Diari di Cineclub

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Rivista Cinematografica online e gratuita

mercoledì 6 ottobre 2010

VINCERE (2009) recensione del film di Marco Bellocchio





VINCERE  (2009)

recensione del film
di Marco Bellocchio

di Pino Bertelli












O del buffone di corte che fu adorato come un duce da un popolo di voltagabbana e fu impiccato per i piedi (con la sua puttana e i sui bravacci) a un distributore di benzina, come si appende un’opera d’arte surrealista o concettuale al gancio di un macellaio...




“Con le budella dell’ultimo papa, impiccheremo l’ultimo padrone”.

dal film Vincere, di Marco Bellocchio

I.  UN ERETICO DELL’ERESIA

In principio è stato I pugni in tasca, il con il quale ha esordito nel cinema, in maniera anarchica e fulminante, Marco Bellocchio… correva l’anno 1965. Bellocchio annuncia con quest’opera ribelle e aconformista, la germinazione (se non la nascita) del ’68. Era un film contro la morale e il pregiudizio… opera di un Anarca che andava a inaugurare una delle più importanti cinevite del cinema italiano. Eretico dell’eresia, da I pugni in tasca a Vincere, Bellocchio ha costruito il suo fare-cinema su viatici trasversali al mercantilismo e si è fatto maestro di una ribellione etica ed estetica che combatte la vigliaccheria e l’immobilità. Le tematiche che ha trattato lungo il suo percorso di autore singolare di cinema civile… hanno sempre avuto al centro dei suoi interessi sociali e politici, una percezione della libertà, della disobbedienza, della rivolta contro l’ordine costituito e contro la menzogna delle chiese… più di ogni cosa Bellocchio ha lavorato su una cartografia umana dell’esistenza e si è fatto incendiario dei luoghi comuni e della genuflessione… di più, ha mostrato che nessuna opera d’arte è degna di questo nome, senza manifestazione di uno stile. I suoi film, nessuno escluso, portano tutta intera la sua visione del mondo e dicono che per raggiungere una qualche felicità occorre scegliere, incidere o cancellare… rovesciare un mondo rovesciato e fare dell’uomo, della donna, la misura di tutte le cose.
La psicologia del profondo che circola nel cinema-anarca di Bellocchio (come nelle opere di Pier Paolo Pasolini, Marco Ferreri, Luigi Faccini…) è una sorta di “scatola degli arnesi” che porta alla percezione dell’anima del mondo per mezzo dell’immaginazione. Del resto James Hillman, altro corsaro dell’anima insorta, scrive, da qualche parte: “La riscoperta della storia dell’anima si manifesta nel ridestarsi dell’emotività, della fantasia e dell’attività onirica… La storia dell’anima emerge via via che mi scrollo di dosso la storica clinica [dei saperi, delle fedi, delle politiche di repressione istituzionali...] ovvero, in altre parole, emerge con la mia morte [o di-sobbedienza, insurrezione, diserzione] al mondo inteso come arena della proiezione” oracolare dell’impostura e della falsificazione mediatica delle democrazie consumeriste e dei comunismi al potere.

L’Anarca è l’angelo ribelle o necessario che forza l’apparire e lo disvela… la di-sobbedienza che pratica, abita il senso sotterraneo delle cose e scardina le falsità degli idoli… il profumo di resistenza e insubordinazione che sparge ovunque pianta le sue idee di sovversione non sospetta della realtà imposta, libera derive libertarie che vanno a scardinare alla radice la percezione e quindi l’immaginazione delle rappresentazioni istituzionali dominanti. La ciascunità dell’Anarca (avrebbe detto Ernst Jünger) altro non è che l’individuazione o un farsi particolare dell’anima in ciascuno e in tutti… i sogni, come le opere d’arte, restituiscono alla coscienza il senso di molteplicità e infinità dell’anima e i percorsi della rivolta, non solo affabultiva, che si porta addosso, aderiscono al fantastico di tutte le ribellioni… l’evento archetipale che rappresentano rimanda non tanto a qualcosa che accade, quanto a un gesto antico che si compie di nuovo per cogliere ancora attimi estremi di libertà.

I pugni in tasca, La Cina è vicina, Nel nome del padre, Matti da slegare (con Rulli, Petraglia e Agosti), Marcia trionfale, Diavolo in corpo, L’ora di religione, Buongiorno notte, Vincere… sono alcuni film di Bellocchio che, più di altri, credo, frantumano la crosta dei significati codificati della pubblica morale e liberano nuove intuizioni e vi-sioni della comunità che viene. Creare significa trasmettere non solo le proprie sofferenze ma anche la bava originaria di tutte le insurrezioni sociali. Buongiorno notte era un’opera-testamento sul Sessantotto, una sorta di quaderno aperto su una stagione libertaria mai finita… Bellocchio è riuscito qui a ripercorrere la bellezza di una rivoluzione dei costumi, antiautoritaria, senza capi né programmi scritti da rivoluzionari di professione... che chiedeva di godere senza limiti, si prendeva il diritto di giudicare la società dell’apparenza e imponeva ai centri di potere (sindacati, università, partiti, chiese…) che la sostenevano, di tacere o sparire… l’Utopia era di quelle buone! Coloro che sostengono con forza e amore le loro idee, anche le più estreme, non hanno bisogno di antenati, né di padri… lo spirito del Maggio Sessantotto raccoglieva le speranze dei dannati della terra e i suoi figli gioiosi hanno sollevato una tempesta sociale che ha scosso alle fondamenta i codici immutabili della servitù volontaria dei popoli… hanno danzato sulle teste dei potenti e, anche se per poco, hanno permesso agli uomini, alle donne di fare un piccolo passo nella storia, ma un grande balzo in avanti per il cammino dell’umanità verso la conquista della felicità tra liberi e uguali.

Vincere racconta la storia di un traditore inveterato, un clown senza talento, un criminale di bassa lega, Benito Mussolini, osannato dall’intero popolo italiano… manovrato dalla nascente borghesia industriale, dalle trame antisemite della chiesa di Roma, dai settori devianti di poteri più o meno occulti orchestrati da quella casta di cri-minali dei Savoia… Bellocchio fa finta di parlare della storia d’amore tra una signora dabbene e il Duce degli italiani… tuttavia mette molto altro nel film, specie un’atmosfera politica generalizzata, completamente complice con le efferatezze di un arrampicatore sociale e le stupidità dialettiche di un pagliaccio da osteria che hanno portato un folle (e questo vale per tutti i dittatori) alla guida di una nazione. I tiranni, come gli stupidi, sono sempre ammazzati troppo tardi.

II.  VINCERE

Agli inizi del secolo Benito Mussolini è un giovane sindacalista, giornalista, socialista rivoluzionario… conosce una signora della borghesia milanese, Ida Dalser e hanno una storia d’amore… lei impegna tutti i sui soldi per aiutare Mussolini a fondare Il popolo d’Italia (c’erano anche gli industriali milanesi dietro la nascita di quel foglio e non solo...) e gli darà anche un figlio, Benito Albino… Mussolini lo riconosce e sposa Ida in chiesa. Intanto contrae matrimonio civile con Rachele Guidi, popolana semianalfabeta, che gli ha dato la figlia Edda. Mussolini ascende al potere e decide di escludere dalla sua vita l’esistenza di Ida e di Benito Albino… moriranno entrambi in manicomio e nei registri della chiesa nulla si riesce a trovare del matrimonio della Dalser con il dittatore.
Il film di Bellocchio è bello, fin troppo elaborato, con qualche “effetto speciale” del quale non c’era proprio bisogno, i bei nudi di Giovanna Mezzogiorno sono un po’ troppo ripetuti… mai volgari… e i baci con la lingua in bocca della Mezzogiorno con Filippo Timi esprimono un erotismo salutare che buca lo schermo… l’interpretazione di Timi, nel doppio ruolo di Mussolini e del figlio Albino, giovane… non è proprio centrata, a tratti è caricaturale e non aderisce al carattere schizofrenico del dittatore... ha poco a che fare con l’ebetismo plateale del Duce e molto con la fatturazione del cinema corrente italiano, tutto mossette e atteggiamenti da operetta… Vincere però è un film (come un buon libro) di quelli al quale tornare e rileggere… è un piccolo trattato di geografia umana dove gli atteggiamenti diventano forme e le forme convinzioni o convenienze politiche. Non c’è governo, né chiesa, senza una politica che li sostenga e giustifichi i loro crimini.
A ritroso. Il film di Bellocchio è una rilettura (in parte) del notevole documentario Il segreto di Mussolini (una produzione americana), diretto dai giornalisti Rai, Fabrizio Laurenti e Gianfranco Norelli (dura quasi due ore), trasmesso dalla terza rete Rai il 14 gennaio 2005. La moglie austriaca e il figlio di Mussolini celati alla storia, erano già stati oggetto di un reportage di Alfredo Pieroni degli anni ’50, fatto per La settimana INCOM illustrata. Il segreto di Mussolini è composto di interviste a Ida Dalser, Giacomo Minella, Giulio Bernardo, Arrigo Petacco, Antonio Petroni… nel 2000 Marco Zeni pubblica il libro La moglie di Mussolini. Sia il documentario che il libro non hanno il seguito informativo e culturale che gli autori si aspettavano.
In Il segreto di Mussolini Ida Dalser finisce al confino, nei pressi di Caserta. Quando torna a Trento vive del sostegno dei parenti. Mussolini la fa sorvegliare dalla polizia politica. Non vuole vedere il figlio. Il fratello Arnaldo, divenuto direttore de Il popolo d’Italia e amministratore del partito fascista, le passa pochi soldi… nel 1926 la polizia arresta la Dalser e la confina nel manicomio di Pergine Valsugana… medici compiacenti al regime falsificano le cartelle cliniche e la donna subisce la camicia di forza… viene distrutta nel fisico e nella mente… Benito Albino, sotto la protezione di Arnaldo, è inviato in un collegio dei padri Barnabiti, a Moncalieri… alla morte di Arnaldo Mussolini, a Benito Albino viene cambiato il cognome in Bernardi e trasferito in un istituto periferico… Ida Dalser non sa più nulla del figlio e Benito Albino ha ormai raggiunto l’età per arruolarsi in marina, su una nave da guerra che ha fatto rotta per i mari della Cina… sarà presto rimpatriato (gli fanno credere che la madre è morta) e rinchiuso in manicomio. Ida Dalser muore nell’ospizio per pazzi di San Clemente a Venezia nel 1937 (per un’emorragia celebrale, dicono le carte), Benito Albino muore in manicomio per deperimento fisico nel 1942 (in realtà subisce torture, vessazioni e dopo ripetute iniezioni d’insulina finisce nove volte in coma, dicono le cartelle cliniche ritrovate)… il film di Bellocchio, in qualche modo, ripercorre le tracce del documentario di Fabrizio Laurenti e Gianfranco Norelli, ma l’affresco della stagione fascista è visto con lo sguardo del poeta, non della cronaca, e riporta la vicenda del figlio ripudiato di Mussolini su binari dell’interpretazione e della visione personale. Belloccio racconta la storia di una sconfitta dove l’unica morale buona è quella del carnefice. La guerra partigiana poi mostrerà, armi alla mano, che i ragazzi, gli uomini e le donne autentici vivono di verità e gli assassini di ogni libertà saranno impiccati al palo della menzogna. La storia dei vinti è la sola che conta, quella dei vincitori è, per definizione, un’impostura.
Vincere è un piccolo trattato di psicologia applicata contro la ragione di una madre che non ha mai cessato di gridare la verità sulla follia di un megalomane e, più ancora, è un atto di accusa gettato contro il fascio delle istituzioni e delle connivenze che hanno permesso al fascismo di produrre il delirio collettivo di un’intera nazione. La regia di Bellocchio è generosa, incline al melodramma e alla citazione futurista, tutta lavorata su inquadrature forti, anche metaforiche, degna dei grandi maestri del cinema in forma di poesia (Pasolini, De Oliveira o Herzog), tuttavia si ha la sensazione di assistere a una tragedia epica che travalica la storia raccontata e si assesta nell’intimità tradita di una donna davvero particolare. Ci rifiutiamo di credere che l’incenso dei dominatori, dei ministeri, delle chiese… porti alla salvezza dell’uomo… giustizia, libertà, autogestione dell’esistenza nascono sul fumo delle rovine istituzionali e sulla fine della produzione degli stupidi.

