RENZISMO, UNA DESTRA EN TRAVESTI
di Alberto Burgio
La discussione su quanto sta accadendo nel Pd ha raggiunto da ultimo vette di ineguagliabile futilità. Ora si discute, in quel partito e intorno a quel partito, sulla misura del legittimo dissenso. Niente di meno. Tutto pur di evitare di guardare in faccia la realtà e le proprie smisurate responsabilità. Cerchiamo di fare almeno noi uno sforzo di serietà e di ragionare politicamente su questa partita che tutto è meno che una discussione interna a un gruppo dirigente. Perché c’è di mezzo, lo si voglia o meno, una buona fetta del destino di noi tutti e di questo paese.
Un buon modo per cominciare è chiedersi che cosa sia il renzismo. Che si può ormai definire, in modo sintetico e preciso, un fenomeno di destra mascherato da vaghe sembianze di centro-sinistra. È inutile attardarsi in esempi, anche se è bene non dimenticare che una delle ragioni del disastro italiano (e non la minore delle responsabilità di chi ha diretto la mutazione genetica del Pci prima, del Pds e dei Ds poi) risiede nel fatto che gran parte dell’elettorato progressista non è in grado di comprendere. Per cui rimane sotto ipnosi e vota per il Pd indipendentemente da ciò che esso è diventato e fa, nell’astratta convinzione di compiere una scelta «di sinistra».
Ma da quando il renzismo è un fenomeno di destra travestito? Meglio: da quando lo è in modo evidente, almeno agli occhi di chi è in grado di decifrare la politica? Ammettiamo che la preistoria fiorentina del presidente del Consiglio non fosse univoca sotto questo punto di vista.








