Diari di Cineclub

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Rivista Cinematografica online e gratuita

lunedì 19 dicembre 2011

LA MISERIA DELLA POLITICA



LA MISERIA DELLA POLITICA
di Riccardo Achilli



Premessa

La triste vicenda di Termini Imerese è il paradigma dell'asserzione marxista di base, secondo la quale i movimenti storici sono dettati esclusivamente dai rapporti economici, mentre le dinamiche politico-sindacali sono soltanto sovrastrutturali, e subordinate ai rapporti di forza economici. Nel presente articolo, con il supporto di fatti della cronaca politica ed economica italiana, cercherò di evidenziare due elementi:

a) che la politica è completamente dominata dagli interessi economici borghesi;

b) che la crisi profonda del sistema capitalistico impedisce alla politica di raggiungere, autonomamente, obiettivi minimi che dovrebbero essere sue priorità, come la capacità di mettere in campo una politica industriale strategica o la capacità di governare i cambiamenti profondi nelle relazioni industriali. Questo perché gli interessi economici della borghesia, alle prese con una drammatica caduta del saggio di profitto medio, la portano a sostituirsi ai tradizionali meccanismi di programmazione ed azione politica, per governare direttamente la politica industriale e le riforme del sistema delle relazioni industriali, distruggendo definitivamente l'illusione democratica, ovvero l'apparenza di una autonomia di manovra delle istituzioni politiche elettive, dietro la quale si nascondono i sistemi democratici liberali. In una fase di crisi, quando la borghesia prende direttamente il controllo dei processi politici, emerge nel modo più drammatico possibile l'evidenza dei fatti, ovvero che le istituzioni politiche democratiche non agiscono in nome del popolo che elegge i suoi rappresentanti, ma in nome della classe dominante.

Di fatto, l'apparato politico-sindacale italiano ha delegato a Marchionne, in quanto capo del più grande gruppo industriale italiano, che ha una leadership sull'intera industria manifatturiera nazionale (si stima che il fatturato generato dalla Fiat mobiliti, direttamente e tramite l'indotto, circa 63 miliardi all'anno, ovvero il 73% del valore aggiunto manifatturiero del Paese, P. Bricco, 2010) la riformulazione delle priorità di politica industriale e la riforma del sistema delle relazioni industriali, limitandosi poi a tradurre semplicemente in norme i suoi comportamenti, mentre ha delegato ai mercati finanziari globali la sua politica monetaria e fiscale, tramite la Bce, la Commissione Europea, il FMI e lo stesso Governo nazionale, specie se “tecnico”, tutti strumenti in mano ai grandi potentati finanziari. Quindi il fatto che il Paese stia rapidamente retrocedendo nelle classifiche della competitività e dello sviluppo, e stia smantellando l'intero impianto del welfare e dei diritti del lavoro di cui si era dotato in tanti anni di dure battaglie sociali e sindacali, non è principalmente il frutto, come si crede, di una classe politica particolarmente incompetente o delinquenziale (lo è pure, ma non è questo il problema principale) ma è il prodotto, soprattutto, degli interessi del grande capitale, industriale e finanziario, cui la classe politica, e purtroppo anche gran parte di quella sindacale, sono asservite.

La delega sulla politica industriale

In materia industriale, nessuno, in sede politico-sindacale, se la sente di disturbare seriamente Marchionne, a.d. di un gruppo automobilistico che perde quote di mercato a un velocità superiore a quella dei principali concorrenti, per manifesta incapacità di investire su qualità ed innovazione nei nuovi modelli, e che resta a galla solo grazie ai risultati della Chrysler (che in teoria avrebbe dovuto salvare dal fallimento, e che oggi salva lui) per chiedergli qualche lume sui contenuti del fantomatico piano "Fabbrica Italia". Però tutti sono pronti a corrergli dietro per consegnargli patenti di modernità quando propone accordi sindacali, come quello Pomigliano-Mirafiori-Bertone-Melfi, che in realtà di moderno non hanno niente, poiché prefigurano soltanto il ritorno al fordismo più elementare, nascosto dietro un bell'acronimo inglese (si sa, noi italioti, nella nostra subalternità culturale, siamo molto esterofili): WCM, ovvero World Class Manufacturing (che poi altro non è che un sistema di tempi e metodi per ottimizzare l'efficienza del ciclo produttivo, con l'aggiunta di un sistema di “ergonomia sul posto di lavoro”, teoricamente progettato per ridurre i tempi delle singole fasi di lavorazione e gli infortuni sul lavoro, in pratica pensato per massimizzare la produttività, senza che nessuno studio scientifico indipendente abbia chiaramente delineato i rischi di lungo periodo sull'incolumità fisica dei lavoratori che vi sono sottoposti).
Nessuno, in sede politico-sindacale, ha la forza di discutere con Marchionne per scongiurare l'evento, sempre più evidente, che i centri direzionali e di ricerca e sviluppo, ovvero il cervello ed il know-how dell'azienda, vengano definitivamente trasferiti a Detroit, trasformando di fatto un pezzo fondamentale dell'industria manifatturiera italiana in un mero terminale di produzione, svuotato di capacità progettuali e tecnologiche, con drammatiche ripercussioni sulla capacità innovativa e progettuale dell'intero sistema-Paese. Ciò benché la difesa della autonoma capacità innovativa e progettuale sia, in teoria, una priorità di politica industriale. Nessuno si preoccupa più di tanto di fare qualcosa, di fronte alle dichiarazioni di Marchionne, che prefigurano uno spostamento della direzione del gruppo Fiat negli USA, e non è certo con le telefonate e con i colloqui fatti a margine dei convegni, o con le rassicurazioni lanciate dalle pagine dei giornali, senza alcuna base oggettiva, che si evita tale evento. Nessuno ha la forza politica di discutere del fatto che parti essenziali della nuova generazione dei veicoli Fiat, come ad esempio il pianale Compact che equipaggia la Nuova Giulietta, e che dovrà rappresentare la base di tutti i successivi veicoli del segmento C del gruppo, sia stato, sia pur solo in piccola parte, co-progettato a Detroit. Nessuno sembra preoccuparsi del futuro industriale del Paese, se dobbiamo diventare una sorta di Paese del Terzo Mondo che si occupa soltanto della parte manifatturiera, o se possiamo ancora rimanere un'economia basata sul cervello, la creatività ed il know how. Si lascia che tali problemi strategici per il futuro del Paese siano risolti da un uomo solo, ovvero Marchionne, il quale fornisce una soluzione nell'interesse dei suoi azionisti e del grande capitale, non certo del Paese.

La delega sulla riforma delle relazioni industriali

La stessa delega fatta a Marchionne sulle politiche industriali, la ritroviamo, in modo anche più pesante, sul tema delle relazioni industriali. Anche qui, nessuno trova niente da dire se Marchionne esce da Confindustria, condannando di fatto, ed unilateralmente, il sistema delle relazioni industriali italiano ad un cambiamento genetico, subito in modo totalmente passivo dalla politica e dalle parti sociali, ovvero dai soggetti istituzionalmente deputati a gestire l'architettura di tale sistema, in rappresentanza degli elettori e dei lavoratori, cioè del popolo. La fuoriuscita del più grande gruppo industriale dal sistema di concertazione su cui tradizionalmente si fondano le relazioni industriali nel nostro Paese, avrà ripercussioni enormi, perché sarà una scelta imitata, presto o tardi, anche dalle altre grandi imprese. In tale nuovo sistema, disegnato in solitudine da Marchionne, si realizzerà con ogni probabilità una contrattazione diversificata in tre grandi canali: uno per le grandi imprese e i loro fornitori di prima fascia, un altro per i distretti produttivi e le reti e polarità organizzate di PMI, un terzo per le PMI che operano in solitudine al di fuori di tali polarità.
Le grandi imprese ed i loro fornitori di prima fascia adotteranno un modello di relazioni industriali americano, ovvero con sindacato aziendale “collaborativo” e cogestore, eliminando i sindacati che difendono i lavoratori realmente, come la FIOM. Il tutto per giungere, sempre nelle grandi realtà produttive, ad un modello di cogestione all'americana, con rappresentanti dei sindacati aziendali nel Cda, e lavoratori retribuiti pro-quota con una parte degli utili. Un modello che, come è evidente, è disegnato per estinguere la lotta di classe e per legare, in una forma di neo-schiavitù, i lavoratori al management aziendale, asserviti, sia nel livello remunerativo che nella stessa sopravvivenza del loro posto di lavoro, a risultati aziendali che non hanno potuto determinare, poiché sul ponte di comando dell'azienda, dove si decidono le strategie che determinano i risultati aziendali, assieme ai rappresentanti della proprietà, siedono le burocrazie sindacali, interessate prioritariamente al loro ruolo, ed al loro potere, all'ombra del padronato. E dove la solidarietà di classe si perde, perché il sindacato si frantuma in tante isole aziendali in concorrenza fra loro.
Viceversa, nel mare delle piccole e medie imprese, laddove queste siano organizzate in distretti produttivi, prevarrà la contrattazione territoriale, altro metodo per frantumare la solidarietà di classe e per creare una insana concorrenza fra territori e fra polarità produttive locali, per stabilire chi è in grado di imporre le condizioni contrattuali più penalizzanti in termini di rapporto fra produttività e costo del lavoro, generando quindi una perversa competizione di costo fra aree territoriali, ovviamente al ribasso, che laddove il costo della vita è più basso, come nel Mezzogiorno, creerà i presupposti per il ripristino delle gabbie salariali.
Laddove, infine, le PMI non siano organizzate in distretti, o non appartengano alla fascia di subfornitura di grandi imprese con sindacato e contratto aziendale, rimarrà il riferimento ad una forma indebolita di contratto collettivo di comparto, che però non potrà che essere competitivo rispetto ai contratti aziendali e territoriali stipulati dalle grandi imprese, o dalle PMI distrettuali, del medesimo comparto, perché altrimenti le PMI “a contratto collettivo” subirebbero una penalizzazione competitiva che potrebbe condurre al loro fallimento. Di fatto, quindi, anche la libertà negoziale delle parti firmatarie di tale contratto collettivo “residuale” sarebbe fortemente condizionata e vincolata dalle altre due tipologie di relazioni industriali sopra esaminate. Guarda caso, soltanto dopo l'affermazione del modello-Mirafiori, la politica, ossequiosa, e con la benedizione anche dei professori e dei politici della cosiddetta sinistra riformista, oltre che con il via libera dei sindacati confederali, vara uno Statuto dei Lavori che prevede la possibilità di derogare al contratto collettivo con contratti aziendali o territoriali, persino sugli aspetti normativi (la disciplina del lavoro e del licenziamento) oltre che su quelli salariali e di organizzazione del lavoro, e limita il diritto di sciopero, per consentire a tale nuovo modello di entrare in vigore con il minimo di attrito sociale. Di fatto, il disegno del sacconiano Statuto dei Lavori non è altro che la trasposizione normativa fedele di un modello imposto nei fatti da Marchionne.