In Vincere le immagini di repertorio s’intrecciano a piani sequenza importanti, la narrazione risente di pesantezze dovute all’uso interattivo del computer, tuttavia la forza etica di Bellocchio passa dove passa il pensiero e mostra che ogni potere è senza difesa di fronte alla bellezza e alla verità… la Mezzogiorno è brava, inquietante, bella come solo le donne speciali lo sono… Bellocchio ha la mano felice quando le lascia attraversare la scena, tuttavia è proprio con Timi che il personaggio di Mussolini frana... e non poco… è difficile riconoscere nella sua interpretazione la pomposità del dittatore e anche l’infelice linguaggio degli stolti che lo elevava nel ruolo di buffone… le facce, i corpi delle figure di secondo piano riempiono il film di un’autentica bellezza figurativa… e l’immaginazione del regista mostra che nessun ricordo è innocente. Da una parte c’è sempre la libertà, dall’altra le gogne del potere.

Il film è scritto da Bellocchio con Daniela Caselli e Alfredo Pieroni, e a tratti sembra balzare da una storia all’altra con disinvoltura, forse troppa, tuttavia la tessitura filmica è partecipata e ribalta l’emozione storica in interrogazione. Di più. Il film scava buchi nel perbenismo dell’Italia fascista e dove la barbarie s’impone, la rivolta riporta alla realtà. La fotografia di Daniele Ciprì è di notevole prestigio, i chiaroscuri degli interni sono davvero belli e anche i rimandi estetici del tempo sono accurati, colgono l’oblìo e l’attimo del suo folgorare. Il montaggio di Francesca Calvelli ricama l’intero film su accostamenti anche difficili (dati i vari aspetti linguistici) e riesce comunque a non cadere mai nell’anonimato di mestiere. La scenografia di Marco Dentici e la musica di Riccardo Giagni conferiscono all’impalcatura figurativa un’aria di falsa magniloquenza e oppressione che afferra il tempo e la storia, senza mai dimenticare le nefandezze di un potere che aveva nell’immaginario collettivo il proprio infausto consenso.

Vincere è forse un film imperfetto… Bellocchio non vuole convincere né costringere gli spettatori oltre il limite di spazi truccati del regime fascista… il suo film è un dispositivo di idee dove tutto è da apprendere, denunciare, rovesciare… il potere ignora la libertà e solo con l’adulazione riesce a imporre il consenso e l’udibilità della menzogna… Vincere taglia le ali alle giustificazioni politiche di ogni tirannia e le deposita nel fango della storia… il suo film si scaglia contro l’onnipotenza del corpo politico, del corpo sociale, del corpo religioso e deride i meccanismi con i quali i tagliagola del potere sottomettono i popoli… sotto un certo taglio, Vincere mostra un’estetica della politica e il crepuscolo degli dèi che contiene… la politica, tutta la politica istituzionale, aderisce al fanatismo che la abita. “L’identico dispone di un impero là dove il diverso è proibito” (Michel Onfray). Là dove la violenza statale devasta tutto al suo passaggio, occorre opporre la forza libertaria della disobbedienza, della resistenza, dell’insubordinazione… si tratta di spezzare i legami ideologici, religiosi, mercantili dell’ordine costituito, opporsi alla cultura dell’ostaggio e fare della derisione dei saperi, il principio di tutte le rivolte. Diffidare di ogni autorità, per principio, significa aspirare alla comunità che nasce tra liberi e uguali. Si tratta di odiare il potere solo per meglio distruggerlo.

 agosto 2009

dal Blog "Utopia rossa"

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     ELEZIONI BRASILIANE :
     I PREFISSI TELEFONICI







                                                                     


Nelle elezioni di domenica in Brasile l'estrema sinistra ha collaudato i suoi legami con le masse carioca: PSOL 0,87%, PSTU di ZE' MARIA (sezione brasiliana del Partito D'Alternativa Comunista di Francesco Ricci) 0,08%, PCO (sezione brasiliana del Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando) 0,01. Questi prefissi vanno naturalmente fatti dopo il prefisso quarta internazionale per il Brasile.





dal blog "Spazio alternativo"







LA  MORTE  DI
CLAUDE  LEFORT









Parigi, 5 ott. - (Adnkronos) - Il filosofo francese Claude Lefort, studioso conosciuto per la sua riflessione sulla nozione di totalitarismo e per essere stato uno dei pionieri della demistificazione dell'ideologia marxista, e' morto ieri a Parigi all'eta' di 86 anni. Lefort divenne marxista in gioventu' sotto l'influenza del suo maestro, il filosofo Maurice Merleau-Ponty, ma resto' critico verso l'Unione Sovietica, militando nel movimento trotskista internazionale.
Nel 1948 ruppe con il trotskismo e fondo' con il filosofo Cornelius Castoriadis il gruppo e la rivista ''Socialisme ou barbarie'' (il cui ultimo numero usci' nel 1965), che teorizzo' la demistificazione del marxismo, considerando l'Urss come un capitalismo di Stato e sostenendo i movimenti di dissenso antiburocratici nell'Europa dell'est, a partire dalla rivolta di Budapest nel 1956. Claude Lefort, uno dei maggiori filosofi francesi della politica, ha lasciato contributi fondamentali sul totalitarismo, a partire dai quali ha costruito una filosofia della democrazia come regime politico dove il potere e' ''un luogo vivo'', che non si finisce mai di costruire.
Professore alla Sorbona di Parigi e poi all'Universita' di Caen, Lefort ha ricoperto anche l'incarico di direttore di studi all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales. Tra i suoi libri figurano ''Saggi sul politico. Secoli XIX e XX secolo'' e ''Scrivere, alla prova del politico'', entrambi tradotti in italianmo da Il Ponte. Nella sua analisi del ''Socialismo o della barbarie'', Lefort ha sostenuto gia' negli anni Cinquanta che la burocrazia dei regimi comunisti dell'Europa orientale era una nuova classe sfruttatrice e il socialismo sovietico dove essere considerato una forma di capitalismo burocratico di Stato (una societa' assolutista governata dall'egocrate). Per Lefort, Karl Marx e' un classico che non puo' essere preso alla lettera.


dal blolg  "Vento largo"


 ALFONSO LEONETTI (1895-1984)



ALFONSO, COME LO RICORDO ANCORA

di Antonella Marrazzi






Vista la buona accoglienza che ha avuto presso questo blog l'omaggio ad Alfonso Leonetti, abbiamo deciso di pubblicare questo bellissimo ricordo umano che, con la grande sensibilità che la contraddistingue, Antonella Marrazzi ha scritto, è tratto dal suo libro dedicato a questo grande militante rivoluzionario tra i fondatori del Partito comunista d'Italia, massimo esponente della sua Direzione, direttore dell' "Unità", espulso nel 1930 per "trotskismo".



