Diari di Cineclub

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Rivista Cinematografica online e gratuita

sabato 26 marzo 2011


I RIBELLI LIBICI E I PONZATORI ITALICI, CHE GUARDANO L'ALBERO E NON VEDONO LA FORESTA

                                      di Dino Erba

Nel 1917, il governo tedesco fornì a Lenin e ai bolscevichi un treno per recarsi in Russia.
Gli imperialisti tedeschi pensavano che i bolscevichi avrebbero fomentato rivolte, facendo così uscire l’impero zarista dalla guerra.
La Russia, dalla guerra uscì, ma prima, i bolscevichi fecero la rivoluzione.


Via via che il vento delle rivolte del Nordafrica si è spostato in Libia, gli iniziali entusiasmi di molti «sinistri» italiani si sono smorzati. E sono prevalse le capziose analisi sui contrasti e sulle manovre degli immancabili imperialisti. Ci sono spunti e osservazioni apprezzabili, che tuttavia finiscono per oscurare il movimento d’insieme delle masse popolari libiche, che qualcuno considera addirittura del tutto strumentale e funzionale a circoli affaristici locali, legati alle «multinazionali europee e statunitensi» (emblematico, tra i tanti: SERGIO CARARO, Libia. Dalla guerra civile alla guerra del petrolio, «Contropiano»).

La Libia sta sollevando scottanti questioni, e non solo politiche, ma soprattutto di metodo e di analisi. Mettiamo allora i puntini sulle i e, per prima cosa, cerchiamo di capire che cos’è la Libia.
Ma prima ribadiamo che l’aspetto principale di questa vicenda è l’insorgenza delle masse popolari del Nordafrica, che si inscrive nella crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Il cui esito, ci auguriamo, sarà la rivoluzione proletaria (altrimenti ci aspetta un orrore senza fine). E questo è un motivo più che sufficiente, per stare dalla parte dei ribelli della Libia, senza se e senza ma.

Cos'è la Libia

A differenza dei Paesi vicini (Algeria, Tunisia ed Egitto) la formazione nazional-statale libica è molto più recente, risale agli ultimi quarant’anni, che coincidono con il governo di Muammar Gheddafi. In precedenza, sotto il regime coloniale italiano (1912-1943), la Libia era stata sconvolta prima dalla sanguinaria guerra di occupazione (1930-31), che causò più di centomila morti, e poi (1936-1940) dall’arrivo di 120mila coloni italiani (il 13% della popolazione totale), che dissestò la precedente vita economica.
La formazione nazional-statale gheddafiana è avvenuta grazie allo sfruttamento delle immense risorse petrolifere, iniziato all’inizio degli anni Sessanta, che sconvolse, nuovamente, la preesistente compagine economica, caratterizzata da una modesta agricoltura e da piccole attività commerciali e industriali, esercitate in buona parte dalla comunità italiana che, alla fine degli anni Sessanta, ammontava a circa 35.000 persone, il 2% della popolazione libica (allora di 1.700.000).
Grazie al petrolio, dagli anni Settanta, il Prodotto lordo pro capite della Libia passò dalla soglia di povertà, agli attuali 14mila$, che collocano il Paese a un livello medio alto. Inoltre, il welfare libico assicura assistenza sanitaria e istruzione, a livelli molto più alti rispetto ai Paesi vicini. Ma, come poi vedremo, non è tutto oro quello che luccica.

Grazie al forte sviluppo economico, nel quarantennio gheddafiano la popolazione libica è cresciuta notevolmente, è più che triplicata. Oggi conta circa sei milioni e mezzo di abitanti, cui si aggiungono un milione/due milioni di emigrati, provenienti da Egitto, Medio Oriente e dall’Africa subsahariana. Questi immigrati, che costituiscono circa la metà della forza lavoro della Libia, sono impiegati nei grandi complessi petrolchimici, nell’edilizia e in parte anche nei servizi (ospedali, scuole, alberghi).

L’86% della popolazione abita nelle grandi città della costa, tra cui: Tripoli (oltre un milione), Bengasi e Misurata.



Nel commercio estero libico, l’Italia fa la parte del leone, con il 40% dell’export petrolifero e con circa il 30% dell’import; di gran lunga davanti a Germania, Spagna, Francia e a tutti i Paesi arabi.
Per le sue caratteristiche economiche, legate alla rendita petrolifera, la Libia è stata definita uno Stato rentier, la cui particolarità è l’assenza o la marginalità di entrate generate dall’imposizione fiscale interna (in realtà, in Libia, è tra il 5% e il 10%, comunque molto bassa), poiché la ricchezza, di origine «naturale», riduce la necessità di prelevare reddito dalla propria popolazione.

Tutti questi fattori, hanno fatto sì che, in Libia, i movimenti politici e sindacali abbiano una debole tradizione (sempre in rapporto ai suoi vicini); gli organismi sindacali e i partiti di sinistra, sorti dopo la guerra, furono stroncati prima dall’Inghilterra, che dal 1943 al 1951 amministrò il Paese, furono poi perseguitati dalla monarchia e quindi dal regime di Gheddafi.

Il grande balzo in avanti degli anni 2000

Dall’abolizione (1999) delle sanzioni ONU contro lo Stato canaglia (così gli USA definivano la Libia), il settore petrolifero ha conosciuto un fortissimo balzo in avanti. Secondo i dati disponibili, nel 2007 il settore energetico ha rappresentato il 98% dei redditi delle esportazioni e il 90% delle entrate governative e ha contribuito per il 69% alla formazione del PIL nominale (nel 2000 il suo contributo alla formazione del PIL rappresentava appena il 39%). Di conseguenza, i contributi dell’industria manifatturiera non petrolifera e del settore agricolo nello stesso periodo sono scesi rispettivamente dal 5% e dall’8,1% del PIL del 2000, all’1,1% e al 2,6% (2010). La crescita del settore petrolifero ha eroso il contributo alla formazione del PIL degli altri settori (edilizia, trasporti e servizi), sebbene anch’essi siano in crescita. E così, si sono accentuate le stimmate dello Stato rentier, alle quali, con l’accordo italo-libico sui flussi migratori dell’agosto 2004 (ampliato nel novembre 2006 e perfezionato nel settembre 2010), si è aggiunto il marchio infame di Stato poliziotto (per non essere più Stato canaglia).

Il PIL, che per tutti gli anni Novanta era attorno ai 30M$, dal 2000 ha registrato un’impennata, toccando nel 2008 i 93,168M$; quindi, è triplicato (nel 2009, in seguito al crash, è sceso a 63,26M$, per poi risalire, nel 2010, a 79,283M$)
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Il rapido boom di inizio millennio ha accresciuto la già forte polarizzazione della ricchezza nelle mani di un ceto governativo (burocratico e militare), che, per trent’anni, ha controllato in toto la vita economica libica: monopolio del commercio interno ed estero, dell’industria e dei servizi, con il quale garantiva: l’approvvigionamento della popolazione urbana, in vertiginosa crescita; la creazione di una rete di strade, scuole, università, ospedali e altre strutture pubbliche; lo sviluppo di costosissimi progetti di trasformazione agraria e l’impianto di alcune grandi industrie di base; la nascita del Grande Fiume Sotterraneo, colossale sistema di acquedotti ed invasi che alimenta con l’acqua tratta dalle profondità del deserto del Fezzan le assetate città della costa; infine, il mantenimento dell’esercito, della guardia presidenziale nonché della miriade di burocrati riuniti nei Comitati Popolari, istanze locali del potere statale.

Dal 2001, questa posizione di monopolio è stata in parte ridimensionata dalle privatizzazioni, che, nella vita economica libica, vedono l’ingresso massiccio di gruppi esteri (le multinazionali del petrolio in primis), soprattutto inglesi, francesi e spagnoli, che tentano di scalzare il predominio italiano.
Ma sono entrati in lizza anche gruppi affaristici locali, fino a ora emarginati, in cerca di un posto al sole, con tutta la manna che cade dal cielo. Ma, ovviamente, i vecchi gruppi dominanti non sono disposti a cedere le loro posizioni.
A tutto ciò, si aggiungono le ricadute locali delle speculazioni finanziarie, che connotano la scena economica internazionale, di cui, la Libia, è stata, forse, all’avanguardia e oggi può contare su 107,3 M$ di riserve valutarie, che attendono impieghi.

Squilibri economici e tensioni sociali

Nel nuovo clima economico, tra balzi in avanti e brusche frenate, sono aumentati squilibri e tensioni sociali, che hanno acceso contrasti di tipo «localistico», da cui la ribellione del 2006 a Bengasi [Cfr. La rivolta anti-italiana di Bengasi, «La Rivoluzione Comunista», gennaio-marzo 2006].
Malgrado gli indicatori economici siano considerati «buoni», in Libia la disoccupazione tocca il 30%. Come abbiamo visto, quasi metà dei lavoratori sono immigrati, costretti a lavorare con salari molto bassi, a tutto vantaggio del profitto e della rendita. Questo significa anche che una consistente parte della popolazione libica non accetta o meglio non può vivere con salari, che sono sotto lo standard locale, e quindi, finché possibile, si barcamena con attività marginali e precarie. Per inciso, il 59% degli occupati è impiegato nel settore pubblico e sociale, connesso al welfare.
Alla forte sperequazione sociale (il 7,4% della popolazione è sotto la soglia di povertà), si aggiunge l’inflazione: attorno al 10,5%, superiore quindi alla crescita del PIL, circa 6,3% (dati del 2008). Il salario medio mensile è di circa 270 dinari (al tasso ufficiale di cambio pari a 750$, a quello non ufficiale, ma più realistico, pari a 100$). Un’altra fonte ci dice che il salario medio annuale è di circa 1.785$, quindi molto al disotto del PIL pro capite, che è di 14mila$; il monte salari corrisponde al 13% del PIL, in Francia al 53% (i dati sui salari sono puramente indicativi, poiché le fonti presentano variazioni; la notevole sperequazione è comunque univoca). Per avere un’idea del potere d’acquisto dei salari, facciamo qualche esempio: un kilo di zucchero costa 1 dinaro, un kilo di riso (o di couscous, di pasta, di patate) 1,5; un kilo di arance 2; un litro di latte 1,5; un litro di olio di oliva 6; un kilo di agnello 14; un kilo di pollo 3; biglietto del bus a Tripoli 0,50 (fonte Tehmeu, 30 agosto 2010).
Le privatizzazioni, varate in questi anni, hanno abolito i prezzi politici di acqua, gas, elettricità, favorendo l’aumento dei prezzi dei beni di consumo. La debole agricoltura non è in grado di assicurare il fabbisogno nazionale, gran parte (circa il 75%) dei prodotti alimentari proviene dall’estero, ed è quindi soggetta ad aumenti di prezzo che, ultimamente, sono stati estremamente elevati, da cui le rivolte in Algeria, Tunisia ed Egitto.
Il 25 febbraio scorso, dopo aver usato il bastone contro le manifestazioni di protesta, Gheddafi ha cercato di placare l’ira delle piazze con la carota. Il Governo libico ha annunciato un aumento dei salari dei funzionari e dei contributi alle famiglie, per coprire l’aumento dei prezzi dei generi alimentari: ogni famiglia avrebbe dovuto ricevere 500 dinari (pari a 290 euro) e la paga per determinate categorie sarebbe dovuta crescere del 150%. Il 9 gennaio 2011, il governo aveva già abolito le tasse sui generi alimentari di base, compreso il latte per bambini; nel 2010, aveva speso 6 miliardi di dollari, sotto forma di sovvenzioni per i prodotti di prima necessità, per il carburante e i farmaci.
Queste misure hanno ottenuto solo in parte il risultato sperato, nonostante che il welfare libico sia un forte ammortizzatore sociale, che spiega, inoltre, come sia stato possibile sostenere, fino a oggi, l’altissima disoccupazione.

