domenica 9 ottobre 2011
COMUNICATO SUL FERMO DI DOUGLAS BRAVO
COMUNICATO SUL FERMO DI DOUGLAS BRAVO
Douglas Bravo, ex comandante delle Fuerzas Armadas de Liberación Nacional del Venezuela (FALN), atteso in Italia per alcune conferenze (una di Massari e una di Zanchetta) è stato fermato dalla polizia venezuelana che gli ha impedito di partire.
Qui il comunicato di Zanchetta:
Douglas Bravo giovedì era imbarcato già sull’aereo a Caracas quando prima della partenza la polizia venezuelana lo ha fatto scendere. Il motivo addotto, chiaramente pretestuoso, l’aver partecipato alla occupazione di una fabbrica nel 1996. Dico “chiaramente pretestuoso” perché dopo di allora Douglas aveva fatto diversi viaggi all’estero fra cui uno proprio in Italia nei mesi scorsi. La vera ragione ci sembra possa essere la sua posizione critica, all’interno della sinistra venezuelana, di alcuni aspetti della politica chavista. Attendiamo maggiori informazioni.
venerdì 7 ottobre 2011
UN LAMENTO PER IL MEZZOGIORNO di Riccardo Achilli
UN LAMENTO PER IL MEZZOGIORNO
di Riccardo Achilli
Introduzione
Fra una settimana esatta, la Svimez (Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno, ente pubblico orbitante attorno alla Presidenza del Consiglio, che da sempre svolge il ruolo di osservatorio dell'economia meridionale) celebrerà il suo ennesimo rituale annuale, di presentazione del suo rapporto sull'economia del Mezzogiorno. E come tutti gli anni, pianti ed alti lai si leveranno per lo storico tradimento della promessa di sviluppo del nostro Sud, e per l'inefficacia delle ennesime sperimentazioni di politica di sviluppo (in verità, le lamentazioni sono rese ancora più stridule dal sostanziale smantellamento dell'apparato nazionale delle politiche di sviluppo per il Mezzogiorno, operato dal centro-destra alle prese con i problemi di bilancio e con i guaiti leghisti). La realtà è molto semplice, per chi vuole guardare al nostro Mezzogiorno non con le lenti della lotta di potere da pollaio che caratterizza la democrazia borghese italiana, ma con quelle della realtà storica: questo articolo mira a spiegare perché politiche di sviluppo mirate a far maturare condizioni di capitalismo nel Mezzogiorno siano inevitabilmente destinate a fallire, e come invece solo una rottura rivoluzionaria del paradigma capitalistico di sviluppo possa consentire al Mezzogiorno di recuperare un percorso autonomo in grado di raggiungere obiettivi di sviluppo egualitario ed a ritrovare la dignità che storicamente gli compete, e che storicamente lo Stato italiano unitario gli ha negato, ripagando questo furto con logiche compensatorie inefficaci e perdenti.
Il fallimento del paradigma capitalistico dello sviluppo del Sud
Prima di parlare di rottura in senso socialista del paradigma dello sviluppo capitalistico del Mezzogiorno sin qui seguito dalle politiche intraprese dallo Stato borghese italiano, iniziamo a descrivere il fallimento di detto paradigma. Che sia fallito ci sono pochi dubbi. Infatti, nonostante il gigantesco flusso di risorse pubbliche che, dall'avvio dell'intervento straordinario, nel 1950 ad oggi, si è riversato sul Mezzogiorno (secondo la Svimez, per infrastrutture ed aiuti alle imprese, dal 1951 ad oggi, la spesa pubblica destinata al Mezzogiorno è stata pari ad una quota del PIL nazionale che oscilla, di anno in anno, fra lo 0,5% e l’1%) i divari di sviluppo fra Mezzogiorno e Centro Nord si sono notevolmente ampliati, anziché ridursi. Certo, in valore assoluto il tenore di vita delle popolazioni meridionali è cresciuto, rispetto alle spaventose condizioni di miseria che caratterizzavano il Meridione sessant'anni fa. Valutato a prezzi 1911, e quindi considerato in termini reali, senza l'influenza dei prezzi, il Pil pro capite meridionale è cresciuto di circa 7,5 volte fra 1861 e 2007; tuttavia, mentre nel 1861 il differenziale con il Centro Nord era pressoché nullo, nel 2007 il Pil pro capite meridionale è pari ad appena il 59% di quello centro-settentrionale (Daniele-Malanima, 2007).
La lezione fondamentale di tutto ciò è chiara: il Mezzogiorno, nonostante il gigantesco sforzo finanziario pubblico, non ha intrapreso alcun processo di sviluppo, perché non è riuscito a tenere il passo con il resto del Paese, accentuando i divari di sviluppo sociale ed economico, e quindi collocandosi sempre più ai margini dei processi di evoluzione del capitalismo globale. Se il tenore di vita ed alcuni elementi di sviluppo si sono realizzati nel frattempo, ma solo in termini assoluti e non relativi, ciò si deve esclusivamente al trascinamento indotto dallo sviluppo del resto del Paese, trascinamento innescato dagli effetti redistributivi, privi di connotati strutturali di lungo periodo, dei grandi flussi di spesa pubblica destinati al Sud, ma non si è mai radicato in modo stabile alcun processo di sviluppo endogeno ed autosostenuto.
E non è che si possa attribuire questo dato di fatto esclusivamente ad errori, omissioni, corruzioni o sprechi nelle politiche di sviluppo messe in campo in questi ultimi 60 anni. Tutto ciò si è verificato, però il punto fondamentale è che dal dopoguerra ad oggi si è tentato di mettere in campo l'intera gamma possibile degli attrezzi teorici che l'economia dello sviluppo di origine borghese e capitalista suggeriva: dagli approcci “top-down” mirati a creare l'infrastrutturazione produttiva e logistica di base ed a polarizzare lo sviluppo a partire da aree forti specificamente attrezzate per accogliere grandi investimenti industriali (come suggerisce la scuola di Perroux e Hirshmann, e come effettuato nella fase “eroica” della prima gestione della Cassa per il Mezzogiorno), alle politiche mirate a diffondere lo sviluppo dai “poli di crescita” alle aree periferiche mediante l'attivazione di circuiti keynesiani di reddito, consumo ed investimento in sede locale (secondo i meccanismi della “causazione circolare cumulativa” ipotizzati da Myrdal), al tentativo di creare filiere mediante investimenti focalizzati su specifici settori ad elevata potenzialità di creazione di un indotto (secondo i modelli dell'industria motrice), dall'incentivazione a pioggia alle imprese, nella speranza di allargare la base produttiva ed occupazionale, come realizzato con il modello della legge 488/92 e della fase delle politiche industriali fatte a colpi di incentivi diretti, allo sviluppo “bottom up” teorizzato dalla scuola dello sviluppo locale, fatto di sostegni alla creazione di distretti industriali o turistici, e di strumenti a supporto di progetti di sviluppo ideati e gestiti in sede locale (la stagione della programmazione negoziata, dai patti territoriali ai contratti d'area, passando per i contratti di programma), fase culminata con la variante più evoluta dello “sviluppo locale integrato” estrinsecatasi nei Pit (programmi integrati territoriali) della passata fase di programmazione dei fondi strutturali, chiusasi senza creare alcuna integrazione fra i territori del Sud. Senza dimenticare i tentativi fallimentari di coinvolgere il capitale privato in progetti di pubblico interesse, o altre diavolerie ridicole, come i progetti di marketing territoriale per l’attrazione di investimenti esterni in un’area assolutamente priva di fattori di localizzazione attraenti per le multinazionali.
Qualsiasi tentativo fatto, qualsiasi approccio sperimentato nella logica delle politiche di sviluppo di tipo capitalista, ha condotto inevitabilmente all'impossibilità di indurre il mitico “breakthrough” strutturale nei fattori del ritardo di sviluppo del Mezzogiorno, avviando percorsi autonomi e sostenuti di crescita produttiva e di sviluppo sociale. La ragione fondamentale è, per noi marxisti, molto chiara. Quello che è mancato è uno sviluppo pienamente capitalistico delle forze produttive e dei rapporti sociali di produzione. Sembra una tautologia o una ovvietà, ma se le condizioni capitalistiche di un territorio non si sviluppano, le politiche di sviluppo orientate ad una logica capitalistica non producono alcun risultato.
Le questioni strutturali e di classe dello sviluppo del Sud
Da questo punto di vista, dalla spedizione dei Mille ad oggi, il Mezzogiorno ha avuto uno sviluppo di tipo capitalistico molto incompleto e parziale. Il Mezzogiorno di prima dell'avvio dell'intervento straordinario era un'area connotata da una certa omogeneità negli assetti sociali di produzione. Nelle aree rurali, vigeva un sistema semi-feudale, nel quale una enorme massa di braccianti, mezzadri e piccoli contadini viveva all'ombra di un latifondo a modesta produttività, in mano ai resti della nobiltà borbonica. In quelle urbane, una piccola borghesia ruotava, in modo semi-parassitario, attorno al mondo della politica e della pubblica amministrazione, mentre il suo segmento produttivo, composto essenzialmente da commercianti, artigiani e titolari di piccole attività nel settore dei servizi alla persona, vivacchiava a stento, insieme ad un proletariato industriale che il sottosviluppo dell'economia meridionale rendeva quantitativamente modesto, e concentrato perlopiù nelle pochissime aree dove, soprattutto per esigenze militari, il fascismo aveva dislocato stabilimenti industriali di proprietà pubblica.
Per dirla con Gramsci (“La Questione Meridionale”) la società meridionale precedente l’avvio delle politiche di sivluppo del dopoguerra, è costituita da tre classi fondamentali: braccianti e contadini poveri, politicamente inconsapevoli (privi cioè di coscienza di classe); piccoli e medi contadini, che non lavorano la terra ma dalla quale ricavano un reddito che permette loro di vivere in città, spesso come impiegati statali. Costoro disprezzano e temono il lavoratore della terra, e fanno da intermediari al consenso fra i contadini poveri e la terza classe, costituita dai grandi proprietari terrieri, che fornisce anche gli intellettuali, come Croce o Fortunato, favorevoli al mantenimento del blocco agrario. Di fatto, quindi, secondo Gramsci, la piccola borghesia urbana del Mezzogiorno è stata creata in modo artificiale, tramite l’espansione dell’occupazione nella pubblica amministrazione, e non tramite meccanismi di sviluppo capitalistico, che non si sono realizzati, mentre il ceto intellettuale e politico del Sud è interamente devoto alla causa della difesa degli interessi del latifondo e della manomorta.
E qual è lo stato dei rapporti di classe nel Mezzogiorno di oggi, a più di 84 anni di distanza rispetto a quando scriveva Gramsci, e dopo più di 60 anni di politiche di sviluppo del Mezzogiorno? Abbiamo, in primo luogo, l'unico effetto strutturale generato da 60 anni di politiche di sviluppo, ovvero una “leopardizzazione” del Mezzogiorno che, da area relativamente omogenea quanto a livello di sviluppo, è oggi caratterizzato da una complessa ed articolata geografica di poli a sviluppo differenziato. Vediamo in sintesi i diversi assetti produttivi e sociali creati da tale leopardizzazione.
