Diari di Cineclub

Diari di Cineclub
Rivista Cinematografica online e gratuita

mercoledì 3 aprile 2019

DOGMAN




DOGMAN
di Roberto Massari



Uno dei peggiori film italiani,
ma anche uno dei più sopravvalutati



1) È pessima la regia poiché si vede che il regista non sa come arrivare alla fine o non sa come riempire il film. Per questo gira molte scene in tempo reale (cioè fa vedere per intero lo spostamento da un luogo all'altro delle persone, dei cadaveri, dell’interprete principale). Questa scelta così poco cinematografica rende il film noioso ed esasperante.

2) Sempre allo scopo di riempire il film ci sono intermezzi privi di significato: 
a) la scena in discoteca per far vedere un po’ di donnine; 
b) le immersioni subacquee reali o immaginarie che siano, sono comunque senza capo né coda, sia per la natura del film (prodotto tipico della serie ultramonotona della malavita di periferia), sia per il carattere (da spacciatore) dell’interprete principale; 
c) le pettinature e il concorso dei cani. Queste e altre cose non c’entrano niente con la trama del film, ma più che da contorno fungono da inutile riempitivo.

lunedì 1 aprile 2019

LA DEMOCRAZIA SECONDO MADURO di Antonio Moscato






LA DEMOCRAZIA SECONDO MADURO
di Antonio Moscato



Le dimensioni delle manifestazioni dell’opposizione, e la moltiplicazione delle rivolte notturne di diversi quartieri popolari un tempo schierati con Chávez, che da gennaio hanno visto moltiplicarsi assalti a forni e supermercati, avevano spiegato l’insolito comportamento di Nicolás Maduro, che aveva rinunciato ad usare la forza nei confronti della autoproclamazione di Juan Guaidó. Autoproclamazione effettivamente discutibile perché l’assunzione del ruolo di presidente interinale da parte del presidente del parlamento secondo la costituzione era prevista solo nel caso di un’improvvisa assenza del presidente eletto e non poteva essere usata per una tardiva contestazione della legittimità della sua rielezione, sia pure in una data arbitrariamente fissata per impedire la concertazione di un candidato credibile da parte di un’opposizione variegata e falcidiata dagli arresti di un gran numero di suoi esponenti come “mandanti delle violenze”.

sabato 30 marzo 2019

CINA: LA TEMPESTA CHE SI AVVICINA di Alessandro Giardiello







CINA: LA TEMPESTA CHE SI AVVICINA
di Alessandro Giardiello



“Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà.”


Questa celebre frase pronunciata da Napoleone, ha avuto diversi riscontri nella storia.
In particolare negli ultimi vent'anni la Cina è diventata una potenza economica di primaria importanza che oggettivamente minaccia la leadership mondiale degli Stati Uniti. Abbiamo già trattato la questione in altri testi. (vedi “La Cina è vicina a dominare il mondo?” su Falcemartello n°8).
Ma la novità è che per la prima volta Pechino rischia di non essere più un argine della recessione mondiale (come lo è stata dagli anni ’90 fino ad ora) ma al contrario di diventarne una delle cause scatenanti.
La domanda da porci infatti è: “come sta entrando la Cina nella recessione mondiale, che è alle porte?”. Ma soprattutto “come ne uscirà?”

giovedì 14 marzo 2019

MACRON E MERKEL INCARNANO LE VECCHIE RICETTE MORBOSE di Jean-Luc Mélenchon







MACRON E MERKEL INCARNANO LE VECCHIE RICETTE MORBOSE
di  Jean-Luc Mélenchon 


Una lettera aperta del leader di "France Insoumise" risponde a quella che il presidente francese ha pubblicato lo scorso 4 marzo sul sito dell'Eliseo rivolgendosi ai cittadini in vista delle elezioni europee di maggio. Ma per il fondatore del movimento di sinistra: "In Francia c'è anche un'altra voce"



Il Presidente francese si rivolge agli europei? Ma in Francia c’è anche un’altra voce. L'interesse generale degli esseri umani nel Vecchio Continente merita qualcosa di meglio di una diluizione nella strategia delle chiacchiere di circostanza di Emmanuel Macron. In Europa è giunto il momento di parlare l’unica lingua davvero internazionale, in grado di motivare l’azione comune di popoli così diversi per storia, lingue e culture. È la lingua dei beni comuni da difendere ed estendere. Quello dei comuni progetti di vita. Quella dei diritti sociali e dei servizi pubblici, da ricostruire dopo la distruzione di trent'anni di concorrenza libera e incontrollata. È la lingua della pace, di fronte ai deliri bellici contro i russi e alle provocazioni di guerra della Nato.