Molti antagonisti, sotto il cielo di Libia ...
Volendo tirar le somme di quanto avviene in Libia, ci troviamo di fronte a una situazione assai intricata, e dinamica. Come abbiamo visto, la Libia presenta una struttura socio-economica diversa da quella degli altri Paesi del Nordafrica, e altrettanto diversa è la situazione politica, ma questa non è una buona ragione per dire castronerie.
Il profilo politico delle forze ribelli è molto variegato (e non potrebbe essere diversamente), ci sono i monarchici senussiti, gli islamici di diversa osservanza e i notabili gheddafiani dissidenti, spalleggiati dai servizi segreti «imperialisti». Ma fermarsi a questa visione (come per es. il solito Cararo) sarebbe molto miope (per non dir reazionario), sarebbe come dire che la Resistenza partigiana in Italia era fatta dai badogliani e dagli agenti segreti Alleati; certamente, c’erano i partigiani badogliani, c’erano gli agenti segreti Alleati, ma c’erano anche i partigiani comunisti, e c’erano anche i proletari, e se poi le cose sono andate male, non fu certo per merito dei primi...

Cerchiamo allora di districarci in questo ginepraio, e vediamo quali sono i principali fattori all’origine dei contrasti, delle tensioni e dell’insorgenza popolare.

- La frazione borghese gheddafiana, che fin’ora ha tenuto il potere e le leve dell’economia, rappresentata dai ceti burocratici, militari e affaristici di Tripoli, invischiati nelle intermediazioni (tangenti) con i gruppi economici esteri, vuole mantenere i propri privilegi.

- La frazione borghese legata agli ambienti imprenditoriali emergenti, soprattutto di Bengasi, aspira a una diversa ripartizione di rendita e profitti, visto che la torta è cresciuta. E, a livello internazionale, intravede la possibilità di nuove alleanze. A questo riguardo, qualcuno (per es. il solito Cararo) riesuma i contrasti tribali, un po’ come se, a proposito del Roma Ladrona della Lega Lombarda, si parlasse di tribù celtiche ... Dovrebbe esser chiaro anche ai ciechi che, in seguito ai profondi sconvolgimenti economici e sociali avvenuti in Libia, e tutt’ora in corso, i contrasti tribali sono una reminescenza del passato che, nella più cauta delle ipotesi, può agire solo ai margini.

- I lavoratori e i disoccupati libici, stretti tra sperequazione e caro-vita, che erodono salari e stipendi, chiedono una ripartizione del reddito a loro più favorevole.

- I lavoratori immigrati, condannati a salari e a condizioni di vita e di lavoro schiavistiche, sicuramente vorrebbero vedere la loro situazione migliorata.

- Gli immigrati e i rifugiati, ora rinchiusi nei lager, e destinati a crescere sull’onda della miseria dilagante nell’Africa subsahariana (e prima o poi approderanno sulle coste italiane). Anch’essi, sicuramente, vorrebbero vedere la loro situazione migliorata.

- Infine, abbiamo i Paesi imperialisti che cercano di portare acqua (o meglio petrolio) al proprio mulino e lo fanno a suon di bombe. Il loro intervento avviene però in ordine sparso: prima si è mossa la Francia, seguita dall’Inghilterra, poi sono arrivati gli USA, che non potevano stare a guardare, tirando per le orecchie l’Italia (che avrebbe preferito stare a guardare, con la Germania). Così come si sta configurando, l’intervento potrebbe essere fonte di nuovi sconquassi, per il fronte imperialista, che è alle prese con la crisi sistemica del modo di produzione capitalista. E nuovi crash sono in agguato, con conseguenza devastanti.

Come si vede, gli interessi in campo sono difficilmente conciliabili, secondo la logica del profitto, che domina i rapporti tra le classi nella società del capitale. E che, attualmente, rendono i margini di compromesso quasi inesistenti. Non per nulla, la parola è stata data alle bombe.
Nell’immediato, è ipotizzabile una sorta di «somalizzazione», ma la Libia non è la Somalia (è evidente), e sarebbe una soluzione dagli esiti imprevedibili. Resta poi l’incognita di un’insorgenza che, per quanto potrà essere smorzata, coverà comunque sotto la cenere, così come già ora cova, si accende e si diffonde dal Marocco allo Yemen, passando per la Siria ...


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Fonti:

CIA: https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/index.html/

Banca Mondiale:  http://data.worldbank.org/italian?cid=GPDit_29/

ISPI:   http://www.ispionline.it/it/index.php/

Mondoimprese: http://www.mondimpresa.it/infoflash/scheda.ASP?st=216/


Enit: www.enit.it/it/studi-ricerche/focus-paese/category/9-pp.html?download...
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dal sito http://www.sottolebandieredelmarxismo.it/

venerdì 25 marzo 2011



                                                   
                     FACCIAMO COME IL NORD-AFRICA...

                                     Intervista a Marco Ferrando
           portavoce nazionale del PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
                                                                    



D- Ferrando, qual è la vostra proposta?

R- Una mobilitazione straordinaria contro il Governo reazionario. Siamo in una situazione in cui il Governo è privo di una formale maggioranza politica retto da un sultanato che domina un parlamento di nominati, a sua volta eletto con una legge elettorale truffaldina e privo di un’opposizione adeguata a fronteggiare quel carattere reazionario con la giusta determinazione.
Noi pensiamo che questa situazione di stallo si possa superare attraverso un’iniziativa di mobilitazione dal basso, di grandi masse, che facciano pesare sul piatto della bilancia il peso della propria forza e della propria determinazione.

D- Come in Tunisia e in Egitto?

R-Esatto, come sta avvenendo in questi due paesi dove le grandi mobilitazioni popolari sono riuscite a sconfiggere la violenza del potere e ad aprire dal basso una pagina nuova.

D- La violenza è solo del potere?

R- La violenza è del potere come si è visto in queste vicende, in Tunisia hanno fatto 200 morti, in Egitto 300, e ciò nonostante queste brutalità poliziesche non sono riuscite a bloccare o intimidire la volontà popolare perché quelle masse si sono scrollate di dosso la paura, grande fattore di conservazione dell’ordine sociale. Quando grandi masse perdono la paura e anche l’abitudine alla rassegnazione come destino civico, si possono anche fare 300 morti ma non si arresta una rivoluzione sociale come dimostra l’esperienza Nordafricana.

D- Questo è possibile anche in Italia?

R- Noi pensiamo di sì, che a fronte della crisi sociale che sta attraversando il Paese sia possibile fare un salto di mobilitazione popolare nella prospettiva di una rivoluzione sociale. In Italia come in tutto l’Occidente.

D- In Italia da dove può partire la rivoluzione? Dal Pd?

R- Queste sono forze che, come dichiarano loro stesse, sono legate alla conservazione di questo ordine di società, anzi intrattengono ottime relazioni con il mondo delle banche, di Confindustria, con i poteri forti, con le gerarchie ecclesiastiche. Cercano di sottrarre a Berlusconi i favori di queste classi dirigenti per tornare al Governo in nome di quelle classi dirigenti che per altro hanno sostenuto fino a ieri i Governi di centro sinistra coninvolgendoli nelle peggiori polemiche antioperaie.
Secondo noi una prospettiva anticapitalistica e rivoluzionaria può partire da una sinistra che recuperi la piena autonomia e alternatività dal centro destra berlusconiano che è il primo nemico da battere ma anche da centro sinistra.

D- I comunisti non sono morti tutti allora.

R- I comunisti, non quelli che Berlusconi vede ovunque anche nelle sedi più improprie e improbabili, ma quelli veri, che vogliono recuperare quel programma di rivoluzione sociale e anticapitalistica su cui il Comunismo nacque. Non è nato semplicemente intorno a una politica di difesa della pensione, del salario e del posto di lavoro, questa è la base di partenza e purtroppo oggi le sinistre non svolgono neanche questo mestiere perché si compromettono con le classi dominanti: i Comunisti legano queste lotte alle messa in discussione della struttura della società in cui il potere non sia nella mani di una piccola minoranza che esercita una dittatura sulla maggioranza del lavoro salariato e delle classi subalterne.

D- Al fianco dei lavoratori adesso c’è la Cgil, no?

R- La Cgil ha un merito e un demerito: il merito in questa stagione di opporsi formalmente alle politiche governative padronali, ma ha il demerito di non portare fino in fondo questa opposizione mobilitando fino in fondo la forza del movimento operaio popolare.
Lo sciopero generale del 6 maggio di quattro ore convocato due mesi prima è la dimostrazione di un dissenso timidamente impotente: noi parteciperemo e inviteremo tutti a farlo, ma è indubbio che non modificherà neanche di una virgola i rapporti di forza tra le classi.

D- Qual è l’alternativa?

R- Bisogna arrivare a superare la soglia di testimonianza delle buone ragioni, investendo le buone ragioni in un’azione di forza che miri a vincere. Il problema non è partecipare ma vincere.


D- Siete davvero convinti che sia possibile una rivoluzione in Italia?

R- Fino a pochi mesi fa tutti pensavano che fosse impossibile in Tunisia e in Egitto, persino coloro che l’hanno fatta. Se a un giovane qualunque poco tempo fa si fosse chiesto se fosse possibile una rivoluzione contro il potere centrale avrebbe sollecitato un ricovero d’urgenza per l’intervistatore.
Come sempre queste rivoluzioni sorprendono anche chi le fa.

D- Secondo voi è davvero possibile dunque.

R- Il punto è che oltre una certa soglia di sopportazione sociale arriva la classica goccia che fa traboccare il vaso sviluppando una dinamica radicale. Non solo è possibile, ma necessario perché volendo essere realisti non esiste altra possibilità concreta di modificare l’ordine delle cose. Tutti quelli che ci dicono «Voi siete irrealisti», in realtà dimostrano il più totale irrealismo perché ormai è consolidato che con metodi di carattere ordinario, tradizionali, non si fronteggia una situazione politica straordinaria.