Laddove le politiche dei “poli di crescita” degli anni '60-primi anni '90 hanno incentivato la creazione di grandi stabilimenti industriali, come a Taranto (e fino al 1989 a Bagnoli, nella siderurgia), o a Gela, Siracusa, Porto Torres, Cagliari (nella petrolchimica) oppure a Melfi, Pomigliano o Termini Imerese, o ancora a Castellammare di Stabia (nell'industria automobilistica o in quella cantieristica, in omaggio ai principi del modello dell'industria motrice) si è formato un proletariato industriale moderno, relativamente ben organizzato e combattivo, cresciuto grazie agli spazi di attività sindacale concessi dall'industria pubblica o semi pubblica. Ma in tali aree non si è formata alcuna borghesia moderna, perché la grande industria, sia a proprietà pubblica che privata, era costituita esclusivamente da stabilimenti di produzione, mentre i centri direzionali erano localizzati nel Centro Nord del Paese, e perché questa non ha generato alcun significativo indotto imprenditoriale locale. Quindi abbiamo un proletariato relativamente moderno ed autonomo, che però non ha un avversario di classe con cui confrontarsi direttamente, non essendovi in loco una vera e propria borghesia. Una situazione per certi versi simile a quella del proletariato di un Paese colonizzato, ma per altri versi anche peggiore, perché perlomeno nel Paese colonizzato vi è una borghesia compradora contro cui confrontarsi, mentre l'operaio siderurgico tarantino si deve confrontare con una proprietà della sua azienda ubicata a Genova, rappresentata in loco soltanto da un mero direttore di stabilimento e dai politici al soldo degli interessi dell'impresa, e niente più. Lo stesso modello si sta imponendo nelle aree turistiche, dove generalmente il mercato viene monopolizzato da pochi grandi investimenti di catene alberghiere o ricettive non meridionali.
Nelle aree a sviluppo “dal basso” e distrettuale (ovvero nelle poche che ancora sopravvivono, dopo la desertificazione industriale degli ultimi dieci-quindici anni), aree che perlopiù sono costituite da raggruppamenti di piccole e piccolissime imprese che operano in regime di subfornitura specializzata/contoterzismo per conto di imprese del Nord e generalmente in monocommittenza (si pensi all'ex distretto del TAC salentino, o a quello che era il distretto della corsetteria di Lavello, o ancora al polo conciario di Solofra) si è sviluppata una borghesia produttiva, ma per così dire il suo sviluppo è soltanto superficiale, poiché tale borghesia, a capo di sistemi produttivi confinati nei circuiti della sub fornitura e del contoterzismo a favore della media e grande industria del Nord, è “eterodiretta” e priva di quella capacità autonoma di generare localmente forme di accumulazione primitiva di capitale e quindi promuovere lo sviluppo del capitalismo, che è il tratto tipico delle borghesie emergenti che hanno fatto le rivoluzioni industriali e generato lo sviluppo delle forze produttive nei loro Paesi. Accanto a tale borghesia “rachitica” fondamentalmente compradora, in tali aree non si è sviluppato un proletariato dotato di quelle caratteristiche di organizzazione, capacità di mobilitazione ed autonomia, tipico delle aree connotate dalla presenza della grande industria, poc'anzi descritte (e che si estrinseca nelle capacità di lotta dimostrate, per esempio, nella vicenda Fincantieri a Castellammare, o nella tenacia dimostrata, nella lotta, degli operai Fiat di Termini Imerese). Infatti, i meccanismi padronali, familistici e paternalisti con i quali le piccole e micro imprese di tali “distretti di sub fornitura” sono governate tendono a disinnescare la lotta di classe, annacquandola nella demagogia dell'impresa come famiglia allargata, nella quale il padrone ed il lavoratore stanno sulla stessa barca (l'ideologia della piccola impresa). Quindi, in tali aree vi è una borghesia rachitica ed un proletariato privo di fondamentali elementi di capacità organizzativa ed autonomia. Lo stesso vale per quei pochissimi distretti “autonomi” (nei quali cioè si crea il prodotto finito, non operando quindi in regime di sub fornitura per committenti non meridionali; un esempio in tal senso è il moribondo distretto murgiano-materano del mobile imbottito) dove, certo, la borghesia è appena più sviluppata rispetto a quella delle aree connotate da “distretti di subfornitura”, ma conserva ancora tratti culturali e comportamentali più vicini a quelli dell'artigiano pre-capitalista che a quelli dell'imprenditore pienamente capitalista (ad esempio, la riluttanza verso l'accumulazione di capitale, preferendo dirottare verso la famiglia il plusvalore, piuttosto che reinvestirlo in azienda).
Nelle aree rurali (ad esempio la Basilicata o la Sicilia interna, le aree aspromontine e silane della Calabria, le are interne, fra Cilento, Sannio ed Irpinia, della Campania), dopo la fine del latifondo, permane una agricoltura a modesta produttività, ed in molti casi ancora di sussistenza (si pensi che l'azienda agricola meridionale “tipica”, secondo l'ultimo censimento Istat, ha una superficie agraria utilizzata di appena 5,9 ettari, contro gli 11,6 ettari dell'impresa agricola media del Nord; l'azienda agricola-tipo del Mezzogiorno è, nel 95% dei casi, a conduzione diretta del proprietario e senza salariati, utilizzando al massimo manodopera stagionale prevalentemente extracomunitaria; il valore aggiunto per addetto dell’agricoltura meridionale è così pari ad appena l’82% del dato nazionale). Gli antichi latifondisti, spesso, sono entrati in politica, perpetuando, tramite la diffusa pratica del voto di scambio e del consociativismo, forme di controllo neo-feudale del territorio, oliando il consenso elettorale con l'assistenzialismo diffuso, assurgendo al ruolo di “signorotti” locali. Oppure hanno investito i proventi della liquidazione del latifondo in altri campi, soprattutto nell'edilizia, che ruotano comunque attorno ai meccanismi consociativi e neo-feudali della politica. Le mezze classi, ieri come oggi, ruotano quindi sempre attorno a meccanismi di controllo neo-feudali gestiti dalla politica e dalla pubblica amministrazione, ridotta a suo braccio operativo (e non di rado cogestiti dalle 'ndrine e dalle cosche, che, creando legami di alleanza con la politica locale, gestiscono parti rilevanti dell'economia e della società). I braccianti ed i mezzadri dei tempi del latifondo, che dipendevano dal latifondista, sono oggi i piccoli contadini, o i membri della piccola borghesia urbana, che dipendono dal cacicco politico locale, con meccanismi di dipendenza non dissimili, nella sostanza, da quelli del passato.
Gli intellettuali indipendenti sono quasi inesistenti. Le università sono esamifici privi di una autorevolezza scientifica propria.
In estrema sintesi, potremmo dire che il Mezzogiorno è un esempio paradigmatico di applicazione della legge dello sviluppo diseguale e combinato di Trotsky. E' un'area socio economica nella quale convivono elementi di arretratezza semi-feudali o precapitalistici, assieme a elementi di sviluppo sociale tipicamente capitalisti, ma il cui grado di sviluppo è in generale superficiale, o monco. Alla radice di tale condizione vi sono ovviamente elementi economici. L'assenza di una vera e propria rivoluzione agricola è forse la ragione principale, legata com'è ad una riforma agraria tardiva, pasticciata e parziale, avviatasi soltanto nel 1950 (il fascismo aveva infatti rinunciato alla riforma agraria, per non spezzare i suoi vincoli di alleanza con i ceti latifondisti del Sud, limitandosi ad una mera politica di infrastrutturazione rurale – opere di bonifica, acquedotti, ecc.), su aree specifiche e non su tutto il territorio meridionale, ed oltretutto, in alcune aree, senza provvedere alla necessaria infrastrutturazione, risolvendosi in un fallimento, ed ingessando le prospettive di autonomia cooperativa degli agricoltori all’interno della rigidità accentratrice assunta dagli enti di riforma. Come ci insegna la storia, generalmente la rivoluzione agricola precede le rivoluzioni industriali, poiché l'accresciuta produttività dell'agricoltura libera manodopera utilizzabile nella nascente manifattura, e genera forme di accumulazione primaria di capitale. L'assenza di un sistema creditizio e finanziario autoctono in grado di generare forme di accumulazione originaria di capitale monetario è un'altra ragione: dall'unificazione nazionale in poi, il polmone finanziario del Sud, sia quello pubblico che quello privato, ha sempre risieduto nel Centro Nord, nello Stato o nelle banche settentrionali. La lontananza (o meglio il vero e proprio isolamento) dagli snodi più rilevanti degli scambi commerciali mondiali e dai mercati più ricchi dell’Europa centro settentrionale è un ulteriore fattore che ha impedito quella fase mercantile iniziale attraverso la quale il capitalismo si è sviluppato, in altri contesti.
Ma vi sono anche elementi, per così dire, sovrastrutturali, nello spiegare il fallimento di un paradigma dello sviluppo orientato a integrare maggiormente il Mezzogiorno nelle logiche della competizione capitalista. Fondamentalmente, la ragione sovrastrutturale è che non si può costringere ad essere capitalista chi non lo vuole essere, perché non ha un substrato culturale adatto a recepire lo sviluppo capitalistico. Qualsiasi politica di sviluppo incastonata all’interno del paradigma dello sviluppo capitalistico, quand'anche generosa nelle risorse finanziarie erogate e fantasiosa e diversificata nelle filosofie dello sviluppo adottate, non può ottenere alcun successo, se non vi è una società in cui lo spirito di iniziativa imprenditoriale è diffuso e dove è diffusa la propensione al rischio ed all'autonomia individuale. Se è vero che il protestantesimo non ha fatto il capitalismo nell'Europa settentrionale, è però anche vero che ha fornito importanti stimoli culturali alle nascenti borghesie, incentivandola ad approfondire il lavoro di costruzione del capitalismo. Lo stesso dicasi della cultura dell'autonomia comunale che ha disseminato i primi elementi di capitalismo nell'Italia centro settentrionale dei Comuni e delle signorie rinascimentali.
Nel Mezzogiorno, invece, mancano gli elementi culturali utili per fornire stimoli in direzione della formazione di una borghesia matura e di un capitalismo evoluto. La cultura meridionale odierna oscilla fra elementi di pauperismo cattolico, intrisi di assistenzialismo (che con la dottrina sociale cattolica si sposa benissimo) che, come si è visto, è il meccanismo fondamentale attraverso il quale le classi dirigenti meridionali hanno mantenuto, anche dopo la riforma agraria e l’avvio dell’intervento straordinario, forme di controllo semi-feudale sulla società, e un crescente rivendicazionismo autonomistico, spesso condito da nostalgie neo-borboniche o da miti brigantistici che, seppur giustificabile storicamente, in realtà non conduce a niente, perché mira, o anche solamente vagheggia, al ripristino di assetti sociali fortemente reazionari ed arcaici. E’ invece necessario spingere in avanti lo sviluppo delle forze produttive, in modo da creare condizioni per una rottura in senso socialista degli equilibri di sottosviluppo nei quali il Mezzogiorno versa ancora oggi.
Un paradigma di sviluppo socialista
E allora occorre guardare in avanti, e non volgere lo sguardo all’indietro, verso un mondo pre-capitalistico che non esiste più (e che peraltro è tutt’altro che desiderabile, come dimostrano gli aspetti fortemente reazionari che il regime borbonico proponeva, dietro alcune presunte, o superficiali, aperture riformistiche, come dimostra bene la farsa del riformismo di Ferdinando II, risoltasi in poco più che una “ammuina” ed in una feroce repressione dei moti liberali).
Occorre abbandonare l’illusione che le politiche di sviluppo rientranti all’interno del paradigma competitivo possano portare a risultati positivi per il Meridione. L’esperienza empirica è lì a dimostrarlo, come ho cercato di illustrare nel presente articolo: immani flussi di risorse finanziarie, la sperimentazione dell’intera gamma delle possibili filosofie di sviluppo rientranti nel “mainstream” dell’economia borghese non hanno portato a niente. Occorre anche comprendere che il rivendicazionismo autonomistico porta ad una ulteriore frammentazione, e quindi isolamento, del proletariato meridionale, già segmentato e spezzettato al suo interno dalla stessa azione delle politiche di sviluppo che, come abbiamo visto in precedenza, ha “leopardizzato” gli assetti sociali e produttivi del Meridione, diluendone l’originaria omogeneità.
