Diari di Cineclub

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Rivista Cinematografica online e gratuita

lunedì 13 ottobre 2014

PERCHE' L'ITALIA NON CE LA FARA' di Roberto Orsi






PERCHE' L'ITALIA NON CE LA FARA'
di Roberto Orsi



Tre articoli firmati da autorevoli commentatori come Ambrose Evans-Pritchard, Roger Bootle (entrambi del Telegraph) e Wolfgang Münchau (Financial Times) sono recentemente apparsi sulla stampa finanziaria: tema comune, la situazione economica dell'Italia e l'instabilità del suo debito pubblico. Le argomentazioni e le parole usate in questi contributi sono da soppesare con cura, perché potrebbero essere il segnale di un graduale riposizionamento degli operatori di mercato e dei policy maker nei confronti del debito sovrano italiano e delle conseguenze della sua attuale traiettoria per l'Eurozona – e non solo. Si tratta di un cambio di prospettiva che implica una prognosi tutt'altro che favorevole sulle possibilità di "guarigione" del nostro Paese.

Nei tre scritti si solleva una domanda fondamentale: cosa succederebbe se l'economia italiana continuasse a ristagnare (o a contrarsi) anche nel 2015-16?

Bootle osserva che "l'Italia è molto vicina a quella situazione che gli economisti chiamano 'trappola del debito', quando cioè l'indice di indebitamento comincia a crescere in modo esponenziale. Per sfuggire a questa trappola ci sono due possibilità: svalutare la moneta o fare default.

Non disponendo di una valuta nazionale, l'Italia non può controllare la prima opzione: quindi, se non ci saranno cambiamenti realmente significativi in tempi brevi, il default sovrano diverrà lo scenario più probabile". Sul piano tecnico è obiettivamente difficile stabilire, per qualsiasi paese, una soglia massima oltre la quale il default diventa "matematicamente inevitabile". Basti pensare al Giappone che, nonostante un rapporto debito/Pil al 230%, è ancora considerato un creditore solvibile. Nel caso dell'Italia, la mancanza di una moneta nazionale complica però le cose. Evans ritiene comunque che "il debito pubblico italiano raggiungerà un livello pericoloso il prossimo anno". Pericoloso al punto che "potrebbe essere superato il punto di non ritorno".

L'articolo di Münchau è il più esplicito e allarmistico: "La posizione economica dell'Italia è insostenibile e sfocerà in un default a meno che non vi sia un'immediata e duratura inversione di tendenza sul piano economico". E un default, naturalmente, "comprometterebbe il futuro del paese nell'Eurozona e l'esistenza stessa della moneta unica".

domenica 12 ottobre 2014

UNA MOBILITAZIONE CHE CRESCE di Andrea Martini






UNA MOBILITAZIONE CHE CRESCE
di Andrea Martini



Nel silenzio dei media, lasciate trapelare con il contagocce anche dal sito della Fiom nazionale, ma evidentemente non ignorate né dal governo né dagli apparati sindacali, un certo numero di mobilitazioni operaie cominciano a prodursi.

Già qualche settimana fa, il 18 settembre per l’esattezza, all’indomani del primo annuncio del Jobs Act la RSU della fabbrica di trattori Same di Bergamo indice una mobilitazione immediata invitando i lavoratori a scioperare all’ultima ora di ogni turno. Contemporaneamente invita le altre RSU a assumere iniziative analoghe. La stessa RSU organizza per il 13 ottobre, quando Renzi parteciperà all’interno della azienda Persico di Nembro all’assemblea provinciale della Confindustria, un sit-in di protesta. Già preannunciata la partecipazione, con sciopero, dei lavoratori Tenaris Dalmine, Brembo, ABB, Sematic, Itema, Lovato Electric, Eutron, Sint, Brembana&Rolle, Vin Service, Faac.

Nei giorni scorsi, vari stabilimenti della Marcegaglia, l’azienda della ex presidente di Confindustria, peraltro impegnati in una complessa vertenza per la salvaguardia dei posti di lavoro, entrano in sciopero anche contro i progetti di legge governativi in materia di lavoro.

Il 23 settembre la RSU Fiom della Maserati proclama una fermata dalla 8.00 alle 9.00 contro i progetti di cancellazione dell’art. 18, di demansionamento, di reintroduzione dei controlli a distanza.

La RSU della Necta (New &Global Vending) di Valbrembo (BG) proclama per il 1° ottobre uno sciopero delle ultime 4 ore di ogni turno contro il Jobs Act.

La RSU Fiom della Piaggio di Pontedera indice uno sciopero per il 3 ottobre a metà turno, con corteo interno. E, assieme alla RSU della vicina Continental, chiamano tutti i lavoratori della zona ad un’assemblea autorganizzata per coordinare le azioni di lotta.

La RSU della San Polo Lamiere di Parma organizza una fermata di un’ora e mezzo alla fine di ogni turno il 7 di ottobre. Il suo esempio è seguito da numerose altre fabbriche della zona, tra cui la Tas (ex Data System), la Crown imballaggi, la Cometal.

L’8 di ottobre (il giorno della imposizione della fiducia sulla legge delega sul lavoro da parte di Renzi, ma anche il successivo, dopo l’incontro tra renzi e i leader sindacali confederali a Palazzo Chigi) la mobilitazione si intensifica; scendono in sciopero numerose fabbriche modenesi, anticipando lo sciopero generale della Cgil emiliano-romagnola indetto per il 16 ottobre. Ma già nei giorni precedenti alcune fabbriche di Sassuolo (la Motovario e la Bonfiglioli), la Wam erano in agitazione. A piombino i dipendenti della Lucchini sono scesi in sciopero e hanno manifestato, altre aziende a Pistoia. In lotta anche i lavoratori umbri di Tk-Ast, Perugina, Umbria Mobilità, Novamont, Regione Umbria, Tedesco, Alcantara.