Intervista di F.M. del "Parma Daily"-24 marzo 2011

dal sito      http://www.parmadaily.it/Default.aspx

giovedì 24 marzo 2011

RAGIONANDO SULLA LIBIA di Leonardo Mazzei

                         RAGIONANDO SULLA LIBIA 
                                di Leonardo Mazzei


Note sparse su una strana guerra

Siamo al quarto giorno di una strana guerra. Evidente la sua natura imperialista e neo-coloniale, abituale la sua copertura ipocritamente «umanitaria», ma insolite le sue modalità, incerti i suoi sviluppi e le sue prospettive future.
E' una guerra da condannare e da contrastare al pari di quelle alla Jugoslavia, all'Afghanistan, all'Iraq, ma sbaglieremmo se non ne cogliessimo alcune differenze fondamentali.
La condanna dell'azione criminale delle potenze occidentali ha da essere totale, come si usa dire «senza se e senza ma», e soprattutto senza i «né né» del pacifismo che applaude all'Onu, quello alla Vendola per intenderci. E' questa, fra l'altro, una condizione imprescindibile affinché possa finalmente scattare una mobilitazione che al momento langue come mai in passato.
Ma anche a questo fine può essere utile una messa a fuoco di quanto sta avvenendo. Procederò dunque per punti, senza alcuna pretesa di completezza, giusto per abbozzare alcuni elementi di riflessione.
Almeno fino ad oggi l'aggressione alla Libia non sembra proprio la semplice riproposizione dello schema delle precedenti guerre americane. Nel 1999, nel 2001 e nel 2003, peraltro in contesti geopolitici assai diversi, era chiara la conduzione della guerra, ed erano chiari i suoi obiettivi. Possiamo dire la stessa cosa oggi? Direi proprio di no, a meno che ci si voglia limitare a dire che le potenze occidentali vogliono dominare il mondo e sfruttare le risorse naturali dei paesi che le posseggono. Il che è giustissimo, ma anche abbastanza ovvio. Proviamo allora ad entrare nel merito delle differenze e delle particolarità che rendono quella in corso una strana guerra.

1. A differenza delle guerre precedenti questa non è semplicemente classificabile come guerra americana. Certo, arrivato il momento di dare la parola alle armi, i primi a partire sono stati i missili a stelle e strisce, ma non mi pare che gli Usa abbiano esercitato l'abituale leadership. Le incertezze sul comando dell'operazione, sul tipo di guerra da condurre, sugli obiettivi politici ci parlano quanto meno di una guerra improvvisata. Le esperienze del passato ci hanno abituato a vedere gli Usa nel ruolo di potenza determinata, che mette via via in riga i propri alleati, talvolta un po' riottosi. Al contrario, nella crisi libica è un fatto che gli Stati Uniti abbiano proceduto a zig zag. Quali le ragioni di un simile comportamento?

2. Probabilmente per gli Usa la Libia non è così importante. Non ha lo stesso peso dell'Iraq, né la centralità strategica dell'Asia centrale. E Gheddafi, per quanto non del tutto affidabile, non era certo in cima alla lista dei nemici dell'America. Ha pesato poi la scarsa conoscenza dei ribelli della Cirenaica. Un inciso: se davvero questi ultimi fossero stati delle semplici marionette nelle mani del burattinaio di Washington, come pensano i complottisti, la sequenza degli avvenimenti sarebbe stata certamente ben diversa.

3. Le convulsioni interne all'armata occidentale non hanno precedenti. Pare che fino a questo momento abbiano operato tre comandi: quello americano, quello francese, quello inglese. Sicuramente il primo è stato più importante degli altri due, ma già questa confusione la dice lunga sul grado di preparazione e pianificazione delle operazioni militari. Operazioni che non a caso sono scattate all'improvviso, quasi dovessero rispondere principalmente ad esigenze di politica interna (vedi il caso di Sarkozy). In queste ore si dice che sia stato trovato un accordo all'interno della Nato. Vedremo, sta di fatto che fino ad adesso si è litigato tra Francia e Stati Uniti e tra Francia ed Italia. E' un fatto che la Norvegia si sia ritirata dall'alleanza, è un fatto che la Germania abbia sospeso le manovre navali in cui era impegnata nel Mediterraneo.

4. Alla confusione sul piano militare si accompagna quella sul piano politico. L'Unione Africana che sembrava della partita chiede ora la fine delle ostilità, la Lega Araba è in grande imbarazzo. Dalla Russia Putin paragona questa guerra alle crociate, un po' troppo per chi si è astenuto sulla vergognosa risoluzione 1973 solo pochi giorni fa, ma pur sempre un notevole segnale di insofferenza.

5. Sono tutti impazziti? Ovviamente no, ma questi sono i fatti e bisogna cercare di spiegarli. A me pare che possa esserci un'unica spiegazione, pur sempre parziale: la scommessa su una rapidissima capitolazione di Gheddafi. Se questa fosse avvenuta si sarebbero aperte nuove prospettive per la ridefinizione degli equilibri interni alla Libia, con la conseguente ripartizione del bottino tra i predoni occidentali. Una prospettiva di questo tipo non prevede la consegna del potere agli insorti, né tantomeno una qualsivoglia democratizzazione della società libica, quanto piuttosto un nuovo accordo di potere su base tribale tanto più benedetto dall'occidente quanto più sarà svantaggioso per il popolo libico. Avverrà questa capitolazione? Mi pare lecito dubitarne.

6. Lo schema di quella che Frattini chiama «Nuova Libia» prevedeva, e prevede, una riconciliazione nazionale, basata sul fatto che così come Tripoli non potrà più dettare legge sulla Cirenaica, Bengasi non potrà pretendere di conquistare la capitale. E' in questo nuovo possibile equilibrio tra debolezze, che esclude Gheddafi ma non il suo clan, che le potenze occidentali vogliono inserirsi per trarne il massimo beneficio, nel settore petrolifero e non solo. Devia da questa impostazione la Francia che ha invece riconosciuto il Comitato provvisorio di Bengasi come il legittimo rappresentante della Libia.

7. Abbiamo già scritto che la pur vergognosissima risoluzione 1973 è stata forzata dagli aggressori, che sono andati ben oltre l'imposizione della «no fly zone». Resta però il nodo dell'azione terrestre, al momento esclusa dall'Onu. Un'esclusione voluta da Russia e Cina, ed accettata dalle potenze occidentali proprio in virtù della scommessa sulla rapida capitolazione del rais. Si tratta di un'esclusione senza precedenti. In Afghanistan i bombardamenti aprirono la strada all'occupazione militare. In Jugoslavia l'azione terrestre non fu necessaria, ma era stata pianificata e comunque l'occupazione del Kosovo arrivò subito dopo il cessate il fuoco. In Iraq, nel 2003, aerei e carri armati si mossero nello stesso istante. Potrà reggere questa esclusione nel caso libico, qualora Gheddafi resista proprio in virtù delle palesi contraddizioni politiche degli aggressori? Difficile crederlo.

8. Mentre i complottisti hard credono che tutte le sollevazioni del Mondo Arabo siano riconducibili alla categoria delle «rivoluzioni colorate», i complottisti soft applicano questa categoria al solo caso libico, basandosi su un diverso tasso di antimperialismo di Gheddafi rispetto a Ben Ali e Mubarak. Purtroppo, quel che era vero fino ad una certa data, non è più vero da lungo tempo, tant'è che Gheddafi (insieme ad Abu Mazen e alla famiglia reale saudita) è stato il più strenuo sostenitore tanto del dittatore tunisino quanto di quello egiziano. Un fatto che spiega, tra le altre cose, l'attuale freddezza dei popoli arabi nello schierarsi contro l'aggressione in corso. Il complotto non c'è stato - viceversa non si spiegherebbe né l'impreparazione degli insorti, né la scarsa pianificazione dell'attacco militare - ma certamente qualcuno in occidente ha pensato di sfruttare la crisi libica per potersi presentare come «liberatore». Anche questo disegno appare però assai debole, visto che le contraddizioni in seno al blocco imperialista hanno acceso un dibattito proprio sulla convenienza economica della guerra per i diversi soggetti in campo, mettendo così in luce l'inconsistenza delle motivazioni «democratiche» ed «umanitarie».

9. Il fatto che ad oggi il caos prevalga, non vuol dire che l'imperialismo sia destinato ad un inevitabile autogol. Un'evenienza che però non possiamo neppure escludere. Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna ed Italia, così come la Nato, sono ormai in gioco. Ben difficilmente potranno uscirne in punta di piedi. Da qui il palpabile nervosismo di queste ore.

10. Sicuramente queste note sparse andranno riviste alla luce di quanto avverrà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, tenendo però fermi alcuni punti: a) la rivolta libica è stato un fatto reale di popolo perlomeno in vaste aree della Cirenaica; b) essa non è stata eterodiretta fin dal principio dalle potenze occidentali, che hanno cercato di inserirvisi solo in un secondo momento; c) per queste stesse ragioni la guerra in corso non era affatto pianificata; d) tuttavia l'attuale confusione nel campo degli imperialisti non significa che l'aggressione si fermerà tanto facilmente; e) per questo occorre lavorare alla più ampia mobilitazione contro la guerra, tanto più in Italia, paese ridotto come non mai al ruolo di portaerei dell'occidente.


23 marzo 2011

dal sito http://www.campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=frontpage&Itemid=1

mercoledì 23 marzo 2011


               LE SFIDE DEL PRESENTE PER IL FUTURO
                                di Alfredo Mazzucchelli




I dibattiti delle ultime settimane su Facebook a proposito di un più esteso e consapevole movimento rivoluzionario, poco hanno riguardato l'organizzazione politica, che dovrebbe prefigurare anch'essa il fine, ma trarre profitto ANCHE dai problemi incontrati nelle esperienze rivoluzionarie trascorse.
La Rivoluzione del Febbraio '17 e la successiva presa del potere da parte del partito bolscevico, dopo il 14 Luglio dell''89, hanno rappresentato senza dubbio gli eventi più straordinari e densi di aspettative di tutto il '900.

Adesso, senza entrare nel merito del pensiero di Marx e successive e varie sue interpretazioni circa la teoria del materialismo storico e dialettico da lui espressa, come tenendo in sospesa la polemica intessuta con gli anarchici, quello che mi interessa è una analisi di alcuni fatti accaduti dall'Ottobre del '17 in avanti, trascurando l'era staliniana per ovvi e scontati motivi.

Lenin con Stato e Rivoluzione detta la tattica e la strategia della rivoluzione. Assalto al palazzo d'inverno, presa del potere mediante il colpo di Stato, amministrazione della società socialista avvalendosi della dittatura del proletariato col fine del comunismo e della estinzione dello Stato. Lenin è molto chiaro e non gli si può certo rimproverare riserva mentale alcuna, tuttavia lo slogan dirompente, coinvolgente, esaltante e dominante di quei mesi reciterà che tutto il potere resterà nelle mani dei Soviet, ma, dopo la presa del potere da parte del partito questa promessa non verrà mantenuta.

