martedì 24 luglio 2012

BRASILE:ASCESA E DECLINO DI UN PARTITO E DI UNA TENDENZA RIVOLUZIONARIA di João Machado






BRASILE:ASCESA E DECLINO DI UN PARTITO E DI UNA TENDENZA RIVOLUZIONARIA
di João Machado *



L’esperienza di costruzione di DS e del PT dal 1979 al primo governo Lula

Un bilancio critico del fallimento della costruzione del PT brasiliano come partito operaio classista, e della crisi della stessa tendenza “Democrazia socialista” in seguito all’entrata nelle istituzioni, tracciato da un protagonista.



L’idea della formazione del Partido dos Trabalhadores (PT, Partito dei Lavoratori) è stata lanciata fin dal 1978, e la sua organizzazione è cominciata nel 1979. Nel febbraio 1980, l’approvazione del suo Manifesto avviò formalmente il movimento di costruzione legale del partito. All’epoca (fase finale della dittatura instaurata nel 1964), nel paese esistevano solo due partiti legali: l’ARENA sosteneva il governo, il Movimiento Democrático Brasileiro (MDB, Movimento Democratico Brasiliano) rappresentava l’opposizione.
I testi iniziali del partito parlavano già di socialismo democratico e denunciavano il ca-pitalismo, ma la loro idea centrale era quella della costruzione di un partito dei lavoratori, indipendente, senza padroni, che ne esprimesse gli interessi e non li manipolasse. La sua “Carta di Principi” si avvalse – senza esplicitarne la fonte – della celebre frase di Marx ai tempi della Prima Internazionale («l’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi»).
In larga misura, la formazione del PT è stata il riflesso del movimento di scioperi avviatosi in Brasile nell’ultima fase della dittatura ed è stato promosso dalla tendenza sindacale cosiddetta del “sindacalismo autentico” (che significava, sostanzialmente, “classista”). Accanto a quei sindacalisti, tuttavia, partecipavano già al processo iniziale di formazione del partito varie organizzazioni politiche rivoluzionarie; alcune ebbero un’influenza nella sua conformazione iniziale – soprattutto due organizzazioni di tradizione trotskista, Convergência Socialista (1) e Fração Operária Trotskista (2).

Democrazia Socialista, che sarebbe diventata la sezione brasiliana della IV Internazionale, è stata ufficialmente fondata, con questo nome, alla fine del 1979, nel corso dello svilupparsi del movimento in favore del PT. I suoi militanti hanno però partecipato all’impegno per la fondazione del PT prima ancora che questo fosse nato. Ha un ruolo decisivo nell’organizzazione del PT in due Stati importanti (Minas Gerais e Rio Grande do Sul), espandendo in seguito la propria presenza sul piano nazionale. Per dare l’idea dell’importanza degli Stati di Minas Gerais e di Rio Grande do Sul, possiamo dire che São Paulo, lo Stato più popoloso e più industrializzato del paese, è sempre stato di gran lunga quello che ha maggiormente pesato nel PT; seguivano poi i tre Stati: Minas Gerais, Rio de Janeiro e Rio Grande do Sul.
Il 31 maggio-1 giugno 1980 si tenne la Riunione Nazionale di Fondazione del PT; a partire di là, si avviò la fase di adesione al partito.

All’epoca, ottenere la legalizzazione di un partito politico in Brasile era estremamente difficile. Un partito si poteva registrare ufficialmente solo se organizzato in vari Stati, a partire da un minimo di aderenti che si contava a centinaia di migliaia. Per riuscire ad avere la registrazione legale del PT fu decisiva la partecipazione delle organizzazioni rivoluzionarie che vi entrarono; fu del pari decisiva l’entrata nel PT di una parte crescente dei militanti formatisi nelle Comunità di Base della Chiesa Cattolica, così come di altri militanti della sinistra cattolica. Così, benché il peso dei “sindacalisti autentici” (in particolare quello di Lula) sia stato determinante nella direzione, hanno pesato nel PT fin dall’inizio settori più a sinistra.

Va inoltre notato che tutti i militanti che, in Brasile, si collocavano a sinistra dei partiti usciti dalla tradizione dell’Internazionale Comunista burocratizzata, si sono inseriti nella costruzione del PT nel corso dei primi anni (non necessariamente fin dall’appello alla sua costruzione).
Nell’agosto 1981, il PT completò la fase di adesione e di organizzazione negli Stati necessario per ottenere la registrazione legale, e tenne il suo “Primo Incontro Nazionale” (vale a dire il suo primo congresso).

Nel 1983 si formò l’“Articulação” (4), un blocco costituito da Lula ed altri dirigenti per garantire la maggioranza nel PT. Il blocco includeva, oltre ai sindacalisti vicini a Lula, personalità, parlamentari in origine eletti sotto la sigla MDB, militanti della sinistra cristiana e militanti di varie organizzazioni rivoluzionarie che si erano sciolte, e di altre che non lo avevano fatto. Da allora in avanti, il blocco sarebbe sempre esistito, assumendo diversi nomi e mutando composizione. Bisogna tener conto che le sue posizioni politiche sono sempre state eterogenee, ne hanno sempre fatto parte settori più a sinistra, fino al 2003, accanto a settori dalle posizioni socialdemocratiche e, a partire dagli anni Ottanta, chiaramente social-liberisti. L’influenza delle posizioni del PC cubano fu forte per tutti gli anni Ottanta. Fino al 1989, Lula era al “centro” di questo blocco; a partire da quel momento diventa il dirigente di fatto del suo settore più a destra, il più favorevole all’inserimento nel gioco elettorale borghese e nella politica “all’interno dell’ordine stabilito”. Ma questa posizione di Lula non appariva pubblicamente – evitava di esporsi nei momenti di polemiche interne.

La formazione del PT terminò, in certo senso, con la creazione della Central Única dos Trabalhadores (CUT), fondata nel 1983 (5). Nonostante il nome, non fu mai unica, ma divenne la principale centrale sindacale del paese. È sempre stata strettamente legata al PT. La direzione è sempre stata esercitata tramite il blocco “Articulação Sindical”, legato all’ala lulista dell’“Articulação” del PT, che ha sempre avuto un po’ più della metà della direzione.

La formazione del PT ha significato la costruzione di un’espressione politica propria dei lavoratori brasiliani, nel corso di un periodo di rafforzamento sociale in direzione della loro indipendenza politica di classe. Il PT, inoltre, si è affermato come partito pluralista, con una buona dose di democrazia interna, è si è definito come un partito socialista.

Crescita e cambiamenti in seno al PT

È vero che il PT, fin dalla sua formazione, ha avuto serie fragilità, segnato dallo scarso approfondimento del dibattito sul significato di socialismo e da una fluida struttura organizzativa. Nonostante questo, è riuscito a svilupparsi e a rafforzarsi come principale punto di riferimento della sinistra brasiliana fino al 1989, quando Lula non è riuscito ad arrivare alla presidenza della Repubblica come candidato chiaramente a sinistra. Il PT è diventato anche un punto di riferimento internazionale. La forza di questo riferimento ha fatto sì che gran parte della sinistra brasiliana ha relegato in secondo piano le fragilità del partito, arrivando a non concepire futuro al di fuori di esso.