La RSU della Fincantieri di Trieste sciopera lo stesso 8 ottobre, dalle 15.45 alle 16.45.

La stessa iniziativa della Fiom e di altri movimenti sociali di contestazione dell’ignobile vertice comunitario sul lavoro organizzato da Renzi a Milano mercoledì 8 ottobre è andata ben oltre la dimostrazione simbolica di protesta, soprattutto grazie a una diffusa adesione dei lavoratori allo sciopero.

E’ solo un elenco parziale delle numerose iniziative che si stanno producendo in questi giorni, certo in parte stimolate dalla decisione della Fiom di consegnare alle RSU metalmeccaniche e ai territori un pacchetto di 8 ore di sciopero. E forse anche dal comunicato della segreteria Cgil che sollecita ordini del giorno, fermate e scioperi con assemblee dalle aziende.

L’irrigidimento di Susanna Camusso, naturalmente, è dovuto alla volontà di difendere l’apparato e il ruolo tardo-concertativo dei sindacati. Ma ha anche l’effetto di far sentire i lavoratori meno soli.

L’iniziativa del governo di rottamare parti fondamentali dello Statuto dei diritti dei lavoratori rischia di trasformarsi in un boomerang. Cominciano ad apparire i sintomi di una nuova sensibilità alla difesa dei diritti.

Se la lotta in azienda riuscirà a ripartire, pur se ancora in maniera discontinua e episodica, se gli scioperi e le fermate semispontanee si diffonderanno, questo potrebbe costituire un potente catalizzatore anche per le mobilitazioni in corso su centinaia di vertenze, contro la chiusura di fabbriche, contro i licenziamenti, contro i processi di privatizzazione, per il disagio giovanile dovuto alla schiacciante mancanza di prospettive unita alla situazione fatiscente del sistema scolastico e universitario, in procinto di essere drasticamente peggiorato dai progetti renziani sull’istruzione.

Peraltro è significativo che, in queste stesse settimane, Renzi sia stato contestato in numerose occasioni di visite in giro per il paese, da Taranto a Ferrara, a Treviso. E si preannuncia un’analoga contestazione per il 10 ottobre a Bologna.

Comunque, i sintomi di ripresa del conflitto che segnaliamo caricano di ancor maggiore valenza la manifestazione del 25 ottobre, che potrebbe trasformarsi in qualche cosa di diverso da quanto desiderato dall’apparato Cgil, il quale l’aveva convocata con il solito spirito testimoniale e impotente che ha caratterizzato tutte le scadenze confederali degli ultimi 3 anni.

Sarà una manifestazione nella quale la spinta per richiesta di uno sciopero generale vero non sarà circoscritta a qualche settore radicale, ma potrebbe assumere un carattere di massa, se non maggioritario.

A meno che la Cgil non decida, come è possibile, conoscendo le reazioni confederali, di anticipare i tempi della proclamazione di uno sciopero nelle riunioni dei prossimi giorni.

In un contesto come questo, anche quei settori di movimento sociale e politico che hanno proclamato lo “sciopero metropolitano” del 14 novembre dovranno seguire con attenzione questi avvenimenti, e tentare di costruire il massimo di convergenza con questa spinta dal basso.

Un atteggiamento simile sarebbe auspicabile anche per i sindacati di base, per evitare che le loro iniziative di lotta, invece di portare in ambito più vasto le loro piattaforme più radicali, non finiscano per isolarsi da un movimento che potrebbe crescere.


11 Ottobre 2014


dal sito Sinistra Anticapitalista


La vignetta è del Maestro Mauro Biani




venerdì 10 ottobre 2014

ARTICOLO 18: LA DELEGA IN BIANCO E' INCOSTITUZIONALE di Piergiovanni Alleva






ARTICOLO 18: LA DELEGA IN BIANCO E' INCOSTITUZIONALE
di Piergiovanni Alleva



Il governo pone all’approvazione del Senato, ricat­tato dal voto di fidu­cia, un dise­gno di legge delega in mate­ria di lavoro ulte­rior­mente peg­gio­rato rispetto alla pro­po­sta ori­gi­na­ria. È un testo squi­li­brato, ipo­crita e inco­sti­tu­zio­nale per­ché con­tiene una disci­plina inu­til­mente det­ta­gliata di argo­menti minori, come per­messi paren­tali e fun­zio­na­mento dei Cen­tri per l’impiego, ma lascia totale mano libera all’esecutivo sui temi essen­ziali del pre­ca­riato, delle garan­zie nel rap­porto di lavoro e degli ammor­tiz­za­tori sociali.

Infatti nes­sun con­tratto pre­ca­rio viene abo­lito e sul tema fon­da­men­tale dell’articolo 18 per il momento si tace, ma poi ci si riserva di inter­ve­nire diret­ta­mente, ovvia­mente in senso puni­tivo, nei decreti dele­gati, ossia al di fuori di qual­siasi con­trollo e voto del par­la­mento. Allo stesso modo il governo si riserva di rego­lare a suo arbi­trio, nei decreti dele­gati, l’indennità di disoc­cu­pa­zione e ciò che resta della cassa integrazione.