Alfonso Leonetti, abitava a Roma, al "Villaggio dei giornalisti" in cima a Monte Mario, in un attico proteso verso occidente. Viveva solo in una casa spaziosa e ordinatissima, odorosa di cera. Il suo regno era il piccolo studio tappezzato di libri: c'era una grande porta-finestra che dava su un enorme, luminoso terrazzo, che si allungava a triangolo su piazza Igea (ormai piazza Walter Rossi). Quel terrazzo sempre deserto -in estate troppo assolato, in inverno troppo freddo e ventoso- rendeva tutta la casa simile a una nave, lanciata verso i marosi di un oceano senza confini. Il capitano la dominava dalla sua cabina, luogo di studio e di memoria, che racchiudeva gli strumenti preziosi del suo operare. Il terrazzo ne rappresentava la prua, protesa in avanti, aperta verso il mondo infinito in cui sogni, ricordi e progetti si mescolavano senza posa nei pensieri del suo pilota indomito, vecchio e stanco nel fisico, ma animato da uno spirito di avventura incontenibile.
Ci eravamo conosciuti a maggio del 1973, Roberto (Massari), all'epoca mio compagno di lotta politica e di vita, andò a trovarlo per primo (...) ne ricevette un'impressione profonda. Ricordo che tornò a casa entusiata, pieno di idee e nuovi progetti, come se Alfonso gli avesse infuso una parte consistente del suo inarrestabile ottimismo della ragione. Alfonso gli aveva dato dei regali per me. Ciò mi colpì in modo particolare per due motivi: la sensibiltà di aver pensato a me, pur non conoscendomi, e il tipo di doni che mi mandava: un libro con dedica, scritto dalla sua compagna -Pia Carena- scomparsa a ottobre del 1968.
Pensai che Alfonso, dovesse essere una persona di grande umanità e ricchezza interiore, per il quale il mondo degli affetti, non meno di quello della razionalità e del pensiero, aveva un posto determinante sia nella sua vita intima, sia nel suo concreto operare.
Volli conoscere e il giorno dopo andammo con Roberto a trovarlo. In tutti gli anni a venire  fino alla sua morte, ogni volta che salivo al suo attico pieno di luce, mi sembrava di attraccare in un approdo sicuro, ricco di certezze spirituali e intellettuali.
Non si udivano rumori dietro quella porta scura. Il campanello risuonava nitido nel silenzio e dopo qualche attimo si percepiva il suono lento dei passi di Alfonso che si avvicinava alla porta, trascinando a fatica sul pavimento le sue pantofole di feltro. Apriva la porta sorridendo e mi abbraciava con calore, lo zucchetto a coprire la testa pelata e la giacca di casa di lana marrone -quella che indossavano i capofamiglia di un tempo.
La vecchiezza e la cifosi cervicale lo rendevamo più basso di me, che pure non sono alta e ricordo che mi piegavo a baciarlo sulle guance affilate. Le sue mani, grandi per quel suo corpo minuto, stringevano calde le mie. Il suo studio ci accoglieva avvolgente, mentre lui sprofondava nella vecchia, ampia poltrona di pelle consunta. La finestra affacciata sul terrazzo rendeva sconfinata quella piccola stanza raccolta e aperta sul mondo, come i pensieri del suo capitano. (...)
Era semplice e diretto. Non mi sono mai sentita a disagio perchè non era li a parlarsi addosso o a emettere sentenze. Ti stava di fronte guardandoti diritto in viso con quei suoi occhi dolci e penetranti, e parlava per comunicare, per imbastire un dialogo che avesse un senso, che aiutasse la comprensione del presente e creasse  progettualità per il futuro, come se la nostra, la sua esistenza non dovesse avere mai fine: completamente immedisimato e inserito nell'esistente, pronto all'analisi e alla critica, impaziente di fare, perchè nell'azione concreta sostenuta dal pensiero trovava la sua stessa ragion d'essere, non quella dell'idealista inconcludente, ma del marxista rigoroso che nella prassi vede la realizzazione della sua "visionaria utopia".
Ciò che mi ha sempre colpito della sua personalità, e che me lo ha fatto amare come compagno e amico fraterno, era proprio quel misto di rigore analitico e di irresistibile entusiasmo nel lanciarsi nelle cose, nei nuovi progetti, come se il suo lungo e complesso, spesso doloroso passato non avesse intaccato il suo fermo
credo nella possibiltà inevitabile della realizzazione di una società comunista. (...)
A un certo punto la sua salute peggiorò e dovette essere operato alla prostata. Questa volta venne operato a Villa Margherita. Mi chiese di fargli assistenza la notte dopo l'operazione. La stanza era confortevole e caldissima. Ricordo questo caldo soffocante che cercavo di combattere ogni tanto con un bicchiere d'acqua.
Alfonfo era debole e fragile. Dovevo controllare la flebo e la sacca delle urine. Non dormi quasi mai.
Lui non si lamentava, pur soffrendo per la ferità e il catetere, non mi chiamò mai durante la notte, era un paziente modello. Scambiammo poche parole, ma molto parlarono i nostri occhi, rassicurandoci vicendevolmente. Tornò a casa e si ristabilì. ma le forze declinavano e i ricoveri si fecero più frequenti. Lo spirito era sempre indomito, ma il corpo si consumava inesorabilmente. Diceva con un sorriso che per uno come lui nato fragile, aveva vissuto molto...
Poi, nel dicembre dell'84 fu di nuovo ricoverato: l'enfisema polmonare era peggiorato e il cuore soffriva. Lo andai a trovare con Roberto al Gemelli, il pomeriggio del 25 dicembre, il giorno prima che morisse. Questa volta era ricoverato in corsia, una grande stanza a sei letti, perchè il ricovero d'urgenza non aveva trovato camere singoli disponibili. Respirava a fatica, sorretto da due cuscini, il collo chiuso nella protesi che sosteneva il capo. Era debolissimo, e le parole non riuscivano a essere udibili. Ci intendemmo a cenni e con gli sguardi.
Sapevamo che stava morendo, lo sapeva anche lui.
Mi accarezzò il ventre prominente dove da cinque mesi viveva Liben, figlio mio e di Roberto. Era stato contento della notizia, quando gliela avevamo dato a settembre. Alfonso viveva rivolto al futuro, sempre, e una nuova vita che si affacciava sul mondo era motivo di gioia e di nuova speranza. Sorridenso alzò a fatica la mano destra facendo con le dita il segno del "quattro". Non capì subito cosa volesse dire. Pensai alla Quarta internazionale, ma poi fu chiaro che intendeva i mesi che ancora mancavano alla nuova nascita.
Negli ultimi momenti della sua vita, ancora una volta guardava avanti, alle generazioni future. Gli accarezzai la mano affilata posata sul lenzuolo candido. Infondeva ancora calore. Ricordo che trattenevo a stento le lacrime e il suo viso gentile mi appariva sfocato. Guardandoci con dolcezza ci fece cenno di andare. Andammo: incespicavo scendendo le scale perchè le lacrime non più trattenute mi impedivano di vedere. Sapevamo che non l'avremmo rivisto e che un pezzo della nostra vita se ne andava con lui.
Pochi giorni dopo, a ridosso dell'ultimo dell'anno, un pomeriggio freddo e ventoso, lo commemorammo con altri compagni a piazza del Pantheon. Ricordo che mi stringevo rabbrividendo nel giaccone, pensando che mio figlio non l'avrebbe conosciuto. E mi venivano in mente le parole piene di fiducia nel futuro che mi aveva scritto in una delle sue lettere:

"...a 88 anni, conservo per il futuro dell'umanità e il socialismo, la stessa certezza che avevo a 18 anni quando, nel '13 mi iscrissi al "fascio" giovanile socialista di Andria... l'essenziale è conservare questa certezza. E allora, importa poco tutto il numero di rinnegati, di traditori o semplicemente di quanti abbandonano il campo. Si può rimanere soli ed essere nel solco della storia, cioè non essere soli. Io non credo alla fine del nostro pianeta. Ci saranno grandi distruzioni e grandi massacri, ma gli uomini, vinti o vincitori, continueranno a esistere. I problemi che si porranno per essi -vivere, organizzare la società su basi nuove -porranno ancora e sempre il problema del socialismo, il solo -nell'epoca presente- capace di assicurare pace e sviluppo."

Autunno 2004

Per gentile concessione della Massari Editore

martedì 5 ottobre 2010

        

          


          
          IL GRANDE TERRORE

      
           recensione del libro
           di Robert Conquest


           di Andrea Furlan







A distanza di più di mezzo secolo dalle rivelazioni di Nikita Kruscev al XX congresso del Pcus sui crimini commessi da Stalin nei confronti del popolo russo, ci sono ancora nel nostro paese forti resistenze politiche nei partiti che si definiscono "comunisti" ad accettare sino in fondo la condanna dello stalinismo. Alla storia dell'Urss e alle scelte politiche di Stalin continuano a ispirarsi i principali partiti nati dalla dissoluzione del Pci (Prc e Pdci), oltre a gruppi con storie diverse come la Rete dei Comunisti, i Carc e la Sinistra popolare o realtà di tipo associativo come Marx XXI: tutti costoro con la storia del Pci e dell'Urss non hanno mai realmente voluto aprire un serio confronto critico, sia verso le scelte politiche compiute dal Pci di Togliatti, sia nei confronti delle scelte politiche compiute dall'Unione Sovietica di Stalin. Una vera rimozione politica dinnanzi alle cocenti sconfitte che lo stalinismo ha determinato per il movimento operaio italiano e internazionale, che si uniscono alla cecità nel riconoscere le atroci sofferenze patite da una parte cospicua dell'umanità a causa delle colpe ripugnanti di cui si è macchiato il regime staliniano.
Capita ancora di riscontrare che, di fronte a fatti storici oramai arcinoti all'umanità ed egregiamente descritti dai maggiori storici di fama mondiale, l'atteggiamento di assoluta disonestà intellettuale assunto dagli stalinisti è di continuare a catalogare i fatti realmente accaduti come menzogne costruite da reazionari. Anche per questo, oltre che in onore della verità e per una completa comprensione storica della controrivoluzione avvenuta in Urss attraverso lo stalinismo, ci sentiamo di segnalare e proporre al giovane lettore che inizia ora a formarsi una conoscenza della storia del comunismo di gettarsi anima e corpo nella lettura del libro di Robert Conquest, Il Grande Terrore ([1968] Mondadori 1970, Bur 2006).

Dell’autore ricorderemo solo che subito dopo aver concluso gli studi di storia presso l'Università di Oxford, era entrato a far parte nel 1937 del Partito comunista inglese dal quale si dissociò quando iniziò a prendere coscienza di cosa fosse effettivamente il regime di Stalin. Ruppe pertanto con il comunismo sovietico, accusando intellettuali del calibro di Jean - Paul Sartre, Sidney Webb, Walter Duranty, Theodore Dreiser, di essere apologeti del sistema staliniano e del suo regime di terrore.
Nella sua monumentale opera (778 pagine), lo storico inglese offre una ricostruzione minuziosa dei fatti basata su materiali ufficiali e sulla consultazione di una parte degli archivi segreti sovietici aperti dopo la morte di Stalin e il XX congresso del Pcus. Ma dopo l'implosione e la caduta della dittatura burocratica in Urss, egli ha potuto ulteriormente perfezionare (nel 1990) una nuova edizione del suo celebre libro, ribadendo la sua tesi di fondo e cioè che lo stalinismo non è personificabile unicamente nella figura di Stalin.
Attraverso la ricostruzione storica degli anni che vanno dal 1933 al 1939 Conquest dimostra di aver compreso fino in fondo che cosa sia stato il processo burocratico determinatosi in Urss e che cosa sia stato lo stalinismo. Egli è riuscito a spiegare integralmente e in successione cronologica le fasi che hanno consentito a Stalin di costruire il sistema del terrore, mostrando quanto il dittatore georgiano sia stato abile nel volgere a proprio favore tutte le sconfitte del nuovo Stato sovietico e le divisioni in seno alle opposizioni. Viene mostrato passo a passo come sia avvenuta la costruzione dell’apparato statale repressivo più feroce che si sia mai visto al mondo, e come esso si sia fondato sulla rete tentacolare del Gulag, vale a dire il sistema dei campi di concentramento ideato per svolgere un ruolo importante nel campo dell'economia sovietica ricorrendo a pratiche schiavistiche a livello di massa.
È un lungo excursus storico, in cui vengono ricostruiti dettagliatamente i processi farsa (le “purghe”) architettati da una macchina burocratica perfetta guidata da uomini senza scrupoli che hanno affiancato Stalin nella sua sistematica e spietata opera di eliminazione fisica non solo degli oppositori, ma anche dei più alti quadri dell'esercito, di gran parte dei commissari del popolo, dei responsabili dell’economia ai vari livelli, dei membri del partito o del komsomol, fino a quando non si è arrivati allo sterminio di intere popolazioni per una somma complessiva di vittime che viene calcolata dagli studiosi intorno ai 15-20 milioni di persone, nell’arco di una trentina d’anni (ma di più se si include anche l’era di Breznev).
Il libro si articola in 15 capitoli che descrivono con grande maestria (sul piano della scrittura e della documentazione) ogni aspetto del sistema totalitario costruito da Stalin e dai suoi collaboratori (quasi tutti sterminati a loro volta, a seconda delle epoche e delle necessità) per accrescere e stabilizzare il proprio potere assoluto. L’opera non è comunque una mera ricostruzione dei fatti; nell'impianto della ricostruzione storico-cronologica degli accadimenti narrati, possiamo trovare anche lucide considerazioni politiche elaborate dall’autore riguardo a questioni cruciali per la definizione della fase di presunta transizione al socialismo.