In quello stesso 1989 è cominciato un brusco mutamento del quadro internazionale, con il crollo di quello che allora si chiamava il “campo socialista” e la grossa crisi della sinistra che ne è derivata. A partire di là, nel mondo intero, compreso il Brasile, si è consolidata l’ondata neoliberista, che ha avuto ripercussioni economiche e politico-ideologiche, nonché un profondo impatto sociale, indebolendo strati operai e movimenti sociali. Al tempo stesso – nel caso del Brasile del 1988 – si è verificata la crescita signi-ficativa dell’inserimento istituzionale del PT (non solo la sua presenza parlamentare, ma anche nelle amministrazioni comunali e poi nei governi degli Stati). Questo ha comportato, naturalmente, maggiori pressioni per ottenere l’adattamento del partito alle istituzioni borghesi – più difficili da affrontare vista la relativa fragilità politico-ideologica del PT. Va inoltre ricordato che la sua incidenza negli apparati sindacali ha costituito un fattore di pressioni burocratiche fin dalla sua nascita, e che, dalla fine degli anni Ottanta, “Articolação Sindical” aveva posizioni più a destra dell’omonima tendenza del PT; le pressioni verso l’adattamento del PT all’ordinamento borghese erano inizialmente più forti nel settore sindacale che non in quello politico-parlamentare.

La sconfitta della candidatura Lula nel 1989, nel momento dell’avvio di una grande crisi internazionale della sinistra, ha segnato un punto di inflessione nella traiettoria del PT. Lula e quelli più vicini a lui si sono messi a elaborare progressivamente l’idea che era possibile per lui e per il PT vincere grazie a un programma più moderato e all’allargamento delle alleanze. Di fatto, con l’andar del tempo, e in maniera più decisa dopo la seconda sconfitta di Lula all’elezione presidenziale del 1994, a diventare il nocciolo delle strategie elettorali è stato il mancato riconoscimento degli antagonismi di classe, inevitabili nella società capitalistica. Fu respinto l’orientamento di sinistra per vincere le elezioni – la scommessa su una maggiore mobilitazione popolare, suscettibile di espandere quel che si era conosciuto nel 1989, comprendendo come un’elezione nazionale costituisca un momento in cui si scontrano alternative di classe.

Fin dall’inizio degli anni Novanta, Lula e quelli a lui più vicini sono stati tra coloro che più hanno proposto nel PT la “moderazione” e la diluizione dei richiami socialisti, e che più hanno cercato di stabilire legami sempre più serrati con settori borghesi. Il PT ha cominciato a perdere la sua natura ribelle e ha cercato la strada dell’inserimento pro-gressivo nell’ordine costituito. Parecchie idee neoliberiste hanno cominciato a infiltrarsi fra i suoi dirigenti. Sul piano nazionale, di battaglia elettorale in battaglia elettorale, il PT si è sempre meno collocato a sinistra. Ogni sconfitta della candidatura presidenziale (oltre che nel 1989 e nel 1994, Lula ha perso anche nel 1998) è stata interpretata come prova che la “moderazione” e l’“allargamento” delle alleanze erano ancora insufficienti.
Questo sviluppo politico ha avuto il suo corrispettivo sul piano organizzativo. Mentre agli inizi della costruzione del PT ci si era preoccupati di organizzare dei nuclei e di dare un carattere militante al partito, si è progressivamente imposta la concezione di un partito esclusivamente organizzato intorno a battaglie elettorali. Nel corso degli anni Novanta hanno cominciato a divenire abituali delle campagne elettorali organizzate “professionalmente”, cioè basate su gente pagata e non su militanti politici volontari.

Peraltro, l’andamento del complesso del PT è stato molto disuguale e la sua differenzia-zione politica interna è notevolmente aumentata. Negli anni Novanta, si è verificata nel PT una polarizzazione piuttosto netta tra una destra e una sinistra, specie dopo il 1993, quando l’ex blocco maggioritario – “Articulação” – si è scisso tra la maggioranza (che ha allora preso il nome di “Articulação Unidade na Luta” – la tendenza di Lula e di José Dirceu) e “Articulação de Esquerda”. La divisione, del resto, ha consentito che, per un breve periodo (dal 1993 al 1995), l’“Articulação de Esquerda” formasse, insieme ad altre tendenze di sinistra, in particolare DS, la maggioranza della direzione nazionale del PT. Questa maggioranza più a sinistra è stata possibile nonostante il partito abbia perso una delle sue tendenze importanti – Convêrgencia Socialista” – nel 1992 (6), e benché parte della sinistra del partito abbia virato a destra dopo il 1989.

Il settore più a destra del partito ha cominciato ad esistere in modo più netto con la for-mazione del “Campo Maggioritario” del PT, nel 1995. Progressivamente, la maggior parte del “campo”, in particolare la sua direzione, ha preso a modificare i suoi legami sociali e i suoi riferimenti politici: mentre costruiva legami crescenti con settori del pa-dronato, si allontanava dalle posizioni socialiste. Durante il percorso di preparazione del II Congresso del PT, nel 1999, giunse al tentativo di abbandonare formalmente il richiamo al socialismo (José Dirceu dichiarò che «il socialismo era un “morto-vivente” che accompagnava il PT»), Questo abbandono non poté essere completato, essendo questa posizione minoritaria nello stesso “Campo Maggioritario”. Comunque sia, il fatto è che un settore crescente della direzione della maggioranza del PT arrivò a identificarsi con le nuove tendenze della socialdemocrazia internazionale, inserendosi da quel momento nel campo ideologico neoliberista.

Per altro verso, nel caso dei settori più a sinistra del PT, le cose hanno avuto sviluppi ben diversi. Anche quei settori hanno subito i contraccolpi della crisi internazionale della sinistra e delle maggiori pressioni istituzionali – ma non allo stesso modo. Una parte della sinistra, abbiamo detto, ha operato la svolta a destra. Tuttavia, tra coloro che sono rimasti a sinistra sono state predominanti la resistenza alle pressioni del neoliberismo e il mantenimento dei richiami ideologici al socialismo. La formazione di “Articulação de Esquerda”, nel 1993, è stata un’espressione importante di questo processo di resistenza.

Un elemento notevole è stato che, pur essendovi un processo più o meno regolare di migrazione di settori della sinistra verso posizioni più a destra dopo l’inizio degli anni Novanta, la sinistra del PT ha continuato ad avere un peso importante e a influenzare le prese di posizione del partito. Al momento degli Incontri (Encontros) del 1995 e 1957, la divisione del PT tra destra e sinistra è avvenuta praticamente a metà. Inoltre, allo stesso interno del “Campo Maggioritario” lo sviluppo è stato molto differenziato. Buona parte di quel raggruppamento ha continuato ad opporsi al social-liberismo e a richiamarsi al socialismo. Più ancora, sotto il governo di F. H. Cardoso la sua collocazione all’opposizione ha costretto tutto il PT a differenziarsi dal neoliberismo, cosa che ha ampiamente occultato gli sviluppi in corso.




L’evoluzione di Democrazia Socialista nel corso degli anni Ottanta

DS, come si è detto, è nata nel 1979, all’inizio grazie all’unificazione dei due nuclei di militanti (il più importante a Minas Gerais, l’altro nel Rio Grande do Sul). Vi hanno partecipato alcuni militanti provenienti dal POC-Combate (7). Complessivamente, in tutto il paese c’erano 60 militanti.
DS aveva già legami con la IV Internazionale – due rappresentanti di questa avevano partecipato al Congresso di fondazione, Francisco Louçã e Socorro Ramirez (8). La nuova organizzazione, prima ancora di essere stata ufficialmente fondata, aveva già avuto un rappresentante come osservatore all’XI Congresso Mondiale della IV Internazionale, nel 1979. Tuttavia, avrebbe formalizzato la sua richiesta di ingresso solo nel 1984; è stata riconosciuta come sezione brasiliana al Congresso del 1985.

