Diari di Cineclub

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Rivista Cinematografica online e gratuita

giovedì 23 dicembre 2010

LETTERE

RICEVIAMO E  VOLENTIERI PUBBLICHIAMO QUESTA LETTERA:

DAL CARCERE DI BADU' E CARROS (NUORO) 





















Giuseppe Fontana (nato a Castelvetrano - Trapani - il 13 aprile 1957 - residente a Selinunte) è stato arrestato a settembre del 1994, processato e infine condannato con l'accusa di aver partecipato a un traffico di droga dagli Stati Uniti all'Italia, in concorso con più di dieci persone. Fontana si è sempre dichiarato innocente da tale accusa, ha sempre cercato di far riaprire il processo (visto che nel precedente era stata fatta scomparire una prova a suo favore e da allora sono emerse testimonianze che lo scagionerebbero), ma ha sempre anche lottato in difesa dei propri diritti e degli altri reclusi. E questo non gliel'anno mai perdonato, obbligandolo spesso a isolamenti punitivi o al trasferimento in carceri tristemente celebri.

Oggetto: NUORO 18/12/2010 COMUNICATO DI LOTTA, DENUNCIA E DI SOLIDARIETÀ.



Agli Amici, ai Compagni e a tutti coloro che, oppressi e sfruttati dai Mafiosi della Bipolare Apolitica Cupola Italiota e Mondiale, lottano e resistono contro i sicari e i lacchè del capitalismo imperialista, di cui l’Italia ne è la più marcia e perversa espressione;
Agli studenti, che in questi giorni legittimamente protestano contro gli arroganti e prepotenti usurpatori della Sovranità Popolare e rapinatori della Res Publica, che con una vergognosa e diuturna commedia per idioti, osano giustificare l’occupazione del Parlamento; a tutti i Prigionieri nei cloacali Lager di regime Nazistalinista d’Italia che resistono allo scellerato programma di annichilimento, messo in atto dai servi e collaborazionisti del sistema criminale, per il quale gestiscono i Lager di sterminio;
A tutti voi, come militante libertario Guevarista Prigioniero, esprimo la centralità della solidarietà attiva nella lotta rivoluzionaria Anticapitalista, Anticlericale, Antimperialista e Antimafiosa, per la riconquista della Sovranità del Popolo del Mondo, per la rivendicazione degli inalienabili diritti dell’uomo, per la Libertà, la Giustizia e la Fratellanza senza confini e discriminazioni , all’insegna del Biosocialismo di Mutuo Soccorso Internazionale Libertario Guevariano.

E DENUNCIO

La criminale condizione della mia attuale Prigionia nella Guantanamo Italiana, la prigione di Nuoro, nella quale sono segregato in uno stato di assoluta illegalità ove subisco tortura psicofisica giorno e notte e dietro cui, vi è la volontà, palese, di eliminarmi, minando gravemente il mio sistema immunitario e la mia resistenza psichica, attraverso: la privazione del sonno, la nefazione del diritto ad alimentarmi sufficientemente , secondo la propria dieta vegana, l’impossibilità di soddisfare i propri fisiologici bisogni, che un buco sul pavimento, come cesso, non consente per causa di un ginocchio non più articolabile per i passati pestaggi da parte delle “Squadrette” in altri Lager, già denunciate (inutilmente !) e per ovvi blocchi psicologici dovuti alla presenza di altri prigionieri in cella, che si “godono in bella vista”, e olfatto, le “dinamiche cessoarie” dell’aperto buco alla turca, nonostante io abbia certificato l’autorizzazione ad avere un vero cesso con tazza dal dirigente sanitario; per l’impossibilità di ripararsi dal freddo, in quanto, dalle scassate finestre, entra vento e pioggia che in assenza di riscaldamenti fanno battere i denti e dolore alle ossa; per la privazione degli spazi nella legale misura stabilità dalla recente sentenza dal tribunale dei diritti dell’uomo di Strasburgo; per l’impossibilità di lavarsi con sufficiente acqua calda in una doccia munita di finestre con vetro che impediscono al gelido vento di gelare le carni; per l’impossibilità di avere il cibo Ministeriale corrispondente al, non rispettato, menù redatto dai nutrizionisti del Ministero, cibo scarso e non commestibile a causa delle modalità e dei tempi con cui esso viene distribuito, le quali violano veementemente tutte le norme igienico sanitarie stabilite dalle leggi; per l’impossibilità di svolgere le ore d’aria al riparo dalle intemperie climatiche, dalla ruggine bagnata e dalle putrefatte carni di piccioni che piovono in testa; per il costante pericolo di infezioni a causa dei topi, blatte e volatili che circolano all’interno del padiglione e delle celle; per l’impossibilità di effettuare colloqui con i propri cari e anche con i propri difensori a causa della distanza e dei proibitivi costi di viaggio per raggiungere in aereo/nave questa prigione; in questa prigione non è neanche garantito il pronto soccorso e se si ha un attacco cardiaco, prima che il secondino senta, individui la cella, risponda e venga ad aprire cancello e il blindato, si è già cadaveri !

Io sono stato qui deportato per essere eliminato !

In questi 10 mesi sono già finito due volte in ospedale, per fortuna sopravvivendo , ma sento che la mia salute peggiora di giorno in giorno...

Il mio allontanamento dal carcere di Palermo fu ufficialmente motivato dal fatto di avere subito il mio primo e unico rapporto disciplinare, dei cinque anni di mia detenzione in quel carcere, per essermi rifiutato di andare in infermeria mentre stavo male e a letto, piuttosto che essere visitato in cella, come la legge prevede.

Sua altezza, la Feudataria del Kattiverio Pagliarelli e cancelli, obbedendo, senz’altro, al Diktat occulto di qual potere che, sentendosi disturbato dal sottoscritto, mi vuole eliminato, usò quel ridicolo pretesto per ottenere la mia punitiva deportazione in questa Guantanamo, che rapidamente le venne accolta e disposta, senza nemmeno attendere che mi riprendessi dal mio destabilizzato stato di salute a seguito di un sciopero della fame e della sete, che mi aveva portato quasi al coma, e impedendomi, anche, di sostenere gli esami di stato che avrei dovuto sostenere nei prossimi 3 mesi e che non ho sostenuto, nonostante il diritto per legge lo garantisca !

QUEL RAPPORTO DISCIPLINARE, CHE MOTIVO’ LA MIA DEPORTAZIONE A NUORO E L’ALLONTANAMENTO DAI MIEI AFFETTI E DALLA MIA TERRA, NON FU RICONOSCIUTO DAL MAGISTRATO DI SORVEGLIANZA DI PALERMO, TANT’E’, CHE DOPO IL MIO ALLONTANAMENTO, MI CONCESSE, COMUNQUE, UN PERMESSO PREMIO !

QUEL RAPPORTO DISCIPLINARE NON E’ STATO RICONOSCIUTO NEANCHE DA UN MAGISTRATO DI SORVEGLIANZA DELLA SARDEGNA CHE MI HA CONCESSO LO SCONTO PER BUONA CONDOTTA ANCHE PER QUEL PERIODO INTERESSATO DAL RAPPORTO DISCIPLINARE, DICENDO, IN SINTESI, CHE E’ UNA “CAZZATA” NON OSTATIVA ALLA FRUIZIONE DEL BENEFICIO DELLO SCONTO PER BUONA CONDOTTA; DUNQUE, BEN DUE GIUDICI, DI DUE DIVERSE REGIONI, NON HANNO TENUTO IN CONSIDERAZIONE QUEL RAPPORTO DISCIPLINARE; PERO’ IO MI TROVO IN QUESTO LAGER, LONTANO DALLA FAMIGLIA E CON IL PERCORSO PREMIALE DEI PERMESSI INTERROTTO DA PASQUA 2009, A CAUSA DI QUEL RAPPORTO DISCIPLINARE !!!

SCHIZOFRENIA ???! NO !, QUESTA E’ LA PROVA DELL’INGIUSTIZIA SUBITA PER MANO DELLA FEUDATARIA DEL “PAGLIARELLI” PALERMITANO, SICARI DEI MIEI PERSECUTORI OCCULTI !

Per legge, anche in caso di trasferimento, io avrei dovuto continuare a beneficiare dei permessi premio.
Ma , stranamente (ed illegalmente !) essi sono stati interrotti da questo ufficio di sorveglianza di Nuoro, da un Magistrato che ha preteso che io venissi riosservato per almeno 6 mesi, prima di riammettermi al beneficio interrotto; di mesi ne sono trascorsi nove e il Magistrato si è fatto trasferire senza firmare la riammissione al percorso premiale dei permessi !
Il nuovo arrivato, in sua sostituzione, tal Dott. G. Cau (Ex pubblico ministero...) proveniente dal Tribunale di Sassari, costretto a dare una risposta alla mia domanda di riammissione ai permessi premio, che speravo di riavere per questo natale, facendo felice i miei anziani genitori, sconfortati, più di me, dalla interruzione ingiusta e dalla lunga attesa, che non poteva ASSOLUTAMENTE negarmi in assenza di sopravvenuti elementi e fatti ostativi alla concessione del beneficio interrotto (OSTATIVITA’ CHE NON POTEVA ESSERCI IN NESSUN MODO, ANCHE PERCHE’ IL 12 OTTOBRE 2010 I GIUDICI E IL PROCURATORE DEL TRIBUNALE DI TRAPANI NELL’UDIENZA CHE SI E’ TENUTA PER IL PROVVEDIMENTO DELLA MISURA DI PREVENZIONE PERSONALE NEI MIEI CONFRONTI, HANNO ALL’UNISONO DICHIARATO E SCRITTO IN SENTENZA CHE HO BENEFICIATO DI DIVERSI PERMESSI PREMI CONCESSI PER ASSENZA DI PERICOLOSITÀ’ E CONCLUSISI TUTTI CON ESITO POSITIVO, RICONFERMANDO L’ATTUALE ASSENZA DI PERICOLOSITÀ’ SOCIALE E, DUNQUE, RITENUTO GIUSTO ED OPPORTUNO NON INFLIGGERMI LA MISURA DI PREVENZIONE PERSONALE CON LA SORVEGLIANZA SPECIALE) .
Irrazionalmente, ingiustamente, e con provocatoria superficialità, il 07/12/2010 ha rigettato la riammissione ai miei permessi premi con la seguente pazzesca motivazione ! <> concedendomi, soltanto, 24 ore di tempo per interporre reclamo al tribunale di sorveglianza di Sassari !
Cosa che sono riuscito a fare comunque (spero), nonostante la lucidità obnubilata da siffatto rigetto che mi ha fatto andare in tilt (e se non fossi stato capace di scrivere un reclamo ??! un avvocato non lo si trova nella cella accanto !
E per comunicare con il proprio avvocato, le vie sono : la posta e il telefono, iter che fanno fuori, di gran lunga, le 24 ore disponibili entro le quali si può opporre reclamo !
Ma l’ingiustizia se ne strafotte delle mie possibilità di difesa ed è già tanto che mi si permetta il diritto a reclamare nelle 24 ore !
Così funziona la Giustizia del Paese del diritto....!) il mio reclamo ai giudici del tribunale di Sassari non potrebbe essere respinto e io spero di trovare, lì, dei giudici coraggiosi, come quei rari giusti individui che mi hanno ammesso ai permessi premio.
Che non hanno riconosciuto la Porkata punitiva della Tenutaria del Feudo Pagliarelli di Palermo e che non hanno riconosciuto alcuna mia attuale pericolosità sociale, tale da meritare una sorveglianza speciale e la sospensione dei benefici penitenziari concessimi.
Ma se ciò non dovesse accadere, difronte ad un altro rigetto, sarei costretto a ricorrere in cassazione e attendere (intanto l’ammissibilità al mio ricorso) una risposta, che non arriverebbe prima di 8-10 mesi.
Continuando a rimanere in questa lurida, cella a subire quel trattamento speciale che mi vuole ammazzare in qualche modo !
Sono segregato, qui , a “Badù e Carros” (nel famigerato campo di concentramento voluto dal Generale Dalla Chiesa negli anni 70 per isolare, torturare ed eliminare i combattenti e i dissidenti dell’allora regime, padre dell’attuale regime Mafionazifascista che continua ad usare questo Lager per le stesse finalità con cui vogliono assassinare il sottoscritto) illegalmente, VISTO che per l’ammissione al percorso premiale, di fatto, dovrei essere declassificato dal circuito dell’alta sicurezza e comunque essere in un carcere a circuito attenuato , non distante da casa oltre i 250 chilometri, e non nella Guantanamo d’Italia !
Sottoposto a ogni tipo di tortura e così lontano da non potermi permettere colloqui con i miei cari, per i proibitivi costi di viaggio e altre obbligate spese.
Ma anche per l’impossibilità di sostenere fatiche del genere da parte dei miei anziani genitori; distanza proibitiva anche per permettermi una difesa adeguata; E VISTO anche, e soprattutto, che è stata riconosciuta a ottobre del 2010 la mia NON pericolosità sociale o/e collegamenti attuali con Bin Laden, con il Subcomandante Marcos e con Totò Riina !