La tesi di fondo è espressa chiaramente nell'introduzione in cui Conquest lancia un preciso messaggio al lettore sul fatto che lo stalinismo ha potuto trionfare in Russia solo distruggendo alla radice il processo rivoluzionario avviato dall’Ottobre, ma fondandosi sulle scelte politiche compiute dai bolscevichi subito dopo la presa del potere. Quelle scelte, secondo Conquest, hanno fornito la base per lo sviluppo di un sistema antidemocratico e totalitario, creando un terreno fertile su cui lo stalinismo ha potuto edificare il proprio regime di terrore.
Conquest descrive in tutta la sua tragica grandezza tale regime di terrore, fornendo i dati disponibili sui morti per fame e per stenti, sui processi falsi e giuridicamente illegali, sull'applicazione sistematica della tortura, sulle tecniche di tale tortura (nel libro viene descritto per es. il crudele sistema della “cinghia”), sui trasporti dei deportati, sulle condizioni inumane dei campi, sulla violazione di ogni diritto o residua dignità della persona umana.
Non mancano le ricerche di archivio o fondate su testimonianze riguardo alla questione delle confessioni, cui Conquest dedicherà tutto il capitolo 5, dimostrando come le false confessioni siano servite a Stalin per ammantare di una qualche giustificazione plausibile i processi farsa che poi si susseguiranno per anni contro gli oppositori politici, dapprima, e poi contro gli uomini dell’apparato staliniano, poi, fino a colpire determinate categorie semplicemente per le loro caratteristiche sociali, etniche, linguistiche ecc.
Le confessioni e il meccanismo di giustificazione su di esse sarà molto utile a Stalin soprattutto a livello internazionale dove giornalisti, intellettuali o uomini politici legati ai partiti stalinisti contribuiranno notevolmente a scagionare lo stalinismo o a sminuire le sue colpe, col preciso obiettivo di alimentare il mito di Stalin (sappiamo che Togliatti, il Pci e il suo gruppo dirigente furono in prima linea in questo ruolo di criminale complicità).

Nella seconda parte del libro Conquest affronta gli anni di Ezov, il terribile capo della Nkvd che era subentrato al malcapitato e crudele Jagoda, a sua volta eliminato da Stalin nel momento in cui questi ritenne di non potersene più servire: una sorte che Jagoda condivise con quasi tutti i principali responsabili del sistema poliziesco sovietico. Ezov è l'uomo che porta a termine l'eliminazione dei vecchi bolscevichi, che organizza il processo farsa a Pjatakov, che fa uccidere senza nessuno scrupolo di coscienza gli appartenenti al Politbjuro.

Nei capitoli successivi è descritto nei minimi particolari il sistema dei campi di lavoro, il loro impatto sull'economia sovietica e il loro funzionamento. Questo aspetto, cui Conquest ha dedicato una grande attenzione, è tra le parti del libro che colpiscono maggiormente (o perlomeno è quanto è accaduto a chi scrive), visto che ciò che accadeva nei campi del Gulag per crudeltà e disprezzo della vita umana non aveva nulla da invidiare ai campi di detenzione nazisti. In un meccanismo di ferocia senza pari, durato per decenni e che ha coinvolto milioni di persone, va comunque sottolineata l'attenzione particolare verso i prigionieri politici che veniva loro riservata da parte delle guardie addette alla gestione e sorveglianza dei campi.

Si tenga conto che tutti coloro che si erano opposti a Stalin (o che si sospettava potessero farlo) o che avevano un qualche grado di parentela o di semplice amicizia con chi era stato accusato del tutto ingiustamente di crimini contro lo stato e il popolo russo, ed erano riusciti miracolosamente a scampare alla fucilazione, venivano destinati ai campi di lavoro che erano stati istituiti nelle regioni più settentrionali dell’Urss. A questi deportati “politici”, le guardie dei campi riservavano un trattamento di particolare crudeltà. Nella scala gerarchica dei campi, i prigionieri politici venivano addirittura dopo i criminali comuni i quali con la complicità delle guardie, facevano subire loro ogni tipo di angherie, come furti e maltrattamenti: vittime principali di questa discriminazione furono ovviamente i “trotskisti”, veri o presunti tali.
Descrivendo il funzionamento dei campi di lavoro, Conquest dedica una particolare attenzione alla vita nei campi per le donne, come e dove i lager venivano istallati, le tipologie dei prigionieri che vi venivano reclusi. L'ultimo paragrafo di questo minuzioso lavoro, l’autore lo riserva all'analisi del sistema dell'economia schiavistica incarnato dalla rete del Gulag. Questa parte del lavoro di Conquest è molto importante in quanto costituisce uno degli elementi maggiormente rappresentativi della degenerazione burocratica dello Stato sovietico. Anche se in alcuni settori economici il lavoro schiavistico si rivelò redditizio rispetto alla remunerazione che il regime avrebbe dovuto pagare per normali lavoratori, questo sfruttamento spietato della persona umana si rivelò alla lunga del tutto controproducente poiché i costi di gestione dei campi e dell’intera rete concentrazionaria, erano diventati col tempo molto superiori rispetto al valore della loro produzione - come documentatamente fa rilevare Conquest e come sarà confermato successivamente dagli studiosi russi in epoca krusceviana e poi soprattutto con la Glasnost.
Conquest descrive anche l’estensione del sistema del terrore all’estero, per l'eliminazione degli oppositori politici nel Comintern, nella guerra civile spagnola, nei gruppi delle opposizioni di sinistra. Viene così ricostruita la dinamica dei principali assassinii politici compiuti dai sicari di Stalin fuori dell’Urss, dando la dovuta attenzione ad omicidi celebri come quello di Nin in Spagna o di Trotsky in Messico, ad opera del sicario della Nkvd Ramón Mercader.

La parte finale di questa lunga ricostruzione storica del sistema di Terrore - con cui Stalin è riuscito a mantenere il potere in Urss dal suo insediamento come segretario generale del partito bolscevico (quando Lenin era ancora in vita) fino alla sua morte, avvenuta nel 1953 - è riservata all'analisi di quanto accaduto in Urss, sotto il profilo della repressione poliziesca, dopo la morte di Stalin e con l'avvento del generale Nikita Kruscev alla guida della nomenklatura sovietica. Il periodo storico aperto dal XX Congresso sarà per l’Urss un periodo di transizione poiché con la successiva destituzione di Kruscev e la nomina di Breznev si porrà termine ai processi di destalinizzazione, la burocrazia tornerà a coprire le responsabilità proprie e di Stalin, si fermeranno le (poche) riabilitazioni di alcuni politici vittime della repressione, si ricomincerà a perseguitare i nuovi oppositori, anche se questi non verranno più inviati nei campi del Gulag ormai in fase di chiusura.

Conquest fa emergere con grande chiarezza l’impossibilità per l'apparato burocratico al potere in Urss - vale a dire per ciò che fino ad allora aveva rappresentato la base sociale dello Stalinismo – di procedere a una propria autoriforma dall'interno. La denuncia di alcuni dei principali crimini compiuti dallo stalinismo e delle responsabilità politiche per il passato, da parte di Kruscev, aveva avuto un valore parziale, contribuendo ad aprire i primi squarci nella coltre di nubi che si erano addensate pericolosamente sulla stabilità del regime. Ma pur non essendo ancora la verità storica sul sistema del Terrore, era comunque molto più di quanto la burocrazia sovietica fosse disposta a concedere. Kruscev fu quindi estromesso e al suo posto fu messo un rappresentante più conservatore degli interessi dell’apparato burocratico. Il nuovo periodo totalitario rappresentato da Breznev ha infatti rappresentato l'estremo tentativo della burocrazia sovietica di mettere tutto a tacere e di ritrovare una continuità con il sistema dello stalinismo, senza peraltro riuscirvi, come si vedrà poi con Gorbaciov e con la fine dell’Urss.
Ci sembra motivato il risentimento che Conquest esprime nei confronti degli intellettuali dell'epoca che, dopo le rivelazioni di Kruscev, chiusero volutamente gli occhi dinnanzi alla verità storica che in modo incontrovertibile emergeva dalle notizie provenienti dall'Urss. L’opportunismo di quegli intellettuali – che ancora dura ai giorni nostri, soprattutto in un paese come l’Italia dove un’effettiva destalinizzazione del Pci e dei suoi nipotini togliattiani non c’è mai stata – ha avuto solo la funzione di far perdere dell’altro tempo per una presa di coscienza universale sulla mostruosità rappresentata dal regime staliniano. Ora che gli argini della menzogna e della contraffazione sono stati travolti da tutto ciò che è accaduto nei Paesi dell’Est, un tardivo pentimento di quegli stessi intellettuali non servirebbe più all’umanità, ma a loro stessi, alle loro coscienze.

Possiamo concludere affermando che questa ricerca monumentale sul regime del Terrore staliniano rappresenta un contributo fondamentale per l’analisi della stessa Urss, utile anche per chi cominci solo oggi a interrogarsi sul perché della sua fine e soprattutto sulla facilità del suo crollo. A chiunque sia spinto dalla volontà di capire cosa sia accaduto in Unione sovietica a partire dagli anni ’30, non si può che raccomandare questo libro, tenendo conto che nella sua introduzione Conquest ha tracciato una linea di continuità tra le responsabilità dei bolscevichi nell’instaurazione di un regime totalitario sulle ceneri del breve periodo di governo dei soviet e l’avvento del regime del Terrore staliniano.

