Diari di Cineclub

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martedì 31 maggio 2016

INTERVISTA A NORBERTO FRAGIACOMO CANDIDATO AL CONSIGLIO COMUNALE DI TRIESTE




INTERVISTA A NORBERTO FRAGIACOMO
CANDIDATO AL CONSIGLIO COMUNALE DI TRIESTE


Puoi spiegare sinteticamente la situazione della sinistra triestina e perché si è giunti alla formazione di due liste di sinistra (Trieste in comune-Sinistra unita e Trieste a Sinistra), considerando anche il fatto che SEL appoggia la lista del sindaco uscente Roberto Cosolini.




     Il lodevole tentativo di assemblare una “Sinistra Unita” a Trieste, radicalmente alternativa al PD e capace di mettere in campo un candidato sindaco comune, è fallito per una concomitanza di ragioni, che di politico (in senso alto) hanno abbastanza poco.
     Il “tavolo”, convocato stavolta per tempo, ospitava varie forze: PRC e PCd’I, il consigliere comunale Marino Sossi con i transfughi di SeL, il gruppo del deputato ex 5Stelle Aris Prodani, una parte della Lista Tsipras (portavoce Marino Calcinari, proveniente dal PRC), i civatiani e il PSI.
     La prima componente a sfilarsi è stata il PSI, lamentando il rifiuto da parte dei “commensali” di prendere in considerazione la proposta, avanzata dal segretario Gianfranco Orel, di sostenere il progetto di una provincia autonoma della Venezia Giulia (per cui il partito stava raccogliendo firme in vista di un referendum): la rottura è arrivata via mail – ero presente in sala.
Tra le altre componenti il dialogo è proseguito, e pareva ben avviato: gli ostacoli – più di natura “organizzativa” che politica – sembravano superabili, anche grazie alle insospettate doti diplomatiche rivelate dal padrone di casa, il segretario del PRC Peter Behrens (le riunioni si svolgevano preso la sede di Rifondazione e PCd’I, in via Tarabochia). Preciso di aver assistito ad un unico incontro (mi pare fosse fine febbraio o inizio marzo), dal quale sono uscito moderatamente ottimista e un po’ annoiato.

FRANCIA: SOFFIANO VENTI SEMPRE PIU' FORTI IL MARE E' AGITATO di Léon Cremieux






FRANCIA: 
SOFFIANO VENTI SEMPRE PIU' FORTI IL MARE E' AGITATO
di Léon Cremieux



Sin dai primi di marzo la Francia è entrata in una nuova situazione. Quella precedente era ingessata dalla polarizzazione politica esercitata dal Front national e dal parallelo instaurarsi di un clima d’emergenza in seguito agli attentati del gennaio e novembre 2015.

Né la polarizzazione né il clima d’emergenza sono scomparsi: bisognerebbe essere molto ingenui per credere che tutto ciò sia stato cancellato dall’attuale movimento. Ma il fatto politico centrale delle ultime settimane è che, nonostante appunto questi due elementi che incidono pesantemente nella vita politica e sociale, s’è sviluppata una multiforme mobilitazione che regge già il paragone con le più grandi mobilitazioni dei lavoratori e dei giovani degli ultimi 15 anni: quelle del 2003, del 2006 e del 2010.

Già da prima di marzo era possibile cogliere i primi sintomi d’uno scontro sociale. Innanzi tutto a causa della fortissima corrente di simpatia suscitata dalla mobilitazione dei salariati d’Air France, con l’episodio “della camicia”, nell’ottobre 2015 [1]. Nello stesso periodo, soprattutto in imprese piccole e medie, scioperi e interruzioni del lavoro avevano ripreso a manifestarsi con vigore, in particolare in occasione delle trattative annuali obbligatorie. Egualmente importanti erano state le mobilitazioni sul clima, in occasione della COP21, anche se poi gli attentati di novembre e l’instaurazione dello stato d’emergenza avevano permesso al governo di smorzare lo slancio delle manifestazioni di piazza. Infine, le grandi manifestazioni contro l’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes [2] e la costituzione di reti d’appoggio per i migranti avevano coinvolto decine di migliaia di giovani, di militanti attivi e coordinati dalle associazioni e dalle reti sociali.