PERO’ IO SONO STATO E CONTINUO AD ESSERE LAGERIZZATO IN QUESTO CAMPO DI STERMINIO DI NUORO PER UN RAPPORTO DISCIPLINARE INFLITTOMI APPOSITAMENTE DA UN TERZINO, SICARIO DELLA TENUTARIA DEL KATTIVERIO PALERMITANO, PER ALLONTANARMI PUNITIVAMENTE DA PALERMO, CHE NON E’ STATO RICONOSCIUTO DA BEN DUE GIUDICI DI SORVEGLIANZA DI DUE DIVERSE REGIONI !!

Amici e Compagni, considerata la situazione e la regnante ingiustizia prevalente, esercitata dai fascisti mafiosi che la controllano sui rari e ostracizzati uomini giusti, di cui sono vittima dal 1994 e nella convinzione che tale continuerà ad accanirsi sul sottoscritto fino alla mia suicidazione di regime, che fino ad oggi conta di SETTANTATRÉ’ vittime, e consapevole che tutta la mia resistenza dipende, purtroppo , dai limiti del mio sistema immunitario, al quale non voglio soccombere in quanto sono determinato a difendere la libertà di ciò che sono fondamentalmente nelle idee e nella volontà di non accettare ingiustizie, per me e per gli altri, rivendicando la Sovranità di individuo sociale, libero e pensante di agire e reagire per i propri diritti/doveri, secondi veri principi umani e democratici, a costo della propria vita, non avendo altro con cui lottare, oltre al mio corpo, userò questo per resistere allo stupro della mia identità e della mia libertà, costituente le mie idee, i miei sogni, il mio spirito, i miei sentimenti, i miei valori umani, intellettuali e politici; pertanto, vi comunico che è mia intenzione ricorrere allo sciopero della fame e della sete ad oltranza, in una lotta estrema in cui sarà anche quella di tutti i prigionieri che non hanno più voce, perché questo regime ha suicidato, e di tutti gli altri che giornalmente rischiano la suicidazione negli illegali campi di concentramento e sterminio italiani.
E sin da ora dichiaro che, a sciopero iniziato, non permetto a questo regime il trattamento sanitario obbligatorio né alcun altro tipo di trattamento.
Chiedo agli amici e compagni avvocati di far rispettare questo mio diritto e una solidale volontà azione di difesa contro i miei futuri assassini affinché non restino impuniti.
Nomi e cognomi di costoro nonché dei collaboratori e dei responsabili di quanto ho subito e continuo a subire in questo Lager, sono i firmatari di tutti i provvedimenti che mi hanno impedito di avere giustizia, boicottato la mia libertà e quelle misure premiali, vitali alla resistenza contro la tortura che mi si infligge quotidianamente impunemente nei confronti dei quali, individualmente, nei prossimi giorni presenterò azioni penali, dandovene comunicazione, dopodiché inizierò lo sciopero della fame e della sete.
Insieme a tutti i combattenti, ovunque nel mondo, obbedendo alla mia coscienza e senza paura, io lotto e continuerò a lottare per la libertà, i diritti umani e la giustizia Vera.

Hasta La Victoria, Siempre !!!

Peppe Fontana

MARY WOLLSTONECRAFT


MARY WOLLSTONECRAFT
di José Gutiérrez Alvarez


Per gentile concessione della MASSARI Editore pubblichiamo questa breve biografia della grande femminista inglese Mary Wollstonecraft, madre tra l'altro di Mary Shelley l'autrice dell'immortale opera Frankenstein.
Questo saggio è tratto dal libro di José Gutiérrez Alvarez e Paul B. Kleiser "LE SOVVERSIVE".
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Il padre patriarca assoluto

Mary Wollstonecraft nacque il 17 aprile 1759 in una famiglia della media borghesia, seconda di sette figli, tre femmine e quattro maschi. Nelle sue memorie scrisse che il padre trattava i membri della famiglia come animali domestici, era un tiranno e la madre la sua prima e più sottomessa suddita. Mentre Elisabeth Wollstonecraft si consumò tutta la vita nei lavori domestici, il marito dissipò il non differente patrimonio familiare in viaggi e libagioni continue, che finivano generalmente in maltrattamenti della moglie e delle figlie. Nelle opere letterarie di Mary Wollstonecraft, che talora possono anche essere lette in chiave autobiografica, affiora continuamente la figura del padre brutale, ma anche il rifiuto nei confronti della protagonista da parte della madre, che ama sopra ogni cosa il primo figlio. (1)
Edward John Wollstonecraft, tessitore benestante, aveva lasciato Londra alla fine della Guerra dei sette anni, quando i prezzi dei tessuti erano crollati, per dedicarsi all'agricoltura. Per i nuovi ricchi della classe media l'acquisto di terra era un mezzo di elevazione sociale, che poteva portarli anche alla rappresentanza in Parlamento. L'espulsione dei contadini poveri e l'impiego di nuove tecniche di coltivazione permise ai ricchi agricoltori di ammassare cospicui patrimoni aumentando i prezzi dei prodotti. (2) I tentativi di Wollstonecraft nell'agricoltura diedero inizialmente buoni risultati, ma ben presto naufragarono per la sua incapacità, l'incostanza e forse anche a causa della sua passione per il gioco. Il suo animo irrequieto lo spinse a trasferirsi dallo Yorkshire (3) a un paesino in prossimità di Londra, poi in Galles, finché finalmente si insediò con la famiglia a Walworth, un sobborgo di Londra. Qui si avvertivano già duramente i rigori della rivoluzione industriale, allora agli inizi. Per tutti questi fattori -la tirannia del padre, l'impoverimento e i numerosi trasferimenti- Mary non poté godere di una buona istruzione scolastica, come invece gran parte delle ragazze del ceto medio. Da questa delusione nacque il suo impegno per una solida educazione femminile.
Ma la mancanza di un'istruzione scolastica non le impedì di colmare da autodidatta, con gran forza di volontà, le proprie lacune. Il suo principale sostegno e modello fu Fanny Blood cui era stata legata da amicizia fin dall'età di quindici anni. Con il tempo Mary avrebbe di gran lunga superato l'amica che, sebbene fosse una donna irrequieta, sognava di sfuggire alle ristrettezze familiari con il matrimonio. Mary aveva altre idee, vedeva un'alternativa nell'istruzione. Grazie all'amica era entrata in contatto con alcuni mecenati liberali (termine che allora aveva un significato diverso da oggi), gli Ardens e i Clares, che appoggiarono Mary nelle sue inclinazioni e la introdussero nei circoli letterari e nella società colta e anticonformista.
Essa desiderava diventare insegnante; da principio, tuttavia, dovette guadagnarsi la vita come dama di compagnia di una certa Sarah Dawson a Bath. Ciò la rese indipendente dal padre e le fornì in parte i mezzi per poter continuare i propri studi. Inoltre a Bath questa fanciulla, educata nella tradizione puritana, imparò a conoscere costumi e intrighi dell'”alta società”.
Sebbene si fosse allontanata dalla casa paterna all'età di diciannove anni, nell'autunno 1780 fu richiamata in famiglia per accudire alla madre malata; vi rimase fino all'aprile 1782, quando questa “perfetta donna di casa” morì, esausta e provata da una vita di sofferenze. Alla morte della madre la famiglia iniziò a disgregarsi: il figlio maggiore, Edward (“Ned”) prese con sé le due sorelle minori, Eliza ed Everina; il padre sposò una domestica, con cui aveva una relazione già da quando la moglie era in vita, e si trasferì nel Galles. Mary andò dai Blood a Walham Green, vicino a Fulham, dall'amica Fanny. Ma non erano passati che pochi mesi, quando un nuovo dramma familiare la costrinse ad abbandonare i suoi progetti. La sorella Elizabeth, sposata da appena un anno con Meredith Bishop, dopo la nascita di un figlio era caduta in una grave crisi depressiva, di cui il marito era il maggiore responsabile. Mary sollecitò la sorella a dimenticare il dovere coniugale e ad abbandonare il marito. Nel gennaio 1784 Eliza si decise al grande passo e le due sorelle andarono ad abitare insieme senza sapere di che avrebbero vissuto. Donne come loro potevano dedicarsi ai lavori manuali o alla pittura, ma i proventi non erano quasi mai sufficienti a mantenerle.
Grazie all'appoggio di una certa signora Burgh e dei suoi nipoti, Mary Wollstonecraft, con la sorella Eliza e Fanny Blood, si accinse a realizzare un progetto che aveva già da tempo: fondare una scuola. Il primo tentativo a Islington, un modesto quartiere di Londra, fallì per mancanza di allievi, Mary non si arrese e ritentò a Newington Green, dove i risultati furono soddisfacenti, ma per breve tempo.
La situazione della scuola precipito quando Eliza perse il figlio (agosto 1784), mentre la salute di Fanny Blood, già malata di tubercolosi, cominciò a peggiorare. Alla fine del 1784 Fanny ricevette una proposta di matrimonio da Hugh Skeys, amico di antica data, che risiedeva per motivi di lavoro a Lisbona. I medici le avevano consigliato di trasferirsi verso lidi più caldi, nel sud dell'Europa, le si offriva dunque l'occasione di realizzare questo sogno e sebbene l'amore tra i due non fosse molto profondo, Fanny acconsentì all'unione. Rimase in cinta poco dopo il matrimonio.
Poiché la gravidanza si presentava difficile e il parto minacciava di mettere in pericolo la vita stessa di Fanny, Mary lasciò tutto e, prese in prestito dalla signora Burgh il denaro necessario per il viaggio, corse dall'amica, per restarle vicino in quelle ore difficili. Il bambino nacque prematuro e Fanny non si riprese mai dal parto; morirono entrambi alla fine del novembre 1785.
Mary rimase molte settimane in Portogallo; poco per volta la tristezza e il trauma per la perdita dell'amica cedettero alle vivaci impressioni del suo primo viaggio all'estero. Quel paese cattolico la entusiasmava e la disgustava al tempo stesso.