E' un'emergenza. Perché siamo tutti minacciati da un sistema di produzione e di scambio che distrugge la terra e gli esseri umani. Non è forse giunto il momento di imporre alcuni riflessi di solidarietà che nella catastrofe ecologica in corso potranno salvarci? Il mostro della finanza si è saziato abbastanza, a scapito di tutte le piccole semplici gioie della vita. Se c'è bisogno di un Rinascimento in Europa, che sia quello della sovranità popolare, dell'Illuminismo, contro l'oscurantismo del denaro e le opposte passioni religiose. Se la Francia può essere utile a tutti, lo sarà perché proponendo queste fatiche di Ercole che bisogna al più presto portare a termine. Sì, i popoli d'Europa possono imporsi di rispettare nei prossimi vent'anni ovunque la Regola Verde: non prendere dalla natura più di quello che può ricostituire. I nostri popoli possono rinunciare da subito all'uso dei pesticidi, che uccidono la biodiversità. Possono decidere di sradicare la povertà nel Vecchio Continente, garantire un salario dignitoso a tutti, limitare i divari di reddito per fermare l'epidemia infinita di disuguaglianze.

Siamo in grado di estendere la norma più favorevole ai diritti delle donne a tutto il continente. Siamo in grado di bloccare le mani degli evasori, che si appropriano ogni anno di mille miliardi di euro. In breve, è possibile avviare una nuova era della civiltà umana. Lo possiamo fare qui, nel continente più ricco e istruito. Se l’Europa assume una sorta di protezionismo negoziato con il mondo, farà delle sue norme umaniste un nuovo orizzonte, comune a miliardi di esseri umani.

Per questo non abbiamo nulla a che fare con la pseudo coppia franco-tedesca, questo pretenzioso condominio controllato dalla Cdu. Umilia gli altri 26 Stati e isola i francesi dai loro genitori naturali del Sud. Per noi francesi i russi possono essere dei partner e non dei nemici Se la democrazia è minacciata, lo è dalla tirannia della finanza e dai metodi brutali usati per governare le persone. Sono loro ad aver martirizzato la Grecia, a dare la caccia agli oppositori in Polonia o in Ungheria. Come in Francia, dove il problema per la nostra democrazia non viene da Mosca, ma da Parigi, con questo Presidente che porta avanti da diciassette settimane una repressione feroce contro la mobilitazione dei Gilet Gialli. Che lezioni di democrazia può dare Macron quando l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, il Consiglio d'Europa e il Parlamento europeo s’inquietano pubblicamente per le violenze della polizia in Francia?

E quanto è insopportabile la violenza di quell’illusione per la quale un’Europa trasformata in fortezza sarebbe protetta dai rifugiati economici ed ecologici grazie agli annegamenti nel Mediterraneo? Dovrebbe inquietare il fatto che Viktor Orban approvi la lettera pubblicata da Macron. In contrasto con queste brutalità, è necessaria una politica che vada dritta alle cause degli esili forzati: guerre, cambiamenti climatici, saccheggi economici.
Tutte queste miserie sociali hanno la loro comune origine nel contenuto dei Trattati europei, che hanno congelato tutte le politiche economiche nell'assurdo dogma dell'ordoliberismo, tanto caro al governo Merkel. La condizione preliminare per cooperare in Europa è l'uscita da questi trattati. Per i popoli d'Europa un cambiamento di direzione è urgente. Emmanuel Macron e Angela Merkel incarnano le vecchie ricette morbose. Il Rinascimento di cui l'Europa ha bisogno è quello dei diritti politici e dei suoi popoli. Se la Francia può essere utile a qualcosa, è a questo. Purché si presenti come partner anziché mettersi a dare lezioni.