Adesso le dotte argomentazioni circa le analisi teoriche saranno anche interessanti ed indice di un impegno rivoluzionario sincero, ma il fatto citato va contro il fine dichiarato, tanto è vero che adottando questo percorso, tutte e quante le rivoluzioni accadute in seguito e sotto la guida della dittatura del proletariato, sono recedute senza eccezioni verso il capitalismo, al punto tale che qualcuno ha anche pensato (e scritto ) che la teoria marxista non fosse altro che una ulteriore stampella offerta al capitalismo e questo a seguito della sua fede riposta nella fine dello stesso a conclusione della sua missione storica.

Il periodo di transizione, necessariamente non significa dittatura del proletariato, ma dovrebbe significare vigilanza da parte dei Soviet, affinché il potere resti effettivamente nelle loro mani ( e non del partito ) finalizzata questa vigilanza alla scomparsa delle classi ed alla estinzione dello Stato, conclusione prevista anche dallo stesso Marx. L'empirismo non significa altro che accettare i risultati della sperimentazione e di ricercarla, per dare infine dignità scientifica alle scelte future. Solo con questo metodo una teoria si trasforma in legge, in verità, comunque sempre relativa al sopraggiungere di nuove contingenze e quindi sempre emendabile.

Le scienze e la natura operano e si manifesta al di fuori dell'etica, non ne tengono conto e non la conoscono. Le scienze danno un decisivo contributo alla difesa dell'uomo contro i cataclismi naturali, le carestie ed al progresso in generale ma la qualità dell'etica prodotta dipende dal tipo d'uso che di quelle scoperte ne viene fatto.

In natura la lotta brutale per la sopravvivenza genera il cosiddetto equilibrio naturale ed ecosistema funzionale alla sua stessa conservazione, conclusione questa che rapportata alla filosofia umana sembra avvalorare ed essere più aderente alla dialettica di Proudhon. Tuttavia queste filosofie dialettiche nulla hanno a che vedere con l’Anarchia ed il Comunismo che, in quanto aspirazioni umane, dipendono solo dalla volontà umana per la loro realizzazione.

A questo punto le nostre energie dovrebbero essere impiegate per l’individuazione dei mezzi più adatti a disfarci di questo sistema, per esempio esplorando con maggior attenzione e partecipazione ad una politica comunalista, unitamente al tema di strettissima e tragica attualità della difesa dell’ecologia naturale attraverso l’applicazione dell’ecologia sociale ( non espansione dei consumi ma espansione delle scelte, (Boockin) ).
Le classi odierne sono ancora due : quella dei dominatori e quella dei dominati, quella dei servi e quella dei padroni.
La minaccia più immediata oggi è costituita dalla progressiva distruzione dell’ambiente naturale che minaccia l’estinzione della specie. Una volta estinta la specie umana il problema della giustizia e della libertà resterà appannaggio di insetti e stercorari.
La favola di cappuccetto rosso, anche se ripetuta più volte, non uccide il lupo.
Scrive Bordiga : “Solo noi mettiamo a base del sentimento socialista le condizioni economiche, invece di pretendere che il socialismo discenda ad occuparsi del problema economico per effetto dell' "istinto mutuato di giustizia" ecc.
Ciò significa che migliorando le condizioni economiche del proletario in un sistema capitalista, la partita per il socialista Bordiga è già belle che perduta, difatti il riformismo è l’arma più efficace per la continuità del capitalismo.

23 marzo 2011


                                 FRECCE TRICOLORI
                                   di Antonio Moscato


Dopo aver annunciato solennemente che eravamo in prima linea, il governo dichiara che i Tornado si limitano a sorvolare la Libia. Per la precisione, la rettifica è stata fatta dopo che un pilota chiacchierone aveva dichiarato ai giornalisti che gli aerei facevano solo pattugliamenti. Scandaloso, pare che sarà punito, ma intanto la prima misura è stata presa contro i giornalisti colpevoli di essersi informati prima di scrivere, che sono stati allontanati dalla base “a tempo indeterminato”. Ridicolmente sono stati riammessi appena un’ora dopo, dato che cacciarli voleva dire ammettere esplicitamente che era tollerata solo la menzogna di Stato.
Naturalmente è venuta spontanea la domanda: ma a che servono aerei da guerra così costosi, se poi non sparano? A fare un’esibizione delle frecce tricolori? Vengono a mente le non lontane polemiche sulla concessione a Gheddafi di una pattuglia aerea, che doveva però emettere solo fumo verde, in occasione della festa nazionale libica… O questi aerei servono piuttosto, come in altri casi di partecipazione italiana a “coalizioni dei volonterosi” (ad esempio nei Balcani o in Afghanistan) a salvarsi l’anima, limitandosi a fornire agli “alleati” con meno scrupoli le coordinate per facilitare i loro bombardamenti?

Ridicolo l’atteggiamento della maggioranza del PD, che insiste sempre solo sui “ritardi del governo”, o sulle sue divisioni. Un argomento veramente singolare: da un lato, a dividersi su questa assurda guerra non è solo la maggioranza, ma anche il PD, dall’altro a un’opposizione degna di questo nome e con un minimo di programma le divisioni del governo dovevano fornire un’occasione per un’iniziativa politica. Si discute invece in modo bipartisan sui rischi di ricadute in termini di migranti, o sul pericolo di un’egemonia francese (quella statunitense non dispiace a nessuno…), o se sia meglio un comando NATO. Si discute con finta serietà in che modo deve intervenire la “comunità internazionale, ripetendo quel gioco tra ONU, NATO, UE, già visto nei Balcani, ma nessuno si domanda che c’entra con la Libia la NATO, organismo imperialista da cui una volta la sinistra chiedeva l’uscita, e che si diceva “difensivo” nei confronti di una pretesa minaccia sovietica. La Libia ci ha forse minacciato?

A proposito dei “ritardi”, quelli veri: il balletto tra la fretta francese e il temporeggiamento dell’Italia, degli statunitensi, dei turchi, non è necessariamente un gioco delle parti, ma ha come conseguenza involontaria quella di svelare un obiettivo comune dei “volonterosi”: far dissanguare le due parti in lotta in Libia prima di riconoscere la vittoria di una o dell’altra. Un duro avvertimento anche ai paesi vicini…

Va detto poi che è interessante vedere le polemiche interne sempre più aperte tra la Clinton e Obama, tra Putin e Medvedev, e quelle in seno alla NATO e all’UE: ma non c’era un comando unico dell’imperialismo, onnipotente e onniveggente, tra i luoghi comuni di parte della sinistra? La spiegazione è semplice: di fronte a una rivoluzione, “quelli in alto” si dividono sempre sulla risposta da dare, tra chi pensa utile concedere qualcosa, e chi punta sulla repressione più dura. È la conferma che il problema non è Gheddafi, la cui eliminazione è solo un pretesto per colpire o ammonire le rivoluzioni in corso nei paesi vicini. Se fosse stato necessario toglierlo di mezzo, lo potevano fare a freddo molte volte, si sono accorti di lui e hanno cominciato a sceglierlo come bersaglio solo nel momento in cui rischiava di essere spazzato via dalla rivolta. Paradossalmente, presentandolo come il male assoluto gli hanno permesso di riguadagnare molto del terreno perso, anche grazie alla riscoperta di un roboante linguaggio antimperialista. Diciamo no a Gheddafi, senza farci incantare dal recupero strumentale della sua vecchia fraseologia rivoluzionaria, ma soprattutto no a ogni intervento di Stati che non hanno alcun diritto di decidere cosa si deve fare in Libia o in qualsiasi altro paese, si chiamino Francia o Italia o USA. Diciamo soprattutto no all’immondo commercio di armi, vendute a caro prezzo ai regimi più infami per combattere i rispettivi popoli. I paesi della coalizione dei volenterosi sono tutti grandi fornitori di armi, e non hanno alcun diritto a giudicare come i loro clienti usano le armi per cui magari si sono indebitati pesantemente. Se vogliamo combattere l’ingiustizia e la violenza, cominciamo dal rifiutare la produzione e il commercio delle armi, su cui si regge anche una parte significativa dell’economia italiana.

L’intervento in Libia può fare molti danni, non solo agli esseri umani che ne sono e saranno vittime innocenti, ma al processo rivoluzionario, che può essere più facilmente subordinato agli interessi dei paesi che intervengono, o comunque deviato in direzioni imposte dall’esterno. L’esito di nessuna rivoluzione è sicuro, può essere sconfitta, distorta, tradita tanto più facilmente quanto più sarà condizionata da un intervento di altri paesi. L’involuzione della rivoluzione russa è stato facilitato e accelerato dagli interventi delle principali potenze imperialiste, dalla Germania alla Gran Bretagna, dagli Usa al Giappone, dalla Francia all’Italia, che nel 1918 erano ancora in guerra tra loro, ma scesero in campo insieme contro il comune pericolo della prima rivoluzione proletaria vittoriosa. Anche la rivoluzione ungherese del 1919 fu soffocata dall’aggressione congiunta delle potenze dell’Intesa, che erano anche dietro l’attacco polacco alla Russia del 1920.

Il cialtrone “verde” Daniel Cohn-Bendit pontifica su “Repubblica” di oggi 22/3 ammonendo i pacifisti a ricordarsi della Spagna del 1936, e spara molte sciocchezze: la Spagna non fu soltanto “lasciata sola” da Gran Bretagna e Francia, come dice, ma spinta verso la sconfitta dall’aiuto condizionante dell’URSS staliniana, che impose di soffocare e bloccare la dinamica rivoluzionaria in Catalogna e in Aragona, e che sterminò nel 1937 i militanti più lucidi come Andreu Nin o Camillo Berneri. (Si veda  Sulla Spagna, e in genere tutta la sezione dedicata nel sito alla rivoluzione spagnola in I GRANDI NODI DEL NOVECENTO).

Per questo, prima di tutto, diciamo no al principio stesso dell’intervento militare esterno, anche per appoggiare una parte in lotta, e comunque motivato. Le rivoluzioni non si possono esportare (possono dare l’esempio, casomai) ma le controrivoluzioni invece sono sempre state esportate, sotto diversi pretesti. Il migliore aiuto a una rivoluzione è non interferire nella sua dinamica, e bloccare chi tenta di farlo. Altra cosa sarebbe un aiuto dal basso, una solidarietà internazionalista, senza mediazioni di Stati (non solo quelli imperialisti, come è ovvio, ma anche quelli più o meno burocratizzati), come l’aveva concepito l’ultimo Guevara del Messaggio alla Tricontinentale o del discorso al seminario afroasiatico di Algeri. Il Che pensava a un coordinamento dei movimenti di liberazione, non uno schieramento di Stati “progressisti”, un “campo”… Il presidente Chávez aveva rilanciato giustamente l’idea di costruire una Internazionale, la Quinta, e l’avevamo salutata positivamente, poi l’idea è stata accantonata senza discussione, mentre si è visto che sarebbe stata necessaria allo stesso Venezuela anche ai fini di una migliore conoscenza, per non illudersi ad esempio sull’antimperialismo di Gheddafi o di Ahmadinejad, o sul comportamento di Cina e Russia.