La nascita di una nuova epoca

Tornata in Inghilterra trovò la scuola in un dissesto finanziario tale che non le riuscì più di salvarla.
Grazie alla sua attività come insegnante era già da tempo entrata in relazione con i circoli radicali di Newington Green e in particolare con il dottor Richard Price, un ecclesiastico filosofo di grande fama, in contatto con i più importanti intellettuali dell'epoca di Francia e America, che influenzò Mary in questa fase di apprendimento delle sue capacità letterarie e convinzioni femministe.
Nel 1786 Mary scrisse la sua prima opera, Thoughts on the education of daughters, with the reflexions on female conduct, in the more important duties of life in cui si può vedere un primo abbozzo della sua opera principale e posteriore: A vindication of the rights of women. In essa si affronta la questione dell'educazione femminile e si sviluppa il concetto che le donne non sarebbero così fragili e timorose se fossero educate allo stesso modo in cui sono educati gli uomini. Essa critica le carenze dell'educazione ufficiale e il modo in cui le ragazze venivano trattate sin dall'infanzia. Si pronuncia a favore di una specie di coeducazione, un'idea che si sarebbe affermata nella Spagna franchista ben dopo la seconda guerra mondiale.
Da questo punto di vista il suo pensiero fu influenzato da Catherine Macaulay, un'altra figura radicale,autrice di Lettere sull'educazione; in una sua recensione Mary scrisse di condividere “le tesi dell'autrice, la sua denuncia della grande differenza esistente nell'educazione dei bambini a seconda del sesso, e la critica di questa educazione, che punta unicamente al matrimonio e alla delicatezza e che in questo modo sottovaluta le capacità intellettive della donna e la costringe in un ruolo ridicolo e dannoso”. (4)
La precarietà della sua situazione economica la costrinse a cercare un nuovo lavoro. Un conoscente le procurò un posto come educatrice delle figlie dell'aristocratico britannico Lord Viscount Kingsborough, appartenente alla nobiltà terriera irlandese.
Decise di accettare sia perchè da tempo si interessava all'Irlanda, da cui proveniva il ramo materno della famiglia, sia perchè avrebbe potuto evitare per un po' i creditori; inoltre la retribuzione era eccellente e ciò le avrebbe permesso di pagare i propri debiti entro un breve periodo. L'anno che Mary trascorse in Irlanda fu molto importante per la sua evoluzione intellettuale. Si occupò di filosofia, sopratutto di Rousseau, e nel giugno 1787 nella residenza estiva della famiglia Kingsborough, a Bristol, scrisse Mary, a fiction, un'opera chiaramente autobiografica, alla quale Eleonor Flexner (5) attribuisce un valore autoterapeutico. Quando una delle figlie di Lady Kingsborough cominciò a dimostrarsi sempre più ribelle nei confronti della madre, le tensioni accumulate tra quest'ultima e Mary portarono al suo licenziamento.
Con il romanzo nella valigia, Mary si recò a Londra alla fine dell'agosto 1787 da Joseph Johnson, libraio di idee politiche liberali che aveva già pubblicato un suo scritto quando era in Irlanda, Johnson, che molto ammirava la volontà e l'intelligenza di Mary, le offrì un impiego nella sua rivista mensile, The Analytical Review.
Per Mary ciò significava un'occupazione fissa e la possibilità di dedicarsi a scrivere, dapprima recensioni, discorsi e traduzioni, e poi anche opere letterarie. Un anno più tardi scrisse un libro per bambini, Original stories, che venne illustrato da William Blake. Per Johnson tradusse anche in inglese il Moralisches Elementarbuch di Salzmann.
Grazie all'attività nella rivista di Johnson, Mary ebbe modo di conoscere (talvolta di prima mano) le posizioni intellettuali più avanzate del secolo: lesse e tradusse articoli dei grandi dell'Illuminismo -d'Holbach, Voltaire, d'Alembert, Diderot e Rousseau (6), che ebbero una grande influenza sul suo sviluppo. Sebbene i grandi del secolo non fossero concordi sulla questione femminile, in generale erano tutti dell'opinione che gli uomini dovessero controllare la società democratica e la natura con gli strumenti delle scienze e della ragione; l'uomo doveva assumersi il compito di pensare per la donna ed essa doveva essergli sottomessa. (7)
Mary Wollstonecraft superò presto i propri maestri come dimostra la sua brillante critica a Rousseau
apparsa in concomitanza con la pubblicazione in inglese delle Confessioni. Sebbene il famoso filosofo ginevrino riconoscesse che la donna nella società feudale era oppressa, nel suo progetto di democrazia piccolo borghese-egalitaria non le riservava un futuro sostanzialmente diverso. Così ad esempio, scriveva nell'Emilio o dell'educazione

Per questo motivo l'educazione delle donne dovrebbe essere sempre in rapporto a quella degli uomini. Piacere a loro ed essere utili, farsi amare e stimare da loro, educarli da giovani, assisterli da grandi, consigliarli, confortarli, render loro piacevole la vita. Questi i doveri delle donne in tutti i tempi e ciò che si dovrebbe insegnare loro fin dall'infanzia. Finché non ritorniamo a questo principio, ci allontaniamo dall'obiettivo e con tutte le norme, che noi diamo loro, non aumenteremo né la loro né la nostra felicità”. (8)

Mary affrontò questi concetti in un suo articolo, pubblicato dalla rivista, che in seguito le servì come base per il secondo capitolo della Vindication:

Rousseau sentenzia che una donna non dovrebbe mai sentirsi indipendente neppure per un attimo, che sotto l'influenza della paura dovrebbe essere spinta ad esercitare la sua astuzia naturale e trasformarsi in una schiava tutta civetteria per diventare un più seducente oggetti di desiderio, una compagna puù dolce per l'uomo ogniqualvolta questi desideri svagarsi. Si spinge addirittura ad affermare che la verità e la forza d'animo, le pietre angolari di ogni virtù umana, dovrebbero essere coltivate entro certi limiti perché per ciò che concerne il carattere femminile, la virtù più importante è l'ubbedienza che dovrebbe essere inculcata con rigore inflessibile.
Quale sciocchezza! Se le donne sono per natura inferiori all'uomo, le loro virtù devono essere della stessa qualità se non dello stesso grado, altrimenti la virtù è un concetto relativo; pertanto la loro condotta si dovrebbe fondare sugli stessi principi e avere lo stesso scopo." (ibid. p.113)

Dove Rousseau vede una naturale inclinazione della donna, per Mary si tratta del risultato dell'educazione, il processo in cui le donne, in un certo senso, si sono trasformate in complici della propria oppressione. Le madri hanno insegnato loro ad essere astute e a sfoggiare “un apparente obbedienza e una penosa osservanza di un certi tipo di sottomissione infantile”.
Tuttavia l'orizzonte sociale di Mary non si differenzia in quest'epoca da quello di Rousseau. Come il filosofo, anch'essa pensa che le differenze di classe possano essere eliminate nell'ambito di una democrazia di piccoli proprietari.
Nel periodo in cui lavorava nella redazione della rivista, essa frequentava uno dei club più progressisti del tempo, il “Johnson's Circle”, in St. Paul's Churchyard. Qui conobbe molti grandi pensatori contemporanei, come Thomas Paine, che prima di catapultarsi nei vortici della Rivoluzione francese aveva suscitato scalpore nell'opinione pubblica inglese con le sue idee radicali: questo convinto internazionalista era anche un sostenitore del diritto di voto alle donne. Tra le personalità che frequentavano il club c'erano anche Anna Barbaud, avvocato e femminista, e il poeta e pittore William Blake, che negli anni più difficili della Rivoluzione francese avrebbe poi organizzato una campagna di solidarietà per i giacobini. Mary conobbe anche Heinrich Fussli (Henri Fuseli), pittore svizzero colto e di idee liberali, con cui allacciò uno stretto rapporto.
La vita di Mary Wollstonecraft fu segnata anche da un atteggiamento estremamente romantico verso l'amore:

Non posso vivere senza amare -scrisse- e amare conduce alla follia”.

La Rivoluzione francese e la Vindication

Quando il 14 luglio 1789 in Francia scoppio la Rivoluzione, Mary, come tutti i suoi compagni e compagne radicali, fece un salto di gioia: era finalmente iniziata una nuova era, l'era dei diritti umani.
Pertanto, quando un anno dopo la presa della Bastiglia Edmund Burke, l'”apologeta della tirannide”, pubblicò la sua celebre opera (Reflections on the Revolution in France, 1790), Mary sentì il dovere di rispondergli. Nel suo pamphlet A vindication of the rights of men (1790), in forma di lettera all'onorevole Edmund Burke, affermò che la Rivoluzione francese segnava l'inizio di una nuova era nella storia dell'umanità, in cui i diritti dell'individuo sarebbero stati rispettati senza distinzione di sesso. Il libro suscitò abbastanza scalpore e divenne una specie di “bestsellers”. (9) Quasi nello stesso periodo Thomas Paine scrisse il suo Rights of man e i loro due nomi divennero sinonimi di “padrini della Rivoluzione). In quel periodo Mary conobbe William Godwin. Nel cui pensiero si realizzava per la prima volta un superamento degli ideali democratico-borghesi che avevano sconvolto la Francia.
In questi anni di attività febbrile, influenzata da Condorcet e incoraggiata da Paine, Mary scrisse l'opera che l'avrebbe fatta passare alla storia: A vindication of Rights of Women pubblicato nel 1792. La storica socialista Sheila Rowbothan scrisse al riguardo:

Nel contesto di questa rivoluzione (in Francia) una donna fuori dal comune ha prodotto un libro eccezionale. La Vindication di Mary Wollstonecraft è stata una di quelle opere che offrono una così intensa sintesi del passato, un così brillante compendio ed espressione di quella attuale esperienza, da cambiare per sempre i fondamenti del futuro modo di pensare”. (10)