Que­sto modo di pro­ce­dere è inco­sti­tu­zio­nale per­ché l’articolo 76 della Costi­tu­zione sta­bi­li­sce invece, a garan­zia della cen­tra­lità del par­la­mento, che la legge delega debba fis­sare essa stessa, con riguardo all’emanazione dei suc­ces­sivi decreti dele­gati, i cri­teri diret­tivi, che non pos­sono in nes­sun modo essere sur­ro­gati da ordini del giorno o da prese di posi­zione in sede poli­tica. Ove il capo dello Stato pro­mul­gasse quindi que­sta legge delega voluta dal governo, vio­le­rebbe lui stesso la Costituzione.

giovedì 9 ottobre 2014

EBOLA E ALTRI VIRUS di Antonio Moscato





EBOLA E ALTRI VIRUS
di Antonio Moscato



L’allarme suscitato dalla diffusione del virus Ebola ha solo pochi punti di contatto con quello per l’influenza aviaria del 2006, che comportò nel solo 2009 una spesa inutile di oltre due miliardi e mezzo di euro per l’acquisto da parte di vari governi del Tamiflu, un farmaco inutile spacciato per miracoloso (“un finto antidoto per una finta pandemia”).

Questa volta il pericolo c’è davvero, ed è molto difficile che si riesca a bloccare la diffusione al di fuori dell’area in cui si è manifestata l’epidemia. Le ragioni sono molteplici: la ricerca di farmaci e antidoti non è stata praticamente avviata dalle grandi case farmaceutiche o dall’OMS finché le prime manifestazioni del male erano circoscritte a poveri villaggi isolati nelle foreste equatoriali. Le morti in quelle aree dell’Africa d’altra parte spesso non venivano neppure registrate, o venivano confuse con quelle abituali per denutrizione, scarsa resistenza a malattie altrove curabili. In ogni caso non facevano notizia e non c’era preoccupazione per possibili contagi fuori da quel continente.

La nuova esplosione (dopo la prima del 1976 registrata nello Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo) ha investito medi e grandi agglomerati urbani di Guinea, Liberia, Sierra Leone, ed ha fatto capolino anche in Nigeria e Senegal. E non poteva non sfiorare Stati Uniti ed Europa (anche se per ora solo la Spagna) che hanno frequenti collegamenti aerei con i paesi africani colpiti: affaristi, industriali, missionari, membri di ONG più o meno umanitarie, militari. Ma su questo ritornerò. E non possono facilmente interromperli, perché dall’Africa arrivano minerali preziosi e materie prime di ogni genere. Ma utilizzeranno probabilmente l’epidemia per porre nuove barriere alla libera circolazione degli esseri umani.

I primi casi provenienti dalla zona di massima diffusione del male scoperti in Europa o negli Stati Uniti sono stati identificati con un certo ritardo, e hanno potuto trasmettere il virus a familiari o al personale sanitario che aveva fornito le prime cure senza essere in grado di evitare il contagio. Questo è ovviamente in gran parte evitabile in futuro, a mano a mano che si diffonde la consapevolezza del pericolo e la conoscenza dei sintomi e delle misure necessarie. Ma non del tutto, soprattutto se l’epidemia si diffonde anche soltanto ai ritmi attuali (che secondo un organo statunitense porterebbero già agli inizi del 2015 a un milione e mezzo di persone colpite). Ed è difficile intervenire in loco, dove da decenni manca tutto: non solo gli “scafandri” gialli esibiti dalle riprese televisive, ma perfino i guanti usa e getta, o più semplicemente l’acqua corrente non infetta.

Intanto l’allarme per l’epidemia è stato usato per inviare altri 3.000 marines in Liberia, che non serviranno a nulla ai fini sanitari, e comunque non correranno nessun rischio, isolati come saranno dalla popolazione locale e alimentati con prodotti e acqua rigorosamente provenienti dalla madrepatria. Ma serviranno se sarà necessario intervenire, in Liberia o in altri paesi limitrofi, per “tutelare l’ordine pubblico”. Bell’ordine!

Su questo argomento segnalo due belle pagine centrali del Manifesto di oggi, con un lungo articolo informativo di Nicoletta Dentice e un intervento di Raffaele K. Salinari, oltre a vari articoli, tra cui uno di Geraldina Colotti, che sottolinea giustamente l’impegno sanitario di Cuba, che ha mandato 167 tra medici e infermieri specializzati particolarmente preparati per affrontare il virus, che si aggiungono ai 4.000 già presenti in diversi paesi dell’Africa (mentre altri 15.000 giovani del settore sanitario si sono offerti volontari). Un aiuto dal senso diametralmente e opposto alla presenza militare statunitense (e francese in altri paesi africani).

Ma anche questo aiuto ben mirato è comunque soltanto una goccia in un mare di povertà e desolazione dovuto alla distruzione del sistema sanitario che era stato sviluppato in gran parte dei paesi negli anni immediatamente successivi alla decolonizzazione e che è stato poi distrutto in base ai dettami di FMI e BM.

I paesi imperialisti occidentali non possono rinunciare allo sfruttamento delle risorse dell’Africa, usandola per giunta come discarica a basso costo: tanto più ora che devono fare i conti con la concorrenza della Cina. E sarà difficile fermarli per invertire il corso che ha portato allo sfacelo attuale. La grande ondata della decolonizzazione è stata dispersa e sconfitta non solo per gli interventi diretti o indiretti dei paesi imperialisti (dal Congo alla Somalia, dall’Angola alla Libia) ma anche per l’appoggio dato dai paesi “socialisti” a regimi più che discutibili. Ora pagheremo tutti questo regresso di una parte importante del mondo a condizioni medievali, con lazzaretti difesi a mano armata. Ma senza che questo riesca a bloccare al loro interno l’epidemia.