Ci auguriamo che i libici siano in grado di abbattere il clan corrotto dei Gheddafi, ma devono essere loro a farlo, non gli eserciti dell’imperialismo europeo o statunitense, che qualora riuscissero metterebbero sicuramente alla testa del paese un loro fantoccio, creando il precedente per intervenire domani analogamente in Egitto, in Tunisia, nello Yemen. Ci sembra un buon segno che sulle piazze egiziane, yemenite, tunisine, si esprima solidarietà alla rivoluzione libica, e ostilità invece a personaggi come Ban Kimoon, contestato perché considerato responsabile dell’intervento benedetto dall’ONU.



 22/3/2011

dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/

LETTERE





NABUCCO VS SOUTHSTREAM...


di Giuseppe Fontana





Riceviamo e pubblichiamo volentieri questa analisi dal carcere di Badu e Carros del nostro Giuseppe Fontana sul vergognoso attacco imperialista alla Libia.



“L’impero del bene” guidato dal barzellettiere “Yes We Can” Alias il Cameriere nero al servizio delle Multinazionale del petrolio, armi e stupefacenti, attacca la Libia perché Gheddafi colpisce i civili, sterminando innocenti e civili con i missili umanitari e democratici ! Il Bahrein che massacra il suo Popolo, peraltro con l’aiuto degli invasori Sauditi, non interessa a nessuno ! Perché ?! Perché gli interessi degli esportatori di democrazie nel mondo sono ben rappresentati dai dittatori, sia in Bahrein che in Arabia Saudita, Paese sottomesso dalla feroce Monarchia Saudita. Perché questo massiccio attacco contro la Libia ? Semplice: Petrolio ! Gas ! Acqua ! controllo del Mediterraneo !
La verità è che è in atto una guerra tra il Nabucco e il Southstream- gasdotto Yankee contro gasdotto Russo. Il comportamento dell’Italia in questo conflitto è vergognosamente irresponsabile ! L’Italia sarà comunque estromessa dal Business in Libia con la conseguenza di avere “in casa” un conflitto che durerà anni e anni che danneggerà l’economia dell’Italia e soprattutto del Sud Italia con la diminuzione del turismo e investitori stranieri e che ci costringerà a fare i conti con i clandestini e il terrorismo mentre Francesi, Inglesi e Americani si papperanno la Libia e ciò che era degli Italiani. Il colmo è che saremo accusati dai Libici come primi responsabili di questo conflitto perché traditori e vili servi di chi con i missili umanitari sta assassinando innocenti e civili in Libia ! Italia, più di sempre e come sempre, sgualdrina !

22/03/2010

lunedì 21 marzo 2011

IL TRUCCO LIBICO di Miguel Martinez







IL TRUCCO LIBICO

di Miguel Martinez








Se ho capito bene, le cose stanno così.
In Libia, c’è un governo.
A me, questo governo non ha mai fatto particolare simpatia, perché conosco storie non belle di migranti che sono passati per quel paese, e perché comunque un governo dopo quarant’anni al potere inizia sempre ad andare a male. Inoltre, da traduttore, ho spesso a che fare con chi lavora in Libia, e ho raccolto molte lamentele sulla natura piuttosto capricciosa e imprevedibile dell’amministrazione.

Ma queste mie considerazioni emotive non c’entrano con quelle del diritto.

Il governo della Libia è indubbiamente legittimo nel senso più freddo, cioè può emettere passaporti riconosciuti in altri paesi, e l’uomo più in vista del paese – che curiosamente non riveste alcun incarico governativo – viene ricevuto con sorrisi e strette di mano da altri capi di stato. Tra cui non solo Silvio Berlusconi, ma anche Obama e Sarkozy.

In particolare, il nostro paese è vincolato al governo della Libia da un Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista “ firmato “dall’onorevole Presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi e dal leader della Rivoluzione, Muammar El Gheddafi”.
Tale trattato garantisce

“il rispetto dell’uguaglianza sovrana degli Stati; l’impegno a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica della controparte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite; l’impegno alla non ingerenza negli affari interni e, nel rispetto dei princìpi della legalità internazionale, a non usare né concedere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile nei confronti della controparte; l’impegno alla soluzione pacifica delle controversie.”

Un trattato che nel giro di qualche ora, ha fatto la stessa fine che fece nel 1915 il trattato che vincolava l’Italia a non pugnalare alla spalle l’Austria. Per motivi  espressi con disarmante sincerità da Italo Bocchino.
Il legittimo governo libico è stato oggetto di una vasta ribellione armata. Su questa ribellione, si è detto di tutto – “è al-Qaida”, “no, sono i giovani cinguettatori di Twitter”, “no, sono i fedeli della vecchia monarchia”.
Non solo io ignoro chi siano i ribelli; lo ignorano anche tutti gli editorialisti che pure li esaltano. Due ipotesi sembrano comunque abbastanza ragionevoli. Ciò che i ribelli appartengano ad alcuni clan tradizionali esclusi dalle rendite petrolifere; e che esprimano il fortissimo risentimento di gran parte della popolazione contro l’immigrazione dall’Africa Nera, tanto che la rivolta è stata accompagnata da alcuni sanguinosi massacri di migranti.
La ribellione ha però incontrato, a quanto pare, l’ostilità della maggioranza del paese e certamente delle sue forze armate, e nel giro di alcuni giorni ha subito alcune decisive sconfitte.

Tutto questo è avvenuto in concomitanza con due sommosse nel mondo arabo – quella dello Yemen e quella del Bahrein.
In un giorno, i cecchini dell’esercito yemenita hanno  ucciso 72 manifestanti   (non sappiamo quanto rappresentativi della società yemenita nel suo complesso), mentre nel Bahrein  è intervenuto direttamente l’esercito saudita per sopprimere una rivolta promossa dalla schiacciante maggioranza della popolazione. Anche gli Emirati Arabi, che partecipano alla coalizione anti-Gheddafi, hanno contribuito alla repressione della rivolta in Bahrein con  "almeno 500 poliziotti“.               “



Mentre cadevano le ultime fortezze dei ribelli libici, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 1973 , che esige dalla Libia il cessate il fuoco e la fine di “attacchi contro i civili”.
E qui, se ho capito, sta tutto il trucco.

In Libia, lo scontro non è infatti – come invece in Tunisia, Yemen, Bahrein o Egitto – tra le forze armate da una parte, e masse di manifestanti pacifici dall’altra. In Libia, i ribelli hanno armi, carri armati e persino un caccia (che hanno esibito tra l’altro subito dopo l’imposizione della No Fly Zone).
Ma non appartenendo a un esercito regolare, potrebbero essere definiti in effetti dei “civili“. Anche quando vengono addestrati da truppe straniere. Nei lanci di agenzia ripresi da Repubblica, ad esempio, leggiamo stamattina:

“11:49
Stampa Gb: Forze speciali inglesi a fianco dei ribelli da settimane
Centinaia di soldati delle forze speciali britanniche Sas sarebbero in azione da almeno tre settimane in Libia al fianco dei gruppi ribelli, afferma oggi il quotidiano Sunday Mirror. Due unità di forze speciali soprannominate “Smash” per la loro capacità distruttiva, avrebbero dato la caccia ai sistemi di lancio di missili terra aria di Muammar Gheddafi (i Sam 5 di fabbricazione russa) in grado di colpire bersagli attraverso il Mediterraneo con una gittata di quasi 400 chilometri. Affiancate da personale sanitario, ingegneri e segnalatori, le Sas hanno creato posizioni sul terreno in modo da venire in aiuto in caso in cui jet della coalizione fossero stati abbattuti durante i raid.”

La risoluzione dell’ONU evita di citare o definire l’avversario armato dell’esercito libico, e non dice nulla su come l’esercito libico debba comportarsi nei riguardi di combattenti nemici.
L’omissione è talmente evidente, che possiamo immaginare che i suoi autori abbiano voluto una fatale ambiguità.
Se “civile” vuol dire chi non porta armi, allora si potrebbe chiedere all’esercito – e anche alla parte avversa – di lasciare in pace i civili.
Ma se “civile” vuol dire combattente, nemico dell’esercito governativo…
se l’esercito libico cessa di combattere con le armi questo particolare tipo di “civili”, sarà costretto a subirne passivamente gli attacchi armati; cioè è destinato alla sconfitta militare.
Cosa che nessun esercito potrebbe accettare.
Ma se l’esercito continua a combattere, verrà accusato di violazione della risoluzione. E quindi verrà annientato ugualmente, ma dall’estero.

Non c’è via di uscita.

E così leggiamo tra i lanci di agenzia di Repubblica di stamattina qualcosa che non appare affatto nel testo della risoluzione, ma che sospettiamo fosse nella mente dei suoi autori:

09:03
Il generale Clark: “Tutto lecito per difendere i civili”

“La risoluzione dell’Onu è nettissima riguardo all‘obiettivo finale: sbarazzare la Libia del dittatore Muhammar Gheddafi. Per questo il Consiglio di sicurezza ha autorizzato il ricorso a ogni mezzo, salvo l’occupazione militare del Paese. In breve tutto è lecito, o quasi”.

Lo dice a Repubblica il generale Wesley Clark, ex comandante supremo delle forze Nato durante la guerra del Kosovo.”

Comunque, la risoluzione semplicemente impone il divieto di voli sul territorio libico, impone un embargo sulle armi e congela i beni di alcuni esponenti del governo libico.
Il governo libico dichiara subito di accettare in pieno la risoluzione, e infatti non ci risultano voli libici, militari o non, dopo la sua approvazione.
Alcune ore dopo l’approvazione, Sarkozy convoca a Parigi un vertice cui partecipa anche Silvio Berlusconi. Il quale, prima di partire, ha promesso a quanto pare al proprio consiglio dei ministri di non lanciare l’Italia in avventure pericolose, tali da attirare su questo paese centinaia di migliaia di profughi o qualche missile.
Parola d’imprenditore…

Il vertice finisce verso le 15. A questo punto, uno si immagina una delegazione che vada in Libia, spieghi in modo chiaro le richieste, risolva in maniera diplomatica i conflitti, apra le vie agli aiuti umanitari. Dando ovviamente qualche giorno di tempo per permettere a un esercito non certamente prussiano di coordinarsi e di capire cosa deve fare.

No.

