Sole delle Alpi, crocefisso e laicita' della scuola
di Paolo Naso
Alla fine anche il Ministro dell'Istruzione ha rotto gli indugi e, dopo giorni in cui si era limitata a esprimere il suo disappunto per gli arredi leghisti nella scuola "Gianfranco Miglio" di Adro (BS), ha preso carta e penna per chiedere al Sindaco che aveva trasformato una scuola pubblica in un gadget partitico di eliminare i simboli "padani". Ma lo stesso Ministro si è distinto per l’impegno con cui difende strenuamente l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche: una contraddizione.
I toni leggeri con cui alcuni politici e tanta stampa hanno ironizzato sui furori simbolici del primo cittadino di Adro, per altro criticato dallo stesso Bossi, preoccupano quanto il gesto in sé che, nei fatti, demolisce il principio fondamentale della scuola pubblica, ovvero di un bene comune che non appartiene a un gruppo di cittadini, per quanto maggioritario, né a un gruppo politico e neanche a un'Amministrazione. Il bene pubblico è patrimonio di una istituzione democratica che ha il dovere costituzionale di accogliere e riconoscere tutti gli utenti, senza discriminazione alcuna su base di censo, etnia o religione. Scusandoci per l'ovvietà – che però evidentemente non è così scontata per gli amministratori di Adro - è per questa ragione che all'ingresso delle scuole italiane c'è la bandiera italiana e non la falce e il martello, lo scudo crociato, il sole delle Alpi o quello che ride.
Marcare ideologicamente il banco di una scuola statale con un simbolo partitico o ideologico ricorda tristemente regimi politici nei quali lo spazio pubblico era controllato da un unico attore politico ed i simboli dello stato coincidevano con quelli di un regime autoritario. Non è certamente il caso del Sindaco di Adro che però farebbe bene a smetterla di scherzare col fuoco dei simboli della politica, delle ideologie e delle tradizoni. Attenzione ad usarli, soprattutto nei luoghi sbagliati: lo spazio pubblico è tanto più pluralista e democratico quanto più è spoglio di simboli che non siano quelli ben codificati dello stato nazionale: la bandiera, l'inno, la Costituzione.
Ha fatto bene quindi il Ministro a richiamare il Sindaco al suo ruolo istituzionale ed a rivendicare il carattere pubblico della scuola "Miglio".
Più difficile capire perché il Ministro non applichi lo stesso ragionamento al crocefisso: certo la tradizione cattolica in Italia ha ben altra storia e ben altro spessore culturale rispetto al pensiero leghista ed all'ideologia della Padania, e non c'è ombra di dubbio che moltissimi italiani si riconoscano in quel simbolo religioso piuttosto che nel sole delle Alpi. Tuttavia la sostanza del ragionamento è la stessa: se la scuola è pubblica ovvero di tutti, essa non può assumere un particolare manifesto ideologico o un simbolo culturale o ideologico che finisce fatalmente per escludere e discriminare chi in quella ideologia o in quella religione non si riconosce. Paradossalmente, una parete spoglia sarebbe insomma l'espressione più alta di una scuola che accoglie, laica e pluralista.
Come noto su questo tema il ministro Gelmini ha un parere opposto ed ha avuto parte attiva nel ricorso del governo italiano presso l'Alta corte di Strasburgo per i diritti dell'uomo, in seguito alla sentenza di quel tribunale che nel novembre del 2009 aveva giudicato l'esposizione del crocefisso lesiva del diritto dei genitori di educare i figli coerentemente con le proprie convinzioni, religiose o non religiose.
Per il Ministro, insomma, si tolga pure il sole padano dalle aule scolastiche, ma si mantenga invece il crocefisso. Per quanto largamente condivisa anche tra i parlamentari dell'opposizione e forse da buona parte dell'opinione pubblica italiana, resta comunque una contraddizione: coerenza imporrebbe di togliere l'uno e l'altra, lasciando il sole padano alle bandiere leghiste e il crocefisso ai luoghi consacrati che gli sono propri. Chissà che l'Europa non ci aiuti ad essere più coerenti.
20 settembre 2010
Dal sito della Chiesa Valdese
lunedì 20 settembre 2010
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Scuola e Università
domenica 19 settembre 2010
REFERENDUM TURCO E QUESTIONE TURCA
di Pier Francesco Zarcone
Per il “pensiero unico” dominante si deve guardare con favore all’esito del referendum costituzionale turco in quanto grazie a esso la Turchia si avvicina di più all’Europa. Le voci dissonanti non si sentono granché. Ora, è fuori dubbio che con questo evento la Turchia abbia storicamente voltato pagina, ma resta da vedere se in senso “europeo” oppure no. Sicuramente si volta pagiona rispetto alle scelte laiciste di Mustafà Kemal, le cui icone sono sempre meno rappresentative. La repubblica kemalista cessa del tutto di esistere nel pomeriggio del 12 settembre 2010.
La sua ideologia non operava tanto nel campo socio/economico, quanto in quello politico, innanzi tutto con il nazionalismo. Per quantro possa sembrare strano, essendo noi abituati a parlare sempre e solo di Turchi, nell’impero ottomano erano considerati tali i “burini” di campagna: il sentimento della nazione turca è nato ai primi del secolo scorso con la rivoluzione dei Giovani Turchi, e si è completato con l’avvento al potere di Kemal, la distruzione dell’ottomanismo e l’introduzione di una lingua turca diversa da quella ottomana, cioè con alfabeto latino ed eliminazione degli elementi arabi e persiani. E poi c’era il laicismo statale volto a una modernizzazione occidentalizzante. L’Islam era considerato espressione di arretratezza e la religione era rigidamente separata/subordinata rispetto allo Stato. In quest’ottica vanno visti i provvedimenti introduzione della domenica come giorno festivo al posto del venerdì islamico, e di proibizione del fez per gli uomini e del turban (fazzoletto che copre il capo) per le donne.
Il premio Nobel Orhan Pamuk ha parlato di referendum contro i golpe militari, per il ridimensionamento dei ruoli dell’esercito e della magistratura derivante dalla vittoria dei “sì”. E che i militari turchi abbiano malamente abbondato nei colpi di stato è fuori discussione. Si può solo notare che – investiti da Kemal del ruolo di ferrei custodi della laicità della Repubblica – al pari di Atatürk hanno continuato nel senso dell’europeizzazione della Turchia con metodi a dir poco autoritari (qualcuno ha detto “asiatici”). Pur tuttavia sembra proprio azzardato tacciare di golpismo la massa di elettori che ha votato “no”; come del resto non sarebbe giusto imprimere il marchio della mezzaluna su tutti quanti hanno votato “sì”.
La situazione politica turca è alquanto complessa, e qui diremo solo che la Turchia è un paese culturalmente e politicamente spaccato in due; in due componenti ciascuna delle quali guarda all’altra come se fosse il diavolo incarnato: i laici e gli islamici. L’esito del referendum riproduce geograficamente questa divaricazione: la parte occidentale della Turchia ha votato per il “no”, e in quella orientale ha vinto alla grande il “sì”. Il referendum rientra nella strategia politica del partito islamico “moderato” Giustizia e Sviluppo (Akp), che oggi ha in mano la Presidenta della repubblica (Abdullah Gül) e la guida del Governo (Tayyip Erdoğan; si legge “Erdooan”). Si badi bene: per lo più si è trattato di ineccepibili modifiche costituzionali (la Costituzione emendata era frutto dell’ultimo golpe militare del 1980), effettivamente nel senso di una maggiore liberalizzazione. Nulla da dire sulle nuove norme che sottraggono i civili alla giurisdizione dei tribunali militare, o che aprono la via al controllo della giustizia civile sulle decisioni del Tribunale Superiore Militare, oppure su quelle che portano i militari sotto la giurisdizione dei tribunali ordinari. Né sull’elimionazione del divieto di appartenenza a più di un sindacato, o sul riconoscimento del diritto a negoziare contratti collettivi, a scioperare e a ricorrere contro azioni disciplinari ingiustificate per gli impiegati statali.
Non è qui che si è giocata la vera partita, cioè in tema di ampliamento dei diritti e delle tutele dei cittadini. Essa si è giocata invece sul tema delle riforme della magistratura, e particolarmente del Tribunale Costituzionale, modificando i precedenti rapporti di forza fra il potere politico e quello giudiziario, che – e i successivi provvedimenti normativi per adeguare (o riscrivere) la Costituzione in base ai risultati referendari ci diranno in quali termini – ha buone probabilità di essere subordinato al primo. Infatti su questo ambito si sono concentrati i timori e l’opposizione dei partiti laici. Aumenta il numero dei componenti del Tribunale Costituzionale – da 11 a 17 – e si riduce il periodo di mandato; 3 giudici saranno nominati dal Parlamento e gli altri 14 dal Presidente della Repubblica. Il Consiglio Supremo dei Giudici e dei Procuratori (equivalente al nostro Consiglio Superiore della Magistratura) passa da 6 a 21 membri, dei quali 1/3 sarà nominato dal Parlamento.
Qui in effetti un’ombra islamica potenzialmente esiste. Finora il tribunale costituzionale era stato il rigido custode legale della laicità della Repubblica, mentre i militari hanno svolto lo stesso ruolo violando la legalità repubblicana. Non si dimentichi che nel 2008 il governo di Erdoğan fu a un pelo dall’essere messo fuori legge dal tribunale costituzionale per violazione della laicità dello Stato. Per il domani è lecito prevedere una massiccia immissione di giudici islamici - “moderati” quanto si vuole, ma islamici - a copertura delle immancabili riforme legislative che daranno maggiore spazio legale alle manifestazioni di islamicità nel corpo sociale turco. In Turchia è in atto una rinascita dell’orgoglio islamico che – ovviamente – i precedenti provvedimenti repressivi non hanno frenato, ma che invece il nuovo corso favorirà. Già si parla del prossimo varo di una legge che consenta l’uso di abbigliamenti islamici nei luoghi pubblici. La questione è discussa e discutibile ovunque, come dimostra il “caso francese”; ma le guerre si combattono anche con i simboli, e in Turchia non vi è certo pace fra laici e islamici (es.: la famosa cantante Sezen Aksu, avendo appoggiato il “sì”, rischia che il Municipio della laicissima Izmir revochi l’intestazione di una strada al suo nome).
Esiste una metaforica cartina di tornassole per stabilire se le intenzioni di Erdoğan sono veramente nel senso di una maggiore democratizzazione del paese: un’adeguata riduzione dell’attuale sbarramento al 10% che in buona sostanza impedisce un’adeguata rappresentatività politica alle opposizioni, e soprattutto ai partiti dei Curdi. Chi vivrà vedrà.
Comunque non ci si aspetti, nell’immediato, nessuna restaurazione della sharia: questo vorrebbe dire un’esplosione politica nel paese e un intervento dell’esercito, o una sua tragica spaccatura.
L’Unione Europea e taluni suoi governi statali favorevoli all’ingresso della Turchia nella Ue da tempo si sono schierati a favore del governo di Erdoğan, sbandierandone il carattere “moderato” e sostenendo che proprio il fatto di una Turchia islamica “moderata” nell’Unione sarebbe stato un colpo per l’estremismo islamico, dentro e fuori dalla Turchia. I partiti dell’opposizione laica sono stati quasi visti come nemici dell’Europa, perché virtualmente appoggiati dai militari. Non ne discutiamo l’esattezza; solo osserviamo trattarsi di una scommessa, più che di una valutazione in base ad elementi di fatto. L’esperienza storica, è vero, ci insegna che con il tempo, col mutare delle situazioni e – soprattutto – con l’esercizio del potere, gli uomini cambiano, e tante volte i radicalismi del passato servono solo a fini elettorali.
Questo è vero, ma è pure vero che i radicalismi infiammano e poi si deve tenere conto delle difficoltà nel domare gli incendi eccessivi. E altresì, talvolta, chi aveva confezionato discordi incendiari con l’esperienza si è reso conto di quanto sia più conveniente rinunciare ad agire in modo estremisticamente avventato, e optare più saggiamente per tattiche di maggiore respiro temporale, mangiando il metaforico carciofo foglia dopo foglia, invece che tutto insieme, col rischio di trovarselo bloccato in gola.
Sta di fatto che finora Erdoğan e Gül hanno usato con ponderazione e successo l’obiettivo europeo, e il discorso sui diritti umani, per neutralizzare quelli che per Mustafá Kemal dovevano essere i due baluardi della laicità della Turchia: esercito e magistratura. Erdoğan, inoltre – forse in Europa sono meno di 100 le persone che se lo ricordano, ma in Turchia sono di gran lunga di più – è anche colui che in passato (e non nei primi anni della sua infanzia) pubblicamente si riferì alla democrazia come mezzo e non come modo (letteralmente: amaç değil, araç) e proclamò “Dio sia lodato, io sono un difensore della sharia” (letteralmente: Elhamdülillah, şeriâtçiyim), e tutto felice recitò una poesia del teorico del nazionalismo turco, Ziya Gökalp, che paragonava le cupole delle moschee a elemetti e i minareti a lance. Al riguardo ha scritto lo studioso turco Taner Akçam (in esilio per un libro sul genocidio armeno!) che queste dichiarazioni per taluni sono come le foto pornografiche di una stella del cinema scattate prime di diventare tale, tuttavia notando che l’attuale moderazione di «opinioni che potevano essere ritenute radicali, evidenzia un altro dei problemi fondamentali della Turchia, cioè che questi attori, proprio come Erdoğane il suo Akp, si trovano ad affrontare il problema del dubbio e della sfiducia della gente comune» (Nazionalismo turco e genocidio armeno, Guerini e Associati, Milano 2005, p. 45).
I laici turchi, comunque, sono convinti che sia in atto una deriva islamica sempre più accentuata, ma all’estero non trovano sponde di sorta. La vera partita (in buona parte decisiva) si giocherà con le prossime elezioni legislative (a luglio dell’anno prossimo) e – a parità di condizioni – non sembra proprio che saranno vinte dall’opposizione laica. Ma la storia è imprevedibile.
A essere molto meno imprevedibile è invece la svolta intervenuta in Turchia in questi ultimi decenni, se non ci si limita a valutare questo paese in base alle grandi città come Istanbul, Izmir (ex Smirne), Antalya, o altri centri turistici. Le società dell’Anatolia centrale e orientale sono altra cosa. E non a caso. In fondo Atatürk nell’occidentalizzare a forza il paese (qui e là in modo effettivo; qua e lì superficialmente; altrove per nulla) aveva rotto traumaticamente con quel passato ottomano e islamico del paese senza il quale non si può parlare di identità culturale turca (quella etnica riguarda ormai solo la minoranza turcomanna); questo in una fase storica in cui valori ed elementi occidentali potevano sembrare un valido sostitutivo, atteso che l’Occidente (pur avendo iniziato la sua decadenza) appariva ancora l’effettiva civiltà vincente. Oggi la sua vera valenza sta nella difesa dei diritti umani. Non pare che Erdoğan e compagni finora abbiano portato nocumento a questa sfera. E se riuscissero – è un’ipotesi – a estenderli davvero nel paese, creando un assetto in cui gli spazi per i laici non venissero intaccati – allora avrebbero assicurato al loro partito una permanenza nel potere di lunga durata. Ma potrebbe accadere il contrario.
Ancor meglio sarebbe per loro se la nuova politica estera turca avesse positivi e tangibili esiti. È sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere come il governo di Erdoğan abbia dato una significativa sterzata, da media potenza regionale, alla sua politica estera: neutra verso l’Occidente, ostile alle aggressioni statunitensi nell’area del vecchio impero ottomano e a Israele; interessata alle popolazioni musulmane dei Balcani; attiva verso le aree turcofone dell’ex Urss, che all’inizio del sec. XX erano oggetto dell’ideologia panturanica; così intelligente da migliorare i rapporti con l’Armenia; interessata alla Siria e all’Iran. Oggi la Turchia gioca in proprio. Un’iniezione di fiducia non da poco per una nazione con un vecchio e irrisolto complesso “del nemico esterno” (significativamente esiste un proverbio che dice “il solo amico del Turco è il Turco”) e un orgoglio immenso (il detto di Mustafà Kemal “felice colui che può dirsi Turco – ne mutlu Türküm diyene - è ancora valido e non lo discutono certo gli islamici “moderati” ).
Anche Gül ed Erdoğan hanno proclamato a caldo che con questo referendum il paese si avvicina all’Europa. A prescindere dall’esistere un’incognita sul persistenza dell’effettiva volontà attuale di entrare nell’Ue da parte del governo turco, c´è da dubitare sulla fondatezza di tale giudizio. Però tutto può accadere, come già si diceva. L’adesione della Turchia al “felice” mondo europeo costituisce ormai una moderna “questione d’Oriente”, che si trascina faticosamente da tempo (dal 1987), seppure non si possa fondatamente sostenere l’estraneità del mondo turco all’Europa: sol che si pensi ai secoli di presenza turca nei Balcani, all’influenza culturale turca in quell’ambito, all’essere turca la Tracia orientale, e via dicendo. I requisiti per l’adesione sono: essere europeo lo Stato richiedente; trattarsi di uno Stato di diritto che rispetta i principi di libertà, democrazia e i diritti dell’uomo; rispettare le condizioni economiche e politiche note come “criteri di Copenhagen”. E se si pensa che pure l’Albania e la Croazia hanno presentato richiesta di adesione, senza che sia fatto il can can causato dalla richiesta turca ... E pare che sia intenzionata a farlo anche il Kóssovo!
La Turchia di recente sin è mossa nel campo della democratizzazione e dei diritti umani, seppure ancora molto ci sia da fare: ma non siamo nel campo dell’impossibilità. Però politicamente è alle prese con due problemi ancora irrisolti e di un certo peso: la questione cipriota e la questione curda. Temi delicati, perché a Cipro la Turchia, se all’inizio aveva l’alibi della difesa della minoranza turca verso cui i greco-ciprioti non sono mai stati teneri, poi ha esagerato estendendo la zona di occupazione, trasferendovi coloni dall’Anatolia sì da modificare la composizione etnica dell’area e favorendo la proclamazione di uno Stato turco cipriota che solo la Turchia riconosce. La questione curda (che qui non possiamo trattare esaustivamente) è ancora più delicata a motivo della pericolosità di spinte indipendentiste in un contesto etnicamente non omogeneo quale è la Repubblica turca; ma è pur vero che con una certa intelligenza il passaggio dei Curdi a un’autonomia ben calibrata potrebbe stemperare di molto l’indipendentismo del Pkk.
Ma il vero problema per la Turchia è che in Europa sono in molti i contrari ad avere a tutti gli effetti più di 70 milioni di Turchi musulmani, che si prevede saranno 90 milioni nel 2030 (dimenticare che gli Albanesi sono in grande maggioranza tali e che in Macedonia – altra aspirante a entrare – esiste una minoranza islamica per il momento è cosa facile. Poi domani si vedrà).
Essendo oggi i nemici dell’ingresso turco nell’Ue Francia e Germania, si potrebbe agevolmente concludere che per Ankara non c’è nulla da fare. Insegnano i nostri vecchi che non si deve mai dire “mai”: infatti la Turchia può spuntarla per motivi economici (come al solito), e particolarmente di natura energetica – quand’anche resti aperta la domanda sull’effettiva convenienza per il popolo turco. E sempre che i tentennamenti europei non finiscano con l’irritare l’orgoglio turco e a fargli dire “chi se ne frega dell’Europa”; anche perché la Turchia non ne avrebbe un danno irreparabile.
La Turchia non ha consistenti risorse energetiche, e attualmente è un paese di transito degli idrocarburi per l’Europa con il gasdotto Itgi (Interconnettore Italia/Edison-Grecia.Turchia), in parte già operativo: il Nabucco è in fase di progettazione. Da qui la sua importanza per l’Europa, e anche la sua delicatezza, poiché la Turchia – che aspira a diventare un hub energetico, e non solo paese di transito, e quindi a commercializzare al suo interno parte degli idrocarburi che transitano all’interno delle sue frontiere – può giocare su più tavoli. Oggi uno si chiama Mosca e l’altro Teheran.
Tutta l’area che va dai confini dell’Asia Centrale al Mediterraneo è notoriamente di vitale importanza strategica per gli approvvigionamenti energetici europei (e italiani). Da qui l’importanza della presenza turca, ancora nel ruolo di osservatore, nell’Energy Community Treaty. Inoltre la Turchia è importante nella strategia di contenimento della strategia russa volta al monopolio dei trasporti energetici verso l’Europa. Ma la Turchia – se è rivale di Mosca nel Nabucco – è però suo partner nel progetto Blue Stream. Con Teheran Ankara ha stipulato un accordo sul trasporto del gas iraniano, scontentando gli Stati Uniti (avrebbero preferito che Ankara utilizzasse la rotta del Caspio). Lo spettro di un accordo russo/turco relativo allo sfruttamento delle immense risorse di Kazakhistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirgizistan potrebbe essere utile ad Ankara per vincere le resistenze.
Certo è che le prossime puntate saranno interessanti.
Dal blog "Utopia Rossa"
di Pier Francesco Zarcone
Per il “pensiero unico” dominante si deve guardare con favore all’esito del referendum costituzionale turco in quanto grazie a esso la Turchia si avvicina di più all’Europa. Le voci dissonanti non si sentono granché. Ora, è fuori dubbio che con questo evento la Turchia abbia storicamente voltato pagina, ma resta da vedere se in senso “europeo” oppure no. Sicuramente si volta pagiona rispetto alle scelte laiciste di Mustafà Kemal, le cui icone sono sempre meno rappresentative. La repubblica kemalista cessa del tutto di esistere nel pomeriggio del 12 settembre 2010.