C’è qualche analogia tra questa tragedia e quella della diffusione del cosiddetto “Stato islamico” che sta reclutando dal Marocco al Pakistan, alle disperate periferie di Londra, Parigi e Milano. Frutto di una politica dissennata che viene da lontano (la creazione di Stati artificiali, la negazione del diritto di interi popoli ad uno Stato) e che ha bruciato e sconfitto tutti i movimenti di liberazione, a partire da quello palestinese, che era stato per anni un punto di riferimento per molti: indisturbata Israele ha sputato sulla moderazione di Arafat, ha umiliato i suoi penosi continuatori, ha tentato con successo di schiacciare Gaza in uno scontro paurosamente asimmetrico, che Hamas ha creduto di poter affrontare sul piano puramente militare, pensando di vincere sopravvivendo in qualche modo e a qualunque costo. Intanto gli alleati più o meno aperti di Stati Uniti e Israele giocavano col fuoco finanziando integralisti e mercenari di ogni genere, e schiacciavano il movimento democratico nel Bahrein, in Egitto e in molti altri paesi. Intanto lo Stato di Israele e gli USA davano l’esempio degli assassinii mirati, e l’Arabia Saudita delle decapitazioni in piazza…

Bruciata ogni speranza, unica alternativa ai movimenti sconfitti e agli oppressori appariva l’efficientissimo esercito dalle bandiere nere che poteva reclutare facilmente disperati in Iraq, in Siria, in Cecenia e in tutto il mondo islamico, mentre svolgeva contemporaneamente qualche basso servizio ben retribuito alla Turchia, ossessionata dalla tenacia della resistenza secolare dei curdi.

È proprio vero: bruciata ogni prospettiva di rivoluzione, resta solo la barbarie. E, come di fronte a Ebola, i confini non reggeranno: ce la troveremo presto in casa…


8 Ottobre 2014


dal sito Movimento Operaio




mercoledì 8 ottobre 2014

IL TEATRO DELL'OPERA DI ROMA HA FATTO SCUOLA di Antonio Moscato





IL TEATRO DELL'OPERA DI ROMA HA FATTO SCUOLA
di Antonio Moscato


Il caso del licenziamento di orchestrali e coristi al Teatro dell’Opera di Roma non era un episodio casuale. Lo avevo capito subito dalla sistematicità con cui molti quotidiani si accanivano nella denuncia degli “inammissibili privilegi” di quei musicisti, riempiendo pagine e pagine di derisioni e falsità.

Significativo lo zelo di alcuni giornalisti sedicenti “di sinistra” come il viscido Massimo Gramellini, che sulla Stampa ha paragonato l’Opera all’Alitalia (dando nei due casi la colpa del dissesto a chi ci lavora e non a chi la dirige). Naturalmente per lui chi ci lavora “difende privilegi di casta”, pur avendo una “produttività da banda di paese”.

A Gramellini sembrava scandaloso che i lavoratori rifiutassero un taglio di 30 euro alle diarie per le trasferte, e naturalmente non aveva dubbi che del licenziamento fossero responsabili proprio i lavoratori stessi, che secondo lui volevano quei 30 euro per fare “un pieno di champagne”. Va detto che nelle pagine interne della stessa “Stampa” dei cronisti scrupolosi lo smentivano e ammettevano che quei presunti privilegiati avevano vinto concorsi regolari e severissimi.

lunedì 6 ottobre 2014

IL GRANDE RALLENTAMENTO DELLO SVILUPPO CINESE di Vincent Kolo





IL GRANDE RALLENTAMENTO  DELLO SVILUPPO CINESE
di Vincent Kolo




I segnali che la gigantesca bolla immobiliare è alla fine smentiscono i dati ottimistici di Pechino sul PIL

Il grande rallentamento

Il 16 luglio il governo cinese ha pubblicato i suoi dati sul PIL per il secondo trimestre, facendo tirare ai mercati finanziari globali un sospiro di sollievo in quanto è stata annunciata una crescita del 7,5%. Tuttavia questa cifra (i dati di Pechino sul PIL sono notoriamente soggetti a manipolazioni) non segnala che la seconda economia più grande del mondo si e ‘stabilizzata’. Questa è stata ‘una ripresa, sulla carta’ – ha osservato Keith Bradsher – corrispondente da Pechino per il New York Times (16 luglio 2014). Come la relazione Bradsher sottolinea, ‘inchieste indipendenti di imprese in tutta la Cina mostrano che, in un settore dopo l’altro, vendite e fiducia stanno peggiorando ancora’.

L’aumento statistico, da una crescita del 7,4% su base annua nel primo trimestre, è stato conseguito principalmente con l’aiuto di un altro ‘mini incentivo’. Come le misure analoghe lo scorso anno, ciò è stato fatto passare in maniera furtiva dal premier Li Keqiang e dai suoi esperti di economia, che ufficialmente aderiscono alla linea: ‘basta incentivi!’ Le ultime misure di Li comprendono spese supplementari per l’edilizia abitativa pubblica e le costruzioni ferroviarie – il 32% in più nel mese di giugno rispetto all’anno precedente – e un pacchetto di tagli fiscali e di misure di credito più flessibile (riserva obbligatoria inferiore per alcune banche minori) per promuovere il settore delle piccole imprese.