Due ore dopo la fine del vertice e poche ore dopo l’approvazione della risoluzione 1973, gli attaccanti dichiarano che la Libia “non ha rispettato” le loro istruzioni: in cosa consista tale violazione, non ci è dato sapere; comunque a partire dalle 17.40, scaricano sulla Libia un intero arsenale.
Tra cui anche 110 missili Tomahawk, prodotti dalla Raytheon Company: ricordiamo che Obama ha nominato ben  tre dirigenti della Raytheon a funzioni chiavi dell’amministrazione degli Stati Uniti, tra cui il signor William Lynn, che passa direttamente dallla gestione della lobby ufficiale a Washington della Raytheon, al posto di vicesegretario alla Difesa con il potere di decidere le spese che farà il Pentagono.
Un solo missile Tomahawk costa 1,5 milioni di dollari , comprensive di ammortamento delle spese di ricerca.
Moltipicato per 110 farebbe 116 milioni di Euro. All’incirca quello che costano allo Stato italiano 15.000 alunni del sistema scolastico pubblico per un anno (dati Ocse 2008, citati in Mila Spicola, La scuola s’è rotta. Lettere di una professoressa, Einaudi, p. 172).

Io non so per quale motivo Francia, Inghilterra e Stati Uniti (l’Italia non conta) abbiano deciso di attaccare la Libia.Non so per quale motivo, fino a qualche mese fa accoglievano Gheddafi con tutto il suo pittoresco seguito e oggi lo vogliono morto.
Il petrolio ovviamente c’entra; ma era necessaria proprio una guerra? Si sarebbe speso infinitamente di meno per corrompere quattro politici, o per pagare il medico di Gheddafi a mettergli il veleno in una bevanda.
Le continue guerre americane, quasi sempre contro nazioni indifese, vengono in genere spiegate con considerazioni geopolitiche: vogliono, ad esempio, il petrolio iracheno o quello libico, prima che cada in mano ai cinesi.

Credo che l’ipotesi sia perfettamente ragionevole, ma non escluda un’altra – cioè che il sistema socio-economico statunitense   abbia bisogno delle guerre in sé,   perché finanziano il sistema militare-industriale, perché danno un senso alla vita di milioni di persone, dal clandestino messicano che vende panini ai muratori della base militare nel deserto dello Utah, all’insegnante di arabo sovvenzionato dal Pentagono per formare persone che si occupino della “sicurezza nazionale”.
Può darsi che gli Stati Uniti riusciranno a scippare il petrolio libico ai concorrenti; ma sappiamo con certezza che la Raytheon è riuscita a guadagnare 116 milioni di Euro in un pomeriggio con questa storia.

20 Marzo 2011

dal sito Kelebeklerblog

domenica 20 marzo 2011

IL CENTROSINISTRA ALLA GUERRA DI LIBIA di Leonardo Mazzei


           IL CENTROSINISTRA ALLA GUERRA DI LIBIA
                                 di Leonardo Mazzei



Mentre Pdl e Pd (più Udc e Fli) portano l'Italia in guerra, anche Vendola si schiera con l'ONU e la NATO
Non sappiamo ancora che guerra sarà, ma da ieri l'Italia è in guerra con la Libia. Se la risoluzione dell'ONU ha dato il via libera all'intervento imperialista, il voto delle Camere è stato il semaforo verde alla piena partecipazione dell'Italia ad un'impresa di stampo neo-coloniale. «Basi, navi e aerei italiani contro Gheddafi», è questo il titolo del Corriere della Sera di oggi, una sintesi impeccabile del significato delle decisioni assunte dal governo e ratificate dal parlamento.
Se l'ONU è stato ancora una volta il luogo dell'ipocrisia «umanitaria», la decisione italiana è stata esplicitamente presa in nome degli interessi nazionali minacciati. Ma minacciati da chi? Evidentemente dall'attivismo di Francia e Gran Bretagna. E' così che il governo Berlusconi ha deciso di lanciarsi nell'avventura: l'Italia sarà pienamente coinvolta nell'aggressione alla Libia, per potersi poi sedere al tavolo dei vincitori dove si decideranno i futuri assetti di quel paese.
Tutto ciò è chiaro anche ai ciechi, di questo si discute sulle pagine dei quotidiani, altro che «guerra umanitaria»! Ma c'è una parte del parlamento che finge di non saperlo e che motiva il suo sì alla guerra con argomenti che non stanno in piedi. Sono gli stessi che rasero al suolo la Jugoslavia nel 1999 con il pretesto della «pulizia etnica». Dopo la loro guerra, la pulizia etnica - quella vera contro i serbi - è avvenuta con la protezione dei soldati della Nato, mentre gli Usa costruivano in Kosovo la loro mega-base di Camp Bondsteel.
Oggi ci risiamo. Ma qualcuno può ancora credere alle menzogne spudorate degli imperialisti? Chi mai si preoccupa delle vittime civili dei bombardamenti in Afghanistan, di quelle dei droni in Pakistan, della repressione nello Yemen e in Bahrein, per non parlare della Palestina? Nessuno può crederci, ma qualcuno ha tutto l'interesse di far finta di crederci. Questo qualcuno alberga a «sinistra».
Se la linea interventista è passata in parlamento lo si deve soltanto all'appoggio entusiastico del Pd, visto che la Lega, non partecipando al voto, si è di fatto dissociata dalla decisione dell'esecutivo. Sfidando il comune senso del ridicolo, lasciamo perdere quello del pudore, Bersani ha perfino criticato il ritardo della decisione dell'ONU. E risorgendo come una specie di ministro degli esteri «ombra», D'Alema ha invocato il pieno coinvolgimento della NATO.
Il bipartitismo sconfitto nel paese è rinato sotto il segno della guerra. L'asse è quello tra Pdl e Pd, dietro al quale non possono che seguire pedissequamente le frattaglie centriste. E' un asse benedetto dal pieno coinvolgimento del Quirinale. E' un asse che rafforza lo stesso Berlusconi, che si trova davanti una «opposizione» tanto accanita sulle escort quanto accondiscendente sulla guerra.
Lo ripetiamo: non sappiamo ancora che guerra sarà. La risoluzione ONU ammette ogni genere di azione, tutto in pratica potrà essere bombardato, basterà dire che ciò è servito ad impedire nuove vittime civili. La risoluzione, però, esclude occupazioni militari, una condizione evidentemente posta dai paesi che pure hanno acconsentito a farla passare con l'inutile ed ipocrita voto di astensione. Ora i casi sono due: o tutto si risolve con un accordo tra le potenze imperialiste ed il clan Gheddafi, oppure sarà ben difficile che gli aggressori possano fare a meno di scendere sul terreno.
Nel primo caso avremmo certamente l'uscita di scena del rais, accompagnata però dal mantenimento di un ruolo preminente del suo clan; il tutto nella cornice di un nuovo equilibrio tribale, dove più che le inevitabili concessioni alla Cirenaica, conterebbero le garanzie offerte alle potenze occidentali. Potenze che poi regolerebbero al loro interno i conflitti sotterranei sullo sfruttamento petrolifero del paese.
Nel secondo caso avremmo invece un'escalation del conflitto dagli esiti tutt'altro che certi, rendendo ancora più chiara la matrice imperialista della guerra che si sta preparando in queste ore. Sta qui la ragione della relativa prudenza americana di queste settimane. Nella visione globale degli USA, la Libia non ha la stessa importanza dell'Iraq o dell'Egitto, ed i fronti aperti sono già tanti. Ecco perché, salvo sorprese dell'ultimora, gli americani sembrano voler lasciare questa volta la prima linea alle vecchie potenze coloniali europee.
E' chiaro che sia in un caso che nell'altro la guerra ha solo motivazioni di interesse economico e geopolitico. E' una guerra di rapina, non per aiutare il popolo libico, ma per depredarlo meglio, ancor di più di quanto è già avvento con il regime di Gheddafi. E' alla luce di queste considerazioni che va valutata la vergognosa posizione del centrosinistra.
Scriviamo «centrosinistra» e non solo Pd, non soltanto perché l'Idv non può salvarsi la faccia con la non partecipazione al voto, ma per la posizione assunta da Nichi Vendola. Costui ha la fortuna di non essere attualmente in parlamento, ma non ha potuto esimersi dal dire la sua. Lo ha fatto col suo solito stile, del dire e non dire, dell'evitare sempre posizioni chiare e nette, ma questa volta la ciambella gli è venuta davvero male.
Citiamo dall'ANSA di ieri, 18 marzo: "Dobbiamo lavorare per impedire il massacro dei civili in Libia ma dobbiamo anche evitare che in Libia si replichino copioni tragici, che hanno visto soluzioni militari precipitare in pericolosi e terribili pantani". Il governatore della Puglia, Nichi Vendola, commenta così la decisione dell’Onu di prevedere la ‘no-fly zone’ in Libia. "Dobbiamo impedire – aggiunge – che Gheddafi completi la sua macelleria civile ma dobbiamo anche vigilare con cautela che l’opzione militare non si trasformi in qualcosa di imprevedibile. Serve davvero infinita saggezza da parte di tutti".
Traduciamo? Vendola approva la risoluzione dell'ONU, approva dunque l'operazione militare, solo non vorrebbe perdere troppi voti. Vorrebbe una guerra senza morti, un bombardamento senza vittime, una NATO «umanitaria». In una parola, vorrebbe ciò che è impossibile. Dalla sua dichiarazione ben si comprende che se fosse stato in parlamento avrebbe aggiunto il suo sì a quello dell'alleato Pd, alla faccia del suo pacifismo un tanto al chilo.
Diciamolo con chiarezza: se l'atlantismo del Pd è vergognoso, la disonestà intellettuale del governatore pugliese è difficilmente battibile. E se l'Italia di oggi è davvero un «povero paese», ciò non dipende dal solo Berlusconi, il quale resta lì dov'è anche grazie alla pasta di cui son fatti i suoi presunti «oppositori».

