domenica 22 aprile 2012
TOGLIERE AI PADRI SENZA DARE AI FIGLI di Claudia Pratelli
TOGLIERE AI PADRI SENZA DARE AI FIGLI
di Claudia Pratelli
Cosa c’è per i precari dentro la riforma del lavoro
Abbiamo seguito il plasmarsi della riforma del lavoro con un’attenzione che a tratti si è fatta ansia. L’abbiamo rincorsa dietro alle dichiarazioni (tutte altisonanti) dei Ministri del Governo e interpretata da documenti che erano prima “linee guida”, poi un “documento di policy” approvato dal Consiglio dei Ministri, ma mai testi definitivi. Le dichiarazioni promettevano meraviglie e svolte epocali. I testi circolati le smentivano.
L’attesa di un testo di legge, dunque, non era pignoleria: serviva per capire cosa questa riforma prevedesse davvero soprattutto per coloro in nome dei quali è stata sbandierata. Per i giovani e per i precari.
Proprio in nome della nostra generazione, infatti, è stato attaccato l’articolo 18, sono state abbassate le pensioni, è stato messo a dieta il sistema degli ammortizzatori sociali. “E’ la crisi, baby” ci hanno spiegato i teorici dello scambio “Bisogna togliere ai padri per dare ai figli”.
Mentivano per almeno due ragioni. La prima è sempre stata chiara: i diritti non sono una quantità data, un kg di pane da ripartire tra gli affamati. Quanti ne vogliamo e come li vogliamo? Non c’è scienza economica che ce lo possa prescrivere. Sono scelte, scelte politiche. Checchè ne dicano i tecnici, la troika e tutto il cucuzzaro. Difficile non vedere, poi, che la logica dello scambio è una trappola, soprattutto quando riguarda la platea dei più fragili e costruisce artificiose contrapposizioni tra ultimi e penultimi, padri e figli, giovani e anziani, senza intaccare le rendite di posizioni, i grandi capitali, chi ha accresciuto i propri profitti. La seconda ragione è divenuta evidente con il testo definitivo del DdL: lo scambio (anche qualora avesse un senso) è truccato. Hanno tolto ai padri, ma non hanno dato ai figli.
Adesso il testo c’è ed è definitivo. Ma non ci siamo.
Letteralmente. Noi - giovani e precari- non ci siamo: non ci sono risposte né ai nostri bisogni, né ai nostri desideri, verso i quali questo Paese ha contratto il debito più pesante. Sull’impianto generale della riforma, su cosa fa e non fa per i precari, su cosa è inefficace e cosa dannoso valgono le considerazioni svolte qui , con qualche significativo peggioramento. Ricapitoliamo.
1. Non sono state ridotte le tipologie contrattuali precarie.
46 erano e 46 restano. Anche l’associazione in partecipazione che nel “documento di policy” approvato dal Consiglio dei Ministri era stata fortemente ridimensionata, ritorna quasi come prima. Inutile dire che “l’apprendistato come canale privilegiato di ingresso al lavoro”, in competizione con questa pletora di forme contrattuali più convenienti per i datori, risulta poco credibile.
2. La lotta all’utilizzo truffaldino dei contratti precari parasubordinati (segretarie con p.iva; commessi con contratto a progetto; e tutti i lavoratori molto subordinati cui viene fatto un contratto da autonomi solo per risparmiare su salario e contributi), non solo rischia di essere inefficace perchè può essere fatta valere solo ex post, ma viene anche resa più blanda rispetto ai testi precedenti.
Inspiegabilmente sono esclusi dalle norme antielusive tutti i cococo del pubblico e assimilati (gli assegni di ricerca, per esempio): per loro nessuna regolazione, nessuna tutela (neanche l’una tantum, cfr. sotto), ma quando si tratta di far cassa ecco che ci si ricorda di loro (cfr. punto 3 aumento le aliquote previdenziali).
C’è, inoltre, una retromarcia sulla lotta alle false partite iva: chi è iscritto a un ordine professionale (architetti, ingegneri, giornalisti, ecc, più della metà del totale, tanto per intenderci) è escluso dalle norme antielusive; ma soprattutto quelle eventualmente smascherate non vengono riconosciute come lavoro subordinato, ma come contratti di collaborazione.
Non va meglio per le partite iva “vere”: per loro nessuna tutela. Anzi un aumento dei contributi previdenziali.
3. Infatti l’aumento delle aliquote contributive per chi versa alla gestione separata che prima era un timore ora è una certezza, non solo per i cocopro, ma anche per i cococo e le partite iva.
Che significa? Che questi lavoratori, data l’assenza di minimi retributivi, si troveranno con compensi netti più bassi. Per quanto riguarda i collaboratori (cococo e cocopro) i datori di lavoro, chiamati a versare maggiori contributi, abbasseranno i compensi.
Per le partite iva, che pagano interamente i propri contributi previdenziali senza ripartirli con i committenti, non ci si dovrà neanche prendere il disturbo di rivedere al ribasso i compensi: semplicemente questi soggetti saranno tenuti a un esborso maggiore per contributi a compenso invariato.
Risultato? Meno soldi in tasca. E non stiamo parlando dei moderni Rockefeller, bensì di soggetti che hanno compensi mediamente miseri e via via erosi (8.023 Euro era il compenso medio lordo annuo dei collaboratori iscritti alla Gestione Separata Inps nel 2009; dal 2006 al 2009 il reddito medio annuo degli iscritti alla stessa Gestione con p. iva si comprimeva del 30%).
4. L’ASpI, che era stata sbandierata come l’ammortizzatore sociale universale, esclude i parasubordinati, i più precari tra i precari: cococo, cocopro, assegni di ricerca, partite iva, ecc.
E i dipendenti a tempo determinato?
Per loro l’Aspi c’è ma con gli stessi requisiti di accesso della vecchia indennità di disoccupazione (2 anni di anzianità contributiva e un anno di versamenti effettivi all’INPS), requisiti molto elevati che tagliano fuori chi lavora da poco e chi ha alle spalle anni di lavoro da parasubordinato. Per chi non li soddisfa è prevista la Mini ASpI cioè la nuova edizione della vecchia indennità a requisiti ridotti: anche questa è rivolta solo ai dipendenti, ma con requisiti di accesso più bassi, peccato che insieme ai requisiti anche durata (massimo 6 mesi) ed entità del trattamento siano bassi. Troppo bassi.
Cosa c’è dunque per i precari “più precari”? La vera novità del DdL rispetto ai testi precedenti è la reintroduzione e ridefinizione dell’Una tantum per i collaboratori a progetto.
Una tantum: da dove viene. Si tratta di uno strumento che non nasce dalla Fantasia del Ministro Fornero, ma da quella di Sacconi e Tremonti che la istituirono, in via sperimentale, nella finanziaria del 2009 [1] a fronte della strage silenziosa di lavoratori con contratti di collaborazione avvenuta all’inizio della crisi.
Prese la forma di un’indennità per i collaboratori a progetto disoccupati, da erogare in un’unica soluzione, finanziata dalla fiscalità generale (quindi non da contributi versati dai collaboratori e datori di lavoro). Fin dall’inizio troppi ne sono stati i limiti: rivolta ai soli collaboratori a progetto con l’esclusione di tutti gli altri parasubordinati (collaboratori occasionali e assimilati -assegni di ricerca, docenti a contratto- e partite iva); requisiti di accesso iper-restrittivi [2]; entità misera (30% del reddito dell’anno precedente); meccanismo di calcolo penalizzante proprio per i soggetti più fragili. Oggi, dopo più di tre anni di sperimentazione, i dati consegnano un bilancio pessimo: hanno potuto fruire di tale indennità solo 13.000 (circa) collaboratori a progetto sulle centinaia di migliaia rimaste senza lavoro e senza reddito negli anni della crisi.
La Nuova una tantum: cosa cambia? Il “documento di policy” approvato dal Consiglio dei Ministri prometteva di “rafforzare e rendere strutturale” l’una tantum, ma nessuno dei due impegni è stato mantenuto. L’una tantum non è stata resa strutturale, ma durerà finche durano i (pochi!) soldi stanziati (per completezza d’informazione: si tratta di fondi già stanziati dalla Finanziaria precedente). Di rafforzamento, poi, non c’è traccia. Anzi, c’è un peggioramento netto.
Secondo quanto previsto dal DdL i requisiti per poter richiedere l’una tantum diventano ancora più restrittivi di prima. Oltre ad aver registrato un reddito non superiore a 20 mila euro nell’anno precedente e ad avere almeno una mensilità accreditata nell’anno in corso, per fare domanda è necessario: avere almeno 4 mesi di contributi accreditati nell’anno precedente (prima erano 3); aver lavorato in monocommittenza nell’arco dell’anno precedente (prima la monocommittenza era richiesta solo in riferimento all’ultimo contratto, quello per cui si era verificato l’evento di fine lavoro); aver avuto almeno due mesi di disoccupazione continuativa nell’anno precedente.
Questo ultimo punto è forse il più penalizzante. Due sono le interpretazioni possibili del testo particolarmente astruso:
Ipotesi A) l’una tantum può essere richiesta da collaboratori che siano stati disoccupati nell’anno precedente (anche se nel momento in cui fanno la domanda non lo sono più) e quindi si configurerebbe un meccanismo che risarcisce l’anno dopo una disoccupazione avvenuta l’anno prima. I limiti di uno strumento del genere sono evidenti: se sono disoccupato adesso ho bisogno di un sostegno al reddito adesso, non tra un anno. Le bollette, l’affitto, il pranzo e la cena non possono aspettare i tempi di calcolo della burocrazia. Del resto è così poco efficace dare un reddito l’anno successivo a quando se ne ha bisogno che l’ indennità di disoccupazione a requisiti ridotti che aveva questo funzionamento è stata corretta dallo stesso DdL e trasformata nella Mini-Aspi di cui sopra.
Ipotesi B) l’una tantum può essere richiesta da collaboratori disoccupati che siano stati disoccupati anche nell’anno precedente. Se così fosse l’una tantum interverrebbe solo in caso di doppia sfiga: per accedervi bisogna essere disoccupati nel momento in cui la si richiede, ma esserlo stati anche nell’anno precedente per almeno due mesi continuativi.
Al di là dei gravi limiti tecnici di questo strumento, che lo rendono escludente e poco efficace, il problema è soprattutto relativo alla sua ratio.
Non è un ammortizzatore sociale, perché non è finanziato su base contributiva, non interviene nel momento del bisogno e non accompagna il periodo di disoccupazione, ma eroga una cifra e te la fai bastare.
Benchè finanziata dalla fiscalità generale, non è una misura universalistica di welfare, tipo reddito di base, perché si rivolge ad una categoria molto specifica del mondo del lavoro, per di più solo nel caso di non rinnovo di un contratto. Cos’è allora? L’una tantum è una elemosina con funzione di tappabuchi. E’ la massima evidenza di un governo che non vuole o non sa prendere in carico fino in fondo un mondo del lavoro diverso e cambiato, dove nascono nuove fragilità e domande di protezione. E’ l’ennesima prova di una mistificazione: parla di una riforma strabica che dichiara di guardare ai giovani, ma gira la testa e strizza l’occhio ai mercati.