LA CGIL DEVE ROMPERE CON IL PD ALTRIMENTI L'ASPETTA UN'ALTRA TERRIBILE SCONFITTA di Giorgio Cremaschi







LA CGIL DEVE ROMPERE CON IL PD ALTRIMENTI L'ASPETTA UN'ALTRA TERRIBILE SCONFITTA
di Giorgio Cremaschi



In una intervista a Il Manifesto Sergio Cofferati sottolinea la differenza tra la mobilitazione da lui guidata, con successo, nel 2002 contro il tentativo di Berlusconi di colpire l'articolo 18 e quella promossa oggi dalla CGIL . Allora si univano opposizione sociale e opposizione politica oggi, dice Cofferati, bisogna mobilitare il popolo del centrosinistra contro chi lo rappresenta al governo. È vero, ma così non si sottolinea solo una difficoltà ma una contraddizione. Il collateralismo tra CGIL e PD è un dato di fatto e che esso sia avvenuto soprattutto tra il gruppo dirigente sindacale e l'attuale minoranza di quel partito non cambia la sostanza. Anzi la aggrava perché dà spazio al qualunquismo di potere di Renzi e della sua banda.

Quando l'attuale minoranza del PD era maggioranza e sosteneva il governo Monti, la CGIL ha lasciato passare la più feroce controriforma delle pensioni d'Europa e la prima gravissima modifica dell'articolo 18. È stato infatti il governo dei tecnici, con il consenso di CGIL CISL UIL, ad aprire la via alla sostituzione della reintegra con il risarcimento monetario nel caso di licenziamento ingiustificato. E già abbiamo centinaia di licenziamenti che il giudice ha riconosciuto come ingiusti, che nel passato avrebbero avuto come conseguenza il ritorno del lavoratore colpito nel suo posto di lavoro, e che invece oggi si concludono con un po' di soldi che non compensano certo un futuro di disoccupazione. È chiaro che Renzi vuole andare oltre, abolendo sostanzialmente la reintegra e soprattutto, come ha più volte dichiarato, togliendo ogni ruolo ai giudici. Che per lui come per ogni reazionario non debbono più ingerirsi nel rapporto tra impresa lavoratore: lì ci deve essere solo il mercato, non il diritto. Susanna Camusso ha colto la gravità dei propositi del segretario del PD capo di governo, ma cerca di chiudere un portone che ha lasciato spalancare. Se la CGIL avesse lottato sul serio contro Monti e la riforma Fornero delle pensioni, e allora c' erano tra i lavoratori consenso e forza sufficienti, oggi non subirebbe impaurita gli sberleffi di Renzi, e soprattutto sarebbero i lavoratori a reagire. L'abilità manipolatrice permette invece al presidente del consiglio di esercitare una operazione in totale malafede, ma non per questo poco efficace. Il capo del governo mette assieme il dilagante scontento in tutto il mondo del lavoro verso la passività di CGIL CISL UIL, che per me è sacrosanto, con la vandea reazionaria di chi sostiene che il sindacato ha rovinato l'Italia. Lo può fare perché la CGIL, soprattutto in questi anni di crisi, si è ritirata dal conflitto per paura di perderlo. Così Renzi accusa di essere fermi agli anni 70 gruppi dirigenti sindacali che per primi hanno messo in discussione le pratiche e la cultura di quel decennio e che per primi in ogni riunione premettono : non siamo più negli anni 70!

Sergio Cofferati probabilmente ricorderà che in un congresso della CGIL di quasi venti anni fa con Claudio Sabattini fu posta la necessità della totale indipendenza della CGIL dal quadro politico. Quella scelta non fu fatta e ora il collateralismo da condizione di sopravvivenza diventa un danno. Renzi può vantarsi: noi con la CGIL non c'entriamo niente anzi, ma Susanna Camusso non può rompere con il PD. Se lo facesse, per i promotori del jobsact sarebbe un colpo ben più duro che quello di uno sciopero generale. Ma ripeto, con l'attuale intreccio tra sistema politico e sistema sindacale, che percorre tutto il paese, Camusso non potrebbe dire basta con il PD neppure se lo volesse.

Ma la questione non é solo di rapporti politici. Ancora una volta la CGIL deve verificare che il patto tra i produttori, cioè quell'accordo tra i rappresentanti delle forze produttive con il quale condizionare la politica che il gruppo dirigente sindacale persegue da anni, quell'accordo non esiste. Dalla Confindustria alle banche alle cooperative, tutto il sistema delle imprese ha mollato la CGIL e si è schierato con Renzi. CISL e UIL naturalmente han fatto lo stesso. Eppure solo il 10 gennaio di quest'anno si era firmato un testo sulla rappresentanza, per me liberticida, che veniva presentato come il nuovo avvio della stagione delle regole.

Anche sul merito dei provvedimenti del governo la CGIL non riesce ad avere una posizione senza contraddizioni. Come si fa ad accreditare la positività del contratto a tutele crescenti, quando è chiaro che con esso passa il principio che si é termine in ogni istante del rapporto lavorativo, perché in ogni momento si può essere licenziati ingiustamente e mandati casa? Anche la FIOM qui ha preso una cantonata.

Non credo che si possa davvero lottare contro la svolta reazionaria di Renzi, ispirata da Draghi e Marchionne, con il peso di tutte queste contraddizioni sulle spalle. Non credo che si possa ottenere un risultato restando in continuità con un modello sindacale che ha accumulato solo sconfitte. Renzi fa il gradasso e prende in giro la CGIL perché conta di aver sempre di fronte il solito sindacato rassegnato al meno peggio. O i sindacati, la CGIL, cambiano rapidamente e nella direzione esattamente opposta a quella seguita negli ultimi trenta anni, rompendo con il PD e con il sistema di potere che sostiene il governo, oppure sarà un'altra terribile sconfitta. Che ricadrà tutta sulle condizioni di un mondo del lavoro che già sta precipitando verso i livelli più bassi d'Europa.