L'assenza anche di uno spazio di autonomia residuale “compensativo” della politica

In pratica, politica e sindacati, in una fase di crisi che accentua i caratteri oligopolistici, e quindi autoritari, del capitalismo, demandano ad un solo uomo, ovvero Marchionne (e quindi di fatto al grande capitale industriale), la strategia di politica industriale del Paese e la riforma della politica del lavoro. E non sono nemmeno capaci di assicurare un ruolo marginale alla politica ed alla mediazione sindacale, ovvero lo spazio della compensazione dei danni produttivi ed occupazionali generati dal modello-Marchionne.
Lo si vede chiaramente nella triste vicenda di Termini Imerese. La decisione unilaterale della Fiat di chiudere lo storico impianto produttivo, che infligge un colpo mortale ad un'economia particolarmente debole e in ritardo di sviluppo come quella siciliana, che per certi aspetti è ancora caratterizzata da tratti pre-capitalistici, è talmente grave che ci si sarebbe aspettati un colpo di reni da parte della politica e dei sindacati. Di fatto, con tale decisione la Fiat non influisce soltanto sul destino di circa 1.900 lavoratori e delle loro famiglie, ma sta condannando un'intera regione di più di cinque milioni di abitanti a rinunciare ad ogni prospettiva di rivoluzione industriale e di sviluppo che, come si sa, non si fa senza il ruolo propulsivo, in termini di peculiare capacità di generare un'accumulazione di capitale originaria, ad opera della grande industria e delle grandi banche (queste ultime di fatto, in Sicilia come nel Mezzogiorno, distrutte ed asservite al sistema creditizio del Nord, grazie alle riforme del mercato bancario messe in campo, nei primi anni Novanta, da un altro servo degli interessi del grande capitale oligopolistico come Giuliano Amato).

Di fronte a tale problema grande come una montagna, il sistema politico-sindacale ha generato un topolino. Il cosiddetto piano di reindustrializzazione di Termini Imerese, sbandierato dal Governo-Berlusconi, e da ben tre Ministri del Sottosviluppo Economico (Scajola, Berlusconi ad interim e Romani), ad oggi appare incerto e indefinito. Mentre la Fiat ha annunciato la chiusura definitiva dello stabilimento per il 23 novembre prossimo, ancora una volta tradendo unilateralmente la promessa di tenerlo in funzione almeno fino al 31 dicembre, ad oggi il piano di reindustrializzazione del sito è affidato, per più del 90% del suo successo, ad un imprenditore di media dimensione, il molisano Di Risio, che con la sua DR Motors, finora, ha fatto soltanto il piccolo assemblatore, ed il venditore, di automobili da lui progettate, e realizzate con componenti importate dal gruppo automobilistico cinese Chery. Tramite l'acquisizione dello stabilimento di Termini Imerese, la DR Motors dovrebbe arrivare a produrre ben 60.000 automobili all'anno, e trovare le risorse per finanziare un fabbisogno di investimento pari a 130 milioni di euro, in pratica il valore di una legge finanziaria di una piccola regione! Nessuno è informato, perlomeno nel dibattito pubblico, sul fatto che tale imprenditore, che prevede di passare dalla sua attuale produzione di 36.000 veicoli all'anno ad una complessiva di quasi 100.000, abbia le risorse, il mercato e le capacità imprenditoriali per realizzare un simile salto di qualità, nonostante un precedente che avrebbe dovuto far scattare qualche campanello di allarme: Di Risio ha infatti, nei mesi scorsi, avviato una negoziazione con Fiat per rilevare lo stabilimento Irisbus di Valle Ufita, che IVECO intende chiudere, e poi, quando le trattative erano giunte a buon punto, ha improvvisamente abbandonato il progetto, dirigendosi subito su Termini Imerese.
Poiché l'iniziativa di Di Risio dovrebbe assorbire l'87% dei 1.500 addetti ex-Fiat che dovrebbero essere riassunti con il piano di reindustrializzazione, potrebbe anche verificarsi l'ennesimo fallimento delle politiche di industrializzazione o reindustrializzazione di stampo borghese, condotte nel Mezzogiorno. Evidentemente, i fallimenti dei piani di reindustrializzazione di Ottana, di Manfredonia, di Bagnoli, di Gioia Tauro, della Valbasento, ecc. ecc. non hanno insegnato niente. E Termini Imerese potrebbe aggiungersi alla già lunga lista. Ma d'altra parte, la serietà dell'impegno dei nostri policy makers nel risolvere il problema di Termini Imerese, si è vista sin dal 2009, quando, prima dell'entrata in scena di Di Risio, il Ministero del Sottosviluppo Economico si era messo nelle mani di tale Simone Cimino, a capo di una società finanziaria siciliana, finito agli arresti a Giugno per manipolazione informativa del mercato ed intralcio alle attività di vigilanza. Costui, che avrebbe dovuto addirittura creare a Termini Imerese il polo europeo dell'auto elettrica e delle energie rinnovabili, calamitando gli investimenti del colosso indiano Reva, era già finito nei guai nel 2009, quando un’interrogazione parlamentare gettò un’ombra pesante su una impresa da lui partecipata, la T-Link, amministrata da Salvatore Errante Parrino, già membro del collegio di difesa dell’imprenditore Michele Aiello, coinvolto nel processo contro Totò Cuffaro. Evidentemente, al grande capitale, lo sviluppo industriale della Sicilia non interessa. Quindi la politica se ne occupa a margine (avete sentito parlare, dal neo-premier Monti, del problema di Termini Imerese? Io no. Gli ho solo sentito parlare di bilancio dello Stato) e quindi, occupandosene marginalmente, lo fa in modo dilettantistico, improvvisato ed avventuristico.
Lo stesso asservimento della politica agli interessi economici vale sul campo delle politiche fiscali e monetarie. La Bce, prodotto del sistema-euro, ovvero di un apparato creato ad hoc per realizzare un mercato finanziario di scala europea, particolarmente appetibile per gli investitori perché privo di rischi di cambio e di barriere aministrative alla circolazione dei capitali speculativi, ed il Governo-Monti, altro prodotto dei mercati finanziari, sono lì per fare le politiche monetarie e di bilancio richieste dai mercati, non per rispondere alle esigenze dei popoli.

Conclusioni

La verità è una sola, e cioè che, come insegna Marx, la struttura dei rapporti sociali di produzione determina la sovrastruttura politica, culturale e sociale, e che questa è asservita alle dinamiche strutturali dei rapporti di produzione. Basta citare il celebre passaggio di Marx, contenuto nella Critica dell'Economia Politica del 1859:

nella produzione sociale delle loro esistenze, gli uomini inevitabilmente entrano in relazioni definite, che sono indipendenti dalle loro volontà, in particolare relazioni produttive appropriate ad un dato stadio nello sviluppo delle loro forze materiali di produzione. La totalità di queste relazioni di produzione costituisce la struttura della società, il vero fondamento, su cui sorge una sovrastruttura politica e sociale ed a cui corrispondono forme definite di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo generale di vita sociale, politica ed intellettuale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. Ad un certo stadio di sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in conflitto con le esistenti relazioni di produzione o - ciò esprime meramente la stessa cosa in termini legali - con le relazioni di proprietà nel cui tessuto esse hanno operato sin allora (...) A quel punto inizia un’era di rivoluzione sociale. I cambiamenti nella base economica portano prima o dopo alla trasformazione dell’intera immensa sovrastruttura. Nello studio di tali trasformazioni è sempre necessario distinguere tra la trasformazione materiale delle condizioni economiche di produzione, che può essere determinata con la precisione propria delle scienze naturali, e le forme legali, politiche, religiose, artistiche o filosofiche – in una parola: ideologiche – in cui l’uomo diviene conscio di questo conflitto e lo combatte. Così come non si può giudicare un individuo da ciò che egli pensa di sé stesso, questa coscienza dev’essere spiegata partendo dalle contraddizioni della vita materiale, dal conflitto esistente tra le forze sociali di produzione e le relazioni di produzione”.

Nella fase oligopolistica del capitalismo, ci spiega inoltre Sweezy, il peso della struttura nel determinare la dinamica della sovrastruttura politica diviene ancor più forte, perché la capacità di influenza sulle decisioni politiche delle grandi concentrazioni di capitale, prive di sostanziali contrappesi concorrenziali, quindi di fatto operanti in oligopolio o monopolio, diviene preponderante, e passa per il tramite del potere finanziario, di quello mediatico, di quello più strettamente produttivo ed occupazionale (quanto pesa la minaccia di Marchionne di delocalizzare i suoi impianti produttivi, se non si fa come si dice, considerando le centinaia di migliaia di persone il cui posto di lavoro dipende dalla presenza della Fiat?)
 
17 novembre 2011
 
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

sabato 17 dicembre 2011

IL CASO FIORENTINO E LA CRISI EUROPEA di Franco Cardini



IL CASO FIORENTINO E LA CRISI EUROPEA
di Franco Cardini


Dinanzi al caso fiorentino – un omicida-suicida, l'estremista di destra Gianluca Casari, e due senegalesi morti che potrebbero diventare di più in quanto vi sono dei feriti in gravi condizioni – le due opposte tentazioni da respingere sono il semplicismo del “caso-limite” e la superficiale sistemazione dell'evento all'interno di una serialità ormai acclarata, che fa parte delle manifestazioni patologiche sì, ma in fondo “ordinarie” del nostro Occidente.

Le voci terrorizzate e angosciate, ma in fondo minimaliste, si sono fatte sentire per prime. E hanno formulato pareri giudiziosi: il Casari era un povero folle la condizione del quale era magari aggravata da cattive frequentazioni parapolitiche e pseudoculturali, l'esponente di una marginalità politica e umana che di solito resta confinata nei bassifondi e nelle cantine della nostra società e che purtroppo di rado riesce ad affiorare al disonore della cronaca con un gesto: magari, degli ammalati del “complesso di Erostrato”, il tizio che incendiò il tempio di Artemide in Efeso affinché il mondo lo conoscesse e parlasse di lui. E' stato questo, in fondo, forse il caso del norvegese Breivik, che ha avuto il tempo di rivestire la sua infame strage di logorroici sproloqui che definire ideologici equivale a far dell'eufemismo fuori luogo. Ma la posizione di chi la pensa così non è purtroppo convincente in quanto eccessi del genere, anche se non si traducono frequentemente in autentici delitti, cominciano a diventar un po' troppo comuni all'interno della nostra società. Il recente assalto al campo torinese di rom accusati a torto di un delitto che non avevano commesso è stato a un pelo dal trasformarsi a sua volta in un altro episodio raccapricciante di violenza. Né, d'altro canto, si può accettare che questi episodi, e la ferocia che ne costituisce la base e la radice, vengano accettati come se fossero normali o comunque in qualche modo comprensibili se non giustificabili in una società che appare provata e che si sente minacciata. Perché questa società, all'interno della quale qualcuno propone di trattare con sociologica comprensione il delitto (“si sentono minacciati, chissà forse lo sono davvero, quindi è normale se...”) è la stessa che non troppe generazioni or sono ha preteso di essere progredita e cresciuta imponendo l'habeas corpus, scrivendole carte dei Diritti dell'Uomo, abolendo pena di morte e tortura: e che ha ritenuto di poter giudicare e condannare i totalitarismi dalla sponda della sua conclamata superiorità morale proprio in quanto aveva raggiunto quegli irreversibili traguardi. Basta dunque un pericolo vero o supposto tale, per quanto grande sia, per indurre i paladini della libertà e dei diritti umani ad abbandonare i loro nobili ideali e a tornare alla cultura della repressione e magari dell' “aggressione preventiva”, che ha la spudoratezza di autoqualificarsi come misura di difesa?