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NOTE
[1] Ridefinita poi nella Finanziaria 2010 con criteri d’accesso un po’ meno restrittivi dato il flop della versione precedente, ha comunque continuato ad essere troppo escludente.
[2] La Finanziaria 2010 (Legge 191/2009) rivolge l’indennità ai coli collaboratori a progetto: a) monocommittenti; b) che abbiano conseguito l’anno precedente un reddito lordo non superiore a 20.000 euro e non inferiore a 5.000 euro; c) per i quali, con riguardo all’anno di riferimento,risultino versate presso la Gestione separata INPS un numero di mensilita’ non inferiore a uno; d) che risultino senza contratto di lavoro da almeno due mesi; e) per i quali risultino accreditate nell’anno precedente almeno tre mensilità.
dal sito http://www.molecoleonline.it/
giovedì 19 aprile 2012
L'ABC DELL'ANTIPOLITICA di Giorgio Cremaschi
L'ABC DELL'ANTIPOLITICA
di Giorgio Cremaschi
Nella manifestazione che ha visto migliaia di lavoratori bresciani farsi alcuni chilometri di corteo per poi giungere a presidiare l'autostrada, era comune il sentimento di rabbia e indignazione contro i principali partiti. Ma come, gridavano i lavoratori, questi ci hanno portato via le pensioni, il contratto nazionale, ora vogliono cancellare l'articolo 18, ci riempiono di tasse, tagliano i servizi e poi ci chiedono i soldi per sostenerli?
Trovo ridicole le affermazioni del segretario del Partito democratico, che con il suo solito tono televisivo dice "attenzione o cadiamo tutti". Forse non ha capito che in mezzo alla gente che soffre e che lotta questa non è una minaccia ma una speranza, un augurio. E' inutile continuare a blaterare della funzione dei partiti, quando i principali partiti italiani, guidati dalla sigla ABC (Alfano, Bersani, Casini) - che ha soppiantato il CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), che portò alla rovina la prima repubblica -, continuano semplicemente a subire i dettati delle banche e della finanza internazionale, mentre litigano tra di loro su come spartirsi il sottopotere rimasto. E' fastidioso che si continui a spiegare che il finanziamento pubblico ai partiti garantisce dal potere delle lobby, quando in pieno finanziamento pubblico il capo del governo è stato l'uomo più ricco d'Italia. E' insopportabile che si lamenti la crisi della democrazia quando il Parlamento di nominati dai segretari dei partiti sta cambiando tranquillamente la nostra Costituzione, imponendo alle generazioni future un obbligo di bilancio in pareggio che, non a caso, i padri costituenti del '48 avevano ignorato.
La crisi dei partiti è sicuramente in campo e non saranno i soldi pubblici a salvarla. La verità è che partiti deboli e privi di reale identità, sono stati costretti a rinunciare al loro ruolo fondamentale, quello dell'organizzazione delle volontà dei cittadini, perché sulle questioni di fondo decidono il mercato, le banche, i poteri forti. Nella manifestazione di Brescia, come in altre manifestazioni oggi in corso in Italia, si faceva notare che negli stabilimenti Fiat in questi giorni si sta votando per eleggere le rappresentanze da cui sono preventivamente esclusi tutti i sindacati che non sono d'accordo con Marchionne. Come fare elezioni politiche generali a cui possano partecipare solo coloro che stanno con Monti. Eppure, dal Partito democratico non è venuta una parola su questa farsa, mentre si chiedono i soldi ai cittadini per rafforzare la democrazia.
La situazione economica del paese precipita e gli allarmi sono sull'antipolitica. Diciamoci la verità: l'antipolitica è frutto dell'ABC e di questi due schieramenti di governo, centrodestra e centrosinistra, che per vent'anni sono stati in rissa perenne tra di loro, essendo poi d'accordo su tutte le questioni economiche e sociali fondamentali. L'antipolitica è proprio costituita da coloro che oggi ci governano, la politica potrà essere ricostruita solo senza e contro di essi. Ricostruiamo la politica, mandiamoli a casa.
17.4.2012
mercoledì 18 aprile 2012
L'ESIGENZA DI UNA SINISTRA UNITA di Riccardo Achilli
IL GOVERNO DELLA DECRESCITA (INFELICE) E L'ESIGENZA DI UNA SINISTRA UNITA
di Riccardo Achilli
Un Governo privo di qualsiasi idea di crescita e sviluppo
Parliamoci chiaro: nessuno dei provvedimenti che l'attuale Governo Monti ha preso nei quattro mesi della sua esistenza è mirato a promuovere crescita e sviluppo. La riforma del mercato del lavoro è costruita esclusivamente attorno a due obiettivi. Il primo è quello di favorire il calo della spesa previdenziale, quindi contribuire al raggiungimento del pareggio di bilancio reso costituzionalmente obbligatorio, un risultato, questo, che nemmeno Berlusconi e Tremonti avevano potuto conseguire, perché il Pd, che era contro tale vincolo quando al Governo c'era Berlusconi, adesso che spera di racimolare qualche spicciolo di potere con il sostegno al Governo-Monti, è diventato all'improvviso favorevole. Tornando alla spesa previdenziale, l'Aspi costerà 2 miliardi all'anno, mentre la parallela abrogazione della cassa integrazione straordinaria per crisi aziendale, dell'indennità di mobilità e di quella di disoccupazione comporterà un risparmio di 4,5 miliardi circa, con un beneficio netto per le casse dell'INPS di 2,5 miliardi all'anno: fonte: INPS). Inoltre, l'introduzione dell'imposta di 1,4 punti calcolata sulle retribuzioni dei precari potrebbe valere, secondo le prime stime, un gettito aggiuntivo pari a 700-750 milioni di euro (che peraltro, in assenza di una previsione di reddito minimo garantito, pagheranno i lavoratori, perché le imprese, per pagare l'imposta aggiuntiva, ridurranno di conseguenza le retribuzioni). In complesso, quindi, fra minori spese e maggiori entrate, il bilancio pubblico avrà un beneficio di circa 3-3,3 miliardi di euro all'anno.
Il secondo obiettivo è quello di favorire le ristrutturazioni delle imprese, cioè in parole povere, l'espulsione di personale, tramite la più facile flessibilità in uscita. Ciò peraltro dimostra con chiarezza che le previsioni sono quelle di una lunghissima fase di recessione, ben oltre il solo 2012 ed anche il 2013 (anni in cui, secondo le stime del FMI, il PIL italiano scenderà complessivamente di 2,8 punti, un dato praticamente “greco”). D'altra parte, la firma del fiscal compact, effettuata proprio da Monti, provocherà l'esigenza di fare manovre finanziarie di 43-45 miliardi nei primi anni, che si stabilizzeranno attorno ai 35 miliardi negli anni successivi, per circa un ventennio. Una simile sottrazione di risorse all'economia non potrà che mantenerla in perenne recessione o stagnazione, negli anni in cui il ciclo macroeconomico mondiale sarà in crescita. Le imprese avranno quindi bisogno di strumenti in grado di consentire espulsioni di massa di manodopera, pagando un costo basso, per riallineare la loro capacità produttiva ad una domanda di mercato in picchiata libera.
Non venga quindi Monti a presentare la riforma del mercato del lavoro come uno strumento di attrazione di investimenti diretti esteri, con un tour, sostanzialmente turistico (ed a spese del contribuente) nelle principali piazze finanziarie asiatiche proprio immediatamente dopo l'emanazione del disegno di legge di riforma. Tale tour, spacciato per tournée d'affari per attrarre investimenti, non avrà alcun esito concreto. Ma perché mai l'impresa thailandese, o la multinazionale che opera in Thailandia, che paga i suoi operai 100 euro al mese, e gode già della più assoluta flessibilità di utilizzo dei fattori produttivi nel Paese di attuale localizzazione, dovrebbe sostenere un investimento per spostarsi in Italia? Lo potrebbe fare solo per sfruttare il mercato di consumo interno (che però le politiche finanziarie di Monti hanno definitivamente distrutto) o per sfruttare particolari bacini di competenze professionali o scientifico-tecnologiche (però il Governo-Monti non ha fatto assolutamente niente per contrastare il declino strutturale del sistema formativo ed educativo, e del sistema scientifico-tecnologico italiano, che si trascinano da decenni). Quindi perché mai gli Ide, dalle economie emergenti dell'Asia, o da qualsiasi altro posto del mondo, dovrebbero affluire in un Paese il cui mercato interno è in picchiata libera, in cui i costi amministrativi ed infrastrutturali sono ai livelli massimi mondiali, in cui la pressione fiscale sulle imprese sfiora il 50%, solo perché è stata imposta una maggiore flessibilità sul mercato del lavoro, quando, spostandosi di poche centinaia di chilometri, magari in Serbia, trovano la stessa flessibilità del lavoro, ad un costo inferiore, e non subiscono le penalizzazioni fiscali, amministrative, infrastrutturali, di cui sopra? Se vi fosse la reale volontà di preservare una base produttiva, sarebbe molto più facile imporre restrizioni alle imprese italiane che delocalizzano.
Del resto, nessuno, nessuno ma proprio nessuno dei provvedimenti messi in atto da tale Governo è improntato ad una idea di sviluppo. Nemmeno il decreto-liberalizzazioni, spacciato per il cardine dello sviluppo futuro del Paese, è fatto per generare sviluppo ed occupazione. Al massimo, come già scrissi in un articolo precedente, può servire per aumentare la concentrazione oligopolistica nei settori di servizi liberalizzati, nella maggior parte dei casi (si veda ad esempio il settore commerciale) aumentando la presenza delle grandi concentrazioni imprenditoriali straniere, e quindi aumentando il tasso di sfruttamento neocoloniale dell'economia italiana (ma d'altra parte Monti è un uomo dell'Europa in mano alla Germania ed in parte alla Francia e alla Gran Bretagna, ed un uomo del capitale finanziario globale, non certo un rappresentante degli interessi nazionali, si veda la vergognosa umiliazione subita con il caso-Lamolinara. Proprio ieri, il Governo italiano ha digerito, senza colpo ferire e senza reagire, l'ultima umiliazione inflitta dal Ministro degli Esteri britannico Hague, venuto a Roma per dire che lo sconsiderato e delirante blitz militare inglese che ha causato il decesso dell'ingegnere italiano era “la cosa giusta da fare”).
Nel frattempo, la concentrazione oligopolistica in numerosi settori dei servizi indotta dal decreto-liberalizzazioni distruggerà lobbies che storicamente si sono sempre opposte, tramite i loro rappresentanti politici, ad un serio sforzo di recupero dell'evasione ed elusione fiscale, facilitando quindi un recupero di evasione che non andrà certo a beneficio del Paese, ma dei conti pubblici e quindi dei creditori del debito sovrano italiano.