Finora il suo libro è stato chiamato un po' indebitamente la “Bibbia del femminismo”. Mary lo scrisse in due settimane, il che talvolta si nota dallo stile un po' claudicante. Fin dalla sua pubblicazione, all'inizio del 1792, è diventato un classico della sinistra anglosassone, che in genere ha avuto sempre posizioni relativamente favorevoli al femminismo. (11) Dopo duecento anni è ancora un'opera interessante, tra l'altro perchè la situazione della donna continua ad attendere una rivoluziona radicale, anche nei paesi altamente industrializzati.
Mary ha avuto il grande coraggio di applicare le principali idee illuministe alla questione femminile. Se gli esseri umani non sono soggetti né ad una fatalità storica né al peccato originale, se nella società come in natura essi possono decidere del proprio destino, non esiste alcun motivo per cui le donne ne debbano essere escluse. Essa individua una serie di fattori sociali che impediscono loro di svilupparsi liberamente e le costringe a sottomettere la propria autodeterminazione al padre e al marito.
Uomini e donne si distinguono per la forza fisica, non per intelligenza o capacità pratiche. Un sano raziocinio è distribuito in egual misura tra donne e uomini, come tra ricchi e poveri. Mary si oppone a coloro che credono che l'intelletto dipenda dal sesso, dato che in verità ragione e sesso sono disposti su livelli differenti: la ragione si trova a un livello situato sopra i sensi, di conseguenza è superiore, mentre il sesso appartiene al livello dei sensi e quindi è subordinato. Mary tratta questi punti con una forza espressiva e un vigore, che nessuno aveva mai usato in precedenza e nessuno avrebbe più usato per un bel pezzo. Scrive, per esempio:

E' tempo di compiere una rivoluzione nei costumi femminili -tempo di restituire le donne alla loro perduta dignità –e di renderle partecipi della specie umana in modo che, riformando se stesse, riformino il mondo… E’ tempo di distinguere gli eterni e immutabili principi della moralità dagli usi e dalle abitudini, che possono differire a seconda dei luoghi. Se gli uomini sono semidei, bene, allora vogliamo servirli!” (op.cit. p.134)

Essa si domandava quale fosse l’alternativa per le donne che non potevano sposarsi né avere figli. L’eguaglianza borghese e politica doveva affermarsi sia come diritto che come necessità e tutti gli uomini che non consideravano le donne sufficientemente “preparate” per queste conquiste, in realtà gliele negavano. Ma, d’altro canto, poiché erano gli uomini ad avere il massimo di interesse a tenere la donna come un animale domestico, non era una contraddizione che essi stessi si arrogassero il diritto di poter stabilire le misure adatte alle donne?

Chi ha fatto dell’uomo il solo giudice, se la donna partecipa con lui del dono della ragione?
La donna ha un diritto inalienabile alla libertà e all’eguaglianza, perché questi sono diritti naturali ai quali nessun essere umano deve rinunciare e che sono garantiti addirittura dalla civiltà: il diritto e il dovere di ottenere il meglio che la società ci offre. E ciò comprende anche il dovere di creare i mezzi per riceverli.”

Oltre alle sue argomentazioni, la Vindication offre un quadro estremamente vivace di esperienze, che dimostra la capacità da parte di Mary di analizzare le condizioni in cui crescevano le donne nell’Inghilterra di allora, in particolare di come venissero stimolate ad essere delle belle bambole, capaci di mentire e dissimulare, come richiedevano le convenzioni sociali. Molto prima di Fourier e Owen, Mary si convince che il matrimonio borghese è una specie di “prostituzione legalizzata”.
Nello stesso anno in cui appare il libro, Mary inizia coraggiosamente un viaggio in varie parti della Francia, sfidando l’ostilità delle autorità britanniche che temevano un “contagio” delle idee rivoluzionarie. Ben presto lei e i suoi amici inglesi si vengono a trovare in grandi difficoltà, poiché dopo lo scoppio della guerra tra i due paesi era stato vietato a tutti gli stranieri di lasciare il paese.
Mary si ritira in una casa a Neuilly e qui inizia a lavorare al suo saggio sulla Rivoluzione francese, A historical and moral view of the origins and progress of trh French Revolution and the effect in hes produced. A Parigi entra in contatto con i girondini, in particolare con le loro esponenti più famose, tra cui Madame Roland.

Il tentativo di suicidio

A differenza della sua amica Madame Roland, Mary non ebbe modo di partecipare a nessun movimento femminista; non le riuscì neppure di formare un gruppo con le poche donne radicali sue contemporanee. Era una combattente solitaria: difendeva una serie di convenzioni personali e politiche che nell’Inghilterra della fine del XVIII secolo la costrinsero ad andare controcorrente. In un certo senso, era in opposizione rispetto al proprio tempo, una “rarità” che attirava l’attenzione degli uomini. In una lettera scritta durante il suo viaggio in Scandinavia scrisse:

A cena il mio ospite mi ha detto bruscamente che sono una donna notevole, perché pongo domande da uomo”.

Prima della partenza per Parigi, i rapporti con Fussli peggiorarono, pare che la moglie di lui avesse respinto indignata la sua proposta di trasferirsi in casa con loro. Nella capitale francese conobbe lo statunitense Gilbert Imley, con il quale, dopo un iniziale riserbo, ebbe una relazione amorosa e da cui ebbe anche un figlio. La loro convivenza fu disturbata dal fatto che Imley spesso si allontanava per “viaggi d’affari”. La passione romantica di Mary per questo uomo è testimoniata dalle lettere che gli inviò, spesso disperate, ma piene di dignità. Gli scrisse: “Mi potrai rendere infelice, ma non riuscirai a rendermi spregevole ai miei occhi”.
Nel 1794 a Le Havre nacque Fanny; appena rimessosi dal travaglio, Mary riprese indomita la lotta per l’amato Imley. Su richiesta di questi, intraprese con la figlia e la bambinaia un viaggio in Scandinavia, per occuparsi degli affari di lui. Nel 1796 il suo racconto di viaggio fu pubblicato con il titolo Letters written durino a short residence in Sweden, Norway and Denmark.
Dopo essere stata più volte ferita nell’animo da Imley, tornò con la figlia a Londra, dove l’”opinione pubblica” la considerava alla stessa stregua di una donna di malaffare. Disperata, scrisse una lettera d’addio e si gettò dal ponte di Putney nel Tamigi. Salvata da alcuni marinai, ritrovò la forza di vivere grazie all’aiuto e al sostegno degli amici.
Non appena si fu rimessa, riprese la sua attività per l’Analytical Review e scrisse un romanzo dal titolo significativo: Maria, or, the wrongs of woman, in cui alla luce di alcune storie tratta il dramma di donne del suo tempo. Nella premessa, che non riuscì a terminare, scrisse che la sua intenzione era
descrivere l’infelicità e l’oppressione che devono patire le donne che si affidano alle leggi e ai costumi generalmente accettati dalla società”.
Come per gli altri suoi romanzi, il livello letterario è piuttosto modesto e perciò fu presto dimenticato; conserva tuttavia il valore indiscutibile di una testimonianza.
Nei suoi ultimi anni di vita si strinsero sempre di più i suoi rapporti con l’amico William Godwin, di tre anni più anziano, che per i posteri sarebbe diventato uno dei più significativi precursori del socialismo anarchico. (12) 
La loro collaborazione iniziò su un piano puramente intellettuale, ma si trasformò in un legame affettivo: Alla fine del 1796 Mary era di nuovo incinta e, sebbene Godwin (che condivideva le idee di Mary dal punto di vista teorico) fosse al pari suo contrario al matrimonio e lo definisse il “peggiore di tutti i rapporti di proprietà”, fecero una concessione all’ipocrita “opinione pubblica” e si sposarono.
Durante il breve periodo del suo rapporto con Godwin –forse il più felice della sua vita- Mary approfondì le sue idee protosocialiste e la sua critica della società borghese, sviluppando intuizioni già contenute a livello embrionale nella Vindication. Essa comprendeva ormai che dietro l’oppressione della donna vi era la questione della proprietà privata e che dalla proprietà derivavano

come una sorgente avvelenata, la maggior parte dei mali che rendono questo mondo una miserevole tragedia”.

Godwin scrisse in questo periodo il suo saggio, An enquiry concernine the principles of political justice, un importante contributo al pensiero socialista, alla cui elaborazione Mary prese parte attiva. Molte delle idee presentate in quest’opera ovviamente soprattutto quelle che si riferiscono alle donne, sembrano un prodotto della sua scrittura. In seguito Godwin disse di lei:

Essa si considerava un avamposto di difesa di metà della specie umana, travagliata sotto un giogo che da tempi immemorabili aveva degradato le donne dallo stato di esseri razionali, abbassandole quasi al livello dei bruti: Vedeva bene che spesso si tentava di tenerle avvinte in seriche catene e di indurle ad amare la schiavitù; ma la finzione e la perfidia servivano soltanto a rafforzare maggiormente la sua opposizione”.

Dal legame tra Mary e Godwin nacque Mary, futura Mary Wollstonecraft-Shelley, immortale autrice del Frankenstein (13) e compagna del poeta romantico Percy Bische Shelley, che sposò nonostante la decisa opposizione paterna. La nascita della figlia peggiorò le condizioni di salute di Mary, già critiche. La mancata espulsione della placenta provocò un’infezione che la uccise il 10 settembre 1797. La figlia Mary così ricordò la madre:

Mary Wollstonecraft era una di quelle persone che in una generazione compaiono forse una volta sola e che si presentano all’umanità in modo così brillante, che anche le persone di idee divergenti non riescono a sottrarsi al loro fascino. Il suo genio fu incontestato: Era stata allevata alla scuola della miseria e, poiché aveva conosciuto le sofferenze dei poveri e degli oppressi, nel suo cuore albergò sempre l’ardente desiderio di ridurre queste sofferenze. La sua solida intelligenza, il suo carattere indomito, la sua sensibilità e vivace simpatia permeano tutti i suoi scritti di grande forza e verità”. (14)

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NOTE

(1) Le due opere più importanti sono Mary a fiction (1787) e The wrongs of woman: or, Maria (incompiuta)

(2) Cfr. Emily W. Sunstein, A different face, The life of Mary Wollstonecraft, New York 1975, pp.10 sgg.

(3) Mary Wollstonecraft ricordò sempre con piacere I nove anni trascorsi nello Yorkshire, particolarmente a Beverly, e la sua amicizia con Jane Austen

(4) Cit. da Charo Ema, introduzione all’edizione spagnola di Rivendicazione dei diritti delle donne (Madrid 1977,p.7)

(5) Eleonor Flexner, Mary Wollstonecraft. A Biografy, New York, 1972

(6) Sulle idee degli illuministi a proposito della questione femminile si veda il libro di Paule-Marie Duhet, Las mujeres y la revoluciòn 1789-1794, Barcelona 1974

(7) Cfr. su questo tema: Christine-Fauré, La démocratie sans les femmes. Essai sur le libéralisme en France, Paris, 1985

(8) Dall’Emilio o dell’educazione, cit. dalla Wollstonecraft in Vindication, cit. (in Il manifesto femminista per la rivendicazione dei diritti delle donne, Milano 1984, p.169.)

(9) Cfr. E.W.Sunstein, A different face, cit.,pp.197 sgg.

(10) Sheila Rowbotham, Donne, resistenza e rivoluzione, Torino 1976, p.40
(11) La tradizione femminista all'interno della sinistra britannica inizia con Godwin e si sviluppa attraverso Shelley, Thompson, Morris, Hardie, Shaw, Russell ecc.

(12) Per quanto riguarda Godwin e molte altre personalità storiche del socialismo menzionate in questo libro, rimando al mio libro Diccionario biografico del Socialismo, 2 voll. Barcellona (J.G.A.)

(13) Sulla celebre opera della Shelley, il suoi rapporti con la madre e il contesto culturale dell'epoca si veda in questa stessa casa editrice Roberto Massari, Frankenstein. Dal mito romantico alle origini della Fantascienza, Roma 1992 (n.d.r.)