Sabato 19 Marzo 2011

dal sito http://www.campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=frontpage&Itemid=1

sabato 19 marzo 2011


                           MONDO ARABO IN RIVOLTA
                                  Arabia Saudita e Siria

                               di Pier Francesco Zarcone




L’oscurantismo e l’assolutismo dell’Arabia Saudita

È uno Stato noto per essere uno dei maggiori produttori di petrolio, per avere una monarchia assolutista fra le più oscurantiste, per il fatto di relegare le donne in una subordinazione/esclusione indegna (anche del buon senso), per la straordinaria ricchezza del re e degli sceicchi - pari solo alla loro insensibiltà sociale - e per essere un importante e fedele alleato di Washington nell’area (cosa che, nell’insieme, è forse il minore dei mali sauditi). Di questo poco popolato paese, luogo di nascita del Profeta dell’Islam, terra di deserti e beduini, si può dire anche altro, generalmente sottaciuto dai grandi mezzi di (dis)informazione di massa (al riguardo va detto che giocano interessi petroliferi e interessi statunitensi).Anche il presente saudita viene spiegato dal suo passato, i cui momenti cardine stanno nel XVIII secolo e subito dopo la Grande guerra del ‘14-’18. La lontananza temporale è priva di rilievo, stante la linea di continuità che lega eventi antichi alla contemporaneità. Orbene, nel 1744 si realizzò un’alleanza strategica - mai più rotta - fra la dinastia beduina dei Saud e una specie di “restauratore della purezza originaria dell’Islam” dal nome Muhammad Ibn Adb al-Whhab. Costui, ispirandosi ai contenuti elaborati nel XIII secolo della nostra era da una scuola giuridica musulmana, si fece banditore di un’interpretazione assolutamente restrittiva e puritana del Corano e della legge islamica, detta appunto wahhabita, mediante la forza delle armi. In quell’epoca i wahhabiti furono sonoramente sconfitti, ma non furono distrutte né la famiglia saudita né la sua adesione a quel movimento (religioso e giuridico allo stesso tempo). Il ritorno offensivo e vendicativo dei Saud sulla scena araba si ebbe dopo la disintegrazione dell’impero ottomano nel 1918, ed ebbe il suo momento-chiave nella cacciata dalla Mecca dello Sceriffo Husayn Ibn Ali, della famiglia Hashimita e quindi discendente del Profeta. I vincitori si impadronirono di quasi tutta la penisola araba, imposero il loro credo e Ibn Saud divenne il primo monarca dell’Arabia Saudita wahhabita. Vale a dire (e questo è importante) del primo Stato islamico definibile (a seconda del sistema concettuale a cui si aderisce) integralista, fondamentalista, radicale, oscurantista da Medio Evo ecc. La scoperta di immensi giacimenti petroliferi fece sì che i Saud, da signori di uno scatolone di sabbia di scarsa importanza (anche perché chiuso a nord dalle dinastie nemiche degli Hashimiti di Transgiordania e Iraq, e a sud dai possedimentri britannici) diventassero strategicamente importanti per l’imperialismo statunitense. L’alluvione di ricchezza - che ha interessato essenzialmente la famiglia reale, tanto numerosa (22.000 membri) da essere paragonabile a una legione (di parassiti) - per molto tempo non modificò di molto la cultura e la mentalità arcaica e chiusa di quell’angolo di mondo. Cioè di una società beduina rimasta per secoli poco collegata con l’esterno. Sulle difficoltà affrontate da Ibn Saud - con il boom petrolifero - per evitare reazioni popolari violente contro l’avvento di manifestazioni diaboliche come il telefono e la radio esiste una vasta aneddotica. Vale la pena ricordare che eventi drammatici legati all’inaugurazione del primo canale televisivo saudita in lingua inglese portarono all’uccisione di re Faisal nella seconda metà degli anni ’70.

L’arretratezza è in buona parte rimasta, indipendentemente dalla successiva e massiccia introduzione delle tecnologie moderne, insieme a livelli enormi di corruzione. Ma non è questo a rendere l’Arabia Saudita una persistente fonte di pericolo per tutto il mondo. Lo è invece il fatto che essa da tempo finanzia a tutto spiano la costruzione di moschee e di scuole coraniche, nonché il mantenimento dei relativi imam di credo wahhabita là dove esistono comunità islamiche, in questo modo diffondendo una delle più reazionarie, oscurantiste e disumane versioni dell’Islam - prima per lo più confinata nella penisola araba - per tutta l’area di presenza musulmana nel mondo, Occidente compreso. Detto in sintesi, se il wahhabismo fosse stato dominante nel periodo dell’espansione musulmana fuori dalla penisola, oggi non si parlerebbe degli splendori della civiltà islamica fino agli Ottomani. Non è quindi senza significato la percentuale di sauditi assurti alla notorietà internazionale come attivi terroristi islamici (per la verità è significativa anche la presenza di Egiziani, ma per essi il profilo causale merita un discorso a parte). Di ciò assai poco si parla, come pure del “mistero” del persistere dell’appoggio statunitense al regime saudita. Forse si tratta di un mistero meno misterioso di quel che la logica dell’uomo della strada vorrebbe. Delle ragioni ci devono pur essere, essendo indiscutibile che i vertici politico/militari statunitensi ben conoscono il ruolo sovvertitore del wahhabismo saudita, e non mancherebbero consistenti scuse “umanitarie” per assimilare quel regno agli “Stati canaglia” di bushiana memoria. Evidentemente ci sono delle ragioni “superiori” per non fare fare all’Arabia Saudita la fine dell’Iraq; tanto più che anch’essa è piena di petrolio, e le si potrebbe applicare il motto coniato - con innegabile sensibilità politica - dai soldati Usa all’epoca della prima Guerra del Golfo: kick their ass and take their gas (dagli un calcio in culo e prendi il loro petrolio). Per il regno wahhabita, però, questo non accade. Se andiamo un po’ a ritroso nel tempo riscontriamo il ruolo determinante proprio degli Stati Uniti nell’attivazione strumentale del radicalismo islamico, inizialmente usato contro la presenza sovietica in Afghanistan. Poi questa specie di “mostro di Frankestein” alla fine (come era prevedibile) è fuoriuscito dal controllo del padrino a stelle e strisce, ma è continuata la sua utilità per gli interessi Usa come alibi per l’intervento in Afghanistan, per la politica perseguita in Iraq oltrecché per l’appoggio ai regimi arabi dittatoriali (con la motivazione del loro ruolo di barriera contro islamismo radicale per la loro asserita laicità). E se si può quindi dire che un certo tasso di radicalismo islamico è servito all’imperialismo, va ricordato anche che l’Arabia Saudita sunnita svolge un’oggettivo ruolo antiraniano nel Golfo Persico. Oggi cominciano a soffiare venti di ribellione anche contro la monarchia assoluta dei Saud, seppure lo scorso venerdì 11 marzo - dagli oppositori del regime preannunciato come ”venerdì della collera” - si sia risolto in un flop. Tuttavia è ancora presto per potere azzardare una qualche previsione sul corso degli eventi, ed è meglio limitarsi a comprendere quale sia la situazione sociopolitica all’interno di questa monarchia. Finora gli Stati Uniti sembrano tranquilli al riguardo, tant’è che Obama ha chiesto al Congresso di poter vendere all’Arabia Saudita, nei prossimi 20 anni, armi per 60 milioni di dollari (compresi 84 caccia F-15). I Saud saranno pure i pilastri della purezza islamica, tuttavia gli interventi effettuati da re Abdallah presso Obama al fine di evitare la caduta di Mubarak fanno capire quale sia il loro stato di preoccupazione, e anche il loro timore per un declino statunitense nella regione, per infedeli che siano gli yankees. Tanto più che finora Washington sulla questione del progetto atomico iraniano agli occhi dei Saud si è mostrato debole, non avendo dato seguito alle insistenze saudite per un attacco militare all’Iran. Forse è per un calo di fiducia negli Usa che a gennaio di quest’anno è stato assunto un atteggiamento morbido di fronte ai segnali di apertura del ministro degli esteri iraniano Ali Akbar Salehi.Non è nota l’entità dei poveri in Arabia Saudita, ma lo è quella dei giovani - circa il 60%; se ne è parlato nella precedente corrispondenza - in possesso di una maggiore latitudine dell’orizzonte conoscitivo. Le donne sono la metà circa dei 25 milioni e settecentomila abitanti. Annualmente bussano alle porte del mercato del lavoro almeno 280.000 giovani e 270.000 ragazze, ma alta è la disoccupazione giovanile, e per chi riesce a trovare lavoro c’è uno stipendio medio di 830 dollari. Nulla rispetto all’ammontare dello stipendio mensile degli 8.000 prìncipi di sangue reale: circa 250.000 dollari. Re Abdallah cerca di atteggiarsi a riformatore di fronte a rivendicazioni - da parte dei giovani e di un po’ di meno giovani - comuni a quelle di altre parti del mondo arabo. Nota esponente di questa corrente è l’imprenditrice trentatreenne Khulood Salah al-Fahad che ha inviato al Re una petizione in cui si rivendica una vita libera e degna in consonanza con le società più sviluppate del mondo, in termini democrazia e rispetto per i diritti umani, e in 14 punti si chiedono creazione di posti di lavoro, eliminazione della povertà mediante una più equa distribuzione delle ricchezze, incentivi per l’acquisto delle case, lotta alla corruzione, fine delle lotte tribali e interconfessionali, liberazione dei circa 8.000 prigionieri politici, parificazione dei diritti della donna compreso l’accesso alla vita politica. E ovviamente l’evoluzione verso una monarchia costituzionale, strutturata come Stato di diritto con separazione dei tre poteri classici. Sulla stabilità politica del paese un consistente pericolo incombe dall’alto: il Re ha 87 anni e il principe ereditario - Sultan - oltre ad averne 83 soffre di Alzheimer! I contrasti per la successione nella folta schiera dei pretendenti potrebbe gettare il regno in una guerra civile a più fronti, quindi nel caos con disastrosi effetti sul mercato petrolifero mondiale.Stiamo a vedere quale sarà l’evolversi della situazione tra scontento dal basso e intrighi di palazzo. Forse il Re darà il via per qualche contentino immediato, privo di effetti sulle strutture del paese, ma forse demagogicamente efficaci nel breve tempo, oltre a dedicare ulteriori maggiori cure agli apparati repressivi. Strada che altri già stanno percorrendo: si apprende che il governo dell’Oman ha regalato 400 dollari a ogni impiegato e promesso 50 mila nuovi posti di lavoro, che il Re del Bahrein ha promesso 50 mila nuove case, e l’Algeria ha aumentato del 50% il salario dei poliziotti addirittura con effetto retroattivo a far tempo dal 2008 (!). Ma va seguìto con attenzione anche cosa accade tra la monarchia saudita e la minoranza sciita, su cui la proiezione di un’influenza iraniana è tutt’altro che teorica. I musulmani sciiti dell’Arabia Saudita sono una minoranza discriminata, ma sono maggioritari nella Provincia Orientale, cioè nel luogo dove maggiori sono le risorse petrolifere. E ricordiamo che sciita è anche la maggioranza della popolazione del Bahrein in sommossa (sciiti esistono anche negli Emirati Arabi, e nello Yemen sono il 46%). Il vero pericolo dal basso per la monarchia viene proprio dalle zone sciite che, se si ribellassero e esercitassero un effetto-traino sullo scontento della popolazione sunnita, potrebbero scatenare una profonda crisi. In queste zone una diffusa agitazione è in atto, e avventati interventi delle forze di repressione potrebbero rafforzarle e magari estenderle. Tra le conseguenze che più interessano l’imperialismo ci sono gli aumenti del prezzo del petrolio, previsti in detta ipotesi tra il 20 e il 25%. Ovviamente se nel Bahrein il re Hamad bin Issa al-Khalifa venisse costretto alle modifiche costituzionali richieste dalla maggioranza del popolo, le ripercussioni ci sarebbero anche nella vicina Arabia Saudita, oltre che negli altri paesi del Golfo. Cosa che lo stesso re Abdallah sa benissimo, tant’è che il 14 marzo mille soldati sauditi sono entrati in Bahrein su richiesta del locale governo sotto la copertura di missione di aiuto del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg), organismo di cui fanno parte Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Oman e Bahrein. Il maggiore partito sciita di quest’ultimo paese - il Wefaq - ha parlato di atto di guerra e di occupazione. Staremo a vedere. Comunque appare certo che questo intervento militare ha vari significati: innanzi tutto nelle sfere politica interne, come segnale dei monarchi dell’area nel senso che non ci saranno mutamenti politici e sociali su pressione delle piazze, e che non si ripeteranno gli esiti tunisini ed egiziani; inoltre, per quanto riguarda la politica estera, si tratta di un segnale all’Iran nel senso che i governi locali faranno tutto il possibile affinché nel Golfo la riscossa sciita non prevalga. E come osservazione finale si potrebbe accennare all’insegnamento derivante dall’attuale successo della reazione di Gheddafi contro il suo popolo in rivolta. I governi imperialisti, dal canto loro, non possono non pensare agli effetti a vasto raggio derivabili dalla destabilizzazione sia delle monarchia saudita sia delle altre della penisola, vuoi per l’esplodere di problemi dinastici, vuoi per sommosse sciite e/o di sudditi sunniti stanchi del regime. Nell’area gli interessi Usa sono enormi e accresciuti dalla sindrome-Iran. Si consideri che, se il regno saudita ha per Washington l’importanza che abbiamo descritto, nelle prossimità esistono presenze statunitensi cardine: come nell’Oman, nel Bahrein (dove c’è una grande base navale), in Kuwait (dove è installato il centro logistico di appoggio alle operazioni in Iraq) e nel Qatar (dove risiedono il Comando centrale Usa e un’importante base aerea).Scombussolamenti di rilievo in Arabia Saudita creerebbero una situazione propizia all’estendersi dell’influenza iraniana nella zona, ma non solo. Per essere chiari, interessi oggettivi a colmare eventuali (e magari auspicati) vuoti di presenza Usa nel Golfo Persico fanno capo a grosse ed emergenti realtà politico/economiche di tre continenti: Cina, India, Russia e Brasile. Le stesse realtà - quando si dice il caso! - che non hanno manifestato alcun interesse a creare un efficace fronte comune contro Gheddafi.Qqui sono in gioco interessi di potenze regionali che - al di lá di pericolosi interventi diretti - non lascerebbero in tragica solitudine volenterose masse di arrabbiati male armati, protesi a rovesciare la dinastia saudita o quella del Bahrein. L’area è geostrategicamente cruciale, a motivo sia delle risorse energetiche sia della possibilità di controllare gli essenziali punti di passaggio del commercio marittimo mondiale che sono il canale di Suez e gli stretti di Ormuz e di Bab el-Mandeb. Finora gli Stati Uniti - impantanati in Iraq e Afhanistan, privi di voce in capitolo verso l’incancrenito problema palestinese, senza prospettive sul problema del nucleare iraniano al di là di un devastante intervento militare dagli esiti imprevedibili - hanno assistito agli avvenimenti arabi senza sapere “che pesci pigliare”. Resta da vedere come si comporteranno a tutela dei loro interessi in Arabia e nel Golfo Persico. E infine c’è l’incognita di Israele, che nell’Arabia Saudita ha un alleato di fatto: se lì ci fosse un cambio di regime lo Stato sionista si troverebbe con paesi ostili anche in tutta la zona a sud-est.