A tal proposito, c'è ancora qualcuno che crede alla favoletta, puntualmente riproposta, della destinazione delle somme recuperate dall'evasione verso un abbassamento delle imposte sui redditi dei tartassati cittadini? Il recentissimo disegno di legge delega sulla riforma fiscale presentato dal Governo mantiene infatti inalterate le tre aliquote sull'Irpef introdotte da Tremonti, caratterizzate da forti effetti regressivi rispetto al sistema precedente, con un numero maggiore di aliquote e scaglioni, e peggiora gli effetti regressivi di tale imposta tagliando praticamente quasi tutte le deduzioni e detrazioni fiscali oggi esistenti, a partire da quelle concesse ai collaboratori a progetto, o alle famiglie per spese di istruzione o di trasporto. Senza contare l'aumento dell'aliquota Iva, che andrà a colpire anche i beni di prima necessità, e si scaricherà sui cittadini, o sulle piccole e micro imprese ed attività autonome, poiché le grandi imprese potranno sterilizzare l'effetto dell'incremento dell'Iva sui loro acquisti di materie prime e servizi alla produzione, mentre per le PMI, con minore potere di mercato, ciò sarà impossibile. In cambio di un nuovo salasso fiscale per i cittadini e per la piccola borghesia produttiva, gli sconti fiscali ricavati dalla lotta all'evasione andranno soltanto alla grande borghesia imprenditoriale e finanziaria, tramite la riduzione dell'Ires.
Naturalmente, la distruzione della piccola borghesia produttiva indotta dal decreto-liberalizzazioni e dalla riforma fiscale produrranno un nuovo immane impoverimento di un gran numero di famiglie, che vivono del reddito prodotto dalla loro micro-attività imprenditoriale nel commercio, nell'artigianato e nei servizi, in compagnia di un proletariato riportato ai livelli di tenore di vita dei primi anni Cinquanta. Altro che sviluppo!
In sostanza, l'accelerazione della crisi capitalistica ci sta imponendo una redistribuzione mondiale del lavoro e del benessere, in cui i tradizionali Paesi benestanti dell'Europa occidentale, in particolare quelli mediterranei (ma a ritmi meno drammatici, ciò riguarderà inevitabilmente anche l'Europa centro settentrionale) saranno costretti, giocoforza, ad una “decrescita infelice”, cioè ad une riduzione del benessere accompagnata da un modello capitalista-liberista radicale, che porterà quindi ad una crescita delle diseguaglianze distributive ed alla permanenza di impatti negativi sull'ambiente, ed anzi ad una loro accentuazione (perché i Paesi emergenti che usciranno “vincitori” da tale redistribuzione mondiale della crescita dovranno approfittarne, spingendo su processi di industrializzazione a ritmi forzati, con tutte le devastazioni ambientali che ciò provocherà).
L'unione delle forze fra marxismo, socialismo di sinistra ed ecosocialismo come unica alternativa
Di fronte ad un Governo completamente disinteressato allo sviluppo ed alla crescita, che ha come unico obiettivo risanare il bilancio pubblico per generare le risorse utili a ripagare i creditori finanziari, interni ed internazionali, il cui folle inseguimento di un profitto finanziario fittizio ha generato l'attuale recessione economica globale, e garantire il galleggiamento al sistema produttivo italiano (ma niente di più che questo; distruggendo il mercato interno per consumi, contraendo gli investimenti pubblici e privati, non si può certo pensare di indurre sviluppo imprenditoriale) la sinistra può assumere due atteggiamenti, e peraltro non è un problema della sola sinistra italiana, ma riguarda l'intera sinistra occidentale. Il primo atteggiamento è quello di aspettare che la crisi finale arrivi (perché non abbiamo ancora visto niente; il rallentamento macroeconomico cinese, largamente prevedibile già nei mesi scorsi, dovuto all'esigenza di raffreddare una crescita che sta creando bolle finanziarie, immobiliari, ma anche politiche, potenzialmente pericolosissime, e la ripresa lenta e fragile degli Usa, minacciata dai notevoli squilibri nel bilancio federale e nella bilancia dei pagamenti, nonché lo stop della crescita tedesca, che non può più esportare sui disastrati mercati mediterranei, sono fattori che nei prossimi mesi renderanno ancora più grave e strutturale la crisi; naturalmente, nei Paesi PIIGS come l'Italia, tale aggravamento, in presenza di borghesie nazionali sostanzialmente compradore ed asservite agli interessi del capitalismo finanziario globale, con Governi guidati da agenti dei mercati finanziari come Monti, Papademos, Kenny, Coelho o Rajoy, sarà molto più rapido).
Tale strategia conta sull'ulteriore, e del tutto certo, peggioramento dello scenario economico e sociale, per promuovere una situazione rivoluzionaria, in base ai noti fattori rivoluzionari oggettivi studiati da Lenin, uno dei quali consiste in un impoverimento estremo delle masse, che le rende disponibili al tutto per tutto, pur di conquistare il potere, e ribaltare tale situazione. Tuttavia, chi abbraccia tale strategia dovrebbe sempre ricordare che altra fondamentale condizione oggettiva, per Lenin, è che “la classe dominante si sia indebolita a tal punto, per effetto della lotta di classe e delle sue prolungate risse interne, da non essere più in grado di governare come prima, ma non perché non le sia possibile sostituire un governo con un altro, bensì perché la crisi dello Stato borghese è giunta a un punto tale che l'apparato repressivo della borghesia entra in decomposizione” (Piattaforma Comunista, Teoria e Prassi nr. 7). Tale situazione non soltanto non corrisponde a quella attuale, ma è anche molto difficile che si verifichi nel prossimo futuro. Quand'anche la capacità di mobilitazione e di lotta di classe in Italia raggiungesse i livelli (molto lontani) manifestati dalla Grecia in questi mesi, è chiaro che l'apparato repressivo sarebbe ancora sufficientemente forte da soffocare tale rivolta e la classe dominante sufficientemente coesa (ed infatti, la piazza, in Grecia, non ha ottenuto assolutamente niente, nonostante mesi di mobilitazioni anche violente). Infine, ci vorrebbe, sempre seguendo Lenin, l'elemento soggettivo, ovvero la presenza di un partito comunista di avanguardie sufficientemente forte, articolato e radicato nel proletariato. Il che richiederebbe, quantomeno, un'azione di lungo periodo di totale azzeramento e ricostruzione dell'attuale galassia dei partiti comunisti italiani, ognuno attaccato alla sua specificità teorica e di leadership, ognuno dei quali incapace di unità d'azione, figuriamoci di compattamento in un unico partito di avanguardie (parziale eccezione il Pcl di Ferrando, che da anni chiede, generosamente, un processo di unità nella sinistra comunista e radicale, ma il fatto stesso che tali appelli rimangano sistematicamente inascoltati dagli altri interlocutori è molto significativo della profonda crisi del comunismo nel nostro Paese).
Ora, è chiaro che la prosecuzione dell'attuale fase non potrà che indebolire l'apparato di consenso, controllo e repressione anche della borghesia, per cui nel lungo periodo è più che probabile che le condizioni rivoluzionarie oggettive finiscano per maturare, così come è possibile che l'attuale travaglio del comunismo europeo si risolva per il meglio, con la riformazione di movimenti comunisti forti, compatti, internazionalisti e autenticamente anticapitalisti (il che esclude ovviamente i partiti a matrice stalinista). Tuttavia, rimarrebbero aperti due problemi, che il comunismo non potrà non affrontare:
- come ricostruire un radicamento di massa in un proletariato che non ha più le caratteristiche di omogeneità dei tempi in cui Marx scriveva, o in cui Lenin e Trotsky organizzavano rivoluzioni. Processi di cambiamento strutturale del capitalismo verificatisi negli ultimi cinquant'anni, e che non c'è spazio qui per analizzare a fondo, come la terziarizzazione delle economie, la riorganizzazione su schemi post fordisti dei processi produttivi, l'atomizzazione crescente di questi, sia tramite l'outsourcing (che ha spezzato la tradizionale unità di fabbrica) che tramite il toyotismo ed i sistemi di qualità totale (che hanno spezzato la tradizionale unità di processo produttivo all'interno della stessa fabbrica) hanno profondamente segmentato il proletariato al suo interno, facendo emergere ciò che i sociologi borghesi chiamano “ceto medio”, la cui figura-tipo è un proletario che, non svolgendo più mansioni di tipo manuale ed operaio, ed essendo spesso remunerato con una quota di salario legata alla sua produttività/abilità individuale (ovviamente in concorrenza con i colleghi) e avendo risorse per fare investimenti (immobiliari, nella casa, o addirittura finanziari) è spontaneamente condotto ad adottare sovrastrutture culturali e comportamentali più vicine a quelle del piccolo borghese, che a quelle dell'operaio. Il linguaggio e il programma marxista (soprattutto il programma di transizione), necessari per catturare tale tipo di proletario della classe media, dovranno quindi essere modificati ed adattati, in qualche misura, per collegarsi alle tematiche di suo specifico interesse (essenzialmente, la tutela e la stabilità del suo tenore di vita, ma strizzando anche l'occhio a questioni di qualità della vita e di sicurezza cui tale tipologia di proletario è molto sensibile). Occorre cioè fare in modo che, nelle attuali condizioni di produzione, non più basate esclusivamente o principalmente dalla grande fabbrica integrata, il lavoratore del “ceto medio” diventi effettivamente quel lavoratore cooperativo collettivo associato alleato con gli operai, e non più soltanto delle potenze mentali della produzione, di cui parla Marx. D'altro canto, la crescita (che si amplierà nei prossimi anni) del precariato spezza la stabilità e permanenza, lungo tutto il ciclo di vita attiva del lavoratore, del tradizionale rapporto fra classe e posizionamento nel ciclo di produzione, che è la base del marxismo. Occorrerà quindi necessariamente ristudiare alcuni fondamentali elementi del programma di transizione: per esempio, interrogarsi su cosa significhi “riduzione dell'orario di lavoro” per un precario che non ha orario, che può essere chiamato a lavorare anche di notte o nei giorni festivi; occorrerà comprendere quali siano le parole d'ordine unificanti che mettano insieme il precario e il suo collega a tempo indeterminato (anche se le tendenze in atto nei prossimi anni semplificheranno tale questione, nel senso che tutti i lavoratori saranno precarizzati);
- come costruire un coordinamento internazionale del proletariato. Tutti i tentativi fatti sinora, con le varie Internazionali, sono falliti, e la globalizzazione dell'economia capitalista, insieme al superamento della sua fase socialdemocratica e nazionale, a favore di una fase iper-liberista e competitiva, rendono ancor più difficile e complesso il successo di una Internazionale oggi. Infatti, la globalizzazione neoliberista esasperata non può che portare ad un incremento delle tendenze alla concorrenza fra proletariati nazionali, e quindi alla segmentazione. All'operaio italiano viene insegnato che il Nemico non è il padrone, ma il suo collega operaio cinese. E per difendersi dal suo compagno cinese, l'operaio italiano viene indotto ad accettare modalità cooperative con il padronato, sotto lo slogan per cui, di fronte alla pressione competitiva dei sistemi produttivi di altri Paesi, ed in particolare delle economie emergenti, “siamo tutti sulla stessa barca”. L'estremizzazione di tale filosofia si ritrova nei sistemi di compartecipazione, sia nella versione statunitense, in cui i lavoratori partecipano agli utili dell'azienda, e quindi vengono spinti a competere, anziché fraternizzare, con i lavoratori delle altre imprese, sia nella versione tedesca, in cui le burocrazie sindacali, presenti nei consigli di sorveglianza aziendali, si fanno garanti della pace sociale e della collaborazione dei lavoratori con il padronato.