La sua ideologia non operava tanto nel campo socio/economico, quanto in quello politico, innanzi tutto con il nazionalismo. Per quantro possa sembrare strano, essendo noi abituati a parlare sempre e solo di Turchi, nell’impero ottomano erano considerati tali i “burini” di campagna: il sentimento della nazione turca è nato ai primi del secolo scorso con la rivoluzione dei Giovani Turchi, e si è completato con l’avvento al potere di Kemal, la distruzione dell’ottomanismo e l’introduzione di una lingua turca diversa da quella ottomana, cioè con alfabeto latino ed eliminazione degli elementi arabi e persiani. E poi c’era il laicismo statale volto a una modernizzazione occidentalizzante. L’Islam era considerato espressione di arretratezza e la religione era rigidamente separata/subordinata rispetto allo Stato. In quest’ottica vanno visti i provvedimenti introduzione della domenica come giorno festivo al posto del venerdì islamico, e di proibizione del fez per gli uomini e del turban (fazzoletto che copre il capo) per le donne.
Il premio Nobel Orhan Pamuk ha parlato di referendum contro i golpe militari, per il ridimensionamento dei ruoli dell’esercito e della magistratura derivante dalla vittoria dei “sì”. E che i militari turchi abbiano malamente abbondato nei colpi di stato è fuori discussione. Si può solo notare che – investiti da Kemal del ruolo di ferrei custodi della laicità della Repubblica – al pari di Atatürk hanno continuato nel senso dell’europeizzazione della Turchia con metodi a dir poco autoritari (qualcuno ha detto “asiatici”). Pur tuttavia sembra proprio azzardato tacciare di golpismo la massa di elettori che ha votato “no”; come del resto non sarebbe giusto imprimere il marchio della mezzaluna su tutti quanti hanno votato “sì”.
La situazione politica turca è alquanto complessa, e qui diremo solo che la Turchia è un paese culturalmente e politicamente spaccato in due; in due componenti ciascuna delle quali guarda all’altra come se fosse il diavolo incarnato: i laici e gli islamici. L’esito del referendum riproduce geograficamente questa divaricazione: la parte occidentale della Turchia ha votato per il “no”, e in quella orientale ha vinto alla grande il “sì”. Il referendum rientra nella strategia politica del partito islamico “moderato” Giustizia e Sviluppo (Akp), che oggi ha in mano la Presidenta della repubblica (Abdullah Gül) e la guida del Governo (Tayyip Erdoğan; si legge “Erdooan”). Si badi bene: per lo più si è trattato di ineccepibili modifiche costituzionali (la Costituzione emendata era frutto dell’ultimo golpe militare del 1980), effettivamente nel senso di una maggiore liberalizzazione. Nulla da dire sulle nuove norme che sottraggono i civili alla giurisdizione dei tribunali militare, o che aprono la via al controllo della giustizia civile sulle decisioni del Tribunale Superiore Militare, oppure su quelle che portano i militari sotto la giurisdizione dei tribunali ordinari. Né sull’elimionazione del divieto di appartenenza a più di un sindacato, o sul riconoscimento del diritto a negoziare contratti collettivi, a scioperare e a ricorrere contro azioni disciplinari ingiustificate per gli impiegati statali.
Non è qui che si è giocata la vera partita, cioè in tema di ampliamento dei diritti e delle tutele dei cittadini. Essa si è giocata invece sul tema delle riforme della magistratura, e particolarmente del Tribunale Costituzionale, modificando i precedenti rapporti di forza fra il potere politico e quello giudiziario, che – e i successivi provvedimenti normativi per adeguare (o riscrivere) la Costituzione in base ai risultati referendari ci diranno in quali termini – ha buone probabilità di essere subordinato al primo. Infatti su questo ambito si sono concentrati i timori e l’opposizione dei partiti laici. Aumenta il numero dei componenti del Tribunale Costituzionale – da 11 a 17 – e si riduce il periodo di mandato; 3 giudici saranno nominati dal Parlamento e gli altri 14 dal Presidente della Repubblica. Il Consiglio Supremo dei Giudici e dei Procuratori (equivalente al nostro Consiglio Superiore della Magistratura) passa da 6 a 21 membri, dei quali 1/3 sarà nominato dal Parlamento.
Qui in effetti un’ombra islamica potenzialmente esiste. Finora il tribunale costituzionale era stato il rigido custode legale della laicità della Repubblica, mentre i militari hanno svolto lo stesso ruolo violando la legalità repubblicana. Non si dimentichi che nel 2008 il governo di Erdoğan fu a un pelo dall’essere messo fuori legge dal tribunale costituzionale per violazione della laicità dello Stato. Per il domani è lecito prevedere una massiccia immissione di giudici islamici - “moderati” quanto si vuole, ma islamici - a copertura delle immancabili riforme legislative che daranno maggiore spazio legale alle manifestazioni di islamicità nel corpo sociale turco. In Turchia è in atto una rinascita dell’orgoglio islamico che – ovviamente – i precedenti provvedimenti repressivi non hanno frenato, ma che invece il nuovo corso favorirà. Già si parla del prossimo varo di una legge che consenta l’uso di abbigliamenti islamici nei luoghi pubblici. La questione è discussa e discutibile ovunque, come dimostra il “caso francese”; ma le guerre si combattono anche con i simboli, e in Turchia non vi è certo pace fra laici e islamici (es.: la famosa cantante Sezen Aksu, avendo appoggiato il “sì”, rischia che il Municipio della laicissima Izmir revochi l’intestazione di una strada al suo nome).
Esiste una metaforica cartina di tornassole per stabilire se le intenzioni di Erdoğan sono veramente nel senso di una maggiore democratizzazione del paese: un’adeguata riduzione dell’attuale sbarramento al 10% che in buona sostanza impedisce un’adeguata rappresentatività politica alle opposizioni, e soprattutto ai partiti dei Curdi. Chi vivrà vedrà.
Comunque non ci si aspetti, nell’immediato, nessuna restaurazione della sharia: questo vorrebbe dire un’esplosione politica nel paese e un intervento dell’esercito, o una sua tragica spaccatura.
L’Unione Europea e taluni suoi governi statali favorevoli all’ingresso della Turchia nella Ue da tempo si sono schierati a favore del governo di Erdoğan, sbandierandone il carattere “moderato” e sostenendo che proprio il fatto di una Turchia islamica “moderata” nell’Unione sarebbe stato un colpo per l’estremismo islamico, dentro e fuori dalla Turchia. I partiti dell’opposizione laica sono stati quasi visti come nemici dell’Europa, perché virtualmente appoggiati dai militari. Non ne discutiamo l’esattezza; solo osserviamo trattarsi di una scommessa, più che di una valutazione in base ad elementi di fatto. L’esperienza storica, è vero, ci insegna che con il tempo, col mutare delle situazioni e – soprattutto – con l’esercizio del potere, gli uomini cambiano, e tante volte i radicalismi del passato servono solo a fini elettorali.
Questo è vero, ma è pure vero che i radicalismi infiammano e poi si deve tenere conto delle difficoltà nel domare gli incendi eccessivi. E altresì, talvolta, chi aveva confezionato discordi incendiari con l’esperienza si è reso conto di quanto sia più conveniente rinunciare ad agire in modo estremisticamente avventato, e optare più saggiamente per tattiche di maggiore respiro temporale, mangiando il metaforico carciofo foglia dopo foglia, invece che tutto insieme, col rischio di trovarselo bloccato in gola.
Sta di fatto che finora Erdoğan e Gül hanno usato con ponderazione e successo l’obiettivo europeo, e il discorso sui diritti umani, per neutralizzare quelli che per Mustafá Kemal dovevano essere i due baluardi della laicità della Turchia: esercito e magistratura. Erdoğan, inoltre – forse in Europa sono meno di 100 le persone che se lo ricordano, ma in Turchia sono di gran lunga di più – è anche colui che in passato (e non nei primi anni della sua infanzia) pubblicamente si riferì alla democrazia come mezzo e non come modo (letteralmente: amaç değil, araç) e proclamò “Dio sia lodato, io sono un difensore della sharia” (letteralmente: Elhamdülillah, şeriâtçiyim), e tutto felice recitò una poesia del teorico del nazionalismo turco, Ziya Gökalp, che paragonava le cupole delle moschee a elemetti e i minareti a lance. Al riguardo ha scritto lo studioso turco Taner Akçam (in esilio per un libro sul genocidio armeno!) che queste dichiarazioni per taluni sono come le foto pornografiche di una stella del cinema scattate prime di diventare tale, tuttavia notando che l’attuale moderazione di «opinioni che potevano essere ritenute radicali, evidenzia un altro dei problemi fondamentali della Turchia, cioè che questi attori, proprio come Erdoğane il suo Akp, si trovano ad affrontare il problema del dubbio e della sfiducia della gente comune» (Nazionalismo turco e genocidio armeno, Guerini e Associati, Milano 2005, p. 45).
I laici turchi, comunque, sono convinti che sia in atto una deriva islamica sempre più accentuata, ma all’estero non trovano sponde di sorta. La vera partita (in buona parte decisiva) si giocherà con le prossime elezioni legislative (a luglio dell’anno prossimo) e – a parità di condizioni – non sembra proprio che saranno vinte dall’opposizione laica. Ma la storia è imprevedibile.
A essere molto meno imprevedibile è invece la svolta intervenuta in Turchia in questi ultimi decenni, se non ci si limita a valutare questo paese in base alle grandi città come Istanbul, Izmir (ex Smirne), Antalya, o altri centri turistici. Le società dell’Anatolia centrale e orientale sono altra cosa. E non a caso. In fondo Atatürk nell’occidentalizzare a forza il paese (qui e là in modo effettivo; qua e lì superficialmente; altrove per nulla) aveva rotto traumaticamente con quel passato ottomano e islamico del paese senza il quale non si può parlare di identità culturale turca (quella etnica riguarda ormai solo la minoranza turcomanna); questo in una fase storica in cui valori ed elementi occidentali potevano sembrare un valido sostitutivo, atteso che l’Occidente (pur avendo iniziato la sua decadenza) appariva ancora l’effettiva civiltà vincente. Oggi la sua vera valenza sta nella difesa dei diritti umani. Non pare che Erdoğan e compagni finora abbiano portato nocumento a questa sfera. E se riuscissero – è un’ipotesi – a estenderli davvero nel paese, creando un assetto in cui gli spazi per i laici non venissero intaccati – allora avrebbero assicurato al loro partito una permanenza nel potere di lunga durata. Ma potrebbe accadere il contrario.
Ancor meglio sarebbe per loro se la nuova politica estera turca avesse positivi e tangibili esiti. È sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere come il governo di Erdoğan abbia dato una significativa sterzata, da media potenza regionale, alla sua politica estera: neutra verso l’Occidente, ostile alle aggressioni statunitensi nell’area del vecchio impero ottomano e a Israele; interessata alle popolazioni musulmane dei Balcani; attiva verso le aree turcofone dell’ex Urss, che all’inizio del sec. XX erano oggetto dell’ideologia panturanica; così intelligente da migliorare i rapporti con l’Armenia; interessata alla Siria e all’Iran. Oggi la Turchia gioca in proprio. Un’iniezione di fiducia non da poco per una nazione con un vecchio e irrisolto complesso “del nemico esterno” (significativamente esiste un proverbio che dice “il solo amico del Turco è il Turco”) e un orgoglio immenso (il detto di Mustafà Kemal “felice colui che può dirsi Turco – ne mutlu Türküm diyene - è ancora valido e non lo discutono certo gli islamici “moderati” ).
Anche Gül ed Erdoğan hanno proclamato a caldo che con questo referendum il paese si avvicina all’Europa. A prescindere dall’esistere un’incognita sul persistenza dell’effettiva volontà attuale di entrare nell’Ue da parte del governo turco, c´è da dubitare sulla fondatezza di tale giudizio. Però tutto può accadere, come già si diceva. L’adesione della Turchia al “felice” mondo europeo costituisce ormai una moderna “questione d’Oriente”, che si trascina faticosamente da tempo (dal 1987), seppure non si possa fondatamente sostenere l’estraneità del mondo turco all’Europa: sol che si pensi ai secoli di presenza turca nei Balcani, all’influenza culturale turca in quell’ambito, all’essere turca la Tracia orientale, e via dicendo. I requisiti per l’adesione sono: essere europeo lo Stato richiedente; trattarsi di uno Stato di diritto che rispetta i principi di libertà, democrazia e i diritti dell’uomo; rispettare le condizioni economiche e politiche note come “criteri di Copenhagen”. E se si pensa che pure l’Albania e la Croazia hanno presentato richiesta di adesione, senza che sia fatto il can can causato dalla richiesta turca ... E pare che sia intenzionata a farlo anche il Kóssovo!
La Turchia di recente sin è mossa nel campo della democratizzazione e dei diritti umani, seppure ancora molto ci sia da fare: ma non siamo nel campo dell’impossibilità. Però politicamente è alle prese con due problemi ancora irrisolti e di un certo peso: la questione cipriota e la questione curda. Temi delicati, perché a Cipro la Turchia, se all’inizio aveva l’alibi della difesa della minoranza turca verso cui i greco-ciprioti non sono mai stati teneri, poi ha esagerato estendendo la zona di occupazione, trasferendovi coloni dall’Anatolia sì da modificare la composizione etnica dell’area e favorendo la proclamazione di uno Stato turco cipriota che solo la Turchia riconosce. La questione curda (che qui non possiamo trattare esaustivamente) è ancora più delicata a motivo della pericolosità di spinte indipendentiste in un contesto etnicamente non omogeneo quale è la Repubblica turca; ma è pur vero che con una certa intelligenza il passaggio dei Curdi a un’autonomia ben calibrata potrebbe stemperare di molto l’indipendentismo del Pkk.
Ma il vero problema per la Turchia è che in Europa sono in molti i contrari ad avere a tutti gli effetti più di 70 milioni di Turchi musulmani, che si prevede saranno 90 milioni nel 2030 (dimenticare che gli Albanesi sono in grande maggioranza tali e che in Macedonia – altra aspirante a entrare – esiste una minoranza islamica per il momento è cosa facile. Poi domani si vedrà).
Essendo oggi i nemici dell’ingresso turco nell’Ue Francia e Germania, si potrebbe agevolmente concludere che per Ankara non c’è nulla da fare. Insegnano i nostri vecchi che non si deve mai dire “mai”: infatti la Turchia può spuntarla per motivi economici (come al solito), e particolarmente di natura energetica – quand’anche resti aperta la domanda sull’effettiva convenienza per il popolo turco. E sempre che i tentennamenti europei non finiscano con l’irritare l’orgoglio turco e a fargli dire “chi se ne frega dell’Europa”; anche perché la Turchia non ne avrebbe un danno irreparabile.
La Turchia non ha consistenti risorse energetiche, e attualmente è un paese di transito degli idrocarburi per l’Europa con il gasdotto Itgi (Interconnettore Italia/Edison-Grecia.Turchia), in parte già operativo: il Nabucco è in fase di progettazione. Da qui la sua importanza per l’Europa, e anche la sua delicatezza, poiché la Turchia – che aspira a diventare un hub energetico, e non solo paese di transito, e quindi a commercializzare al suo interno parte degli idrocarburi che transitano all’interno delle sue frontiere – può giocare su più tavoli. Oggi uno si chiama Mosca e l’altro Teheran.
Tutta l’area che va dai confini dell’Asia Centrale al Mediterraneo è notoriamente di vitale importanza strategica per gli approvvigionamenti energetici europei (e italiani). Da qui l’importanza della presenza turca, ancora nel ruolo di osservatore, nell’Energy Community Treaty. Inoltre la Turchia è importante nella strategia di contenimento della strategia russa volta al monopolio dei trasporti energetici verso l’Europa. Ma la Turchia – se è rivale di Mosca nel Nabucco – è però suo partner nel progetto Blue Stream. Con Teheran Ankara ha stipulato un accordo sul trasporto del gas iraniano, scontentando gli Stati Uniti (avrebbero preferito che Ankara utilizzasse la rotta del Caspio). Lo spettro di un accordo russo/turco relativo allo sfruttamento delle immense risorse di Kazakhistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirgizistan potrebbe essere utile ad Ankara per vincere le resistenze.
Certo è che le prossime puntate saranno interessanti.
Dal blog "Utopia Rossa"
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Zarcone Pier Francesco
giovedì 16 settembre 2010
UNA RIFORMA PER VECCHI
intervista al fisico Francesco Sylos Labini a cura di Federico Tulli
"Si tratta di un evento epocale che rivoluziona i nostri atenei. L’università sarà più meritocratica, trasparente, competitiva e internazionale. Il disegno di legge di riforma dell’universita` segna la fine delle vecchie logiche corporative: sarà premiato solo chi se lo merita". Era il 29 luglio scorso quando il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, salutava cosi` il via libera del Senato al ddl che porta il suo nome. Crisi politica permettendo, entro pochi giorni il testo sara` sottoposto al vaglio della Camera. Secondo il ministro, la sua approvazione "scostituisce la base per il rilancio del sistema universitario italiano e finalmente si potra` competere con le grandi realta` internazionali". A giudicare dalle vibranti proteste di chi in primis dovrebbe beneficiare del riassetto esaltato dal ministro (vale a dire studenti e giovani ricercatori), non si direbbe. L’ultima manifestazione (iniziata il 3 settembre) a fine mese potrebbe bloccare
l’avvio dell’anno accademico al dipartimento di Fisica della Sapienza di Roma. Con il taglio indiscriminato di risorse, economiche e umane, stabilito dal ddl, i ricercatori si troverebbero infatti a dover insegnare in aule composte da oltre 100 studenti, contro i 75 previsti dalle direttive ministeriali. Per questo
motivo hanno deciso di non fare lezione se il ddl non sara` cambiato. Una “situazione” didattica che, penalizzando contemporaneamente gli allievi e la qualita` dell’insegnamento, fa pensare a tutto tranne che "all’universita` piu` competitiva e internazionale" annunciata dal ministro. E questa e` solo una delle tante discrepanze tra gli annunci della Gelmini e la realta` dell’universita` che sta per nascere. Con Francesco Sylos Labini, fisico ricercatore all’Istituto dei sistemi complessi del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma e autore insieme con il collega Stefano Zapperi del libro I ricercatori non crescono sugli alberi, facciamo il punto sul provvedimento targato Gelmini.
Proprio mentre il ddl Gelmini entrava in Senato, in Francia il governo di Sarkozy investiva lo 0,5 per cento del Pil per potenziare i settori di base e rilanciare il Paese. Stanziando 11 miliardi di euro per l’università e 8 per la ricerca, Parigi ha provocato ricadute positive nell’immediato e posto le condizioni per cruciali modifiche strutturali dell’intero sistema del “sapere”. Possiamo dire la stessa cosa della riforma italiana?
Certamente no. Quelle del ministro sono solo parole. Il suo ddl completa l’opera di distruzione dell’universita` pubblica iniziata con il dl 133 “Gelmini-Tremonti” del 2008. Tutti siamo d’accordo che occorre fare delle riforme strutturali, purche siano serie e non delle prese in giro. Questa e` una presa in giro.
Perché?
Per tanti motivi. Anzitutto perche il taglio “orizzontale” del 20 per cento al finanziamento ordinario delle universita` e` una mannaia che si abbatte in maniera indiscriminata su tutto e su tutti.
Chi ne pagherà il prezzo?
Inevitabilmente gli anelli deboli della catena: gli studenti, chi sta per entrare nel mondo della ricerca e i giovani ricercatori. E` una riforma del tutto insensata fatta da vecchi per vecchi. Del resto piace ai professori ordinari, cioe` a chi ha gia` potere. Ed e` sostenuta dalla conferenza dei rettori, perche li trasforma in dei piccoli satrapi universitari.
Quegli anelli deboli, ovunque sono considerati punti di forza. È noto che gran parte delle scoperte si fanno prima dei 40 anni.
L’investimento va fatto su chi puo` trainare lo sviluppo in maniera piu` efficace. Accade in tutta Europa. Non parliamo degli Stati Uniti. Una riforma seria metterebbe al centro del progetto il reclutamento dei ricercatori e i fondi per consentire loro di programmare l’attivita`. Invece col ddl Gelmini e` un punto trattato in maniera insensata.
Ci spieghi meglio.
In pratica si vuole abolire il ruolo del ricercatore, che e` una delle poche “valvole di sfogo” per l’assunzione di chi esce dall’universita`, e sostituirlo con la tenure track americana. Questa, negli Usa, prevede l’assunzione a tempo determinato di 3 o 4 anni. Al termine, chi ha prodotto dei risultati viene nominato
professore. Mentre il posto di chi non ha avuto un rendimento soddisfacente viene ribandito.
Sembra un buon metodo.
Purtroppo la versione italiana della tenure track non ha nulla a che vedere con quella americana. L’uso delle parole a sproposito testimonia una certa confusione se non malafede. Da noi e` previsto un contratto temporaneo di tre anni e stop. Si e` fuori dall’universita`, poco importa dei risultati prodotti.
La questione delle assunzioni è legata a doppio filo con i pensionamenti. Il ddl prevede un limite di età di 70 anni per i professori ordinari. Cosa ne pensa?
Come proposta in se e` del tutto condivisibile. Ma anche qui e` una questione di metodo. Il corpo docente italiano e` il piu` anziano al mondo. Gli over 60 sono il 30 per cento. Con Zapperi proponiamo da tempo di abbassare l’eta` del pensionamento a 65 anni. Un’idea che e` stata rilanciata di recente anche dal Pd.