Occorre fondamentalmente tornare alla lezione di Gramsci, ovviamente attualizzandola alle condizioni di classe di oggi. La lezione di Gramsci era fondamentalmente quella di mantenere l’unità di azione fra gli oppressi. Egli vedeva la soluzione della questione meridionale in un’alleanza fra proletariato urbano e rurale, sia all’interno del Mezzogiorno (superando l’artificiosa segmentazione operata nel cuore stesso del proletariato meridionale già dalle politiche fasciste, ed accentuatasi, come si è visto nel presente articolo, con l’azione delle politiche di sviluppo del dopoguerra) che fra Mezzogiorno e resto del Paese. Ed in questa direzione occorre continuare ad andare.
Il proletariato relativamente organizzato ed autonomo delle aree meridionali dove si è insediato il modello della grande industria deve fare fronte comune con il proletariato sottoposto a vincoli paternalistici che opera nel pulviscolo delle piccole e medie imprese, a fare fronte comune con il proletariato terziarizzato delle aree urbane, connotato da una estrema alienazione del suo lavoro intellettuale e da una crescente precarizzazione occupazionale ed esistenziale.
Il proletariato non ha bandiera, ed al suo interno non ha interessi diversificati.
Non è vero che, come sostiene la Lega, l’operaio del Nord ha da temere dal suo collega meridionale. Non è vero, come sostiene Sacconi e il sindacato corporativo, che l’interesse dell’operaio a tempo pieno ed indeterminato diverge da quello del giovane precario della pubblica amministrazione o dei servizi. La segmentazione interna del mercato del lavoro è in realtà il modo migliore con il quale il capitalismo sta procedendo ad una nuova fase di spoliazione dei diritti di tutti, sia del precario che dell’operaio con contratto a tempo indeterminato.
Sono convinto che una lezione di unità e di antagonismo possa venire dal Mezzogiorno. Sono convinto che da questo Sud martoriato ed umiliato possa venire il segnale della riscossa. E lo sono non per idealismo o speranza, ma perché conosco profondamente il Sud.
Livorno, 20.09.2011
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/
giovedì 6 ottobre 2011
CRISI DELL'EURO di Stefan Steinberg
CRISI DELL'EURO:
LE GRANDI POTENZE PIANIFICANO UN NUOVO PIANO DI SALVATAGGIO BANCARIO
di Stefan Steinberg
Come era successo tre anni fa dopo il crac di Wall Street – ma su scala ancora più ampia, questa volta - la ricchezza dell’élite finanziaria le cui attività speculative hanno innescato la crisi mondiale, sarà salvaguardata dal saccheggio del tesoro pubblico. Ciò sarà fatto anche se i governi intensificheranno i loro attacchi contro la classe operaia nel nome del “consolidamento fiscale”.
Per compensare nuove iniezioni finanziarie alle banche, saranno imposte misure di austerità ancora più brutali alla Grecia e ad altri paesi europei fortemente indebitati che sono già immersi nel crollo e nel degrado sociale e tagli sociali saranno estesi al resto dell’Europa e agli Stati Uniti.
Tale è il significato dei requisiti sorti alla riunione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) della scorsa settimana a Washington per “ricapitalizzare” le banche europee e aumentare la dotazione di 440 miliardi di euro del Fondo europeo di stabilità finanziaria (EFSF) per fargli sottoscrivere somme ancora maggiori che la Banca Centrale Europea (BCE) inietterà sui mercati finanziari.
Queste misure – promosse aggressivamente dagli Stati Uniti e dal FMI contro l’opposizione della Germania e di altri paesi nordici della zona euro – sono legate ad un programma di “ristrutturazione” del debito del governo greco attraverso uno sconto del 50% del valore dei titoli di stato. Le perdite massicce che dovranno sopportare le banche europee e americane in ragione di un tale “défault programmato” saranno recuperate con un nuovo piano di salvataggio promosso dall’EFSF e la BCE.
I funzionari tedeschi si sono pronunciati contro un tale programma di salvataggio su scala europea, il cui costo sarà principalmente sostenuto dalla Germania. Invece, Berlino sta progettando il proprio piano di salvataggio nazionale delle banche tedesche legato al défault dei pagamenti della Grecia.
Durante il weekend un gran numero di giornali americani e inglesi hanno parlato di un piano che hanno chiamato “big bang” e “shock and awe” (colpisci e stupisci) per risolvere la crisi del debito europeo. Le risorse disponibili nell’EFSF saranno alzate a 2000 miliardi di euro e verrà data carta bianca alla BCE per stampare euro e per i suoi acquisti di titoli di stato greci, irlandesi, portoghesi, spagnoli ed italiani.
Lunedì e martedì, in previsione di un nuovo piano di salvataggio delle banche e degli speculatori, i mercati borsistici negli Stati Uniti e in Europa sono schizzati alle stelle. Tre anni fa, la prima ondata di aiuti aveva permesso alle principali banche e società di accrescere considerevolmente i loro profitti nonostante livelli di disoccupazione negli Stati Uniti ed in Europa degni di una depressione. Il divario tra ricchi e poveri si è ampliato e la borghesia si serve della crisi per abbassare i salari e smantellare gli ultimi residui dello stato sociale.
L’ultimo rapporto sulla ricchezza mondiale pubblicato da Merrill Lynch e Capgemini ha rilevato che il patrimonio complessivo di circa 11 milioni di persone “al netto del valore” è aumentato del 17 percento nel 2009 e del 9,7 percento nel 2010, per un totale di 42,7 mila miliardi di dollari. Questa somma è di gran lunga maggiore dei deficit degli Stati Uniti e degli stati europei nel loro insieme, i cui abitanti sono piombati nella povertà a causa dei programmi di austerità.
In Germania, dove si è insistito per l’applicazione di una politica di austerità in Europa, la ricchezza privata è aumentata in totale di 350 miliardi di euro nel corso di questi ultimi 15 mesi – è esattamente l’ammontare esatto del debito greco. Il giornale tedesco Der Spiegel ha riferito recentemente che i conti correnti svizzeri dei multimilionari greci sono pari a 600 miliardi di euro – quasi il doppio del debito pubblico del paese.
La tensione tra gli Stati Uniti e la Germania si è intensificata prima del voto chiave questo giovedì per l’aumento della dotazione dell’EFSF. Lunedì il segretario del Tesoro americano, Timothy Geithner, aveva messo in guardia sul fatto che l’Europa non aveva più “molto tempo” e doveva “passare ai fatti”. Il Presidente Barack Obama si era lamentato del fatto che l’Europa “spaventa il mondo con la sua inazione”.
La risposta di Berlino non si è fatta attendere. Il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schäuble, ha dichiarato che il governo non aveva nessuna intenzione di allargare il suo impegno attuale verso l’EFSF. Il Cancelliere Angela Merkel, parlando alla federazione tedesca degli industriali ha dichiarato che la Germania si è opposta a nuove misure di stimolo o di aumento del debito.
A mano a mano che la crisi economica peggiora e l’Europa, dopo gli Stati Uniti, piomba nella recessione, i conflitti tra gli alleati transatlantici aumentano. Allo stesso tempo le rivalità in seno all’Unione Europea stessa si amplificano. Alcuni personaggi politici europei di alto rango che hanno senso della storia, hanno già sottolineato i pericoli risultanti da un collasso della zona euro.
In osservazioni fatte all’inizio di questo mese, il ministro polacco delle Finanze, Jaceck Rostowski, ha avvisato che un collasso del progetto europeo potrebbe portare ad una guerra in meno di un decennio. Rostowski ha detto ad alcuni giornalisti che la guerra sarebbe probabile “non nei mesi a venire, ma forse entro un periodo di dieci anni”.
Questo è lo scenario futuro che il capitalismo offre alle popolazioni mondiali: depressione, dittatura e guerra. La crisi attuale rappresenta il fallimento del sistema capitalistico mondiale. Questo deve essere sostituito da un nuovo sistema fondato sulla proprietà pubblica e sul controllo democratico delle forze produttive da parte dei lavoratori e su un’economia pianificata adatta ai bisogni della società e non ai profitti – vale a dire dal socialismo.
Ciò richiede una mobilitazione di massa rivoluzionaria della classe operaia europea, americana ed internazionale per rompere la morsa delle grandi banche e società e per stabilire dei governi di lavoratori.
Traduzione per Voci Dalla Strada di Ale Baldelli
dal sito http://www.wsws.org/it/
Etichette:
Economia,
Steinberg Stefan
martedì 4 ottobre 2011
DOBBIAMO FERMARLI! di Giorgio Cremaschi
DOBBIAMO FERMARLI!
di Giorgio Cremaschi
Relazione introduttiva dell'Assemblea del movimento "Dobbiamo fermarli" che si è tenuta a Roma il 1 Ottobre
Perché siamo qui
In questo ultimo anno nel nostro paese c’è stato un vasto e articolato movimento di lotta. Più di un anno fa gli operai di Pomigliano hanno detto no in tanti al ricatto di Marchionne. Il loro rifiuto si è incontrato con una diffusa ribellione all’aggressione ai diritti, alle libertà, alla democrazia. Hanno lottato gli studenti e i giovani contro i tagli alla scuola e il precariato. I migranti sono saliti sulla gru contro le truffe di stato, la segregazione e la cancellazione dei diritti civili. Hanno lottato i movimenti civili contro l’attacco alle libertà costituzionali. Lottano, e siamo fino in fondo con loro, i No Tav, contro l’occupazione militare di un intero territorio, decisa con consenso bipartisan per realizzare un’opera tanto devastante quanto inutile. Sono scese in piazza le donne, contro l’autoritarismo patriarcale che usa la crisi per riaffermarsi e riorganizzarsi. E infine a giugno 27 milioni di cittadini hanno detto no alla privatizzazione dei beni comuni, non solo dell’acqua, ma di tutti i principali beni che sono alla base della nostra vita.
Subito dopo, quando erano cresciute le nostre speranze di un vero cambiamento, si è sviluppata una nuova fase della crisi che ha portato al colpo di stato economico di questo agosto. Tutti i principi, tutte le istanze, tutte le domande di un anno e mezzo di lotte sono state cancellate nel nome dell’emergenza del debito. Il governo Berlusconi ha espresso tutto il suo degrado reazionario e la sua impresentabilità. Ma l’opposizione si è rivelata ancora più inconsistente e indisponibile a un reale cambiamento. Lo scontro politico ufficiale è su chi rassicura di più i mercati, cioè tra chi è più disponibile a soddisfare gli interessi del grande capitale finanziario nazionale e internazionale. Per questa ragione di fondo abbiamo pensato di riunirci.
Noi lottiamo, noi ci battiamo con fatica ovunque per i diritti e le libertà e poi la politica ufficiale ci interpreta, ci giudica e si sovrappone a noi.
Non ne possiamo più. La crisi economica italiana è anche una crisi della democrazia. E non solo perché la sola permanenza al governo di Berlusconi dimostra che il nostro non è un paese democratico come altri. Ma anche perché oltre questo le scelte di fondo che riguardano le nostre vite non sono più decise dalle nostre istituzioni democratiche, ma vengono imposte con le terapie shock dell’emergenza economica, dal grande padronato, dalla Banca Europea, dal Fondo Monetario Internazionale.
Il Corriere della Sera ha pubblicato la lettera che Draghi e Trichet hanno inviato ai primi di agosto al governo italiano. E’ un testo clamoroso, un’aggressione reazionaria a tutti i diritti sociali e persino alle regole costituzionali. In nome di quale potere, di quale diritto due privati cittadini, due banchieri ci chiedono di modificare la Costituzione per imporre il pareggio di bilancio? Ci saremmo aspettati il clamore di fronte alla pubblicazione di quella lettera, invece silenzio pressoché totale da parte del governo e dell’opposizione. Essi continuano a litigare e a scontrarsi, senza però mai toccare i temi di fondo dell’economia, sui quali alla fine dobbiamo solo pensare che siano tutti d’accordo.