Quel che intendo dire è che la condanna dei Breivik e dei Casari è pleonastica, è ovvia, ma non significa assolutamente nulla. I gesti dell'uno e nell'altro non sono affatto spuntati dal nulla come un fiore malefico nato non si sa né come né perché in un dolce profumato giardino: al contrario, le aiuole avvelenate nelle quali sono sbocciate quelle malefiche corolle sono state per anni, giorno per giorno, concimate dal letame di un odio considerato ammissibile e legittimo anche quando lo si riteneva non condivisibile e irrorate dall'acqua stregata del pregiudizio.

Assumiamoci quindi le nostre responsabilità: ciascuno di noi ne ha di che riempire ora una bella borsa, ora un pesante sacco. Non troppi mesi fa un esponente politico allora di spicco del passato governo, dinanzi allo spettacolo di alcuni poveri corpi che galleggiavano senza vita nel mare di Pantelleria, non esitò a invocare per il futuro un salutare intervento della marina militare, che mitragliasse e colasse a picco i cargos dei disperati provenienti dal continente africano. In un paese civile, tale affermazione avrebbe dovuto provocare un coro di indignazione e una serie di gesti di concreta rivolta contro la prospettiva che chi aveva osato pronunziare un'enormità del genere rimanesse anche un solo minuto di più a occupare un seggio di governo a spese della comunità tali da obbligare il presidente della repubblica a rimuoverlo d'autorità e ad allontanarlo dai pubblici incarichi. In Germania, pochi mesi fa – non nell'Ottocento romantico e nel rigoroso Reich del Kaiser Guglielmo – lo scandalo derivante dalla scoperta che un ministro aveva plagiato la sua tesi di laurea è stato tale da obbligarlo a dimettersi. Questi due episodi danno la misura della differenza tra situazione italiana e tedesca molto di più di qualunque spread.

Non basta ancora. Nel 2002 – vedete quanto lontane sono le radici della violenza? -, quando il governo Bush e i suoi complici stavano preparando l'aggressione all'Iraq, tra Manhattan e Firenze la giornalista e scrittrice Oriana Fallaci seminava generosamente i semi dell'odio descrivendo un immaginario Islam tutto proteso a distruggere la nostra civiltà e reagendo – come allibito denunziava Tiziano Terzani, che della Fallaci era pur amico ed estimatore – con calci e sputi dinanzi alle repliche di chi non era d'accordo con lei. In tale occasione, intellettuali come Franco Zeffirelli si schierarono senza se e senza ma al fianco di Oriana minacciando addirittura d'incatenarsi sul Ponte Vecchio finché non fossero cessate manifestazioni  “vergognose” come quelle degli extracomunitari che avevano drizzato una tenda di fronte al palazzo arcivescovile, a fianco del bel battistero di San Giovanni, identificando nel primate della Chiesa fiorentina colui che naturalmente avrebbe potuto difenderli, magari da solo, contro gli intollerabili soprusi dei quali erano vittime e che provenivano loro, spesso, da amministratori e da politici. Che quelle intollerabili offese alla dignità della persona umana fossero ben più gravi dell'attentato alla bellezza della più nobile piazza fiorentina costituita da quell'accampamento di senza-dimora, non sfiorò nemmeno per un istante né la coscienza cattolica di Zeffirelli, né quella laica e democratica della Fallaci.

La strada che ha condotto all'eccidio fiorentino è lastricata di queste pietre. Ma, finché la crisi socioeconomica non si è palesata in tutta la sua gravità – e ciò non è ancora del resto accaduto nemmeno in questi giorni -, queste manifestazioni d'intolleranza, questi incitamenti all'odio, sono stati confusi con legittime espressioni di libertà di pensiero. Ma quando un pregiudizio lungo, radicato e addirittura autorevolmente accettato e magari perfino sostenuto, dopo aver troppo tempo “pacificamente” allignato in una società che sottovalutandolo lo ha tollerato, esplode in una sinistra girandola di violenza, c'è sempre qualche anima bella disposta a meravigliarsi e perfino a indignarsi. Allora, però, è troppo tardi. E' un po' come le streghe e gli untori, all'esistenza dei quali si crede distrattamente finché arriva la peste: e allora essi diventano il capro espiatorio di una società che ha bisogno d'identificare il Nemico Metafisico, la causa unica o prevalente delle sue disgrazie.

Ecco perché il caso-Casari è molto più grave di quanto già non appaia dall'enormità del delitto del quale il giovane pistoiese si è reso responsabile. Perché esso costituisce la punta di un iceberg fatto di pregiudizio, d'ignoranza, di paura, di malafede e cresciuto per colpa di tutti noi: o perché lo abbiamo aiutato a crescere, o perché non siamo stati abbastanza lucidi ed energici da ostacolarlo in modo deciso ed efficace. Nei prossimi mesi, tutto sarà più difficile perché peggiori saranno le condizioni economiche. Sarebbero d'altro canto seri guai, se la coscienza dell'innocenza dei senegalesi dovesse nascere solo dalla compassione per i soprusi che hanno dovuto subìre. E più seri ancora se essi decidessero di organizzarsi per non subirne più. Ecco perché la stessa nobile solidarietà dimostrata dai commercianti fiorentini nei confronti delle vittime della furia omicida del Casari, per esemplare che sia, cela essa stessa un rischio: quella del generare fronti contrapposti e di alimentare la spirale della vendetta. E' così che cominciano le guerre civili.

13 Dicembre 2011


dal sito http://www.francocardini.net/

venerdì 16 dicembre 2011

IL TUBETTO DEL DENTIFRICIO DI PAOLO FERRERO


IL TUBETTO DEL DENTIFRICIO DI PAOLO FERRERO
di Leonardo Mazzei



L'anemico congresso di un partito autolesionista

L'ottavo congresso del Prc è ormai consegnato agli archivi. Ci eravamo chiesti (vedi Lettera aperta ai compagni e alle compagne di Rifondazione Comunista *) se il Prc sarebbe stato capace di cogliere la possibilità di una svolta politica, dettata dal nuovo contesto segnato dal golpe bianco che ha portato al potere Monti e la sua cricca di «professori».
La risposta giunta da Napoli è pressappoco questa: «No, non ne siamo capaci, ci basta galleggiare restando nell'orbita del Pd». Di fronte al massacro sociale operato dal governo Monti, davanti alla necessità di costruire un'opposizione sistemica, il gruppo dirigente ferreriano ha scelto la strada della continuità, dunque quella dell'inutilità politica conclamata.
L'intervento conclusivo del segretario è stato davvero illuminante. Ferrero ha impiegato i primi venti minuti della sua replica per difendere la politica delle alleanze con il Pd, ed il successivo quarto d'ora per spiegare, peraltro assai malamente, che l'uscita dall'euro sarebbe una «follia».

Con questo micidiale uno-due al volto delle possibili speranze di ripresa del suo partito, Ferrero - che ha così riscosso gli applausi convinti della destra governista della sua maggioranza congressuale - ha mostrato fin dove possa arrivare un ceto politico irriformabile pur di non doversi mai mettere in discussione. L'approdo, in questo caso, è l'autolesionismo puro e semplice. La politica delle alleanze con il Pd, tanto più dopo le vicende delle ultime settimane, conduce non solo alla subalternità, ma pure all'irrilevanza, minando alla radice ogni ipotesi di alternativa, ma anche gli stessi interessi della «ditta». Ma questo ce lo dirà il futuro. Intanto, limitiamoci alle conclusioni del congresso di Napoli.

La parte dedicata alla strenua difesa della politica delle alleanze con il centrosinistra è stata sinceramente penosa, quella sull'euro e l'Europa semplicemente folle e dilettantesca.
Sulle alleanze Ferrero ce l'ha messa tutta, ma proprio tutta, per demonizzare ogni correzione di linea. Sono passati 17 anni dalla «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto, 15 dalla «desistenza» e 10 dalla «non belligeranza» bertinottiana, 5 dalle illusioni unioniste, ed ancora ci si rifiuta di tracciare un bilancio storico-politico di una simile impostazione. Se nel documento congressuale di ottobre si insisteva sulla strada del «Fronte democratico tra le forze di sinistra e di centrosinistra per sconfiggere le destre», che senso ha continuare a farlo oggi di fronte al governo del centro-sinistra-destra unite nella lotta contro il popolo lavoratore?

Oggi, l'unico fronte democratico dovrebbe essere costruito contro il governo più antidemocratico del dopoguerra. Ma se quel governo ha proprio nel Pd (oltre che nei centristi) i sostenitori più convinti, qualcosa dovrà pur significare, o no?

Pur di non dover entrare nel merito delle implicazioni strategiche di questa politica, Ferrero si è sgolato per derubricare il tema delle alleanze elettorali a questione meramente tattica. Nel disperato tentativo di riuscirci ha fatto finta di dimenticarsi che, lo si voglia o no, le alleanze elettorali hanno inevitabilmente una stretta parentela con quelle di governo. Dovendo riconoscere che tutte le numerose scissioni subite dal Prc sono avvenute tutte, ma proprio tutte (chissà perché!), su questo terreno, ha quasi implorato il proprio partito di non farlo più. Ha così cercato di cancellare un fatto elementare: che l'essenza di un partito è la sua linea politica, ed è su quella che viene giudicato dagli iscritti, dai simpatizzanti, dagli elettori.
Rendendosi forse conto di quanto fosse vano il suo sforzo, il segretario di Rifondazione è ricorso all'arma segreta, una formula che recita così: «Il tema elettorale è decisivo per l'esistenza del partito, mentre è irrilevante per la costruzione dell'alternativa». E qui siamo alla schizofrenia pura, dato che normalmente non si partecipa alle elezioni solo per «esistere», cioè per strappare qualche strapuntino parlamentare, ma anche per proporre un proprio programma ed una propria visione della società se non proprio del mondo. Che poi non sia quello il terreno della trasformazione siamo i primi a dirlo. Ma che sia possibile utilizzare una sorta di taxi bersaniano, per conquistarsi una tribuna (ed un bel finanziamento), per poi guidare l'opposizione contro il governo che si è contribuito ad insediare a Palazzo Chigi, questo ci sembra davvero troppo. Ci sbagliamo? Si ripercorra con la mente tutti i tentativi, poc'anzi richiamati, della ventennale storia rifondarola e si giungerà facilmente alla risposta. Molti militanti onesti la risposta se la sono già data, mentre il gruppo dirigente mostra una notevole allergia anche alla semplice domanda.