Del resto non ci inventiamo nulla: ovunque si va in pensione a 65-67 anni. Ma un intervento cosi` delicato va contestualizzato. Un semplice emendamento al testo Gelmini creerebbe danni maggiori di quelli che gia` fa.
Come mai?
Perché sono tanti i problemi che vengono insieme all’eta` pensionabile. Nei prossimi 10 anni, tra il 40 e il 50 per cento del corpo docente attuale andra` in pensione. Diminuendo improvvisamente, l’eta` pensionabile aumenterebbe al 60-70 per cento. Se poi pensiamo che nel ddl c’e` il blocco del turn over al 20 per cento, ecco che un intervento estemporaneo svuoterebbe l’universita`. Tra 10 anni non ci sara` piu` nessuno a insegnare e a fare ricerca. Un altro esempio: oggi si viene assunti in ruolo mediamente intorno ai 40 anni. Dopo 25 anni di lavoro che cosa rimane in tasca? E poi c’e` il costo del pensionamento in blocco di 15mila professori: circa 500 milioni di euro. Insomma, la norma e` giusta ma va inserita in una riforma basata sullo svecchiamento del sistema. Una misura da programmare con criterio.
Per rilanciare l’università italiana occorrono tempo e denaro.
Non solo. Per sviluppare un sistema di qualita` vanno create le condizioni “sociali”. Invece da anni c’e` una campagna mediatica che propone una visione distorta della ricerca e caricaturale dell’universita`. Questa sarebbe composta solo da baroni mafiosi e da mediocri nullafacenti. Ma il successo all’estero di chi si e` formato in Italia dimostra la presenza di numerosi centri d’eccellenza. Questa percezione e` stata persa dall’opinione pubblica. Eppure la prima a essere danneggiata dal taglio delle risorse statali e` proprio la comunita`. Solo lo Stato puo` finanziare i tempi lunghi che una ricerca di qualita` richiede. Ma e` solo questa che puo` avere delle ricadute positive sulla societa`.
pubblicato da Left-Avvenimenti (10.9.2010)
intervista al fisico Francesco Sylos Labini a cura di Federico Tulli
"Si tratta di un evento epocale che rivoluziona i nostri atenei. L’università sarà più meritocratica, trasparente, competitiva e internazionale. Il disegno di legge di riforma dell’universita` segna la fine delle vecchie logiche corporative: sarà premiato solo chi se lo merita". Era il 29 luglio scorso quando il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, salutava cosi` il via libera del Senato al ddl che porta il suo nome. Crisi politica permettendo, entro pochi giorni il testo sara` sottoposto al vaglio della Camera. Secondo il ministro, la sua approvazione "scostituisce la base per il rilancio del sistema universitario italiano e finalmente si potra` competere con le grandi realta` internazionali". A giudicare dalle vibranti proteste di chi in primis dovrebbe beneficiare del riassetto esaltato dal ministro (vale a dire studenti e giovani ricercatori), non si direbbe. L’ultima manifestazione (iniziata il 3 settembre) a fine mese potrebbe bloccare
l’avvio dell’anno accademico al dipartimento di Fisica della Sapienza di Roma. Con il taglio indiscriminato di risorse, economiche e umane, stabilito dal ddl, i ricercatori si troverebbero infatti a dover insegnare in aule composte da oltre 100 studenti, contro i 75 previsti dalle direttive ministeriali. Per questo
motivo hanno deciso di non fare lezione se il ddl non sara` cambiato. Una “situazione” didattica che, penalizzando contemporaneamente gli allievi e la qualita` dell’insegnamento, fa pensare a tutto tranne che "all’universita` piu` competitiva e internazionale" annunciata dal ministro. E questa e` solo una delle tante discrepanze tra gli annunci della Gelmini e la realta` dell’universita` che sta per nascere. Con Francesco Sylos Labini, fisico ricercatore all’Istituto dei sistemi complessi del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma e autore insieme con il collega Stefano Zapperi del libro I ricercatori non crescono sugli alberi, facciamo il punto sul provvedimento targato Gelmini.
Proprio mentre il ddl Gelmini entrava in Senato, in Francia il governo di Sarkozy investiva lo 0,5 per cento del Pil per potenziare i settori di base e rilanciare il Paese. Stanziando 11 miliardi di euro per l’università e 8 per la ricerca, Parigi ha provocato ricadute positive nell’immediato e posto le condizioni per cruciali modifiche strutturali dell’intero sistema del “sapere”. Possiamo dire la stessa cosa della riforma italiana?
Certamente no. Quelle del ministro sono solo parole. Il suo ddl completa l’opera di distruzione dell’universita` pubblica iniziata con il dl 133 “Gelmini-Tremonti” del 2008. Tutti siamo d’accordo che occorre fare delle riforme strutturali, purche siano serie e non delle prese in giro. Questa e` una presa in giro.
Perché?
Per tanti motivi. Anzitutto perche il taglio “orizzontale” del 20 per cento al finanziamento ordinario delle universita` e` una mannaia che si abbatte in maniera indiscriminata su tutto e su tutti.
Chi ne pagherà il prezzo?
Inevitabilmente gli anelli deboli della catena: gli studenti, chi sta per entrare nel mondo della ricerca e i giovani ricercatori. E` una riforma del tutto insensata fatta da vecchi per vecchi. Del resto piace ai professori ordinari, cioe` a chi ha gia` potere. Ed e` sostenuta dalla conferenza dei rettori, perche li trasforma in dei piccoli satrapi universitari.
Quegli anelli deboli, ovunque sono considerati punti di forza. È noto che gran parte delle scoperte si fanno prima dei 40 anni.
L’investimento va fatto su chi puo` trainare lo sviluppo in maniera piu` efficace. Accade in tutta Europa. Non parliamo degli Stati Uniti. Una riforma seria metterebbe al centro del progetto il reclutamento dei ricercatori e i fondi per consentire loro di programmare l’attivita`. Invece col ddl Gelmini e` un punto trattato in maniera insensata.
Ci spieghi meglio.
In pratica si vuole abolire il ruolo del ricercatore, che e` una delle poche “valvole di sfogo” per l’assunzione di chi esce dall’universita`, e sostituirlo con la tenure track americana. Questa, negli Usa, prevede l’assunzione a tempo determinato di 3 o 4 anni. Al termine, chi ha prodotto dei risultati viene nominato
professore. Mentre il posto di chi non ha avuto un rendimento soddisfacente viene ribandito.
Sembra un buon metodo.
Purtroppo la versione italiana della tenure track non ha nulla a che vedere con quella americana. L’uso delle parole a sproposito testimonia una certa confusione se non malafede. Da noi e` previsto un contratto temporaneo di tre anni e stop. Si e` fuori dall’universita`, poco importa dei risultati prodotti.
La questione delle assunzioni è legata a doppio filo con i pensionamenti. Il ddl prevede un limite di età di 70 anni per i professori ordinari. Cosa ne pensa?
Come proposta in se e` del tutto condivisibile. Ma anche qui e` una questione di metodo. Il corpo docente italiano e` il piu` anziano al mondo. Gli over 60 sono il 30 per cento. Con Zapperi proponiamo da tempo di abbassare l’eta` del pensionamento a 65 anni. Un’idea che e` stata rilanciata di recente anche dal Pd.
Del resto non ci inventiamo nulla: ovunque si va in pensione a 65-67 anni. Ma un intervento cosi` delicato va contestualizzato. Un semplice emendamento al testo Gelmini creerebbe danni maggiori di quelli che gia` fa.
Come mai?
Perché sono tanti i problemi che vengono insieme all’eta` pensionabile. Nei prossimi 10 anni, tra il 40 e il 50 per cento del corpo docente attuale andra` in pensione. Diminuendo improvvisamente, l’eta` pensionabile aumenterebbe al 60-70 per cento. Se poi pensiamo che nel ddl c’e` il blocco del turn over al 20 per cento, ecco che un intervento estemporaneo svuoterebbe l’universita`. Tra 10 anni non ci sara` piu` nessuno a insegnare e a fare ricerca. Un altro esempio: oggi si viene assunti in ruolo mediamente intorno ai 40 anni. Dopo 25 anni di lavoro che cosa rimane in tasca? E poi c’e` il costo del pensionamento in blocco di 15mila professori: circa 500 milioni di euro. Insomma, la norma e` giusta ma va inserita in una riforma basata sullo svecchiamento del sistema. Una misura da programmare con criterio.
Per rilanciare l’università italiana occorrono tempo e denaro.
Non solo. Per sviluppare un sistema di qualita` vanno create le condizioni “sociali”. Invece da anni c’e` una campagna mediatica che propone una visione distorta della ricerca e caricaturale dell’universita`. Questa sarebbe composta solo da baroni mafiosi e da mediocri nullafacenti. Ma il successo all’estero di chi si e` formato in Italia dimostra la presenza di numerosi centri d’eccellenza. Questa percezione e` stata persa dall’opinione pubblica. Eppure la prima a essere danneggiata dal taglio delle risorse statali e` proprio la comunita`. Solo lo Stato puo` finanziare i tempi lunghi che una ricerca di qualita` richiede. Ma e` solo questa che puo` avere delle ricadute positive sulla societa`.
pubblicato da Left-Avvenimenti (10.9.2010)
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Sylos Labini Francesco
martedì 14 settembre 2010
IN RICORDO DI ALFONSO LEONETTI
(1895-1984)
Vogliamo, con due suoi scritti, ricordare la grande figura di Alfonso Leonetti.
Tra i fondatori del Partito comunista d'Italia, massimo esponente della sua Direzione, direttore dell' "Unità", espulso nel 1930 per "trotskismo" è rimasto per tutta la sua vita un militante rivoluzionario.
Dalla prefazione "All'opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci" ed. Massari 2004
Assumendosi l'iniziativa, la responsabilità e l'onere gravoso di pubblicare il Bollettino della NOI (Nuova Opposizione Italiana), "Controcorrente" colma una vecchia lacuna; mette cioè a disposizione degli studiosi e dei militanti operai uno strumento di conoscenza e di discussione che da tempo e invano si attendeva.
Vi è stato, è vero, alcuni anni fa un reprint Feltrinelli del Bollettino. Ma tirato a pochi esemplari, esso scomparve rapidamente dalla circolazione. Esso si presentava come l'originale ed era quindi di difficile lettura e consulatazione. Questi limiti sono ora superati con il volume di "Controcorrente" e si potrà quindi raggiungere una massa di lettori molto più ampia, interessata a conoscere gli sviluppi di quei drammatici avvenimenti che portarono prima e dopo la "svolta" a una grave degenerazione dell'Internazionale Comunista e delle sue sezioni nazionali.
C'è oggi la tendenza a parlare di questo periodo e di queste discussioni come di fatti appartenenti alla "paleontologia" del movimento operaio. Si è persino coniato il motto di "paleocomunismo" per giustificare ogni rifiuto a fare i conti con questo passato. Eppure è arcinoto che il presente è figlio del passato e che non si può costruire il nostro futuro se non ci rendiamo conto di quello che siamo, di come siamo usciti dal passato: un passato che incombe su di noi con le sue ombre e le sue luci.
Una prima curiosità avrà certamente il lettore sapere quanti eravamo, che tiratura aveva il Bollettino, che consistenza aveva la nostra opposizione. Chi ragiona con il metro del presente, resterà forse deluso. I "tre" non furono mai tre, è vero, ma non fummo mai più di una ventina o una trentina. Le nostre posizioni erano condivise da altri, come Teresa Recchia, membro candidato del CC, eletta al Congresso di Lione, unica donna operaia della direzione; da suo marito, Mario Bavassano, operaio sellaio dirigente dei "gruppi comunisti italiani" in Francia; da vecchi comunisti, come Giovanni Boero, noto dirigente degli operai torinesi.
Particolare e diversa dalla nostra, ma nettamente contraria alla linea staliniana della "maggioranza" era pure la posizione di Ignazio Silone. La storia ha poi mostrato che, a nostra insaputa, le nostre critiche alla svolta erano condivise in carcere anche da Gramsci e Terracini, almeno per quanto riguardava l'Italia e la lotta contro il fascismo.
La nostra opposizione -è evidente- avrebbe avuto un altro peso e un altro sviluppo, nazionale e internazionale, con il sostegno morale, politico e intellettuale di uomini come Gramsci e Terracini. E invece dovemmo batterci da soli e in condizioni difficilissime, ignorando che in carcere Gramsci e Terracini condividevano le nostre posizioni. Tutte, salvo quella della nostra andata a Trotsky. Fuori dal carcere e avendo vissuto la nostra stessa esperienza, essi avrebbero fatto assai probabilmente come noi.
La vita fuori dal Partito e per giunta nell'immigrazione non fu facile, nè comoda. Di tutti i tempi, la vita dei gruppi in terra d'esilio -si raccogliessero questi intorno a Marx ed Engels, al tempo dell'emigrazione tedesca, o intorno a Lenin, al tempo di quella russa- è stata una vita grama, fatta di scissioni e di liti senza fine. Anche il nostro piccolo gruppo non sfuggì a questo destino. Gli è che, malgrado la grande presenza di Trotsky, tutte le sezioni costituitesi intorno al Segretariato Internazionale dell'Opposizione, di cui egli era il capo, vivevano in uno stato di fluidità permanente. Fu così anche per il nostro gruppo.
Blasco (Tresso), per incominciare, si stacco da noi subito, per svolgere la sua attività nella sezione francese, in preda, allora, a lotte interne acutissime. Ciò spiega perchè il suo nome non appaia fra i collaboratori del Bollettino, di cui però condivideva l'orientamento politico. Questo era in gran parte redatto da me, Pia Carena e Paolo Ravazzoni. Quest'ultimo, in seguito -all'epoca del cosidetto "entrismo"- abbandonerà l'Opposizione per il Partito socialista di Nenni e di Tasca. sarà allora che con Blasco decideremo di far uscire La Verità; ma la pubblicazione di questo giornale non andrà oltre il secondo numero.
Quali che siano state le vicende dei "tre" sotto l'aspetto individulale, e quello della NOI sul piano organizzativo e politico, il Bollettino rimane un documento da conoscere per gli avvenimenti e le discussioni dell'epoca.
Inutile dire che la stampa era fatta da noi medesimi. La tiratura si aggirava intorno alle duecento-trecento copie. Distribuite ad personam, esse venivano però spedite in tutto il mondo, in particolare alle biblioteche con servizi di lettura. Venivano mandate delle copie anche negli USA e persino a Mosca, oltre che alle redazioni dei vari giornali antifascisti. Il posto dove era più difficile fare arrivare delle copie era purtroppo l'Italia, per mancanza di contatti diretti nel paese. Diverso è il discorso per gli ambienti dell'emigrazione italiana in Francia. All'epoca delle guerra d'Etiopia, però, riusciremo a fare arrivare alle truppe italiane un appello alla fraternizzazione con gli etiopi, tramite dei sudafricani.
Ci fu chi, Claudio Treves, ad esempio, direttore della Libertà, settimanale della Concentrazione Antifascista, definì "spade di legno" questi nostri Bollettini, rispetto alle "corazzate" della stampa staliniana o stalinizzata.
Ed era vero. Ma è anche vero che contro gli abusi del potere e contro un sistema di falsità ci si batte come si può: anche con le "spade di legno", se mancano mezzi più possenti ed efficaci.
le nostre non ci sembravano però, "spade di legno". Avevamo con noi la grande tradizione del pensiero e dell'azione marxista, leniniana che si impersonava nella figura di una grande capo rivoluzionario, quale Leone Trorsky, cacciato ormai sulla via dell' esilio. Anche il suo esempio ci dimostrava, del resto, che importante non è l'arma con cui ci si batte. E la nostra causa -la difesa del comunismo internazionale- ci dava la certezza della nostra forza. Poverissimi per i nostri mezzi di esistenza e di lotta, noi pensavamo di superare tutte le difficoltà,oggettive e soggettive grazie alla nostra passione rivoluzionaria e comunista.
Guardavamo con ansia ad ogni passo in avanti del proletariato nel mondo: in Germania, in primo luogo, dove si combatteva l'ultima battaglia contro l'avvento di Hitler, dal cui esito dipendeva tanta parte della nostra lotta contro il fascismo; in Spagna, dove la teoria della rivoluzione permanente apparve in tutta la sua correttezza storica; in Austria, negli USA. Aspettavamo anche i primi sintomi di risveglio del movimento operaio russo, dopo la grande sconfitta rappresentata dalla vittoria dello stalinismo.
Del nostro caro compagno Gramsci, invece, cui dovevamo in fondo, e nonostante certi suoi errati apprezzamenti nei riguardi di Trotsky e dell'Opposizione, il giusto orientamento che ci aveva portato a schierarci con Trotsky e l'Opposizione, non sapemmo più nulla fino alla sua morte. Che incoraggiamento sarebbe stato per noi, sapere che anch'egli dal carcere si opponeva alla linea del socialfascismo e concordava con posizioni nostre e di Trotsky riguardo alla Costituente, al periodi di transizione dal fascismo alla lotta per il potere operaio!
Le maggiori amarezze non ci venivano, infatti, dalle nostre condizioni di fame, in terra straniera, nè dalla forza del nemico di classe: la borghesia. Ci venivano invece dalla debolezza del movimento operaio italiano e internazionale, diretto da cattivi o falsi pastori, cui spetta una grande responsabilità e nell'avvento di Hitler prima, e nella sconfitta subita dalla rivoluzione spagnola, poi: premesse entrambe della Seconda guerra mondiale. E' storia recente.
Sbagliando si impara, dice un vecchio proverbio. L'esempio del riformismo sta a dimostrare il contrario.
Si impara solo se si paga di persona e si ha poi la forza di ricominciare da capo. A questo punto può servire allora l'esperienza della NOI e la lettura del Bollettino. Dopo le Tesi di Lione questo testo, grazie all'apporto insostituibile di Trotsky, presente quasi in ogni numero, offre un contributo notevole di elaborazione marxista in seno al movimento operaio.
Il sistema capitalista è nuovamente e scopertamente in crisi. Cerca appoggi nelle direzioni riformiste del movimento operaio, ma cozza contro la volontà di lotta delle masse lavoratrici. Chi prevarrà?
Ciò dipende da molti fattori, ma sopratutto dalla capacità dei partiti operai a stabilire esatti rapporti di classe, tra politica ed economia, tra la tattica e la strategia, tra l'immediato e il futuro. Come, con quali parole d'ordine si orientano e si conquistano le masse a una prospettiva rivoluzionaria, comunista?
Le condizioni sociali mutano, ma i principi restano. E sono i principi del marxismo e della esperienza bolscevica che noi cercammo di difendere con l'ausilio di Gramsci e l'impegno diretto a fianco di Trotsky e di quello che all'epoca si chiamava "Movimento per la Quarta Internazionale".
Sono questi i problemi su cui oggi sono chiamate a confrontarsi le nuove generazioni rivoluzionarie, nella lotta per la rinascita del comunismo in Unione Sovietica e per la vittoria del proletariato nel resto del mondo.
In questa lotta la ripubblicazione del Bollettino è solo un modesto contributo, ma mi pare valido.
Roma, 24 gennaio 1976
Alfonso Leonetti
Pubblichiamo qui dal libro di Antonella Marrazzi "Alfonso Leonetti -Storia di un'amicizia"- Ed. Massari 2004- una lettera-testamento scritta da Leonetti all'autrice.
Antonella carissima,
sapere che "tra breve" saresti di nuovo a Roma, avrebbe potuto indurti a ringraziarti della tua lettera e attendere la tua venuta per parlare del contenuto di essa, molto interessante. E' del resto quello che faremo, potendo, qui, ora, dirti molto poco, per le solite difficoltà mie nello scrivere (la cifosi cervico-dorsale, in primo luogo). Comincerò col farti una confessione quasi testamentaria (non è una maniera di dire un pò pretenziosa): a 88 anni, conservo per il futuro dell'umanità e il socialismo, la stessa certezza che avevo a 18 anni quando, nel '13 mi iscrissi al "fascio" giovanile socialista di Andria, composto di una ventina di giovani contadini poveri, senza una sede, che non fosse la strada o la casa molto misera di uno di questi giovani. Sono trascorsi 70 anni da allora: quasi tre quarti di secolo. E se togli la luce della Rivoluzione di ottobre, le sconfitte del movimento operaio sono state moltissime e gravi. Basti pensare al fascismo, al nazismo, allo stalinismo. Eppure le generazioni sono seguite alle generazioni e il dilemma posto all'umanità rimane lo stesso: barbarie o socialismo.
Faccio l'ipotesi più catastrofica per il futuro, prossimo o lontano: quello di una guerra nucleare. Ebbene, che ne uscirebbe? Io non credo alla fine del nostro pianeta. Ci saranno grandi distruzioni e grandi massacri, ma gli uomini, vinti o vincitori, continueranno a esistere. I problemi che si porranno per essi -vivere, organizzare la società su basi nuove -porranno ancora e sempre il problema del socialismo, il solo -nell'epoca presente- capace di assicurare pace e sviluppo. Parlo di epoca. E la vita di un uomo, di una generazione, è sempre un piccolo pezzo di strada della lunga strada della storia umana.
Per concludere: l'essenziale è conservare questa certezza. E allora, importa poco tutto il numero di rinnegati, di traditori o semplicemente di quanti abbandonano il campo. Si può rimanere soli ed essere nel solco della storia, coiè non essere soli.
Questo aiuta a superare tutte le sconfitte, tutte le diserzioni - quante, quante, ne ho viste, cara Antonella!
Dovrei parlare del 26 giugno. Ma spero di parlarne presto a voce, con te.