(14) Cit. da Charo Ema, op.cit, p.15

mercoledì 22 dicembre 2010

LASCEREMO I PALAZZI DEL POTERE NELLA SOLITUDINE DELLA LORO MISERIA


Lettera degli studenti della "Sapienza" per la manifestazione del 22 dicembre


Alla c. a. Sindaco di Roma Gianni Alemanno

Alla c. a. Questore di Roma Francesco Tagliente

Alla c. a. del Prefetto di Roma Giovanni Pecoraro


Oggetto: La nostra richiesta di autorizzazione

Con la presente gli studenti e le studentesse della Sapienza comunicano alle autorità che il giorno 22 dicembre sfileranno per le strade di Roma.
Apprezziamo davvero la vostra apertura al dialogo che in queste settimane si è manifestata ripetutamente e in vari modi: dalle centinaia di denunce per manifestazione non autorizzata, agli arresti immotivati, alla costruzione di una "zona rossa" permanente e in continua espansione.
Siamo molto lieti di tanta premura nel volerci proteggere, tenendoci lontani dai patetici teatrini e compravendite di parlamentari, che avvengono ormai come consuetudine dentro Montecitorio e Palazzo Madama.
Potete stare tranquilli: la politica istituzionale si è già allontanata dai noi e dal resto della società molto tempo fa. Sono proprio i nostri cortei e i nostri blocchi stradali ad aver riportato la politica vera nelle strade e nelle piazze, dall'università a tutta la città.
Per il movimento studentesco il corteo spontaneo è da anni la vera pratica con la quale far vivere e rendere visibile il diritto di manifestare, la voglia di partecipare e prendere parola sul nostro futuro.
Proprio per questo motivo il 22 lasceremo i palazzi del potere nella solitudine della loro miseria e andremo nelle altre zone della città, per parlare con chi come noi è inascoltato da quegli stessi palazzi.
Vogliamo però interloquire con chi ha detto, in questi giorni, che bisogna ascoltare il nostro disagio, perciò domani una nostra delegazione porterà una lettera al Presidente Napolitano.
Vi inviamo questa richiesta di autorizzazione e vi chiediamo: siete disposti a garantire il diritto di manifestare?
Gli studenti e le studentesse della Sapienza in mobilitazione

(21 dicembre 2010

lunedì 20 dicembre 2010


SAVIANO E I FALSI
MITI DELLA SINISTRA

di Giovanni Savino




Il successo di “Vieni via con me”, la trasmissione condotta da Fabio Fazio e Roberto Saviano divisa in quattro puntate e dagli ascolti record (oltre 9 milioni di telespettatori), ha suscitato dibattito anche e soprattutto tra ampi settori del “popolo della sinistra”. Il deserto culturale e la pochezza della tv italiana hanno rappresentato la possibilità del successo della trasmissione targata Endemol (la stessa casa produttrice del Grande Fratello) e un abile mix di ingredienti buoni per un certo settore a sinistra come il popolo viola e a destra come i finiani ne ha garantito la riuscita, che costringe però a una riflessione attenta e non scontata a sinistra.
Se Bersani che legge la lista dei valori (?) della sinistra lascia il tempo che trova, l’idea di fondo della trasmissione è quella di due schieramenti che alla fin fine su temi come le mafie, il diritto alla vita, i problemi del paese, non sono così distanti, se non per la posizione in cui si siedono in Parlamento e per l’eccezione Berlusconi. L’esaltazione del patriottismo, della retorica risorgimentale e della bandiera, dovrebbe unire quest’operazione ideologica, provando a far passare in secondo piano il prodotto diretto della retorica nazionale, il militarismo, e l’impiego delle truppe italiane in Medio Oriente e in Afghanistan. Una retorica basata sull’ordine, a cui manca solo la parola disciplina, e che è una spia di come far uscire l’Italia dalla crisi, facendo passare come valore la legalità e il legalitarismo.
Un legalitarismo spinto e estremo per cui non si dice una parola sulla militarizzazione della Campania, in cui la magistratura è un’entità soprannaturale e sempre giusta (e piazza della Loggia? E Ustica? E Carlo Giuliani?) in un’atmosfera di buonismo, in cui le lotte dei lavoratori e degli studenti ne restano fuori non perché ignorate, ma perché devono essere normalizzate.
Quando i conduttori hanno dichiarato di essere oltre Berlusconi, hanno indicato chiaramente il programma politico di chi, tra terzo polo e prove di governo tecnico, vuole provare a fornire una rappresentanza stabile e concreta alla borghesia italiana.
D’altronde, Fabio Fazio ha concesso la tribuna di “Che tempo che fa” a Sergio Marchionne per spiegare la “bontà” del suo piano di licenziamenti e di asservimento dei lavoratori Fiat, permettendo al manager italo-canadese di poter calunniare gli operai e rifiutando la replica dei delegati sindacali.
Ma la figura centrale della trasmissione è stata Roberto Saviano, lo scrittore casertano che da anni vive sotto scorta per le minacce seguite alla pubblicazione di Gomorra e diventato punto di riferimento nel dibattito italiano sulle mafie.
Se Gomorra come libro aveva rappresentato una utile denuncia (anche se con elementi di romanzo) del potere economico della camorra, rilanciando il dibattito, subito dopo ne è cominciata la santificazione e l’imbalsamazione della figura di Saviano, diventato una sorta di fiore all’occhiello per qualsiasi politico, da Bertinotti a Maroni. Nel frattempo le posizioni prese da Saviano, partito da ambienti di sinistra, cominciavano a essere culturalmente e politicamente di destra, di una destra non berlusconiana, ma non per questo meno pericolosa, se si considera gli ispiratori dello scrittore:

Come scrittore, mi sono formato su molti autori riconosciuti della cultura tradizionale e conservatrice, Ernst Jünger, Ezra Pound, Louis Ferdinand Celine, Carl Schmitt. E non mi sogno di rinnegarlo, anzi. Leggo spesso persino Julius Evola, che mi avrebbe considerato un inferiore.”(Intervista a Panorama del 22/12/2009)

Una vicinanza non solo nello stile, ma anche nel rivendicare una destra missina in lotta contro le mafie come quella di Almirante, dimenticando il ruolo attivo dell’Msi e del neofascismo nell’appoggio alle ‘ndrine durante la rivolta di Reggio Calabria e la stagione delle bombe sui treni, ma esaltandone la legalità: ricordiamo che il segretario missino, fucilatore di partigiani, si rese protagonista di una campagna per la pena di morte negli anni Settanta contro i terroristi “rossi”, mentre le violenze fasciste colpivano nelle piazze e nelle strade con la complicità dello stato.
I concetti di “legalità” e di “sicurezza” affascinano Saviano, spingendolo a posizioni di destra reazionaria, e abbracciando ogni idea “forte”, confondendo o eludendo le ragioni degli oppressi con quelle degli oppressori, come nel caso della Palestina.
L’impegno dell’autore verso Israele si realizza infatti con la partecipazione alla “Giornata per Israele”, organizzata dalla deputata Pdl e attivista del movimento dei coloni Fiamma Nirenstein, oltre che nella condanna a qualsiasi azione di solidarietà con Gaza come la Freedom Flotilla, raffigurandole come atti terroristici in nome della “sicurezza” e della “legalità” israeliana. Coerentemente Saviano si spinge fino alla ricerca di legami tra mafie e resistenza palestinese, un accostamento peraltro simile a quello tra le Farc e la sinistra Abertzale basca sempre proposto da Saviano stesso.
Per non parlare delle dichiarazioni su Maroni “miglior ministro degli Interni” della storia italiana, però poi corrette con la denuncia delle collusioni mafiose della Lega, ma con la replica, questa sì garantita, al ministro. Insomma un’apertura di credito verso le istituzioni di questo paese, e la creazione di un’icona che non si può criticare.
Sia chiaro, gli attacchi di Berlusconi (proprietario anche della Mondadori) e di Fede sono strumentali e non condivisibili, ma le polemiche create attorno alle critiche di Alessandro Dal Lago e di Daniele Sepe sembrano voler paragonare il diritto alla critica all’agguato mafioso.
Se il libro di Dal Lago è uno studio sociologico sulla letteratura italiana contemporanea, le critiche del musicista napoletano Sepe sono politiche e sociali all’opera di Saviano, e hanno suscitato reazioni molto dure a sinistra, con l’editoriale di Norma Rangeri “Saviano bene comune”.
Che cosa ha detto Daniele Sepe di così terribile? Nell’intervista al Corriere del Mezzogiorno del 3 giugno scorso, il sassofonista ha semplicemente fatto notare che “da comunista dico: quando da decenni la politica è fatta da governi presieduti dagli editori di Saviano, e quando i provvedimenti finanziari si accaniscono sulla povera gente, sicuramente chi ci guadagna è la camorra. La povera gente qualcosa deve pur mangiare, e la legalità è una cosa bellissima, ma non si mangia. Il problema criminale, in Campania e in tutto il Sud, va analizzato tendendo conto che qui sono 20 anni che le aziende chiudono per favorirne altre al Nord, e che la malavita attecchisce per mancanza di alternative, non perché qui vivono scimmie malvage dedite al cannibalismo”.
Parole condivisibili, scritte in un’ottica di classe e provando a entrare nel contesto della criminalità organizzata nel Meridione d’Italia, analizzando i problemi del lavoro e della disoccupazione a Napoli e nel Mezzogiorno.
La sinistra radicale ha perso la bussola? Si chiedeva Daniele Sepe in una lettera al Manifesto rispondendo all’editoriale della Rangeri. Sì, e non da ora: anni di partecipazione ai governi locali e nazionali, lo scollamento con le realtà operaie e di lotta, una volontà di accreditarsi come edulcorata e compatibile con il sistema, fanno sì che le illusioni in una lotta alle mafie fatta di polizia, carceri e blocchi stradali lasciando in secondo piano gli affari e la politica possano insidiarsi a sinistra. Se le condizioni politiche e sociali non cambiano, dopo l’arresto di Iovine (boss latitante della camorra) ne verranno altri cento di boss e di camorristi, né tantomeno il potere delle mafie verrà scalfito.
C’è bisogno di una militanza quotidiana e di un’azione anticapitalista forte contro la borghesia mafiosa, difendendo i posti di lavoro e senza illusioni in uno stato colluso e legato da sempre alla malavita organizzata. Tra la ribalta delle scene e un attivismo sociale e politico crediamo che quest’ultimo sia più efficace, come testimoniato da figure come Peppino Impastato, Placido Rizzotto, Mimmo Beneventano, che hanno pagato con la vita una lotta contro mafie, stato e capitalismo. Una militanza spesso ignorata, spesso dimenticata (come testimoniato dalla causa intentata dal Centro Impastato a Saviano), ma che colpisce nel profondo più di una trasmissione televisiva.