Nel 1981, una piccola organizzazione proveniente da CS si fuse con DS (in realtà fu piuttosto incorporata in DS) e l’organizzazione prese un nuovo nome, ORM-DS (Organização Revolucionária Marxista – Democrazia Socialista). Nel 1982, la FOT (che aveva allora assunto il nome di CLTB, Comité de Ligação dos Trotskistas Brasileiros) è entrata in DS (in quel momento, Paulo Skromov aveva ormai perso il ruolo centrale nella direzione del PT che aveva avuto all’epoca della fondazione del partito, nel 1979-1980; avrebbe lasciato DS pochi anni dopo).

Dal congresso di fondazione, DS ha adottato come linea direttrice quella di combinare la propria costruzione con la costruzione del PT: Non si trattavva quindi in alcun modo di “entrismo”, ma di una costruzione a due livelli: quella del PT come partito operaio indipendente (cosa che implicava di considerarlo un partito e non un “fronte legale” o qualcos’altro del genere), e la costruzione di DS come sezione della IV Internazionale, intesa come parte del PT, non in concorrenza con questo. Abbiamo caratterizzato il PT come un partito aperto, che fin dalla sua fondazione viveva un permanente conflitto di orientamenti, dall’esito non prestabilito. Poteva evolvere fino a trasformarsi in partito rivoluzionario, ma tale sviluppo sarebbe dipeso dalla vittoria dei settori più a sinistra del partito negli scontri di indirizzo politico. Questa linea generale è stata sintetizzata in modo chiarissimo, per la prima volta, nel 1980, in un volantino intitolato: “o PT e O Partido Revolucionario no Brasil”, il Pt e il Partito Rivoluzionario in Brasile).

Fin dall’inizio, i rapporti di DS con la direzione della IV Internazionale erano forti. Oltre a Francisco Louçã, ritornato a più riprese in Brasile dopo il 1979, Daniel Bensaid e Michael Löwy hanno preso parte a numerose discussioni e iniziative di DS, come pure altri dirigenti della IV Internazionale o delle sue sezioni. Michael ha avuto un ruolo importante nella discussione dell’orientamento di fondo di DS ai suoi inizi; Daniel è stato il militante della IV Internazionale più presente in Brasile tra il 1980 e il 1990, poi di nuovo tra il 2002 e il 2004.
Tra il 1980 e il 1990, la IV Internazionale ha cercato di consolidare la propria costruzione latinoamericana, organizzando riunioni annuali degli “Uffici Politici delle sezioni latino-americane”, e inviando vari dirigenti nei paesi di quest’area. I due membri dell’Ufficio Politico delle IV Internazionale che hanno regolarmente partecipato a questo impegno sono stati Daniel Bensaid e Charles-André Udry. In questo quadro, ci sono stati rapporti molto stretti tra DS e PRT messicano, che era negli anni Ottanta la più forte sezione dell’Internazionale in America Latina.

Una Conferenza particolarmente significativa di DS si è svolta nel 1988. Nel 1987, il V Incontro Nazionale (Congresso) del PT aveva assunto un orientamento abbastanza di sinistra e adottato un “regolamento delle tendenze interne” del partito (che cercava di impedire che esistessero “partiti nel partito”, ma che al tempo stesso espandeva i diritti delle minoranze). Per rispettare il regolamento, DS ha sostituito il suo vecchio Statuto (un termine che suggerisce si tratti di un partito) con “norme costituenti”, che sostanzialmente esprimevano le stesse regole. Contemporaneamente modificava il nome, diventando, come al momento della sua fondazione, "Democrazia Socialista". A parte che quel nome è più appropriato a una tendenza interna al partito, è quello che è stato utilizzato da sempre nella pratica dell’organizzazione.

Altra importante decisione fu il bilancio positivo dello sviluppo del PT fatto da DS. Abbiamo approvato la caratterizzazione del PT come “partito rivoluzionario in costruzione”. Alcuni compagni del PRT messicano, in particolare Sergio Rodriguez, che ne era il dirigente più attivo a livello internazionale e che aveva più legami con i brasiliani, suggerivano di caratterizzare il PT direttamente come “partito rivoluzionario”, per rendere chiaro il nostro impegno nel partito e la nostra posizione aperta. Fino ad allora avevamo parlato del PT come di un “partito operaio di massa”, o “un partito operaio indipendente”, un “partito di classe” – ma non un “partito rivoluzionario”. Quel che dicevamo è che il PT poteva trasformarsi in un partito rivoluzionario, in funzione dell’andamento generale della lotta di classe in Brasile e dei conflitti al suo interno. Di fronte al suggerimento dei compagni messicani, la direzione di DS ha ritenuto che definire il PT direttamente come “partito rivoluzionario” sarebbe stato esagerato (in fin dei conti, tra le altre ragioni, settori che non avevano niente di rivoluzionario continuavano a incidere pesantemente nel partito, incluso nella sua tendenza maggioritaria), e ha scelto invece la formulazione “partito rivoluzionario in costruzione”, in modo di rafforzare la nostra identificazione con la costruzione del PT in quanto tale.

È interessante notare come Daniel Bensaid (che non era presente alla Conferenza di DS), avesse in seguito messo in discussione tale formulazione. A grandi linee, egli sosteneva che “partito rivoluzionario in costruzione” non voleva dire granché e che, trattandosi di rafforzare l’impegno nel PT, quella caratterizzazione non offriva alcun vantaggio. Per altro verso, implicava il rischio di un disarmo dei militanti di DS di fronte ai problemi che il PT doveva ancora affrontare: se ritenevamo che il PT potesse trasformarsi in partito rivoluzionario (lo abbiamo sempre fatto), pensavamo anche che potesse prendere un’altra direzione.

Si può sviluppare l’argomento: parlare di “partito rivoluzionario in costruzione” induce a ridurre l’attenzione sull’esistenza di posizioni contrapposte al suo interno, sfuma i salti qualitativi che sarebbero indispensabili perché un partito largo di classe diventi un partito rivoluzionario. In altri termini, questo relega in secondo piano il salto qualitativo rappresentato dal passaggio da un partito di lavoratori che ne difende gli interessi a un partito che si organizza a partire dalla coscienza non solo di lottare per una società diversa (socialista), ma anche della necessità di rovesciare lo Stato capitalistico con una rivolu-zione. Questa concezione implica un chiaro giudizio sui limiti delle istituzioni borghesi e della lotta all’interno di queste, che l’insieme del PT non ha mai condiviso.

Le risoluzioni di DS non avrebbero smesso di affrontare la questione, negli anni seguenti, per il fatto che parlassimo di “partito rivoluzionario in costruzione”. Ma la formula sintetica aveva una sua forza e maggiore influenza delle analisi che l’accompagnavano. In seguito la formula “partito rivoluzionario in costruzione” è stata lasciata cadere, ma è rimasta una certa confusione sulla caratterizzazione del PT come “partito rivoluzionario”. Parecchi militanti si sono abituati a pensare che non vi sarebbe mai stato alcun conflitto tra la propria identità di militanti di DS (e della IV Internazionale) e quella di militanti del PT.

La confusione fu rafforzata dall’interpretazione corrente del cambiamento del nome (DS in luogo di ORM-DS) e dell’adozione di “regole costituenti” in adeguamento al “regolamento delle tendenze interne” al PT. Numerosi militanti hanno recepito questo non come un cambiamento formale, ma come una modificazione della natura di DS. L’intenzione dei redattori delle risoluzioni e delle “regole costituenti” non è stata capita bene.