Le mie condizioni di salute sono migliori. Pessime invece le mie condizioni di assistenza. A luglio ed agosto -non potendo rimanere solo (il senso di solo è qui diverso) sarò costretto a tornare in una casa di cura, che gli amici stanno cercando.
A te, Antonella carissima, limpida e serena sempre, un forte abbraccio.
13 giugno 1983 Alfonso
(1895-1984)
Vogliamo, con due suoi scritti, ricordare la grande figura di Alfonso Leonetti.
Tra i fondatori del Partito comunista d'Italia, massimo esponente della sua Direzione, direttore dell' "Unità", espulso nel 1930 per "trotskismo" è rimasto per tutta la sua vita un militante rivoluzionario.
Dalla prefazione "All'opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci" ed. Massari 2004
Assumendosi l'iniziativa, la responsabilità e l'onere gravoso di pubblicare il Bollettino della NOI (Nuova Opposizione Italiana), "Controcorrente" colma una vecchia lacuna; mette cioè a disposizione degli studiosi e dei militanti operai uno strumento di conoscenza e di discussione che da tempo e invano si attendeva.
Vi è stato, è vero, alcuni anni fa un reprint Feltrinelli del Bollettino. Ma tirato a pochi esemplari, esso scomparve rapidamente dalla circolazione. Esso si presentava come l'originale ed era quindi di difficile lettura e consulatazione. Questi limiti sono ora superati con il volume di "Controcorrente" e si potrà quindi raggiungere una massa di lettori molto più ampia, interessata a conoscere gli sviluppi di quei drammatici avvenimenti che portarono prima e dopo la "svolta" a una grave degenerazione dell'Internazionale Comunista e delle sue sezioni nazionali.
C'è oggi la tendenza a parlare di questo periodo e di queste discussioni come di fatti appartenenti alla "paleontologia" del movimento operaio. Si è persino coniato il motto di "paleocomunismo" per giustificare ogni rifiuto a fare i conti con questo passato. Eppure è arcinoto che il presente è figlio del passato e che non si può costruire il nostro futuro se non ci rendiamo conto di quello che siamo, di come siamo usciti dal passato: un passato che incombe su di noi con le sue ombre e le sue luci.
Una prima curiosità avrà certamente il lettore sapere quanti eravamo, che tiratura aveva il Bollettino, che consistenza aveva la nostra opposizione. Chi ragiona con il metro del presente, resterà forse deluso. I "tre" non furono mai tre, è vero, ma non fummo mai più di una ventina o una trentina. Le nostre posizioni erano condivise da altri, come Teresa Recchia, membro candidato del CC, eletta al Congresso di Lione, unica donna operaia della direzione; da suo marito, Mario Bavassano, operaio sellaio dirigente dei "gruppi comunisti italiani" in Francia; da vecchi comunisti, come Giovanni Boero, noto dirigente degli operai torinesi.
Particolare e diversa dalla nostra, ma nettamente contraria alla linea staliniana della "maggioranza" era pure la posizione di Ignazio Silone. La storia ha poi mostrato che, a nostra insaputa, le nostre critiche alla svolta erano condivise in carcere anche da Gramsci e Terracini, almeno per quanto riguardava l'Italia e la lotta contro il fascismo.
La nostra opposizione -è evidente- avrebbe avuto un altro peso e un altro sviluppo, nazionale e internazionale, con il sostegno morale, politico e intellettuale di uomini come Gramsci e Terracini. E invece dovemmo batterci da soli e in condizioni difficilissime, ignorando che in carcere Gramsci e Terracini condividevano le nostre posizioni. Tutte, salvo quella della nostra andata a Trotsky. Fuori dal carcere e avendo vissuto la nostra stessa esperienza, essi avrebbero fatto assai probabilmente come noi.
La vita fuori dal Partito e per giunta nell'immigrazione non fu facile, nè comoda. Di tutti i tempi, la vita dei gruppi in terra d'esilio -si raccogliessero questi intorno a Marx ed Engels, al tempo dell'emigrazione tedesca, o intorno a Lenin, al tempo di quella russa- è stata una vita grama, fatta di scissioni e di liti senza fine. Anche il nostro piccolo gruppo non sfuggì a questo destino. Gli è che, malgrado la grande presenza di Trotsky, tutte le sezioni costituitesi intorno al Segretariato Internazionale dell'Opposizione, di cui egli era il capo, vivevano in uno stato di fluidità permanente. Fu così anche per il nostro gruppo.
Blasco (Tresso), per incominciare, si stacco da noi subito, per svolgere la sua attività nella sezione francese, in preda, allora, a lotte interne acutissime. Ciò spiega perchè il suo nome non appaia fra i collaboratori del Bollettino, di cui però condivideva l'orientamento politico. Questo era in gran parte redatto da me, Pia Carena e Paolo Ravazzoni. Quest'ultimo, in seguito -all'epoca del cosidetto "entrismo"- abbandonerà l'Opposizione per il Partito socialista di Nenni e di Tasca. sarà allora che con Blasco decideremo di far uscire La Verità; ma la pubblicazione di questo giornale non andrà oltre il secondo numero.
Quali che siano state le vicende dei "tre" sotto l'aspetto individulale, e quello della NOI sul piano organizzativo e politico, il Bollettino rimane un documento da conoscere per gli avvenimenti e le discussioni dell'epoca.
Inutile dire che la stampa era fatta da noi medesimi. La tiratura si aggirava intorno alle duecento-trecento copie. Distribuite ad personam, esse venivano però spedite in tutto il mondo, in particolare alle biblioteche con servizi di lettura. Venivano mandate delle copie anche negli USA e persino a Mosca, oltre che alle redazioni dei vari giornali antifascisti. Il posto dove era più difficile fare arrivare delle copie era purtroppo l'Italia, per mancanza di contatti diretti nel paese. Diverso è il discorso per gli ambienti dell'emigrazione italiana in Francia. All'epoca delle guerra d'Etiopia, però, riusciremo a fare arrivare alle truppe italiane un appello alla fraternizzazione con gli etiopi, tramite dei sudafricani.
Ci fu chi, Claudio Treves, ad esempio, direttore della Libertà, settimanale della Concentrazione Antifascista, definì "spade di legno" questi nostri Bollettini, rispetto alle "corazzate" della stampa staliniana o stalinizzata.
Ed era vero. Ma è anche vero che contro gli abusi del potere e contro un sistema di falsità ci si batte come si può: anche con le "spade di legno", se mancano mezzi più possenti ed efficaci.
le nostre non ci sembravano però, "spade di legno". Avevamo con noi la grande tradizione del pensiero e dell'azione marxista, leniniana che si impersonava nella figura di una grande capo rivoluzionario, quale Leone Trorsky, cacciato ormai sulla via dell' esilio. Anche il suo esempio ci dimostrava, del resto, che importante non è l'arma con cui ci si batte. E la nostra causa -la difesa del comunismo internazionale- ci dava la certezza della nostra forza. Poverissimi per i nostri mezzi di esistenza e di lotta, noi pensavamo di superare tutte le difficoltà,oggettive e soggettive grazie alla nostra passione rivoluzionaria e comunista.
Guardavamo con ansia ad ogni passo in avanti del proletariato nel mondo: in Germania, in primo luogo, dove si combatteva l'ultima battaglia contro l'avvento di Hitler, dal cui esito dipendeva tanta parte della nostra lotta contro il fascismo; in Spagna, dove la teoria della rivoluzione permanente apparve in tutta la sua correttezza storica; in Austria, negli USA. Aspettavamo anche i primi sintomi di risveglio del movimento operaio russo, dopo la grande sconfitta rappresentata dalla vittoria dello stalinismo.
Del nostro caro compagno Gramsci, invece, cui dovevamo in fondo, e nonostante certi suoi errati apprezzamenti nei riguardi di Trotsky e dell'Opposizione, il giusto orientamento che ci aveva portato a schierarci con Trotsky e l'Opposizione, non sapemmo più nulla fino alla sua morte. Che incoraggiamento sarebbe stato per noi, sapere che anch'egli dal carcere si opponeva alla linea del socialfascismo e concordava con posizioni nostre e di Trotsky riguardo alla Costituente, al periodi di transizione dal fascismo alla lotta per il potere operaio!
Le maggiori amarezze non ci venivano, infatti, dalle nostre condizioni di fame, in terra straniera, nè dalla forza del nemico di classe: la borghesia. Ci venivano invece dalla debolezza del movimento operaio italiano e internazionale, diretto da cattivi o falsi pastori, cui spetta una grande responsabilità e nell'avvento di Hitler prima, e nella sconfitta subita dalla rivoluzione spagnola, poi: premesse entrambe della Seconda guerra mondiale. E' storia recente.
Sbagliando si impara, dice un vecchio proverbio. L'esempio del riformismo sta a dimostrare il contrario.
Si impara solo se si paga di persona e si ha poi la forza di ricominciare da capo. A questo punto può servire allora l'esperienza della NOI e la lettura del Bollettino. Dopo le Tesi di Lione questo testo, grazie all'apporto insostituibile di Trotsky, presente quasi in ogni numero, offre un contributo notevole di elaborazione marxista in seno al movimento operaio.
Il sistema capitalista è nuovamente e scopertamente in crisi. Cerca appoggi nelle direzioni riformiste del movimento operaio, ma cozza contro la volontà di lotta delle masse lavoratrici. Chi prevarrà?
Ciò dipende da molti fattori, ma sopratutto dalla capacità dei partiti operai a stabilire esatti rapporti di classe, tra politica ed economia, tra la tattica e la strategia, tra l'immediato e il futuro. Come, con quali parole d'ordine si orientano e si conquistano le masse a una prospettiva rivoluzionaria, comunista?
Le condizioni sociali mutano, ma i principi restano. E sono i principi del marxismo e della esperienza bolscevica che noi cercammo di difendere con l'ausilio di Gramsci e l'impegno diretto a fianco di Trotsky e di quello che all'epoca si chiamava "Movimento per la Quarta Internazionale".
Sono questi i problemi su cui oggi sono chiamate a confrontarsi le nuove generazioni rivoluzionarie, nella lotta per la rinascita del comunismo in Unione Sovietica e per la vittoria del proletariato nel resto del mondo.
In questa lotta la ripubblicazione del Bollettino è solo un modesto contributo, ma mi pare valido.
Roma, 24 gennaio 1976
Alfonso Leonetti
Pubblichiamo qui dal libro di Antonella Marrazzi "Alfonso Leonetti -Storia di un'amicizia"- Ed. Massari 2004- una lettera-testamento scritta da Leonetti all'autrice.
Antonella carissima,
sapere che "tra breve" saresti di nuovo a Roma, avrebbe potuto indurti a ringraziarti della tua lettera e attendere la tua venuta per parlare del contenuto di essa, molto interessante. E' del resto quello che faremo, potendo, qui, ora, dirti molto poco, per le solite difficoltà mie nello scrivere (la cifosi cervico-dorsale, in primo luogo). Comincerò col farti una confessione quasi testamentaria (non è una maniera di dire un pò pretenziosa): a 88 anni, conservo per il futuro dell'umanità e il socialismo, la stessa certezza che avevo a 18 anni quando, nel '13 mi iscrissi al "fascio" giovanile socialista di Andria, composto di una ventina di giovani contadini poveri, senza una sede, che non fosse la strada o la casa molto misera di uno di questi giovani. Sono trascorsi 70 anni da allora: quasi tre quarti di secolo. E se togli la luce della Rivoluzione di ottobre, le sconfitte del movimento operaio sono state moltissime e gravi. Basti pensare al fascismo, al nazismo, allo stalinismo. Eppure le generazioni sono seguite alle generazioni e il dilemma posto all'umanità rimane lo stesso: barbarie o socialismo.
Faccio l'ipotesi più catastrofica per il futuro, prossimo o lontano: quello di una guerra nucleare. Ebbene, che ne uscirebbe? Io non credo alla fine del nostro pianeta. Ci saranno grandi distruzioni e grandi massacri, ma gli uomini, vinti o vincitori, continueranno a esistere. I problemi che si porranno per essi -vivere, organizzare la società su basi nuove -porranno ancora e sempre il problema del socialismo, il solo -nell'epoca presente- capace di assicurare pace e sviluppo. Parlo di epoca. E la vita di un uomo, di una generazione, è sempre un piccolo pezzo di strada della lunga strada della storia umana.
Per concludere: l'essenziale è conservare questa certezza. E allora, importa poco tutto il numero di rinnegati, di traditori o semplicemente di quanti abbandonano il campo. Si può rimanere soli ed essere nel solco della storia, coiè non essere soli.
Questo aiuta a superare tutte le sconfitte, tutte le diserzioni - quante, quante, ne ho viste, cara Antonella!
Dovrei parlare del 26 giugno. Ma spero di parlarne presto a voce, con te.
Le mie condizioni di salute sono migliori. Pessime invece le mie condizioni di assistenza. A luglio ed agosto -non potendo rimanere solo (il senso di solo è qui diverso) sarò costretto a tornare in una casa di cura, che gli amici stanno cercando.
A te, Antonella carissima, limpida e serena sempre, un forte abbraccio.
13 giugno 1983 Alfonso
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venerdì 10 settembre 2010
Si salveranno? La tattica disperata della Federazione della sinistra
di Leonardo Mazzei
Primum vivere, questo e soltanto questo è il principio ispiratore delle attuali scelte della Federazione della sinistra (Fds). Un principio che ha come premessa la convinzione che non sia possibile esistere al di fuori delle istituzioni. Tutto viene perciò subordinato all'obiettivo del rientro in parlamento, dopo il naufragio dell'Arcobaleno dell'aprile 2008.
In questa sede non ci dilungheremo a polemizzare con questa impostazione opportunistica. Si commenta da sola e non è certo una novità.
Ci concentreremo invece su un'altra questione: può la tattica della Fds avere successo? Detto in altri termini, si salveranno?
In verità la linea ferreriana appare non tanto spregiudicata, quanto piuttosto disperata se non addirittura suicida. Come noto, Prc e Fds hanno già detto di sì alla proposta di Bersani nella quale ritengono - non a torto - di potersi inserire in nome della Santa Alleanza antiberlusconiana, ma senza assumersi responsabilità di governo. Il risultato concreto di questo slalom sarebbe appunto l'elezione di una pattuglietta di parlamentari.
Questa linea ha certamente una sua logica, ma incontra sulla sua strada una serie impressionante di paradossi.
Il primo di questi paradossi è che il disegno dei sinistrofederati potrà realizzarsi solo ed esclusivamente con il vituperato Porcellum. La cosa non ci scandalizza per niente, ma non deve sfuggire l'ipocrita silenzio che attornia questo semplice fatto. Ferrero, Salvi e Diliberto debbono tenersi ben stretta la creatura di Calderoli. Il Porcellum assegna seggi (per giunta in misura proporzionale) purché si raggiunga il 2% dei voti, a condizione che si faccia parte di una coalizione che ottenga almeno il 10%. I due sistemi di cui si parla come possibili sostituti dell'attuale legge - il cosiddetto Mattarellum (cioè la legge che è stata in vigore dal 1994 al 2005), ed il "sistema tedesco" - prevedono soglie di sbarramento rispettivamente del 4 e del 5%.
Nel 2008 l'Arcobaleno ottenne il 3,1% dei voti, mentre nelle regionali della scorsa primavera la Fds si è fermata al 2,7%. Anche lasciando da parte gli ultimi sondaggi, che prevedono un ulteriore e consistente calo, che speranze avrebbero costoro se il Porcellum dovesse essere sostituito da una nuova legge?
Questo primo paradosso non è però niente rispetto al secondo. Dopo aver detto per anni "sistema tedesco", senza mai riflettere sul fatto che tale sistema nacque in Germania proprio per escludere i comunisti dal parlamento, Ferrero e Salvi continuano a ripetere questa litania anche oggi.
Ma, c'è un ma grande come una casa: se fino a due anni fa quel sistema sembrava poter tutelare una forza come il Prc, attestata stabilmente sopra il 5%, che senso ha oggi insistere su una proposta in tutta evidenza suicida? Misteri di un ceto politico allo sbando.
In un'intervista al Manifesto del 29 agosto, Ferrero ha detto che: «per cacciare Berlusconi, fare la nuova legge proporzionale e uscire dal bipolarismo sono pronto ad allearmi con il diavolo». Già, ma il diavolo che ne pensa? L'intervistatore fa infatti notare al segretario del Prc che il Pd sembra orientato per un ritorno al Mattarellum. Illuminante la sua risposta: «Noi siamo per il proporzionale secco. Altri, come noi, preferiscono il modello tedesco, penso a D'Alema, a Rutelli, a Casini. Vuol dire che ne parleremo». Ne parleranno, ma senza pregiudiziali, ci mancherebbe!, che Ferrero vede comunque l'affermarsi di una tendenza proporzionalista: «Da questo punto di vista il Mattarellum è un passo avanti. Poi il grado di compromesso finale si vedrà. Ma si va nella direzione giusta».
Ma davvero qualcuno pensa che la discussione sulla nuova legge elettorale si muoverà lungo un binario che ha come capolinea la riaffermazione di principi proporzionalisti?
Siccome non possiamo credere a tanta ingenuità, è chiaro che il ragionamento ferreriano è un altro: intanto andiamo al voto con lo sbarramento al 2%, che la Santa Alleanza ci torna proprio a fagiolo, poi dopo vedremo. Già, vedranno. Ma qui i casi potranno essere soltanto due: o la Fds non sarà determinante per la formazione del governo, ed allora meglio non farsi illusioni sul potere contrattuale a disposizione; od invece sarà determinante ed in quel caso dovrà condividere le scelte di governo con Casini, Montezemolo e, perché no, lo stesso Fini. Come si vede, la "gran furbata" dei sinistrofederati tanto geniale non sembra proprio. Tanto più che basterebbe ricordare il 1996. Anche allora l'idea che stava dietro alla "desistenza" era che alla fine i parlamentari del Prc non sarebbero stati determinanti. Il voto invece li volle tali e ne scaturì il sostegno ai sacrifici per Maastricht e quello al pacchetto Treu
Come si vede, a partire dal 1994, i nodi sono sempre gli stessi. Ed averli affrontati e risolti sempre nella stessa direzione - anche se, fino ad un certo punto, con una buona dose di fantasia - ha portato alla sostanziale scomparsa dei comunisti non dal parlamento ma dal panorama italiano.
E la legge che ha segnato veramente il passaggio alla Seconda repubblica è proprio quel Mattarellum che oggi Ferrero vede comunque come un passo avanti. E' questo un terzo paradosso su cui occorre riflettere.
E' stato il Mattarellum ad introdurre il sistema maggioritario, a rafforzare potentemente i processi di personalizzazione della politica, a sviluppare oltremodo il lobbysmo trasversalista di impronta americana. Non è un caso che dai centri del potere economico venga oggi una forte spinta per la sua riproposizione. E non sfuggirà a nessuno la sua natura bipolare.
Insomma, l'attuale degrado della politica - che, beninteso, ha a monte altre cause generali e non solo di tipo nazionale - è figlio in primo luogo del Mattarellum assai più che del Porcellum.
Cesare Salvi, che in questo momento funge da portavoce della Fds, ha perlomeno denunciato (il Manifesto, 31 agosto) gli effetti nefasti della legge Mattarella, affermando la necessità di ritornare ad un sistema proporzionale. Ma quale sistema proporzionale? Ovviamente quello tedesco, adottato in tutti i suoi aspetti, inclusa la fatidica soglia del 5%. Salvi parla apertamente di quali sarebbero le conseguenze: «Sulla base dei dati delle elezioni più recenti (parlamento europeo e regionali) entrerebbero in parlamento i 5 partiti di adesso nonché la sinistra, se unisse le sue forze».
L'insuperabile Salvi ci costringe a due brevi considerazioni su questo quarto paradosso, una tecnica e l'altra politica. Quella tecnica è che l'unione delle forze a cui fa riferimento c'è già stata nel 2008 con l'Arcobaleno: i bookmakers del Manifesto dopo la solita manifestazione autunnale la quotavano sopra il 10%, gli elettori gli assegnarono poco più del 3. Quella politica è che se tale processo unitario dovesse concretizzarsi, esso avverrebbe necessariamente sotto la cupola vendoliana, concludendo a tarallucci e vino anni di scontri al calor bianco. Dubitiamo che anche in questo caso il 5% verrebbe superato. Ma se per caso avvenisse, sarebbe comunque la fine dei due partiti nominalmente comunisti, a quel punto affogati nel mare magnum della retorica del Berlusconi di sinistra.
Non abbiamo sottolineato tutti questi paradossi per evidenziare la pochezza degli attuali gruppi dirigenti della Fds. Lo abbiamo fatto per sottolineare che la più spregiudicata delle tattiche può avere successo solo a condizione che si basi su un'analisi concreta della realtà, dei rapporti di forza e delle diverse variabili in gioco.
Qui non vediamo alcuna tattica particolarmente arguta, ma solo le mosse disperate di chi vorrebbe aggrapparsi alla ciambella di salvataggio rappresentata da qualche seggio parlamentare. Non vedendo, al di fuori di questo risultato, alcuna possibilità di azione politica.
Si salveranno? La risposta è no. Potranno magari riaffacciarsi in parlamento, nel caso di elezioni anticipate, ma per poi esserne ricacciati fuori al più presto.
