il 27 febbraio, la Russia è intervenuta militarmente in Crimea attraverso gli “omini verdi” (soldati e mezzi militari di Mosca senza insegne, come poi confermato dallo stesso Putin che allora invece negava ogni coinvolgimento della Russia). Con un referendum organizzato in fretta e furia e senza alcun controllo democratico, la Crimea è stata poi annessa da Mosca in un paio di settimane, il 16 marzo. Allora non vi era stata alcuna reazione da parte dell’esercito ucraino, che non aveva opposto resistenza e si era in pratica ritirato dalla regione nel giro di pochi giorni. Sono circolate svariate interpretazioni dietrologiche di questo comportamento di Kiev, mai comunque supportate da seri indizi. Rimane il fatto che il governo ucraino non era assolutamente in grado di rispondere all’inattesa e perfettamente organizzata azione di Mosca. Da una parte c’era un grande vuoto politico, dovuto alla caduta del regime e alla presenza di un governo insediatosi solo da alcuni giorni. Dall’altra l’esercito ucraino non disponeva certo della capacità di fronteggiare l’operazione russa: il regime di Yanukovich infatti negli anni aveva scelto di rafforzare gli organi repressivi interni (tutti pesantemente infiltrati dalla Russia, in particolare la SBU, i servizi di sicurezza) a scapito dell’esercito – come scrive “Le Monde” del 6 settembre, “solo il 10% degli 800.000 uomini delle forze armate ucraine era pronto al combattimento prima del conflitto [...] e solo 500 uomini erano immediatamente ‘utilizzabili’ nel momento in cui i primi gruppi armati hanno fatto la loro comparsa nell’Est del paese”. Infine, l’Ucraina non ha ricevuto alcun sostegno concreto da parte dell’Occidente a livello militare o diplomatico.

sabato 6 settembre 2014

PUBBLICO IMPIEGO: ORA SAPPIAMO CHI E' RENZI di Alberto Burgio




PUBBLICO IMPIEGO: ORA SAPPIAMO CHI E' RENZI 
 di Alberto Burgio 



Si dice che con­ti­nui la luna di miele tra il governo e il paese. Renzi se ne vanta, con quella vanità gon­fia di vuoto che Musil defi­niva biblica. Fosse vero, si ripro­por­rebbe un clas­sico pro­blema. Sa que­sto popolo giu­di­care? O forse ama essere irriso, deriso, abbin­do­lato? Era meglio per­sino Monti (ci si passi l’iperbole), il nostro can­cel­lier Morte (parola del Finan­cial Times, che ebbe modo di assi­mi­larlo al rigo­ri­sta che spianò la strada a Hitler). In pochi mesi Monti rase al suolo la parte più indi­fesa del paese, ma almeno non vestiva panni altrui. Renzi non fa pra­ti­ca­mente altro che infi­noc­chiare il pros­simo, con quella sua fac­cia di bronzo da bam­bino viziato e prepotente.

Le balle più odiose riguar­dano ovvia­mente la ridu­zione delle tasse (gli 80 euro per i quali si ribloc­cano i salari del pub­blico impiego). Non­ché la difesa di ceti medi e lavoro dipen­dente. In realtà il governo col­pi­sce duro entrambi.

Nei diritti (è vero, l’art. 18 è un sim­bolo: poi c’è la sostanza, come dimo­stra que­sta novità del mana­ger sco­la­stico che arbi­trerà le car­riere dei col­le­ghi a pro­pria discre­zione). Nelle tutele (per­sino l’Ocse segnala che la «riforma» Poletti esa­gera con la pre­ca­rietà). Nei già esan­gui red­diti. Tor­nano i tagli lineari, ver­go­gnosi in sé, e tanto più per­ché val­gono a soste­nere l’indifferenza tra biso­gni essen­ziali (la salute, la for­ma­zione, la vita stessa) e spre­chi veri, a comin­ciare dalla scan­da­losa spesa mili­tare. E torna – per la quinta volta – il blocco degli scatti nelle retri­bu­zioni dei dipen­denti pub­blici. Non una por­che­ria: un vero e pro­prio furto.

Hanno lor signori idea di che signi­fi­chi di que­sti tempi in Ita­lia per milioni di fami­glie, spe­cie al Sud, per­dere mille euro l’anno? Certo, per chi ne gua­da­gna quin­di­ci­mila al mese o più, è una baz­ze­cola. Per molti invece è un dramma, come dimo­stra quel 5% di fami­glie (l’anno scorso era appena l’1%) costrette a inde­bi­tarsi con ban­che e finan­zia­rie per com­prare libri e cor­redo sco­la­stico. Anche di quella che con­ti­nua a chia­marsi scuola dell’obbligo.

Il peg­gio è la moti­va­zione for­nita cini­ca­mente dalla mini­stra Madia. «Non ci sono risorse». Il che può tra­dursi in un solo modo: «Per que­sto governo sono intan­gi­bili ren­dite e patri­moni, pur in larga misura accu­mu­lati con l’illegalità» (leggi: elu­sione ed eva­sione fiscale).

Ora final­mente chie­dia­moci: che razza di governo è mai que­sto? Chie­dia­mo­celo senza guar­dare alle eti­chette, badando alle cose che fa e pro­getta, dalla poli­tica eco­no­mica alle scelte inter­na­zio­nali, dalla con­tro­ri­forma del lavoro a quella della Costituzione. Chie­dia­mo­celo noi. Ma se lo chie­dano prima di tutti seria­mente sin­da­cati e poli­tici. La Cgil minac­cia mobi­li­ta­zioni in difesa del pub­blico impiego. Vedremo. Parte del Pd mugu­gna e medita di dar bat­ta­glia sull’art. 81 della Costi­tu­zione. Vedremo. Ma all’una e all’altra sug­ge­riamo di guar­darsi final­mente dall’errore che ci ha por­tati a que­sto stato.