Nell'insieme, il problema che oggi deve affrontare il marxismo, sia a livello teorico che a livello di azione pratica, è quello di ricostruire una posizione di sintesi all'interno di una classe proletaria sempre più frammentata e divisa, sia al suo interno che a livello internazionale. A ben vedere, è proprio a causa di tale frammentazione (indotta dalla trasformazioni organizzative, produttive e settoriali del capitalismo) che il marxismo è entrato in difficoltà negli ultimi vent'anni. Il compito di ricomporre tale puzzle è troppo difficile da affrontare per partiti comunisti isolati e divisi anche fra loro, oltretutto soggetti ad un danno indiretto di immagine, dato dal fallimento dello stalinismo nell'Europa orientale appalesatosi con la caduta del muro di Berlino, e che è stato utilizzato molto abilmente dal sistema mediatico del capitalismo per inscenare, agli occhi del proletariato, la commedia del fallimento del comunismo tutto (quando in realtà ha fallito soltanto lo stalinismo).
Tale compito, e veniamo quindi alla seconda opzione strategica, è quello di non stare ad attendere il precipitare degli eventi nel capitalismo, che peraltro potrebbe anche essere molto lungo, e cercare di ricomporre il quadro di classe frammentato facendo leva sull'alleanza strategica con altri partiti di sinistra radicale e non riformista, di tradizione non comunista, al fine di formare blocchi unitari di sinistra antiriformista, oltre che anticapitalista, in cui ampi strati del proletariato, anche quelli in qualche misura “imborghesisti” dalle trasformazioni del capitalismo, possano riconoscersi.
Gli unici partiti comunisti che sopravvivono con un ruolo politico significativo, in Europa occidentale, e la cui influenza è in crescita, sono quelli che hanno accettato di partecipare ad esperimenti di unificazione con forze politiche di sinistra radicale, ma non di matrice marxista.
I comunisti (stalinisti) della ex SED tedesco orientale sono oggi nel Parlamento federale tedesco, con una influenza crescente anche sulla difesa dei diritti sociali, mediante la loro partecipazione, nella Linke, con socialdemocratici ed ecologisti di sinistra. Il partito comunista spagnolo (che per inciso nel 2009 ha dichiarato la sua adesione ai principi del Socialismo del XXI Secolo esplicitati da Dieterich e di cui il Venezuela chavista rappresenta un banco di prova) cresce insieme alla crescita di peso politico di Izquierda Unida, cui partecipa insieme a partiti e movimenti ecosocialisti, ecologisti e carlisti. Il caso francese è il più chiaro: il PCF, in caduta libera, non solo di suffragi ma anche di adesioni ed influenza, inverte tale tendenza quando, alle europee del 2009, si presenta insieme ai socialisti di sinistra fuoriusciti dal PS e altre formazioni socialiste di sinistra nel Front de Gauche, con un risultato positivo, confermato da una ulteriore crescita alle amministrative del 2010; l'NPA (nato dal partito trotskista LCR) che ha rinunciato ad allearsi con il FG, non riesce a sfondare, anche se rimane su percentuali di consenso relativamente decenti, ma non determinanti, ovvero attorno al 3-4%.
Conclusione
In conclusione, allo stato dei fatti, non sembra esserci strada vincente alternativa ad una, sia pur difficile e per certi versi dolorosa, unità di tradizioni di sinistra anche diverse, e storicamente in conflitto fra loro (il PCI nacque proprio da una scissione susseguente al maturare di tale conflitto; la storia successiva del PCI e del PSI è fatta di momentanee fasi di unità, segnate da profonde diffidenze reciproche e grandi divergenze programmatiche, e vere e proprie fasi di conflitto radicale). D'altro canto, va ribadito che all'interno della tattica politica trotskista, da sempre, il dialogo con le altre forze di sinistra è considerato importante, arrivando anche a veri e propri fenomeni di entrismo. Oggi è la stessa frammentazione interna al proletariato a richiedere un'alleanza fra marxismo, ecosocialismo e socialismo di sinistra. Un simile blocco serve per ricomporre le fratture interne al proletariato stesso, condizione indispensabile per ricostruire una coscienza di classe. E' un tema sul quale anche partiti trotzkisti particolarmente intelligenti e disposti a percorsi del genere, come il Pcl, potrebbero essere sensibili. E sul quale anche il socialismo di sinistra, la sinistra democratica e il mondo ecologista potrebbero convergere senza drammi particolari. Le condizioni attuali che il governo-Monti ci impone, di “decrescita infelice”, impongono anche una prospettiva nuova, e più coraggiosa, sullo stesso concetto di crescita: oggi la borghesia, che storicamente è stata il propulsore della crescita capitalista, ha perso tale capacità propulsiva, e per sopravvivere promuove una decrescita produttiva controbilanciata dall'espansione di un profitto fittizio meramente finanziario e da un incremento delle diseguaglianze distributive. Sta alla sinistra saper ricostituire tale processo di crescita, in un paradigma diverso da quello capitalistico, in cui quindi libertà e protagonismo dal basso, uguaglianza distributiva, rispetto dell'ambiente e benessere siano adeguatamente bilanciati fra loro, dando concretezza alla visione, ancora necessariamente generalistica, di Dietrich.
25 marzo 2012
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/
martedì 17 aprile 2012
SEMANTICA DELL'INGANNO di Alessandra Colla
SEMANTICA DELL'INGANNO
di Alessandra Colla
Devo darvi due notizie — una buona e una cattiva.
Cominciamo da quella cattiva: la lobby della ricerca c.d. scientifica si prepara a impestare le nostre città con cartelloni e manifesti pubblicitari a favore della ricerca, lanciando una campagna in grande stile «insieme a voi per fare un impatto positivo su tutto il mondo, in piu di 30 paesi, e nella tua communita’» — come si legge, in un italiano un po’ approssimativo, sull’home page del sito http://ricercasalva.it/, evidentemente ancora “under construction” (c’è anche una sezione intitolata rozzamente «Sei contro ricerca animale?», ma è vuota). Sono tanti, hanno i soldi e si appoggiano a istituzioni che il grande pubblico considera prestigiose.
Quella buona, invece, è che se pensano di dover uscire allo scoperto è perché si sentono minacciati, e per di più cercano di controbattere alle serie e numerose accuse portate contro le loro pratiche antiquate proponendo un messaggio debole e vecchio.
La foto del manifesto è questa:
Vediamo un po’ i dettagli.
Come si vede, l’immediatezza del messaggio è realmente di grande impatto — per chi? Ma per tutti quelli che, non conoscendo nulla dell’iceberg “ricerca scientifica”, vivono di rendita sul vecchio, vecchissimo argomento principe del bravo vivisettore: “preferisci sacrificare un topo o salvare tuo figlio?”.
Gli ingredienti per una vivace scossa emotiva ci sono tutti: il bambino, soggetto/oggetto par excellence di ogni pubblicità ovvero l’affetto più caro (per la verità le statistiche del 2010 registrano, per l’Italia, un infanticidio ogni 20 giorni), a fronte dell’odioso topo ( che si tratti di una candida cavia innocua non scalfisce minimamente l’immaginario collettivo che associa ogni muride al temibile Rattus rattus portatore della peste nera) incubo di quasi ogni donna e ogni madre.
È chiaro che i pubblicitari conoscono il loro mestiere — vendere il prodotto .
Da non sottovalutare nemmeno il link di riferimento, con un nome davvero ben trovato: “ricerca salva”. Ovvero la ricerca ti salva, ma tu che guardi, o viandante, devi salvare la ricerca se vuoi esserne salvato. Che, tradotto, significa “caccia la lira”. Obiettivo veramente primario per ogni istituto di ricerca, come sappiamo da tempo, e che costituisce il messaggio occulto.
Il messaggio palese, invece, è la quintessenza dell’antropocentrismo politicamente corretto: è in gioco la vita dell’essere umano, per salvare la quale s’impone il sacrificio di una vita non-umana. E la scritta non dice “un giorno ti potrebbe salvare la vita”, bensì “un giorno ti potrei salvare la vita”: è l’animale stesso a dichiararsi disposto a donarsi per la tutela di quel bene “superiore” che è la vita umana — tutto , a fronte del nulla rappresentato, per contro, dalla mera animalità. Nessuno meglio di Marguerite Yourcenar, a mio avviso, ha saputo dirlo meglio cogliendo «quell’aspetto sconvolgente dell’animale che non possiede niente, tranne la propria vita, che così spesso gli prendiamo» .
Ma di quale animale si tratta, qui? Del topo. Che un po’ ci è così familiare nelle vesti di Topolino, Jerry, Pixie&Dixie, Fievel, Bianca&Bernie; e un po’ merita, in qualche modo, di essere sacrificato per quella sua parentela (ah, Linneo…) con l’infelice Rattus rattus. Che si offra in sostituzione della vittima prescelta, dunque, è cosa buona giusta doverosa e salutare: come peraltro insegnano le radici della cultura occidentale — l’agnello che salva Isacco dal coltello di Abramo, o la cerva che salva Ifigenia dal coltello di Agamennone (e Lucrezio, lucido e puntualissimo, chiosa “Tantum religio potuit suadere malorum” , quali e quanti mali ha potuto suggerire la religione…).
Del resto la storia dell’umanità rigurgita di sacrifici animali, immolati su altari d’ogni tipo per celebrare vittorie, scongiurare sconfitte, espiare colpe o invocare favori — la predilezione di Jahvé per l’odore del sangue è imbarazzante forse più di quella del colonnello Kilgore per l’odore del napalm al mattino. Il che sembra aver fornito all’ homo occidentalis la legittimazione ideale per continuare, anche in questo nostro ancor giovane XXI secolo, a immolare vittime non-umane sull’altare della Scienza.
Ecco, questo sì che è preoccupante: considerare la Scienza (con la maiuscola, si noti) alla stregua di una divinità terribile ma giusta alla quale offrire quotidianamente innumerevoli sacrifici per salvarci la pelle. Non, si badi, per assicurarci la vita eterna nell’aldilà — oh no. Ma proprio per illudersi di sconfiggere la morte e tentare di prolungare il più possibile questa vita terrena, bene materiale quant’altri mai, prontissimi a infischiarcene della salute della nostra anima immortale nonché dello strazio di infiniti esseri viventi. (Io credo che l’Occidente cristiano in tutte le sue declinazioni dovrebbe interrogarsi su questa contraddizione che la dice lunga sulla fragilità di certe scelte).
Ma questa atroce divinizzazione della scienza non rappresenta forse la sconfitta di ogni illuminismo, e insieme il trionfo di quell’oscurantismo che dopo il 1789 si credeva di aver cacciato dalla porta e che subdolamente è invece rientrato dalla finestra? “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo [...] con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio” ? Urge, s’impone, necessita imperativamente una nuova coscienza, una nuova consapevolezza e l’assunzione di nuove responsabilità.
Torniamo al topo, scelto non a caso. Perché sappiamo benissimo che gli animali utilizzati (sono o non sono “utensili animati” al pari degli schiavi, come diceva il sommo Aristotele che tanto piacque a Tommaso d’Aquino?) sono topi, sì, ma anche cani, gatti, scimmie (che sono primati come noi), uccelli, suini, ovini, equini, rettili, pesci — i ricercatori adempiendo così, in modo non eccessivamente arbitrario, l’antica missione: «dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra» (Genesi, 1:28).