Anche in Siria si protesta e si muore
 
Prima di entrare in argomento, una considerazione generale. Il dato formale dell’appoggio di polizia ed esercito a una dittatura, in sé e per sé non dice molto. Maggiori contenuti si ricavano invece dall’analisi del rapporto esistente fra i governi dittatoriali e gli indispensabili uomini in uniforme. Questi rapporti possono essere di vario tipo già in periodi non burrascosi, per poi emergere in modo netto quando il popolo si ribella e scende in piazza sfidando gli apparati repressivi di regime. In questi casi l’appoggio attivo della polizia in genere non manca, ma si tratta di bassa manovalanza. Il vero ago della bilancia è l’esercito, sia che si disgreghi, sia che invece assuma un ruolo attivo che svela il vero tipo dei suoi legami col regime. Tale ruolo può consistere nel fare meglio della polizia e reprimere nel sangue le sommosse; oppure nel passare dalla parte della popolazione; o ancora nel fare da arbitratore ultimo dicendo “basta” al dittatore, così costringendolo ad andarsene. In questi ultimi due casi attribuire all’esercito il ruolo filmico del “buono” sarebbe solo infantilismo: in realtà la giusta conclusione starebbe nel dire che in concreto l’esercito occupava nel sistema di potere socio-economico una posizione propria, autonoma si potrebbe dire, cioè non dipendente dagli atti graziosi del dittatore. Quindi, strumentalità dell’appoggio dell’esercito al regime e non-identificazione esistenziale con esso. Questo vorrebbe dire anche, per il popolo “vittorioso”, doversela poi vedere col potere militare. In Tunisia ed Egitto è andata così; in Libia no. Si estende alla Siria il contagio dell’oriente nordafricano? La manifestazione inscenata il 15 marzo a Damasco da un pugno di giovani non diceva nulla, se non che si trattava di giovani coraggiosi. Ma gli avvenimenti del 18 marzo nella città di Deraa (al confine con la Giordania) - 4 morti e centinaia di feriti a opera delle forze di sicurezza - potrebbero essere l’inizio di un capitolo siriano nell’ambito della rivolta araba. Ma nell’insieme il regime locale si presenta come un osso duro da rodere. Il paese è dominato dal partito “socialista” Baath (che tante speranze aveva suscitato verso la metà del secolo scorso nel mondo arabo), e da almeno 30 anni è nelle mani della “dinastia repubblicana” fondata dal generale d’aviazione Hafiz al-Assad. Alla sua morte, nel 2000, gli è succeduto il figlio Bashar, in precedenza oculista a Londra. Lo slogan baathista inneggiante a “unità, libertà, socialismo” è un vuoto fonema da non prendere in considerazione. Punto di arrivo di orde di turisti occidentali e giapponesi, la Siria (27.700.000 abitanti) ha un tasso di disoccupazione del 20%, e 8,5% della popolazione vive sotto il livello di povertà; dal 1963 esiste lo stato di emergenza, la magistratura non è indipendente nella sua attività, i livelli di corruzione sono elevati. Nel complesso è un paese di giovani, che hanno buone scuole, buone università e usano massicciamente le moderne tecnologie della comunicazione.Dal punto di vista socio-politico sarebbe potenzialmente una polveriera, presentandosi come sintesi di tutti i mali delle varie società arabe: ha una situazione socio-economica di tipo egiziano, il potere supremo è ereditario come in Giordania (che almeno è una monarchia) e come nell’Egitto prerivolta; l’apparato repressivo è maggiore di quelli tunisini, egiziani e libici messi insieme, e come il Bahrein è governato dittatorialmente da una minoranza religiosa: nella specie si tratta degli alauiti, seguaci di un’eresia musulmana di antica origine sciita, per la quale il defunto Hafiz al-Assad pensò bene di farsi rilasciare dall’ayatollah Khomeini una patente ricognitiva dell’appartenenza allo sciismo a tutti gli effetti. Ma il paese presenta sue specificità. La società siriana è assai composita, sia religiosamente sia etnicamente. La maggioranza della popolazione è musulmana sunnita, ma il potere è degli alauiti; esistono minoranze crisitiane copte e ortodosse (il Natale è festa nazionale); oltre ai Siriani autoctoni (per così dire) ci sono minoranze curde, circasse e turcomanne. Naturalmente, in una situazione del genere, la tecnica del divide et impera viene utilizzata dal regime baathista con l’accortezza di chi dietro di sé ha secoli e secoli di gestione del potere assoluto.Esistono anche i radicali islamici, nella specie la Fratellanza Musulmana, che al momento sembra poco in grado di nuocere, a seguito degli avvenimenti del 1982 nella città di Hama, pressocché dimenticata in Occidente. All’epoca i Fratelli Musulmani avevano scelto la pericolosa strada degli attentati e delle azioni armate, e proprio in Hama avevano il loro maggiore centro operativo e di diffusione. In tale situazione, Hafiz al-Hassad - detto “il leone di Damasco” - non si limitò a ruggire e mandò l’esercito in quella città per fare piazza pulita degli integralisti. Dopo tre giorni di bombardamenti indiscriminati, sostanziale devastazione di Hama e almeno 30.000 morti di ogni sesso ed età, la Fratellanza Musulmana fu messa a tacere. Il fatto è che in Siria l’esercito, anch’esso ferreamente in mani alauite (insieme ai servizi di sicurezza), si identifica completamente col regime; i militari in quanto tali sono dei privilegiati e ben sanno che una vittoriosa riscossa sunnita porterebbe a un bagno di sangue alauita. Inoltre, la prospettiva di una caduta del regime - oltre a non trovare entusiaste le minoranze non-musulmane per ovvi motivi - viene vista con timore anche da settori borghesi e popolari della società siriana a motivo del disordine politico-sociale che ne deriverebbe. Gioca molto, in questo, l’esperienza derivante dalle centinaia di migliaia di profughi iracheni rifugiatisi in Siria dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003.La solidità del regime (quanto meno fino a oggi) non deriva solo dalla forza e dall’efficienza dei servizi di sicurezza e dell’esercito, ma anche dal fatto che, a differenza di Mubarak, gli Assad non hanno commesso l’errore (dal punto di vista di una dittatura) di lasciare spazi alla società civile: quindi, niente giornali più o meno indipendenti, niente sindacati capaci di ritagliarsi margini autonomi, niente organizzazioni non-governative, chiusura dei forum di dialogo. Grandi forze di opposizione non sembrano esserci. Oggi la Fratellanza Musulmana viene ritenuta debole, e i Curdi - la cui capacità di mobilitazione in sé esiste - ancora ricordano come le loro agitazioni furono duramente represse da Bashar al-Assad.Di recente un giornale portoghese ha dedicato alla Siria un articolo dal titolo “Non ci sarà Primavera a Damasco”, che è realistico solo se riferito all’immediato. Per i tempi medi è meglio non fare previsioni, stante lo spontaneismo delle rivolte arabe finora esplose. Molto dipenderà anche dal contesto arabo globale, fermo restando che dopo il sostanziale fallimento della rivolta libica e l’intervento militare saudita in Bahrein l’atmosfera non è per nulla buona. Anzi, c’è un duplice rischio: che la Tunisia e l’Egitto restino delle eccezioni, e che in essi si inneschino processi di retrocessione (cioè reazionari). Però il futuro resta imprevedibile.
 
dal sito Utopia rossa
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