Alla fine degli anni Ottanta, immediatamente prima che cominciase la svolta nello sviluppo del PT nel 1989, DS contava all’incirca mille militanti che rappresentavano un punto di riferimento per un numero maggiore di militanti del partito; in generale, aveva circa il 10% dei delegati negli Incontri (Congressi) nazionali del PT. Aveva una grande rilevanza nella sinistra del partito e nel partito stesso. Aveva ottenuto un significativo radicamento sociale (specie nello Stato di Rio Grande do Sul; in quello di Minas Gerais, il bastione iniziale, la costruzione di DS era stata indebolita dallo sforzo volontaristico di trasferire parecchi militanti verso altri Stati); c’era una presenza considerevole nella CUT; si era mantenuta una forza nel movimento studentesco, agli inizi sua base principale. Cominciava ad avere alcuni eletti (in particolare con l’elezione di Raul Pont a de-putato dello Stato di Rio Grande do Sul nel 1986, e deputato federale nel 1990). Su un altro piano, era un’organizzazione ben identificata con la IV Internazionale e con le po-sizioni di questa; addirittura, questa identificazione si era rafforzata. Per altro verso, durante quella fase, il PT evolveva in direzione della sinistra, con DS che ha avuto sicura-mente un ruolo in quel processo. Nel complesso, si può esprimere il giudizio che la linea di costruzione di DS come sezione della IV Internazionale insieme alla costruzione del PT, come partito, ha avuto un vero e proprio successo fino ad allora.

DS tra il 1990 e il 2002

Viceversa, prima ancora dell’elezione di Lula e dell’entrata nel suo governo, a partire dal 1990-1995, ciò a partire dall’inizio della svolta del PT verso posizioni meno di sinistra e del consolidarsi del suo adattamento alle istituzioni dello Stato borghese, c’è stato un periodo durante il quale la linea di costruzione di DS ha conosciuto problemi seri.
Il PT aveva cominciato ad avere un’incidenza crescente nelle istituzioni statali borghesi (soprattutto a partire dal 1988, con l’elezione dei sindaci delle tre capitali del paese – São Paulo, Porto Alegre e Vitória) e ha dimostrato di essere una concreta alternativa per la presidenza della Repubblica. La crisi internazionale della sinistra e dei suoi punti di riferimento, dopo il 1989, si è aggiunta a questo, come pure l’avanzata dell’offensiva neoliberista. Benché il movimento non sia stato del tutto lineare (tra il 1993 e il 1995, lo abbiamo detto, la direzione del PT è stata maggioritariamente di sinistra), il PT ha preso a virare a destra, specie dopo il 1994.

Orbene, la sinistra del PT, soprattutto DS, ha esteso anch’essa la propria partecipazione alle strutture dello Stato borghese. Il Rio Grande do Sul fu non solo lo Stato in cui DS aveva maggior forza, ma anche quello in cui la presenza istituzionale del PT (prima al comune di Porto Alegre; poi, a partire dal 1998, anche al governo dello Stato) è stata quella più forte. Questo non ha fatto sì che il PT del Rio Grande do Sul sia stato meno di sinistra di quello del resto del paese – al contrario, in quegli anni il PT del Rio Grande do Sul è stato il più a sinistra del paese (il che si spiega sia con il peso di DS, sia con quello di “Articulação de Esquerda” – in questo Stato, la maggioranza dell’ex “Articulação” era rimasta con “Articulação de Esquerda”). Curiosamente, il PT del Rio Grande do Sul è stato il più “istituzionale” e al tempo stesso il più a sinistra del paese durante gli anni Novanta, e agli inizi degli anni 2000.

Va ricordato un fatto rilevante di quel periodo. Agli inizi del 1994, per alcuni mesi, Lula era in testa nei sondaggi per le presidenziali. All’interno della IV Internazionale non c’era mai stato una discussione sull’eventualità della partecipazione di DS al governo. L’argomento, tuttavia, preoccupava Ernest Mandel che, durante una riunione internazionale, aveva attirato la mia attenzione sul rischio dell’ipotesi di una simile partecipazione, perché era già poco probabile che Lula avrebbe assunto un orientamento di sinistra, di scontro con la borghesia e con l’imperialismo. Io allora non ne ero convinto. In quel momento il PT era diretto dalla sinistra e DS faceva parte del nucleo dirigente del partito. Nella direzione di DS prevaleva la convinzione che una vittoria elettorale di Lula avrebbe precipitato lo scontro di classe, sia per la situazione generale del paese, sia perché in seno alla direzione del PT dominava l’orientamento classista –benché questo non fosse l’orientamento dello stesso Lula.

La discussione sulla partecipazione all’ipotesi governativa di Lula non è proseguita; è diventato molto rapidamente evidente che Lula non avrebbe potuto essere eletto nel 1994. L’argomento è ritornato solo nel 2002, quando il rapporto di forza nel PT era molto più sfavorevole per la sinistra.

Ci fu un’altra discussione nella IV Internazionale sulle elezioni del 1994. Nella relazione in occasione del Comitato esecutivo internazionale (CEI) preparatorio del Congresso mondiale del 1995, dal titolo “Una nuova fase storica”, Daniel Bensaid, d’accordo con la sezione brasiliana, aveva richiamato l’attenzione sul fatto che il programma del PT fosse, nel 1994, più moderato di quello di Unità Popolare in Cile.

All’interno del PT avevamo avuto parecchie polemiche al momento della redazione di questo programma, ma la sinistra non aveva proposto una linea generale alternativa e il programma approvato era un compromesso tra la sinistra –allora maggioritaria nella direzione del PT – e il settore intorno a Lula. Col senno di poi, fu probabilmente un errore. La maggioranza di sinistra nella direzione del PT fu in parte un’illusione, in quanto era predominante l’influenza di Lula nel partito. È impossibile sapere che cosa sarebbe accaduto se Lula avesse vinto allora le presidenziali, ma l’accordo che avevamo realiz-zato sul programma ha senza dubbio contribuito a nasconderci le divergenze che già e-sistevano in seno al partito.

Tutto questo, naturalmente, va ricollocato nel contesto di allora. Peraltro, l’asse della relazione già ricordata di Daniel Bensaid era giustamente quello che eravamo entrati un una fase più difficile per la sinistra, di difensiva rispetto a un’offensiva neoliberista mol-to forte.
D’altro canto, in seguito, la relazione “Una nuova fase storica” costituì uno dei testi di riferimento di DS. Numerosi scritti di Daniel Bensaid e di Michael Löwy sono stati tradotti e pubblicati, e vari di questi furono poi raccolti in Marxismo, Modernidade, Utopia (Editora Shaman, São Paulo, 2000), un lavoro collettivo a cura e con presentazione di José Correa Leite. Quel libro è diventato uno dei pilastri fondamentali della formazione di DS.