Naturalmente Ferrero ha utilizzato tutto l'armamentario retorico a disposizione: l'importanza della vittoria di Pisapia a Milano, il caso delle liste No Tav alleate con il Pd nella Comunità Montana della Val di Susa, la necessità di non erigere muri verso il partito di Bersani onde facilitare il «traffico» - questo il linguaggio da vigile urbano del segretario del Prc - dal Pd a Rifondazione. Fino ad arrivare alla scomunica di ogni posizione dissenziente: «Se dicessimo "mai con il centrosinistra" rinunceremmo a far politica». Benissimo, fate allora politica, che è proprio su quello che verrete giudicati.
Dopo venti minuti di questa solfa - e meno male che si trattava di una mera questione tattica! - di cosa si è occupato Ferrero? L'abbiamo già detto, della difesa dell'euro. La cosa non ci dispiace, dato che di sovente la lingua batte dove il dente duole, ed evidentemente nel Prc non proprio tutti sono convinti delle posizioni del gruppo dirigente.
«Noi siamo contrari alla parola d'ordine del passaggio dall'euro alla lira», questa la frase decisiva del segretario. Utilizzando una metafora alpinistica, Ferrero ha parlato di «punto di non ritorno». A suo avviso, questa strada «si poteva decidere prima, ma oggi l'idea che si possa uscire è sbagliata, folle». Ma guarda un po', si poteva decidere prima! Già, e quando? Forse in quel periodo (1996-1998) in cui l'Italia aderì all'euro, Rifondazione era dedita alla costruzione dell'alternativa, dopo aver utilizzato gratis l'autobus prodiano? No, Rifondazione - e Paolo Ferrero era in segreteria - aveva le mani in pasta, appoggerà la politica di Prodi, e voterà le sue «finanziarie per l'Europa». Altri, tra i quali il sottoscritto, si opporranno a quella politica del partito, ma non ci risulta che alcun Paolo Ferrero abbia allora manifestato il benché minimo dubbio sulla linea ultra-europeista del governo.

Una scelta sbagliata l'uscita dall'euro, dice dunque l'ex ministro del governo unionista. Una scelta addirittura folle, nel senso di impossibile, perché come egli ci spiega con fine metafora «sarebbe come far tornare il dentifricio nel tubetto». Francamente non ci aspettavamo una simile visione storicista, nella quale la storia, appunto, fluisce sempre in modo unidirezionale. Ma qui non si tratta neppure della Storia con la esse maiuscola, bensì delle scelte politiche delle attuali oligarchie. Scelte che le stesse oligarchie potrebbero rimettere in discussione, qualora ciò corrispondesse ai loro interessi. Del resto, passando dal campo dei dominanti a quello dei dominati, fino a vent'anni fa in molti pensavano che anche il welfare o i diritti pensionistici fluissero ormai come un dentifricio impossibile da far rientrare nel tubetto. Oggi sappiamo che non è così. Ma per Paolo Ferrero l'euro è un dogma.

Che cosa viene proposto allora nelle sue conclusioni? «Non siamo per l'uscita dall'euro... siamo per rovesciare le politiche della Bce e della Merkel... per obbligare la Germania a cambiare politica». Mentre la riconquista della sovranità nazionale (di cui quella monetaria è un aspetto decisivo) non viene neppure presa in considerazione, ci si lancia in proclami guerreschi quanto grotteschi. Per negare la necessità di una sollevazione popolare nel nostro paese, si evocano rivolgimenti totali nell'assetto dell'Unione Europea, come se questa fosse una via più realistica.
E' il solito vecchio trucco del socialismo della domenica, le cui bandiere rosse al vento volevano far dimenticare la bassa cucina politica esercitata nei giorni feriali, quando cioè si fanno le cose che contano. Ovviamente Ferrero dice anche cose condivisibili, ma - come tutti i massimalisti - le impasta in maniera irresponsabile. Grandi proclami, dunque, meglio se palesemente fuori portata, perché la peggior praticaccia politica troverà sempre la migliore giustificazione proprio in un lontano «sol dell'avvenir».

Tralasciamo qui, per carità di patria, alcuni sfondoni contenuti nelle argomentazioni economiche ferreriane - come quando ha spiegato alla platea congressuale gli effetti dell'Euro Plus Pact, calcolando l'obiettivo del 60% sul debito totale anziché sul Pil come richiesto dal Patto. Dettagli, ma comunque significativi, dato che un simile errore certo non sarebbe stato fatto se anziché di percentuali che riguardano la vita di milioni di persone si fosse trattato di quelle che possono determinare la pensione parlamentare di alcune decine di membri del gruppo dirigente...
Ma lasciamo perdere. Quel che conta è invece la formidabile teoria del tubetto di dentifricio. Sulla quale notiamo tuttavia una certa schizofrenia. Su Liberazione del 10 dicembre leggiamo infatti un articolo dal titolo «L'ordine di Berlino regna in Europa», autore lo stesso Ferrero. Ora, a parte il fatto che questo insistere sull'«ordine di Berlino» è anche un modo per rifugiarsi sotto le ali obamiane, alle quali Ferrero ha fatto accenno nelle sue conclusioni napoletane, la cosa più interessante è però un'altra. Leggiamo:

«Penso infatti che con il vertice di ieri si è fatto un deciso passo in avanti verso il baratro della crisi e la demolizione dell'Euro. In questa condizione la rivendicazione che Monti la smetta di fare il cameriere della Merkel e dica chiaramente che non restituiamo i capitali alle banche tedesche è l'unico atto responsabile da chiedere al governo italiano».

Come, come, come?

Avete letto bene: è stato compiuto un passo decisivo per la demolizione dell'euro. Che la Merkel lo rimetta nel tubetto? Ma non era impossibile? Se fossimo semplicemente davanti ad uno dei tanti casi di auto-contraddittorietà di un politico di medio livello non vi sarebbe notizia alcuna. Qui però il problema è un altro. Ed è esattamente questo: mentre si assiste all'implosione dell'area euro - con le sofferenze imposte alle classi popolari di tutto il continente, ma in misura maggiore a quelle dei paesi con il debito pubblico più elevato - si ammette che una parte delle classi dirigenti possa puntare al dissolvimento della moneta unica (mentre un'altra parte la vuol difendere costi quel che costi), ma non si ammette che se ne possa anche solo discutere nell'ambito delle forze che vorrebbero costruire un'opposizione al massacro sociale in corso, perché lo impedisce il dogma del tubetto.

L'Unione Europea non è il progresso, assai più modestamente l'UE è la struttura che si è dato il capitalismo europeo, prima per meglio assolvere il ruolo antisovietico durante la guerra fredda, poi per favorire al massimo il processo di finanziarizzazione che ha condotto all'attuale capitalismo-casinò. Il risultato è sotto i nostri occhi: l'area euro è il paradiso della speculazione, l'UE è la tomba dei diritti sociali e della stessa democrazia. L'unica Europa che esiste è questa.

Dall'euro si uscirà, ma come? Il come è decisivo e altrettanto decisivo è il chi guiderà il processo. Per questo dobbiamo guardare alla prospettiva di una sollevazione popolare, non a quella irrealistica della rifondazione della Bce e dell'Ue. Ma dall'euro si uscirà perché necessario: vogliamo che siano prima le classi dominanti (o parti di esse) a proclamare questa necessità? E magari con la sinistra che rimane a fare la guardia di un bidone ormai vuoto?

Speriamo che non si arrivi a tanto. Certo, le conclusioni dell'ottavo congresso del Prc non aiutano.

La seconda possibilità di rinascita, dopo quella del 2008, è stata totalmente mancata. Ce ne dispiace, ma non ci stupisce. In ogni caso ne prendiamo atto. Come, crediamo, ne prenderanno atto tutti quei compagni che, in assenza di alternative credibili ai loro occhi, agiscono ancora all'interno del Prc nella speranza di mutarne gli indirizzi. Il tempo stringe ed è il momento delle scelte

12 Dicembre 2011

dal sito http://www.antimperialista.it/

* http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1820:lettera-aperta-ai-compagni-e-alle-compagne-di-rifondazione-comunista&catid=13:italia-cat&Itemid=166

UN CONGRESSO INUTILE

 


UN CONGRESSO INUTILE
di Stefano Santarelli

Uno dei termometri di quanto valga una forza politica è data dal peso che questa riceve dai mezzi di informazione. Ebbene a parte gli “addetti ai lavori” questo ultimo congresso di Rifondazione comunista tenutosi a Napoli in questi giorni è passato completamente inosservato ai più.
Ed in fondo è anche giusto che sia così vista la ormai ridotta capacità di influenza di questa storica formazione che ha influenzato nel bene come nel male tutta la sinistra radicale italiana di questi ultimi vent’anni.
Un congresso del resto inutile proprio perché i nodi che si erano aperti dopo la sconfitta elettorale del 2008 non sono stati sciolti ne tanto meno affrontati. Ricordiamo che la Lista Arcobaleno composta da Rifondazione, PdCI e Verdi subì nel giugno del 2008 la più grave sconfitta della storia della sinistra italiana prendendo alla Camera solo il 3,1% dei voti non superando quindi la soglia dello sbarramento elettorale del 4%. Queste tre forze da sole, senza Sinistra Democratica, avevano preso due anni prima quasi quattro milioni di voti pari al 6.9%, con una perdita quindi di più di 2.770.000 voti rispetto alle elezioni precedenti.
Una débacle elettorale che ha provocato la scomparsa delle sinistra nell’attuale legislatura. Una sconfitta dovuta ad una politica filo imperialista che appoggiò non solo l’intervento militare in Afghanistan, ma che tradì totalmente gli interessi dei lavoratori e degli strati più sfruttati della nostra società che a parole diceva di rappresentare.
Il Congresso di Rifondazione poteva rappresentare una occasione di un rilancio programmatico della sinistra radicale a fronte della più grave crisi del capitalismo dal dopoguerra ad oggi. Una occasione persa e che fa il paio con quella del Congresso di Chianciano tenuto pochi mesi dopo la batosta elettorale e che fu incapace allora come oggi di cambiare la strategia politica del PRC, ma vide al contario un violento scontro interno totalmente inedito nella sua storia . Uno scontro non politico, ma solo di apparati: da una parte Vendola-Bertinotti e dall’altra parte Ferrero-Grassi.
Questa lotta di apparati formalmente venne vinta da Ferrero con la sua elezione a segretario di una Rifondazione però già monca di tutta la sua sinistra che aveva già abbandonato il partito costituendo i vari PCL, PdAC e Sinistra Critica e che perse proprio dopo il Congresso di Chianciano anche l’ala bertinottiana diretta ormai da Nichi Vendola e che ha costituito poi Sinistra, Ecologia e Libertà.
Una formazione quest’ultima vera erede di quei Forchettoni rossi ben descritti dal libro omonimo di Massari e che oggi gode di sondaggi elettorali sufficienti a farla ritornare in Parlamento.