Per questo abbiamo deciso di provare a forzare il quadro delle compatibilità politiche e culturali. Il nostro scopo è di dare legittimità a tesi e a pensieri che oggi in Italia subiscono una censura di regime che è sostanzialmente bipartisan. La nostra scelta di partire dal rifiuto del debito nasce da qui. Non vogliamo certo aiutare ricchi ed evasori fiscali a cavarsela, né pensiamo che questo basti. Vogliamo però dire che oggi la schiavitù del debito, cioè l’obbligo di applicare in Italia le riforme strutturali imposte a suo tempo in tutto il mondo con risultati criminali da parte del Fondo Monetario internazionale, l’obbligo di rispettare il vincolo europeo del patto di stabilità, degli accordi Europlus, dello statuto antisalario della Banca Europea; questi vincoli che hanno commissariato definitivamente la politica italiana devono essere respinti. E per questo occorre in Italia un movimento sociale e politico, che oggi non c’è, che ponga questa questione all’ordine del giorno.
Noi non siamo d’accordo con la politica di patto sociale e concertazione che propongono la grande maggioranza del Parlamento italiano e lo stesso Presidente della Repubblica. Noi non siamo d’accordo con gli appelli delle parti sociali, ove tutti sono rappresentati dalla Presidente della Confindustria. Noi contestiamo e contrastiamo l’accordo del 28 giugno, che la Banca Europea giustamente esalta nella sua lettera come uno strumento per distruggere il contratto nazionale e rendere ancora più flessibili i nostri già magri salari. Noi vogliamo un’altra politica economica e sociale, radicalmente alternativa a quella del liberismo e non pensiamo che questa si possa avere nell’alternanza tra schieramenti che, proprio sul piano economico, fanno sostanzialmente le stesse scelte, obbediscono agli stessi comandi.
Questa è la questione che poniamo, senza infingimenti, ben sapendo che questa è una cosa diversa dall’iniziativa dei movimenti. Ogni movimento, ogni lotta, ha la sua sacrosanta autonomia e i suoi valori e i suoi obiettivi. Nessuno di noi mette in discussione questo. Non crediamo sia possibile inventarsi un movimento dei movimenti, che rappresenti una sorta di sintesi di tutte le domande e le lotte che ci sono. Noi poniamo un’altra questione. Noi vogliamo scendere in campo contro il colpo di stato economico che sta distruggendo la nostra democrazia. Su questo ci caratterizziamo e su questo crediamo si debba costruire uno spazio politico pubblico. Politico, perché vogliamo intervenire direttamente e in modo indipendente nelle scelte della politica. Pubblico, perché vogliamo affermare il diritto alla partecipazione e alla trasparenza in queste scelte. Tranquillizziamo tutti: non pensiamo a un cartello elettorale o a una minifusione di organizzazioni politiche e sindacali. Abbiamo un’ambizione più grande: quella di scardinare il regime bipartisan, che litiga su tutto tranne che sulle scelte di fondo che riguardano la nostra vita. La lettera della Bce ha avuto il pregio di chiarire con precisione il programma dei nostri avversari. Chi non la contesta, chi non intende rimandarla al mittente, non sta con noi.
Per questo ci colleghiamo idealmente ai popoli europei che lottano. Quando diciamo di non pagare il debito, alcuni interpretano che vogliamo uscire dall’Europa. A parte il fatto che la geografia ci ha messo qui, noi pensiamo l’esatto contrario. Sono il sistema finanziario globalizzato, gli accordi di Maastricht, il potere delle banche, della finanza e del grande capitale, che devono uscire dall’Europa e dal dominio che oggi esercitano sulle democrazie e sulle nostre vite. In altri paesi forse questo è più chiaro. In Spagna e in Grecia si manifesta contro la politica economica decisa da governi di sinistra. Da noi l’inquinamento morale, culturale e politico prodotto da Berlusconi e dalla sua cricca ha avuto anche l’effetto di imporre il degrado di tutto il confronto politico. Ma sappiamo che se oggi questo centrosinistra, con questa classe dirigente, sostituisse Berlusconi, noi dovremmo scendere in piazza come gli indignados spagnoli o i fratelli greci.
Il 15 ottobre saremo tutte e tutti in piazza sulla base dell’appello lanciato dalla Spagna dal movimento 15M. In tutta Europa si manifesterà contro il regime del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Europea, dei governi della tecnocrazia, che sta devastando diritti e conquiste. Per questo vogliamo portare a quella manifestazione un preciso indirizzo, una piattaforma, che vada oltre la pura e semplice solidarietà e la pura e semplice protesta. Il nostro avversario è prima di tutto il governo Berlusconi, che dobbiamo cacciare. Ma assieme ad esso è nostro avversario il governo unico delle banche e della finanza che ci sta aggredendo in tutta Europa. Scendiamo in piazza contro entrambi e chiamiamo tutte e tutti a costruire un grande movimento che abbia questa direzione di marcia.
Distruggono tutto, bisogna fermarli
L’attacco sociale, civile e democratico che stanno subendo il mondo del lavoro, contrattualizzato e precario, e la grande maggioranza della popolazione, non ha precedenti nella storia repubblicana. Ma tutto questo non tocca solo a noi. In tutta Europa si sta scatenando un attacco senza precedenti contro la più importante conquista sociale e civile del continente: lo stato sociale. In tutta Europa la banca europea, la tecnocrazia, i governi obbedienti alla globalizzazione e alla speculazione finanziaria, si accordano per cancellare conquiste diritti sociali, libertà. In tutta Europa c’è la stessa identica politica, variano solo le sue gradazioni. In tutta Europa, nel nome del capitalismo finanziario, si cancella la democrazia. La costruzione dell’Euro, il patto di stabilità, Maastricht hanno affermato un mostro estraneo alla democrazia e alle costituzioni. Questo mostro sta distruggendo l’Europa sociale, civile e democratica.
Stanno distruggendo tutto e non sono neppure in grado di fermarsi. Nel nome della crisi del debito si richiedono veri e propri sacrifici umani, che dovrebbero servire a rassicurare i mercati. Così come nel Medioevo o nelle società antiche si facevano sacrifici per allontanare disgrazie o carestie.
Si promette che i sacrifici porteranno prima o poi alla ripresa, ma in realtà anche chi li decide non ci crede. In poco più di un anno così l’Italia ha visto distruggere la scuola pubblica, la sanità, i servizi pubblici e sociali. Il contratto nazionale non esiste più e lo statuto dei lavoratori è stato sottoposto alla deregolazione degli accordi tra le parti complici.
I migranti sono ormai in una condizione di apartheid permanente e di supersfruttamento totale. L’affermarsi per la prima volta, in particolare in Italia, ma non solo da noi, verso una parte rilevante del mondo del lavoro della negazione della cittadinanza assieme alla privazione dei diritti politici e civili fondamentali. L’estendersi, con leggi xenofobe come la Bossi-Fini e più in generale con le persecuzioni dei migranti, di un sistema nel quale una parte rilevante della popolazione non gode dei diritti costituzionali fondamentali, è un segno della regressione totale dell’Italia e dell’Europa. Non è un caso che questa regressione si accompagni al ritorno in campo di ideologie razziste, xenofobe, di comunitarismi secessionistici reazionari.
Tutto questo è parte dell’aggressione alla democrazia e ai diritti sociali. Ovunque si vuole distruggere la possibilità stessa delle persone di organizzarsi e difendersi. Eppure c’è ancora chi pensa che i sacrifici debbano essere accettati purché equi e che si debbano accettare le “riforme”. Ora l’obiettivo centrale è diventata la riforma delle pensioni. Essa risanerebbe l’economia. E così si dimentica che una riforma delle pensioni terribile c’è già stata, anche attraverso l’istituzione della previdenza complementare e i giovani non andranno più in pensione e che la rendita media pensionistica attuale dei lavoratori è inferiore ai 1.000 euro mensili. Si allunga l’età pensionabile, ultima vergogna quella delle donne, mentre dopo cinquant’anni si viene cacciati dai posti di lavoro. Oramai i contratti a chiamata, di supersfruttamento, con la messa a disposizione totale delle persone agli arbitri del comando aziendale si diffondo ovunque.
Siamo alla catastrofe sociale che uccide il presente e mangia il futuro: la casa, la scuola, il lavoro, la salute, i diritti, tutto. Per questo non abbiamo più spazio ove ritirarci, non c’è un meno peggio da contrattare, possiamo solo rinunciare a difenderci e accettare il massacro sociale, pensando che qualcuno si salvi sulle spalle degli altri, oppure possiamo lottare per un cambiamento radicale. Come mostra la Grecia, non c’è fine ai programmi di ristrutturazione sociale determinati dalla schiavitù del debito e dalla speculazione finanziaria, se li si accetta, ci si mette in mano a usurai internazionali, che non sono mai sazi. Per questo è giunto il momento di rifiutarli.
Respingiamo il ricatto del default finanziario. Ci sono altri default che invece vogliamo subito affrontare. Quello della natura e dell’ambiente, che non riesce più a ripristinare le risorse naturali assorbite dal supersfruttamento. Il default delle persone e delle famiglie che non arrivano più alla fine del mese. Il default del Mezzogiorno del nostro paese, che si avvicina al collasso demografico per i milioni di giovani costretti ad emigrare per trovarsi da vivere. Il default di diritti e di libertà che, a partire dai migranti, sta distruggendo le basi stesse della nostra democrazia. Questi sono i default che combattiamo.
Non pagare il debito
Tutto il dibattito politico ed economico italiano dà per scontato che il debito debba essere pagato. Al massimo si propone l’equità nei sacrifici, cioè che accanto alla distruzione dei diritti sociali e civili stia una patrimoniale che faccia pagare qualcosa ai ricchi. Ma noi non possiamo più accettare questa “equità”, perché non siamo più in grado di essere debitori, siamo solo creditori di futuro, di giustizia, di diritti. Per questo vogliamo portare nel confronto politico la questione del debito ponendo la domanda che il palazzo non vuole vuole porsi: “perché si deve pagare il debito?”.
L’Italia paga oggi 80 miliardi di euro all’anno di interessi sul debito. Questo vuol dire che le manovre da 60-70 miliardi di euro all’anno sinora decise dal governo non riescono neppure a pagare gli interessi, mentre lasciano intatto il debito che continua a crescere. Anzi, creando una situazione di depressione economica, aumentano il peso del debito sul prodotto lordo e creano quella spirale a cui è già giunta la Grecia. Per pagare il debito si taglia, ma tagliare crea depressione economica e quindi fa ancora aumentare il debito. La politica e i poteri forti italiani sono tutti subordinati alle grandi scelte del capitalismo europeo e internazionale. Per questo non propongono nulla di alternativo rispetto alle ricette neoliberiste della Banca europea e del Fondo Monetario Internazionale. Eppure sono proprio queste ricette che aggravano la crisi e che colpiscono drammaticamente la nostra vita sociale e civile.
Lo stupido orgoglio nazionale, di cui si sono nutriti inizialmente il governo Berlusconi e la stessa Lega, secondo il quale l’Italia non sarebbe mai finita come i paesi di serie “B” quali la Grecia o il Portogallo o, ancor peggio, come quelli dell’America Latina o del Nord Africa, oggi viene totalmente smentito e ridicolizzato. Le cavallette della speculazione finanziaria, che hanno aggredito l’Asia, la Russia, l’America Latina, la Grecia, oggi attaccano il nostro paese perché pensano di guadagnarci nel farlo. Pensare di fermare questo rassicurando i mercati e angosciando lavoratrici, lavoratori e cittadini è tanto stupido e criminale quanto inutile.