Non è il solo Berlusconi a farsi leggi "ad personam". Il Pd ed i terzopolisti casiniani-rutelliani-finiani, se ne avranno la possibilità faranno altrettanto. Basti pensare alla legge regionale che si sono fatti in Toscana (una fotocopia del Porcellum), ed ancor di più a quella congegnata ad hoc per le europee del 2009. Adatteranno la legge ai loro interessi immediati, ma sempre accordandosi alle più generali esigenze sistemiche, che prevedono un parlamento normalizzato e blindato in cui anche la più inoffensiva delle falci e martello sarà rigorosamente bandita. Ed assegneranno d'ufficio la rappresentanza della "sinistra" a Vendola, per le stesse ragioni per cui fu appaltata a Fausto Pavone Bertinotti per 15 anni.
Perché cadere in una simile trappola? Perché legittimare l'ennesima porcata partecipandovi praticamente ad occhi chiusi? Domande retoriche alle quali i lettori attenti sapranno rispondere senza difficoltà. Da parte nostra ci limitiamo perciò alle brevi riflessioni svolte.
Riflessioni che ci dicono però una cosa: la tattica della Fds non è criticabile soltanto perché ripropone le scelte di un quindicennio di subalternità al centrosinistra, ma anche perché finirà per rendere irraggiungibile lo stesso scopo per cui è stata pensata, la sopravvivenza.
Naturalmente, per sopravvivenza qui va intesa la conservazione in vita di una forza politica, perché invece la mera esistenza di qualche naufrago nel teatrino politico-istituzionale verrà di certo garantita dal sistema. Gli fa gioco e non gli costa niente.
da "CampoAntimperialista" 3/9/2010
di Leonardo Mazzei
Primum vivere, questo e soltanto questo è il principio ispiratore delle attuali scelte della Federazione della sinistra (Fds). Un principio che ha come premessa la convinzione che non sia possibile esistere al di fuori delle istituzioni. Tutto viene perciò subordinato all'obiettivo del rientro in parlamento, dopo il naufragio dell'Arcobaleno dell'aprile 2008.
In questa sede non ci dilungheremo a polemizzare con questa impostazione opportunistica. Si commenta da sola e non è certo una novità.
Ci concentreremo invece su un'altra questione: può la tattica della Fds avere successo? Detto in altri termini, si salveranno?
In verità la linea ferreriana appare non tanto spregiudicata, quanto piuttosto disperata se non addirittura suicida. Come noto, Prc e Fds hanno già detto di sì alla proposta di Bersani nella quale ritengono - non a torto - di potersi inserire in nome della Santa Alleanza antiberlusconiana, ma senza assumersi responsabilità di governo. Il risultato concreto di questo slalom sarebbe appunto l'elezione di una pattuglietta di parlamentari.
Questa linea ha certamente una sua logica, ma incontra sulla sua strada una serie impressionante di paradossi.
Il primo di questi paradossi è che il disegno dei sinistrofederati potrà realizzarsi solo ed esclusivamente con il vituperato Porcellum. La cosa non ci scandalizza per niente, ma non deve sfuggire l'ipocrita silenzio che attornia questo semplice fatto. Ferrero, Salvi e Diliberto debbono tenersi ben stretta la creatura di Calderoli. Il Porcellum assegna seggi (per giunta in misura proporzionale) purché si raggiunga il 2% dei voti, a condizione che si faccia parte di una coalizione che ottenga almeno il 10%. I due sistemi di cui si parla come possibili sostituti dell'attuale legge - il cosiddetto Mattarellum (cioè la legge che è stata in vigore dal 1994 al 2005), ed il "sistema tedesco" - prevedono soglie di sbarramento rispettivamente del 4 e del 5%.
Nel 2008 l'Arcobaleno ottenne il 3,1% dei voti, mentre nelle regionali della scorsa primavera la Fds si è fermata al 2,7%. Anche lasciando da parte gli ultimi sondaggi, che prevedono un ulteriore e consistente calo, che speranze avrebbero costoro se il Porcellum dovesse essere sostituito da una nuova legge?
Questo primo paradosso non è però niente rispetto al secondo. Dopo aver detto per anni "sistema tedesco", senza mai riflettere sul fatto che tale sistema nacque in Germania proprio per escludere i comunisti dal parlamento, Ferrero e Salvi continuano a ripetere questa litania anche oggi.
Ma, c'è un ma grande come una casa: se fino a due anni fa quel sistema sembrava poter tutelare una forza come il Prc, attestata stabilmente sopra il 5%, che senso ha oggi insistere su una proposta in tutta evidenza suicida? Misteri di un ceto politico allo sbando.
In un'intervista al Manifesto del 29 agosto, Ferrero ha detto che: «per cacciare Berlusconi, fare la nuova legge proporzionale e uscire dal bipolarismo sono pronto ad allearmi con il diavolo». Già, ma il diavolo che ne pensa? L'intervistatore fa infatti notare al segretario del Prc che il Pd sembra orientato per un ritorno al Mattarellum. Illuminante la sua risposta: «Noi siamo per il proporzionale secco. Altri, come noi, preferiscono il modello tedesco, penso a D'Alema, a Rutelli, a Casini. Vuol dire che ne parleremo». Ne parleranno, ma senza pregiudiziali, ci mancherebbe!, che Ferrero vede comunque l'affermarsi di una tendenza proporzionalista: «Da questo punto di vista il Mattarellum è un passo avanti. Poi il grado di compromesso finale si vedrà. Ma si va nella direzione giusta».
Ma davvero qualcuno pensa che la discussione sulla nuova legge elettorale si muoverà lungo un binario che ha come capolinea la riaffermazione di principi proporzionalisti?
Siccome non possiamo credere a tanta ingenuità, è chiaro che il ragionamento ferreriano è un altro: intanto andiamo al voto con lo sbarramento al 2%, che la Santa Alleanza ci torna proprio a fagiolo, poi dopo vedremo. Già, vedranno. Ma qui i casi potranno essere soltanto due: o la Fds non sarà determinante per la formazione del governo, ed allora meglio non farsi illusioni sul potere contrattuale a disposizione; od invece sarà determinante ed in quel caso dovrà condividere le scelte di governo con Casini, Montezemolo e, perché no, lo stesso Fini. Come si vede, la "gran furbata" dei sinistrofederati tanto geniale non sembra proprio. Tanto più che basterebbe ricordare il 1996. Anche allora l'idea che stava dietro alla "desistenza" era che alla fine i parlamentari del Prc non sarebbero stati determinanti. Il voto invece li volle tali e ne scaturì il sostegno ai sacrifici per Maastricht e quello al pacchetto Treu
Come si vede, a partire dal 1994, i nodi sono sempre gli stessi. Ed averli affrontati e risolti sempre nella stessa direzione - anche se, fino ad un certo punto, con una buona dose di fantasia - ha portato alla sostanziale scomparsa dei comunisti non dal parlamento ma dal panorama italiano.
E la legge che ha segnato veramente il passaggio alla Seconda repubblica è proprio quel Mattarellum che oggi Ferrero vede comunque come un passo avanti. E' questo un terzo paradosso su cui occorre riflettere.
E' stato il Mattarellum ad introdurre il sistema maggioritario, a rafforzare potentemente i processi di personalizzazione della politica, a sviluppare oltremodo il lobbysmo trasversalista di impronta americana. Non è un caso che dai centri del potere economico venga oggi una forte spinta per la sua riproposizione. E non sfuggirà a nessuno la sua natura bipolare.
Insomma, l'attuale degrado della politica - che, beninteso, ha a monte altre cause generali e non solo di tipo nazionale - è figlio in primo luogo del Mattarellum assai più che del Porcellum.
Cesare Salvi, che in questo momento funge da portavoce della Fds, ha perlomeno denunciato (il Manifesto, 31 agosto) gli effetti nefasti della legge Mattarella, affermando la necessità di ritornare ad un sistema proporzionale. Ma quale sistema proporzionale? Ovviamente quello tedesco, adottato in tutti i suoi aspetti, inclusa la fatidica soglia del 5%. Salvi parla apertamente di quali sarebbero le conseguenze: «Sulla base dei dati delle elezioni più recenti (parlamento europeo e regionali) entrerebbero in parlamento i 5 partiti di adesso nonché la sinistra, se unisse le sue forze».
L'insuperabile Salvi ci costringe a due brevi considerazioni su questo quarto paradosso, una tecnica e l'altra politica. Quella tecnica è che l'unione delle forze a cui fa riferimento c'è già stata nel 2008 con l'Arcobaleno: i bookmakers del Manifesto dopo la solita manifestazione autunnale la quotavano sopra il 10%, gli elettori gli assegnarono poco più del 3. Quella politica è che se tale processo unitario dovesse concretizzarsi, esso avverrebbe necessariamente sotto la cupola vendoliana, concludendo a tarallucci e vino anni di scontri al calor bianco. Dubitiamo che anche in questo caso il 5% verrebbe superato. Ma se per caso avvenisse, sarebbe comunque la fine dei due partiti nominalmente comunisti, a quel punto affogati nel mare magnum della retorica del Berlusconi di sinistra.
Non abbiamo sottolineato tutti questi paradossi per evidenziare la pochezza degli attuali gruppi dirigenti della Fds. Lo abbiamo fatto per sottolineare che la più spregiudicata delle tattiche può avere successo solo a condizione che si basi su un'analisi concreta della realtà, dei rapporti di forza e delle diverse variabili in gioco.
Qui non vediamo alcuna tattica particolarmente arguta, ma solo le mosse disperate di chi vorrebbe aggrapparsi alla ciambella di salvataggio rappresentata da qualche seggio parlamentare. Non vedendo, al di fuori di questo risultato, alcuna possibilità di azione politica.
Si salveranno? La risposta è no. Potranno magari riaffacciarsi in parlamento, nel caso di elezioni anticipate, ma per poi esserne ricacciati fuori al più presto.
Non è il solo Berlusconi a farsi leggi "ad personam". Il Pd ed i terzopolisti casiniani-rutelliani-finiani, se ne avranno la possibilità faranno altrettanto. Basti pensare alla legge regionale che si sono fatti in Toscana (una fotocopia del Porcellum), ed ancor di più a quella congegnata ad hoc per le europee del 2009. Adatteranno la legge ai loro interessi immediati, ma sempre accordandosi alle più generali esigenze sistemiche, che prevedono un parlamento normalizzato e blindato in cui anche la più inoffensiva delle falci e martello sarà rigorosamente bandita. Ed assegneranno d'ufficio la rappresentanza della "sinistra" a Vendola, per le stesse ragioni per cui fu appaltata a Fausto Pavone Bertinotti per 15 anni.
Perché cadere in una simile trappola? Perché legittimare l'ennesima porcata partecipandovi praticamente ad occhi chiusi? Domande retoriche alle quali i lettori attenti sapranno rispondere senza difficoltà. Da parte nostra ci limitiamo perciò alle brevi riflessioni svolte.
Riflessioni che ci dicono però una cosa: la tattica della Fds non è criticabile soltanto perché ripropone le scelte di un quindicennio di subalternità al centrosinistra, ma anche perché finirà per rendere irraggiungibile lo stesso scopo per cui è stata pensata, la sopravvivenza.
Naturalmente, per sopravvivenza qui va intesa la conservazione in vita di una forza politica, perché invece la mera esistenza di qualche naufrago nel teatrino politico-istituzionale verrà di certo garantita dal sistema. Gli fa gioco e non gli costa niente.
da "CampoAntimperialista" 3/9/2010
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Mazzei Leonardo,
RIFONDAZIONE COMUNISTA
mercoledì 8 settembre 2010
La contro-riforma postmoderna del sistema scolastico italiano
di Michele Nobile
Pubblichiamo questo interessante studio di Michele Nobile scritto nel 2005 sulla situazione scolastica italiana e non possiamo che concordare con l'autore che
"il testo è ovviamente datato, ma le linee fondamentali della politica della (d)istruzione pubblica non sono cambiate".
E' un testo quello di Nobile purtroppo più che mai attuale.
Infatti anche quest’anno, sui lavoratori della scuola ed in particolare sui precari, si abbattono con violenza i tagli della “riforma” Gelmini/Tremonti.
E ovviamente questi tagli colpiscono anche gli studenti e le loro famiglie.
Sono stati cancellati altri 25.600 posti di docenti e 15.000 di personale Ata, che sono da aggiungere ai 42.100 docenti e 15.000 Ata già eliminati lo scorso anno.Quest’anno i tagli avranno una maggiore incidenza nella scuola secondaria di secondo grado, dove spariranno 13.700 posti di lavoro, mentre 8.700 ne perderà la scuola primaria.
Ci troviamo di fronte al più grande licenziamento di massa nella storia della Repubblica.
1. Poco più di trent’anni fa Marzio Barbagli impostò l’analisi del rapporto tra sistema scolastico e disoccupazione intellettuale assumendo le caratteristiche della struttura interna del primo come il meccanismo più importante ai fini della selezione, orientamento e contenimento della domanda di istruzione (1).
La riforma Gentile del 1923 comportò, relativamente al sistema Casati, sia una chiusura del sistema scolastico italiano, prevedendo scuole vicolo-cieco, sia una sua maggior professionalizzazione mediante il restringimento degli accessi universitari agli studenti degli istituti tecnici. Nello stesso tempo le università vennero divise in tre categorie, di cui una sola interamente finanziata dallo Stato, essendo il finanziamento delle altre in tutto o in parte a carico degli enti locali e dei privati.
In epoca repubblicana i cambiamenti più importanti a livello secondario furono, come noto, l’istituzione della scuola media unica nel 1962 e la liberalizzazione degli accessi universitari nel 1969, che diedero vita al sistema scolastico più aperto e meno professionalizzato della storia italiana. Dietro quei cambiamenti istituzionali erano lo spostamento dei rapporti di forza tra le classi sociali, evidente nelle mobilitazioni operaie ed antifasciste tra la fine degli anni cinquanta ed i primissimi sessanta, e l’esplosione studentesca ed operaia del 1968-1969. Con il “biennio rosso”, in particolare, sia le funzioni di selezione (rispetto al sistema economico) che di socializzazione (rispetto all’integrazione politica ed ideologica) entrarono in crisi.
Applicando lo schema interpretativo di Barbagli alle riforme della scuola proposte tanto dal centro-destra che dal centro-sinistra non si può non concludere che esse stanno al sistema scolastico emerso dagli anni sessanta come l’operazione di Gentile rispetto a quella di Casati: si muovono cioè nel senso di una maggiore professionalizzazione del sistema. E non può neanche sfuggire il fatto che la riforma del sistema dell’istruzione e della formazione cada in Italia in un contesto di persistenti ed alti livelli di disoccupazione e di lotte sociali puramente difensive quando non disperate. A grandi linee, l’impressione di déjà vu è forte. Se questo è vero si tratta in effetti di una contro-riforma che, come quella di Gentile, ha avuto una lunga gestazione e un consenso “trasversale”.
Si consideri quanto scrive Giovanni Genovesi, ordinario di Pedagogia generale nell’Università di Ferrara, appassionato difensore della scuola pubblica: “la riforma di Berlinguer non solo era lacunosa, ma tale che alcune di queste lacune hanno preparato la strada alle giustificazioni dell’operato del governo di centro-destra”. si tratta in particolare del “doppio canale circa la formazione professionale” e della equiparazione tra scuole pubbliche e scuole private. Genovesi poi aggiunge:
“il centro-sinistra può benissimo sbagliare e ha sbagliato. Ma lo ha fatto nello sforzo di realizzare un’idea di scuola. Il governo di centro-destra, invece, non ha nessuna idea di scuola. Proprio per questo non potrà mai realizzare una riforma di ciò che non sa e di cui non si preoccupa di sapere cosa sia” (2).
Implicita l’analogia con il fascismo che “non ha una sua scuola, perché non ha un’idea di scuola. La prende in prestito da Gentile, ma non sa sfruttarla al meglio per i suoi fini perché, sostanzialmente, non la capisce” (3).
Nelle questioni della formazione professionale e della parità scolastica si possono dunque riconoscere evidenti tratti di continuità tra centro-sinistra e centro-destra: e si tratta di questioni fondamentali. Ma c’è di più. Le differenze negli ordinamenti, che pure sono importanti, i pasticci nell’implementazione e nel raccordo delle competenze tra Stato e Regioni, le sparate rozzamente ideologiche, non significano che la politica scolastica del centro-destra si caratterizzi per l’assenza una idea dell’istruzione e della formazione. Il punto è che centro-destra e centro-sinistra hanno la stessa idea fondamentale dell’istruzione e che il ministro Moratti non ha fatto altro che spingere alle estreme conseguenze una logica già operante nelle iniziative del ministro Berlinguer negli anni 1996-2000. Che la riforma della scuola possa essere in definitiva varata dal magnate dei mass media e da un ministro che viene da quel mondo è, per così dire, la giusta nemesi. Poste le premesse da Berlinguer “la scuola è pronta su un piatto d’argento perché il successore, Letizia Moratti, se la divori in un solo boccone in base a una cultura pseudo aziendalistica e pseudo cattolica - ma decisa, univoca ed efficacissima” (4).
La continuità nell’involuzione risulta tanto più forte quanto più se si considera la politica scolastica nel suo insieme, comprese le innovazioni introdotte nei contratti nazionali del comparto, ed in raccordo con la politica del lavoro (il “pacchetto Treu e la legge 30, ad esempio).
Nell’istruzione come in altri campi emergono due linee che, più che alternative sono caratterizzabili come complementari. Schematicamente, quella del centro-destra, che si potrebbe definire “tatcheriana-reaganiana”, idealmente postula come unica realtà gli individui (e le famiglie), assumendo che un mercato perfettamente concorrenziale conduca all’equilibrio. Ovviamente, a partire dalla posizione monopolistica dell’imprenditore Berlusconi, la realtà è tutt’altra; ed anche per questo l’ideologia del mercato deve essere combinata con la la “tradizione” cattolica.
Nell’altra linea, che si potrebbe dire “clintoniana”, l’azione statale non si identifica necessariamente con l’inefficienza e l’irrilevanza, a condizione che essa non solo si ridimensioni e si modelli, nelle procedure e negli strumenti, sul “mercato”, ma sia finalizzata a valorizzare quelli che, nell’economia globale, sono i fattori meno mobili. Tra questi, innanzitutto, il “capitale umano”. L’intera società “nazionale” è dunque concepita come una enorme azienda in concorrenza con altre nel “mercato globale”. Anche grazie al rapporto privilegiato con le maggiori organizzazioni sindacali il rapporto tra politiche pubbliche e “mercato” è più mediato, ma anche profondamente interiorizzato.
Entrambe le linee concepiscono la politica sociale, e quindi anche la riforma della scuola, come una funzione della competizione globale. Per fare un solo esempio, il prof. Bertagna ci insegna che “l’Italia è in crisi economica perché ha carenza qualitativa di ‘capitale umano’ ”, che il lavoro postfordista “deve essere sempre più ricco di conoscenze scientifiche, di cultura e di intelligenza del soggetto”, che si può “cercare di concepire e praticare il lavoro non come utilità, ma come compito; non come mezzo, ma come fine, che è poi dire realizzazione di sé” (5).
Se si mettono la parte la lirica idealizzazione del lavoro “postfordista” e la retorica personalistica, sia i riformatori di centro-sinistra che di centro-destra presuppongono che con l’avvento della “società della conoscenza” e della globalizzazione economica cada la distinzione tra istruzione (liceale) e formazione professionale in quanto “il sapere e il fare diventano due facce inscindibili della stessa medaglia”. Essi non solo hanno una concezione strettamente funzionalistica del rapporto tra sistema scolastico e mercato del lavoro; non solo trascurano le ragioni profonde del peggioramento delle tendenze economiche mondiali a partire dal 1973; non solo caricano l’istruzione e la formazione di un eccesso di responsabilità, coprendo così la deliberata rinuncia politica ad affrontare direttamente i problemi della disoccupazione, dell’ineguaglianza, dell’emarginazione sociale e della politica industriale. L’autentica novità del modo in cui è concepita la riforma della scuola oggi, a destra ed a “sinistra”, risiede nella volontà di modellare il funzionamento interno del sistema scolastico e lo stesso processo di insegnamento e apprendimento sulla base di criteri “economicistici” e di una mentalità aziendale. Come si vedrà, è in questo che risiede il carattere postmoderno della riforma.
Concretamente, e al di là delle polemiche da salotto televisivo, una convergenza di sostanza tra gli opposti schieramenti elettorali si può individuare nelle leggi di alcune Regioni dove il centro-sinistra è maggioranza e nell’idea che la riforma Moratti sia da emendare e “migliorare”, non da cancellare.
2. Si è detto prima che sia per il centro-sinistra che per il centro-destra la netta distinzione tra istruzione liceale e formazione professionale non sia più accettabile. A mio parere questo è il postulato da cui derivano come corollari tutti gli altri aspetti della trasformazione della struttura e delle finalità del sistema scolastico. Si tratta anche della questione politicamente fondamentale.
Secondo il marchese di Condorcet primo scopo dell’istruzione repubblicana, doveva essere "stabilire tra i
cittadini un’uguaglianza di fatto e rendere reale l’uguaglianza politica riconosciuta dalla legge”. Con quelle parole si affermava il diritto universalistico allo studio tra le condizioni del libero sviluppo dell’individualità, della democrazia, e del benessere sociale. Questo diritto ha dato luogo alle lotte per la sua istituzionalizzazione come obbligo scolastico e poi a quelle per la sua estensione ed effettiva realizzazione. Tra queste figura anche la lotta contro una struttura del sistema scolastico che riproduce distinzione e privilegi sociali e predetermina la futura posizione della posizione del singolo in una società divisa in classi sociali, quindi per la sua apertura e deprofessionalizzazione. Lotta, in altri termini, per un obiettivo di democrazia sociale.