Il Congresso tenutosi a Napoli era l’ultima occasione per sciogliere i nodi nati dopo la grave sconfitta elettorale del 2008, ma non ha adempiuto a questo compito. Le tesi congressuali della maggioranza erano nei fatti già superate dopo le dimissioni del governo Berlusconi e non avevano compreso quindi che un intero ciclo politico della vita italiana si è già concluso.E bisogna sottolineare che Berlusconi è uscito dalla scena politica solo per volontà delle oligarchie europee non certamente per le lotte e le mobilitazioni della sinistra italiana.
Il continuare l’esperienza della Federazione della Sinistra insieme a quel residuato stalinista-togliattiano che è il PdCI non ci fa essere ottimista per il suo futuro. A maggior ragione visto poi che la sua linea politica non è per la costruzione di una vera alternativa al Partito democratico, ma al contrario punta ad una alleanza politica ed elettorale con questa forza con l’obiettivo di ottenere qualche seggio parlamentare per potere sopravvivere come apparato politico tramite il finanziamento pubblico ai partiti.
Perciò non condividiamo l’entusiasmo dell’ultima ala classista rimasta in questo partito e che è costituita dai compagni di FalceMartello i quali si cullano sul fatto che nel dibattito congressuale hanno riportato il 14% dei voti. Non per sminuire la loro battaglia congressuale, ma vi è veramente poco da essere allegri. Infatti è il 14 % dei voti congressuali di una forza politica che viene accreditata nei sondaggi elettorali solo di un misero 1% dei voti, tra l'altro insieme al Pdci. Nulla di paragonabile a quel 16 % preso dalla corrente di "Progetto comunista" diretta allora da Ferrando (e Ricci) nel 1999 in un partito che aveva quasi il 9% dei voti nelle elezioni politiche del '96 e disponeva ovviamente di una nutrita pattuglia parlamentare. E francamente non si riescono a vedere le prospettive di questa corrente all’interno di Rifondazione se non solo come una mera battaglia di testimonianza.

E’ invece apparso interessante, almeno per chi scrive, l’accorato impegno espresso anche in questo Congresso dal portavoce del PCL Marco Ferrando riguardante la proposta del segretario di Rifondazione di un “patto di consultazione permanente” fra tutte le forze che intendono opporsi al Governo Monti. Questo fronte unico per Ferrando però non deve essere un semplice cartello delle sinistre politiche, ma deve coinvolgere la sinistra sindacale e i movimenti con l’obiettivo di produrre una svolta radicale sul terreno della mobilitazione e della lotta. Ed solo su una prospettiva nettamente anticapitalista che la sinistra radicale può essere all’altezza degli avvenimenti e difendere quindi gli interessi degli strati più sfruttati della società italiana.
 
6 dicembre 2011
 
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

giovedì 15 dicembre 2011

GLI ORFANI E I NOBILI di Miguel Martinez


GLI ORFANI E I NOBILI
di Miguel Martinez

La prima cosa che mi viene in mente riguardo alla strage di Firenze, è una sera di qualche anno fa, su uno di quei treni locali che fanno fluire e defluire le correnti più povere dell’incessante moto globale.
I viaggiatori che non si conoscono si chiudono in quello strano stato di incoscienza che è la norma di vita dell’occidentale.
I pendolari che si conoscono si raccontano storie di ufficio o di fabbrica, poi passano al grande Luogo Comune ipnoticamente generato dal videomondo condiviso, la fantasia industrialmente prodotta che ha sostituito volti, pane, aria e vita.
Calcio, Berlusconi, telefilm e tutto il teleresto, e avresti voglia di spruzzare loro un po’ d’acqua in faccia per risvegliarli, poi sai che è inutile: solo un’occasionale ferocia di tanto in tanto spezza quello stato incantato.
In fondo, mi aveva spiegato tutto la mia amica, che ogni mattina si alzava al buio a Casalpusterlengo, per andare a Milano: che quando i pendolari muoiono, mettono le loro ceneri in un piccolo trenino che segue per l’eternità gli stessi binari che percorrevano da vivi.
Stanchi, sudati, alcuni venditori ambulanti senegalesi salgono, carichi dei loro enormi borsoni. E’ un giorno qualunque di un mese qualunque per i pendolari, è Ramadan invece per loro.
Si siedono sui sedili liberi, in silenzio, e tirano fuori, ognuno, dei libretti stracciati.
E mentre i pendolari attorno a loro fanno finta di non vederli, o parlano di calcio e di lavoro, loro leggono.
Silenzioso come i pendolari e come loro, alle loro spalle, cerco di decifrare i libretti. Sono scritti in lettere arabe, ma sembrano scritte a mano, con ampi caratteri maghrebini.

Dei fratelli con un unico scopo, decisi, fedeli e sinceri nella fratellanza, servitori dei compagni di strada.

Ciascuno di questi nobili appartiene a un alto rango, capace di proteggere l’aspirante contro il male di un ribelle perverso.

Ciascuno di loro è un grande direttore spirituale, un erudito e un probo. Certi di loro educano con versi e stati mistici.

Tra di loro, ce ne sono alcuni che elevano i loro discepoli, tutto il tempo, di un solo stato, ma altri educano e innalzano con segni efficaci.

Ciascuno di loro è un conoscitore sapiente, che conosce l’insieme delle malattie spirituali, preservando l’aspirante da diverse forme di male

Ciascuno di loro è nobile, generoso, devoto e saggio, e prodigo dei più preziosi consigli per tutti gli esseri umani

Guariscono l’anima da tutti i suoi vizi, con il loro fervore, avendo ricevuto dal Signore scienze altissime.

Rendendo disponibile le conoscenze della via degli “uomini di Allah” per tutti coloro che vi si vogliano sottomettere, per ispirazioni divine

Ciascuno di loro ha una cura molto elevata per ciò che si innalza, tutto il tempo verso l’Onnipotente che conferisce forza e illuminazione

Vedendo chiaramente ciò che è nascosto, tramite l’occhio del cuore, proprio come scruta e discerne ciò che è dissimulato nelle tenebre”. [1]


Gianluca Casseri ha ucciso per invidia.

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Nota:

[1] Da Huqqal Bukka-u (“Esiste un motivo per piangere [i saggi defunti]?”) dello sheykh Ahmadou Bamba


14 dic. 2011
 
dal sito http://kelebeklerblog.com/

mercoledì 14 dicembre 2011

FUORI I FASCISTI DAL SISTEMA SOLARE!



La foto che vedete rappresenta un'iniziativa contro il degrado organizzata da Casapound. In mezzo ai ragazzotti con le teste (di cazzo) rasate c'è un tizio di mezz'età, coi pantaloni bianchi e una polo azzurra. Si tratta di Casseri Gianluca, da Cireglio (Pistoia). Quello che qualche volta frequentava Casapound e dal quale, oggi, i suoi "camerati" si affrettano a prendere le distanze; comodissimo prenderle, dato che è morto. Per riavvicinarle, andiamo a vedere invece che cosa scriveva il Casseri,  e sempre, toh, sull'Ideodromo di Casapound. Oggi gli danno del "pazzo", ed è naturale; evidentemente, però, non era così pazzo quando ripuliva il degrado e quando scriveva articoli. Dichiara un  senegalese di Firenze:

"Non diteci che era un pazzo. Un pazzo avrebbe ucciso sia bianchi che neri."

 Ecco una frase, semplicissima, che seppellisce ogni tentativo di fuga strumentale dalla realtà dei fatti. Altro che "simpatizzante", altro che "frequentatore saltuario"; il Casseri era più che attivo presso la sede pistoiese del gruppo neofascista, come puntualizzano gli Anarchici Pistoiesi , che ben lo conoscevano. Nient'altro che un fascista. Niente di più e niente di meno di un fascista e di un razzista assassino.

Ci sono alcuni che, non senza ragione, affermano " che tutti parlano dell'omicida, e nessuno parla delle vittime ". Ecco, vorrei rispondere che, oggi, parlare delle vittime significa e deve significare soprattutto parlare del loro assassino. Significa parlare, compiutamente, di ciò che ha prodotto quell'assassino e gli ha armato la mano. Significa non ridurre questa cosa ad un pur interessante "spunto di riflessione", ad "intelligenti osservazioni" e a quant'altro; non s'ha da fare accademia, qui, ma da fronteggiare gente che spara. In quale altro modo si dovrebbe "parlare delle vittime"? Esprimere loro "solidarietà"? Che abbiamo una volta per tutte il coraggio di dire che, la "solidarietà", se la friggono in padella. Sia coloro che sono morti, sia coloro che sono stati feriti gravemente e che rischiano la paralisi permanente. Certo, possiamo "pensare alle loro famiglie" (oplà, pensato, ecco fatto e ci siamo levati il pensiero di pensarci), possiamo cercare di immaginarci le loro vite e le loro storie (delle quali fingiamo di interessarci tre minuti soltanto quando vengono ammazzati come cani da un fascista di merda), possiamo sciorinare tutto l'armamentario usuale.

Io, invece, ritengo che parlare delle vittime, e non soltanto di Samb Modou, di Diop Mor, di Sougou Mor, di Mbenge Cheike e di Mustafa Dieng, consista in poche parole e in molti fatti. Che dietro un Casseri ci siano delle idee ben precise e un ambito culturale determinato è come scoprire l'acqua calda; anche perché quelle idee e quell'ambito culturale hanno ricevuto, specialmente in questi ultimi anni, spazio, propaganda, finanziamenti pubblici e privati. Non si tratta di idee e di ambiti culturali di misteriose sette iniziatiche, ma di gruppi e personaggi ben noti. Ed è assolutamente certo che esista un rapporto tra quelle idee e ciò che Casseri ha fatto. Solo che non si deve fermarsi all'analisi, sia pur approfondita, di quel rapporto peraltro chiarissimo e documentabile agevolmente da chiunque, se volesse. Perché, mentre ferve la discussione, mentre si moltiplicano gli spunti di riflessione e mentre si analizza tutto l'analizzabile per addivenire alla strabiliante conclusione che un fascista razzista nutrito di razzismo e fascismo (con annessi e connessi, certo, per carità) possa dar pratico luogo a quelle idee che non ammazzano di per sé, qualche nuovo Breivik e qualche nuovo Casseri si stanno già esercitando al tiro e hanno magari già acquistato una 357 Magnum.