Ciò significa che chi vuole rompere realmente e sino in fondo con l’orrore sociale e politico rappresentato dallo stalinismo, deve interrogarsi sulle scelte che furono fatte in quei primi anni della rivoluzione d’Ottobre, ripartendo di lì con la critica storica e politica. E questo perché siamo pienamente convinti anche noi, come Robert Conquest, che lo stalinismo non è nato con l'avvento di Stalin al potere, ma molto prima, quando si sono cominciate a soffocare le aspirazioni alla libertà e all’autodeterminazione da parte dei comitati di fabbrica, dei soviet e degli altri organismi di rappresentanza diretta dei lavoratori, dei contadini, degli intellettuali, delle minoranze oppresse dal dispotismo granderusso.



dal Blog "Utopia rossa"

lunedì 4 ottobre 2010





DOVE VA LA CGIL CHE VOGLIAMO
di Lorenzo Mortara


Piccolo resoconto riflessivo dell’assemblea di Venerdì 24 Settembre a Torino







Venerdì 24 Settembre, a Torino, sotto lo slogan “Costruiamo una vertenza generale”, s’è riunita alle ore 16:00 buona parte del nostro sindacato che andrà a costituire l’area programmatica “La Cgil che vogliamo”, la quale dovrà cercare di cambiare l’attuale linea di maggioranza della Cgil.
La sensazione generale, alla fine, anche ascoltando i commenti di molti compagni presenti, è che siamo ancora in alto mare.
Presiedeva Pietro Passarino, a Claudio Stacchini invece il compito di aprire l’assemblea. Buono il suo discorso, tutto incentrato sulla necessità del pluralismo e di maggiore democrazia tra i compagni. Il compagno Stacchini ha insistito molto sulla necessità di collegialità, di un sindacato davvero a misura di delegati. Belle parole che condivido in pieno. Purtroppo, mi paiono già disattese. Non si pretende che La Cgil che vogliamo sappia già tutto di se stessa, eppure nelle piccole cose potrebbe già mostrare il cambiamento che vorrebbe essere. Non si capisce perché non si possa applicare trasparenza e regolarità già dalle prime riunioni. A cosa mi riferisco?
Al fatto che se ci sono, poniamo, 24 persone che si sono iscritte per parlare, 24 persone devono poter parlare. Se si inizia alle 16, si stabilisce l’ora di chiusura, mettiamo alle 20, e ogni intervento avrà a sua disposizione 10 minuti. Non un secondo di più. Per trasparenza, all’inizio, si dovrebbero leggere i nominativi di coloro che dovranno intervenire, lasciando poi il foglio sul tavolo con la scaletta ben visibile a chiunque. Nessun altro modo di impostare l’assemblea può essere definito democratico. In un sindacato che funzionasse, potremmo anche fregarcene di misurare con clessidra e bilancino il tempo degli interventi, ma nel sindacato burocratizzato che ci ritroviamo, non possiamo rinunciare al massimo di rigore e di uguaglianza. Stabilendo invece dall’alto e in anticipo chi ha il diritto di prendere la parola, le nostre assemblee fin dall’inizio hanno il sapore di qualcosa di preconfezionato. E non va affatto bene.

Passarino non ha certo voluto manipolare l’assemblea, anzi, il suo intento di far sentire un po’ tutti i delegati di tutte le categorie, in sé è lodevole, ma non cambia la questione: fino a che non saremo un sindacato come si deve, abbiamo il dovere di dividere equamente tempi e spazi e di non affrontare assemblee così importanti con tanta leggerezza e pressappochismo. Penso anche che se nei volantini si invita, per contatti ed adesioni, a scrivere ad un indirizzo (in questo caso ), questo indirizzo dovrebbe servire per stabilire una gerarchia di partenza negli interventi, oppure come centro da cui diramare prima dell’assemblea il nome di coloro che interverranno. Se invece si scrive all’indirizzo come ho fatto io e non si riceve risposta, si resta fin da subito con la sgradevole sensazione di aver mandato una mail al vento.

Gli interventi avrebbero dovuto essere una ventina, ma iniziando alle 16, è rimasto giusto il tempo per sentirne 6 o 7, gli altri hanno dovuto lasciare spazio all’intervento di Rinaldini. Anche su questo c’è da ridire. Dove sta scritto che debbano essere sempre i dirigenti ad aprire e chiudere le assemblee? Anche per queste cose si potrebbe fare a rotazione, senza una regola fissa. Tanto più che, per ora, la struttura gerarchica de La Cgil che vogliamo è stata fatta tutta al di sopra del controllo dei delegati. La Cgil che vogliamo, cioè, su questo punto, per ora non si differenzia minimamente dalla Cgil che non vogliamo.
Negli interventi dei delegati non ho notato niente di particolare da segnalare. In effetti, tutta l’assemblea, alla fin fine, non è stata altro che un piccolo comizio, nel senso buono del termine, di Gianni Rinaldini. A Torino, i sostenitori de La Cgil che vogliamo, si sono ritrovati per sentire la Cgil che vuole Rinaldini. Il succo di venerdì 24 settembre 2010 è tutto qua. E a mio giudizio trattasi di un succo ristretto ed amarognolo.
Rinaldini ha parlato una mezz’oretta circa. Quasi tutto l’intervento è stato impostato contro la Confindustria. Per la poca esperienza che ho, ne ho già abbastanza per stabilire che, in un’assemblea, tutti gli interventi che vanno a colpire chi non c’è sono destinati a facili applausi. Purtroppo, la violenza della Confindustria la conosciamo tutti, non abbiamo bisogno di assemblee che ce la ricordino, ma di riunioni che ci parlino del modo di affrontarla e vincerla. La Cgil che vogliamo dovrebbe cambiare una Cgil che invece di affrontarla e batterla, sa solo prenderle di santa ragione. Invece, impostando tutto il discorso sulla Confindustria, alla Cgil che vuole Rinaldini interessa di fatto cambiare la Confindustria. Per un delegato come me, la Confindustria resti pure così com’è. La Confindustria non è un problema da risolvere, ma un nemico da battere e non è affatto la stessa cosa. Per Rinaldini, invece, sembra un problema. Non è un caso, infatti, che buona parte del suo discorso, l’ex segretario della Fiom l’abbia speso in favore di “regole certe” per sedersi al tavolo con la Confindustria, come se l’accordo separato di Fim e Uilm, fosse un problema di regole. L’accordo separato non viene da chissà quale strappo alle regole di Fim e Uilm, ma dalla mancata risposta della Fiom all’eccezionalità dell’attacco padronale. Non bisogna dimenticare mai che a tutt’oggi, la Fiom, non si è ancora mobilitata contro l’accordo separato. E questo non è un buon segno per chi vuole costruire una vertenza generale. Infatti, chi non è in grado di imbastire una vertenza particolare di categoria, difficilmente sarà in grado di imbastirne una generale di confederazione. Per Rinaldini, il grande problema sembra essere il ripristino dei referendum per validare piattaforme e accordi. Senza questi, secondo lui, gli operai sarebbero privati di qualsiasi possibilità di incidere sulle decisioni prese sulla loro pelle. In verità è vero il contrario. In sé e per sé gli operai non hanno bisogno di alcun referendum, ma di partecipare dal primo all’ultimo momento alla stesura delle loro piattaforme e poi della contrattazione. Se si facesse così, il referendum finale sarebbe semplicemente l’ultima garanzia democratica di un sindacato controllato in tutto e per tutto dai lavoratori. In caso contrario, caso applicato dalla Fiom più o meno fino ad adesso, il referendum non sarebbe altro che la copertura per mantenere l’esproprio del sindacato a danno dei lavoratori e in favore della burocrazia.
Bisogna anche aggiungere che non ci saranno mai regole certe fino a quando il sindacato non si regolarizzerà sulla legge fondamentale del conflitto tra Capitale & Lavoro: la legge della lotta di classe. Le uniche regole certe sono quelle che i lavoratori impongono ai padroni. Per simili regole, è necessario lottare e mobilitarsi e poi sedersi al tavolo delle trattative. L’idea di Rinaldini di stabilire delle regole a monte della lotta di classe, capovolge la legge fondamentale del conflitto sociale. Sfido io che manchino regole certe! Mancheranno sempre fino a quando il sindacato prima andrà a discutere al tavolino e poi eventualmente a lottare. La Cgil che vogliamo dovrà fare l’inverso, solo così potrà avere potere contrattuale al tavolo delle trattative. Altrimenti, in mancanza di mobilitazione, avremo la certezza che Confindustria continuerà a calpestare tutte le regole.
Rinaldini ha poi continuato dicendo forse l’unica cosa che mi sia davvero piaciuta del suo discorso: la stagione della concertazione è finita. Tuttavia, mi domando se l’abbia detto perché ci crede davvero oppure solo perché non riesce ad ottenere dalla controparte padronale un tavolo per definire regole certe. In questo caso sarebbe terribile, basterebbe infatti un tavolo un po’ più largo alla Confindustria per riguadagnare la Fiom alla concertazione.

La stagione della concertazione è finita, ma a guardare bene non sarebbe dovuta nemmeno iniziare. Inoltre, il termine “concertazione”, usato per definire gli ultimi 20 anni di sindacato, è radicalmente sbagliato. Infatti, se non porta a casa la rivoluzione, il sindacato è sempre concertativo. Chiede 10, lotta e alla fine porta a casa 5. Padroni e sindacati concertano così una soluzione in cui ciascuno dovrà rinunciare a tutte le sue pretese, accontentandosi di vederne soddisfatte solo qualcuna. Questa è la vera concertazione. Quella che ha dominato negli ultimi vent’anni non è concertazione. A cosa hanno dovuto rinunciare infatti gli industriali? Gli industriali non hanno concertato niente, perché il sindacato gli ha concesso tutto. Non è la stagione della concertazione che dovrebbe finire, ma quella della capitolazione prima ancora di combattere. Sono due cose diverse, ed è per questo che la seconda non sarebbe mai dovuta cominciare.
La stagione della capitolazione è finita, parole liberamente interpretate dal discorso di Rinaldini, in pratica però finirà solo quando capitolerà la Confindustria. E la Confindustria non capitolerà per una manifestazione festiva o per 4 ore testimoniali di sciopero. La vertenza generale che dovrebbe rinnovare la Cgil, comincia purtroppo nel solito vecchio modo. La Cgil che vuole Rinaldini ha esaltato il 16 ottobre, come il prologo del “nuovo corso”, La Cgil che vogliamo dovrà sperare che sia l’epilogo di quello vecchio.
Il nuovo corso per essere tale, dovrà darci un taglio con le manifestazioni testimoniali, dovrà risparmiare i soldi per riempire le casse in vista di una mobilitazione prolungata fino al raggiungimento degli obiettivi prefissati, fossero pure la semplice applicazione della piattaforma Fiom. Il nuovo corso dovrà fare meno appelli alla società civile, cioè alla piccola borghesia, e rivolgersi con coraggio a tutti gli strati del proletariato a cominciare da quelli radunati nel sindacalismo di base, unico vero possibile alleato, organizzato, della Fiom che lotta. La società civile, non si illudano i lavoratori, quando ci mobiliteremo davvero, si schiererà dall’altra parte della barricata, specie gli intellettuali, la cui testa ragiona sempre ai piedi dei padroni. I lavoratori della Fiom possono puntare solo su se stessi e sui loro colleghi. È bene quindi che non li discriminino come successo in Marcegaglia con la democratica Fiom che s’è pappata un delegato dei Cub in nome degli accordi interconfederali del ’93. Stupisce la miopia dell’apparato che sfrutta chi non ha firmato i Contratti Nazionali, quando lo stesso Rinaldini ha spiegato che a breve, non essendo capitolati al nuovo modello contrattuale imposto da Confindustria e sindacati gialli, subiremo lo stesso trattamento che da anni imponiamo al sindacalismo di base. Avrei voluto quindi sentire Rinaldini prendere le distanze da quanto avvenuto in Marcegaglia. Rinaldini ha passato sotto silenzio questo grave episodio, confermando come per molti dei dirigenti la democrazia sia importante solo quando fa comodo, quando qualcuno ci taglia fuori. Quando invece tagliamo fuori noi gli altri, se ne può fare a meno.
La democrazia e le regole certe di Rinaldini, non vanno insomma più in là di quelle espresse dalla raccolta firme sulla rappresentanza sindacale. Una rappresentanza che si vuole proporzionale e al tempo stesso unitaria. Ma, stando così le cose, la democrazia proporzionale serve solo per tutelare all’esterno l’apparato burocratico della Fiom, perché la rappresentanza unitaria dentro le fabbriche, vanifica il metodo proporzionale per tutelare di fatto nessuno, vale a dire i padroni. Se la concertazione è finita, che finisca anche l’inciucio con Fim e Uilm all’interno delle fabbriche. Finché La Cgil che vogliamo non romperà con Fim e Uilm dentro le fabbriche, ogni discorso sulla democrazia puzzerà di demagogia burocratica. E non sarà con la demagogia che riusciremo a costruire l’opposizione in Cgil, perché ne La Cgil che vogliamo confluirà il meglio del nostro sindacato, la parte più attiva e cosciente degli iscritti, quella che non può essere abbindolata facilmente con discorsi retorici sulla democrazia, perché chi è cosciente, mentre sente Rinaldini parlare di democrazia, non ignora affatto tutti i retroscena recenti in cui anche la Fiom, purtroppo, l’ha calpestata.