Ma naturalmente il topo, anche se è una cavia e non un topo di fogna, è molto meno carino di un cane o di un gatto: e si è più disposti a tollerare le sofferenze di quello piuttosto che di questi. (Anche Françoise Marie Martin, moglie di Claude Bernard, celebre fisiologo e campione della medicina sperimentale che l’aveva sposata per interesse nel 1845, tollerava a malincuore le pratiche vivisettorie del marito su topi e rane. Però quando il galantuomo arrivò a vivisezionare pure il cane di casa prese le figlie e se ne andò, nel 1869, trascorrendo il resto della sua vita a battersi contro questa pratica).
È probabilmente per questo che il nervosismo sale quando l’attenzione dell’opinione pubblica viene portata sugli allevamenti di cani destinati alla vivisezione; ed è per questo che risulta così difficile indurre l’uomo della strada a ritenere meritevoli di maggior considerazione animali diversi da cani e gatti.
Tirando le somme, però, sembra di poter concludere che noi, il popolo antispecista, non siamo messi poi così male. E che anzi stiamo lavorando piuttosto bene, se la lobby vivisettrice si sente in dovere di cercare approvazione per le sue pratiche biasimevoli (oltre che perlopiù fuorvianti, come sappiamo).
In concreto, cosa possiamo fare? Parola d’ordine, non abbassare la guardia. E poi: continuare a produrre materiale qualificato, non cedere alle emozioni, non rispondere alle provocazioni, restare distaccati e non dimenticare mai che sotto quei camici bianchi e quei sorrisi stereotipati si celano, intatti attraverso i secoli e i millenni, i portatori di ogni oppressione. Sarà solo questo che potrà salvare la vita di tutti, umani e non-umani.
15 aprile 2012
dal sito http://asinusnovus.wordpress.com/
giovedì 12 aprile 2012
LA CRISI DELLA LEGA di Marco Ferrando
LA CRISI DELLA LEGA:
UN'OCCASIONE PER IL MOVIMENTO OPERAIO
di Marco Ferrando
La crisi della Lega Nord non inizia oggi. Ma certo quella crisi oggi conosce un salto qualitativo e un possibile punto di svolta.
LEGA NORD: UN PARTITO DEL SISTEMA CONTRO I LAVORATORI
La Lega ha rappresentato negli ultimi 20 anni una parte costituente decisiva della Seconda Repubblica. Contro la sua autorappresentazione propagandistica di partito “antisistema”, la Lega ha costituito nei fatti uno strumento di governo fondamentale della borghesia italiana contro i lavoratori. Indipendentemente dalla mutevole collocazione parlamentare del Carroccio, tutte le misure più reazionarie assunte dal grande capitale e dai suoi governi contro il lavoro hanno avuto per decenni la firma della Lega o il sostegno della Lega. La Lega ha sostenuto 20 anni fa, dall'”opposizione”, la distruzione della scala mobile dei salari (92/93). Ha varato, come partito di governo alleato del centrosinistra, la controriforma contributiva della previdenza pubblica ( governo Dini '95). Ha gestito in prima persona, col ministro Maroni e in alleanza con Berlusconi, le più gravi misure di precarizzazione del lavoro di un intera generazione ( Legge 30, 2002). Ha infine gestito con l'ultimo governo del Cavaliere la straordinaria stretta sociale contro la scuola pubblica, la sanità pubblica, gli enti locali, in funzione del pagamento degli interessi alle banche ( finanziarie Tremonti 2008/9/10). Se “Roma è ladrona”- e sicuramente lo è ai danni del lavoro- Bossi e Maroni sono stati fra i suoi capobanda, non certo fra i suoi avversari.
La corsa di tanti commentatori borghesi in questi giorni a salvare l'immagine della Lega, a lodare “nonostante tutto” la sua “funzione storica per il Nord”, a esaltare il “genio” di un avventuriero ciarlatano come Umberto Bossi, è solo l'espressione giustificata di un debito di riconoscenza per il lavoro sporco compiuto dal Carroccio contro il proletariato italiano.
LA MITOLOGIA PADANA: DIVERSIVO DELL'IMMAGINARIO E CALMIERE SOCIALE
La capacità della Lega è stata quella di nascondere questo lavoro reale agli occhi di grandi masse, dietro la maschera di una mitologia immaginaria, ogni volta abilmente rinnovata. Sia al proprio interno con la produzione artificiale del mito farlocco della Padania e dei suoi riti, quale potente cemento identitario del proprio campo militante. Sia nella proiezione pubblica, con la sequenza propagandistica prima della “Secessione” e poi del “Federalismo”: ogni volta spostando in avanti l'orizzonte della Terra Promessa agli occhi di vasti settori di popolo, per aiutarlo a sublimare le proprie delusioni nel presente. La guerra della Lega ai migranti, col suo carico di cinismo, di crimini e di orrori, sta in questo quadro: è stata ed è la volontà di dirottare il malcontento sociale di ampi strati popolari- prodotto della crisi e delle politiche dominanti- contro le fasce più marginali del proletariato e delle masse oppresse, riprodotte e allargate da quelle stesse politiche e dalla crisi capitalistica internazionale. Anche qui la “cacciata dei migranti” all'insegna del motto “padroni in casa nostra” viene rappresentata come mito liberatorio: un altro giardino dell'Eden, da coltivare e innaffiare col veleno quotidiano della Xenofobia, per farlo fruttare nell'urna. E al tempo stesso un altro prezioso diversivo dell'immaginario, un altro potente calmiere sociale, in funzione della conservazione dell'ordine borghese e della sua miseria.
LA CRISI CAPITALISTA SMASCHERA L'ILLUSIONISMO LEGHISTA
Questo impasto reazionario da illusionisti da circo mostrava da tempo la propria usura. Nel momento della massima espansione del ruolo politico della Lega, a livello nazionale ( ultimo governo Berlusconi) e locale ( conquista di Piemonte e Veneto), iniziava paradossalmente la sua parabola declinante.
La grande crisi capitalista a partire dal 2008 presentava il conto alla Lega. Il salto delle leggi finanziarie straordinarie per inseguire il pagamento del “debito pubblico” colpiva pesantemente la base elettorale popolare della Lega, distruggendo la credibilità delle tradizionali promesse di riduzione fiscale per la piccola borghesia. Le politiche di taglio verticale dei trasferimenti pubblici verso Regioni e Comuni, imposte dall'emergenza finanziaria, da un lato smentiva nel modo più clamoroso la propaganda leghista del federalismo, mostrando un federalismo reale esattamente capovolto rispetto a quello immaginario; dall'altro minava le basi materiali del potere leghista sul territorio, riducendo i suoi margini redistributivi, e acuendo le contraddizioni interne del suo composito blocco sociale: mancanza di fondi per infrastrutture, crisi della piccola impresa, moltiplicarsi di vertenze aziendali sul territorio, dilagare della disoccupazione giovanile anche nel Nord. Lo scenario sociale del settentrione cambiava volto: e finiva col minare la credibilità dell' armamentario mitologico del Carroccio. La stessa presa tradizionale delle campagne d'ordine sulla “sicurezza” antimigranti si indeboliva a livello di massa: perchè ben altre urgenze materiali investivano la condizione popolare, segnate dalla rapina dei banchieri e dei capitalisti assai più che dal furtarello... di uno zingaro.
Negli ultimi tre anni, l' abbraccio mortale del berlusconismo e della sua crisi, le crescenti differenziazioni interne al leghismo con la fine del suo vecchio monolitismo, l'apertura di una vera e propria guerra di successione per il dopo Bossi, accompagnavano e scandivano una parabola declinante che aveva già, di per sé, robuste radici materiali.
LO SCANDALO LEGA: UN PARTITO BORGHESE “COME GLI ALTRI”
L'attuale scandalo che investe la Lega segna un indubbio salto di qualità. Perchè è una vendetta liberatoria della verità sul mito. Lo scandalo è innanzitutto la radiografia della miseria morale del massimo entourage dirigente della Lega: un impasto di familismo, nepotismo, affarismo, col contorno di ruberie, truffe penose e cartomanzie esoteriche. L'affresco ambientale è impietoso. Umberto Bossi, ex ministro delle “riforme istituzionali”(!), appare nelle vesti di protettore e garante di un figlio grullo e rampante, di una moglie avida e spregiudicata, di un tesoriere faccendiere già buttafuori. Mentre l'attuale vicepresidente del Senato ( Rosi Mauro), già improbabile sindacalista, emerge col volto di una fattucchiera parassita e ricattatrice. “Padroni a casa nostra” recitava lo slogan: ma pochi avevano pensato che la “casa” fosse quella di Bossi e dei suoi famigli. Che di ( cerchio) “magico” ha davvero assai poco.
Al tempo stesso lo scandalo va ben al di là del familismo privato di Gemonio. Getta un fascio di luce più ampio sulle relazioni materiali del leghismo con gli ambienti del capitale: la pista Belsito porta in Fincantieri, porta in Vaticano, porta alle cosche della ndrangheta calabrese, porta nei paradisi fiscali del riciclaggio internazionale. Non si tratta della personale spregiudicatezza di una “mela marcia”, peraltro da tutti tollerata e coperta sino all'esplosione dello scandalo. Si tratta dell'anatomia di un partito borghese “come gli altri”. Come gli altri, crocevia di guerra di cordate e di affari. Belsito è solo l'antropologia della Lega, quale ordinario partito borghese.
Ma proprio l'apparire “un partito come gli altri” agli occhi di chi lo aveva immaginato “diverso” costituisce per la Lega, più che per altri, un vero problema politico. Un partito che ha vissuto sulla falsificazione della propria realtà, che ha costruito il proprio mito su quella falsificazione, non può sottrarsi al processo della verità. Che può essere ben più severo di quello della magistratura.
GLI SBOCCHI INCERTI DI UNA CRISI STORICA
Non è possibile prevedere la dinamica della crisi della Lega. E sarebbe sbagliato, purtroppo, celebrare sbrigativamente il suo de profundis. La Lega conserva risorse militanti consistenti, dispone tuttora di un radicamento territoriale diffuso, ha margini di ricambio del proprio gruppo dirigente, dove l'ascesa di Maroni ( odioso ministro anti migranti) potrebbe, a certe condizioni, riabilitare in parte l'immagine.
Ma la possibilità di una frana a valanga del leghismo è per la prima volta presente. Per la prima volta- a differenza che nel 94- tutti i fattori della crisi del leghismo si presentano congiuntamente e in forma concentrata: crisi della sua base sociale, crisi di leadership al massimo livello, crisi di immagine pubblica, crisi di alleanze e prospettiva politica. Per la prima volta siamo di fronte ad una crisi storica del principale partito del blocco reazionario del Settentrione.
SOLO UNA SVOLTA DEL MOVIMENTO OPERAIO PUO' PRECIPITARE LA CRISI DELLA LEGA SINO AL PUNTO DI NON RITORNO
Questo punto d'analisi è ricco di implicazioni politiche per il movimento operaio. La crisi della Lega è un'occasione preziosa per liberarsi di anni di menzogne reazionarie contro i lavoratori e i settori più oppressi della società. L'obiettivo può e deve essere quello di lavorare per precipitare la crisi del leghismo oltre il punto di non ritorno: liberando innanzitutto dall'abbraccio leghista quei settori proletari del Nord che sono stati egemonizzati dalle suggestioni reazionarie di Bossi.