Eravamo molti i militanti di DS ad avere coscienza, almeno dalla metà degli anni Novanta, del peso dell’“istituzionalizzazione del PT”, vale a dire del processo di adatta-mento alle istituzioni borghesi dello Stato brasiliano. Sapevamo anche che il processo avrebbe raggiunto la stessa sinistra, DS inclusa (che, per giunta, aveva conquistato un peso istituzionale molto forte). Agli inizi del 2000, tuttavia, ci siamo convinti che la spinta del nuovo internazionalismo, una delle cui forme visibili erano i Forum Mondiali Internazionali, sarebbe stata sufficiente forte da rinsaldare le prospettive rivoluzionarie della sinistra – in particolare di DS – e contribuire ad invertire il corso pericoloso dell’adattamento. Fra altri militanti della IV Internazionale, Daniel Bensaid ha condiviso questo modo di vedere, come ha chiaramente dimostrato con il quadro ottimista dell’atmosfera dei Forum da lui tracciato in Una lenta impazienza (Alegre, Roma, 2012).

Fatto sta che, in quel periodo, benché le nostre analisi (incluse alcune riflessioni dei dirigenti della IV Internazionale) avessero richiamato l’attenzione sul corso preoccupante del PT, noi non abbiamo messo in atto alcun cambiamento di fondo della nostra linea di costruzione.



L’elezione di Lula e la rottura della maggioranza di DS con la IV Internazionale

L’elezione alla presidenza di Lula, alla fine del 2002, ha precipitato le cose. È avvenuta con nuovi movimenti di adattamento alla logica delle istituzioni dello Stato borghese, da parte di Lula e della maggioranza della direzione del PT: la scelta di un grande proprie-tario alla vicepresidenza, le garanzie di rispetto dei “contratti” con i “mercati”, ecc. La sinistra del PT, e DS in particolare, vi si sono opposte – la militante che ha rappresentato il simbolo di questa resistenza, per tutto il 2002, è stata Heloísa Helena, di DS. La sua candidatura al governo del suo Stato, Alagoas, fu esclusa dalla direzione nazionale del PT per consentire l’alleanza con il Partito Liberale.

Si sarebbe ben presto (alla fine del 2002) posto il problema del rapporto tra DS e governo Lula. Questa sarebbe stata una delle maggiori preoccupazioni dei dirigenti della IV Internazionale, soprattutto di Daniel Bensaid. Poco dopo la conferma della vittoria di Lula, mi ha telefonato per esprimere le sue preoccupazioni (ero il suo interlocutore privilegiato in Brasile). Richiamava l’attenzione sul fatto che il governo Lula aveva molte difficoltà a promuovere scontri con le classi dirigenti e a realizzare riforme profonde, tanto da giustificare la partecipazione della sinistra, in particolare di DS - argomentazione vicina a quella di Ernest Mandel qualche hanno prima. Se nel 1994 avevo dubbi su questi argomenti, nel 2002 non era più così. Ho risposto che ero convinto che il governo Lula sarebbe stato ancor peggio di quel che pensava, che ero totalmente contrario alla partecipazione di DS a quel governo, ma che ci sarebbe stata una discussione molto difficile in DS. Per la storia dei rapporti tra DS e PT e per il clima creato dall’elezione di Lula, non era per nulla semplice rifiutare la partecipazione al governo.

Si delineava un processo in cui sarebbero stati messi alla prova sia la coerenza rivoluzionaria di DS sia i suoi rapporti con la IV Internazionale, come pure lo stesso ruolo di quest’ultima come organizzazione rivoluzionaria internazionale. Nella IV Internazionale non esisteva centralismo internazionale e non prendeva posizioni  sulle questioni di indirizzo politico nazionale. Non pretendeva di essere un “Partito Mondiale della Rivoluzione” come lo era stata la III Internazionale e come anch’essa aveva preteso nei suoi primi anni. Ma il fatto stesso di pretendere di essere un’organizzazione socialista rivoluzionaria internazionale, benché sia strutturata come centro di riflessione e di scambio, una rete di sezioni, esigeva da parte sua, all’occorrenza, un’effettiva partecipazione alla discussione di un problema che aveva un’implicazione internazionale. Una forma di partecipazione è l’espressione delle posizioni e delle preoccupazioni dei vari militanti. Un’altra, che riconosciamo per problemi di portata programmatica, è l’adozione da parte delle istanze internazionali di posizioni diverse da quelle decise dalle sezioni; le sezioni le devono diffondere, pur non avendo l’obbligo di seguirle.

Nonostante le posizioni pubbliche assunte da Heloisa Helena, il cui impatto è stato importante, e nonostante la posizione analoga presa internamente da una parte della sua direzione, DS si pronunciò a favore della partecipazione al governo. Vi fu, tuttavia, una sorta di compromesso, che teneva conto delle obiezioni: la partecipazione fu legata allo “scontro di indirizzo” del governo e si affermò con forza che la possibilità di rompere con il governo restava una delle poste in gioco. Durante i mesi seguenti, infatti,avevamo operato vari compromessi di direzione allo scopo di preservare per quanto possibile il quadro di discussione e DS in quanto tale. Dal punto di vista dei settori più a sinistra di DS, contrari alla partecipazione al governo Lula, quei compromessi erano legittimi per-ché eravamo convinti che la politica portata avanti dal governo avrebbe rapidamente la-sciato apparire chiaramente la propria natura.

Nel gennaio 2003, numerosi militanti della IV Internazionale si sono incontrati a Porto Alegre nel corso del FSM, fra cui Daniel Bensaid, che ha fatto una ricca relazione sulle discussione che abbiamo avuto allora:

«Nel gennaio 2003, l’ambiente del terzo Forum fu sensibilmente diverso da quello dell’anno precedente. Il PT aveva appena perso il governo del Rio Grande do Sul, men-tre Lula aveva vinto le presidenziali con oltre il 60% dei voti [all’ultimo turno]. In venti anni di cammino, tutto sommato non così lungo, il metalmeccanico di São Bernardo di-ventava il primo operaio presidente dell’America latina. La sua vittoria era quella del PT, partito sorto dal nulla alla fine degli anni settanta. In parte, ea anche una vittoria nostra. Il nuovo governo era un governo di coalizione. Quelli del PT vi si ritagliavano lo spazio maggiore, ma erano affiancati da alleati ingombranti e compromettenti (…). Il nostro compagno Miguel Rossetto rivestiva la pesante responsabilità del ministero dello sviluppo rurale e della riforma agraria, coesistente con un ministero dell’agricoltura affidato a un rappresentante diretto della grande proprietà terriera.
L’essenziale del soggiorno fu consacrato alle riunioni con i nostri compagni brasiliani, che si ritrovavano per la prima volta dopo la formazione del governo. Per alcuni, era ancora il momento delle illusioni elettorali, in fondo comprensibili. Ma l’ambigua vittoria era gravida di contraddizioni. Mentre le lotte sociali urbane erano ormai in sordina da dieci anni e il PT aveva appena registrato preoccupanti sconfitta (tra cui la perdita del Rio Grande do Sul), Lula aveva vinto con la massima facilità sulla base di una campagna molto personalizzata, grazie soprattutto al logoramento dei partiti borghesi. Per rassicurare alleati e mercati, aveva condotto una campagna moderata, offrendo pegni preventivi al Fondo Monetario Internazionale e circondandosi di personaggi rassicuranti per le imprese. Alcuni compagni credevano tuttavia di vedere nel suo governo una sorta di dualismo di potere istituzionale, tra i ministeri economici e finanziari (sotto influenza liberista) da un lato, e i ministeri sociali della riforma agraria, della città, dell’ambiente, dall’altro. Un governo a due teste e a due anime?
In meno di un anno, è apparso chiaramente che tra le due anime il rapporto era più che asimmetrico». (9)

Il seguito del commento di Daniel insisteva in particolare sulla forza della presenza nel dibattito di Heloisa Helena

Poco dopo il FSM, al Congresso Mondiale della IV Internazionale, nel febbraio 2003, è proseguita la discussione sul governo Lula. I delegati brasiliani, in maggioranza, avevano una posizione più critica dell’insieme di DS. Fra i cinque delegati, oltre a Heloisa Helena ed io, c’era Luizianne Lins, allora deputata dello Stato di Ceará, che, come l’insieme dei compagni di DS del suo Stato, faceva parte dei settori più di sinistra di DS. Luizienne avrebbe abbandonato quelle posizioni molto di sinistra dopo la sua elezione a sindaco di Fortaleza nell’ottobre 2004, malgrado il fatto che la sua candidatura sia stata imposta come una posizione della sinistra di DS contro la maggioranza del PT e anche contro quella della maggioranza della stessa DS. Avevamo, tuttavia, realizzato un accordo tra i delegati: non avremmo fatto nel Congresso una discussione pro o contro la partecipazione di DS al governo Lula, ma avremmo cercato di mettere in luce la complessità del problema e di mettere in risalto il carattere condizionale di questa partecipazione e la possibilità di rottura in qualsiasi momento.