La prima lezione che si poteva ricavare da queste mobilitazioni era che la gestione degli interessi capitalistici da parte della socialdemocrazia, la debolezza di qualsiasi forma d’opposizione politica a sinistra del Parti socialiste e la letargia delle direzioni sindacali non erano affatto sinonimi di una analoga letargia dell’insieme del corpo sociale, a partire da gran parte dei salariati e dei giovani, duramente colpiti dalla disoccupazione e dell’austerità. Al contrario, la situazione rifletteva già la distanza nei confronti dei partiti istituzionali, che, completamente discreditati, condividevano il bilancio delle politiche governative dell’ultimo ventennio. È questo discredito che, in assenza di lotte sociali, ha favorito negli ultimi anni la costante crescita dell’astensionismo e del voto per il Front national nei settori popolari.

Sul terreno sociale, fin dall’inizio del quinquennio presidenziale di Hollande molte richieste del Medef [la Confindustria francese] relative alla legislazione del lavoro sono state accolte, con le leggi Macron e Rebsamen, proseguendo così l’opera di erosione dei diritti iniziata, in particolare, con la legge Fillon del 2008. L’adozione da parte dei governi socialisti dell’ortodossia padronale sul «costo del lavoro» è stato il preludio all’adozione dell’Accordo nazionale interprofessionale (ANI), che introduceva gli accordi di competitività: altrettanti passi avanti per portare la Francia al livello degli altri Paesi europei in fatto di rimessa in discussione dei diritti sociali.

La legge El Khomri, un detonatore sociale

È così che la legge El Khomri, il cui cuore è costituito dal ribaltamento della gerarchia delle norme [3] s’è trasformata in un detonatore sociale. Evidentemente a causa del suo contenuto, che cancella il “principio di favore”, e che, pur essendo portatore di molti altri attacchi, in questo contesto è diventato un vero catalizzatore.

Non è questo il luogo di indicare prospettive immediate e di fare un bilancio (è ancora troppo presto) di questo movimento, che può certo sfociare in uno scontro di più ampia portata e in una crisi politica, ma può anche sgonfiarsi di fronte ai numerosi ostacoli che si trova di fronte.

Ciò nonostante, diverse sue caratteristiche possono essere rimarcate sin da ora:

domenica 29 maggio 2016

LA RICCHEZZA CHE I MIGRANTI OFFRONO ALLA VECCHIA EUROPA di Guido Viale







LA RICCHEZZA CHE I MIGRANTI OFFRONO ALLA VECCHIA EUROPA
di Guido Viale



Immigrazione: L’Europa comincia a capire che non si tratta di emergenza ma di una questione destinata a durare nei decenni a venire




La questione dei profughi è salita di livello, sbarcando in Giappone, al tavolo del G7, come questione centrale per il futuro del pianeta. Non poteva andare diversamente. 
L'Austria ha mostrato una popolazione spaccata esattamente a metà tra chi vuole respingerli e chi accoglierli: una divisione che taglia verticalmente partiti, culture, religioni, classi sociali e divide tra loro gli Stati in tutta l'Europa. Ma una fotografia di umori presenti in tutti i paesi europei. 
All'altro capo dell'Atlantico, Donald Trump ha fatto del respingimento dei migranti presenti e futuri il cavallo di battaglia della sua irresistibile ascesa. La democrazia, il progetto o l'esercizio di un autogoverno dei popoli, sono stati dissolti e risucchiati dalla concentrazione dei poteri nelle mani dell'alta finanza, e questo ha spalancato le porte della politica, ridotta a mera rappresentazione, alla sollecitazione degli umori più viscerali. La paura e lo schifo per il diverso, e il senso di superiorità che ciascuno a suo modo ne può ricavare, sono la compensazione che il potere riserva ai suoi sudditi, a fronte delle frustrazioni che infligge loro.