20 Dicembre 2010

dal sito     http://www.marxismo.net/

domenica 19 dicembre 2010






LA GUERRA DI COREA:
60 ANNI DOPO

di  Wayne Price






Il contesto: la Guerra di Corea

La Guerra di Corea del 1950-1953 è stata chiamata "la guerra dimenticata" o "la guerra sconosciuta". Nella sezione sulla Storia Militare all'interno della libreria Barnes & Noble nella mia città, ci sono molti volumi sulla seconda Guerra mondiale e sulla Guerra in Vietnam e persino sulle guerre in Iraq ed Afghanistan, ma neanche un volume sulla Corea. Il che è significativo!
Eppure, per molti versi essa costituì un punto di svolta nella storia mondiale all'indomani della seconda guerra mondiale. Servì a consolidare la strategia della Guerra fredda che prevedeva guerre "periferiche", ma nessuna terza guerra mondiale. Fornì la scusa per il riarmo degli USA, cosa che, fra le altre, fu una delle cause del boom post-bellico. Per quanto riguarda invece i Coreani, la Guerra sancì la dolorosa divisione della loro antica nazione.
La guerra di Corea avvenne per la confluenza di una serie di diversi fattori. C'era il conflitto inter-imperialista tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Gli USA uscivano dalla seconda guerra mondiale come potenza mondiale dominante, tanto sul piano militare quanto su quello politico ed economico. La Russia di Stalin era molto più debole rispetto agli USA (cosa che portò la sinistra a credere che la Russia fosse più pacifica). Ma entrambe le potenze controllavano altri paesi ed entrambe disponevano di armamenti nucleari, una minaccia di sterminio per l'umanità.
Ma questo non era il solo conflitto in atto. C'era in Corea anche la lotta di classe dei contadini e degli operai contro i latifondisti ed i capitalisti. C'era la guerra civile tra i due stati coreani, per riunificare il paese ciascuno sotto il suo dominio. E c'era la lotta di liberazione nazionale dei Coreani, innanzitutto contro i Giapponesi ed i loro collaborazionisti ed in secondo luogo contro gli USA ed i loro collaboratori.

Storia

L'impero giapponese si annesse la Corea nel 1910 e la tenne fino alla fine della 2GM. Come tutti i regimi coloniali, anche quello giapponese fu particolarmente brutale e crudele. Migliaia di Coreani vennero costretti a lavori forzati nelle fabbriche giapponesi in Corea ed in Giappone. Molti furono costretti ad indossare l'uniforme dell'esercito giapponese. Le donne coreane vennero obbligate ad essere "donne di conforto" per i soldati giapponesi. La lingua coreana venne vietata e sostituita dal giapponese.
Ovviamente c'era anche la resistenza in Corea. Molti lasciarono il paese per unirsi alla numerosa comunità coreana residente da lungo tempo in Manciuria e nella Cina nord-orientale (un tempo all'interno del Regno Coreano). Vennero costituite delle armate di guerriglieri, alleate con i comunisti cinesi, per combattere contro i Giapponesi. Va detto che c'erano intere forze comuniste "cinesi" costituite da Coreani. Migliaia di loro parteciparono alla successiva guerra civile in Cina che portò alla caduta di Chiang Kai-shek.
Altri Coreani collaboravano invece con i Giapponesi. Erano i latifondisti, le classi capitaliste ed anche coloro i quali erano diventati ufficiali dell'esercito giapponese e della polizia.
Con la fine della Guerra, centinaia di "comitati del popolo" sorsero in tutta la Corea. La maggior parte erano di sinistra e nazionalisti, composti da attivisti locali, senza essere controllati dai comunisti del Partito dei Lavoratori. Questi comitati iniziarono a creare un governo unificato.
L'esercito USA divise la Corea all'altezza del 38° parallelo, una linea immaginaria, di modo che i Russi prendessero i giapponesi al di sopra di essa e gli Stati Uniti al di sotto. I Russi accettarono questa divisione "temporanea". A quel tempo la parte nord aveva la maggior parte delle industrie coreane, mentre nella parte sud c'era la maggior parte della popolazione (almeno i 2/3). Ci si attendeva la formazione di un governo unitario.
Nel Sud, l'esercito USA soppresse i comitati del popolo, mise fuori legge i sindacati operai e quelli dei contadini, represse i militanti di sinistra. E puntò invece alla costruzione di un governo composto da coloro che avevano collaborato con i Giapponesi. Per dare smalto alla cosa, fu fatto venire dagli USA il nazionalista coreano Syngman Rhee. Venne eretto uno stato autoritario, la Repubblica di Corea, con trappole "democratiche" (elezioni, ecc.), ma con l'uccisione di oppositori e di fuorilegge della sinistra.
Nel Nord, l'esercito russo aveva portato ex-combattenti delle forze di guerriglia coreane. Erano guidate da Kim Il Sung. I comitati del popolo vennero cooptati e venne messa su una dittatura stalinista in stile russo, la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Fecero fuori la vecchia classe dei latifondisti e si presero le industrie dei capitalisti. Ma non permisero ai contadini ed agli operai di prenderne il potere. Costruirono invece una nuova burocratica e collettivizzata classe dominante che usasse lo stato come agente della accumulazione capitalistica (capitalismo d stato).
Stalin aveva meno interesse verso l'Asia Orientale rispetto all'Europa dell'Est, dove controllava strettamente gli stati fantoccio. Aveva cercato di tenere Mao completamente fuori dal rovesciamento del regime di Chiang (cosa che Mao non avrebbe mai dimenticato). Egli non aveva il controllo totale sui coreani del nord, che erano dirigenti autentici di una lotta di liberazione nazionale e che potevano usare la Cina contro la Russia.
Tra ottobre e novembre 1946, ci furono considerevoli rivolte nel sud contro i vecchi collaborazionisti dei giapponesi, contro i latifondisti ed il regime. Le rivolte furono sedate con una grande repressione, a cui parteciparono le basi militari USA. Nell'aprile 1948 ci fu una rivolta su vasta scala nell'isola di Cheju [Jeju], anch'essa repressa. Nell'ottobre 1948, ammutinamenti e ribellioni portarono ad una situazione bellica di guerriglia in gran parte della Corea del sud, in alcuni posti protrattisi fino a scoppiare in vera e propria guerra (per particolari sulle rivolte e sulla guerriglia, vedi i libri di Cumings).
I due regimi espressero la loro intenzione di riunificare la Corea, ciascuno sotto il proprio Stato. Si dotarono di propri eserciti per posizionarli sul 38° parallelo. Ci furono da entrambe le parti piccole scaramucce di confine e provocazioni. Gli USA non rifornirono deliberatamente di certo materiale bellico l'esercito del sud, allo scopo di impedire un'invasione del nord, come minacciato dal governo e dalle gerarchie militari della Corea del Sud.
Ma poi accadde che fu la Corea del Nord ad attaccare quella del Sud, nel giugno 1950. Non fu per ordine di Stalin, ma pare che Kim Il Sung avesse ottenuto una sorta di permesso da parte di Stalin e che si era almeno consultato con le autorità cinesi. Ad ogni modo, furono gli interessi di stato che lo spinsero ad attaccare. (Quando attaccò, l'URSS stava boicottando il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, per cui non era in grado di porre il veto su un risoluzione ONU favorevole alla guerra degli Stai Uniti.)
Agli inizi, l'Esercito Coreano del Popolo (il Nord), sbaragliò le truppe dell'esercito della Repubblica di Corea, che collassava, fuggiva o si arrendeva. L'esercito USA non fece molto meglio. Le forze del Nord spinsero quelle USA e sud-coreane fino al porto di Pusan [Busan] a sud-est, conquistando il 90% della Corea entro il mese di agosto. Nel frattempo, nei territori conquistati veniva fatta la riforma della terra ed imposto il governo del Nord.
Ma gli USA ed suoi alleati (specialmente i britannici) risposero immediatamente. Per ordine del presidente Truman, sbarcarono in Corea, ufficialmente sotto l'egida dell'ONU (sebbene gli USA fossero la forza principale ed in Corea ci sarebbero andati anche senza l'ONU). Si ripresero il Sud e poi in settembre, fecero uno sbarco ambizioso nella Penisola di Incheon, alle spalle delle linee nord-coreane. Ora toccava a loro precipitarsi in ritirata.
Le truppe USA/ONU respinsero quelle nord-coreane fino a 38° parallelo e dichiararono vittoria - dato che la Cina comunista aveva minacciato un suo intervento se gli USA avessero invaso il nord. Ma gli USA e le forze del ROK andarono oltre e in ottobre passarono il confine cinese sul fiume Yalu [Amnok], mentre le forze sud-coreane si prendevano città del nord ed iniziavano ad occupare porzioni della Corea del Nord.
Per i comunisti cinesi era un attacco diretto alla loro rivoluzione. Infatti, vi erano forse negli Stati Uniti che vedevano la guerra coreana come una pietra miliare in direzione di un attacco alla Cina. La flotta USA venne dislocata a difesa di Taiwan per impedire ai comunisti cinesi di completare la loro guerra civile perseguendo Chiang a Taiwan.
Come promesso, la Cina intervenne in ottobre unendosi alle forze nord-coreane. Per la fine di gennaio, avevano respinto le forze USA e quelle sud-coreane riportandole sul parallelo di partenza. A quel punto seguirono due anni di guerra di posizione stile 1GM, con guerra di trincea, piccole avanzate e ritirate.
Nel corso degli anni gli Stati Uniti hanno usato la loro potente industria militare contro i loro nemici - e lo stesso accadde con il popolo coreano. Gli aerei USA sganciarono bombe sul Nord e su parti del Sud. Bombe incendiarie vennero usate per bruciare le città ed il napalm venne usato in grandi quantità contro la popolazione. Ogni città del nord e la maggior parte dei villaggi venne gravemente danneggiata. Infine gli USA bombardarono i due principali bacini per l'irrigazione nel Nord, causando gigantesche alluvioni e perdite di vita. Nel frattempo gli USA e la Corea del sud trattavano i profughi come nemici di guerra e si resero responsabili di una serie di massacri.
Ci fu una discussione assai seria all'interno del governo USA sulla possibilità di usare la bomba atomica in Corea e in Cina. Vi furono voli di sondaggio sulla Corea del Nord per valutare un possibile attacco atomico. Per fortuna, gli Stati Uniti decisero di no. Le alte tensioni nel governo e nel paese contro una guerra impopolare portarono il presidente Truman a rimuovere il generale in capo in Corea, Douglas MacArthur, per aver richiesto l'uso della bomba atomica ed un allargamento della guerra in territorio cinese.
Dopo 2 anni di negoziati, nel luglio 1953, la guerra si concluse con un armistizio, con cui si diceva che la guerra ufficialmente non era finita (e che la Corea del Sud non ha mai siglato). Ci furono errori di valutazione da tutte le parti. La Corea del Nord era sicura che gli USA non avrebbero sostenuto massicciamente la Corea del Sud. Gli USA era sicuri che la Cina non si sarebbe intromessa se essi avessero preso il Nord. Dopo tre anni di conflitto la penisola era devastate, più di tre milioni di coreani morti, e milioni di profughi che vagavano in un paesaggio distrutto. Infine le sue parti contendenti erano ritornate ai punti di partenza (la zona demilitarizzata è infatti molto vicina al 38° parallelo).
Quasi 35mila soldati statunitensi vi morirono. La guerra era diventata assolutamente impopolare e la fiducia nel presidente Truman era diventata talmente bassa, che non si ricandidò per la presidenza. Diversamente da quanto sarebbe poi successi per la guerra in Vietnam, non vi fu nessun movimento pacifista, vista anche l'isteria anti-comunista del periodo. Invece, venne eletto presidente il repubblicano "Ike" Eisenhower con la promessa di mettere fine alla guerra in Corea.