In quella fase, Daniel Bensaid fu il dirigente della IV Internazionale che ha partecipato di più al dibattito brasiliano. Non è intervenuto durante il dibattito in seduta plenaria del Congresso sui problemi brasiliani. Tuttavia, in una conversazione personale, mi disse che tutto stava ad indicare che DS si sarebbe divisa. Ero d’accordo con lui; non avevo il minimo dubbio al riguardo. Pensavo però che fosse del tutto probabile che al momento della rottura i contrari alla partecipazione al governo Lula avrebbero avuto la maggioranza. Tutto sommato, il governo Lula costituiva una svolta rispetto alle posizioni tradizionali del PT, era un governo chiaramente borghese e questo sarebbe diventato sempre più chiaro nei mesi che sarebbero seguiti; la posizione che sosteneva l’incompatibilità della partecipazione di una corrente marxista rivoluzionaria a un governo borghese era la posizione storica di DS e si sarebbe rafforzata nei dibattiti della IV Internazionale.

Durante il 2003 Daniel ha effettuato altri due viaggi in Brasile, il secondo per partecipare alla Conferenza (Congresso) di DS, tenutasi a fine anno. Inoltre, ha scritto un importante articolo per Rouge(10)  sulla situazione brasiliana, subito tradotto in portoghese e diffuso in Brasile. Il titolo "La paura trionfa sulla speranza", che indicava chiaramente il contenuto, era una ripresa al rovescio di uno dei principali slogan di Lula durante la sua campagna elettorale: “La speranza trionfa sulla paura”. Durissimo nel giudizio sul governo, l’articolo prendeva anche posizione contro l’offensiva della direzione del PT che esigeva la “disciplina” dei parlamentari del partito nel voto sulla riforma dell’Assistenza e previdenza sociale:

«È chiaro il senso di quest’offensiva disciplinare, a detrimento del pluralismo che costituisce la ricchezza del PT: il partito deve scegliere tra il suo ruolo di portavoce politico dei movimenti sociali e quello di cinghia di trasmissione delle misure governative nella società. La posta in gioco è il futuro di un partito “di classe”, riflesso della massiccia radicalizzazione delle lotte sociali a partire dalla fine degli anni Settanta.
La sua trasformazione in “nuovo PT”, sorta di “terza via” alla Blair versione bossa nova, non avverrà nei prossimi mesi senza forti resistenze del PT storico, tanto più che la politica governativa costituisce l’indisciplina principale rispetto alle risoluzioni dell’ultimo congresso del partito tenutosi nel dicembre 2001». (11)

L’articolo, significava evidentemente l’appoggio alle posizioni più a sinistra di DS, per quanto Daniel cercasse di continuare a dialogare con l’insieme dell’organizzazione.
Nello stesso periodo, varie sezioni della IV Internazionale hanno promosso un appello internazionale contro l’espulsione di Heloisa Helena e di altri parlamentari dal PT.

Nel novembre 2003 si è svolta una Conferenza di DS, che ha ancora, del resto, adottato una risoluzione abbastanza di sinistra. Daniel Bensaid vi ha rappresentato la IV Internazionale. È intervenuto solo alla chiusura del congresso. Non ha fatto mistero di essere contrario alla partecipazione al governo Lula, cosa che non è stata affatto apprezzata, ovviamente, da una parte dei delegati.
In dicembre, la direzione del PT ha espulso Heloisa Helena e tre deputati federali del partito, senza tenere conto di un forte movimento contrario a quelle espulsione. In reazione ad esse, questi parlamentari insieme ad alcuni gruppi di militanti che sono usciti dal PT e alcuni militanti di altre provenienze hanno lanciato il movimento per costruire un nuovo partito, che avrebbe preso il nome di Partito del socialismo e della libertà (PSOL).

Il 27 gennaio 2004, Daniel Bensaid ha scritto (consultando Francisco Louçã, anche lui molto presente nei dibattiti brasiliani) una lettera a due dirigenti di DS, lasciando scegliere loro se comunicarla ad altri membri della direzione. Insistendo con forza sul fatto che l’espulsione di Heloisa da DS, dopo quella dal PT, era inaccettabile, la lettera ritornava sui problemi strategici di fondo:

«- sul bilancio del governo Lula e il suo futuro;
- su quelli che dovrebbero essere gli assi di una politica alternativa a quella, social-liberista e continuista, del governo in materia economica, sociale, e a livello interna-zionale nei concreti rapporti di forza nazionali e internazionali;
- sull’affermazione programmatica e organizzativa di DS (decisa dal congresso) come colonna portante di un’alternativa di sinistra all’indirizzo del governo».

E proseguiva:

« In mancanza di chiarezza su questi temi, DS rischia di vivere alla giornata, di fluttuare in balia delle ultime peripezie, di ridursi a commentare in modo impressionistico le ultime iniziative o dichiarazioni di Lula e del governo, anziché sviluppare una linea chiara di opposizione interna al PT. Senza di che, il progetto “della grande DS e di autonomia organizzativa più forte [ugualmente adottata dalla risoluzione organizzativa del congresso nazionale] rimarrebbe lettera morta. (…) Spero si possa ancora scongiurare una catastrofe».

Nel febbraio 2004, durante un nuovo viaggio in Brasile, Daniel Bensaid ha partecipato a una riunione della direzione di DS. Nel frattempo, il corso della divisione di DS era ormai diventato irreversibile e il processo è continuato nei mesi seguenti.