sabato 28 maggio 2016

IL GRANDE CIELO di Stefano Santarelli




IL GRANDE CIELO
di Stefano Santarelli



“Il Mandam proseguiva, l'ampiezza del fiume diminuiva e la terra si ergeva in forme difficile a credersi, come castelli e rovine che agli anziani ricordavano quelle viste in Francia, come fortezze e bastioni, come forme che un uomo avrebbe visto solo in caso di febbre o follia. 
Giallo, rosso, bianco lungo le rive, e bagliori come di sole riflesso da un specchio e, al di sopra e al di là, la prateria, le cosiddette grandi pianure che si stendevano, ormai gialle e secche, tanto che anche un solo lupo, passando si lasciava dietro una lenta scia di terriccio. 
Un grezzo, vasto territorio solitario, troppo grande, troppo vuoto. Ti faceva sentire come se la mente fosse piccola e il cuore stretto e lo stomaco contratto, quella terra che si apriva così selvaggia e persa sotto un cielo tanto grande da farti venire paura del paradiso.”





Il grande cielo di Alfred Bertram Guthrie, Jr. (1901–1991) costituisce non solo il più grande romanzo western che sia mai stato scritto, superiore anche al malinconico e struggente Shane (Il cavaliere della valle solitaria) di cui lo stesso Guthrie scrisse la sceneggiatura per l'omonimo film interpretato da Alan Ladd e da cui ottenne una più che meritata nomination al Premio Oscar, ma è indiscutibilmente uno dei massimi capolavori della letteratura americana.

Questo romanzo pubblicato nel 1947 e che praticamente è l'opera prima di Guthrie segna l'inizio di una saga composta da ben sei romanzi (The big sky, The way west,, These thousand hills, Arfive, The last valley, e Fair land) e riscosse immediatamente un successo strepitoso tanto da candidarsi al Premio Pulitzer, premio che Guthrie ottenne con il suo secondo romanzo: Il sentiero del west (The way west).

Il grande cielo si svolge tra il 1830 e il 1843 e narra la storia di un diciasettenne, Boone Caudill, che fugge da casa dopo aver tentato di uccidere il padre durante una lite intraprendendo un leggendario viaggio che dal Kentucky lo porterà al Missouri e poi all'Oregon. In questo viaggio incontra Jim Deakins (nella versione cinematografica interpretato da Kirk Douglas) che lo convincerà ad andare nel Missouri con dei cacciatori francesi di pellicce. Storicamente i trappers sono stati i primi bianchi ad esplorare un territorio a loro totalmente sconosciuto commerciando con le varie tribù indiane sposandone molte volte le loro squaw. E' sarà questo il destino riservato allo stesso Boone Caudille il quale però è veramente innamorato della sua squaw Teal Eye (Occhio d'anitra), ma la sua insana ed immotivata gelosia lo porterà ad uccidere proprio il suo migliore amico, Jim Deakins, e ad abbandonare la moglie ed il figlio.

mercoledì 18 maggio 2016

CASO PIZZAROTTI: AMICI DEL M5S, SIETE SICURI CHE ...? di Aldo Giannuli





CASO PIZZAROTTI: 
AMICI DEL M5S, SIETE SICURI CHE ...?
di Aldo Giannuli



Come era prevedibile, l’avviso di garanzia a Nogarin ha innescato un terremoto soprattutto nel mondo dei social, che è la bussola con cui il M5s si confronta. Si trattava di quello che io chiamo “effetto Savonarola”.

Se un noto gangster svaligia una banca, la cosa fa notizia ma, non si scandalizza nessuno (in fondo, i gangster fanno proprio quello), ma se ad appropriarsi indebitamente di un decino, anche solo per fare l’elemosina, è Gerolamo Savonarola che dal pulpito tuona ogni domenica contro il malcostume e le rapine, la cosa fa molto più rumore e tutti sono sbalorditi.