La Risposta della sinistra

A sinistra, negli USA, in Europa Occidentale ed altrove, circolavano tre opinioni:

1. Liberali e socialisti riformisti (socialdemocratici) in genere stavano con gli USA. Il loro argomento era che era stata la Corea del Nord ad iniziare la guerra (falso e senza fondamento) violando un confine internazionale (non vero). SI coprivano dietro la pretesa che non fosse una aggressione USA ma una "azione di polizia" dell'ONU (quando gli USA stavano in realtà imponendo la loro volontà su un paese colonizzato, contro la volontà della maggioranza della popolazione ed usando l'ONU come copertura). Siamo all'interno di quella sinistra liberal/socialdemocratica di appoggio all'imperialismo occidentale.

2. Certa sinistra (socialisti e liberali) stavano con lo schieramento comunista in guerra. Si guardava all'Unione Sovietica, alla Cina maoista ed alla Corea del Nord come paesi "socialisti" e progressisti. I trotskisti ortodossi vedevano questi paesi come governati da "Stati operai" ("degenerati" o "deformati") che dovevano essere difesi contro il capitalismo. In realtà si trattava di dittature a capitalismo di stato su cui i lavoratori non avevano nessun controllo, ma che invece trattavano i lavoratori similarmente a quanto faceva il capitalismo occidentale.
Vedevano anche la Guerra di Corea come una guerra di liberazione nazionale contro la principale potenza imperialista: gli Stati Uniti. La vedevano come parte di una rivoluzione mondiale contro il colonialismo e l'imperialismo, che includeva la rivoluzione cinese (e l'intervento cinese in Corea), la lotta per l'indipendenza dell'India, le lotte nazionali in Africa ed in Medio Oriente, e gli sforzi dei paesi dell'America Latina per l'autodeterminazione.
Questa parte della loro analisi aveva qualcosa di fondato. Ma la sconfitta della classe operaia in Europa e negli USA poneva dei limiti a queste lotte di liberazione. Esse non erano in grado di andare oltre i programmi stalinisti e nemmeno oltre i programmi delle borghesie nazionali - senza il programma della rivoluzione internazionalista della classe operaia. Se da un lato portavano a qualche miglioramento nelle condizioni di vita della gente comune, non riuscivano però ad uscire dalla subordinazione al sistema capitalistico mondiale (che includeva il capitalismo di stato russo) . Per questa ragione, tra le altre, fu un errore pericoloso idealizzare i governi nazional-stalinisti di questi Stati. E questo resta vero, indipendentemente da quanto fosse necessario essere solidali con quei popoli contro l'imperialismo.

3. A sinistra c'erano anche frange che respingevano sia lo stalinismo che il capitalismo occidentale. Si trattava della maggior parte degli anarchici come pure dei trotskisti dissidenti, dei pacifisti radicali, e di pochi altri. Non ci si schierava con nessuna delle due parti in causa nella guerra di Corea. Per aver assunto proprio queste posizioni, la vedova di Trotsky, Natalia Sedova, diede le dimissioni dalla Quarta Internazionale trotskista (vedi Sedova Trotsky, 1951).
Questi militanti avevano una posizione corretta nell'opporsi sia al ruolo degli USA nella guerra, sia al regime sud-coreano di collaboratori dei giapponesi e degli USA, come pure nel respingere la frode insita nell'azione dell'ONU. Avevano ragione ne chiedere la fine immediata della guerra ed il ritiro delle truppe USA.
Ed avevano senza dubbio tutte le ragioni nel respingere l'analisi che vedeva gli Stati comunisti, compresa la Corea del Nord, come paesi socialisti, della classe operaia, progressisti. Erano invece governi reazionari, oppressivi, a capitalismo di Stato, alleati con lo Stato imperialista dell'Unione Sovietica.
Tuttavia, secondo me, in certi ambienti di sinistra si tendeva a sottostimare il grado di indipendenza della Corea del Nord e della Cina, vedendoli come fantocci dell'imperialismo staliniano (cosa che non era). Si sottostimava il fatto che la Corea del Nord e la Cina fossero motivate da un genuino desiderio di essere libere dall'imperialismo, un desiderio supportato dai loro popoli. (A sinistra vi era anche il ragionevole timore che la Guerra di Corea degenerasse in una Terza Guerra Mondiale.) Sebbene gli anarchici ed altri avessero ragione nel non sostenere le dittature dei partiti comunisti, avrebbero dovuto esprimere però solidarietà con il popolo oppresso in Corea che voleva essere unito e libero tanto dai giapponesi quanto dall'imperialismo USA.
Si tratta di un dibattito aperto. Esiste una storia degli anarchici e dei socialisti libertari coreani. Non mi lascio andare a suggestioni tattiche su cosa avrebbero fatto gli anarchici coreani, prima o durante la guerra di Corea, se qualcuno di loro fosse mai sopravvissuto ai giapponesi ed agli stalinisti. Chiaramente i favorevoli alle forze occidentali ed i nazional-stalinisti non gli concessero nulla nelle distruzioni causate dalla Guerra di Corea. Da allora, le cose sono cambiate in modo significativo in Corea (come in tutto il mondo). Vi è ora una possibilità per una politica migliore che possa veramente mettere fine alla divisione nazionale, allo sfruttamento capitalista (e di Stato), alla dominazione imperialista, in Corea ed in ogni dove.


Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali
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Letture raccomandate sulla Guerra di Corea:

-Cumings, Bruce (2005). Korea's Place in the Sun; A Modern History (edizione aggiornata). NY, Norton.

-Cumings, Bruce (2010). The Korean War; A History. NY, Modern Library.

-Halberstam, David (2007). The Coldest Winter; America and the Korean War. NY, Hyperion.

-Halliday, Jon, & Cumings, Bruce (1988). Korea: The Unknown War. NY, Pantheon.

-Sedova Trotsky, Natalia (1951). Resignation from the Fourth International, http://www.marxists.org/archive/sedova-natalia/1951/05/...9.htm [Versione italiana, "Addio alla Quarta Internazionale": http://www.spazioalternativo.info/2008/04/natalija-sedo....html].


dal sito http://www.anarkismo.net/

sabato 18 dicembre 2010





 PERCHE' USCIAMO DA 
 SINISTRA CRITICA

 






Pubblichiamo questo documento con cui i compagni dell'Area Politica Resistenze Sociali sono usciti da Sinistra Critica.
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PERCHE' USCIAMO DA SINISTRA CRITICA 
(11 Dicembre 2010)



"La necessità di rinunciare alle illusioni sulla propria condizione è la necessità di rinunciare ad una condizione che ha bisogno di illusioni" ( K.Marx)



Quando è nata Sinistra Critica, molti di noi hanno tirato un respiro di sollievo: provenienti per lo più dal Prc romano, vi avevamo condotto una dura battaglia politica al congresso di Venezia e, prima ancora, per l'uscita dall'allora Giunta Rutelli e contro gli intrecci tra gli amministratori del Prc di allora e il mondo dei servizi sociali esternalizzati, delle cooperative, degli appalti: quella palude di cui solo da poco si sono intravisti i contorni.

Non ci sfuggiva che la sconfitta delle sinistre radicali, prima con la partecipazione al governo Prodi e poi con la disastrosa vicenda elettorale dell'Arcobaleno, incrinava quel che restava della credibilità politica di Rifondazione e la possibilità stessa della rappresentanza politica della classe: ci sembrava quindi che l'avventura di Sinistra Critica, maturata nel vivo dell'opposizione alla guerra ed alle politiche neoliberiste del centro sinistra, potesse offrire una reale possibilità di resistenza e di ripartenza sociale e politica.

Soprattutto, ci sembrava che Sinistra Critica avesse una caratteristica importante ed attrattiva: il pluralismo delle culture politiche di provenienza, il tentativo di operare una convergenza delle molte anime del marxismo critico e libertario, senza primogeniture e senza egemonismi.
Poiché noi stessi provenivamo da una storia ricca e plurale (Nuova Sinistra, Autonomia, Quarta Internazionale) questo elemento ci sembrava decisivo.

I primi problemi sono iniziati con la contrarietà di buona parte del gruppo dirigente romano al fatto stesso che potesse costituirsi un circolo di lavoratori e lavoratrici di Sinistra Critica a Roma; nei mesi successivi un primo nucleo di compagni e compagne di quel circolo ha iniziato a ragionare sulla fase, sul quadro politico e sulla tattica, esprimendosi in favore di un accordo elettorale per le elezioni europee con la lista Prc+Pdci e poi, non essendo stato raggiunto alcun accordo, in favore di un'indicazione di voto.

Il documento congressuale alternativo, proposto per la conferenza nazionale di Bellaria del Novembre 2009, si è sviluppato a partire da quel primo abbozzo di critica politica alle scelte dell'organizzazione che stavamo costruendo, ampliando e precisando le ragioni del nostro dissenso. La proposta politica complessiva -che qui non riprendiamo- è stata capace di convincere un numero di iscritti/e modesto, ma molto superiore alla consistenza numerica dei promotori.

A motivare la scelta di presentare un documento alternativo sono state la preoccupazione per il rischio di una deriva settaria, a nostro avviso presente nel testo congressuale approvato dal Coordinamento Nazionale, ed il convincimento che, in una fase drammaticamente caratterizzata da una crisi economica devastante e da una crisi politica e democratica assai pericolosa, fosse necessario mettere in campo politiche di ricomposizione, di "blocco" e di fronte unico, come è stato nella migliore tradizione comunista e rivoluzionaria quando essa si è trovata davanti a crisi epocali o sistemiche a forte egemonia reazionaria.

Il risultato complessivo del documento alternativo si è attestato a circa il 10% dei voti congressuali e gli unici congressi locali in cui è risultato maggioritario sono stati quelli del circolo lavoro di Roma e del circolo di Udine.

L'esperienza congressuale ci ha fornito utili e preoccupanti elementi sull'organizzazione, sulle pratiche reali di gestione e di direzione, sul suo debole insediamento sociale e sulla limitata capacità di assorbire il dissenso senza traumi o senza considerarlo come una "lesa maestà".

Abbiamo dovuto constatare, infatti, che una parte rilevante del gruppo dirigente, di storica provenienza libertaria ed antiburocratica (la composizione dell'attuale gruppo dirigente nazionale rende saldissima la "presa" della vecchia Bandiera Rossa su Sinistra critica), si è rapportata al dissenso interno in un modo che abbiamo vissuto come troppo simile a quello che avevamo sempre combattuto: un atteggiamento da piccolo gruppo chiuso, figlio di una storia generosa, con punte anche di eroismo, tuttavia, secondo noi, oggi incapace di fare i conti con se stessa e con la fase attuale del dominio capitalistico.