2 ottobre 2014


dal sito Contro la crisi

 
La vignetta è del Maestro Mauro Biani





domenica 5 ottobre 2014

SINISTRA, NIKI, PIPPO E MAURY di Ercole Olmi





SINISTRA, NIKI, PIPPO E MAURY
di Ercole Olmi



Oltre la lista Tsipras, forse oltre Sel, perfino fuori dal Pd ma comunque col Pd. Le giravolte d’autunno di Sel con Civati, Landini e Vendola. Il rompicapo dei rimescolamenti a sinistra.



Oltre Tsipras, oltre Sel. Forse. Ma con il Pd.

Quantomeno nelle regioni dove si sta per andare al voto. In Emilia e Calabria, dove si vota prima, il partito di Vendola andrà alle urne con il Pd ed è già andata oltre la lista Tsipras salutando, per ora, la creatura dei saggi e del leader greco. Grandi manovre per una coalizione con i democrat sono già in corso in Liguria, ad esempio. Ma intanto Sel porta in piazza il suo leader con Landini e Filippo Civati provando a prefigurare un percorso di discesa in politica del leader Fiom e di fuoriuscita di Civati dal partitone ormai impraticabile, per rimpolpare le fila di Sel (comunque si chiamerà) dopo l’emorragia guidata da Migliore, Fava e dal tesoriere Boccadutri.

La manifestazione, annunciata dal manifesto con una serie di interviste, è costruita come lancio del 25 ottobre della Cgil ma allude all’ennesima puntata del cantiere della sinistra.

«Il clima è di attesa per qualcosa che potrebbe nascere ma che ancora non è definito», ci dice una dirigente di Sel della Liguria. Non è la prima volta che sembra che stia per nascere (ricordate la via maestra e prima ancora la manifestazione del 16 ottobre 2011 e così via). Ma l’attacco di Renzi è feroce e in questi ambienti stavolta si sentono traditi. «Fate il lavoro, non fate la crisi» è lo slogan scelto per la manifestazione nazionale di piazza Santi Apostoli. «Quello che chiediamo è una nuova politica economica in Italia e in Europa per dire basta ai fallimenti dell’austerity».

Location dell’evento di oggi è piazza Santi Apostoli, riempita per metà (non è pochissimo), con vecchi (la direttrice del manifesto Rangeri) e nuovi compagni di strada, a partire da un pezzo di pressoché ex Rifondaroli. Come Simone Oggionni, già numero uno dei giovani comunisti ma in rotta di collisione da sempre con chi vorrebbe costruire un soggetto autonomo dal Pd della sinistra d’alternativa. Infatti alle scorse europee, quel pezzo di Prc avrebbe appoggiato i candidati di Sel nella lista Tsipras a scapito dei compagni di partito. La speaker presenta Oggionni come esponente di Sinistra lavoro, nuovissima associazione costituita da un pezzo della corrente grassiana del Prc e da quanti erano usciti dalla Federazione della sinistra per provare a orbitare attorno al Pd, la vecchia idea della sinistra del centrosinistra (Patta, Salvi, Vinci ecc…) magari persuasa che qualche iniezione di keynesismo possa accomodare le cose. Vecchia come quella di chi pensa di governare il liberismo.

Prima del discorso dei big è la volta di pezzi di Cgil (come Rosanna Dettori della funzione pubblica e Mimmo Pantaleo della Flc) che lamentano i torti subiti dai governi, specie quello di Renzi, dimenticando che Sel ha potuto spedire una pattuglia di parlamentari grazie alla sottoscrizione di una carta d’intenti che annunciava proprio il massacro sociale che è in corso da tempo.

Fratoianni, che su wikipedia viene accreditato come la punta dell’ala sinistra di Sel, spiega che questa piazza rappresenta «Un’idea necessaria, provare a ricostruire un pensiero, un punto di vista diverso». La chiama Coalizione per i diritti, per il lavoro. «Non è soltanto un evento ma l’inizio di un percorso, la forma – precisa – è da definire».

«Chi ha deciso di riaprire un conflitto in questo paese è proprio il governo Renzi», dirà Landini invitando a evitare di giocare sul campo del premier: «Evitare la contrapposizione tra chi i diritti ce li avrebbe e quelli che sono precari. Unire tutte le persone che hanno bisogno per vivere di un lavoro salariato». «In questo Paese ci sono due quaranta per cento, quello di chi ha votato Renzi e quello di chi ha deciso di non andare a votare». Ma chi si aspettava che pronunciasse parole chiave per unire le resistenze forse è rimasto deluso. Landini non è andato oltre il buon senso di chi non accetta l’idea che per creare lavoro si debba cancellare l’articolo 18. Che la manifestazione nazionale del 25 non sia uno sciopero non è dato capirlo dai ragionamenti del leader sindacale. Lui assicura che non si fermerà il 25, che è il momento della coerenza, che ha un’idea generale di trasformazione, che vuole «partecipazione, democrazia e rappresentanza», chiede di togliere «questo cazzo di vincolo di 3%» ma la parola sciopero verrà pronunciata solo a proposito di scioperi locali annunciati qua e là. Siamo anni luce lontani dalla «partita rivoluzionaria» che, prima di lui, aveva invitato a giocare, con passione, il leader dell’Uds, Lampis.

«Non tutta la sinistra Pd si schiera con una posizione limpida e netta», ammette Civati chiedendo alla piazza di non essere contestato. In realtà gli urlano “vieni con noi!”. Ma lui è contento di parlare dalla «piazza dell’Ulivo».