Temo che il vertice del M5s (chissà se mi perdoneranno di aver usato la parola “vertice” ma non sapevo come altro dire) si sia fatto prendere la mano dal panico, sopravvalutando grandemente l’effetto Savonarola, che può essere anche molto vistoso, ma in genere ha breve durata. Poi c’è stata la solidarietà di Grillo a Nogarin che ha fatto gridare ancora di più allo scandalo gli uomini della rete (“Ma allora siamo proprio come tutti gli altri!”); e su questo hanno soffiato quelle verginelle del Pd. Magari qui sarei stato più cauto, assumendo la posizione ufficiale “Attendiamo di vedere cosa c’è nelle carte”, il che non avrebbe escluso una solidarietà privata comprensibilissima.

martedì 17 maggio 2016

IMPERIALISMO E LIBIA. SI CONTINUA A GIOCARE CON LA GUERRA di Antonio Moscato




IMPERIALISMO E LIBIA.
SI CONTINUA A GIOCARE CON LA GUERRA
di Antonio Moscato



Guai ad abbassare la guardia, prendendo sul serio le dichiarazioni di Renzi che rettificano quelle meno accorte di Roberta Pinotti. In una nuova “guerra di Libia” ci si può finire anche senza averla programmata, semplicemente per l’irresponsabilità dei vari servizi segreti in concorrenza tra loro come riflesso delle molte guerricciole dei vertici militari per accaparrarsi il bottino delle commesse.

Può essere che la Pinotti esca presto di scena, non solo perché troppo coinvolta nei meschini conflitti tra generali, ma anche per varie leggerezze che la accostano come stile all’ammiraglio De Giorgi (quello dello champagne sempre pronto per lui in ogni porto), come i Rolex ed altri regali che avrebbe ricevuto dal Kuwait dopo la commessa da 8 miliardi per 28 caccia Eurofighter. [Sulla guerra nelle forze armate e le disavventure della imprudente ministro, si veda qui il servizio di Lettera43.it.]

Ma anche se la Pinotti venisse sostituita da qualcuno meno coinvolto nell’attività di piazzista per conto della lobby militare-industriale, l’Italia potrebbe trovarsi presto in qualche grosso guaio, a causa degli impegni già presi per inventare un governo amico a Tripoli, e grazie a una presenza militare in zona già iniziata da tempo, anche se malamente mimetizzata dietro il pretesto “umanitario” della lotta agli scafisti.

Proprio mentre Renzi assicura di aver resistito “alle pressioni per andare in Libia”, scegliendo “una strada diversa”, l’informatissimo Francesco Grignetti su “La Stampa” fornisce i particolari di una “missione” che da oltre un anno quattro sommergibili (di costruzione italo tedesca e dal modico costo di un miliardo di euro l’uno), svolgono “davanti alle coste libiche”, allo scopo dichiarato di “controllare le comunicazioni” tra i molti protagonisti della guerra civile strisciante in corso. Sia pure con i toni di un bollettino di guerra rilanciato enfaticamente da un giornalista embedded, Grignetti fornisce comunque alcune informazioni interessanti. Prima di tutto si lascia scappare che “per spiare le comunicazioni nemiche” i quattro sommergibili possono arrivare anche “sotto costa”, con tutte le più moderne attrezzature elettroniche ma anche con il “tradizionale carico di siluri”. E anche che sono parte integrante della “missione Mare sicuro, affidata dal governo alla Marina, che da tredici mesi vede 900 marinai pattugliare il Mediterraneo centrale”. Il suo scopo era quello di “tutelare gli interessi nazionali nell’area”. Come? Attraverso la “protezione dei mezzi nazionali impegnati in attività di soccorso” ma anche la “sorveglianza /protezione delle piattaforme petrolifere in concessione/operate da ENI”, ed altri compiti come la deterrenza a organizzazioni criminali, e anche “l’attuazione di misure che impediscano il reimpiego dei natanti utilizzati per attività illecite”, ecc. [Vedi qui in proposito il sito della Marina militare].

mercoledì 20 aprile 2016

ANCHE RENZI VUOLE LA SUA TURCHIA di Giudo Viale




ANCHE RENZI VUOLE LA SUA TURCHIA
di Giudo Viale


Fin d’ora il degradante accordo con la Turchia sullo scambio di profughi rende evidente la nera notte in cui l’Unione europea ci sta trascinando. E’ un pugnale rigirato nelle ferite aperte di decine di migliaia di profughi che nel viaggio disperato verso l’Europa avevano intravisto l’unica possibilità di sopravvivere a guerra e fame; per garantirsi il più elementare dei diritti umani: quello alla vita. La risposta dell’Europa è chiara: per loro non c’è più posto a questo mondo; e affida ad altri (per ora) il compito di farli sparire.