Sotto questo punto di vista, pensando all’alto grado di maturità dei lavoratori a cui dovremo rivolgerci, mi ha dato infine anche fastidio il modo in cui Rinaldini ha irriso l’idea di socialismo. Socialismo è la parola più bella del dizionario. Senza, perdono di significato tutte le altre. Il discorso di Rinaldini è di conseguenza senza senso. Non credo che il socialismo sia all’ordine del giorno, ma non riprendere in mano il discorso sulla trasformazione sociale, significa esaltare un sindacato felice di restare impantanato nella notte buia e senza fine del capitalismo. La Cgil che vogliamo o vorrà il socialismo o non vorrà niente. Rinaldini e con lui buona parte dell’area programmatica, come conferma il documento senza prospettive, vacuo, generico e triste distribuito all’entrata, non vuole il socialismo, ma un capitalismo diverso. Se è vero – ma solo da un determinato punto di vista, per altro sbagliato – che la maggioranza della Cgil ha visto sbriciolarsi le sue illusioni appena finito il congresso, Rinaldini non creda di essere meno fuori dal mondo quando intona il mantra sindacale: innovazione, ricerca e sviluppo sostenibile (si veda a questo il suo documento presentato il 16-17 Settembre e distribuito durante l’assemblea del 24)(*). La Cgil che vuole Rinaldini chiede risposte di qualità alle sfide della globalizzazione. La Cgil che vogliamo, almeno, si spera, noi delegati più coscienti e avanzati, non faccia domande inutili, la sfida della globalizzazione esige un sindacato che la affronti e la batta, spedendola definitivamente in soffitta con tutti i suoi padroni. Chiedere risposte di qualità alla sfida della globalizzazione, vuol dire soltanto domandare ancora una quantità interminabile di sconfitte per i lavoratori.

Un altro capitalismo è impossibile. Il tardocapitalismo di oggi non si può modificare, e chi cerca di farlo otterrà solo di essere modificato dal capitalismo. Senza prospettiva socialista, anticapitalista, La Cgil che vogliamo sarà, in un modo o nell’altro, La Cgil che vogliono i padroni, La stessa Cgil che vuole la maggioranza di Epifani.



(*) L’idea che la maggioranza della Cgil sia uscita scornata alla fine del Congresso, perché dopo aver insistito per il ritorno alla concertazione con Cisl e Uil, s’è vista immediatamente estromessa dal tavolo con Confindustria e Governo, sottende l’ipotesi sbagliata che Epifani e compagni parlino in quel modo per amore della Cgil e dei lavoratori. Se così fosse l’idea della minoranza sarebbe giusta, ma così non è. Dal suo punto di vista, la maggioranza della Cgil ha visto giusto, è la minoranza che ha visto sbagliato per la miopia del suo gruppo dirigente. A Epifani e compagni non interessano tanto i lavoratori, quanto il Partito Democratico e la spartizione di potere con la Confindustria. E per il Partito Democratico della Confindustria è meglio tener fuori dal tavolo delle trattative tutta la burocrazia della Cgil, piuttosto che farcela entrare con anche solo un minimo seguito di rappresentanza operaia.

dal Blog "Utopia rossa"

domenica 3 ottobre 2010






NAWAL E IL RAMADAM


 di Antonio Catalano










Siamo in pieno agosto e, come spesso in questi ultimi anni mi capita, trascorro buona parte di agosto con i miei vecchi genitori, che hanno bisogno di assistenza, in particolare mio padre che ha perso l’autosufficienza. Ad aiutarli c’è una ragazza marocchina, Nawal, stanziatasi qui con la sua famiglia da alcuni anni. Una badante, quelle per le quali l’attuale governo appena insediatosi, dopo aver sparato ad alzo zero contro gli immigrati e gli irregolari definiti clandestini, dovette subito a “furor di popolo” ritrattare l’originaria intenzione di non regolarizzazione in quanto questa avrebbe messo a dura prova la capacità di tenuta della società italiana in totale assenza di una politica di assistenza e di cura delle persone.
Nawal è una ragazza di vent’anni, e con i suoi genitori, e la comunità islamica, segue in questo periodo (dall’11 agosto) il precetto del Ramadan – atto basilare di culto per gli islamici – che implica l’osservanza di questa regola: digiuno completo dalle quattro del mattino sino alle otto di sera. Alle venti Nawal interrompe il digiuno, prima beve latte accompagnato da datteri poi consuma il pasto. A mezzanotte un altro pasto ed alle quattro del mattino si sveglia per la preghiera e beve tanta acqua. Nawal segue la regola del Ramadan con determinazione, con perseveranza, con convinzione. E con serenità. Nonostante si trovi in una casa dove il digiuno non è osservato e quindi si fa colazione pranzo e cena regolarmente oltre che, facendo molto caldo, si beve tanto e spesso. Eppure, nonostante le provocatorie e scherzose offerte di mio padre non si lascia tentare di un ette, avanti per la sua strada come Gesù nel deserto che sdegnosamente rifiutava le profferte di Satana (come raccontano i vangeli). Lei lavora tutto il giorno, con le dovute pause, e innegabilmente risente dello stato di privazione sia di acqua che di cibo, è più stanca e a suo stesso dire affaticata. Fino al 10 settembre!
La nostra civiltà occidentale tardo-capitalistica esalta il principio edonistico in nome del quale tutto va subordinato. Non che questo corrisponda ad uno stato di benessere collettivo che – anzi! –, di questi tempi diminuisce a vista d’occhio in particolare per i ceti popolari. Lo stesso nostro stanco cattolicesimo è sempre meno capace di suscitare moti di spiritualità e di “sacrificio”: tutti possono far la comunione senza passare per l’ “antipatica” porta della confessione – per giunta dopo aver appena fatta colazione, e semmai con una gomma da masticare ancora in bocca mentre si accoglie l’ostia (che per un cattolico dovrebbe rappresentare il corpo di Cristo). Il venerdì non è più vissuto come un giorno di penitenza per cui tutto procede come sempre e casomai non si dovesse mangiare carne è solo per abbuffarsi di altro. Per non parlare della Quaresima – che ormai i più nemmeno sanno più cosa rappresenti – e dei riti ad essa collegati, e della quasi nulla opposizione (in ogni caso debole e inefficace) della Chiesa per contrastare il fenomeno dell’apertura sine die degli esercizi commerciali (con il micidiale portato della necessaria flessibilità e conseguente precarietà che si accompagna a questo fenomeno). Insomma, quel che voglio dire è che il senso di religiosità diffuso nel nostro corpo sociale è ormai così annacquato che nulla possono fare i richiami del teologo/papa Ratzinger/Benedetto XVI ad un ritorno al vero valore della fede. La Chiesa in questa epoca di capitalismo selvaggio ed assoluto (nel senso che è un capitalismo che ha penetrato tutte le sfere della vita sociale con annesso processo di mercificazione della vita sociale e spirituale) è sempre più secolarizzata e laica, la massa dei “credenti” è quasi del tutto all’oscuro della precettistica cattolica.
Per amore di chiarezza, non sono un credente, cerco solo di essere attento a quel che accade nello sforzo di individuare le linee di rottura con l’assetto capitalistico della società, che ritengo essere un modo di produzione, un sistema, geneticamente anti-umano, quindi votato a deprivare l’essere umano della sua naturale tendenza a considerare l’altro non un suo concorrente/nemico da smarcare e svilire ma un potenziale elemento di riferimento per la costruzione di processi emancipatori e di liberazione. Ben sapendo, comunque, che la società capitalistica non è un insieme indistinto di persone o cittadini, ma una struttura complessa dove agiscono in contrapposizione movimenti derivanti dai differenti interessi di classe che fra di essi confliggono.
Il Ramadan non è pertanto un istituto compatibile col capitalismo globalizzato, il che non vuol significare che sia anti-capitalistico (questo presuppone l’intenzione di opporsi a tale sistema), le sue regole vanno in rotta di collisione con le necessità di una società liquida che individua come processi di valorizzazione solo quelli che portano profitto. Il Ramadan è un istituto interno ad una società con caratteristiche ancora non completamente assoggettate alla logica totalizzante ed assoluta (nel senso di cui prima) del capitalismo, esso richiede tempi e comportamenti che destano oltre che stupore e incomprensione in noi occidentali “civilizzati” intralcio ai meccanismi veloci e performanti della società dove il tempo è una variabile strettamente dipendente del meccanismo della riproduzione capitalistica.
È questo un elemento in più per comprendere l’attuale clima di islamofobia che il cosiddetto capitalismo globalizzato ingenera e propaganda. Non perché il capitalismo globalizzato sia di per sé antireligioso, infatti esso tollera, anzi coccola, quella religiosità che nasce e si rafforza nel suo seno, che coniuga la fede in Dio con quelle del dio mercato, che non teme di mettersi al servizio delle ragioni imperiali del capitalismo in nome delle quali esporta la “santa” democrazia a suon di bombe e genocidi.
Non c’è in questa breve riflessione nessuna nostalgia passatista e nemmeno l’esaltazione di società e culture (a volte semi-arcaiche) che spesso si arroccano su stesse per difendersi dallo spossessamento operato dal violento penetrare in esse dell’ideologia – altro che religiosa! – globalista. Sono infatti consapevole che anche nelle società islamiche non vi siano rapporti sociali liberati dalla logica dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma processi di liberazione veri e profondi non possono che nascere dal rifiuto secco dell’ideologia capitalistica che ritiene la religione un orpello del passato solo quando essa non si sottomette alla sua devastante ed annichilente macchina schiacciasassi.