11 Marzo 2019

da "La Repubblica"


lunedì 11 marzo 2019

VENEZUELA: I 30 GIORNI NEI QUALI JUAN GUAIDO' NON E' ANDATO DA NESSUNA PARTE di Gennaro Carotenuto





VENEZUELA: 
I 30 GIORNI NEI QUALI JUAN GUAIDO' NON E' ANDATO DA NESSUNA PARTE
di Gennaro Carotenuto


Escludendo l’intervento militare in Venezuela, la riunione del gruppo di Lima (il consesso dei governi latinoamericani di destra, riuniti ieri a Bogotá) ha chiuso nella sostanza la parabola del tentativo di Juan Guaidó come presidente autoproclamato del Venezuela e allo stesso tempo evitato la regionalizzazione della crisi. Proviamo a mettere insieme elementi di analisi sugli ultimi 30 giorni e in particolare sull'ultimo lungo fine settimana al confine tra Colombia e Venezuela.

La guerra si allontana dai Caraibi?

sabato 9 marzo 2019

VENEZUELA: LO STALLO di Antonio Moscato





VENEZUELA: LO STALLO
di Antonio Moscato



Se era il risultato di una accurata preparazione da parte degli organi speciali del più grande Stato imperialista, faceva proprio pena, e non solo per l’inconsistenza di Gaidó, che i sostenitori di Maduro presentano come il risultato di un lungo addestramento da parte dei suoi mandanti imperialisti, ma che è risultato per ora un fantoccio inconsistente, con un bilancio di fallimenti notevole. 
Incapace di valutare le forze in campo, pronto ad esaltarsi per poche dozzine di militari e poliziotti risultati disposti a disertare, Gaidó ha sprecato il mese che gli era concesso dalla costituzione per svolgere il compito di preparare elezioni in quanto presidente ad interim, sia pur autoproclamato, e si è illuso di poter usare le misere donazioni statunitensi ed europee come esca per mobilitare sotto le sue bandiere milioni di malcontenti. 
Incapace di far altro che aspettare un più consistente aiuto esterno, si è accorto che il Venezuela era l’ultimo pensiero dei governi europei, che non si sognavano minimamente di dare un seguito al grottesco ultimatum delle elezioni da convocare in una settimana, e che gli Stati Uniti non avevano voglia di impegnarsi in un’azione militare in compagnia soltanto della poco rispettabile Colombia di Duque e del Cile del pinochettista Piñera, dato che perfino l’esercito brasiliano rifiutava di partecipare a un’impresa dall'esito imprevedibile.

venerdì 8 marzo 2019

PAPILLON di Stefano Santarelli





PAPILLON
di Stefano Santarelli



“Qui la regola è il silenzio assoluto.
Noi non diamo a intendere che riabilitiamo la gente.
Non siamo preti, siamo delle macchine.
Mediante le macchine gli animali vivi sono
trasformati in roba commestibile,
noi trasformiamo gli uomini pericolosi
in esseri innocui e lo facciamo spezzandoli.”




Nel 1968 l'editore francese Robert Laffont riceve per posta un manoscritto costituito da due quaderni di formato scolastico, ma nonostante il metodo certamente non usuale per una casa editrice Laffont legge comunque questi due quaderni scritti fittamente a mano in un francese contagiato da molti vocaboli ispanici in cui si racconta la storia di un prigioniero e delle sue evasioni e ne rimane affascinato. 
Tre settimane dopo a Parigi si presenta nella sede della casa editrice uno strano individuo con cittadinanza venezuelana che consegna altri undici quaderni: quest'uomo è Henri Charrière un ex galeotto condannato per un omicidio all'ergastolo e ai lavori forzati nel carcere della Caienna da cui dopo innumerevoli traversie è riuscito ad evadere.
Robert Laffont si convince di pubblicare il romanzo autobiografico di Charrière che denuncia le atroci e disumane condizioni in cui erano costretti a vivere i forzati nei vari penitenziari della Guyana francese e lo intitola “Papillon” dal tatuaggio di una farfalla che l'autore ha tatuato sul petto, ma anche perché una farfalla non può restare chiusa in una gabbia ed in pochi giorni si ritrova tra le mani un successo editoriale con pochi precedenti: 2.5 milioni di copie vendute nella sola Francia ed oltre 10 milioni all'estero e oltretutto in Francia Papillon batte un record riuscendo a vendere in un solo mese ben 120.000 copie.

venerdì 22 febbraio 2019

RIFIUTI A ROMA, DIETRO AL FALLIMENTO DI RAGGI UN MODELLO TUTTO DA RIPENSARE





RIFIUTI A ROMA, 
DIETRO AL  FALLIMENTO DI RAGGI UN MODELLO TUTTO DA RIPENSARE
di Bruno Buonomo



La bocciatura del bilancio Ama

Gli ultimi giorni sono di nuovo segnati dall'ennesima crisi della gestione dei rifiuti urbani nella città di Roma che ha avuto il suo apice nella bocciatura del bilancio della partecipata e le dimissioni dell’Assessora Montanari.