Ma oggi, ci informa il Rapporto che prende il nome dal prof. Bertagna, esperto al servizio del Ministro Moratti, il concetto di obbligo scolastico “sembra essere giunto al termine della sua luminosa parabola”, addirittura “rischia di risultare più un handicap che una risorsa al pieno sviluppo dei diritti di cittadinanza” (6). Per fortuna è pronta l’alternativa: alla rigidità del diritto allo studio nella forma dell’obbligo scolastico si sostituisce l’innovativa flessibilità dell’obbligo formativo. In questo centro-destra e centro-sinistra sono, nella sostanza, perfettamente concordi: l’obbligo formativo può infatti essere assolto a) nel sistema di istruzione scolastica; b) nel sistema della formazione professionale di competenza regionale; c) nell’esercizio dell’apprendistato (7).
Su quale base si nega l’obbligo scolastico fino al diciottesimo anno d’età, sostituendolo con l’obbligo formativo? La tesi, hanno congiuntamente argomentato, i professori Bertagna e Maragliano, è che nella contemporanea “società della conoscenza” non si dia più “un assetto sociale dei saperi e delle tecniche sostanzialmente stabile” (8). Conseguentemente, sono ormai “inservibili le artificiose separazioni del passato tra sapere e lavoro, tra istruzione da una parte e istruzione-formazione professionale dall’altra” (9).
Sembra che i Professori non abbiano mai sentito parlare di una prima, seconda, e terza rivoluzione industriale e della crescente integrazione tra ricerca di base ed applicata (che non significa identità) già negli ultimi decenni del XIX secolo. D’altra parte, centro-destra e centro-sinistra mantengono il doppio canale istruzione-formazione professionale, che pure si vogliono improbabilmente integrati e di “pari dignità”. Si pensa forse che i crediti acquisiti giocando a soccer o nella pulizia degli uffici dove sono dislocati i computer possano risultare utili nell’apprendimento dell’inglese e dell’informatica.
3. Se il concetto di obbligo scolastico è obsoleto, ne consegue logicamente che obsoleto sia anche quello della natura pubblica e nazionale del sistema scolastico.
Nell’articolo da cui sono tratte alcune delle precedenti citazioni i professori Bertagna e Maragliano oppongono allo statalismo gerarchico e centralista di matrice napoleonica la nuova realtà della non coincidenza tra Repubblica e Stato: in base all’art. 1 della Legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001 la prima è infatti ora “costituita dai Comuni, dalle Province, da "le Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. La stessa legge attribuisce allo stato legislazione esclusiva per quanto riguarda “le norme generali sull’istruzione”, e alle Regioni legislazione esclusiva sulla formazione e istruzione professionale e capacità di legislazione concorrente in materia di istruzione. Abbastanza da creare confusione e conflitti di competenze, come dimostrato dalla richiesta da parte della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome (ad eccezione di Lombardia, Veneto e Molise) di ritirare lo schema di decreto legislativo sul secondo ciclo scolastico nel luglio 2005. Stante le pretese di “pari dignità” tra istruzione e formazione e l’integrazione tra “sapere” e “saper fare”, le “passerelle” ed il sistema dei crediti, si può prevedere una crescente invasività delle Regioni nel campo dell’istruzione mentre, nello stesso tempo, saranno gelose delle loro competenze esclusive sulla formazione professionale. La “privatizzazione” del sistema scolastico si può dire consegua, prima che dal paventato ingresso di sponsor privati e imprenditori nella gestione delle scuole, dall’introduzione di norme che non possono che spingere verso la sua frammentazione lungo assi confessionali e geografici. Ci si può chiedere che senso abbia il valore legale del titolo di studio.
Parificazione e regionalizzazione non sono solo meschine concessioni alle “forze” cattoliche o alla rude “razza padana”. Il disegno ha una sua laica e razionale coerenza bipartisan, consegue dalla introduzione dell’obbligo formativo e dal modellamento del funzionamento e delle finalità delle scuole sulle categorie del mercato e dell’utilità (economica). La fine del “centralismo napoleonico” è in effetti la fine della centralità della scuola come spazio che, nel suo interno operare, si sottrae all’influenza diretta delle forze squilibranti e polarizzanti del mercato (non del capitalismo come totalità sociale) anche perché unitario e nazionale.
Nella prospettiva della riforma le scuole diventeranno fornitrici di un servizio che nella sua peculiarità si definisce in termini di competenze utilizzabili nel lavoro e di orientamento individuale, fin dalla scuola dell’obbligo, al mercato del lavoro. In questa logica si intende anche il “portfolio delle competenze” che si profila essenzialmente come una combinazione “kafkiana” tra l’ennesima assurdità burocratica e la promozione pubblicitaria del figlio da parte dei genitori, con un’aspetto “foucaultiano” di individualizzazione disciplinante dell’allievo. La formazione propriamente culturale, non “spendibile” nel mercato del lavoro perché “astratta”, passa in secondo piano. Per cui, ad esempio, nel Liceo economico l’indirizzo economico-aziendale si baserà su competenze “orientate sui settori dei servizi, del credito, del turismo, delle produzioni agro-alimentari e della moda, rimessi alla libera scelta dello studente e in relazione al tessuto economico, sociale e produttivo del territorio” (Decreto legislativo 17 ottobre 2005, art. 6).
Il senso dell’ossessivo riferimento alla famiglia a mio parere si comprende non tanto considerandone l’ideologia e le funzioni tradizionali, ma la specifica posizione di cliente potenziale nel mercato delle “offerte formative” elaborate da ciascuna scuola.
Apparentemente, con la fine del “monopolio” pubblico e statale e con l’introduzione della concorrenza tra le scuole nel mercato dell’offerta formativa, istituito per volontà politica e con atto statale, quel che si celebra è la sovranità del consumatore-utente, da allettare con gadget di vario genere (“progetti” ed attività non culturali) e con l’individualizzazione, o frammentazione, dei percorsi formativi.
Ma se l’efficienza dell’impresa si misura con gli utili della stessa, è ovvio che l’impresa-scuola debba essere sottoposta a rigorosi vincoli di bilancio, idealmente ad un totale auto-finanziamento: e qui la virtù macroeconomica liberale della riduzione della spesa per l’istruzione pubblica (non dei sussidi alla scuola privata) e della privatizzazione dei servizi sociali si sposa con la virtuosità microeconomica delle imprese-scuola in concorrenza per la clientela-utenza.
In realtà a trionfare è la logica impersonale della mercificazione e la sostanza della stessa, ovvero l’ineguaglianza socio-economica e socio-culturale dei potenziali clienti-utenti, la gerarchia delle imprese-scuola e l’ineguale sviluppo dei rapporti sociali nel territorio.
Quanto più le scuole si conformeranno alla logica del mercato, tanto più nel sistema scolastico aumenterà il peso diretto delle ineguaglianze socio-economiche e socio-culturali e tanto meno esso riuscirà a neutralizzarle, sia per le diversità di risorse delle scuole, in considerazione anche dei diversi livelli di sviluppo del territorio, sia per lo scadimento della qualità dell’insegnamento.
Ma, come ha scritto l’ex ministro Berlinguer: “La società ha sempre più bisogno di capacità di iniziativa. Diventa quindi essenziale l’educazione all’autoimprenditività e alla capacità di autopromuoversi” (10).
Che le scuole debbano farsi impresa non è quindi un segreto da svelare ma è una realtà attivamente promossa e l’orizzonte culturale di quel che è stata definita “autonomia scolastica”. Questa si concretizza nel cosiddetto Piano dell’offerta formativa, nella ridefinizione della figura del Preside, ora dirigente-managers, nella creazione di figure-obiettivo o strumentali al suddetto POF, nel proliferare di termini e procedure aziendalistiche ma del tutto estranee alla logica di una comunità pedagogica ed alla formazione di soggetti in possesso degli strumenti concettuali che consentano di porre una distanza critica tra se stessi e il mondo e di interrogarsi sul proprio vissuto costituendosi in individualità autonome e attive nella società.
4. Le imprese, così insegna la teoria, si differenziano dal mercato per essere organizzazioni gerarchiche in cui il comando sostituisce la contrattazione. Per le scuole-imprese ciò comporta diverse conseguenze.
Innanzitutto, che quella situazione di quasi democraticità nel funzionamento delle scuole, istituzionalizzata negli organi collegiali (consigli di classe, collegio docenti, consiglio d’istituto), eccezionale nella Pubblica Amministrazione e non a caso istituiti nel 1974 sull’onda lunga del “1968”, risulta non funzionale (11).
Con tutti i loro difetti, in gran parte conseguenza e non causa dei livelli reali di partecipazione attiva e di proposta politica, specialmente i consigli di classe e il collegio docenti sono stati e possono essere sedi di discussione reale, di conflitto e di cooperazione, spazi entro cui costruire un dialogo pedagogico ed una comunità di lavoro effettivamente autonoma.
Non è dunque un caso che nel 2004 sia scaturito dalla VII Commissione permanente della Camera dei deputati un testo che ridisegna il “governo delle istituzioni scolastiche” in modo così spudoratamente aziendalistico ed autoritario da guadagnarsi una valutazione sostanzialmente negativa anche da parte del Consiglio nazionale della pubblica istruzione (Nella pronuncia del 21 dicembre 2004). Il punto cruciale è la concentrazione dei poteri di indirizzo oltre che di gestione, di convocazione degli organi e di definizione dell’ordine del giorno, nelle mani del preside-manager, a danno della sovranità del collegio docenti in materia di scelte didattiche.
Nella logica della scuola-azienda l’ideale sarebbe un autentico consiglio d’amministrazione con maggioranza predeterminata dai finanziatori e dai cosiddetti esperti (quegli “operatori estemporanei”, così li definisce opportunamente il Cnpi, che, nel testo prima citato, figurano quali membri del collegio docenti, mentre è esclusa la rappresentanza del personale ATA).
Ma non è però necessario giungere a tanto. Innanzitutto perché i contratti nazionali della scuola hanno incentivato la formazione di figure burocratiche premiando le attività non di insegnamento e delineando una “carriera” distinta dallo stesso e legata ad attività gestionali ed “educative” di vario genere. Parallelamente, le disposizioni ministeriali hanno portato a sostituire il confronto reale sui bisogni degli allievi e sull’insegnamento delle discipline con l’adattamento alle normative della nuova didattica. Il risultato è la perdita di senso del lavoro, il proliferare del burocratismo e del carrierismo, la limitazione della libertà d’insegnamento. Quindi, come è normale, il modello aziendale produce una “catena di comando” burocratica e modalità di organizzazione del lavoro che possono più agevolmente controllare il personale. Il “comico” della faccenda è che questo va a danno del servizio che dovrebbe costituire la “ragione sociale” della scuola: sicché i clienti-utenti saranno sempre più esposti alla truffa.
5. Del funzionalismo dei riformatori si è già detto. Tra chi si oppone alla riforma è diffusa l'idea che essa sia economicamente funzionale sia perché la “rivoluzione informatica” consente di modellizzare anche il lavoro mentale scomponendolo in moduli ed in prestazioni quantitativamente misurabili, permettendo così la divisione e precarizzazione (anche) del lavoro intellettuale; sia perché, essendo la conoscenza incorporata nel macchinario, più che lavoratori la scuola deve formare consumatori e mediatori tra produzione e consumo che sappiano come usare, e vendere, i nuovi prodotti. Le due linee non sono alternative, e contengono, a mio parere, un nocciolo di verità. Il loro rischio è che l’enfasi unilaterale su determinate forme e tipologie di lavoro o sul “tempo di consumo” portino a svalutare la complessità e la contraddittorietà della riproduzione del capitalismo come totalità sociale e della dinamica dell’accumulazione e della competizione, e che l’enfasi sulla “conoscenza” e la “comunicazione” portino alla “smaterializzazione” del rapporto di produzione. Inoltre, come il lavoro manuale anche il lavoro intellettuale è sottoposto a processi di dequalificazione ma anche di riqualificazione. Il problema fondamentale è la riproduzione del comando sul lavoro salariato, manuale ed intellettuale, più o meno qualificato.
Anche in presenza di politiche che vogliono essere economicamente funzionali, il funzionalismo non è convincente. Come è noto l’Italia è entrata nell’epoca della televisione saltando quella della vera e propria scolarità di massa. Quando si parla di “scuola di massa” è ben non dimenticare che la soglia del 50% del tasso di scolarità nella fascia d’età fra i 15 ed i 19 anni venne superata in Italia solo alla fine degli anni settanta. Eppure, fin dai primi decenni post-unitari, i tassi di disoccupazione intellettuale sono stati relativamente alti.
Il paradosso della simultanea presenza di un alto livello di disoccupazione intellettuale e di un forte ritardo nel livello e nella qualità della scolarizzazione rimanda a caratteristiche strutturali del capitalismo italiano: il suo essere un late comer, il dualismo territoriale tra triangolo industriale e Mezzogiorno, il dualismo nelle dimensioni dell’impresa, la specializzazione produttiva e la posizione nella divisione internazionale del lavoro. Relativamente a quella di altri paesi industrializzati e a capitalismo avanzato l’economia italiana nel suo complesso non si è mai caratterizzata per essere all’avanguardia dell’innovazione tecnologica. Dal punto di vista merceologico il tanto vantato made in Italy ci colloca, in effetti, in una posizione intermedia tra le grandi potenze industriali e i paesi di più recente industrializzazione come la Corea del Sud. Le recenti reazioni alle importazioni dalla Repubblica Popolare cinese ne sono la conferma; così come la crisi della grande industria, FIAT in testa, e la snazionalizzazione della stessa.
Si può dire che la riforma della scuola tratti, in primo luogo, un problema secolare del capitalismo italiano, declinandolo nei termini nuovi della cosiddetta “società della conoscenza” e professionalizzando il sistema scolastico abbassandone, contemporaneamente, la qualità. Se si tiene conto di questo si eviterà di scivolare verso interpretazioni tendenti a enfatizzare l’emergere di una nuova qualità dei rapporti di produzione, ad esempio del tipo detto post-fordistico, magari valutati negativamente, ma assunti come quadro stabile di un nuovo regime di accumulazione del capitale e di una nuova qualità postmoderna, immateriale, cognitiva del lavoro nel quadro dell’economia globale deterritorializzata, ridotta a meri flussi sul modello della mobilità dei capitali speculativi e del “nomadismo” economico e sociale generalizzato. Troppo spesso si enfatizza la discontinuità e si estrapola costruendo un tipo che, più che ideale, appare come immaginario. Occorre invece sottolineare che nella (relativa) novità della ristrutturazione persistono e si aggravano questioni sociali ed economiche che hanno una lunga storia, espressione di caratteristiche strutturali di “lunga durata” della società italiana. E di un particolare capitalismo che nel quadro della competizione mondiale appare destinato al declino ed a una posizione del tutto subordinata.
Dal punto di vista dell’economia italiana la politica scolastica, come quella del lavoro (e altre), risulta funzionale solo nel senso che aderisce alle caratteristiche di lungo periodo del capitalismo nazionale, caratterizzato dai noti dualismi appena ricordati e dal primato del contenimento del costo del lavoro piuttosto che da una autonoma capacità nell’innovazione di processo. Col risultato che se ne riproducono le tare, piuttosto che superarle, con effetti sull’occupazione e la formazione di “capitale umano” potenzialmente catastrofici in quanto l’economia italiana si trova esposta alla concorrenza dei paesi a bassi salari nei prodotti ad alta intensità di lavoro, e dei paesi a capitalismo avanzato nell’innovazione di processo e di prodotto.
6. Più che strettamente funzionali dal punto di vista economico (nonostante le intenzioni), le linee della riforma della scuola sono omologhe alla cultura secreta dal capitalismo contemporaneo. Si tratta di una riforma che, nella sua “filosofia” è veramente postmoderna, se per postmoderno si intende la “logica culturale del tardo capitalismo”12. E’ quindi sotto il profilo culturale che la riforma segna una discontinuità che può dirsi a ragione “epocale”.
La cultura è da tempo una merce, ma un “oggetto” culturale che non è stato concepito per essere merce conserva oggettivamente un valore d’uso che può comunicare qualcosa oltre e perfino contro il valore di scambio di cui pure è portatore. Ma la mercificazione del processo di produzione degli oggetti culturali o, come nel caso dell’insegnamento, della loro trasmissione, non può che modificare il loro stesso valore d’uso a tutto vantaggio del valore di scambio. E’ il processo come tale che può diventare un messaggio culturale: e siamo alla “società dello spettacolo” e al mercato come spettacolo (13).
Lo svuotamento di significato del valore d’uso dell’oggetto culturale significa anche obsolescenza di quella che i filosofi francofortesi chiamavano ragione oggettiva, a cui subentra una ragione sempre più strumentale, manipolatoria, soggettivistica e formalistica. La cultura postmoderna reale (non quella dei filosofi bene intenzionati) del tardo capitalismo è essenzialmente questo, ed è da tempo percepibile nelle caratteristiche cognitive e comportamentali degli studenti che in questa cultura sono nati e cresciuti permeandone la psiche fin dall’età prescolare. Se c’è qualcosa che si avvicina al “totalitarismo” è questo; e non per niente c’è chi parla di “mutazione culturale”. Le linee fondamentali delle leggi di riforma della scuola di questi anni non fanno altro che sancire e approfondire dall’alto una “rivoluzione”, da tempo strisciante, nel modo concreto di “fare scuola”, passivamente subita dalla maggior parte degli insegnanti, contrastata o sabotata da altri, perseguita in buona fede o per smania di protagonismo o ambizioni di carriera da altri ancora.
Il formalismo didattico ha già contribuito, nell’ultimo quarto di secolo, a minare dall’interno delle istituzioni scolastiche, il confronto con il significato e le contraddizioni di quella cultura. Gli insegnanti hanno resistito, nei limiti del possibile, mentre la burocrazia ministeriale, sindacale e pedagogica faceva del suo meglio per demotivarli ed asfissiarli, per convincerli che il buon insegnante non è colui che sa rapportarsi agli studenti in quanto mediatore di un oggetto di studio ma quello che sa far valere capacità e competenze “altre”, che sa esibirsi in performances organizzative, pubblicitarie ed “educative” (14).
L’imperialismo disciplinare della pedagogia e la volontà di potenza dei pedagogisti ha spinto, nella progettazione dell’insegnamento, a privilegiare il momento della verifica, per giunta intesa, nella presunzione di una maggiore “oggettività”, alla misurazione di tipo quantitativo dell’apprendimento. La conseguenza inevitabile è la svalutazione delle capacità qualitative, più complesse e non quantificabili: interpretative, di elaborazione personale, di connessione logica, di valutazione. In sintesi si tratta della deconcettualizzazione del sapere (15).
A crollare è ora, nonostante la generalizzazione del termine, l’idea secolare di Liceo in quanto distinto dalla mera preparazione professionale, dall’addestramento al lavoro. Questo definitivo cedimento al “mercato” non può portare che ad un ulteriore scadimento qualitativo dell’insegnamento e dell’apprendimento e non può non riflettersi anche sulla formazione dei nuovi insegnanti e sull’insegnamento universitario, a sua volta “liceizzato”.
E’ per questo che chi ha un concetto moderno, relativistico ma non nichilistico, della cultura e dell’istruzione non può fare a meno di ribellarsi all’ipocrisia della student-centered education in cui “si richiede non tanto la trasmissione di saperi solidi e resistenti, quanto la soddisfazione e il dolce benessere dei giovani” (16).
D'altra parte la logica culturale del postmodernismo non implica né una mutazione radicale del capitalismo, né una vera emancipazione dal modernismo stesso e dalle sue contraddizioni. Ne è una prova il feticismo tecnologico e informatico, il magico valore attribuito ai “nuovi e nuovissimi strumenti di comunicazione” onnipresente, come al solito a destra e a “sinistra”. E’ meritevole di divenire un classico (di cosa, esattamente, si lascia alla discrezione del lettore) la tesi del prof. Maragliano secondo cui “il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica di questo secolo”, in opposizione alla “cultura astratta” (17).
Questa esaltazione per la velocità, la simultaneità e la superficialità, questo appiattirsi sul dato materiale (e sociale) nel momento presente, pedagogicamente e politicamente nichilista, sarebbe forse piaciuta a Marinetti. Ma i futuristi, nella loro ribellione antipassatista e anti-borghese avevano il pregio della coerenza. Potevano, senza ipocrisie buoniste sulla “persona”, non solo sostenere la morte dell’Io e del sentimentalismo intellettuale ed amoroso, ma anche che, in quanto “secrezione cerebrale esattamente misurabile”, il pensiero si potesse pesare e vendere “come una merce qualunque” (18).
Mi sembra difficile negare che, dal punto di vista del diritto allo studio in quanto diritto universalistico, l’obbligo debba non solo essere esteso fino alla maggiore età, ma anche che debba essere scolastico in senso proprio. Il che implica un sistema scolastico realmente unitario, la negazione di ogni dualismo o doppio canale o alternanza scuola-lavoro, e la sua deprofessionalizzazione. Il che, per essere realizzato, a sua volta richiede un’insieme di politiche sociali ed economiche che non rientrano nelle prospettive del ceto politico: la gratuità degli studi, ad esempio, finanziati con una tassazione fortemente progressiva, o il riorientamento della politica economica dalla lotta all’inflazione alla riduzione della disoccupazione. E si tratta di porsi non formalisticamente, non con vuote parolette e classificazioni, l’enorme problema di far condividere a tutti i giovani la migliore formazione umanistica e scientifica di base senza compromettere l’eccellenza. Utopistico? Lo era anche il suffragio universale nei sistemi liberali e maschilisti; e certamente non è più utopistico della pretesa “pari dignità” tra istruzione liceale e apprendistato in una società di classe.