Ecco, "parlare delle vittime" significa prendere tutti in considerazione, seriamente, di non limitarsi più a fare filosofia. Avere finalmente un po' di sana capacità, naturalmente senza mai perdere lo spirito critico e di osservazione, di ricondurre i fatti a certi princìpi basilari, perché più li abbiamo persi di vista (o addirittura rifiutati in nome di sterili arzigogoli nei quali ci è piaciuto tanto impantanarci), e più quelli sono andati avanti indisturbati. Principio numero 1: il "rapporto" che c'è tra certe idee e ambienti culturali e il Casseri che spara ai senegalesi si chiama nazifascismo, e la sua "dimostrazione pratica" ci è offerta da qualsiasi manuale di storia. Principio numero 2: Qualsiasi tolleranza, indulgenza o sostegno alla pur minima espressione razzista, da parte di chiunque, è da ricondursi automaticamente al Principio numero 1. Si tratta di minimi termini, e tutto il resto vi rientra dentro. Vi rientrano dentro Auschwitz e il Casseri. Oriana Fallaci e Heydrich. Andreas Behring Breivik e Casapound. Monsignor Alois Stepinac e i ragazzotti torinesi. Eugène Terre Blanche e Ponticelli. La "Difesa della Razza" e i pogrom contro i Rom, nella Germania nazista come a Ascoli Piceno. "Libero" e il "Völkischer Beobachter".

Non esiste nessun altro modo per parlare davvero delle vittime, di quei due ragazzi stesi sul selciato a Firenze e di tutte le altre che sono state dimenticate dopo due giorni. Cacciare via i fascisti, per sempre, ma non semplicemente dalle nostre città. Cacciarli via dal sistema solare, non avessimo a ritrovarceli su Marte come nel Caso Scafroglia. Fuori dai coglioni loro e chiunque li sostiene e permette loro di agire indisturbati. Basta con la "Resistenza", ché a forza di "ora e sempre" è inesorabilmente scivolata nell'ieri e nel mai. Non bisogna più "resistere", bisogna andare all'attacco. Da subito. Paura? Se la avete, allora fatevi la vostra vita tanto tranquilla e andate a fare gli acquisti natalizi, che so io, al mercatino di Piazza Dalmazia.

Pubblicato da Venturik a 23:35:00 - 13 dicembre 2011 



I' BREIVICCHE


Da piazza Dalmazia ci passo una volta al giorno, come tutti i fiorentini. Al mercato di San Lorenzo ci ero sabato scorso a comprarmi una camicia a poco prezzo. San Lorenzo, quello del degrado, dell'insihurezza e degli abusivi; quello dei quadrilateri della paura tanto amati dalla Nazione, da Repubblica e dall'altra carta da culo quotidiana di questa città. Leggo qua e là, altrove, che non bisognerebbe "cavalcare l'episodio di cronaca" e altre cose del genere, ma questo non è un "episodio di cronaca". Quello che è successo oggi a Firenze è il risultato perfetto di anni e anni di odio, di razzismo, di gruzzoletti e di carriere guadagnati attizzando in tutti i modi possibili gli istinti più bassi e più beceri e più stupidi della cosiddetta gente. E' il risultato dei "reportages", dei "comitati dei cittadini", delle leghe, delle fiaccolate, delle legalità e di quant'altro. Eccocelo qua, finalmente, il nostro Breivik: Gianluca Casseri, da Pistoia, "tipo solitario", fascista simpatizzante di Casapound, descritto come "intellettuale"; eccocelo qua il vero figlio spirituale della illustre concittadina Fallaci Oriana, quella cui vogliono dedicare una via. Eccome che ci cavalco sopra, in piena coscienza e ancor più piena rabbia. Senza nessuna remora. Senza nessun ripensamento. In questi frangenti, "cavalcare" dev'essere ricondotto ad una funzione assai elementare: quella di salvare delle vite umane. Nulla mi convince che non ce ne siano pronti molti altri, di Breivik o di Casseri. Sono stati nutriti, ingrassati di odio razziale, blanditi; è stata data loro voce. E' stato permesso divulgare ogni giorno tonnellate di menzogne e di veleni. Sono stati costruiti facilissimi consensi con le ordinanze, con i sindaci e gli assessori sceriffi, con gli sgomberi. Il Casseri da Pistoia, i' Breivìcche, ha sublimato tutto questo. Ora ci stiamo accorgendo a cosa siamo arrivati; a uno che, una mattina vicino a Natale, con tutti gli addobbi, impugna un'arma e compie un raid di morte, a casaccio. Ammazza e ferisce persone per il solo fatto che sono di un altro colore. Ci piaceva tanto pensare che fossero cose lontane, ci piaceva pensare al Ku-Klux-Klan; e invece ora abbiamo un cammino diritto che ci lega all'isola di Utøya. Contenti? Soddisfatti? Probabilmente parecchi lo saranno pure. Non rimarrei esterrefatto se qualcuno, stasera, davanti alla pastasciutta e alla televisione giustificasse il Casseri, e forse addirittura gli alzasse un bicchiere; e non importa certo che sia un adepto dello Stormfront, un nazista, e nemmeno un simpatizzante di Casapound.

Tempo fa ero su un autobus strapieno. C'era la Coop di quartiere chiusa, e la direzione aveva organizzato una navetta per il supermercato aperto più vicino. Nei pressi di quest'ultimo passò una ragazza rom con in braccio un bambino piccolo; stava semplicemente camminando per una strada. Come la videro, alcuni bravi passeggeri, ometti, signore anziane, non si peritarono nemmeno un attimo di invitare l'autista dell'autobus, a voce alta, di schiacciare madre e figlio. "Passa a diritto sulla zìngana!"; e giù risate. Tra di loro e il Casseri c'è una sola differenza, almeno finora: il Casseri ha preso la pistola e ha sparato. Ha individuato i nemici della razza. Quelli che rubano il lavoro, perché tutti noi -è notorio- andremmo a vendere stracci nei mercatini. Ha dietro di sé un retroterra ben preciso. E' quindi necessario "cavalcare", e farlo in modo deciso. Tirarsi indietro in nome di chissà quale correttezza, nascondersi dietro i soliti stupidi non bisogna generalizzare, ora come ora è da soavi vigliacchetti da quattro soldi. Così come lo è dedicarsi alle solite "analisi", alle originalità, agli sdegnosi silenzi, al parlare ostentatamente d'altro. Torino pochi giorni fa, Firenze oggi; ripeto, questa non è più "cronaca"; questa è la quotidianità di ciò che è stato fatto diventare questo paese. Non è "follia", come peraltro verrà certamente presentata perché il "pazzo" rassicura. Breivik non è pazzo. Il Casseri non è pazzo. Sono persone che sono passate conseguentemente all'azione. Sono persone che hanno ricevuto tutti gli strumenti, teorici e pratici, per passarvi. Ed è inutile che, ad esempio, i signorini di Casapound si scherniscano dichiarando di non essere soliti chiedere a nessuno il certificato di sanità mentale. Prima di tutto perché un simile "certificato" non esiste, e poi perché sono tra quelli -assieme a tanti altri- che forniscono tutto l'humus richiesto.

E' una giornata nera questa Santa Lucia, per Firenze. Nera in tutti i sensi. Nera la pelle delle vittime innocenti del primo raid razzista pianificato e portato a termine con lucidità. Nero il suo autore. E nera la coscienza di tutti, nessuno escluso. Nera quella di chi è precipitato nell'odio razziale anche conversando al bar o dal pizzicagnolo. Nera quella di chi ha fomentato tutto questo. Nera quella di chi ha lasciato perdere, per motivi che vanno dal "quieto vivere" all'opportunismo, dal voltarsi dall'altra parte al sostegno più o meno aperto. E nera anche quella di chi non si è opposto abbastanza, preferendo magari gettarsi in sterili "discussioni", in "dibattiti", in sofismi tanto "documentati" o "argomentati". Nerissima quella dei "io non sono razzista, però..." E' il momento di dire basta, perché i Breivik e i Casseri non indietreggiano; sono pronti a tutto. Anche a spararti se ti metti nel mezzo, come è successo stamani all'edicolante di Piazza Dalmazia: "fossi in te ci penserei", o qualcosa del genere, gli ha detto puntandogli addosso la pistola. Da oggi, da subito, cominciamo a smantellare tutto questo. Non permettiamo più che prosperi, ma per non permetterlo non si può più invocare pace e bene; per queste cose abbiamo perso definitivamente il treno, consentendo che diventassero soltanto un comodo rifugio per tenersi al riparo con la coscienza pulita. Non sono tempi gentili, e non si può essere gentili. Bisogna segare alle gambe questa gente, e segarla definitivamente. Non si può più sottostare ai fabbricanti di Breivik, di ragazzotti torinesi e di Casseri, perché questi bruciano e ammazzano in mezzo a tutti noi. E basta anche dare la colpa alla "crisi", perché non c'entra un cazzo di niente; quei ragazzi che muoiono nei nostri mercatini vengono da paesi dove non c'è nemmeno da mangiare, generalmente.

Altrimenti, non c'è che da aspettare il prossimo Casseri Gianluca, da Pistoia. Figlio dell'odio, della paura fabbricata in serie, del capitalismo, del lezzume politicante e giornalistico, e dell'indifferenza. Attenti a andare al bar e a commentare, magari, con un "sì, era pazzo, però..."; ne potrebbe entrare un altro, mentre si reca al mercatino dietro casa a ripulire il mondo dai nemici che gli hanno offerto per il loro lurido gioco. E non venitemi a dire, ora, che li "piangete", quei ragazzi senegalesi senza nome; non li "piangete" affatto come non avreste pianto gli zingari di Torino, se il raid fosse andato davvero a buon fine: "Ma ci sono bambini! E che importa...bruciamo anche loro!". Il Casseri, fascista di merda, il nome ce l'ha avuto immediatamente. I nomi di chi l'ha prodotto li sappiamo benissimo. Le sedi di Casapound sono state aperte coi soldi pubblici, magari di quegli stessi Comuni che smantellano i servizi essenziali. Nel frattempo, i giornaletti schifosi e servili continuano a chiamare quei ragazzi vu' cumprà, a questo punto potrebbero chiamarli tranquillamente vu' crepà. E le "forze dell'ordine" che fanno? Non vanno mica a perquisire le tane di quei ratti, caricano il corteo dei senegalesi disperati e furenti.   E il "prefetto", cosa fa? Se la prende coi "centri sociali che fomentano" . Capito? Già annuncia l'ennesima stretta repressiva. E la magistratura? Manda a processo delle persone accusandole di avere fatto fare a una sede di Casapound la fine che merita. Fatto successo alcun tempo fa, e a Pistoia. La città d' i' Breivìcche. Tout se tient.