21/08/2010

dal sito "Comunismo E Comunità"

sabato 2 ottobre 2010


IL CAPITALISMO MOSTRA IL SUO VOLTO DISUMANO E RAZZISTA


di Pia Gigli






Non si arresta l’ondata xenofoba e razzista in Europa. E’ della fine del mese di agosto la notizia dell’espulsione di massa di rom voluta dal governo di Sarkozy.
Un’espulsione chiamata “rientro volontario” verso Romania e Bulgaria perché accompagnata da un misero incentivo economico (300 euro per gli adulti e 100 per i bambini). Da allora circa mille rom sono stati espulsi, ma il processo è iniziato ben prima: 8.200 rumeni e bulgari sono stati espulsi dall’inizio dell’anno e 11.000 rom sono stati espulsi nel 2009. Sarkozy, capo di un governo coinvolto in affari di corruzione ed in deficit di popolarità, il 28 luglio in un discorso a Grenoble, in occasione della cerimonia di insediamento del prefetto, aveva parlato di “guerra” agli stranieri ribadendo l’equazione immigrazione-criminalità, aveva promesso lo smantellamento dei campi rom presenti nel territorio francese e la revoca della nazionalità francese per i “delinquenti”. In verità il 16 luglio si era verificata una rivolta proprio nella banlieue di Villeneuve a Grenoble, in risposta all’uccisione di un giovane straniero ventiquattrenne: una rivolta in più contro la repressione poliziesca, e ancora il 18 luglio alcuni componenti di una comunità rom avevano attaccato una caserma in risposta all’uccisione di un rom da parte di un poliziotto.
In nome della “sicurezza” dei francesi sono stati proposti inasprimenti delle leggi sull’immigrazione che prevedono l’espulsione per chi “minaccia l’ordine pubblico in occasione di ripetuti atti di furto o di “mendicità aggressiva”, per chi soggiorna senza essere occupato in un lavoro o nello studio, o senza avere risorse sufficienti all’autosostentamento, per chi “rappresenta un carico irragionevole per il sistema di assistenza sociale”. Si tratta di espulsioni anche per i cittadini comunitari.


Ma dov’è la libera circolazione delle persone sbandierata dall’Unione europea?

Quel che sta accadendo in Francia, l’espulsione di massa di cittadini comunitari, ha avuto il plauso di altri governi europei. Se anche Zapatero ha giustificato l’operato di Sarkozy, soprattutto Maroni ha colto la palla al balzo per rivendicare una certa “primogenitura” dell’Italia nelle politiche anti-rom, dovendo però riconoscere che prima di lui era stato il sindaco Veltroni, durante il governo Prodi, ad iniziare con lo smantellamento dei campi rom, con l’espulsione di rom e rumeni. Come non ricordare poi la schedatura dei rom attraverso le impronte digitali, e il “piano nomadi” di Alemanno che sta portando allo smantellamento dei campi rom a Roma, sradicando le famiglie dai loro quartieri senza nuove sistemazioni dignitose. Maroni ha dichiarato che le espulsioni devono essere messe in atto anche nei confronti dei cittadini comunitari e che in questo senso si muoverà il governo.
Di fronte all’inasprirsi di pratiche e misure legislative contro immigrati e rom risalta tutta l’ipocrisia dell’Unione Europea: uno spazio in cui, se è prevista la libera circolazione dei capitali e delle merci a tutto vantaggio del capitalismo europeo, la libertà di circolazione delle persone è ridotta a variabile dipendente a seconda delle esigenze della borghesia europea e dei suoi governi. Le frontiere possono essere aperte o chiuse secondo una linea di classe che discrimina cittadini di serie A e si serie B, secondo criteri dettati dal mercato della forza lavoro e secondo obiettivi economici dei diversi capitalismi europei. Gli accordi di Schengen mostrano il vero volto di un’Europa “fortezza” pronta a proteggersi militarmente dall’esterno contro l’immigrazione clandestina (agenzia Frontex) e con la facoltà di controllare le frontiere interne a seconda dei rapporti di forza tra Paesi europei.
La stessa direttiva n. 58 del 2004 “relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri” fa emergere un quadro inquietante. Nel ribadire che “la cittadinanza dell’Unione conferisce a ciascun cittadino dell’Unione il diritto primario individuale di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri”, man mano mette in luce condizioni sempre più ostative per un cittadino europeo: non può soggiornare per più di tre mesi a meno che non abbia un lavoro autonomo o dipendente, o disponga di risorse economiche sufficienti affinché non diventi un onere a carico dell’assistenza sociale o di un’assicurazione malattia che copre tutti i rischi nello Stato membro; chi resta per più di tre mesi viene schedato perché lo Stato possa controllare la sua situazione lavorativa, abitativa, sociale, e quella della sua famiglia.
A queste norme si è appellato Sarkozy, e queste norme ha violato espellendo in massa i rom dalla Francia.

Occorre una risposta di massa e di classe

Perché l’attacco razzista si è particolarmente rivolto ai Rom che sono cittadini europei?
I Rom sono una minoranza in Europa (circa 12 milioni), in parte nomade, senza diritti. Si tratta di un popolo da sempre discriminato (ricordiamo l’Olocausto di circa 200-500 mila rom), perfino nei loro Paesi di “origine”, infatti il loro rimpatrio in Romania e Bulgaria creerà probabilmente ulteriori problemi sociali. La loro persecuzione in Francia ed in Italia principalmente, ma anche in altri Paesi rappresenta, in questa fase, una delle armi che i governi stanno usando per far fronte alla crisi economica. Rappresentano il capro espiatorio su cui convogliare il disagio sociale prodotto dalla crisi. Una crisi che, continuano a dirci essere alla fine, ma che mostra sempre più la barbarie di questo sistema ormai in decomposizione. Di fronte all’aumento della disoccupazione, alla perdita di ogni diritto sociale e sindacale, alla distruzione delle protezioni sociali, ciò di cui hanno timore il capitalismo europeo e i suoi governi è un’esplosione sociale, di cui peraltro vediamo avvisaglie in paesi come Francia, in Grecia, in Spagna e potenzialità in tutta Europa. Cosa c’è di meglio allora che approfondire la divisione nelle classi sfruttate, tentare di “governare” quell’esercito di mano d’opera di riserva che Marx già centocinquanta anni fa aveva previsto, attraverso l’incitamento al razzismo e alla xenofobia tra lavoratori europei e immigrati, e tra gli stessi lavoratori europei.
Non ci sono scorciatoie: per la libera circolazione dei lavoratori, per l’abrogazione di tutte le leggi razziste, contro gli alti costi della crisi pagati da tutti i lavoratori europei ed immigrati occorre una sola lotta!

 30 /09/ 2010  dal sito del Partito di alternativa comunista

venerdì 1 ottobre 2010




CONTRO L'EDITORIA, OVVERO IL LIBRO COME MERCE
di Roberto Massari







Roberto Massari, figura storica del movimento trotskista internazionale, tra i maggiori studiosi della figura e dell'opera del Che, promotore della "Fondazione Ernesto Che Guevara", editore che ha il merito di aver proposto o riproposto autori e temi di decisiva importanza per una cultura della liberazione e della dignità umana,  è anche autore di una trentina di volumi fra saggi e romanzi. 
Editore contro corrente, da tempo sta sviluppando assieme a Pino Bertelli una riflessione sul mercato della comunicazione che contiene spunti di grande interesse.
Questo estratto delle sue analisi sull'editoria è stato fatto da Giorgio Amico per il suo blog "Vento Largo"

Con l’avvento della società (civiltà?) borghese, il valore d’uso del prodotto editoriale non si volatilizza, non cessa di esistere e ancora resiste ai nostri giorni, nonostante le crescenti molestie informatiche che subisce per la concorrenza del World Wide Web. Ma esso perde qualsiasi forza d’attrazione o di condizionamento nei confronti dei centri decisionali dell’editoria dominante. Il potere editoriale capitalistico - in fieri in determinati contesti, come all’epoca dell’Encyclopédie, oppure già saldamente installato (secondo un percorso dell’editoria commerciale facilmente ricostruibile da allora ai nostri giorni e molto oltre) - perde via via interesse nei contenuti ideologici del libro al livello di macrosistema, conferendo il compito di regolatore delle scelte (sempre meno) redazionali al nuovo dominatore indiscutibile di ogni aspetto della vita economica e non solo: sua eccellenza Il Mercato.

(...)

I contenuti ideologici, politici o culturali a volte possono ancora interessare la singola impresa editoriale, soprattutto se caratterizzata (e finanziata) in senso confessionale, partitico o associazionistico, ma non possono alterare il ciclo di valorizzazione e riproduzione del capitale investito nel circuito librario dalle grandi imprese editoriali. Basti pensare, per averne un esempio recente tutt’altro che paradossale, alla miriade di libri e libretti rivoluzionari, guerriglieristici, anarchici, situazionisti, luddisti, operaisti, marxisti-leninisti ecc. pubblicati dalle grandi corporazioni editoriali dei principali paesi imperialistici (l’Italia e la Francia in primis) durante la rivolta antisistemica del ‘68 e negli anni seguenti. E non stiamo parlando solo di un imprenditori anomali come la Feltrinelli o Maspero (il Feltrinelli o il Maspero di allora), ma anche di grandi imprese economiche come Mondadori, Einaudi, Laterza ecc. (Sull’itinerario di queste e le altre principali imprese editoriali in Italia, si veda Nicola Tranfaglia-Albertina Vittoria, Storia degli editori italiani, Laterza, Bari 2000, ma anche Mario Sabbieti, Mestieri di carta, La Casa Usher, Firenze 2007.)

Evidentemente, poiché pecuniae unum regimen est rerum omnium [l’unico governo di tutte le cose è quello del denaro], l’editoria dominante nella società del capitale monopolistico non trova più alcuna ragione per impedire la circolazione delle opere antagonistiche, purché esse siano in grado di farsi valere sul mercato. A ciò che può essere scritto dentro il libro, gli azionisti delle grandi imprese editoriali non potrebbero essere meno interessati, purché non si violino leggi o regolamenti che possano poi costringere a pagare multe o a far ritirare le merci dal circuito librario, perdendo così del denaro.