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Note
(1) Marzio Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia (1859-1973), Bologna, il Mulino, 1974.
(2) Giovanni Genovesi, Storia della scuola in Italia dal Settecento a oggi, Laterza, Roma-Bari, nuova ed. accresciuta e aggiornata 2004, p.227.
(3) Ibidem, p. 127.
(4) Giorgio Bertone, Sulle riforme e sui riformatori, in Tre più due uguale zero. La riforma dell’Università da Berlinguer alla Moratti, a cura di Gian Luigi Beccaria, Garzanti, Milano, 2004, p. 90.
(5) Giuseppe Bertagna, Formazione e istruzione: una circolarità da riscoprire, sul sito della AND.
(6) Rapporto finale del Gruppo Ristretto di Lavoro costituito con D.m. 18 luglio 2001, n. 672, p. 30. O Rapporto Bertagna.
(7) Cfr. la L. 17 maggio 1999, n. 144, art. 68 e i Regolamenti attuativi del 9 agosto 1999 e del 7 luglio 2000).
(8) Giuseppe Bertagna e Roberto Maragliano, Dal metodo napoleonico al sistema delle autonomie, in “Corriere della Sera”, 16 dicembre 2002.
(9) Rapporto Bertagna, p. 13.
(10) Luigi Berlinguer, La scuola nuova, Laterza, Roma-Bari, 2001, con prefazione di Tullio De Mauro, p. 37.
(11) In effetti gli organi collegiali della scuola non furono “conquiste” del movimento degli studenti, nella sua fase ascendente, che era semmai orientato alla “democrazia diretta”, ma una modalità di canalizzazione e neutralizzazione in ambito istituzionale della radicalizzazione giovanile, in un quadro di normative ispirate alle ideologie del pluralismo e della partecipazione, in versione catto-comunista italiana, enfatizzante il momento della collaborazione e dell’armonizzazione rispetto a quello della conflittualità.
(12) Cfr. Frederic Jameson, Postmodernism, or the cultural logic of late capitalism, London, Verso, 1984; trad. ital. Il postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo, Milano, Garzanti, 1989.
(13) Cfr. Guy Debord, La société du spectacle, Paris, Buchet/Chastel, 1967; trad. ital. La società dello spettacolo, Bolsena, Massari, 2002.
(14) Si vedano, oltre ai saggi nel volume citato a cura di Gian Luigi Beccaria: Giulio Ferroni, La scuola sospesa. Istruzione, cultura e illusioni della riforma, Torino, Einaudi, 1997; Luigi Russo, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola?, Milano, Feltrinelli, 1998; Polacco Fabrizio, La cultura a picco. Il nuovo e l’antico nella scuola, Venezia, Marsilio, 1998; Luperini Romano, Il professore come intellettuale. La riforma della scuola e l’insegnamento della letteratura, Milano e Lecce, EdC-Lupetti-Piero Nanni, 1998; Cesp-COBAS, Vecchi e nuovi saperi, Bolsena, Massari, 2001. Per chi scrive libro migliore sulle tendenze della scuola e il lavoro dell’insegnamento è quello di Massimo Bontempelli, L’agonìa della Scuola italiana, Pistoia, Edizioni CRT, 2000.
(15) Cfr. Luigi Russo, op. cit.
(16) Ferroni, op. cit., p. 91.
(17) Roberto Maragliano, intervista pubblicata su “l’Unità” del 5 febbraio 1997; si vedano anche Ferroni, op. cit., p. 98, e Russo, op. cit., p. 90.
(18) Bruno Corra e Emilio Settimelli, Pesi, misure e prezzi del genio artistico (1914), in Prosa e critica futurista, a cura di Mario Verdone, Feltrinelli, Milano, 1973.
PUBBLICATO NELLA RIVISTA «INCHIESTA» N. 150, OTTOBRE-DICEMBRE 2005.
di Michele Nobile
Pubblichiamo questo interessante studio di Michele Nobile scritto nel 2005 sulla situazione scolastica italiana e non possiamo che concordare con l'autore che
"il testo è ovviamente datato, ma le linee fondamentali della politica della (d)istruzione pubblica non sono cambiate".
E' un testo quello di Nobile purtroppo più che mai attuale.
Infatti anche quest’anno, sui lavoratori della scuola ed in particolare sui precari, si abbattono con violenza i tagli della “riforma” Gelmini/Tremonti.
E ovviamente questi tagli colpiscono anche gli studenti e le loro famiglie.
Sono stati cancellati altri 25.600 posti di docenti e 15.000 di personale Ata, che sono da aggiungere ai 42.100 docenti e 15.000 Ata già eliminati lo scorso anno.Quest’anno i tagli avranno una maggiore incidenza nella scuola secondaria di secondo grado, dove spariranno 13.700 posti di lavoro, mentre 8.700 ne perderà la scuola primaria.
Ci troviamo di fronte al più grande licenziamento di massa nella storia della Repubblica.
1. Poco più di trent’anni fa Marzio Barbagli impostò l’analisi del rapporto tra sistema scolastico e disoccupazione intellettuale assumendo le caratteristiche della struttura interna del primo come il meccanismo più importante ai fini della selezione, orientamento e contenimento della domanda di istruzione (1).
La riforma Gentile del 1923 comportò, relativamente al sistema Casati, sia una chiusura del sistema scolastico italiano, prevedendo scuole vicolo-cieco, sia una sua maggior professionalizzazione mediante il restringimento degli accessi universitari agli studenti degli istituti tecnici. Nello stesso tempo le università vennero divise in tre categorie, di cui una sola interamente finanziata dallo Stato, essendo il finanziamento delle altre in tutto o in parte a carico degli enti locali e dei privati.
In epoca repubblicana i cambiamenti più importanti a livello secondario furono, come noto, l’istituzione della scuola media unica nel 1962 e la liberalizzazione degli accessi universitari nel 1969, che diedero vita al sistema scolastico più aperto e meno professionalizzato della storia italiana. Dietro quei cambiamenti istituzionali erano lo spostamento dei rapporti di forza tra le classi sociali, evidente nelle mobilitazioni operaie ed antifasciste tra la fine degli anni cinquanta ed i primissimi sessanta, e l’esplosione studentesca ed operaia del 1968-1969. Con il “biennio rosso”, in particolare, sia le funzioni di selezione (rispetto al sistema economico) che di socializzazione (rispetto all’integrazione politica ed ideologica) entrarono in crisi.
Applicando lo schema interpretativo di Barbagli alle riforme della scuola proposte tanto dal centro-destra che dal centro-sinistra non si può non concludere che esse stanno al sistema scolastico emerso dagli anni sessanta come l’operazione di Gentile rispetto a quella di Casati: si muovono cioè nel senso di una maggiore professionalizzazione del sistema. E non può neanche sfuggire il fatto che la riforma del sistema dell’istruzione e della formazione cada in Italia in un contesto di persistenti ed alti livelli di disoccupazione e di lotte sociali puramente difensive quando non disperate. A grandi linee, l’impressione di déjà vu è forte. Se questo è vero si tratta in effetti di una contro-riforma che, come quella di Gentile, ha avuto una lunga gestazione e un consenso “trasversale”.
Si consideri quanto scrive Giovanni Genovesi, ordinario di Pedagogia generale nell’Università di Ferrara, appassionato difensore della scuola pubblica: “la riforma di Berlinguer non solo era lacunosa, ma tale che alcune di queste lacune hanno preparato la strada alle giustificazioni dell’operato del governo di centro-destra”. si tratta in particolare del “doppio canale circa la formazione professionale” e della equiparazione tra scuole pubbliche e scuole private. Genovesi poi aggiunge:
“il centro-sinistra può benissimo sbagliare e ha sbagliato. Ma lo ha fatto nello sforzo di realizzare un’idea di scuola. Il governo di centro-destra, invece, non ha nessuna idea di scuola. Proprio per questo non potrà mai realizzare una riforma di ciò che non sa e di cui non si preoccupa di sapere cosa sia” (2).
Implicita l’analogia con il fascismo che “non ha una sua scuola, perché non ha un’idea di scuola. La prende in prestito da Gentile, ma non sa sfruttarla al meglio per i suoi fini perché, sostanzialmente, non la capisce” (3).
Nelle questioni della formazione professionale e della parità scolastica si possono dunque riconoscere evidenti tratti di continuità tra centro-sinistra e centro-destra: e si tratta di questioni fondamentali. Ma c’è di più. Le differenze negli ordinamenti, che pure sono importanti, i pasticci nell’implementazione e nel raccordo delle competenze tra Stato e Regioni, le sparate rozzamente ideologiche, non significano che la politica scolastica del centro-destra si caratterizzi per l’assenza una idea dell’istruzione e della formazione. Il punto è che centro-destra e centro-sinistra hanno la stessa idea fondamentale dell’istruzione e che il ministro Moratti non ha fatto altro che spingere alle estreme conseguenze una logica già operante nelle iniziative del ministro Berlinguer negli anni 1996-2000. Che la riforma della scuola possa essere in definitiva varata dal magnate dei mass media e da un ministro che viene da quel mondo è, per così dire, la giusta nemesi. Poste le premesse da Berlinguer “la scuola è pronta su un piatto d’argento perché il successore, Letizia Moratti, se la divori in un solo boccone in base a una cultura pseudo aziendalistica e pseudo cattolica - ma decisa, univoca ed efficacissima” (4).
La continuità nell’involuzione risulta tanto più forte quanto più se si considera la politica scolastica nel suo insieme, comprese le innovazioni introdotte nei contratti nazionali del comparto, ed in raccordo con la politica del lavoro (il “pacchetto Treu e la legge 30, ad esempio).
Nell’istruzione come in altri campi emergono due linee che, più che alternative sono caratterizzabili come complementari. Schematicamente, quella del centro-destra, che si potrebbe definire “tatcheriana-reaganiana”, idealmente postula come unica realtà gli individui (e le famiglie), assumendo che un mercato perfettamente concorrenziale conduca all’equilibrio. Ovviamente, a partire dalla posizione monopolistica dell’imprenditore Berlusconi, la realtà è tutt’altra; ed anche per questo l’ideologia del mercato deve essere combinata con la la “tradizione” cattolica.
Nell’altra linea, che si potrebbe dire “clintoniana”, l’azione statale non si identifica necessariamente con l’inefficienza e l’irrilevanza, a condizione che essa non solo si ridimensioni e si modelli, nelle procedure e negli strumenti, sul “mercato”, ma sia finalizzata a valorizzare quelli che, nell’economia globale, sono i fattori meno mobili. Tra questi, innanzitutto, il “capitale umano”. L’intera società “nazionale” è dunque concepita come una enorme azienda in concorrenza con altre nel “mercato globale”. Anche grazie al rapporto privilegiato con le maggiori organizzazioni sindacali il rapporto tra politiche pubbliche e “mercato” è più mediato, ma anche profondamente interiorizzato.
Entrambe le linee concepiscono la politica sociale, e quindi anche la riforma della scuola, come una funzione della competizione globale. Per fare un solo esempio, il prof. Bertagna ci insegna che “l’Italia è in crisi economica perché ha carenza qualitativa di ‘capitale umano’ ”, che il lavoro postfordista “deve essere sempre più ricco di conoscenze scientifiche, di cultura e di intelligenza del soggetto”, che si può “cercare di concepire e praticare il lavoro non come utilità, ma come compito; non come mezzo, ma come fine, che è poi dire realizzazione di sé” (5).
Se si mettono la parte la lirica idealizzazione del lavoro “postfordista” e la retorica personalistica, sia i riformatori di centro-sinistra che di centro-destra presuppongono che con l’avvento della “società della conoscenza” e della globalizzazione economica cada la distinzione tra istruzione (liceale) e formazione professionale in quanto “il sapere e il fare diventano due facce inscindibili della stessa medaglia”. Essi non solo hanno una concezione strettamente funzionalistica del rapporto tra sistema scolastico e mercato del lavoro; non solo trascurano le ragioni profonde del peggioramento delle tendenze economiche mondiali a partire dal 1973; non solo caricano l’istruzione e la formazione di un eccesso di responsabilità, coprendo così la deliberata rinuncia politica ad affrontare direttamente i problemi della disoccupazione, dell’ineguaglianza, dell’emarginazione sociale e della politica industriale. L’autentica novità del modo in cui è concepita la riforma della scuola oggi, a destra ed a “sinistra”, risiede nella volontà di modellare il funzionamento interno del sistema scolastico e lo stesso processo di insegnamento e apprendimento sulla base di criteri “economicistici” e di una mentalità aziendale. Come si vedrà, è in questo che risiede il carattere postmoderno della riforma.
Concretamente, e al di là delle polemiche da salotto televisivo, una convergenza di sostanza tra gli opposti schieramenti elettorali si può individuare nelle leggi di alcune Regioni dove il centro-sinistra è maggioranza e nell’idea che la riforma Moratti sia da emendare e “migliorare”, non da cancellare.
2. Si è detto prima che sia per il centro-sinistra che per il centro-destra la netta distinzione tra istruzione liceale e formazione professionale non sia più accettabile. A mio parere questo è il postulato da cui derivano come corollari tutti gli altri aspetti della trasformazione della struttura e delle finalità del sistema scolastico. Si tratta anche della questione politicamente fondamentale.
Secondo il marchese di Condorcet primo scopo dell’istruzione repubblicana, doveva essere "stabilire tra i
cittadini un’uguaglianza di fatto e rendere reale l’uguaglianza politica riconosciuta dalla legge”. Con quelle parole si affermava il diritto universalistico allo studio tra le condizioni del libero sviluppo dell’individualità, della democrazia, e del benessere sociale. Questo diritto ha dato luogo alle lotte per la sua istituzionalizzazione come obbligo scolastico e poi a quelle per la sua estensione ed effettiva realizzazione. Tra queste figura anche la lotta contro una struttura del sistema scolastico che riproduce distinzione e privilegi sociali e predetermina la futura posizione della posizione del singolo in una società divisa in classi sociali, quindi per la sua apertura e deprofessionalizzazione. Lotta, in altri termini, per un obiettivo di democrazia sociale.
Ma oggi, ci informa il Rapporto che prende il nome dal prof. Bertagna, esperto al servizio del Ministro Moratti, il concetto di obbligo scolastico “sembra essere giunto al termine della sua luminosa parabola”, addirittura “rischia di risultare più un handicap che una risorsa al pieno sviluppo dei diritti di cittadinanza” (6). Per fortuna è pronta l’alternativa: alla rigidità del diritto allo studio nella forma dell’obbligo scolastico si sostituisce l’innovativa flessibilità dell’obbligo formativo. In questo centro-destra e centro-sinistra sono, nella sostanza, perfettamente concordi: l’obbligo formativo può infatti essere assolto a) nel sistema di istruzione scolastica; b) nel sistema della formazione professionale di competenza regionale; c) nell’esercizio dell’apprendistato (7).
Su quale base si nega l’obbligo scolastico fino al diciottesimo anno d’età, sostituendolo con l’obbligo formativo? La tesi, hanno congiuntamente argomentato, i professori Bertagna e Maragliano, è che nella contemporanea “società della conoscenza” non si dia più “un assetto sociale dei saperi e delle tecniche sostanzialmente stabile” (8). Conseguentemente, sono ormai “inservibili le artificiose separazioni del passato tra sapere e lavoro, tra istruzione da una parte e istruzione-formazione professionale dall’altra” (9).
Sembra che i Professori non abbiano mai sentito parlare di una prima, seconda, e terza rivoluzione industriale e della crescente integrazione tra ricerca di base ed applicata (che non significa identità) già negli ultimi decenni del XIX secolo. D’altra parte, centro-destra e centro-sinistra mantengono il doppio canale istruzione-formazione professionale, che pure si vogliono improbabilmente integrati e di “pari dignità”. Si pensa forse che i crediti acquisiti giocando a soccer o nella pulizia degli uffici dove sono dislocati i computer possano risultare utili nell’apprendimento dell’inglese e dell’informatica.
3. Se il concetto di obbligo scolastico è obsoleto, ne consegue logicamente che obsoleto sia anche quello della natura pubblica e nazionale del sistema scolastico.
Nell’articolo da cui sono tratte alcune delle precedenti citazioni i professori Bertagna e Maragliano oppongono allo statalismo gerarchico e centralista di matrice napoleonica la nuova realtà della non coincidenza tra Repubblica e Stato: in base all’art. 1 della Legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001 la prima è infatti ora “costituita dai Comuni, dalle Province, da "le Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. La stessa legge attribuisce allo stato legislazione esclusiva per quanto riguarda “le norme generali sull’istruzione”, e alle Regioni legislazione esclusiva sulla formazione e istruzione professionale e capacità di legislazione concorrente in materia di istruzione. Abbastanza da creare confusione e conflitti di competenze, come dimostrato dalla richiesta da parte della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome (ad eccezione di Lombardia, Veneto e Molise) di ritirare lo schema di decreto legislativo sul secondo ciclo scolastico nel luglio 2005. Stante le pretese di “pari dignità” tra istruzione e formazione e l’integrazione tra “sapere” e “saper fare”, le “passerelle” ed il sistema dei crediti, si può prevedere una crescente invasività delle Regioni nel campo dell’istruzione mentre, nello stesso tempo, saranno gelose delle loro competenze esclusive sulla formazione professionale. La “privatizzazione” del sistema scolastico si può dire consegua, prima che dal paventato ingresso di sponsor privati e imprenditori nella gestione delle scuole, dall’introduzione di norme che non possono che spingere verso la sua frammentazione lungo assi confessionali e geografici. Ci si può chiedere che senso abbia il valore legale del titolo di studio.
Parificazione e regionalizzazione non sono solo meschine concessioni alle “forze” cattoliche o alla rude “razza padana”. Il disegno ha una sua laica e razionale coerenza bipartisan, consegue dalla introduzione dell’obbligo formativo e dal modellamento del funzionamento e delle finalità delle scuole sulle categorie del mercato e dell’utilità (economica). La fine del “centralismo napoleonico” è in effetti la fine della centralità della scuola come spazio che, nel suo interno operare, si sottrae all’influenza diretta delle forze squilibranti e polarizzanti del mercato (non del capitalismo come totalità sociale) anche perché unitario e nazionale.
Nella prospettiva della riforma le scuole diventeranno fornitrici di un servizio che nella sua peculiarità si definisce in termini di competenze utilizzabili nel lavoro e di orientamento individuale, fin dalla scuola dell’obbligo, al mercato del lavoro. In questa logica si intende anche il “portfolio delle competenze” che si profila essenzialmente come una combinazione “kafkiana” tra l’ennesima assurdità burocratica e la promozione pubblicitaria del figlio da parte dei genitori, con un’aspetto “foucaultiano” di individualizzazione disciplinante dell’allievo. La formazione propriamente culturale, non “spendibile” nel mercato del lavoro perché “astratta”, passa in secondo piano. Per cui, ad esempio, nel Liceo economico l’indirizzo economico-aziendale si baserà su competenze “orientate sui settori dei servizi, del credito, del turismo, delle produzioni agro-alimentari e della moda, rimessi alla libera scelta dello studente e in relazione al tessuto economico, sociale e produttivo del territorio” (Decreto legislativo 17 ottobre 2005, art. 6).
Il senso dell’ossessivo riferimento alla famiglia a mio parere si comprende non tanto considerandone l’ideologia e le funzioni tradizionali, ma la specifica posizione di cliente potenziale nel mercato delle “offerte formative” elaborate da ciascuna scuola.
Apparentemente, con la fine del “monopolio” pubblico e statale e con l’introduzione della concorrenza tra le scuole nel mercato dell’offerta formativa, istituito per volontà politica e con atto statale, quel che si celebra è la sovranità del consumatore-utente, da allettare con gadget di vario genere (“progetti” ed attività non culturali) e con l’individualizzazione, o frammentazione, dei percorsi formativi.
Ma se l’efficienza dell’impresa si misura con gli utili della stessa, è ovvio che l’impresa-scuola debba essere sottoposta a rigorosi vincoli di bilancio, idealmente ad un totale auto-finanziamento: e qui la virtù macroeconomica liberale della riduzione della spesa per l’istruzione pubblica (non dei sussidi alla scuola privata) e della privatizzazione dei servizi sociali si sposa con la virtuosità microeconomica delle imprese-scuola in concorrenza per la clientela-utenza.
In realtà a trionfare è la logica impersonale della mercificazione e la sostanza della stessa, ovvero l’ineguaglianza socio-economica e socio-culturale dei potenziali clienti-utenti, la gerarchia delle imprese-scuola e l’ineguale sviluppo dei rapporti sociali nel territorio.
Quanto più le scuole si conformeranno alla logica del mercato, tanto più nel sistema scolastico aumenterà il peso diretto delle ineguaglianze socio-economiche e socio-culturali e tanto meno esso riuscirà a neutralizzarle, sia per le diversità di risorse delle scuole, in considerazione anche dei diversi livelli di sviluppo del territorio, sia per lo scadimento della qualità dell’insegnamento.
Ma, come ha scritto l’ex ministro Berlinguer: “La società ha sempre più bisogno di capacità di iniziativa. Diventa quindi essenziale l’educazione all’autoimprenditività e alla capacità di autopromuoversi” (10).
Che le scuole debbano farsi impresa non è quindi un segreto da svelare ma è una realtà attivamente promossa e l’orizzonte culturale di quel che è stata definita “autonomia scolastica”. Questa si concretizza nel cosiddetto Piano dell’offerta formativa, nella ridefinizione della figura del Preside, ora dirigente-managers, nella creazione di figure-obiettivo o strumentali al suddetto POF, nel proliferare di termini e procedure aziendalistiche ma del tutto estranee alla logica di una comunità pedagogica ed alla formazione di soggetti in possesso degli strumenti concettuali che consentano di porre una distanza critica tra se stessi e il mondo e di interrogarsi sul proprio vissuto costituendosi in individualità autonome e attive nella società.