Pubblicato da Venturik a 17:44:00 - 13 dicembre 2011

dal sito http://ekbloggethi.blogspot.com/

NON E' SOLO IL GESTO DI UN FOLLE
di Stefano Santarelli


FIRENZE: in mattinata un uomo armato di una micidiale 357 magnum spara nel mercato fiorentino di Piazza Dalmazia uccidendo due commercianti senegalesi e ferendone gravemente un altro. Nel pomeriggio si reca in pieno centro nel mercato di San Lorenzo ferendone gravemente altri due commercianti senegalesi. Inseguito dalla polizia si suicida.

Questi i sintetici fatti di cronaca. Il gesto di un folle, certo. Ma sarebbe un grave errore etichettare questo episodio solo some un gesto isolato. Oltretutto nei siti fascisti del web viene immediatamente rivendicato il “rispetto e onore” nei confronti dell’assassino sostenendo che "ha fatto bene, bisogna punire questi invasori e farli tornare nei loro paesi d'origine" e che bisogna “punire” gli immigrati che altro non sono che “invasori” e che devono essere immediatamente ricacciati nei loro paesi.

Non è solo il gesto di un folle: questo episodio è un gesto razzista. Lo è perché l’assassino è un uomo di destra simpatizzante di Casa Pound, un uomo che esprimeva una ideologia fascista e razzista. Una ideologia che in questi ultimi vent’anni si è apertamente espressa nelle istituzioni grazie alla Lega e al Centro destra. Abbiamo assistito in questi vent’anni a un revisionismo che punta a riabilitare Mussolini e il ventennio fascista e i “combattenti” della Repubblica di Salò.

Non si può quindi sottovalutare questo massacro. L’assassino è un fascista è questo non è altro che il frutto di una propaganda razzista che sta aumentando nel nostro paese.

Piena solidarietà quindi alle vittime e alla comunità senegalese, ma contemporaneamente è necessario l’immediato varo di leggi che tutelino gli immigrati: dal diritto d’asilo che il nostro paese viola quotidianamente fino all’allargamento delle leggi sulla cittadinanza che oggi escludono anche i bambini che nascono e studiano in Italia.

Questo massacro che viene pochi giorni dopo il vergognoso incendio a Torino di un campo Rom non può essere perciò sottovalutato. Il razzismo è presente nel nostro paese e deve essere implacabilmente combattuto.
 


dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

domenica 11 dicembre 2011

IL RAZZISMO DENTRO DI NOI


IL RAZZISMO DENTRO DI NOI
di Stefano Santarelli


Mercoledi pomeriggio, a Torino, una fanciulla di 16 anni viene violentata in un androne di un palazzo da due zingari.
Un gravissimo fatto di cronaca che ha scatenato ieri sera un violento corteo di cinquecento persone che ha sfociato la sua rabbia contro un campo costituito da una cinquantina di nomadi Rom il quale è stato incendiato distruggendo così le loro baracche e le loro roulotte.
Una rabbia che per poco non si è trasformata in un linciaggio.
Peccato che la fanciulla si fosse inventato tutto: non era stata violentata avendo avuto soltanto un rapporto sessuale con il suo ragazzo.
Il quotidiano la Stampa di ieri così commentava con questo titolo la notizia: “Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella”. Come giustamente oggi ammette lo stesso giornale è un titolo razzista che non lasciava dubbi: due Rom non due uomini, ma due zingari.
Oggi questo giornale porge le sue scuse che sicuramente sono sincere. Ma questo titolo e cosa più importante questo corteo fanno emergere, se vi era qualche dubbio, il razzismo che sta corrodendo la società italiana e che sarebbe uno sbaglio da parte nostra sottovalutare.
Questo razzismo che si è scatenato contro i Rom è grave anche perché si è manifestato contro un popolo da sempre discriminato (ricordiamo l'Olocausto di circa 200/500.000 Rom), perfino nei loro paesi d'origine.
Per decenni ci siamo giustificati affermando che gli italiani non sono razzisti. Noi, si affermava, non siamo come altri popoli europei siamo “gli italiani brava gente”.
Purtroppo questo non è vero solo che non abbiamo il coraggio di confessarlo neanche a noi stessi.

“Noi non siamo razzisti, ma non ci sono case neanche per gli italiani.”
“Noi non siamo razzisti, ma non c'è lavoro neanche per gli italiani.”
“Noi non siano razzisti, ma …”

Un innegabile razzismo invece quello dei nostri concittadini che si caratterizza anche per una profonda ipocrisia. Francamente sarebbe preferibile atteggiamenti dichiaratamente xenofobi tipo Ku Klux Klan poiché questi si possono più facilmente combattere. L'ipocrisia invece è un avversario molto più temibile.
La realtà è che la nostra società è una società impregnata di un profondo razzismo e che si caratterizza per negare i diritti civili agli immigrati che vivono e lavorano in Italia.
Una società che non concede la cittadinanza neanche ai bambini che nascono e studiano nel nostro paese dovrebbe profondamente vergognarsi oltretutto siamo l'unico paese occidentale che non concede questo elementare diritto civile. E senza una legge democratica sulla cittadinanza che favorisca il pieno inserimento delle varie comunità continueranno le profonde disuguaglianze che si vedono ogni giorno.
Per questo oggi impegnarsi nella battaglia per ottenere una legge sulla cittadinanza molto meno restrittiva come l'attuale è un elemento fondamentale per potere contrastare il cancro del razzismo nel nostro paese.
Soltanto quando i figli degli immigrati avranno la cittadinanza e quindi gli stessi diritti dei nostri figli si potrà parlare veramente di uguaglianza per questo è importante la partecipazione alla Manifestazione indetta dal Comitato Immigrati di domenica 18 dicembre a Piazza SS. Apostoli alle ore 11.
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APPELLO PER IL DIRITTO DI CITTADINANZA PER CHI NASCE O CRESCE IN ITALIA

«Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità. I bambini hanno questa aspirazione».

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano


Nasci in un posto, oppure i tuoi genitori ti portano con loro in questo posto quando sei ancora molto piccolo. Cresci in questo posto… vai all’asilo e poi a scuola in questo posto… hai tutti i tuoi amici in questo posto. Di questo posto parli la lingua e anche il dialetto, tifi la squadra di calcio, guardi i programmi televisivi. Questo posto è casa tua e tu non sapresti pensarti da nessun altra parte. Ma, soprattutto, a te sembra logico che sia così. Semplicemente. Purtroppo però, per il tuo Stato non è così logico e neppure così semplice... per il tuo Stato, tu, “figlio di stranieri”, puoi diventare di questo posto solo se lo diventano prima i tuoi genitori (e per loro ci vogliono 10 anni di residenza legale), oppure puoi aspettare di compiere 18 anni e farne richiesta come maggiorenne, a patto di dimostrare di avervi risieduto stabilmente e ininterrottamente fino al giorno del tuo diciottesimo compleanno… vacanze estive dai nonni e viaggi- studio permettendo.
Ecco... questo “posto” è l’Italia, e questa follia è l’attuale legge sulla cittadinanza basata sullo “ius sanguinis”, il “diritto del sangue”. Una legge assurda, per cui ha più diritti il figlio del figlio del figlio di un emigrato italiano che abita e studia in Australia piuttosto che un bambino - “suo malgrado” nato da genitori stranieri - che vive e va a scuola qui.
Oggi i nati in Italia ancora giuridicamente stranieri superano il mezzo milione, e altrettanti sono quelli arrivati qui da piccoli. Ignorarli ancora non è possibile e neppure costituzionale, se è vero che la nostra Costituzione stabilisce che: «La Repubblica […] protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù» (Art. 31), una tutela che, almeno finora, per i figli degli immigrati è rimasta solo sulla carta. Per questo è giusto chiedere:

CITTADINANZA SUBITO
PER CHI E' NATO O CRESCIUTO IN ITALIA!

Perché senza equità sociale non c’è diritto né giustizia per nessuno.

Per questo il Parlamento - come auspicato dal Presidente Napolitano - deve rimettere mano con urgenza alla Legge 91/92 sulla cittadinanza.

Per questo ogni cittadino italiano o immigrati che abbia a cuore il futuro del Paese deve chiedere con forza ai propri rappresentanti politici di sanare questa inaccettabile ingiustizia, e di farlo adesso.

Seguono le firme a presentare in Parlamento.

Adesioni email: 18dic.romacittadinanza@gmail.com                      ciiinlotta@gmail.com


18 DICEMBRE 2011 ROMA!!! PIAZZA SS APOSTOLI. ORE 12:00
BAMBINI E RAGAZZI
RINGRAZIANO IL PRESIDENTE GIORGIO NAPOLITANO.


COMITATO IMMIGRATI IN ITALIA - via Attilio Hortis, 38 - 00177 Roma - http://www.comitatoimmigrati.com/

tel. 0689874881

giovedì 8 dicembre 2011

"SALVA ITALIA"? SALVABANCHE di Leonardo Mazzei


"SALVA ITALIA"? SALVABANCHE
di Leonardo Mazzei


L'omino della Trilateral lo ha implorato: lo si deve chiamare «Salva Italia». Ma il suo decreto passerà alla storia più prosaicamente come «Salvabanche». Per uno che è stato messo lì proprio per questo non è poi così disdicevole. Che poi le salvi veramente è tutto da vedere, diciamo che si sta impegnando.
Tuttavia è questa la sostanza che va afferrata. Il decreto della domenica sera non salverà né l'Italia, né l'euro, tanto meno le condizioni di vita degli italiani. Di certo non quelle del popolo lavoratore. Cercherà invece di dissetare i vampiri della City e di Wall Street, i sadici banchieri di Francoforte, i quasi coniugi Merkozy. E darà un po' di respiro, non sappiamo per quanto, alle grandi banche del Belpaese, più o meno tutte con l'acqua alla gola, a partire da quella Banca Intesa che ha «prestato» al governo il signor Passera e la signora Fornero. A proposito del famoso conflitto d'interessi tanto evocato, ma oggi dimenticato, dagli antiberlusconiani alla Scalfari...

Da domenica sera anche i più duri di comprendonio dovrebbero avere inteso alcune cosette. Primo, che il governo Monti è il governo più classista ed antipopolare della storia repubblicana. Secondo, che la sbandierata «equità» altro non era che una scadente mercanzia propagandistica ad uso dei gonzi. Terzo, che il massacro sociale iniziato con le manovre d'estate ha compiuto un decisivo salto di qualità. Quarto, che il disastro che si dice di voler evitare è in realtà già iniziato.