Ma questo lavoro di scomposizione del blocco sociale leghista richiede una svolta radicale di programma e di azione del movimento operaio.
Le fortune della Lega negli ultimi 20 anni sono state direttamente proporzionali alla crisi della classe operaia italiana, per responsabilità preminente delle sue direzioni. Se la rabbia di alcuni settori proletari del settentrione è stata ripetutamente capitalizzata dalle mistificazioni della Lega, ciò è avvenuto anche in ragione della subordinazione delle sinistre politiche e sindacali al grande capitale. Se oggi la Lega conserva nonostante tutto uno spazio potenziale di parziale recupero negli strati popolari, ciò è anche in ragione della presenza di un governo di Confindustria e Banche, retto dai liberali del PD, e aiutato dalle disponibilità sindacali.
Rompere con la borghesia, i suoi partiti, i suoi governi, è dunque la condizione necessaria per intervenire nella crisi profonda del leghismo da un versante di classe.
Solo una classe operaia che ritrova fiducia nella propria forza, che si pone al nuovo livello di scontro sociale imposto dal padronato e dal governo, che sa indicare un'alternativa anticapitalista e rivoluzionaria alla crisi capitalista, può polarizzare attorno a sé i più ampi settori proletari liberandoli da ogni subordinazione alla reazione.
Ma questa svolta richiede una nuova direzione politica e sindacale del movimento operaio italiano. Non una burocrazia dirigente della CGIL succube del PD e dunque del governo delle banche che il PD sostiene. Non sinistre cosiddette “radicali” ( da SEL a FDS) che continuano a inseguire il PD liberale per strappare al suo tavolo assessorati e ministeri, come già in passato. E neppure un antagonismo inconcludente senza progetto. Ma una sinistra rivoluzionaria antisistema, che non abbia altro interesse che la difesa del lavoro e la rivoluzione sociale. Che porti in ogni movimento di lotta un progetto di liberazione: la prospettiva di un governo dei lavoratori.
La costruzione del Partito comunista dei Lavoratori(PCL), trova una ragione in più nella crisi storica del leghismo.
9 Aprile 2012
dal sito http://www.pclavoratori.it/files/index.php
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martedì 10 aprile 2012
LEGA: LA CRISI E' PIU' PROFONDA di Felice Mometti
LEGA: LA CRISI E' PIU' PROFONDA
di Felice Mometti
Un modello di partito, il più vecchio che siede in parlamento, troppo autoritario e centralizzato che in ultima analisi non ha retto lo “ stato di eccezione permanente” imposto dal governo Monti. Infatti risulta difficile capire la brusca accelerazione della crisi se si guardano solo le ruberie, i fondi neri, l’accaparramento di denaro pubblico e il conseguente corollario di squallidi personaggi. E non si tratta nemmeno, almeno non più, dello scontro tra i conservatori del “cerchio magico”, che gestiscono a piacimento un presunto inconsapevole e malato Bossi, e la schiera dei “barbari sognanti” posizionati dietro il cosiddetto modernizzatore Maroni.
La Lega, così com’è, non ha retto l’urto del governo Monti.
Paradossalmente, ma poi non tanto, il partito che sembrava il piu’ attrezzato ad opporsi, agitando spettri razzisti e populisti, alle politiche governative e’ diventato vittima delle proprie contraddizioni interne. Una serie di contraddizioni laceranti che sembrano andare più in profondità rispetto anche alle due crisi precedenti che avevano investito la Lega nel 2001 e nel 2006.
Il venir meno di un ampio strato di attivisti, cosa molto diversa dai militanti vestiti di verde con tanto di elmo vichingo ed anche di un generico elettorato, che garantivano partecipazione, impegno ed erano il termometro sociale della Lega. Il formarsi di un ceto di amministratori, parlamentari, ministri e sottosegretari completamente inserito nei meccanismi istituzionali, l’inclusione – seppur con problemi e difficoltà - nei circuiti industriali e finanziari di esponenti leghisti, si sono sommati e hanno fatto emergere in modo virulento una crisi che covava da un po’ di tempo. Si può dire che sia fallita la coabitazione tra i fautori del leghismo territoriale, teso alla mobilitazione permanente, e i sostenitori della “ lunga marcia” attraverso le istituzioni con lo scopo di stravolgerle mediante il federalismo. Il federalismo non si e’ ottenuto, la capacità di mobilitazione della Lega e’ diminuita e lo stesso progetto di sindacato dei lavoratori del Nord non e’ mai decollato.
E’ quasi ovvio che in tale situazione si acuiscano i contrasti interni, soprattutto avendo di fronte un governo che impone molta flessibilita’politica e adattamento istituzionale ( vedi PD e PdL ), tanto da mandare in fibrillazione un partito troppo accentrato e verticale come la Lega. Nel senso che chi non si piega corre il rischio di spezzarsi se tutto sommato rimane dentro l’attuale quadro politico e istituzionale.
Ora nella Lega si apre una partita dagli esiti incerti. Il progetto politico di Maroni, l’unico che ne abbia uno, sembra quasi un ossimoro: istituzionalizzare la Lega mantenendo un profilo anti-istituzionale. I fedelissimi di Bossi pensano che passata la tempesta si possa rimettere l’icona al proprio posto e partire con una rabbiosa controffensiva.
Entrambi devono però tener conto che la Lega, dopo gli anni di governo con Berlusconi, è profondamente cambiata sia nelle forme del proprio radicamento, più istituzionale che sociale e territoriale, e di aggregazione degli iscritti ed anche dei semplici sostenitori. Uscire dall’angolo, rilanciando il razzismo e la secessione, come è stato fatto nelle due crisi precedenti, non sembra credibile. Allora l’operazione riuscì mantenendo inalterata la struttura del partito, oggi la crisi si concentra in larga misura anche sull’inadeguatezza di un modello di partito pensato per la mobilitazione e che invece si trova sempre più a mediare nelle istituzioni, nei consigli di amministrazione delle municipalizzate, delle banche e delle grandi aziende.
Non è escluso, ed è la cosa che temono di più sia Bossi che Maroni, che si inneschi una sorta di scissione silenziosa da parte di molti attivisti e militanti della Lega, una sorta di ritorno a casa manifestando la propria adesione solo sulla scheda elettorale.
L’attuale crisi della Lega è un’occasione che la sinistra radicale non deve farsi sfuggire per costruire un’opposizione politica e sociale al governo Monti e all’attuale sistema di dominio e sfruttamento a patto che si ripensi profondamente, abbandoni i politicismi, e punti decisamente all’autorganizzazione e al protagonismo dei soggetti sociali che maggiormente stanno pagando i costi della crisi.
dal sito http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/
sabato 7 aprile 2012
Mozione del gruppo BANDIERA ROSSA per il Direttivo Nazionale della LEGA DEI SOCIALISTI del 21 aprile 2012
Mozione del gruppo BANDIERA ROSSA
per il Direttivo Nazionale della LEGA DEI SOCIALISTI
del 21 aprile 2012
Compagne e compagni,
Il tempo che viviamo è connotato da una crisi economica e sociale di dimensioni inaudite, e da una risposta delle classi dirigenti imperniata sui canoni del liberismo più radicale, attraverso una ossessione, di chiaro stampo neomonetarista, verso la sterilizzazione dei bilanci pubblici, con un effetto fortemente recessivo, che in Italia potrebbe durare per molti anni, stanti i vincoli imposti dal “fiscal compact”, un processo di deregolamentazione e smantellamento dei diritti acquisiti, alle spese delle classi più deboli.
Sul versante politico, in contesti sociali sempre più impoveriti e inquieti, potrebbero verificarsi derive antidemocratiche, oligarchiche e tecnocratiche, di cui già si avvertono i primi sintomi, ad esempio in Italia con il Governo dei tecnici. Ma è più in generale in tutta Europa che si avverte lo scollamento fra le popolazioni e la tecnocrazia dell'Unione Europea, rappresentata dalla Commissione (organo non
elettivo ma che di fatto detiene, oltre al potere esecutivo, anche quello di iniziativa legislativa) e della Bce, supportate dal capitale finanziario responsabile della crisi. Il sogno socialista novecentesco di un’Europa dei popoli è diventato l’incubo di una euro-burocrazia neomonetarista, asservita agli interessi della finanza, con una rinascita degli antagonismi nazionali .
La gravità del momento richiede una alleanza fra tutte le componenti della sinistra storica, che in forma isolata non potranno contrastare incisivamente la deriva in atto. Il comunismo, da solo, può esplicare la sua azione soltanto al maturare delle condizioni oggettive e soggettive di una rivoluzione, e deve fare i conti con il dato empirico secondo il quale le rivoluzioni comuniste si verificano più facilmente in Paesi a capitalismo arretrato. La socialdemocrazia, dal canto suo, deve elaborare un pensiero economico in grado di superare i limiti del keynesianesimo tradizionale, coniugando competitività ed equità distributiva in un contesto di economia aperta, di ridisegno della divisione internazionale del lavoro e di smaterializzazione dei fattori produttivi e dei cicli di accumulazione. L’ecologismo, se privato di un connotato di classe, si limita a blandi richiami a modelli di sviluppo sostenibile in campo capitalistico (che si realizzano soltanto nella misura in cui le esigenze del profitto lo consentono). I filoni dell’anarchismo e del libertarismo, infine, non possono non fare i conti con le questioni di egemonia sovrastrutturale politica e culturale del capitalismo.
Nel contesto della sinistra italiana, poi, si riscontrano particolari debolezze: l’abbandono definitivo, da parte del PD, di qualsiasi velleità di riformismo di sinistra, dimostrato dalla subordinazione al Governo-Monti e dall'estraneità rispetto alla componente più combattiva del sindacato, ovvero la FIOM, nonché l’estrema frammentazione e personalizzazione dei partiti alla sinistra del PD, rispondente più a inutili logiche di difesa di orticelli di consenso in via di erosione, e di accettazione di processi deleteri di personalizzazione leaderistica portati dal berlusconismo, che all’esigenza di ricostruire un rapporto organico con la società, che solo la forma-partito, e il coraggio di sapersi mettere insieme per fare massa critica, riescono a garantire.