In tale orientamento - fondato sul predominio di criteri commerciali, che per il capitale è un fatto «naturale» e non un prodotto di scelte umane (è casomai l’essere umano che vi si deve adeguare) - l’editoria sistemica è confortata anche dal fatto che tutta la pubblicistica più o meno antagonistica che essa fa circolare, a intervalli determinati dalle ricerche di mercato e dalle mode, non costituisce più una minaccia politica nella stragrande maggioranza dei paesi capitalistici. La pubblicistica cosiddetta «alternativa» ha perso da tempo qualsiasi possibilità di modificare la consapevolezza delle classi subalterne o di incidere sui rapporti di forza tra le classi. E ciò per altre moderne ragioni che accenneremo alla fine del discorso e che possiamo nell’attesa anticipare nella formula del potere assoluto della società spettacolare di massa. Vi ritorneremo.

Per il momento ricordiamo soltanto che la storia dell’arte tipografica e dell’editoria di massa è strettamente legata alla nascita dei partiti, all’avvento dei sistemi parlamentari, alla necessità della propaganda politica, al ritmo convulso che via via hanno assunto le competizioni elettorali, ai grandi interessi economici in gioco nel corso di queste stesse sempre più frequenti consultazioni. Sul tema si rinvia volentieri a un gustoso libriccino (formato mignon di cm 8 x 11,5, ma di 384 pagine) - I comunisti mangiano i bambini. La storia dello slogan politico (Garzanti, Milano 1994) - in cui l’autore, Gianluigi Falabrino, offre alle pp. 6-7 una precisa sintesi della sua tesi di fondo:

«La premessa per la pubblicità commerciale e per la moderna propaganda politica è l’invenzione della stampa: l’una e l’altra potranno nascere quando alla stampa si aggiungeranno l’industria e i trasporti, così che lo stesso messaggio potrà essere distribuito in migliaia di copie (più tardi in milioni di esemplari) raggiungendo anche il pubblico più lontano (...). L’invenzione della stampa porta i primi frutti politici appena tre secoli dopo Gutenberg, alla fine del ‘700, con il fiorire dei giornali americani anticoloniali e con la Rivoluzione francese, contrassegnata, fra l’altro, dal pullulare dei partiti e dei loro giornali».

Nell’era del capitalismo industriale il libro diventa pertanto una merce a pieno titolo che con le altre merci condivide il generale carattere «feticistico», secondo la definizione che ne diede Marx nel I vol. de Il Capitale (tralasciando la ridda d’interpretazioni che il termine ha prodotto nella verbosità tipica degli epigoni del marxismo): e cioè il fatto che alla merce (anche in forma di libro) nella società capitalistica viene attribuita un’esistenza indipendente, un ruolo di rapporto sociale reale, perdendo di vista in tal modo la sua natura intima (l’essere necessariamente un prodotto del lavoro umano, quindi una cosa), e il fatto che, nel momento in cui essa assume tale status, sono i rapporti sociali esistenti tra gli uomini ad assumere nello scambio l’aspetto di rapporti tra cose. Marx lo chiama anche l’«arcano» del rapporto di produzione fondato sullo scambio di merci, e della forza di lavoro tra queste. [Sul tema del feticismo della merce e della merce-spettacolo in particolare devo rinviare al mio intervento al seminario dell’Aquila dedicato a Debord: «Da La società dello Spettacolo ai Commentarii. Note di lettura», in Antonio Gasbarrini (a cura di), Guy Debord. Dal Superamento dell’arte alla Realizzazione della filosofia, Angelus Novus/Massari ed., 2008, pp. 50-1.]

Ebbene, a questo feticismo «naturale» della merce-libro all’interno della società capitalistica, va aggiunto un secondo tipo di «feticismo» che non è deducibile dalle leggi di funzionamento economico del sistema, bensì dalla percezione che gli individui hanno della funzione del libro. In quanto tale, esso accompagna la forma-libro (tavoletta o papiro che fosse) fin dalla nascita. E pur modificandosi radicalmente nei secoli, si può agevolmente pensare che continuerà ad esistere ancora per molto, anche se è praticamente impossibile prevedere quali trasformazioni interverranno in seguito a profonde modifiche materiali cui stiamo assistendo nel processo di programmazone-ideazione, scrittura, fabbricazione e diffusione del libro, o di ciò che andrà ancora sotto tale nome.

Volendo chiarire meglio questo secondo tipo di feticismo, non prodotto specificamente dal capitalismo o da una determinata società di classe, il termine che viene spontaneo alla mente come forma di associazione concettuale è «miraggio». Il libro è un prodotto materiale, tangibile dell’operosità umana, ma è avvolto da un’aura di intangibilità e di prestigio quasi sovrannaturali. Esso sembra promettere la vita eterna o perlomeno una maggiore permanenza nel fluire del tempo. La promette in primo luogo per se stesso, in quanto oggetto materiale sopravvissuto al passare dei secoli e ormai sempre più facilmente riproducibile. E quindi per l’autore, forse per l’editore, ma un frizzico di quell’aura miracolosa finisce col cadere anche sull’animo del lettore. Questi, leggendo un’opera dell’antichità (per es. l’Asino d’oro di Apuleio o i Carmina di Catullo) sente rivivere in sé le emozioni che originariamente animarono gli autori e li spinsero a scrivere quelle opere. Poi, ascoltandosi meglio, sente rivivere la proiezione di quelle emozioni sui tanti altri lettori che prima di lui, nel corso dei secoli o dei millenni (i lettori di Omero, per es.) si sono accostati all’opera: avverte un-non-so-ché di collettivo ed extratemporale nel processo di fruizione, degustazione e archiviazione mentale del libro. Di lì a immaginare che le stesse emozioni potranno essere vissute dai futuri lettori, in epoche e galassie ancora da definire, il passo è breve.

Il feticcio (miraggio) di secondo tipo che il libro produce o evoca (e che spesso si riflette in altri libri ricavati dal libro originario, libri tra loro imparentati, libri che dialogano tra loro...) non è del tutto fittizio, a differenza del segreto arcano della merce di cui sopra, ma può avere anche una sua consistenza visiva e psicologica. Effettivamente il manufatto che giunge sulla nostra scrivania o accanto al nostro cuscino o tra le nostre mani mentre siamo impegnati in una delle funzioni fondamentali dell’organismo umano o in viaggio o nello zaino della guerriglia (Che Guevara) o dopo un lutto o prima di un esame o nelle pause di un grande amore o in una baita in cima a un monte o sotto una palma dopo un’immersione, sembra raccontare una storia antica e autentica allo stesso tempo. A volerci fare attenzione, c’è sempre un momento in cui possiamo sollevare gli occhi dal libro e metterci a pensare che qualcuno lo concepì e lo scrisse in epoche lontane, vicine o lontanissime, e che lo fece con l’amore (fedifrago) tipico degli autori; qualcuno poi gli diede una prima forma materiale, se antico - lo stampò e fabbricò, se moderno; qualcuno lo salvò e lo abbellì con la tenacia degli amanuensi (che noi oggi possiamo apprezzare nei musei o nelle copie anastatiche, per es. dell’editore Arnaldo Forni) o lo archiviò con lo scrupolo dei bibliotecari; e ancora qualcuno lo tradusse o lo rifinì con cura redazionale; qualcuno lo cucì e lo allestì, a volte anche con gusto o inventiva, e qualcun altro si incaricò di farlo girare per il mondo, per la città, per la libreria, per la biblioteca di casa o nello studio. Molti poi ne hanno parlato o discettato, curandone in vari modi la pubblicità, vale a dire la sua proiezione spettacolare.

(Per un rapido sguardo disincantato a uno dei trucchi con cui si alimenta questo aspetto propagandistico, si veda sul Corriere della Sera del 14 sett. 2010, p. 41, «Libri, la dittatura delle classifiche», di Paolo Di Stefano che ci avvisa che è «difficile non pensare alle classifiche dei libri come pubblicità gratuita e occulta». Ma se si vuole una disamina a tutto campo della corruzione fenomenale e fenomenica che regna in questo ambìto àmbito, e in più si vuole ridere con gusto, si veda di Franco del Moro - factotum di Ellin Sellae e nostro collega in disagi da piccolo editore - Il libro è nudo. Rivelazioni sul mondo letterario ai lettori che non sanno, Stampa Alternativa, Viterbo 2000.)

Forse non tutti i libri evocano sensazioni di questo genere o forse ne evocano solo barlumi. Ma la convergenza di un palpito extratemporale (succedaneo per il senso di eternità) e l’impressione di esser partecipi di un rito collettivo (di produzione o di usufrutto), danno la sensazione/ speranza/illusione al povero essere umano che con i libri in qualche modo si possano anche riportare delle vittorie parziali sui suoi due più grandi nemici, gli stessi che lo angustiano nell’arco dell’intera sua vita: la morte e la solitudine.
Siamo di fronte a delle componenti fondamentali del carattere feticistico caratteristico dei libri, che possiamo associare per analogia al miraggio. Ma non si ferma qui il potere evocativo di questa curiosa merce che saremmo tentati di considerare la Regina delle merci - e che sotto il profilo del fascino feticistico certamente lo è.

È difficile immaginare un’altra merce con pari forza evocativa e continuità temporale, se non passando ai prodotti originali nel campo dell’arte (pittura, musica, cinema ecc.): tutte manifestazioni della creatività umana che si possono comunque ricondurre ancora a dei libri (volumi fotografici per le arti figurative, spartiti, partiture e libretti d’opera, sceneggiature) o che comunque col libro hanno un rapporto privilegiato, anche se non si lasciano possedere altrettanto facilmente, se non nella forma di surrogati del loro prototipo originario (servizi prestati per ora dal libro d’arte, dal Cd musicale, il Dvd filmico, il sito Internet ecc.).

Solo le droghe, l’alcol e altre merci in grado di alterare gli stati di coscienza potrebbero competere in potenza evocativa con il libro, ma non con il suo effetto alleviatore per le paure di morte e solitudine. E comunque, anche se vincessero in quanto a intensità evocativa sul momento (e non è sempre detto), perderebbero sul piano della permanenza degli effetti nel tempo: ultraduraturi quelli dei libri, temporanei ed effimeri quelli delle sostanze «psicotropiche» o variamente alteratrici degli stati di coscienza. Per dare un esempio banale, il sottoscritto ricorda ancora immagini vivide evocate dalla lettura di Stevenson, Verne o London nella sua fin troppo lontana adolescenza (vissuta agli inizi della seconda metà del secolo scorso), laddove non saprebbe redigere a memoria una lista nemmeno incompleta per due terzi dei vini per altro meravigliosi degustati durante il triennio del corso di sommellier di pochi anni orsono. Il paragone semplicemente non è proponibile perché le due categorie di merce sono sostanzialmente incommensurabili. Ciononostante, ci si consenta di suggerire un possibile abbinamento di due distinte forme di merce «alteratrice»: un buon libro e un bicchiere di buon vino o la loro felice sintesi come nel prodotto da me inventato come editore: i Vini da leggere (Literary wines in inglese). L’effetto è garantito...


dal blog "Vento Largo"
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