La verità è che tutti i governi europei hanno accettato la dittatura del potere finanziario e dell’accordo tra poteri economici e casta politica. Tutti i governi europei mettono in atto le stesse misure ed è solo la speculazione finanziaria a decidere la durezza e la dimensione di esse. C’è un governo unico delle banche e della finanza che domina le nostre vite.
La politica democratica comincia quando viene messo in discussione il costo sociale ed umano del debito e quando, come hanno fatto altri paesi, la stessa schiavitù del debito finanziario viene messa in discussione.
Abbiamo due avversari
Il primo avversario che abbiamo di fronte è sicuramente il governo Berlusconi. Il degrado della democrazia italiana nasce anche dal fatto che un Presidente del Consiglio corruttore e corrotto, circondato da una cricca impresentabile, governa uno dei paesi più ricchi del mondo e resta lì nonostante tutto quello che combina e nonostante il rifiuto che suscita nella grande maggioranza del paese. Ogni giorno che Berlusconi resta lì segna un arretramento della nostra democrazia. In nessun paese realmente democratico un Presidente del Consiglio come Berlusconi resterebbe al suo posto. Se ciò avviene è perché il sistema istituzionale, la stessa opposizione, sono oramai parte della crisi.
Come è avvenuto in tutti i paesi dove è esplosa la crisi del debito, la corruzione e l’inettitudine della classe politica sono diventate funzionali alla speculazione internazionale. Governi privi di vero consenso sono molto più ricattabili dal sistema finanziario e dal sistema delle banche, in un certo senso fanno comodo. Per questo, noi non abbiamo solo come avversario il governo Berlusconi ma, al pari di esso, ci mobilitiamo contro il potere finanziario liberista che sta imponendo le sue ricette e che pretenderebbe le stesse politiche da qualsiasi governo fosse in carica. Noi siamo per respingere i ricatti di Draghi, Trichet e Marchionne, siamo contro la Tav, siamo contro le politiche di taglio dei servizi sociali, delle pensioni e dei trasporti, siamo contro le politiche di privatizzazione e liberalizzazione, siamo contro le spese militari e di guerra. Siamo cioè contrari a tutte quelle politiche che, sappiamo perfettamente, adotterebbe anche un governo di centrosinistra, almeno con l’attuale sua classe dirigente. Il fallimento dell’Italia è il fallimento di un’intera classe dirigente. Sono loro che hanno costruito questo debito e noi non intendiamo più pagarlo.
La questione della crisi economica è oramai anche una questione centrale di democrazia. La disinformazione, la campagna ideologica, la negazione del diritto a decidere si accompagnano all’imposizione delle più brutali misure di sfruttamento e distruzione dei diritti. E’ la shock-economy, è l’emergenza continua che serve a imporre una logica di guerra nella quale le vittime siamo noi.
La campagna ideologica e mediatica con cui Marchionne ha imposto il suo modello autoritario a Pomigliano e in tutta la Fiat, pare diventato il modello di governo del paese. Da un lato ci sono la globalizzazione e il mercato, dall’altro ci sono i sacrifici da fare. In mezzo solo ideologia e mistificazione. I lavoratori, i cittadini, non sono più messi nelle condizioni di sapere e di conoscere per decidere. Come è formato il debito? A cosa serve? Chi ci guadagna e chi ci perde? Non si sa nulla, eppure da tempo è stata richiesta una vera e propria analisi conoscitiva che ci faccia comprendere la struttura e le ragioni, i guadagni e le perdite del debito pubblico. Su questo tutto tace. Il dibattito ruota solo attorno alla pur indispensabile cacciata di Berlusconi, ora chiesta anche dal capitale internazionale e dalla Confindustria. Sul resto silenzio.
Allo stesso modo, il confronto sociale ruota tutto attorno all’ipocrisia del patto sociale, all’ideologia della coesione nazionale, dello stare tutti nella stessa barca, mentre i livelli di disuguaglianza nel nostro paese sono tra i più acuti nell’Ocse.
Decidere una politica economica alternativa è dunque anche rivendicare una reale democrazia, una reale partecipazione con il diritto dei cittadini di decidere sul serio.
Noi creditori, loro debitori
Noi siamo coloro che pagano tutto. Loro sono coloro che vogliono farci pagare tutto. Noi abbiamo solo dei crediti da riscuotere, loro invece devono pagare per il debito sociale che ci hanno imposto. Questa è la prima distinzione che noi proponiamo, in alternativa all’assuefazione, alla rinuncia e ai sacrifici. Per questo diciamo no alle politiche di concertazione vecchie e nuove, agli accordi sindacali come quello del 28 giugno, al mostruoso articolo 8 del decreto sulla manovra economica e alla ratifica di esso firmata il 21 settembre scorso da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. Che, come dice il Sole 24 Ore, “lubrifica” la stessa applicazione dell’articolo 8. Noi vogliamo ricostruire diritti e libertà e sappiamo che ogni passo in questa direzione si scontra con coloro che oggi guidano l’economia e il sistema di potere, in Italia così come in Europa. Per questo noi rivendichiamo di poter decidere.
Il popolo italiano raramente è stato chiamato a scegliere. L’ultima volta che ciò è avvenuto, pochi mesi fa con il referendum sull’acqua, il popolo si è espresso chiaramente contro il liberismo e per i beni pubblici. In alternativa cioè a tutta l’impostazione economica liberista che oggi viene prepotentemente affermata con le manovre e con i dicktat della Bce. Per questo noi vogliamo rivendicare il diritto a decidere. Sono così sicuri, governanti, banchieri, politici di centrodestra e di centrosinistra, che i cittadini siano con loro? Allora perché negare al popolo italiano quel diritto al referendum che invece è stato esercitato in molti altri paesi? Noi non vogliamo più pagare la speculazione finanziaria, il debito, i patti europei che sacrificano lo stato sociale alla stabilità dei guadagni delle banche. Potremmo essere in minoranza, può darsi che la popolazione italiana in maggioranza sia disposta a sacrificare il proprio futuro per pagare il debito, però deve poter decidere. Come ha fatto il popolo Islandese.
Noi, quindi, rivendichiamo un referendum sul debito, sul patto di stabilità e sul vincolo europeo, che permetta il confronto tra alternative reali e tra diverse ipotesi economiche e sociali per affrontare la crisi. Chi ha paura della democrazia? Chi vuole ridurre il sistema democratico e la Costituzione italiana a un simulacro ottocentesco, nel quale restano solo le libertà borghesi e di mercato, mentre vengono soppresse le libertà sociali? Questo è in discussione oggi in Italia. Siamo un paese che rischia di perdere la sua democrazia di fronte alle malefatte di Berlusconi e al potere autoritario dell’Europa delle banche. Diciamo un grande no alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. E’ una scelta che cancella tutti gli altri articoli della Costituzione. Contro di essa bisogna fare le barricate. Eppure questa scelta liberticida viene tranquillamente accettata anche da chi dice di opporsi a Berlusconi.
Per questo vogliamo ripristinare la democrazia e il diritto a decidere. Chi ha paura di questo diritto evidentemente appoggia un altro potere.
Cinque punti per una vera alternativa
1. NON PAGARE IL DEBITO, FAR PAGARE I RICCHI E GLI EVASORI FISCALI, NAZIONALIZZARE LE BANCHE.
Approfondiremo la proposta precisa. Qui vogliamo affermare il principio. Questo debito non può essere pagato, così come non possiamo più accettare i vincoli economico-sociali dei patti europei. Non solo l’Italia ma tutta l’Europa non li può e non li deve più accettare. Siamo per la lotta all’evasione e per una grande patrimoniale che colpisca le ricchezze. Ma questi soldi devono servire a finanziare il nostro presente il nostro futuro, non a risanare i bilanci delle banche. Già 4.600 miliardi di euro, secondo il presidente della Commissione Europea, sono stati elargiti dai governi alle banche e alla finanza per salvare i loro bilanci. Altri 3.000 sono annunciati. Questi soldi li vogliamo noi, devono andare ai cittadini, agli investimenti, alla sicurezza sociale e del futuro e non a garantire i profitti alle banche che controllano il debito pubblico. Per questo noi diciamo che le banche vanno nazionalizzate e tutto il sistema finanziario deve essere riportato sotto il controllo del potere pubblico, contro la speculazione. Questa scelta di fondo richiede la sconfitta totale delle forze liberiste che governano l’Italia e l’Europa. Questa nostra rivendicazione va dunque accompagnata alla messa in discussione di tutta la struttura europea, oggi unificata solo dalla moneta e dal liberismo. Senza un’Europa democratica, con diritti sociali e civili comuni, senza un’Europa dei popoli non c’è più Europa. L’Europa delle banche è fallita.
La ricchezza privata italiana è di circa 9 mila miliardi di euro. Il 10% delle famiglie detiene quasi la metà di questa ricchezza. Per questo chiediamo che questo 10% si accolli, attraverso una patrimoniale vera, i costi della crisi. Mentre almeno il 50% del paese, che detiene solo il 10% della ricchezza, non solo non dovrà pagare nulla, ma dovrà ricevere i risultati di una forte redistribuzione del reddito. Pensiamo di sottrarre al 10% più ricco il 10% del suo patrimonio con circa 450 miliardi da spendere per redistribuzione della ricchezza e piani di investimento su case, scuole, ospedali, servizi.
La lotta all’evasione fiscale deve partire da una scelta di giustizia a favore del lavoro dipendente e delle pensioni, del reddito fisso, che oggi contribuiscono alla stragrande maggioranza delle entrate fiscali del paese, in misura ben superiore alla quota di reddito percepita. E’ necessario un forte irrigidimento delle pene, civili e penali, per i grandi evasori, a partire dalle grandi imprese che operano attraverso i paradisi fiscali, che dovrebbero essere chiusi. La lotta alla corruzione e alla criminalità, la persecuzione dell’economia criminale, che nasce dalle mafie così come dalla grande evasione fiscale, deve essere un punto centrale del programma di uscita dalla crisi.
Su tutte queste basi va costruita una politica economica alternativa a quella liberista, che abbia come punto di partenza la riduzione delle disuguaglianza sociali e territoriali del nostro paese, a partire da quelle che colpiscono il Mezzogiorno.
2. NO ALLE SPESE MILITARI E CESSAZIONE DI OGNI MISSIONE DI GUERRA, NO ALLA CORRUZIONE E AI PRIVILEGI DI CASTA.
Vanno abbattute del 70% le spese militari, cancellando tutte le missioni di guerra e tutte le principali commesse militari. Va cancellata ogni forma di finanziamento alla scuola privata, convertendo tutti i fondi recuperati al finanziamento di quella pubblica. Vanno liquidate tutte le consulenze private nell’amministrazione pubblica e vanno reinternalizzati servizi e attività oggi affidati alla speculazione e al supersfruttamento. Vanno soppresse le spese per le grandi opere, dalla Tav al ponte sullo Stretto. Va ricostruita la trasparenza del bilancio pubblico, con la chiarezza sull’utilizzo di tutte le voci. Vanno drasticamente ridotti i costi che alimentano la casta politica. Vanno ridimensionati tutti gli stipendi del personale politico istituzionale.
Va abolito il patto di stabilità che vincola tutte le spese degli enti locali e delle regioni. Tutte le amministrazioni elettive che hanno contratto derivati a copertura del debito devono essere sciolte.