Vi sarà ancora, tuttavia, un ultimo tentativo da parte dei dirigenti della IV Internazionale di influenzare positivamente la discussione e preservare un quadro comune della IV Internazionale in Brasile. Michael Löwy e Francisco Louçã hanno scritto un’altra lettera ai militanti brasiliani. La maggior parte dei temi non erano nuovi – la lettera verteva sul bilancio del governo Lula e sulla necessità di rompere con lui – ma il modo di argomentare era più preciso. Del resto, di fronte alla spaccatura di DS, già piuttosto avanti, proponevano di mantenere rapporti tra le due parti della sezione brasiliana e la IV Internazionale, Riconoscevano che potesse non esistere un’unica linea per i membri della IV Internazionale in Brasile:
«contribuire, per i compagni che lo vogliano, alla costruzione del PSOL evitando le trappole di un estremismo infantile (…); riallacciare il dialogo tra le correnti di sinistra in seno al PT e le piccole forze indipendenti come il PSOL. Potrebbe allora instaurarsi la complementarità tra la sinistra critica dentro e fuori dal PT, evitando gli attacchi reciproci e rispettando le rispettive scelte tattiche. Questo riguarda in particolare i compagni della nostra tendenza: se oggi si trovano implicati in scelte e dinamiche diverse, dovrebbero preoccuparsi di non tagliare i ponti e di preservare il futuro». (12)

Quest’alternativa presupponeva che la maggioranza di DS accettasse una posizione che le avrebbe posto molti problemi nei suoi rapporti con il governo Lula e con il PT. La cosa, infatti, sarebbe stata accettabile per la maggioranza della direzione di DS solo a condizione che quest’ultima prendesse seriamente in considerazione la possibilità di una rottura con il governo Lula e quella della costruzione di un nuovo partito (il PSOL).
La lettera di Daniel, Francisco e Michael è stata distribuita fra i militanti di DS durante il FSM del gennaio 2005, ma solo dai quadri delle organizzazioni critiche rispetto alla partecipazione al governo. La maggioranza di DS ha scelto di non discuterne. Ha scelto, del pari, di non discutere con i due rappresentanti che la direzione della IV Internazionale aveva inviato al FSM a questo fine, François Sabado e Olivier Besancenot.
La posizione dei tre firmatari della lettera è stata rafforzata da una risoluzione del Comi-tato Internazionale della IV Internazionale (27 febbraio 2005) – la prima che abbia esplicitamente criticato la posizione maggioritaria di DS. Essa diceva:

«1. L’esperienza dei due anni del governo Lula conferma chiaramente la natura, l’orientamento e la politica portata avanti da questo governo. Si tratta di un governo di coalizione con esponenti del capitale, che dipende dalla destra parlamentare. Si tratta di un governo che porta avanti una politica economica e finanziaria neoliberista e quindi non in grado di rispondere ai problemi essenziali della povertà e dell’esclusione sociale in Brasile e di scontro con l’imperialismo. Questo due anni dimostrano inoltre come la dinamica interna della sua politica non possa essere modificata (…)
3. In queste condizioni, una politica che soddisfi le rivendicazioni e le esigenze delle classi popolari - aumento dei salari, creazione di milioni di posti di lavoro, difesa dei servizi pubblici, ampia riforma agraria, politica di bilancio e fiscale rivolta alle priorità sociali e non ai mercati finanziari – è in contrapposizione a quella del governo Lula.
4. Dato l’indirizzo generale del governo, i ministri di sinistra diventano veri e propri ostaggi o cauzioni di una politica generale che non è la loro. Questi due anni di esperienza dimostrano bene come la costruzione di un blocco politico-sociale dei lavoratori e delle lavoratrici antiliberista e anticapitalista sia in contraddizione con l’appoggio e la partecipazione all’attuale governo.
5. Dopo la formazione del governo Lula si sono verificati nell’Internazionale riserve, dubbi o disaccordi rispetto alla partecipazione della tendenza Democrazia Socialista al governo e alle modalità di questa partecipazione (ruolo nei movimenti sociali). Tuttavia, una volta che DS ha preso la decisione, tenendo conto degli argomenti avanzati dalla maggioranza dei compagni brasiliani, l’Internazionale aveva deciso, all’avvio del processo, di non votare risoluzioni e di accompagnare l’esperimento. (…) L’Internazionale ha dunque evitato di porre il problema della partecipazione al governo Lula in termini dogmatici, senza tener conto delle caratteristiche del paese, della storia del Partito dei Lavoratori (PT), dei suoi legami con i movimenti sociali e sindacali. Dopo l’esperienza di questi ultimi due anni e prendendo nota di quanto detto ai punti 1-4, non vi è più dubbio che l’occupazione di posti nel governo Lula, sia a livello ministeriale sia ad altre funzioni di responsabilità politica, è in contrasto con la costruzione di un’alternativa in Brasile coerente con le nostre posizioni programmatiche». (13)


Inoltre, il 1° marzo 2005, il Comitato Internazionale ha adottato una mozione che ha approvato la linea generale della lettera di Daniel, Francisco e Michael.

La maggioranza di DS si è rifiutata di organizzare la discussione di queste posizioni fra i militanti. In aprile, ha organizzato una nuova Conferenza, ormai senza la partecipazione dei militanti impegnati nella costruzione del PSOL. Questa Conferenza ha approvato una risposta indiretta alla IV Internazionale: una risoluzione ambigua su “L’internazionalismo del XXI secolo”, che costituiva in realtà la rottura con la IV Internazionale. (14)
Una minoranza dei compagni che hanno partecipato a quella conferenza non ha accettato l’orientamento tendente a proseguire la partecipazione al governo e al PT, continuando a identificarsi con la IV Internazionale. Qualche mese dopo questi compagni hanno rotto con il PT e gran parte di essi sono entrati nel PSOL (insieme ad altri settori che hanno rotto con il PT nel settembre 2005).

Si chiudeva una tappa della IV Internazionale in Brasile (quella di DS e della costruzione del PT) e ne cominciava un’altra (riorganizzazione, ricomposizione ed anche ricostruzione della sinistra socialista brasiliana, dopo il colpo subito con il governo Lula). La IV Internazionale ha avuto un ruolo decisivo perché questa nuova tappa della sezione brasiliana e della IV internazionale potesse avviarsi nelle migliori condizioni possibili – benché queste, alla fine, si siano rivelate ancor più difficili di quel che non sembrassero nel 2004-2005).

A guisa di bilancio

Dopo una lunga fase di costruzione di DS come organizzazione rivoluzionaria e del PT come partito operaio di massa, non dobbiamo nascondere di aver subito un duro colpo con la formazione del governo Lula. Il PT ha smesso di essere un partito indipendente della classe operaia brasiliana (è diventato la cinghia di trasmissione del governo e dello Stato), e la maggior parte della sezione brasiliana della IV Internazionale ha rotto con questa. Come mai?

Guardando la questione da un altro angolo di visuale: la maggioranza dell’organizzazione costruita con l’identificazione programmatica e molteplici legami diretti con la IV Internazionale, le cui basi di formazione politica erano, tra gli altri, testi di militanti della IV Internazionale e le sue risoluzioni, si è istallata in un governo che non aveva niente a che vedere con un qualsiasi governo socialista.
DS, alla fine del 2003, contava 2.000 militanti (calcolo effettuato alla Conferenza del 2003). Di questi, più di 500 erano raggruppati nei settori che hanno conservato il legame con la IV Internazionale e hanno rotto con il PT tra il 2004 e il 2005. Circa tre quarti dei militanti sono rimasti nel PT. È utile ricordare che si è trattato di una scelta molto disuguale a seconda delle regioni. Nel Rio Grande do Sul, lo Stato che contava circa la metà dei militanti di DS e in cui questi erano i più numerosi all’interno delle istituzioni, nell’apparato del PT, nei gabinetti parlamentari e nelle direzioni sindacali, il 90% hanno fatto la scelta di rimanere nel PT. In altri Stati, la percentuale di quelli rimasti nel PT era in media del 60%. In alcuni Stati, è stata la maggioranza di DS a rompere con il PT.
Tuttavia, dei circa 500 militanti di DS che hanno rotto con il PT, molti (circa la metà) non hanno continuato a militare in modo organizzato dopo avere lasciato il PT, o non sono riusciti a entrare nel PSOL, o se ne sono allontanati poco dopo.
Per giunta, dopo i cattivi risultati elettorali del 2006 (cattivi per i militanti della IV Internazionale, abbiamo perso i due deputati federali) abbiamo ancora subito altre perdite. Rari sono stati i militanti rientrati nel PT (si è verificato soprattutto nel Ceará, dove, oltre al governo Lula, si manifestava la grande forza di attrazione dell’amministrazione comunale di Luizianne Lins). Altri non sono mai rientrati nel PT, ma hanno lasciato il PSOL ed “Enlace” (tendenza del PSOL di cui fanno parte i militanti della IV Internazionale), continuando a militare nei movimenti sociali o abbandonando ogni militanza attiva.