Non c’è più tempo per trac­cheg­giare. Ne va della loro resi­dua cre­di­bi­lità, ma soprat­tutto della vita di milioni di persone.


 5 settembre 2014

da "il manifesto"

La vignetta è del Maestro Mauro Biani



venerdì 5 settembre 2014

LA BUONA SCUOLA LIBERISTA DI RENZI di Francesco Locantore




LA BUONA SCUOLA LIBERISTA DI RENZI
di Francesco Locantore 


Dopo gli annunci estivi del sottosegretario Reggi, della ministra Giannini e dello stesso Renzi, è stato reso pubblico il rapporto del governo Renzi intitolato “La buona scuola”, con una serie di idee guida per una riforma organica, nonostante il governo abbia deciso di non chiamarla così, della scuola italiana.

Il rapporto consta di ben 136 pagine, è diviso in sei capitoli ed è corredato da un allegato in cui si sintetizzano le dodici proposte che sintetizziamo in due blocchi: (1) reclutamento degli insegnanti, avanzamenti di carriera e gestione dell’organico; (2) intervento sui programmi di studio e alternanza scuola-lavoro.

giovedì 4 settembre 2014

SULLA SITUAZIONE IN UCRAINA: DUE ARTICOLI DI ALDO GIANNULI




UCRAINA: ATTENTI CHE QUI RISCHIAMO GROSSO
di Aldo Giannuli



Siamo allo showdown della partita ucraina, il momento in cui tutti buttano giù le carte e si vede chi ha il punto più alto. Putin ha deciso di andare giù duro e tagliare ogni esitazione, entra con i carri armati a sostegno della Repubblica del Donetsk. Va da sé che tornare indietro sarebbe molto difficile e potrebbe costargli un crollo di consensi senza pari, sino al punto di doversi dimettere. La Ue, dal canto suo, avendo appena firmato un atto di associazione dell’Ucraina, perderebbe la faccia lasciando mano libera ai russi. Adesso, poi, capiamo il senso della nomina della Mogherini: tanto poi ad esprimere veramente la posizione Ue è Tutsk che già parla di guerra e non confinata alla sola Ucraina. E nessuno si è sentito in dovere di dissentire o almeno rettificare, mentre la Mogherini piange. Si limita a piangere. Ma più di tutti, è la Nato che ha da temere una solenne sconfitta politica se i russi riescono a smembrare l’Ucraina senza colpo ferire: tutti i paesi di recente adesione (Polonia, baltici, Bulgaria, Ungheria e Romania) dedurrebbero che non c’è da fare affidamento sulla Nato nei confronti dei russi.

Certo: l’Ucraina non è un paese Nato e l’alleanza formalmente non sarebbe tenuta ad intervenire per sostenerlo, ma, nei fatti, un mancato intervento suonerebbe come una ritirata per evitare il confronto, con i russi che, a quel punto, potrebbero ritenersi autorizzati a moltiplicare i propri appetiti. E molti richiamano il precedente georgiano del 2008 che sarebbe alla base dell’attuale aggressività russa.

Poco importa quanto queste valutazioni siano fondate, quel che conta è che i partner orientali della Nato ne siano convinti. Dunque, nessuno può fare un passo indietro senza effetti a catena sulla propria credibilità internazionale (e di conseguenza con effetti catastrofici anche all’interno).

lunedì 1 settembre 2014

IL GOVERNO RENZI ALLA DURA PROVA DELLA REALTÀ di Chiara Carratù





IL GOVERNO RENZI ALLA DURA PROVA DELLA REALTÀ
di Chiara Carratù



Non di sola propaganda può vivere il governo Renzi! E nei fatti lo dimostra la decisione di non presentare nel Consiglio dei Ministri programmato per il 29 agosto le linee guida sulla scuola che tanta attesa avevano creato nei giorni scorsi. La decisione di “non mettere troppa carne al fuoco” può essere spiegata solo guardando alla realtà della crisi economica e alle enormi difficoltà che il governo sta incontrando in questa fase nel portare a termini i compiti assegnati dall’Europa. Infatti, la notizia principale della giornata odierna è che l’economia italiana è ufficialmente in recessione e che i prezzi in agosto segnano un calo dello 0,1% : il nostro paese è in deflazione e questo non avveniva dal 1959. A questo bisogna aggiungere il dato drammatico fornito dall’Istat sulla disoccupazione attestata allo 12,6% con una perdita di altri 35.000 posti lavoro nel solo mese di luglio. La disoccupazione giovanile è al 42,9% in calo dello 0,8%, dato dovuto probabilmente ai lavori stagionali tipici del periodo estivo. Sui media, la decisione di Renzi di presentare solo la riforma della giustizia e le misure presenti nello “Sblocca Italia” passa in secondo piano. La versione ufficiale dello slittamento del pacchetto scuola descrive un premier accorto a che questa riforma non appaia calata dall’alto ma che sia frutto di un processo democratico di partecipazione aperto al mondo della scuola (come è stato già fatto per la riforma della pubblica amministrazione) per il quale sarebbe necessario un tempo indefinito riprendendo quanto dichiarato dallo stesso Renzi in un tweet in cui scrive che “Le proposte sulla scuola saranno discusse dalle famiglie, studenti insegnanti per molti mesi”.
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