E’ una risposta che viola tutte le convenzioni sottoscritte dopo la seconda guerra mondiale e la Shoah e rende evidente il cinismo di quei governanti che hanno versato lacrime di coccodrillo sopra la foto del piccolo Aylan “spiaggiato” sulle coste della Turchia, ma che da allora hanno lasciato morire non meno di 450 suoi coetanei, insieme a tanti altri adulti. Poi l’accordo di “rimpatrio” di decine di migliaia di persone senza più “patria” è una scelta di governi e politici senza cuore e cervello, lanciati all’inseguimento delle destre razziste che hanno ormai conquistato la scena in tutta l’Europa (e non solo). Una risposta che li mette sulla loro stessa lunghezza d’onda, sperando così di neutralizzarne l’avanzata, mentre non fa che rafforzarle dando loro ragione. Ma il risultato più vistoso è la legittimazione del feroce regime di Erdogan, che lo autorizza a continuare sulla sua strada: guerra ai curdi, dentro e fuori i confini del paese, repressione di ogni libertà, a partire da quella di informazione e, soprattutto, libertà di proseguire nel disinvolto sostegno all’Isis, o alle fazioni che ne prenderanno il posto se l’Isis dovrà ritirarsi; purché continuino a impedire qualsiasi riassetto pacifico in Medio oriente; con l’obiettivo di contenere le forze che ostacolano la politica egemonica della Turcha sulla regione. Così Erdogan ha cominciato a “rimpatriare” in Siria, consegnandoli all’Isis un primo “lotto” di quei profughi che erano riusciti a sfuggirgli.

venerdì 15 aprile 2016

INFERMIERI: LA SCHIAVITU' E' UN OBBLIGO DEONTOLOGICO di Ivan Cavicchi





INFERMIERI: LA SCHIAVITU' E' UN OBBLIGO DEONTOLOGICO
di Ivan Cavicchi


Sanità. L’articolo 49 della carta dell’Ipasvi (l’ordine degli infermieri) impone a tutti i lavoratori di «compensare» qualsiasi disservizio o disorganizzazione nell’assistenza sanitaria. Una norma che si presta a forme di sfruttamento davvero senza limiti



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Articolo 49
L’infermiere, nell’interesse primario degli assistiti, compensa le carenze e i disservizi che possono eccezionalmente verificarsi nella struttura in cui opera. Rifiuta la compensazione, documentandone le ragioni, quando sia abituale o ricorrente o comunque pregiudichi sistematicamente il suo mandato professionale.


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La notizia per i più non è una notizia ma per chi conosce la situazione degli oltre 400.000 infermieri italiani è un’autentica bomba . Si tratta di un atto politico di disobbedienza, un rifiuto eclatante fatto da un collegio di infermieri, l’Ipasvi di Pisa per sollecitare la politica e l’Ipasvi nazionale (Ipasvi, acronimo di Infermieri professionali, assistenti sanitari e vigilatrici di infanzia), a ritirare un articolo del codice deontologico che nei fatti ha legalizzato sinora una forma di schiavitù tanto assurda quanto inconcepibile.

Gli infermieri di Pisa (collegio Ipasvi) hanno deciso democraticamente di ricusare il loro attuale codice deontologico per «disapplicare» l’articolo 49 cioè una norma, difficile da credersi, che dà la possibilità alle aziende sanitarie a corto di risorse di sfruttare gli infermieri in ogni modo per sopperire a tutti i disservizi, le disorganizzazioni, le carenze dei propri sistemi sanitari.

L’art 49 è in realtà una trappola deregolatoria: da una parte stabilisce l’obbligo imperativo da parte degli infermieri di «compensare» tutte le forme di disservizio e di disorganizzazione, dall’altra prevede una possibilità del tutto teorica di rifiutare la compensazione nel caso in cui fosse pregiudicato il proprio mandato professionale.