Sinistra critica infatti, seppur con le sue limitate forze, è sicuramente un soggetto politico impegnato nei movimenti, ma ci sembra lontano dalla necessità politica della ricomposizione, e non riesce ad uscire da una logica competitiva e concorrenziale ad altri soggetti politici. Questa impostazione, rafforzatasi dopo il Congresso Prc di Chianciano, è l'espressione di una cultura politica attualmente poco incline all'autotrasformazione, propensa a cogliere l'occasione della crisi del Prc per ristabilire con orgoglio il proprio profilo identitario. Non ci spieghiamo diversamente la decisione, del Congresso 2009, di ristabilire un legame politico stretto con la Quarta Internazionale, nella sua espressione che fa capo al Segretariato Unificato: un ritorno al passato che cancella la vocazione pluralistica della prima Sinistra Critica e le stesse le modalità con cui i compagni della Quarta fecero parte del Prc dal 1991 al 2007, per ricostruire una organizzazione che oggi si configura pienamente come uno dei tanti piccoli gruppi e partitini nati dalla crisi di Rifondazione, ognuno geloso della propria autonomia organizzativa e della propria linea politica, in una fase in cui al contrario servirebbe una seria e franca riflessione sull'inefficacia politica e sociale, sia delle opzioni autoreferenziali e minoritarie che di quelle moderate e subalterne.

Allo scopo di rafforzare la motivazione degli aderenti, la direzione di Sinistra Critica attinge a piene mani alla retorica nuovista non disdegnando accenti velleitari o estremistici, tentando in tal modo di cancellare il fatto che il suo gruppo dirigente è stato pienamente interno al Prc con ruoli di primo piano, dunque condividendone il percorso, sia pure prevalentemente (ma non sempre) da una collocazione di opposizione interna.

Considerando i ruoli avuti in Rifondazione Comunista o nelle istituzioni da alcuni/e compagni e compagne che oggi, invece, rivestono un ruolo di primo piano negli organismi dirigenti di Sinistra critica (3 parlamentari, funzionari della Direzione nazionale, vice direzione di Liberazione, consiglieri e vice presidenti di Consiglio Provinciale, consiglieri comunali, assessori municipali), sembra difficile credere che il Prc abbia riguardato poco o nulla chi poi ha scelto Sinistra Critica, o che i dirigenti di essa abbiano svolto in Rifondazione una funzione di pura opposizione "dal basso" senza alcun coinvolgimento nella gestione del partito e senza che da esso derivasse alcuna collocazione fatta di visibilità istituzionale ed esposizione mediatica. Appare bizzarro che tutto questo, pur non avendo nulla di scandaloso, venga rimosso per dar vita al mito di una estraneità a logiche istituzionali, partitiche e di ceto politico che, semplicemente, non corrisponde a verità.

Il congresso del Prc di Chianciano è stato un congresso capace di concludersi con la sconfitta di Bertinotti ed il rilancio del partito, proprio quando appariva certa la vittoria di Vendola e lo scioglimento di Rifondazione: ci è sembrato che in quel congresso si potesse ravvisare uno "scatto" di protagonismo e orgoglio da parte dei tante e tante che avevano ingoiato in silenzio anni di deriva moderata e governista (con annessa tendenza alla proliferazione burocratica, al privilegio individuale, alla separatezza di casta), per Sinistra critica culminata con l'espulsione del compagno Franco Turigliatto. Purtroppo le polemiche, gli irrigidimenti e le derive settarie prodottesi con la fuoriuscita dal Prc non hanno permesso a Sinistra Critica, né alle altre organizzazioni, di valutare con la necessaria lucidità strategica le novità di quel congresso. Nel momento in cui era necessario aprire una prospettiva politica unitaria e radicale di più ampio respiro in contrapposizione ai moderatismi, Sinistra Critica ha scelto la strada opposta.

Abbiamo maturato il convincimento che, dinanzi ad una crisi economico-politica di proporzioni enormi e dopo il "terremoto" del 2008 che ha visto il blocco sociale reazionario e la sua rappresentanza politica stravincere sulla sinistra, espellendola dal Parlamento, ci trovassimo dentro un quadro drammaticamente mutato rispetto a quello in cui Sinistra Critica ha mosso suoi primi passi.

Un fase che secondo noi doveva, e deve ancora oggi, muovere verso una nuova prospettiva politica, contrassegnata dalla necessità storica di ricomporre politicamente i frammenti dispersi e socialmente inefficaci della sinistra comunista e anticapitalista, rimettendosi in discussione senza boria e guardando innanzitutto al compito primario di restituire rappresentanza politica alla classe, ritrovando nella società le ragioni di una credibilità dissipata irresponsabilmente a causa sia degli atteggiamenti subalterni e moderati, che di quelli astratti e minoritari.

Per questi motivi abbiamo proposto alla nostra organizzazione di reinvestire il proprio originale patrimonio -fatto di anticapitalismo, ambientalismo radicale, femminismo, marxismo critico- dentro una interlocuzione aperta a sinistra, senza scioglimenti né abiure, tentando di contribuire alla ricostruzione di un soggetto politico (non necessariamente un "partito") largo, di massa e di avanguardia, capace di accettare la sfida del reinsediamento sociale, a partire dal contrasto alla crisi capitalistica e alla deriva securitaria e razzista.

Abbiamo tenuto questa linea sin dai mesi successivi al congresso di Bellaria, quando ci siamo costituiti in Area Politica interna a Sinistra Critica denominata "Resistenze Sociali", nel tentativo di dare continuità alla battaglia congressuale dopo lo scioglimento dell'aggregazione sviluppatasi attorno al documento alternativo.

Il congresso di Sinistra Critica, purtroppo, ci ha consegnato un'altra organizzazione che ha scelto innanzitutto di costruire se stessa, aprendo sì all'interlocuzione sociale e di movimento ma chiudendo seccamente a quella politica, con una lettura della tattica frontista molto simile a quella che Lenin e Trotsky contestarono a Gramsci e Bordiga; una organizzazione che ha scelto, quindi, di costruirsi come un partito, sordo alla domanda di unità e che viene meno alla sua vocazione di "movimento per la sinistra anticapitalista", scegliendo non a caso di rinominarsi "organizzazione".

La linea politica scelta e perseguita è una delle cause principali, anche se non l'unica ovviamente, dell'andamento complessivo del tesseramento che, se rapportato alla consistenza dell'area programmatica dentro il Prc, disegna una curva progressivamente e decisamente declinante, con differenze notevoli tra poche grandi città e il resto del paese. La dissipazione di quel patrimonio di impegno militante, credibilità ed attenzione, che Sinistra Critica ha conquistato negli anni è oggi un rischio molto concreto.

In questa situazione, come Area "Resistenze Sociali" abbiamo prodotto dibattito, documenti politici ed iniziative pubbliche che avevano l'ambizione di porre sul tappeto il tema strategico di una collocazione né settaria né subalterna della sinistra comunista ed anticapitalista: abbiamo tentato di agire questa posizione all'interno ed all'esterno della nostra organizzazione, in più circostanze e con diverse modalità: dagli appelli pubblici in occasione delle elezioni regionali del 2010 (in cui Sinistra Critica scelse dissennatamente l'astensionismo esplicito) ai documenti politici interni, dalla rivendicazione del diritto di rappresentanza politica negli organismi dirigenti alla cocciuta riproposizione del binomio unità-radicalità, ovunque fosse possibile.

Se da un lato tutto questo ci ha permesso di ottenere una attenzione costante nei confronti della nostra analisi e della nostra posizione politica, da parte di altri gruppi e aggregazioni politiche con i quali abbiamo sviluppato un confronto leale e rispettoso sia nelle convergenze che nelle differenze, dall'altro abbiamo dovuto prendere atto della nostra progressiva emarginazione all'interno di Sinistra Critica, iniziata con atteggiamenti dilatori a proposito della presenza negli organismi dirigenti, proseguita attraverso il sostanziale scioglimento del Circolo Lavoro e infine approdata all'impedimento dell'iscrizione per il 2010, quando si è scelto di ritardare il rinnovo delle iscrizioni, da noi stessi più volte richiesto, sino a che il termine fissato non fosse giunto a scadenza, peraltro anticipata di diverse settimane rispetto alla prassi consueta.

Nei giorni in cui giungevamo a condividere un documento politico e a costruire un importante momento di discussione il 16 novembre con i compagni e le compagne di "Sinistra Comunista", area politica del Prc, si è scelto di porci fuori amministrativamente dall'organizzazione con prolungati e imbarazzanti silenzi, polemiche gratuite e senza neppure riconoscerci, quindi, la dignità politica dell'espulsione.

Per tutto quanto sin qui affermato, decidiamo di uscire da Sinistra Critica pubblicamente, politicamente e consapevoli dell'azione che scegliamo.

Lo facciamo con grande rammarico, non riconoscendoci più nel profilo politico e nelle modalità di vita interna dell'organizzazione, tentando di salvaguardare ed arricchire la discussione che abbiamo costruito per quasi 2 anni: una discussione tra noi, e con altri compagne e compagne, che è stata libera, leale, fraterna e -poiché non ingessata né costretta da tatticismi o furbizie da politicanti- liberatoria.

Quella discussione, e soprattutto quella posizione politica che tenacemente abbiamo costruito all'insegna del contrasto sia al moderatismo che all'estremismo, non finisce con l'Area Politica "Resistenze Sociali". Allo scioglimento dell'area sta già facendo seguito la costituzione di una associazione con lo stesso nome, dedicata innanzitutto allo sviluppo di quelle pratiche sociali autogestionarie e mutualistiche che oggi ci sembrano essenziali; inoltre ci proponiamo di costruire l'Associazione "Resistenze Sociali" come collettivo che investe sull'analisi e sull'approfondimento tematico, in forma aperta al contributo di quante e quanti abbiamo incontrato in questi mesi e incontreremo in futuro, aldilà delle differenti scelte organizzative che compirà ciascuno/a dei fondatori dell'Associazione Resistenze Sociali, si tratti del rientro nel Prc, dell'impegno nei movimenti e nel sindacalismo di base o dell'adesione ad altre organizzazioni della sinistra, nessuna esclusa.

Come Area Politica dichiariamo quindi chiusa la nostra esperienza in Sinistra Critica, continuando a guardare con tenacia all'obiettivo politico della ricomposizione della sinistra di classe; lo facciamo tentando di salvaguardare quell'idea della "ripartenza" che fu della prima Sinistra Critica, dunque convinti/e di volerci sperimentare nel rapporto attraverso percorsi di pratica sociale e conflittuale, di mutualismo dal basso, di solidarietà proletaria, di resistenza alla crisi.

Usciamo da una organizzazione che abbiamo contribuito a costruire, che oggi a noi sembra del tutto inadeguata alla fase, ripiegata su se stessa, priva di reale agibilità politica per chi dissente e socialmente poco efficace, nella quale lasciamo compagne e compagni generosi e coerenti (l'esempio più recente è quello dei/delle giovani di Sinistra Critica impegnate nelle lotte di queste settimane contro la Gelmini) ai quali abbiamo voluto e vorremo bene.

Non possiamo sapere esattamente come, ma siamo certi che le nostre strade oltre che, da subito nelle lotte e nei movimenti, torneranno ad incontrarsi anche politicamente, insieme a quelle delle tante e dei tanti che continuano a resistere e a battersi per una rottura di sistema e per un'alternativa di società.



Anticapitalist*, femministe, ecologist*: oggi, come ieri, per il comunismo.

Le compagne ed i compagni dell'Area Politica "Resistenze Sociali-Sinistra Critica"

dal sito  http://www.pane-rose.it/files/index.php
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