La luna di miele del commissario Monti volge già al termine. Le sue carte sono ormai scoperte, ma questo non vuol dire che la stagione degli inganni sia finita. Anzi, il dibattito parlamentare alle porte ce ne offrirà un campionario vasto quanto non appassionante. «Noi siamo per correggerla un pochino», questa la frase più ardita del noto smacchiatore di leopardi di Piacenza. Un vero monumento alla specchiata qualità del politicantume attualmente in commercio.
Mentre Monti salvava le banche - pardon, l'Italia - la signora «equità», al secolo Elsa Fornero, piangeva sul blocco, da lei stessa appena approvato, all'adeguamento delle pensioni all'inflazione, aggiudicandosi in tal modo l'edizione 2011 del Coccodrillo d'oro. Non risulta peraltro, dalle attente cronache giornalistiche, che la suddetta signora abbia avuto qualcosa da obiettare sulla cancellazione del modesto incremento alla aliquota Irpef della fascia più ricca, una misura data per certa fino alla domenica pomeriggio...
Ma veniamo alla sostanza del decreto. Secondo le cifre ufficiali si tratterebbe di un intervento da 30 miliardi, 20 dei quali destinati alla riduzione del deficit statale, 10 a non meglio precisate misure per la mitica «crescita». Molte sono le misure odiose e classiste, dall'aumento dell'IVA di ben due punti e mezzo, alla reintroduzione dell'Ici sulla prima casa, al taglio agli Enti locali che si riverserà inevitabilmente su sanità e trasporti. Ma il vero simbolo del massacro sociale compiuto è quello contenuto nel capitolo pensioni.

 Avevamo scritto *  - passando per esagerati, secondo alcuni - che la ministra Fornero sognava una sorta di Soluzione finale per le pensioni dei lavoratori italiani. Ci chiedevamo piuttosto in quale misura il governo avrebbe accolto quel sogno. Ora lo sappiamo: in maniera pressoché integrale. Passaggio per tutti al contributivo, eliminazione delle pensioni di anzianità, superamento di gran carriera della soglia dei 40 anni, soglia minima per la pensione di vecchiaia a 66 anni (per gli uomini dal 2012, per le donne dal 2018), blocco delle rivalutazioni delle pensioni in essere sopra i 935 euro mensili. E chi più ne ha più ne metta.
Non si tratta della solita controriforma, quanto piuttosto della mazzata finale alla pensione come momento di diritto sacrosanto all'ozio o, se si preferisce, al riposo. Il meccanismo di indicizzazione alla longevità, insieme a quello dei disincentivi spinge ormai verso la soglia dei 70 anni. Uno scenario da incubo, inimmaginabile anche solo qualche mese fa.
Uno scenario che ora ha preso forma grazie al «governo dei professori», insediato dal golpista Napolitano, il noto «My favourite communist» di Henry Kissinger, fondatore di quella Trilateral che aveva come presidente europeo, fino al fatidico 13 novembre scorso, proprio l'ineffabile Mario Monti. E dite voi se non siamo alla quadratura del cerchio...

Ma torniamo per un attimo alle pensioni, perché sicuramente qualcuno ci accuserà di nuovo di esagerare. Purtroppo non è così. La controriforma Dini aveva diviso i lavoratori italiani in due fasce: i giovani, ai quali si imponeva il più svantaggioso sistema contributivo, ma assicurandogli che lo avrebbero vantaggiosamente integrato con la previdenza complementare; i meno giovani, ai quali si sottraevano di colpo 5 anni di pensione, ma con la promessa di mantenere il più conveniente sistema retributivo.

Mentre le garanzie per i più giovani si sono volatilizzate da tempo - a proposito, è piuttosto illuminante che alcuni Fondi pensione integrativi abbiano sospeso nelle ultime settimane le periodiche comunicazioni sul loro andamento, evidentemente falcidiato dalla debacle dei mercati finanziari - con la Soluzione finale della professoressa Fornero anche i «meno giovani» del 1995 sono ormai sistemati.

Chi sperava di andare in pensione dopo 40 anni di lavoro (pensate un po' che privilegiati!), aveva già visto spostarsi la lancetta di un anno con la truffa delle «finestre». Ora l'asticella è salita a 42 anni (per le donne 41), ai quali si deve aggiungere un mese all'anno a partire dal 2012. Ma non basta, anche queste soglie sono soggette alla revisione periodica in base all'aspettativa di vita. La conseguenza pratica, giusto per fare un esempio, è che un lavoratore oggi quarantasettenne maturerà il diritto alla pensione (definita, pensate un po', «anticipata») con circa 45 anni di contributi. Alla faccia dell'anticipo! E poi, con quale pensione? Una pensione decurtata dal contributivo ed ulteriormente tagliata dai meccanismi disincentivanti (un 2% annuo per gli anni mancanti alla soglia di vecchiaia).
Il combinato disposto di questi meccanismi è appunto la fine della pensione, intesa come periodo della vita da dedicare al riposo, all'ozio, alla famiglia, a quel che ognuno vuole, avendo un minimo di sicurezza economica. La Soluzione finale del governo Monti cancella sia il tempo della pensione, sempre più lontano, sempre più incerto, sia la sicurezza del suo importo. Una fine che segna anche simbolicamente la morte del cosiddetto Welfare State, giusto a proposito di simboli dell'Europa (e delle conquiste del movimento operaio europeo) che se ne vanno nel tritacarne del capitalismo casinò e della follia della moneta unica.

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Ora molti si chiedono se questo massacro servirà a salvare l'euro. La risposta è no, non servirà. Il vertice europeo di giovedì sembra incanalato sulla solita strada: molto fumo, nessun arrosto. L'attivismo del duo Merkel-Sarkozy non sta a significare lo sforzo di salvare la moneta unica, quanto piuttosto la volontà di salvaguardare, nello sfascio alle porte, i rispettivi interessi nazionali. Interessi da imporre, grazie a questo duopolio, agli altri paesi, tra i quali ovviamente l'italietta appena messa nelle mani del liquidatore fallimentare Mario Monti.

Se ancora le classi dirigenti europee credessero veramente alla possibilità di evitare il naufragio dell'euro, ben altre misure si sarebbero imposte. Nella UE si sarebbe accelerato sulla riscrittura dei trattati, mentre invece sono stati accantonati anche i ben più modesti eurobond, facendo della Bce una vera banca centrale in grado di far fronte alle turbolenze dei mercati finanziari; in Italia - in questo momento l'epicentro della crisi - si sarebbe messa mano ad una mega-patrimoniale di cui invece non c'è neppure l'ombra.

Difficile credere che i decisori di cui sopra credano davvero a quel che giurano di credere. Ma allora, ci si chiederà, perché insistono sulla strada dei sacrifici, che qualcuno continua a chiamare con un insopportabile eufemismo «austerità»? Semplice, per due motivi. Il primo è che vogliono garantire con ogni mezzo - fosse pure l'affamamento di interi popoli - gli strozzini che hanno in mano i titoli del debito statale. Il secondo, ovviamente collegato al primo, è che mentre sono disposti a sacrificare la vita di milioni di persone, non intendono sacrificare nessuna banca.
Mentre parlano di «crescita», sanno benissimo di stare conducendo l'eurozona, e l'Italia in particolare, in una recessione paurosa di cui già si vedono i primi sintomi. Disoccupazione, chiusura di attività produttive, impoverimento generale sono la prospettiva dei prossimi anni. Ed a proposito di disoccupazione, ma davvero non si trova proprio nessun economista sfaccendato che ne calcoli all'ingrosso l'aumento generato dal mancato turn over prodotto dal blocco dell'accesso alla pensione?

Sanno benissimo quel che stanno facendo, ma non possono fare altro, dato che quella è la loro mission. Se parliamo di decreto salvabanche non è però solo per queste considerazioni. E' anche perché il decreto contiene un preciso capitolo sulle garanzie che lo Stato darà al debito bancario. In pratica lo Stato si farà garante delle emissioni obbligazionarie delle banche italiane, secondo un indirizzo europeo che sembrava però dovesse realizzarsi con «uno schema mutualistico all'interno della UE», per dirla con le parole del Sole 24 Ore. Ma anche in questo caso, come per gli eurobond, come per il fondo EFSF, la mitica «solidarietà» europea si è rivelata assai poco solidale...

Perché queste garanzie siano così impellenti è presto detto. Su scala globale il 2012 sarà l'Annus Horribilis della finanza mondiale. Ben 12mila miliardi di euro di titoli del debito (statale, bancario, e aziendale in genere) andranno in scadenza. Circa il 70% in più del 2011, anno in cui le difficoltà del rifinanziamento sono già emerse in tutta evidenza. In testa alla graduatoria dei cacciatori di capitali (preferibilmente a buon prezzo) gli Stati Uniti e il Giappone, mentre in Europa l'Italia farà la parte del leone.

Ma non ci sono solo i debiti statali. Ci sono anche quelli privati. E qui sono le banche ad essere affamate. Si pensi al caso già citato di Banca Intesa, il cui ex ad dice di aver sacrificato il suo mega-stipendio per salvare il paese, entrando a far parte del governo Monti. Nel 2012 Banca Intesa avrà in scadenza titoli per ben 24 miliardi: chi glieli riacquisterà? Ed, eventualmente, a quale prezzo? Domande da incubo, alle quali il prode gladiatore della Trilateral, ovviamente con il disinteressato apporto del «tecnico» Passera (che, detto tra parentesi, qualcuno vorrebbe come futuro candidato premier del centrosinistra) ha risposto con il decreto di domenica sera. E a questo punto si sarà capito per quale motivo va rinominato come decreto salvabanche.

Ieri, lunedì, la Borsa di Milano ha fatto segnare un +2,9%, ovviamente tra gli osanna dei repubblichini di Repubblica, che hanno visto in questo (peraltro modestissimo) dato la riprova della bontà della Montinomics. Se i repubblichini - che definiamo tali, tanto per il contributo instancabile che hanno assicurato alla Seconda Repubblica bipolare e maggioritaria (appunto una repubblichetta nelle mani di lorsignori), quanto per il loro appoggio incondizionato alle pretese della Germania - avessero guardato gli indici delle singole società quotate avrebbero visto che la crescita è tutta da attribuirsi al traino dei titoli bancari, così beneficiati dal decreto domenicale.

Lo Stato sarebbe davvero in grado di garantire i debiti nel caso del crac di una grossa banca nazionale? Ne dubitiamo, ma qualora avvenisse, altro non sarebbe che una gigantesca trasformazione di un debito privato in un debito pubblico, da scaricare nuovamente sul popolo lavoratore di questo disgraziato Paese. E con questo chiudiamo, sperando che si sia capito che quando si parla di «governo unico delle banche» si opera sì una semplificazione, visto che le banche altro non sono che il luogo centrale della forma che il capitalismo reale ha assunto nel suo sviluppo plurisecolare, ma si tratta di una semplificazione che tratteggia assai bene la sostanza di quel che sta avvenendo. Non un semplice slogan, dunque, ma una fotografia assai attendibile della realtà.


6 Dicembre 2011
 
dal sito http://www.antimperialista.it/

* http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1823:elsa-fornero-limbrogliona-signora-lequitar&catid=13:italia-cat&Itemid=166
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