Per lui il problema è che Renzi non abbia rispettato il programma con cui vinse le primarie («avrebbe vinto dicendo che avrebbe voluto abolire l’articolo 18?»). «Ecco io vi propongo un patto diverso da quello del Nazareno, il patto degli Apostoli, di questa piazza, un patto organizzato, che si consolidi immediatamente nelle battaglie parlamentari e nei prossimi mesi si consolidi in un viaggio in Italia senza guardare troppo alle etichette perché vorrei che anche pezzi del mio partito partecipino». «Il futuro è nostro», garantisce il popolare Pippo ma sembra procedere con prudenza. Il suo intento è «rinnovare la politica italiana». Una parola è poco ma due, per Civati, sono decisamente troppe.

Alle 17.42 è il turno di Vendola che esordisce spedendo due cartoline: la prima è per Giannetto Speranza, sindaco di Lametia e suo candidato per la Calabria. La seconda è per Marino, sindaco di Roma con cui Sel governa la Capitale ma Marino vuole licenziare i lavoratori del Teatro dell’Opera e Vendola gli chiede di tornare sui suoi passi. «Tutti ti applaudirebbero se finalmente mettessi al bando gli F35», manda a dire a Renzi il leader di Sel denunciando la retorica irritante del premier che oggi era ad Assisi a celebrare il poverello Francesco. Sembra sinceramente indignato, il governatore delle Puglie, quando svela l’inganno della «narrazione renziana» sulle generazioni, sul lavoro, sulla guerra e la pace, sul vecchio e il nuovo. Denuncia la mutazione del Pd in comitato elettorale di Renzi che occupa tutti gli spazi mediatici per propagandare il «dimagrimento dei diritti» e rilancia invitando Renzi a fare insieme una battaglia «vera» contro la precarietà. Anche lui, come chi l’ha preceduto sul palco, chiede di non toccare l’articolo 18, di fare la patrimoniale, il reddito minimo e di investire sulla conoscenza anziché continuare la «semina degli slogan» che non crea lavoro.

«Sel è nata dall’idea che la sinistra non poteva morire né di governismo né di estremismo – conclude cercando di infiammare la piazza – la sinistra ha bisogno di sogni, di dare del tu alle persone, non mi frega niente della sinistra che vince facendo le cose di destra. Costruiamo una coalizione dei diritti e del lavoro, non significa la scorciatoia di qualche nuovo contenitore, di scorciatoie organizzativistiche, perché altrimenti verrei risucchiato dalle fibrillazioni del quadro politico. Ricostruiamo il vocabolario della sinistra, la tavola dei suoi valori». E, più avanti: «Noi non ci fermeremo a una battaglia di opposizione, noi vogliamo essere lievito alla speranza di trasformazione, rimetteremo in piedi una sinistra del futuro».

I titoli di coda saranno i giornali di domani. Per ora sembra un film già visto e nemmeno fra i più avvincenti.


4 ottobre 2014

dal sito http://popoffquotidiano.it/


La vignetta è del Maestro Mauro Biani




giovedì 2 ottobre 2014

SFACCIATAGGINE DI RENZI di Antonio Moscato





SFACCIATAGGINE DI RENZI
di Antonio Moscato



Di bugiardi al governo ne ho visti tanti, nei quasi sessant’anni della mia militanza politica. Ma, sinceramente, non ne avevo mai trovato uno paragonabile a Renzi.

Lasciamo perdere le vicende interne al suo partito, di cui ovviamente non mi importa niente, ma che sono ugualmente indicative del suo modo cinico di tradire gli impegni presi (ne sanno qualcosa Bersani e Letta). La demagogia con cui si presenta oggi da “vendicatore” dei lavoratori e dei giovani abbandonati dai sindacati, in particolare dalla CGIL, un sindacato diretto da sempre da esponenti del suo stesso partito, ha avuto il suo culmine nella generosa offerta di 180 euro in busta paga, prelevati direttamente dalle tasche dei presunti beneficiari. Il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) era stato concepito come parte del salario del lavoratore: salario differito come le pensioni, o almeno come erano quando non erano state ancora saccheggiate modificandone l’impostazione, usando a pretesto i problemi dell’INPS causati dal riversare su di esso il dissesto dei fondi per i manager di Stato e il costo degli ammortizzatori sociali.

Il TFR era già stato usato per un’altra truffa: a mano a mano che la pensione veniva erosa imponendo condizioni sempre più pesanti per ottenerla e riducendola progressivamente, si era esercitata una forte pressione, con effettiva complicità dei sindacati, per farlo confluire in fondi che avrebbero dovuto garantire una pensione integrativa, e intanto venivano usati a fini speculativi. Una porcata non solo italiana, e che aveva già provocato seri danni ai lavoratori tedeschi e di altri paesi, per il fallimento di molti fondi pensione…

Oggi Renzi propone di utilizzare il TFR per tappare i buchi del salario reale, eroso da tassazioni scandalosamente pesanti, e soprattutto senza possibilità di quelle detrazioni riservate agli imprenditori di ogni genere e dimensione. In pratica una somma che doveva essere accantonata dal padrone, e versata al lavoratore al momento dell’interruzione del rapporto per consentirgli di affrontare la nuova condizione, dovrebbe essere destinata a essere aggiunta al salario per consentire al lavoratore di arrivare alla fine del mese. “180 euro in più in busta paga”, gridano i titoli dei giornali, ma poi si scopre che vengono conteggiati di nuovo anche gli 80 già dati. Unica preoccupazione, come al solito, è per i poveri padroni, soprattutto i piccoli, si dice, che invece di accantonarla se la sono spesa a piacer loro: come faranno? “Tutti sanno, fa sapere la Confindustria, che le imprese utilizzano questi soldi per una maggiore disponibilità di liquidità”. Cioè le aziende (soprattutto le piccole, fino a 50 dipendenti) si prendono in prestito soldi dei dipendenti, a loro insaputa, e naturalmente senza nessun controllo…