3. GIUSTIZIA PER IL MONDO DEL LAVORO. BASTA CON LA PRECARIETÀ.
Tutto il mondo del lavoro, sia quello contrattualizzato sia quello totalmente precario, subisce oggi una drammatica oppressione autoritaria. Un moderno fascismo aziendalistico e padronale, che produce una generalizzata condizione di supersfruttamento, la lesione della libertà e della dignità della persona. Per questo occorre un cambiamento radicale nelle condizioni di lavoro, che deve partire dalle lotte e da una vasta mobilitazione, dagli scioperi precari e contrattuali, ma deve anche portare a cambiamenti radicali. Bisogna bloccare i licenziamenti e le delocalizzazioni. Vanno abolite tutte le leggi che hanno, dagli anni Novanta in poi, distrutto il rapporto di lavoro stabile. Va esteso a tutto il mondo del lavoro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Va in ogni caso istituito un reddito sociale di cittadinanza, accompagnato a una battaglia a livello Europeo per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario. Va rafforzata la funzione unificatrice e di garanzia del contratto nazionale, ripristinando l’indicizzazione dei salari. Vogliamo anche noi una riforma delle pensioni, di segno opposto a quella che chiede la finanza nazionale e internazionale. Vogliamo la completa ripubblicizzazione del sistema pensionistico, portando nel sistema pubblico i fondi privati. Bisogna garantire la pensione a tutte le nuove generazioni ripristinando il sistema di solidarietà oggi distrutto.
4. PER L’AMBIENTE, I BENI COMUNI, LO STATO SOCIALE. PER IL DIRITTO ALLO STUDIO NELLA SCUOLA PUBBLICA.
Il 27 settembre è stata una data decisiva per il pianeta terra. La terra è andata in default. Cioè da quel giorno l’economia del pianeta consuma più risorse naturali di quelle che la natura è in grado di reintegrare. Questo, assieme a quello delle famiglie, è il solo default di cui siamo davvero preoccupati e che vogliamo impedire. Per questo occorre un drastico cambiamento nelle scelte e nelle strutture portanti della nostra economica. Una profonda riconversione industriale e delle produzioni, un altro modello sociale.
Rivendichiamo un piano nel quale far convergere le risorse recuperate con la patrimoniale, con l’evasione fiscale, con il cambiamento di struttura della spesa pubblica, per un piano che, per i prossimi anni, finanzi ricerca, innovazione, diffusione della conoscenza, energie rinnovabili e risparmio energetico, milioni di piccole opere necessarie a mettere in sicurezza l’ambiente e il patrimonio culturale, la scuola, le case, gli ospedali. Un piano che abbia al centro la costruzione di posti di lavoro dignitoso e sicuro e il drastico abbattimento delle disoccupazione, a partire dal Mezzogiorno. Sono i questi beni comuni che devono diventare il centro di un cambiamento dei punti di riferimento e delle scelte di fondo dell’economia. Tutto questo richiede il ripristino del controllo pubblico e politico sull’economia, politiche industriali, nazionalizzazioni dei grandi gruppi, vincoli rigorosissimi all’operare delle multinazionali. O è questa la strada, oppure diventiamo solo una colonia.
Vogliamo un programma di grandi investimenti per garantire il diritto allo studio in un’istruzione pubblica, laica e di massa, fino all’Università. Per i nativi così come per i migranti. Occorre riconvertire una parte determinante delle risorse del paese verso la conoscenza.
5. UNA RIVOLUZIONE PER LA DEMOCRAZIA. PARITÀ DI DIRITTI PER I MIGRANTI. IL VINCOLO EUROPEO DEVE ESSERE SOTTOPOSTO AL NOSTRO VOTO.
Vogliamo decidere sul nostro futuro, il vincolo europeo deve essere sottoposto al nostro voto. Prima di tutto bisogna garantire eguaglianza e cittadinanza a tutte e a tutti. I migranti devono avere il diritto al voto e alla cittadinanza, gli stessi diritti e gli stessi poteri di tutti i cittadini. Questa condizione di libertà e di cittadinanza universale è la premessa per garantire a tutte e a tutti i diritti sociali e per imporre una radicale riaffermazione della democrazia. Per questo rivendichiamo il referendum sul debito e un cambiamento generale della classe dirigente del paese. Non è con il sistema delle alternanze della seconda Repubblica berlusconiana, che si esce dalla crisi. Occorre una nuova classe dirigente, perché nessuno di quelli che oggi governa o aspira a governare è davvero credibile. Per questo rivendichiamo il ritorno a un sistema elettorale proporzionale che dia spazio a tutte le voci e le richieste del nostro paese. Rivendichiamo il diritto alla partecipazione e all’autorganizzazione, affermando ed estendendo la democrazia diretta e il diritto alla consultazione. Il finanziamento pubblico ai partiti, va abolito e sostituito dal finanziamento alle libere attività politiche dei cittadini. Bisogna garantire una vera libertà di stampa, di informazione, di opinione. Vogliamo la totale libertà della e nella rete e il massimo di accesso al servizio pubblico televisivo. Rivendichiamo una legge sulla democrazia sindacale che garantisca ai lavoratori la libertà di scelta sulle proprie rappresentanze, dal livello aziendale a quello nazionale, senza quote garantite per nessuno, e il voto su piattaforme e accordi, in alternativa al modello neocorporativo dell’accordo del 28 giugno 2011. Rivendichiamo in fine il principio di trasparenza e partecipazione su tutte le scelte di fondo delle istituzioni sul piano economico e sociale.
Uno spazio politico pubblico
Con questa iniziativa abbiamo l’ambizione di cominciare a costruire in Italia uno spazio politico e pubblico che oggi non esiste. Quello dell’alternativa al liberismo autoritario della Banca europea e del Fondo Monetario Internazionale e quello per una reale partecipazione democratica. Nello scontro con il governo Berlusconi e i suoi disastri, rischia di riproporsi un’alternanza con le politiche del centrosinistra del passato, anch’esse corresponsabili di questo disastro. Noi siamo perché si crei uno spazio politico pubblico nel quale una democrazia radicale anticapitalista trovi cittadinanza e possa far valere le sue ragioni. E’ la crisi che lo impone. O costruiamo questo spazio oppure la privatizzazione contaminerà anche i più elementari diritti civili e democratici, e la logica di mercato travolgerà anche i principi fondamentali della nostra Costituzione.
Proponiamo quindi di organizzare una campagna diffusa in tutto il paese contro il debito e per un’altra politica economica sociale raccogliendo ovunque le firme per chiedere il diritto al referendum, il diritto a decidere e un cambiamento radicale nella classe politica.
Vogliamo proseguire con la nostra iniziativa costruendo centri di elaborazione e proposta, nazionali e diffusi nel territorio. I cinque punti della nostra piattaforma sono qui solo abbozzati. Proponiamo che diano origine ad assemblee specifiche per l’elaborazione di un programma dettagliato.
Con questa assemblea iniziamo un percorso difficile e non scontato. Sappiamo che altri tentativi in questa direzione sono completamente falliti. Quello che forse è mancato a tutti quei tentativi è stata quella necessaria iniezione di partecipazione e democrazia confronto aperto tra varie ipotesi, senza le quali non si costruisce mai qualcosa di veramente nuovo. In Italia siamo capacissimi di fare enormi manifestazioni, grandi movimenti di lotta, ma poi lasciamo sempre alle stesse persone, allo stesso sistema politico istituzionale, il compito di amministrarle e gestirle. Questo perché da anni non siamo in grado di costruire una reale nuova partecipazione. Per questo vogliamo iniziare da qui e provare a diffondere in tutto il paese, attraverso assemblee territoriali, la nostra proposta, costruendo comitati e assemblee ovunque. A conclusione di questo percorso, nel mese di dicembre, pensiamo di ritrovarci in una grande nuova assemblea, nella quale fare il punto sui contenuti della piattaforma ma anche definire pratiche, sedi, strumenti per dare forza organizzata e democratica a questo fronte comune che vogliamo costruire.
dal sito http://www.carmillaonline.com/
sabato 1 ottobre 2011
L'ASSOLUTISMO DELLA BCE E IL RISORGIMENTO DEMOCRATICO
La lettera della BCE al governo italiano, solo ora nota nella sua interezza al popolo italiano, equivale ad un atto totalitario di inaudita arroganza e ferocia, paragonabile soltanto agli anni più bui ed oscuri della storia europea, come la Restaturazione ed il Terzo Reich. Anni in cui l'Europa venne «riassemblata» ed «unificata» con il ferreo diktat dell'assolutismo.
Essa non è stata solo un atto di «guerra» nei confronti del popolo italiano e della sua sovranità, sancita dalla sua Costituzione Repubblicana, ma anche la diretta conseguenza di altre politiche e di altri atti unilaterali ed assolutistici, con i quali il potere economico, rappresentato da interessi oligopolitistici legati alle politiche neoliberiste vigenti, ormai non ritiene nemmeno più di poter mettere «sotto controllo» il potere politico, ma pretende apertamente di sostituirsi ad esso. Le misure imposte all'Italia sono in linea con quelle già «ordinate» (perché usare il verbo «suggerite» evoca un fin troppo facile e grottesco eufemismo) alla Spagna al Portogallo e alla Grecia; il fatto che ora colpiscano uno dei paesi fondatori della UE fa solo più scalpore e mette in crisi l'idea stessa su cui la Comunità Europea e l'euro sono fondati e possono avere un futuro ed una credibilità.
Liberalizzazioni, privatizzazioni, distruzione della contrattazione collettiva nazionale, precarizzazione del lavoro, blocco degli stipendi e loro riduzione, blocco del turn over: tutte misure che, di fatto, hanno come unica grande conseguenza il disastro sociale, la creazione di una casta di privilegiati che governa in maniera assoluta (cioè sciolta da ogni onere e responsabilità) su una massa di persone sempre più povere e disperate.
E' il ritorno all'assolutismo di prima della Rivoluzione Francese, anche se con altri strumenti impositivi e coercitivi.
Si usa il ricatto al posto della persecuzione esplicita, la marginalizzazione mediatica al posto della prigione o della tortura, l'annientamento della persona come soggetto dotato di diritti naturali, al posto della lista di proscrizione. Ma il risultato è identico. Potere ai pochi e a danno dei molti. Distruzione sistematica della democrazia. Una situazione rovinosa che non fu imposta nemmeno ad un' Italia prostrata e sconfitta dopo la seconda guerra mondiale dagli "invasori" statunitensi, che furono nei nostri confronti molto più "interessatamente generosi" con il loro piano Marshall e non posero "ingombranti paletti" sul futuro della nostra democrazia.
I «parrucconi» della BCE infervorati dalla loro furia ideologicamente totalitaria, protesa verso un neoliberismo senza se e senza ma, hanno preteso che si dovesse credere agli effetti espansivi di politiche fiscali restrittive, usando interi popoli come cavie per i loro perversi esperimenti e le loro astruse alchimie. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: il dilemma tra austerità e crescita non è stato sciolto, ma ha ampliato sia il conflitto sociale che il divario e l'ingiustizia all'interno degli stati, con le conseguenze di una minore crescita, una riduzione del lavoro, un aumento dell'indebitamento pubblico, e un rischio crescente sui debiti sovrani. La BCE ha commesso errori rovinosi sulla Grecia, portandola al collasso e sull'orlo di una vera e proria insurrezione nazionale, poiché ha trascurato completamente la possibilità di intervenire a favore dei titoli ellenici, considerando che il debito greco pesa solo per il 3% sul PIL europeo e sarebbero bastati solo 40 miliardi di euro per garantirne la solvibilità: un ventesimo dell'intervento messo in atto dagli Stati Uniti per mettere riparo al debito più grande del mondo e della storia mondiale. Non solo, ma l'istituto di emissione ha pure ripinguato, in quel periodo, il proprio bilancio di titoli spazzatura e soltanto per fornire liquidità alle banche.
