LO STATO ISLAMICO IN IRAQ E NEL LEVANTE SORTO SULLE SPERANZE INFRANTE DELLE PRIMAVERE ARABE
di Adam Hanieh*
Dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, gran parte della sinistra ha collegato l’ascesa dello Stato islamico [IS] in Iraq e nel Levante all’approfondirsi della violenza imperialista in Medio Oriente. La guerra e l’imperialismo da un lato, e il crescente impatto del terrorismo jihadista dall’altro, vengono descritti come stretti in una morsa di violenza e di distruzione che li rafforza reciprocamente. «La barbarie imperialista e quella islamista si alimentano reciprocamente», scriveva il Nuovo Partito Anticapitalista francese poco dopo gli attentati di Parigi. Per infrangere questa micidiale morsa nichilista, occorre opporsi all’intervento straniero, porre fine alla violenza imperialista e fermare il saccheggio delle ricchezze nei paesi medio-orientali, in Africa e altrove.
La logica di fondo di questo argomento ha senza dubbio una solidità. Tuttavia, in fatto di valore esplicativo, un tipo di analisi del genere non va molto in là. Soffre di una generalizzazione e un’astrazione eccessive – non ci dice molto sulla specificità di questo particolare momento e sulla natura dell’IS come movimento. Stabilendo una sorta di automaticità o di specchio naturale che riflette l’IS e l’imperialismo, ci possono sfuggire l’importanza del contesto e la storia che ha dato forma alla straordinariamente rapida crescita di questa organizzazione
Perché la risposta all’aggressione occidentale e alle situazione catastrofica in Siria, in Africa e altrove nel complesso dell’area assume questa particolare forma ideologica e politica? Che cos’è che spiega il sostegno che l’IS trova sul posto, nel mondo arabo e in Europa? E come mai in questo modo?
La genesi vera dell’ascesa dell’IS va ricercata nella traiettoria delle sollevazioni arabe che sono esplose nel 2011 e 2012. Queste esprimevano un’enorme speranza, che bisognava continuare a sostenere. Hanno subito la repressione e il cambiamento repentino, senza riuscire a procedere in nessuna direzione di fondo. È in questa breccia che sono sorti i gruppi islamisti, essendo il loro rafforzamento strettamente calibrato sul rifluire delle rivolte e delle aspirazioni popolari alla democrazia che queste incarnavano. Non era affatto inevitabile. Ma le difficoltà che le rivoluzioni hanno dovuto affrontare hanno creato un vuoto, che qualcos’altro doveva colmare.
La visione del mondo dell’IS è l’espressione ideologica di questa nuova realtà. Per essere chiari, l’ascesa dell’IS non si può semplicemente spiegare come il risultato dell’ideologia o della religione, come sembrano credere tanti commentatori occidentali. Sono radici sociali e politiche molto concrete quelle che spiegano la crescita dell’organizzazione.
Tuttavia, prendere sul serio l’espressione ideologica ci aiuta a capire come i diversi fattori che si incrociano, la propagazione distruttiva del confessionalismo, la devastante repressione in Siria e in Iraq, nonché gli interessi in Medio Oriente delle varie potenze regionali e internazionali, abbiano tutti contribuito attivamente alla crescita dell’IS.
È la dialettica del riflusso: la crescita dell’IS ha simultaneamente rafforzato e alimentato l’incapacità di realizzare le aspirazioni del 2011, mentre la regione si impantanava in tutta una serie di crisi che si approfondivano. Il quadro ideologico di queste crisi proposto dell’IS è chiaramente erroneo, ma è nondimeno quello che ad alcuni sembra in consonanza con l’esperienza direttamente vissuta, la base di fondo per loro di una visione del mondo che dà un senso al caos e alla distruzione. Sono questi gli aspetti del processo che, rafforzandosi reciprocamente, rendono così pericolosa la situazione attuale.