4. Le imprese, così insegna la teoria, si differenziano dal mercato per essere organizzazioni gerarchiche in cui il comando sostituisce la contrattazione. Per le scuole-imprese ciò comporta diverse conseguenze.
Innanzitutto, che quella situazione di quasi democraticità nel funzionamento delle scuole, istituzionalizzata negli organi collegiali (consigli di classe, collegio docenti, consiglio d’istituto), eccezionale nella Pubblica Amministrazione e non a caso istituiti nel 1974 sull’onda lunga del “1968”, risulta non funzionale (11).
Con tutti i loro difetti, in gran parte conseguenza e non causa dei livelli reali di partecipazione attiva e di proposta politica, specialmente i consigli di classe e il collegio docenti sono stati e possono essere sedi di discussione reale, di conflitto e di cooperazione, spazi entro cui costruire un dialogo pedagogico ed una comunità di lavoro effettivamente autonoma.
Non è dunque un caso che nel 2004 sia scaturito dalla VII Commissione permanente della Camera dei deputati un testo che ridisegna il “governo delle istituzioni scolastiche” in modo così spudoratamente aziendalistico ed autoritario da guadagnarsi una valutazione sostanzialmente negativa anche da parte del Consiglio nazionale della pubblica istruzione (Nella pronuncia del 21 dicembre 2004). Il punto cruciale è la concentrazione dei poteri di indirizzo oltre che di gestione, di convocazione degli organi e di definizione dell’ordine del giorno, nelle mani del preside-manager, a danno della sovranità del collegio docenti in materia di scelte didattiche.
Nella logica della scuola-azienda l’ideale sarebbe un autentico consiglio d’amministrazione con maggioranza predeterminata dai finanziatori e dai cosiddetti esperti (quegli “operatori estemporanei”, così li definisce opportunamente il Cnpi, che, nel testo prima citato, figurano quali membri del collegio docenti, mentre è esclusa la rappresentanza del personale ATA).
Ma non è però necessario giungere a tanto. Innanzitutto perché i contratti nazionali della scuola hanno incentivato la formazione di figure burocratiche premiando le attività non di insegnamento e delineando una “carriera” distinta dallo stesso e legata ad attività gestionali ed “educative” di vario genere. Parallelamente, le disposizioni ministeriali hanno portato a sostituire il confronto reale sui bisogni degli allievi e sull’insegnamento delle discipline con l’adattamento alle normative della nuova didattica. Il risultato è la perdita di senso del lavoro, il proliferare del burocratismo e del carrierismo, la limitazione della libertà d’insegnamento. Quindi, come è normale, il modello aziendale produce una “catena di comando” burocratica e modalità di organizzazione del lavoro che possono più agevolmente controllare il personale. Il “comico” della faccenda è che questo va a danno del servizio che dovrebbe costituire la “ragione sociale” della scuola: sicché i clienti-utenti saranno sempre più esposti alla truffa.
5. Del funzionalismo dei riformatori si è già detto. Tra chi si oppone alla riforma è diffusa l'idea che essa sia economicamente funzionale sia perché la “rivoluzione informatica” consente di modellizzare anche il lavoro mentale scomponendolo in moduli ed in prestazioni quantitativamente misurabili, permettendo così la divisione e precarizzazione (anche) del lavoro intellettuale; sia perché, essendo la conoscenza incorporata nel macchinario, più che lavoratori la scuola deve formare consumatori e mediatori tra produzione e consumo che sappiano come usare, e vendere, i nuovi prodotti. Le due linee non sono alternative, e contengono, a mio parere, un nocciolo di verità. Il loro rischio è che l’enfasi unilaterale su determinate forme e tipologie di lavoro o sul “tempo di consumo” portino a svalutare la complessità e la contraddittorietà della riproduzione del capitalismo come totalità sociale e della dinamica dell’accumulazione e della competizione, e che l’enfasi sulla “conoscenza” e la “comunicazione” portino alla “smaterializzazione” del rapporto di produzione. Inoltre, come il lavoro manuale anche il lavoro intellettuale è sottoposto a processi di dequalificazione ma anche di riqualificazione. Il problema fondamentale è la riproduzione del comando sul lavoro salariato, manuale ed intellettuale, più o meno qualificato.
Anche in presenza di politiche che vogliono essere economicamente funzionali, il funzionalismo non è convincente. Come è noto l’Italia è entrata nell’epoca della televisione saltando quella della vera e propria scolarità di massa. Quando si parla di “scuola di massa” è ben non dimenticare che la soglia del 50% del tasso di scolarità nella fascia d’età fra i 15 ed i 19 anni venne superata in Italia solo alla fine degli anni settanta. Eppure, fin dai primi decenni post-unitari, i tassi di disoccupazione intellettuale sono stati relativamente alti.
Il paradosso della simultanea presenza di un alto livello di disoccupazione intellettuale e di un forte ritardo nel livello e nella qualità della scolarizzazione rimanda a caratteristiche strutturali del capitalismo italiano: il suo essere un late comer, il dualismo territoriale tra triangolo industriale e Mezzogiorno, il dualismo nelle dimensioni dell’impresa, la specializzazione produttiva e la posizione nella divisione internazionale del lavoro. Relativamente a quella di altri paesi industrializzati e a capitalismo avanzato l’economia italiana nel suo complesso non si è mai caratterizzata per essere all’avanguardia dell’innovazione tecnologica. Dal punto di vista merceologico il tanto vantato made in Italy ci colloca, in effetti, in una posizione intermedia tra le grandi potenze industriali e i paesi di più recente industrializzazione come la Corea del Sud. Le recenti reazioni alle importazioni dalla Repubblica Popolare cinese ne sono la conferma; così come la crisi della grande industria, FIAT in testa, e la snazionalizzazione della stessa.
Si può dire che la riforma della scuola tratti, in primo luogo, un problema secolare del capitalismo italiano, declinandolo nei termini nuovi della cosiddetta “società della conoscenza” e professionalizzando il sistema scolastico abbassandone, contemporaneamente, la qualità. Se si tiene conto di questo si eviterà di scivolare verso interpretazioni tendenti a enfatizzare l’emergere di una nuova qualità dei rapporti di produzione, ad esempio del tipo detto post-fordistico, magari valutati negativamente, ma assunti come quadro stabile di un nuovo regime di accumulazione del capitale e di una nuova qualità postmoderna, immateriale, cognitiva del lavoro nel quadro dell’economia globale deterritorializzata, ridotta a meri flussi sul modello della mobilità dei capitali speculativi e del “nomadismo” economico e sociale generalizzato. Troppo spesso si enfatizza la discontinuità e si estrapola costruendo un tipo che, più che ideale, appare come immaginario. Occorre invece sottolineare che nella (relativa) novità della ristrutturazione persistono e si aggravano questioni sociali ed economiche che hanno una lunga storia, espressione di caratteristiche strutturali di “lunga durata” della società italiana. E di un particolare capitalismo che nel quadro della competizione mondiale appare destinato al declino ed a una posizione del tutto subordinata.
Dal punto di vista dell’economia italiana la politica scolastica, come quella del lavoro (e altre), risulta funzionale solo nel senso che aderisce alle caratteristiche di lungo periodo del capitalismo nazionale, caratterizzato dai noti dualismi appena ricordati e dal primato del contenimento del costo del lavoro piuttosto che da una autonoma capacità nell’innovazione di processo. Col risultato che se ne riproducono le tare, piuttosto che superarle, con effetti sull’occupazione e la formazione di “capitale umano” potenzialmente catastrofici in quanto l’economia italiana si trova esposta alla concorrenza dei paesi a bassi salari nei prodotti ad alta intensità di lavoro, e dei paesi a capitalismo avanzato nell’innovazione di processo e di prodotto.
6. Più che strettamente funzionali dal punto di vista economico (nonostante le intenzioni), le linee della riforma della scuola sono omologhe alla cultura secreta dal capitalismo contemporaneo. Si tratta di una riforma che, nella sua “filosofia” è veramente postmoderna, se per postmoderno si intende la “logica culturale del tardo capitalismo”12. E’ quindi sotto il profilo culturale che la riforma segna una discontinuità che può dirsi a ragione “epocale”.
La cultura è da tempo una merce, ma un “oggetto” culturale che non è stato concepito per essere merce conserva oggettivamente un valore d’uso che può comunicare qualcosa oltre e perfino contro il valore di scambio di cui pure è portatore. Ma la mercificazione del processo di produzione degli oggetti culturali o, come nel caso dell’insegnamento, della loro trasmissione, non può che modificare il loro stesso valore d’uso a tutto vantaggio del valore di scambio. E’ il processo come tale che può diventare un messaggio culturale: e siamo alla “società dello spettacolo” e al mercato come spettacolo (13).
Lo svuotamento di significato del valore d’uso dell’oggetto culturale significa anche obsolescenza di quella che i filosofi francofortesi chiamavano ragione oggettiva, a cui subentra una ragione sempre più strumentale, manipolatoria, soggettivistica e formalistica. La cultura postmoderna reale (non quella dei filosofi bene intenzionati) del tardo capitalismo è essenzialmente questo, ed è da tempo percepibile nelle caratteristiche cognitive e comportamentali degli studenti che in questa cultura sono nati e cresciuti permeandone la psiche fin dall’età prescolare. Se c’è qualcosa che si avvicina al “totalitarismo” è questo; e non per niente c’è chi parla di “mutazione culturale”. Le linee fondamentali delle leggi di riforma della scuola di questi anni non fanno altro che sancire e approfondire dall’alto una “rivoluzione”, da tempo strisciante, nel modo concreto di “fare scuola”, passivamente subita dalla maggior parte degli insegnanti, contrastata o sabotata da altri, perseguita in buona fede o per smania di protagonismo o ambizioni di carriera da altri ancora.
Il formalismo didattico ha già contribuito, nell’ultimo quarto di secolo, a minare dall’interno delle istituzioni scolastiche, il confronto con il significato e le contraddizioni di quella cultura. Gli insegnanti hanno resistito, nei limiti del possibile, mentre la burocrazia ministeriale, sindacale e pedagogica faceva del suo meglio per demotivarli ed asfissiarli, per convincerli che il buon insegnante non è colui che sa rapportarsi agli studenti in quanto mediatore di un oggetto di studio ma quello che sa far valere capacità e competenze “altre”, che sa esibirsi in performances organizzative, pubblicitarie ed “educative” (14).
L’imperialismo disciplinare della pedagogia e la volontà di potenza dei pedagogisti ha spinto, nella progettazione dell’insegnamento, a privilegiare il momento della verifica, per giunta intesa, nella presunzione di una maggiore “oggettività”, alla misurazione di tipo quantitativo dell’apprendimento. La conseguenza inevitabile è la svalutazione delle capacità qualitative, più complesse e non quantificabili: interpretative, di elaborazione personale, di connessione logica, di valutazione. In sintesi si tratta della deconcettualizzazione del sapere (15).
A crollare è ora, nonostante la generalizzazione del termine, l’idea secolare di Liceo in quanto distinto dalla mera preparazione professionale, dall’addestramento al lavoro. Questo definitivo cedimento al “mercato” non può portare che ad un ulteriore scadimento qualitativo dell’insegnamento e dell’apprendimento e non può non riflettersi anche sulla formazione dei nuovi insegnanti e sull’insegnamento universitario, a sua volta “liceizzato”.
E’ per questo che chi ha un concetto moderno, relativistico ma non nichilistico, della cultura e dell’istruzione non può fare a meno di ribellarsi all’ipocrisia della student-centered education in cui “si richiede non tanto la trasmissione di saperi solidi e resistenti, quanto la soddisfazione e il dolce benessere dei giovani” (16).
D'altra parte la logica culturale del postmodernismo non implica né una mutazione radicale del capitalismo, né una vera emancipazione dal modernismo stesso e dalle sue contraddizioni. Ne è una prova il feticismo tecnologico e informatico, il magico valore attribuito ai “nuovi e nuovissimi strumenti di comunicazione” onnipresente, come al solito a destra e a “sinistra”. E’ meritevole di divenire un classico (di cosa, esattamente, si lascia alla discrezione del lettore) la tesi del prof. Maragliano secondo cui “il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica di questo secolo”, in opposizione alla “cultura astratta” (17).
Questa esaltazione per la velocità, la simultaneità e la superficialità, questo appiattirsi sul dato materiale (e sociale) nel momento presente, pedagogicamente e politicamente nichilista, sarebbe forse piaciuta a Marinetti. Ma i futuristi, nella loro ribellione antipassatista e anti-borghese avevano il pregio della coerenza. Potevano, senza ipocrisie buoniste sulla “persona”, non solo sostenere la morte dell’Io e del sentimentalismo intellettuale ed amoroso, ma anche che, in quanto “secrezione cerebrale esattamente misurabile”, il pensiero si potesse pesare e vendere “come una merce qualunque” (18).
Mi sembra difficile negare che, dal punto di vista del diritto allo studio in quanto diritto universalistico, l’obbligo debba non solo essere esteso fino alla maggiore età, ma anche che debba essere scolastico in senso proprio. Il che implica un sistema scolastico realmente unitario, la negazione di ogni dualismo o doppio canale o alternanza scuola-lavoro, e la sua deprofessionalizzazione. Il che, per essere realizzato, a sua volta richiede un’insieme di politiche sociali ed economiche che non rientrano nelle prospettive del ceto politico: la gratuità degli studi, ad esempio, finanziati con una tassazione fortemente progressiva, o il riorientamento della politica economica dalla lotta all’inflazione alla riduzione della disoccupazione. E si tratta di porsi non formalisticamente, non con vuote parolette e classificazioni, l’enorme problema di far condividere a tutti i giovani la migliore formazione umanistica e scientifica di base senza compromettere l’eccellenza. Utopistico? Lo era anche il suffragio universale nei sistemi liberali e maschilisti; e certamente non è più utopistico della pretesa “pari dignità” tra istruzione liceale e apprendistato in una società di classe.
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Note
(1) Marzio Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia (1859-1973), Bologna, il Mulino, 1974.
(2) Giovanni Genovesi, Storia della scuola in Italia dal Settecento a oggi, Laterza, Roma-Bari, nuova ed. accresciuta e aggiornata 2004, p.227.
(3) Ibidem, p. 127.
(4) Giorgio Bertone, Sulle riforme e sui riformatori, in Tre più due uguale zero. La riforma dell’Università da Berlinguer alla Moratti, a cura di Gian Luigi Beccaria, Garzanti, Milano, 2004, p. 90.
(5) Giuseppe Bertagna, Formazione e istruzione: una circolarità da riscoprire, sul sito della AND.
(6) Rapporto finale del Gruppo Ristretto di Lavoro costituito con D.m. 18 luglio 2001, n. 672, p. 30. O Rapporto Bertagna.
(7) Cfr. la L. 17 maggio 1999, n. 144, art. 68 e i Regolamenti attuativi del 9 agosto 1999 e del 7 luglio 2000).
(8) Giuseppe Bertagna e Roberto Maragliano, Dal metodo napoleonico al sistema delle autonomie, in “Corriere della Sera”, 16 dicembre 2002.
(9) Rapporto Bertagna, p. 13.
(10) Luigi Berlinguer, La scuola nuova, Laterza, Roma-Bari, 2001, con prefazione di Tullio De Mauro, p. 37.
(11) In effetti gli organi collegiali della scuola non furono “conquiste” del movimento degli studenti, nella sua fase ascendente, che era semmai orientato alla “democrazia diretta”, ma una modalità di canalizzazione e neutralizzazione in ambito istituzionale della radicalizzazione giovanile, in un quadro di normative ispirate alle ideologie del pluralismo e della partecipazione, in versione catto-comunista italiana, enfatizzante il momento della collaborazione e dell’armonizzazione rispetto a quello della conflittualità.
(12) Cfr. Frederic Jameson, Postmodernism, or the cultural logic of late capitalism, London, Verso, 1984; trad. ital. Il postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo, Milano, Garzanti, 1989.
(13) Cfr. Guy Debord, La société du spectacle, Paris, Buchet/Chastel, 1967; trad. ital. La società dello spettacolo, Bolsena, Massari, 2002.
(14) Si vedano, oltre ai saggi nel volume citato a cura di Gian Luigi Beccaria: Giulio Ferroni, La scuola sospesa. Istruzione, cultura e illusioni della riforma, Torino, Einaudi, 1997; Luigi Russo, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola?, Milano, Feltrinelli, 1998; Polacco Fabrizio, La cultura a picco. Il nuovo e l’antico nella scuola, Venezia, Marsilio, 1998; Luperini Romano, Il professore come intellettuale. La riforma della scuola e l’insegnamento della letteratura, Milano e Lecce, EdC-Lupetti-Piero Nanni, 1998; Cesp-COBAS, Vecchi e nuovi saperi, Bolsena, Massari, 2001. Per chi scrive libro migliore sulle tendenze della scuola e il lavoro dell’insegnamento è quello di Massimo Bontempelli, L’agonìa della Scuola italiana, Pistoia, Edizioni CRT, 2000.
(15) Cfr. Luigi Russo, op. cit.
(16) Ferroni, op. cit., p. 91.
(17) Roberto Maragliano, intervista pubblicata su “l’Unità” del 5 febbraio 1997; si vedano anche Ferroni, op. cit., p. 98, e Russo, op. cit., p. 90.
(18) Bruno Corra e Emilio Settimelli, Pesi, misure e prezzi del genio artistico (1914), in Prosa e critica futurista, a cura di Mario Verdone, Feltrinelli, Milano, 1973.
PUBBLICATO NELLA RIVISTA «INCHIESTA» N. 150, OTTOBRE-DICEMBRE 2005.
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lunedì 6 settembre 2010
PRECISAZIONE SUL GULAG di Roberto Massari
PRECISAZIONE SUL GULAG
di Roberto Massari
SOMMARIO: 1. La terminologia – 2. Luoghi e ragioni della detenzione – 3. Date da tenere a mente – 4. Il silenzio di Trotsky – 5. La formazione del Gulag – 6. L’economia del Gulag (modo di produzione schiavistico) – 7. Declino e fine del Gulag – 8. Domande a chi ancor oggi fornisce copertura al Gulag – 9. Un’appendice brutta e una bella: a) L’Associazione Marx XXI – b) Luciano Canfora.
Avevo promesso delle precisazioni riguardo alla risposta (che dissi di condividere totalmente) di Giorgio Amico al mio breve testo sul Gulag scritto per Antonio Marchi di ritorno da Auschwitz – e finalmente trovo uno spazio di tempo per farlo.
Colgo l’occasione anche per chiarire meglio le questioni rimaste implicite (sulla cui sostanza sono certo che Giorgio concorda), nell’interesse di altri che possono leggere i testi precedenti. E poiché mi capita spesso di trovare affermazioni di persone di buona volontà ma scarso discernimento che con grande disinvoltura applicano all’analisi del passato categorie interpretative prodotte dai desideri che nutrono per l’oggi o per il domani, sono costretto a premettere che le mie precisazioni non sono il riflesso della mia attuale idea di democrazia rivoluzionaria (cioè di come vorrei che fosse la futura società rivoluzionaria anche in campo carcerario-repressivo), ma riguardano il passato repressivo dell’Urss, quel passato specifico: come andarono realmente le cose dopo l’Ottobre e quali alternative credibili vi siano state all’epoca. Magari comparirà anche, tra le righe, il mio pensiero su come mi sarebbe piaciuto che le cose fossero andate, ma di questo invito il lettore a non tener conto essendo materia storicamente irrilevante. Per quanto mi riguarda, invece, devo riconoscere che senza una mia riflessione documentata e condotta per anni su quelle vicende tragiche non sarei politicamente ciò che sono e non avrei le idee per le quali mi batto ormai da decenni. Di qui l’importanza di collocare quelle vicende nella loro reale prospettiva storica, consapevoli di quanto negazionismo si è sviluppato riguardo all’olocausto staliniano in misura esponenzialmente superiore (numericamente incalcolabile) rispetto al negazionismo verso l’olocausto nazista.
1. La terminologia
Il primo problema è il dovere di distinguere la terminologia – insieme ai concetti che vi stanno dietro – se ci si riferisce a un universo carcerario o a un universo concentrazionario (quali che siano i sinonimi nelle varie lingue e nei vari contesti storici). E questo perché in genere, quando si pensa alla prigione, viene in mente la celletta buia, umida e infestata dai topi, mentre l’idea del lagher (qui il termine va benissimo perché è lo stesso in tedesco e in russo) evoca subito la grande distesa della taiga, il gelo, le betulle o i morti sotto la neve come ce li hanno raccontati tante belle pagine letterarie e non solo russe.
Ebbene, lo stereotipo si può capovolgere, perché le celle possono anche essere ampie e luminose (o addirittura corredate da spazi aperti, come il confino per i politici italiani sulle isole in epoca fascista), mentre il lagher può essere lo spazio fangoso racchiuso da filo spinato e cani lupo, con accesso diretto alle camere a gas o ai cunicoli di una miniera. Non si tratta di stare a stabilire cosa è meglio e cosa è peggio, ma di capire che la distinzione è a monte, non è ambientale, non è logistica e nemmeno politica, ma è pur sempre di “classe” e in quanto tale importantissima. Cercherò di farmi capire, avvisando che la distinzione che segue non me la sono inventata io, ma la si ritrova nella buona letteratura sui lagher (per es. in Anne Applebaum e altri).
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