Una crisi che non solo mette in discussione il sistema rifiuti nel suo complesso ma che rischia di aprire la strada al fallimento dell’azienda e aprire nuove frontiere di privatizzazioni, il tutto sulle spalle della città e degli 8000 lavoratrici e lavoratori dell’AMA che hanno già pagato, nel rinnovo del contratto nazionale, con l’aumento dell’orario di lavoro.

Si dimostra ancora una volta il fallimento della giunta capitolina nella gestione di un settore particolarmente nevralgico, per questo abbiamo crediamo necessaria una analisi di sistema che ha il fine di costruire un dibattito pubblico.

mercoledì 20 febbraio 2019

L'ALTRA AMERICA DI WOODY GUTHRIE






Daniele Biacchessi, "L’Altra America di Woody Guthrie"
Milano, Jaca book, 2018, pp. 158, più Dvd, € 20.00.




Del giornalista, scrittore e performer milanese Daniele Biacchessi conosciamo l’ormai più che decennale pubblicazione di lavori storici e d’inchiesta sulla memoria, legata principalmente alle stragi e agli eccidi nazifascisti avvenuti durante la Seconda guerra mondiale o nell'Italia repubblicana. A questi, se ne sono associati altri di tenore internazionale, con particolare riferimento all'America Latina, ai colpi di stato di Cile e Argentina, che fili neri collegano indubbiamente al nostro “passato” fascista. Accanto a questo filone, che ha finito per costituire la cifra di Biacchessi, si è negli anni recenti affiancata la biografia. Il primo lavoro è stato quello sulla Medaglia d’oro Giovanni Pesce, che comunque andava ad inserirsi nella battaglia contro il revisionismo strumentale.
Questa sortita rappresenta quindi quasi uno slancio, un distacco nella trattazione rispetto alla produzione tradizionale dell’autore che, facendo tesoro della sua lunga esperienza di cronista musicale, si dedica alla biografia d’un artista. Un aspetto che conferisce alla pubblicazione un carattere inedito, per l’Italia se non assoluto, quasi: si tratta d’un musicista e scrittore che, fuori dagli addetti ai lavori, è da noi conosciuto più per esser stato ispiratore di altri.
Guthrie è, infatti, una delle personalità che hanno avuto funzione, si dice, seminale. La canzone, nella fattispecie di genere folk, che abbiamo detto impegnata, conscious, engagé, è da lui che viene, arrivata a noi prevalentemente con l’interfaccia di Bob Dylan, di fianco al cantautorato francese.