IL FUNZIONARIO FIOM "LICENZIATO" CHE HA TOLTO IL SONNO A LANDINI di Antonio Sciotto




IL FUNZIONARIO FIOM "LICENZIATO" CHE HA TOLTO IL SONNO A LANDINI 
di Antonio Sciotto



Il caso. La segreteria ritira l'aspettativa di Sergio Bellavita e lo rimanda al suo posto di lavoro: «Ha rotto l’unità del nostro sindacato e lo ha denigrato». La replica: «Al Congresso tutti pluralisti e adesso stop al dissenso?». Il contrasto è nato e si è sviluppato nelle fabbriche della Fca



«Ho subìto un ricatto da parte di Landini, un ricatto politico. E poiché non mi sono piegato sono stato licenziato dalla Fiom». «Bellavita non rappresenta più l’unitarietà della Fiom, quindi in maniera libera e trasparente la segreteria ha considerato conclusa la sua aspettativa sindacale. Per rispetto a tanti lavoratori che hanno perso il posto non usi il termine “licenziamento”: tornerà al suo posto di lavoro, all’azienda da cui era in distacco». In queste due accuse reciproche la bufera che sta attraversando la Fiom.

Sergio Bellavita, funzionario nazionale dell’organizzazione dei metalmeccanici ed esponente dell’area di minoranza in Cgil Il sindacato è un’altra cosa è stato destituito dal suo ruolo (ma non dal Comitato centrale e dalla Direzione Fiom) a causa di un contrasto con la segreteria che la squadra di Maurizio Landini ha giudicato insanabile. Bellavita, che è anche (e resta) componente del Direttivo Cgil, è l’erede di Giorgio Cremaschi alla guida dell’area di minoranza: lo scontro è finito su tutti i giornali forse perché in qualche modo ricorda il conflitto che per diverso tempo ha visto contrapporsi lo stesso Landini a Susanna Camusso.

sabato 9 aprile 2016

CAMBIAMENTO CLIMATICO: UNA RIVOLUZIONE OBBLIGATA di Guido Viale


 



CAMBIAMENTO CLIMATICO: UNA RIVOLUZIONE OBBLIGATA
di Guido Viale




Al vertice sul clima di Parigi i “capi” di 192 paesi hanno preso degli impegni enormi: mantenere l’aumento della temperatura del pianeta sotto 2 e possibilmente vicino a 1,5 gradi centigradi. Per questo bisogna evitare di disperdere nell’atmosfera più di mille miliardi di CO2 equivalente di qui al 2100 (ne produciamo 35 miliardi all’anno). Per raggiungere l’obiettivo i contraenti hanno presentato dei piani nazionali (detti Indc) molto generici, perché non ne viene indicato il “soggetto attuatore” che, per il pensiero unico dominante, non può che essere “il mercato”; non gli Stati né i loro governi, né tantomeno il “popolo sovrano” e le sue comunità, ma la finanza. Il non detto di quei piani è questo: gli interessi dell’industria petrolifera sono talmente grandi che a metterli in forse in tempi rapidi, anche oggi che il prezzo del petrolio è ai minimi, si rischia il tracollo dell’economia mondiale. Solo a lasciare sottoterra le riserve di idrocarburi che non dovrebbero essere più briciati per non superare la quantità di emissioni climalteranti che ci separano dai due gradi in più di temperatura si mandano in fumo decine di migliaia di miliardi già quotati in borsa. Poi ci sono gli impianti (trivelle, pipelines, miniere, flotte, raffinerie, centrali termiche, ecc.): altre decine di migliaia di miliardi ancora da ammortizzare (e quando lo sono già, vere mucche da mungere per fare profitti, anche se vanno in pezzi). Quei piani sono comunque insufficienti a raggiungere l’obiettivo; per cui si è già stato stabilito che nel 2020 dovranno ssere rivisti al rialzo. E lo si dovrà fare per forza, perché il clima sta già precipitando verso un disastro irreversibile per il pianeta e per la vita umana su di esso, cioè per tutti noi, i nostri figli, i nostri nipoti.
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