Pertanto, ciò che chiediamo, come gruppo di Bandiera Rossa, per l’evoluzione della Lega dei Socialisti verso l’obiettivo di divenire un soggetto politico autonomo, autorevole ed in grado di costituire il collante per una sinistra unita ed efficace, si estrinseca nei seguenti punti, che prefigurano un cammino lungo, non risolvibile in un unico congresso come quello del 21 Aprile:
1) La Lega dei Socialisti deve darsi l’ambizione di diventare un soggetto politico socialista autonomo, che dialoga con tutte le organizzazioni politiche di sinistra, nella prospettiva di fare da catalizzatore delle diverse anime della sinistra storica, al fine di porsi come soggetto costituente di un Fronte di Sinistra italiano, in grado di replicare il successo elettorale, e la crescente incisività politica, che esperimenti di sinistra unitaria, come la Linke in Germania, Izquierda Unida in Spagna, oppure il FG in Francia, stanno avendo negli anni recenti. Di fatto, fra i grandi Paesi europei, l’Italia è l’unico a non avere un partito di sinistra unitario, in grado di fare sintesi fra il marxismo, il socialismo democratico, l’ecosocialismo, il libertarismo e le dottrine del socialismo del XXI Secolo, e che dia uno sbocco politico ai movimenti sociali ed alle forme di aggregazione spontaneistica della società civile. C’è una enorme domanda di sinistra insoddisfatta all’interno dell’elettorato, e che può essere calcolata non soltanto aggregando il consenso attribuito a partiti come SEL o la FED, ma che si rivolge anche a soggetti politici che non sono di sinistra, ma sanno gestire bene la fase comunicativa con tali frange di elettorato (si pensi ad Idv, o al Movimento 5 Stelle, che pur essendo lontani da una visione ed una tradizione di sinistra, catalizzano voti di elettori di sinistra, o alle componenti di elettorato ex-DS presenti ancora nel PD) oppure che, in assenza di riferimenti politici validi, si rifugia in un astensionismo in forte crescita, che oramai supera il 30% dell’elettorato, e che secondo i principali studi demoscopici è composto perlopiù da elettori con orientamento politico a sinistra. Non è affatto azzardato ipotizzare che un soggetto di sinistra unitario e pluralistico, che si collochi su posizioni coerenti con valori di libertà, uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà, non discriminazione, pacifismo, antifascismo ed ecologismo possa aggregare non meno del 10% dell’elettorato;
2) In questa fase occorre proporre chiarezza, coerenza e trasparenza nella linea politica presentata al proletariato. Occorre smarcarsi dalla voluta ambiguità di chi, come il PD ma spesso anche la SEL, si propone come difensore delle ragioni del lavoro ma poi strizza l’occhio all’interclassismo, con il risultato di non essere più efficace nel contrastare la deriva neoliberista, e di perdere il sostegno dei ceti popolari. Pertanto, chiediamo che la linea politica della Lega dei Socialisti venga decisa dai suoi organi dirigenti nella più totale autonomia rispetto alla linea delle altre segreterie, ivi compresa quella del PSI;
3) Il processo di unificazione a sinistra deve avere come interlocutori principali SEL e la FED, e, solo eventualmente in seconda battuta, la sinistra del PD, qualora questa componente decida finalmente di smarcarsi con decisione dalla attuale linea politica di appoggio al Governo-Monti decisa dalla maggioranza della direzione nazionale di quel partito. Proponiamo altresì l’avvio di una interlocuzione con l’arcipelago del trotskismo, ed in particolare con il PCL, il cui segretario Ferrando ha più volte lanciato appelli all’unità della sinistra. Consideriamo essenziale anche il rapporto con i movimenti e con i centri sociali, di ispirazione ecologista, anticapitalista, antirazzista ed antifascista, al fine di includerli attivamente all’interno del progetto, e offrire loro una sponda politica su cui poggiare le loro rivendicazioni;
4) Il processo di interlocuzione con gli altri partiti e movimenti di sinistra deve essere condotto senza subordinazioni, ma anche senza inutili pretese di dominanza;
5) Siamo consapevoli che il percorso di unità plurale della sinistra italiana è lungo, tortuoso ed accidentato, e siamo quindi disposti ad accompagnarlo con tutta la pazienza, il tempo e la gradualità che saranno necessari, ma non siamo disponibili ad accompagnare un percorso che procede con ambiguità. Pertanto, chiediamo che fin da subito si stabilisca, seppur in termini molto generali ed aperti, un abbozzo di strategia generale che ci conduca verso l’obiettivo auspicato;
6) Stiamo con la FIOM e ci offriamo come soggetto in grado di fornire una sponda politica a tale sindacato;
7) Il percorso di costruzione della Lega dei Socialisti come soggetto politico autonomo deve essere improntato al pluralismo, al dibattito interno, alla promozione della partecipazione dal basso, ma anche alla formazione e selezione di una classe dirigente all’altezza delle enormi sfide che ci vengono poste dall’attuale fase. Per ciò stesso, chiediamo che la Lega rifugga da forme di organizzazione leaderistica e personalistica che affliggono molti partiti di sinistra;
8) Siamo per un’Europa che garantisca la partecipazione democratica ed egualitaria dei popoli e che promuova il socialismo, i diritti e l’eguaglianza distributiva. Siamo contro un’Europa monetaristica e burocratica, l'Europa del Capitale; siamo contro ogni tipo di intervento militare che leda la dignità e l'indipendenza dei popoli e che sia succube di logiche neocolonialiste ed imperialiste
9) Rifuggiamo da ogni differenziazione artificiosa fra minimalismo e massimalismo, contemplando la possibilità che la nostra azione politica ci porti anche ad affrontare un superamento dell’attuale paradigma;
10) Chiediamo che una discontinuità che affondi le radici nelle migliori tradizioni del socialismo sia visibile anche simbolicamente, per cui proponiamo di adottare, per la Lega dei Socialisti, il vecchio stemma del PSI (sole dell'avvenire, falce e martello, libro, in campo bianco anche se aggiornato nel suo restyling).
Se lo spirito costituente della Lega dei Socialisti rispetterà questi principi fondamentali, ci impegniamo, come gruppo di Bandiera Rossa, a sostenere con tutte le nostre risorse politiche, culturali e comunicative tale difficile ma improcrastinabile sfida.
Gruppo Bandiera Rossa aderente alla LdS
venerdì 6 aprile 2012
NESSUN ONORE DELLE ARMI PER UMBERTO BOSSI di Gennaro Carotenuto
NESSUN ONORE DELLE ARMI PER UMBERTO BOSSI
di Gennaro Carotenuto
Risparmiateci l'onore delle armi per Umberto Bossi e per la Lega Nord. La melma nella quale affonda è la stessa nella quale ha lucrato per decenni su paure ataviche ed egoismi modernissimi. È un bene che il velo sia caduto sul repertorio più classico del peggiore italianismo: corruzione spiccia, avidità, opportunismo, furbizia, una casta leghista così impresentabile da far rimpiangere l’Udeur, la connivenza con la criminalità organizzata, la presunta discontinuità che invece si dimostra bieca continuità, la bella vita senza lavorare, il familismo amorale del sistemare la famiglia. Altro non è mai stato, la Lega Nord. I mali d’Italia concentrati nella casa di Gemonio quasi come fosse quella del Grande Fratello.
Risparmiateci l’onore delle armi per i ragionieri con lo spadone. Non provo alcuna pena per i mentecatti di Pontida che si sono prestati al gioco dell’odio, convinti di essere una razza superiore assediata da chi è nato poche decine di km più a Sud o su una sponda diversa dello stesso mare. Causano puro orrore quelli che hanno avvelenato la vita del nostro paese con l’odio antimeridionale prima e contro i migranti poi. Causano profondo disprezzo quei profittatori di una guerra inventata che hanno fatto carriera o guadagnato un posto in graduatoria pretendendo di discriminare chi era nato in un’altra regione. Non dimentico neanche una delle infamie della Lega Nord alle quali ha fatto sponda, offrendole una legittimazione che non era scontata, l’intera classe politica. Ovviamente Silvio Berlusconi ma anche l’altro campo, esemplificato nella nefasta “costola della sinistra” di Massimo d’Alema, ha rappresentato in questi anni l’incapacità di trattar la Lega per quello che è sempre stato: un fenomeno eversivo fondato sulla discriminazione.
Mi vergogno per un paese che ha avuto Roberto Calderoli come Ministro e si è fatto rappresentare a Bruxelles da Mario Borghezio e Matteo Salvini. Mi vergogno di un paese che ha considerato interlocutori politici gentaglia capace di passare senza ritegno dai riti pagani all’integralismo cattolico, dalla presunta goliardia violenta del “forza Etna” alle guerre di civiltà. Noi contro loro perché è più facile da capire. Noi contro loro perché altrimenti non scatta la macchina del consenso. Noi contro loro perché altrimenti i nodi del fallimento del neoliberismo verrebbero al pettine. Noi contro loro perché altrimenti dovremmo interrogarci sui limiti della nostra modernità, sulla perdita di valori, cultura, coscienza civile. Noi contro loro nell’illusione che il problema possa essere espulso e noi si possa riprendere la nostra età dell’oro bucolica interrotta dall’irruzione dello straniero.
È infame poi lo spaccare il capello in quattro di media tuttora conniventi con una Lega pienamente interna al sistema, con propri uomini ovunque, dai consigli d’amministrazione alle fondazioni bancarie, dagli organismi di vigilanza ai media. Il ribaltamento della “questione meridionale” in “questione settentrionale” non era altro che questo: aggiungere posti a tavola della mangiatoia pubblica. Sarebbe “il nuovo” Roberto Maroni, complice di tutti le nefandezze del capo e condannato per crimini contro l’umanità dalla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo per l’infamia dei respingimenti, il crimine più grave in Italia da Marzabotto, Stazzema e le Fosse Ardeatine?
È emendabile la storia della Lega Nord dai sacrifici umani, dal sangue che hanno voluto i dentisti o i commercialisti in camicia verde? Piango per quei 17.000 corpi senza nome che giacciono nel Mediterraneo, e che sono in gran parte sulla coscienza di un’Italia che ha permesso la vergogna di far diventare partito di massa un partitino xenofobo estremista che in Germania o in Francia sarebbe stato tenuto fuori dalle istituzioni come testimoniò il ballottaggio 2002 a Parigi. Piango per i torturati da Gheddafi ai quali Maroni e Berlusconi avevano appaltato il lavoro sporco. Piango per quei bambini ai quali è stato negato perfino il cibo in scuole dell’orrore come quella di Adro. Rivendico subito (come minima prova di riscatto) la cittadinanza per i nati in Italia, e presto, con un percorso sicuro e garantista, la cittadinanza piena per chi in Italia ha scelto di vivere. Oggi, Ministro Riccardi!
Ma come siamo arrivati a questo? La canea dell’odio leghista in questi anni ha fatto breccia in almeno due Italie. Da una parte un’Italia aggressiva figlia di un ibrido mostruoso tra Mastro don Gesualdo e Margaret Thatcher, disposta a sparare a vista pur di dire “roba mia viettene con me” e intimamente rappresentata dal più gretto, volgare e razzista dei partiti. Dall’altra la Lega ha fatto breccia nell’Italia dei penultimi, tra gli anziani spaventati, tra i giovani che avevano creduto che studiare non servisse per poi ritrovarsi subalterni per sempre, per cultura e rapporti di produzione, soprattutto in quella classe lavoratrice colpita a morte dalla doppia crisi strutturale del modello, quello neoliberale e quello della piccola e media impresa. È l’Italia che è stata tradita dalla fine dei partiti di massa, DC e PCI innanzitutto, che avevano a lungo saputo incarnare la società della seconda metà del XX secolo per poi sparire senza eredi che non fossero scorciatoie (sempre conservatrici) di interpretazione della modernità: l’individualismo berlusconiano, quello appena temperato da un centro-sinistra che accettava pienamente il modello.