L’Altra America di Woody GuthrieIl titolo è già sostanza, per una monografia che già gode di diverse recensioni d’encomio anche Oltreoceano, nonché della prefazione di Marino Severini dei Gang. 
Guthrie, nato in Oklahoma nel 123° anniversario della Rivoluzione francese, è innanzitutto testimone di quel passaggio in cui gli Stati Uniti diventano definitivamente per tutto il mondo, appunto, l’America, tra la Prima guerra mondiale e la Crisi, anch'essa mondiale, del Ventinove. In mezzo, significativamente, il caso di Sacco e Vanzetti.
Egli si trova perciò a narrare, cantare e suonare, con chitarra, armonica a bocca e poco altro, quell'umanità lavoratrice, bianca, nera o ispanica che fosse, catapultata sulle strade o colpita duramente da una Crisi che minava i dogmi dell’infallibilità capitalista. Da qui la fascinazione per il comunismo, quello americano, che in quei frangenti viveva la sua entusiasmante quanto breve parabola, cui Guthrie aderisce, se con la tessera o meno, è tema affrontato in questo lavoro.
Un’altra America che nel Secondo dopoguerra finirà sul banco degli imputati, accusata di essere antiamericana. Eppure, i testi di Guthrie, le atmosfere restituite dalla sua musica, sono quanto mai americani, statunitensi. Del resto, This land is your land, con la frontiera, la polvere, i treni in corsa, l’umanità speranzosa che li gremisce: This train is bound for glory.
Con la Guerra, Woody Guthrie sente l’urgenza d’una lotta antifascista senza sosta. La sua chitarra è un’arma, con su il celebre adesivo This machine kills fascists, Questa macchina ammazza fascisti. Arriva a prender parte agli eventi bellici, sino a seguire la Marina militare in Europa, Italia compresa. Per esortare gli Alleati nella guerra contro il nazifascismo scrive brani brevi e taglienti, come Tear the fascists down, All you fascists bound to lose, e, in seguito, la celebrativa Miss Pavlichenko.
Nel Dopoguerra Guthrie, come tanti altri artisti e intellettuali di simpatie progressiste, finisce ovviamente al setaccio del maccartismo, attenzionato dall'Fbi. Qui sono, a riguardo, citati e pubblicati documenti inediti.
Guthrie morirà a New York, il 3 ottobre 1967, spento lentamente da una rarissima malattia, detta di Huntington, mentre il mondo, nell'imminenza del Sessantotto, è in subbuglio, anche per via delle idee di cu Guthrie era stato indubbiamente portatore e divulgatore. E sull'eredità si concentrano gli ultimi capitoli del libro.
Come è ormai tradizione, i cartacei di Biacchessi recano in allegato il dvd contenente un filmato che si avvale della grafica di Giulio Peranzoni, con la tecnica detta dell’air painting: le immagini che prendono forma mentre la voce narrante ne parla. Qui l’effetto è particolarmente suggestivo, con l’aggiunta di esecuzioni di cover a tributo.
Venendo al presente, verrebbe da dire che la vita, individuale e collettiva, non è che un lungo, continuo ritorno. Se per festeggiare l’insediamento di Obama, il 18 gennaio 2009, Pete Seeger e Bruce Springsteen eseguivano This land is your land, lasciando intendere in qualche modo che quelle pulsioni stessero per fare ingresso nelle stanze del potere, il seguito ha dimostrato l’ingenuità di certe illusioni. Con Donald Trump, la cui famiglia ha avuto modo, non a caso, di essere raccontata da Guthrie, si è assistito ad un aperto ritorno ai climi di intolleranza e razzismo del passato, mai sopiti.
In un recente episodio del cartone dei Simpson, gli autori fanno dire ad un ospite della casa di riposo, rivolto a Nonno Simpson che negava la propria anzianità: “Tu sei vecchio, hai vissuto tanto da vedere i tuoi pregiudizi tornare di moda”. Così è negli Stati Uniti come a casa nostra.


Silvio Antonini

18 Febbraio 2019

dal sito Il pane e le rose





CINA E STATI UNITI: IMPERIALISMI A CONFRONTO di Michele Nobile







CINA E STATI UNITI: 
IMPERIALISMI A CONFRONTO
di Michele Nobile



I discorsi in merito all'ascesa della Repubblica popolare cinese (Rpc) sono troppo spesso viziati da astratti schemi storici e da pregiudizi ideologici, da generalizzazioni basate sulla cronaca o su dichiarazioni ufficiali e propositi propagandistici. È per questo motivo che ho preferito evitare un discorso generico ed esaminare in modo puntuale le vicende storiche e lo scenario politico contemporaneo del Mar cinese meridionale, l’area del mondo che meglio si presta verificare l’idea di una possibile transizione dell’egemonia regionale (e in prospettiva mondiale) dagli Stati Uniti alla Cina e all'analisi della coerenza dei diversi aspetti della politica estera della Rpc. E non mi stancherò di ripetere che qui il termine egemonia è inteso nell'unico modo (gramsciano) che ne giustifica l’uso specifico: non come mero dominio e prevalenza della potenza ma come unione di forza e consenso, con enfasi sul consenso e la capacità di costruire alleanze, sia tra i governi e le classi dominanti di Stati diversi sia, almeno in certa misura, all'interno dei singoli Stati.
Quindi, tenendo ferma l’analisi regionale, in questo articolo cerco di trarre delle conclusioni più ampie, anche attraverso la comparazione delle varie dimensioni della politica estera della Rpc e degli Stati Uniti.
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