Che differenza c'è tra un gotha di finanzieri protesi a mantenere i privilegi della propria «reggia economica» e la corte di Versailles interessata soltanto al consumo delle proprie brioches? Nessuna, vi è solo un orologio della storia che ha segnato e sta segnando inesorabilmente il tempo per tutti: i primi a ribellarsi sono stati gli islandesi, altri seguiranno..e Dio solo ci scampi il «terrore». La riprova che il gotha dei «parrucconi» della BCE è una consorteria di individui animati da un ferreo credo ideologico e totalitario è nei fatti. E' in quel lapidario «..se necessario riducendo gli stipendi». E' nell'astruso ma arrogante imperativo di intervenire solo dal lato della spesa per raddrizzare il bilancio, è soprattutto nella ferocia e nell'indifferenza con cui si stabilisce a priori chi debba pagare il costo della crisi. Solamente tagli alla spesa pubblica, allo stato sociale, alle sacrosante tutele e ai diritti dei lavoratori, arrivando a «privatizzare» il senso stesso della loro vita.
Si fa così con gli schiavi, solo che la schiavitù moderna si arroga il diritto e la pretesa di fare in modo che tale servitù diventi «volontaria». Ma di tasse nemmeno a parlare, nessuna misura viene «raccomandata» dalla BCE contro l'evasione, nessun incentivo alla domanda, nessun ruolo per lo Stato. Perché lo Stato sovrano, espressione della volontà generale del popolo, non deve più esistere nella prospettiva assolutista del diktat che recita: «L'Europa sono io» «Gli stati della UE sono Io: la BCE».
Del tutto evidente quindi che la «disobbedienza», a tutti i livelli, diventa, in tale tragica circostanza, un dovere morale, prima ancora che civile e politico.
Quelli che furono i carbonari, i patrioti del Risorgimento e della Lotta di Liberazione, devono diventare oggi gli «indignados» e i «disobbedienti» della lotta globale per la sopravvivenza della libertà dall'assolutismo del mercato. E come un tempo si usarono tutti i mezzi per rovesciare la tirannide che fu, oggi, alla medesima maniera, non bisogna escludere che si debba fare lo stesso. Ci furono rivoluzioni e ce ne saranno ancora, perché la lotta del popolo per la sua libertà non si è mai esaurita nel corso della storia e non si esaurirà mai.
Si parte sempre con i «cahiers de doléance», con le grandi manifestazioni e con le mobilitazioni di massa, ma poi, se non bastano, la storia insegna che si passa a delle vere e proprie rivoluzioni. Una rivoluzione è sempre un trauma, per l'assetto civile e sociale di un paese, a volte però lo è in senso rigenerativo, anche se non sono poche le volte in cui degenera in ulteriore tirannia. Una democrazia è forte, dunque, se riesce continamente ad autoperfezionarsi senza arrivare ad esititi dirompenti che potrebbero distruggere la sua stessa essenza e le sue stesse norme costitutive. Se mette in pratica una «rivoluzione riformista» ed è in grado di colpire il cancro che la affligge impedendo la sua metastasi.
Abbiamo noi, in Italia, questa capacità e questa forza? Forse sì, ma solo sapendo rinnovare completamente ciò che ci ha portato a questa disastrosa situazione, in tutta la compagine politica e civile italiana. Per rompere il legame perverso che tuttora vige e porta in metastasi il nostro paese, è indispensabile rinnovare completamente la classe politica, riazzerando i suoi schieramenti, sia a destra che a sinistra, ovviamente passando anche per il centro. Non si possono più riproporre «gli imprenditori» al potere e nemmeno «gli ulivi» fin troppo spremuti di consenso, a contenderglielo. Se dunque fa rabbia un premier come Berlusconi che dice, anche se in privato, che si occupa della cosa pubblica «a tempo perso», suscita non poca amarezza e malinconia, un aspirante leader della sinistra italiana come Vendola, che dichiara apertamente che Prodi è tuttora «un punto di riferimento per tutti coloro che intendano costruire un centrosinistra capace di guardare al futuro» E, quindi, ci propone come alternativa un vero e proprio ossimoro: «un futuro costruito guardando al passato».
La soluzione non è uscire dal contesto europeo e dalla zona euro ma restarci con un assetto politico, sociale ed economico molto più forte e credibile, radicalmente diverso dall'attuale, eliminando alla radice i mali generati da un debito che è frutto in special modo di corruzione, collusione, ingerenza speculativa di poteri forti e sprechi clientelari e mafiosi.
Una vera e propria rivoluzione sociale, morale e politica.
C.F.
30 settembre 2011
giovedì 29 settembre 2011
15 OTTOBRE: RIVENDICARE IL DIRITTO A MANIFESTARE SOTTO I PALAZZI DEL POTERE
15 OTTOBRE: RIVENDICARE IL DIRITTO A MANIFESTARE SOTTO I PALAZZI DEL POTERE
di Marco Ferrando
Per il 15 Ottobre si annuncia, com'è noto, una grande manifestazione di massa a Roma, nel quadro della giornata di mobilitazione europea promossa dagli indignati spagnoli contro le politiche dominanti. E' una scadenza di grande importanza, come dimostra l'ampio spettro di soggetti coinvolti e l'attenzione che sta richiamando ovunque. Tutti i soggetti di fatto promotori della manifestazione, incluso il PCL, sono dunque impegnati a garantire il massimo successo di partecipazione popolare all'iniziativa e il suo massimo impatto politico.
Al tempo stesso, nel pieno rispetto del coordinamento unitario promotore che si è costituito, riterrei sbagliata ogni rinuncia pregiudiziale a rivendicare il diritto della manifestazione a dirigersi verso i palazzi del potere: Palazzo Chigi e Montecitorio. Una proposta già avanzata dal PCL in sede di coordinamento, che voglio qui riprendere e argomentare.
IN TUTTA EUROPA SI MANIFESTA DAVANTI ALLE SEDI DEL POTERE
In tutta Europa- tanto più in questa fase- le grandi manifestazioni di massa si dirigono verso le sedi del Governo e del Parlamento. Così ad Atene in piazza Syntagma, così a Madrid, così a Londra.. Ed è naturale: perchè “il popolo” manifesta contro “il potere”. Perchè questa scelta esalta la contrapposizione politica diretta alle rappresentanze degli industriali e dei banchieri, ai loro luoghi istituzionali, ai loro partiti ( di governo e di “opposizione”). Chiedo: perchè in Italia dovrebbe essere diversamente? E soprattutto: perchè dovremmo noi rassegnarci a questa “diversità”? Proprio la giornata europea di mobilitazione contro i governi non dovrebbe costituire il momento ideale per rivendicare anche in Italia il diritto riconosciuto e praticato nel resto d'Europa? Continuare a subire una lesione della stessa democrazia borghese, nel momento stesso in cui rivendichiamo “una democrazia reale” e alternativa sarebbe – mi pare- una contraddizione singolare.
IN ITALIA GOVERNO E PARLAMENTO SCUDO DELLA PEGGIORE REAZIONE
Per di più in Italia abbiamo di fronte il governo più reazionario d'Europa ( se si fa eccezione per l'Ungheria), il Parlamento più corrotto e addomesticato della UE, tra i più alti livelli di condivisione bipartisan delle scelte di fondo della BCE e dell'Unione, sotto la benedizione congiunta di Bankitalia e della Presidenza della Repubblica. Perchè dunque proprio in Italia si dovrebbe rinunciare a manifestare sotto i palazzi del potere?
E' una rinuncia tanto più incomprensibile in questo momento politico. La frattura tra potere politico-istituzionale e senso comune popolare non è mai stata così profonda. Il governo Berlusconi è in caduta libera di consensi. Il suo blocco sociale è in disfacimento. Il Parlamento è un simulacro di complicità e di impotenza, come rivelano i salvataggi spudorati dei più corrotti faccendieri di regime( Milanese). Manifestare oggi sotto Palazzo Chigi e Montecitorio avrebbe dunque un significato politico e simbolico maggiore che in tante altre situazioni ordinarie. Non sarebbe un gesto “ideologico” e minoritario, ma un atto di profonda sintonia col più vasto sentimento popolare ( che non va abbandonato al populismo qualunquista o reazionario). Perchè allora non rivendicare apertamente questo diritto?
I POTERI FORTI VOGLIONO UN RICAMBIO POLITICO “ORDINATO”. PER QUESTO DIFENDONO LA SACRALITA' DELLE ISTITUZIONI
L'argomento ( apparentemente “di sinistra”) secondo cui la manifestazione del 15 non è “contro Berlusconi” ma contro tutte le politiche dominanti in Europa; che “non siamo ansiosi di rovesciare Berlusconi per favorire un governo Montezemolo( o simili)”; che DUNQUE è secondario e “provinciale” dirigersi su Palazzo Chigi e Parlamento, mischia confusamente giuste premesse e conclusioni sbagliate.
Il rovesciamento di massa del “proprio” governo è oggi come ieri-in ogni Paese- non solo il più grande contributo alla propagazione internazionale della ribellione sociale, ma anche un bastone tra le ruote di ogni progetto di alternanza borghese. I poteri forti che stanno lavorando a rimpiazzare Berlusconi con un più diretto governo dei banchieri hanno bisogno di un quadro di pace sociale e di ordine pubblico. Di ritessere la concertazione con la Cgil ( ben ricambiati). Di disporre di una scacchiera sgombra da ogni irruzione di massa. Il loro terrore è che la crisi del berlusconismo e della seconda Repubblica possa trascinare con sé ripresa di conflitto e “disordine” di piazza.. Da qui il cantico della “solidarietà nazionale” attorno alle “Istituzioni”, propagato da tutta la stampa borghese e recitato solennemente da Napolitano. Da qui anche.. la difesa della “sacralità” del Parlamento, di Piazza Montecitorio, di Piazza Colonna, di tutti i luoghi istituzionali. Sino alle grida isteriche e bipartisan di fronte alla più piccola e innocua manifestazione di protesta davanti al Palazzo come è recentemente avvenuto.
UNA MANIFESTAZIONE STRAORDINARIA PER LA RIVOLTA SOCIALE
Per queste stesse ragioni una grande manifestazione di massa davanti a Governo e Parlamento, non è solo un diritto democratico, ma un atto politico che collide con tutta la logica dell'alternanza e dei poteri forti. Perchè è un atto che allude -fosse pure simbolicamente- alla prospettiva della rivolta sociale: l'unico fattore capace di rovesciare Berlusconi dal versante delle ragioni dei lavoratori e non dei banchieri, di spostare i reali rapporti di forza, di aprire la via ad un'alternativa vera.
Il punto vero è se vogliamo PROVARE a investire la manifestazione del 15 Ottobre in una prospettiva di reale ribellione di massa, nel cuore della crisi italiana ed europea, oppure se la concepiamo PREGIUDIZIALMENTE come una ordinaria manifestazione di propaganda: naturalmente importante, naturalmente di massa, ma destinata di fatto a lasciare le cose come stanno, al pari di tutte le tradizionali manifestazioni d'autunno. Questo è il bivio.