Questa proposta dunque appare l’ennesimo trucco, come quello che spaccia per 42%, o addirittura 48, come dice qualche zelante fan che confonde il 41,8 (pari al 25% dell’intero elettorato), con un rotondo 48%, il consenso che il PD avrebbe avuto per le sue politiche nelle elezioni europee (in cui si parlava di tutt’altro). Un consenso che richiama quello di Putin: la “Nezavisimaja Gazeta”, giornale indipendente spesso critico nei confronti del management putiniano, richiama l’attenzione su quella che sembra essere una discordante correlazione tra il largo consenso dell’opinione pubblica sul Presidente (l’86% approva l’operato di Putin) e la reale situazione del paese, di cui il 38% del campione intervistato, stando ai sondaggi del centro non-governativo Levada, si dice insoddisfatto. Vedi: http://www.eastjournal.net/russia-lo-strano-caso-della-costante-popolarita-del-presidente/48114

Putin naturalmente si serve soprattutto della politica estera (soprattutto quella che riguarda il cosiddetto “estero vicino”, ieri la Cecenia, poi la Georgia, ora l’Ucraina) per consolidare il suo consenso, presentandosi come il restauratore della potenza perduta nel tracollo del 1989-1991 e nel decennio successivo. Renzi invece non ha un solo risultato significativo da vantare, a parte la designazione della inconsistente Federica Mogherini al posto della altrettanto inconsistente Catherine Ashton, ad una carica ugualmente priva di significato. Ma Renzi ha tuttavia un reale vantaggio sui suoi avversari, che gli deriva dal grande discredito di un personaggio come D’Alema, che tende a presentarsi come leader di un’evanescente opposizione interna al PD, assicurandogli una crescita sicura di consensi: su questo almeno Renzi non mente, ogni volta che D’Alema apre bocca, lui recupera un punto in percentuale.

E altrettanto si può dire del gruppo dirigente dei sindacati confederali e della stessa CGIL, che si sono screditati non solo per la loro subalternità a governi che attaccavano una dopo l’altra conquiste strappate da dure lotte dei lavoratori, ma anche per aver fatto sprecare energie e soldi per finti scioperi generali, vere sceneggiate per simulare un’attenzione alle aspirazioni della base. Renzi potrà essere battuto non dai bizantinismi dell’opposizione interna, non dalle manifestazioni-passeggiate sindacali del sabato, ma dalla ricostruzione di una vera sinistra di classe, politica e sindacale, indipendente dai padroni e quindi senza agganci ambigui al carro del PD, che è oggi il partito principale della borghesia italiana.


1 ottobre 2014


dal sito Movimento Operaio


La vignetta è del Maestro Edoardo Baraldi



mercoledì 1 ottobre 2014

LA BELLA MENTE E LA GELIDA MANINA. STRATEGIE COMPETITIVE E STRATEGIE COOPERATIVE. CAPITALISMO VS COMUNISMO






LA BELLA MENTE E LA GELIDA MANINA.
STRATEGIE COMPETITIVE E STRATEGIE COOPERATIVE.
CAPITALISMO VS COMUNISMO
di Antiper



John Nash è divenuto noto al grande pubblico per essere stato impersonato da Russell Crowe nel film A beautiful mind che racconta la sua vita e la sua sofferenza psichica; Nash, afflitto per molti anni da schizofrenia paranoide, internato, sottoposto ad elettroshock, è stato a lungo convinto di lavorare per la CIA alla decifrazione di messaggi in codice dei sovietici. Un particolare significativo, questo, che parla di un uomo che pensava di aiutare il proprio paese a combattere i comunisti. Eppure, proprio le sue intuizioni a proposito della Teoria dei giochi (che gli sono valse il Premio Nobel per l'Economia nel 1994) possono essere considerate, da un certo punto di vista, un formidabile argomento a favore del comunismo.
Nel film, mentre è al pub con gli amici, Nash espone la sua idea su quale dovrebbe essere la strategia da adottare per fare la corte alle ragazze:

“Adam Smith va rivisto! ...Se tutti ci proviamo con la bionda, ci blocchiamo a vicenda. E alla fine... nessuno di noi se la prende. Allora ci proviamo con le sue amiche, e tutte loro ci voltano le spalle, perché a nessuno piace essere un ripiego. Ma se invece nessuno ci prova con la bionda, non ci ostacoliamo a vicenda, e non offendiamo le altre ragazze. È l'unico modo per vincere....L'unico modo per tutti di scopare! ...Adam Smith ha detto che il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé, giusto? Incompleto. Incompleto! Perché il miglior risultato si ottiene... quando ogni componente del gruppo farà ciò che è meglio per sé, e per il gruppo! Dinamiche dominanti, signori. Dinamiche dominanti! Adam Smith... si sbagliava!” [1]

Una teoria che può riassumersi così: se ognuno persegue una strategia individualistica e competitiva (egoistica, nel senso di Adam Smith) il risultato non potrà essere ottimale; al contrario, seguendo una strategia pianificata e coordinata in cui il bene del gruppo diventa dominante si otterrà il miglior risultato anche per i singoli appartenenti al gruppo. Si tratta, appunto, del rovesciamento della logica di Adam Smith.

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