Così la Lega ha speculato su problemi reali banalizzandoli e offrendo una spiegazione semplice per tutto quello che di brutto andava succedendo nell’abdicazione di una politica che aveva rinunciato a trattare le masse stesse come soggettività. Non erano i tagli orizzontali alla scuola pubblica a far crollare quest’ultima ma era colpa degli insegnanti meridionali. Non era il radicale peggioramento dei rapporti di produzione dato dalla globalizzazione a rendere invivibile la condizione operaia ma era colpa dei migranti che rubavano il lavoro agli italiani. Il veleno reazionario, incarnato dal messaggio leghista forse meglio ancora che da Berlusconi, si è insinuato in questi anni nel vuoto di un messaggio politico alternativo. Solo il riprendere la battaglia delle idee con una chiara proposta di progresso includente, con un’idea guida che metta gli ultimi e i penultimi dalla stessa parte della barricata, eviterà che la fine ineludibile della cosiddetta Seconda Repubblica, nelle cose con l’ignominiosa uscita di scena di Berlusconi prima e Bossi poi, non si trasformi in un incubo peggiore.
dal sito http://www.gennarocarotenuto.it/
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martedì 3 aprile 2012
LA GIUSTIZIA DEL RE di Stefano Santarelli
LA GIUSTIZIA DEL RE
di Stefano Santarelli
Sulla collina di Montmartre vi è una statua che raffigura un giovane gentiluomo del ‘700 e sotto il classico tricorno si riesce ad intravedere un volto coraggioso e nobile anche se il suo sguardo sembra perso nel vuoto.
Questo ragazzo di soli diciannove anni si chiamava François-Jean Lefebvre, Cavaliere de la Barre, e fu protagonista suo malgrado di un grave affare di cronaca che lo portò al patibolo. Egli fu l’ultimo condannato a morte per blasfemia nella terra di Francia.
Questa statua ha assunto lo stesso valore simbolico contro l’intolleranza religiosa di quella dedicata al nostro Giordano Bruno che si trova nella celebre piazza romana di Campo de’ Fiori ed ha avuto una vita travagliata.
Infatti venne eretta nel 1905 davanti alla Basilica del Sacro Cuore e spostata nel 1926 nella piazza vicina a causa delle proteste dei cattolici. Nel 1941 con la Repubblica di Vichy venne rimossa e quindi fusa. Nel 2001 infine una nuova versione di questa statua è stata rimessa a Montmartre.
Una statua quindi con una storia travagliata come lo fu il caso che condusse alla tortura prima e poi alla decapitazione il giovane Cavaliere de la Barre. Un caso giudiziario che prefigura sotto molti aspetti l’affaire Dreyfus e che fu duramente contestato da Voltaire, Diderot e da tutti gli altri illuministi i quali metteranno in evidenza l’arbitrarietà della giustizia del XVIII secolo.
E’ necessario ricordare che nell’Ancien Régime la giustizia era un prolungamento della funzione reale e non era possibile contestarla o criticarla. Per diritto la procedura era segreta ed i giudici non dovevano motivare la loro sentenza. Oltretutto il codice di procedura penale non ammetteva il diritto alla difesa e non vi erano quindi avvocati che potevano difendere un accusato.
La difesa che compie Voltaire come gli altri illuministi è quindi costretta a svilupparsi fuori dal processo vero e proprio. Voltaire interviene come “philosophe observateur” ed è a questo titolo che scatena la sua denuncia legittimando la sua azione. Ricordiamo che due anni prima questo grande filosofo era intervenuto nel caso “Jean Calas”, un ugonotto che venne giustiziato per un omicidio che non aveva commesso. In quel caso aveva ottenuto un nuovo giudizio e la riabilitazione della memoria del condannato ed il Parlamento di Tolosa aveva dovuto sconfessare la sua azione.
Era per la Francia del XVIII secolo un avvenimento epocale. Oltretutto va sottolineato che la battaglia pubblica di Voltaire nel processo “Calas” rappresentava una vera innovazione sia nel campo giuridico che in quello politico,
Ed è quindi proprio nella sua veste di filosofo che Voltaire interviene di nuovo pubblicamente, ma questa volta però con scarsa fortuna, nel processo del Cavaliere de La Barre.
Tutto inizia il 9 agosto del 1765 quando venne trovato deturpato un crocefisso in legno che si trovava nel pont neuf di Abbeville, una piccola cittadina della Piccardia.
Nelle cronache locali venne descritto il danno subito da questo crocefisso il quale era stato tagliato in vari punti “da uno strumento tagliente” che aveva provocato alla gamba destra “tre tagli di più di un pollice di lunghezza ciascuno e profondi quattro linee” e “due tagli accanto allo stomaco”.
Un danno come si può intuire in fondo molto minimo e che come verrà ricostruito in seguito fu provocato quasi sicuramente da un carro carico di tronchi di legno che aveva urtato questa statua.
Il giudice constatato il fatto apre una inchiesta ed in questa cittadina l’emozione per questo atto“sacrilego” è profonda e ci si interroga su chi possa essere stato a commettere tale atto e per più di un anno non si parla d’altro.
Il Vescovo d’Amiens, Louis-François d’Orleans de la Motte, compie una cerimonia di “riparazione” a piedi nudi in presenza di tutti i dignitari della regione dando così una importanza a questo episodio che certamente non meritava.
A questo punto bisognava assolutamente trovare i colpevoli e li si individua in tre giovani gentiluomini: il Cavaliere de la Barre, Gaillard d’Etallonde e Moisnel.
Gli accusati hanno una età compresa fra i 15 e i 21 anni ed appartengono alle migliori famiglie della città le quali occupavano le più importanti cariche istituzionali. Il Cavaliere de la Barre tra l’altro è imparentato con i Séguier ed i D’Ormesson, celebri famiglie di magistrati parigini. E sia gli accusati che gli accusatori sono tutti membri della nobiltà locale.
Voltaire ricostruisce questo folle caso giudiziario e ci basiamo proprio sulla sua inchiesta che lo costringerà poi ad una fuga dalla Francia.
Il Cavaliere de la Barre per difendere la zia da “attenzioni” non richieste si è inimicato un sessantenne di nome Belleval, responsabile di un tribunale preposto per riscuotere le imposte.
Ed è questo personaggio che fa notare lo scandaloso comportamento dei tre giovani gentiluomini.
Effettivamente questi tre giovani gentiluomini durante una processione non si erano inginocchiati, né si erano scoperti il capo. Ma queste sono le uniche cose che si possono rimproverare loro visto che sul danneggiamento del crocifisso non si era scoperto nulla, nessun testimone aveva visto l’atto o incontrato qualcuno che l’avesse visto. Ma nella camera da letto del Cavaliere de la Barre vengono trovati però libri “licenziosi”, impreziositi da incisioni ed una copia del “Dictionnaire philosophique” di Voltaire. Erano libri acquistati e venduti clandestinamente a causa del divieto reale di stamparli e di venderli.
Viene quindi presentato un secondo capo di accusa questa volta per blasfemia formulato dallo stesso tribunale di Abbeville.
E sulla base di queste risibili accuse vengono arrestati i nostri tre gentiluomini a cui segue quella, con ironia del fato, proprio del figlio di Bellaval. Quest’ultimo e D’Ettalonde riescono a fuggire dalla Francia mentre il Cavaliere de la Barre e Moisnel vengono condannati a morte dal Tribunale di Abbeville.
Viene chiesto anche l’arresto di Voltaire come istigatore con il suo “Dictionnaire philosophique” della profanazione del crocefisso. Questo costringe il grande illuminista a doversi rifugiare in Svizzera e poi a domandare asilo a Federico II, Re di Prussia.
Intanto de la Barre e Moisnel, che ha appena quindici anni, presentano appello al Parlamento di Parigi e nel marzo del 1766 vengono trasferiti alla Conciergerie di Parigi.
Moisnel viene discolpato dal Cavaliere de la Barre ottenendo una pena minore mentre quest’ultimo viene condannato a morte. Nonostante la parentela influente che poteva vantare il nostro giovane Cavaliere non riuscirà comunque ad ottenere la grazia di Luigi XV.
Il reato contestato al nostro povero de la Barre era quello di blasfemia, un reato che era caduto in disuso e come ricorda Voltaire “non esiste in Francia una legge che condanna a morte per blasfemia”, infatti l’ordinanza del 1666 la puniva con una ammenda.
Ma nella Francia dell’Ancien Régime la nozione di blasfemia e di empietà non riguardava soltanto il terreno religioso, ma anche la costituzione politica del regno e dell’organizzazione sociale. Cioè la base della sovranità stessa: il concetto della monarchia come diritto divino. E’ la reciproca relazione che si davano tra di loro la Chiesa e la Monarchia e che costituiva il fondamento dello stato. La tradizione attribuiva poteri miracolosi ai sovrani francesi nel momento dell’incoronazione e delle grandi feste cristiane (Pasqua, Natale, ecc).
Rimandiamo a questo proposito al celebre libro di Marc Bloch I Re taumaturghi dove il grande storico francese studia questa credenza.
Infatti si riteneva che il Re avesse il potere di guarire malattie ed in particolare le scrofole. Era questa una tradizione che era stata incoraggiata e voluta dalla stessa Chiesa la quale non vedeva in questo carattere di santificazione della figura reale un carattere di usurpazione del clero, ma anzi un omaggio alla religione. Potere temporale e potere spirituale sono quindi la base di un Ancien Régime che però proprio sotto il regno di Luigi XV inizia a manifestare le prime crepe facendo intravedere l’alba della grande Rivoluzione, ricordiamo infatti che "Les chaînes de l'esclavage" di Marat è del 1774.
Voltaire quindi attaccando il concetto stesso di blasfemia aveva attaccato il cuore stesso del sistema politico francese. Era perciò un passo per la separazione tra la Chiesa e lo Stato, anche se è giusto sottolineare che in realtà il grande filosofo non attaccava la monarchia in quanto tale, ma il legame tra il prete ed il Re.
Il processo del giovane Cavaliere de la Barre si colloca nel mezzo di due editti reali: quello che bandisce i gesuiti dal Regno e la condanna contro l’Encyclopédie cioè contro l’Illuminismo.
Entrambi, gesuiti ed illuministi, pur nella loro diversità volevano rinnovare il principio della sovranità nell’esercizio e nel principio monarchico. Questa necessità del rinnovamento della formula monarchica sarà tra l’altro uno dei motivi di fondo che porteranno alla convocazione degli Stati Generali nel 1789.
Ma ritornando al processo, Moisnel venne discolpato dal Cavaliere de la Barre ottenendo una pena minore mentre quest’ultimo venne condannato a morte. Ricondotto ad Abbeville verrà decapitato il 1 luglio del 1766 dal boia Sanson lo stesso che tredici anni dopo taglierà la testa a Luigi XVI. Questa decapitazione sarà preceduta dalla tortura e poi dall’amputazione della mano destra e della lingua. Il suo cadavere verrà bruciato insieme ad una copia del Dictionnaire philosophique di Voltaire.
Le cronache del tempo ci hanno tramandato le sue ultime parole:
"Je ne croyais pas qu’on pût faire mourir un jeune gentilhomme pour si peu de chose"
____________________________________________________________
Bibliografia :
E.Claverie - L’affaire du Chevalier de la Barre: naissance d’une forme politique
M.Gallo - Que passe la justice du roi. Vie, procès et supplice du Chevalier de la Barre -Versaille-2011
17 marzo 2012
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