LIBERARSI DA UNA PREGIUDIZIALE RINUNCIATARIA
L'obiezione secondo cui non ha senso chiedere di dirigersi su Palazzo Chigi perchè “tanto non ce lo concedono”, ” rischiamo di aizzare estremismi e avventurismi” “non ci sono i rapporti di forza” ecc., riflette una psicologia politica rinunciataria. Se gli oppressi dovessero rivendicare solo ciò che “viene loro concesso” la storia umana avrebbe fatto pochi passi in avanti. Rivendicare l'”impossibile” è da sempre la condizione decisiva per ottenere “possibili” conquiste: così è stato per il diritto di sciopero, così è stato per il diritto di votare e manifestare. I rapporti di forza si modificano con la lotta politica e di massa, a partire dalla rivendicazione di ciò che è giusto. Non con la rinuncia a rivendicare ciò che è giusto nel nome “dei rapporti di forza”. E ciò è tanto più vero, concretamente, qui e ora: di fronte a un governo reazionario,profondamente indebolito, attraversato da una furiosa guerra per bande, sempre più odiato o detestato dalla maggioranza dei lavoratori e del popolo. Rivendicare pubblicamente il diritto a manifestare sotto i palazzi del potere, fare del prevedibile rifiuto del governo un caso di scandalo pubblico, potrebbe essere di per sé un volano di preparazione della manifestazione di massa contro un governo che “rifiuta ciò che si concede nel resto d'Europa”. Peraltro proprio il rifiuto pregiudiziale a rivendicare pubblicamente questo diritto,a premere per la sua affermazione, a preparare organizzativamente e unitariamente la gestione di piazza di questa rivendicazione, rischia questo sì di lasciare spazio a iniziative avventuriste “fai da te”, magari in ordine sparso, estranee ad una logica di massa, a scapito dell'impatto politico del 15 ottobre.
PREGIUDIZI COSTITUZIONALI E SPIRITO DI ROUTINE
In realtà le resistenze di alcuni settori a rivendicare un diritto democratico così elementare mi pare abbia un sottofondo politico, che sovrappone due elementi diversi.
Su un versante, agisce la lunga tradizione, tipicamente italiana, della mitologia costituzionale, che ha attraversato l'intero dopoguerra, e che ha seminato una cultura reverenziale verso le “istituzioni” dello Stato, maggiore che in altri Paesi (per cui ad esempio la Presidenza della Repubblica è largamente venerata nella stessa ”sinistra radicale” anche quando sorregge l'odiato Berlusconi e chiede misure più severe i lavoratori).
Su un altro versante, anche in ambiti di “estrema sinistra”, opera uno spirito di routine, che fa della contestazione del potere uno spazio di propria caratterizzazione più che un investimento nella prospettiva di rivoluzione: per cui spesso il problema centrale di una manifestazione, al di là delle parole d'ordine formali, non è il suo investimento nell'azione di massa e nel suo sviluppo, ma solo la conquista di uno spazio d'immagine a livello mediatico e di una buona critica di opinione della stampa “democratica”. Utile magari in qualche caso per negoziare a futura memoria un accordo col centrosinistra, in altri casi a strappare solo lo scampolo di una benevola intervista. Ma sempre in un ottica segnata dall'interesse autoconservativo di un piccolo o grande “ceto politico”, non dall'interesse generale di una prospettiva di emancipazione e liberazione.
Questo retroterra culturale, sempre distorto, rischia di diventare tanto più conservatore nei momenti straordinari della vita politica e sociale : quando non si tratta di vivere di routine, ma di assumersi le proprie responsabilità di fronte a snodi politici di fondo. La crisi della seconda Repubblica e la “catastrofe” italiana, dentro la più grande crisi dell'Europa capitalista, è esattamente uno di questi momenti.
IN CONCLUSIONE
Parteciperemo dunque col massimo impegno alla manifestazione del 15 Ottobre, nel rispetto del suo spirito unitario e delle scelte che il coordinamento promotore - di cui siamo parte- farà. Ma senza rinunciare al nostro punto di vista. Senza rinunciare a proporre la massima combinazione di unità e radicalità. Senza rinunciare a lavorare perchè ogni manifestazione di questo autunno sia investita nella prospettiva di una sollevazione di massa per una svolta vera. Fuori e contro ogni forma di conservatorismo, e di ogni logica rinunciataria.
26 Settembre 2011
dal sito http://www.pclavoratori.it/files/index.php?c1:o57:e1
lunedì 26 settembre 2011
CI SONO O CI FANNO? di Dino Erba
CI SONO O CI FANNO?
MILANO, 24 SETTEMBRE 2011.
2a GIORNATA DELLA COLLERA (SI FA PER DIRE...)
TRISTI NOTE A MARGINE DI UNA MANIFESTAZIONE INUTILE E, SOPRATTUTTO, FUORVIANTE
di Dino Erba
Sabato 24 settembre, la CUB (di tiboniana osservanza) ha organizzato una manifestazione a Milano contro la manovra finanziaria d’agosto. L’iniziativa ha coinvolto il Comitato immigrati. Plagiando quanto avviene in Libia e in altri Paesi arabi, la manifestazione è stata definita GIORNATA DELLA COLLERA...
Sappiamo benissimo che la manovra governativa è una vera e propria rapina ai danni dei proletari. Ma sappiamo anche che questa rapina nasce dalla crisi sistemica del modo di produzione capitalistico.
Ed è contro di esso che dobbiamo indirizzare la nostra lotta.
Le cronache finanziarie di questa calda estate vedono un continuo crollo delle borse: da Tokio a Wall Strett, passando per Hong Kong e Milano. E non è finita.
È evidente che questa crisi non può essere risolta con gli espedienti di Tremonti e di Bersani & Co. Ma neppure con espedienti demagogici e populisti, come quelli avanzati da Tiboni e dai suoi seguaci della CUB.
Costoro, di fronte alla mazzata che ci sta cadendo tra capo e collo, ci propongono «un percorso di lotta per realizzare un vero Sciopero Generale da costruire con un ampio fronte sociale per il rovesciamento del
modello di sviluppo fondato su finanza, competitività e produttività, a favore di un sistema fondato sui beni
comuni, la ridistribuzione del reddito, il diritto al lavoro e ecosostenibile». E rivendicare:
1. Introduzione di una patrimoniale sui grandi patrimoni.
2. Contrasto all’evasione fiscale; alla corruzione, al lavoro in nero, agli infortuni sul lavoro, truffe alla U.E. per le zone depresse, ecc. ( il tutto vale circa 400 miliardi annui, 8 volte la manovra).
3. Taglio delle spese per la guerra revocando l’acquisto dei caccia bombardieri F 35 che hanno un costo di 16 miliardi e eliminare le spese militari in genere.
4. Potenziare la sanità pubblica, eliminare i ticket spostando le risorse oggi utilizzate per il business della sanità privata.
5. Tagliare la spesa pubblica le inutili grandi opere, le consulenze, gli stipendi d'oro, i costi eccessivi della politica e delle clientele.
6. Parità di diritti tra lavoratori italiani e migranti; diritto all’asilo ai rifugiati in fuga dalle guerre, dalla fame e dalle dittature; cittadinanza per i nati in Italia permesso di soggiorno per chi perde o ha un lavoro o denuncia il lavoro in nero.
7. Accordi bilaterali con tutti gli stati per l’unificazione dei contributi pensionistici versati.
SIMILI CORBELLERIE, DOVREBBERO FARCI RIDERE...
Purtroppo, oggi, ci fanno piangere. Almeno a Milano. Per non parlar di Atene ...
Per prima cosa: chi e come dovrebbe gestire queste misure? Il governo? E quale governo? Visto che non c’è alcun accenno a organismi proletari. Non c’è da stupirsi. Dietro a un generico fronte di «lavoratrici e lavoratori», il concetto di AUTONOMIA POLITICA PROLETARIA è del tutto assente. Il che lascia presumere «fronti» politici dai contorni assai labili, aperti a ogni compromesso.
Così facendo, gli esponenti della CUB, in una città come Milano, attraversata da profondi contrasti sociali (non solo per la crisi sistemica), portano vaselina per favorire le inculate ai danni dei proletari. Soprattutto di quelli immigrati.
Veniamo al dunque.
Sabato 24 settembre, la CUB ha organizzato una manifestazione, contro la rapina ai danni dei proletari eha cercato una sponda da parte degli immigrati (extra comunitari), che hanno molte altre gatte da pelare.
Alcuni immigrati, il 10 settembre, avevano rilanciato la spinosa questione del permesso di soggiorno (contro la sanatoria truffa), e per dar fiato alla loro protesta, erano saliti sulla «torre» di piazzale Selinunte (zona San Siro). L’iniziativa ha trovato sponsor interessati.
Procediamo con ordine.
IN CHE GIORNO E A CHE ORA LA CUB HA ORGANIZZATO LA MANIFESTAZIONE?
SABATO POMERIGGIO (forse, la CUB non voleva turbare una giornata lavorativa...).
DOVE?
AL CENTRO DI MILANO. Nelle vie dello shopping ... e della moda. Ad alta visibilità mediatica, ma a bassa (se non nulla) sensibilità sociale.
CHI HA PARTECIPATO?
Circa 300 (dicasi TRECENTO) persone (a esser generosi). Ovvero, i soliti militanti in servizio permanente effettivo. Cui si sono aggiunti alcuni sparuti (e, ahimé, sprovveduti) gruppi di immigrati (malgrado gli appelli di cubiste e cubisti). E ci fa piacere che ci siano, perché, malgrado tutto, i rapporti di solidarietà internazionalista ci sono. E non dobbiamo bruciarli. Dobbiamo metterli su un terreno di classe, chiarendo i rapporti che ci sono tra padroni e operai, tra sfruttatori e lavoratori, tra borghesi e proletari ... in Italia, come nel resto del mondo, altrimenti, è meglio andare a scopare i mare. Si fanno sicuramente meno danni. Non dimentichiamo che fu grazie agli «amici degli amici» (coloro che tenevano i rapporti con le istituzioni: Comune, Camera del Lavoro, Curia, Prefettura ecc. ecc.) che la lotta della torre di via Imbonati (novembre-dicembre 2010) finì a tarallucci e vino (ma non fu così per i giovani immigrati, che furono spediti prima nei CIE e poi nel paese d’origine).
CI SONO O CI FANNO?
Parliamoci chiaro, di fronte allo tsunami della crisi, e soprattutto di fronte alle incombenti lotte dei proletari (come per esempio la lotta dei lavoratori immigrati delle cooperative, organizzata dal SICOBAS) le iniziative della CUB tiboniana assumono un significato retrivo e fuorviante. Tra l’altro, dal giorno prima, venerdì 23, gli operai della cooperativa Asso, presso la Ceva logistica di Cortemaggiore,sono in sciopero, con presidio permanente davanti ai cancelli della fabbrica. Ma queste lotte non turbano più di tanto CUBISTE & CUBISTI.
E allora, viene naturale domandarsi:
CI SONO O CI FANNO? Ovvero: sono sciocchi o sono furbi?
Volere o volare, le loro iniziative si rivelano come furbeschi diversivi, per gettar confusione sulla natura e sulle conseguenze della crisi economica, che ci sta travolgendo.
Invece di organizzare manifestazioni e iniziative di lotta nei quartieri popolari, come il quartiere San Siro (quello della torre di piazzale Selinunte), dove DISOCCUPAZIONE CAROVITA E CASA sono di scottante attualità, CUBISTE &; CUBISTI dirottano la protesta nel «quadrilatero della moda». Così facendo, CUBISTE & CUBISTI fanno spettacolo per gli affaristi, i faccendieri e le escort, a spasso per lo shopping. Costoro, a differenza di noi, spendono espandono, e qualche sorrisetto di sufficienza possono anche lanciarlo, ai quei quattro sciamannati che vusen, per San Babila, il sabato pomeriggio.
CHE DIRE E CHE FARE?
Ci sono compagne e compagni coinvolte/i in queste infelici iniziative, che dovrebbero ragionare su quanto sta avvenendo, e farsi parte attiva per difendere gli interessi dei proletari.
Senza farsi trascinare in un’apparente unità di lotta, che di fatto è al carro dei padroni e dei loro servi più o meno sciocchi.
Dicevamo: stiamo nelle fabbriche e nei quartieri proletari, e difendiamo il salario, la casa e la spesa. E domani, forse, avremo la voce e la forza per andare nei centri della finanza & della moda. Per scopar via sfruttatori e parassiti.
Milano, 25 settembre 2011
Iscriviti a:
Post (Atom)