La riorganizzazione della sezione della IV Internazionale in seno al PSOL ha dunque avuto molto minor forza di quella in cui potessimo sperare – e in cui, ad esempio, sperava Daniel Bensaid, come indica l’accenno molto favorevole alla coerenza rivoluzionaria di tanti militanti di DS che fa in Una lenta impazienza. pubblicato [in Francia] nel 2004, mentre nella stessa opera tracciava già un bilancio negativo e definitivo del governo Lula. Retrospettivamente, va detto che quel richiamo alla coerenza rivoluzionaria dei militanti di DS era più ottimistico di quel che ha dimostrato il futuro. Come tanti di noi, Daniel ha sopravalutato la capacità di molti di noi di rompere con il governo Lula.

Perché non si è verificata una rottura più larga dei militanti di DS con il PT? È utile discutere questo problema, accantonando l’ipotesi che quelli rimasti nel governo abbiano avuto ragione e che l’idea stessa della necessità (e della possibilità) di una rivoluzione socialista sia irrealistica.

Sicuramente, una parte della spiegazione ha qualcosa a che vedere con gli sviluppi della situazione generale della lotta di classe, le conseguenze dell’offensiva neoliberista sulla sinistra, i problemi oggettivi, ecc. Innanzitutto, la costruzione di un altro partito com-portava la perdita delle condizioni di militanza politica che offriva il PT; questo impli-cava il fatto di ricominciare in condizioni difficili. Inoltre, il governo e Lula in particolare, dopo aver subito una significativa usura nel 2003-2994, amplificata nel 2005 con la crisi del “mensalão(15), hanno restaurato ed ampliato la propria forza negli strati popolari e nei movimenti organizzati, a partire dal 2006, grazie all’impatto dei programmi di as-sistenza sociale e al miglioramento della situazione economica.

In questo quadro, un problema chiave fu che DS aveva, in quel momento, centinaia di militanti assunti come funzionari dal partito, dalla CUT o da amministrazioni legate al partito – e, dal 2003, anche al governo federale. Questo valeva soprattutto per lo Stato del Rio Grande do Sul, dove erano concentrati quasi la metà dei militanti di DS. Sarebbe sempre stato difficile resistere all’attrazione della partecipazione al governo e alle pressioni del potere, e nel contesto concreto del 2003-2006, lo era ancora di più. Forse, la migliore conferma di questa forza di pressione e di attrazione è la traiettoria di Luizianne Lins e di una parte dei militanti di DS nel Ceará, che dopo la conquista del comune di Fortaleza, sono passati dalla difesa apparentemente decisa della rottura con il PT alla posizione opposta e a una miserabile realpolitik.
Sicuramente, anche noi che abbiamo rotto con il PT abbiamo commesso errori nella fase successiva alla vittoria di Lula, nel corso della battaglia interna al PT e a DS. Tuttavia, per chi cerca di tracciare un bilancio del progetto della IV Internazionale di costruire una forte organizzazione rivoluzionaria in Brasile, e di contribuire alla costruzione di un partito rivoluzionario di massa, la cosa più interessante è affrontare i problemi che abbiamo avuto prima e che hanno fatto sì che, verso la fine del 2002, DS non fosse preparata, almeno in parte (pretendere una preparazione perfetta sarebbe evidentemente im-possibile), ad affrontare una situazione così difficile come quella creatasi con l’elezione di Lula per la sinistra del PT.

La discussione sull’eventualità di rottura con il PT era già stata fatta a varie riprese nella direzione di DS; formule del tipo “settori del PT non sono compatibili con un progetto rivoluzionario” rientravano regolarmente nelle risoluzioni congressuali di DS. Il fatto era, però, che per gran parte dei militanti la rottura con il PT era difficile da concepire, e anche una parte della direzione di DS faticava a capire questo dibattito. Altri non erano, peraltro, assolutamente pronti ad affrontare le difficoltà di una faticosa ricostruzione e di un arretramento drastico delle condizioni materiali per fare politica, per non parlare delle stesse condizioni materiali di esistenza. Come siamo arrivati a quel punto?

Indubbiamente, come sempre, abbiamo commesso degli errori. Uno di questi è stato preso di mira da Daniel Bensaid, quando ha criticato la formulazione di “partito rivoluzionario in costruzione”: un’eccessiva identificazione con il PT, la sottovalutazione dei conflitti che sarebbero venuti fuori. Questa stessa sottovalutazione è perdurata anche nella seconda metà degli anni Novanta, quando il PT, lentamente, stava per perdere le caratteristiche più radicali che aveva nei suoi primi anni.

Un altro problema decisivo è stata la mancanza di un’analisi più chiara delle implicazioni della partecipazione al governo nel quadro di uno stato borghese. Ad esempio, non abbiamo mai fatto, per tutta la storia di DS, un bilancio comune di tutte le esperienzee della nostra partecipazione alle amministrazioni comunali (innanzitutto a Porto Alegre, ma anche in altre città) o al livello di Stati (nel Rio Grande do Sul, ma anche, in determinati periodi, in altri Stati). Abbiamo avuto discussioni su alcuni aspetti di queste esperienze – ad esempio sulla partecipazione popolare e soprattutto sul “bilancio partecipativo” – ma non abbiamo mai fatto una valutazione più complessiva. Questo in parte si deve alla mancanza di tempo: l’esperienza del governo dello Stato del Rio Grande do Sul, dove DS aveva un peso rilevante, si è conclusa nel 2002, proprio nel momento in cui Lula è stato eletto presidente.

Un’altra questione che non abbiamo mai affrontato seriamente è stata quella del finanziamento delle campagne elettorali. Eppure è, di tutta evidenza, una questione chiave. Le campagne elettorali del PT hanno beneficiato molto presto dei contributi da parte delle imprese. Inoltre, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta e più chiaramente dopo il 2001 e 2002 (quando due sindaci membri del PT furono assassinati in circostanze rimaste oscure) avevamo alcune informazioni che indicavano come i modi di raccogliere i fondi nei comuni legati al PT fossero ben lontani dall’essere “ortodossi”.(16)

Un quadro utile alla riflessione su questa questione è quello della constatazione che i militanti di DS, fino al 2003-2994, avevano due identità basilari: il PT e la IV Internazionale. Quest’ultima sintetizzava la più generale identità rivoluzionaria e socialista; era la forma che assumeva per i militanti di DS la convinzione rivoluzionaria e socialista. Era per noi ciò che faceva sì che la lotta politica si conducesse a partire da un impegno etico-politico che andava oltre le questioni quotidiane. La formula “partito rivoluzionario in costruzione” per un certo tempo, e l’accento posto in maniera insufficiente sui problemi degli sviluppi del PT hanno teso a far dimenticare che le due identità potevano entrare in conflitto. Contrariamente a quel che pensavano molti dei militanti, la compatibilità delle due identità non si poteva considerare come una cosa acquisita una volta per tutte.

Quando queste due identità si sono trovate chiaramente in contrapposizione, a partire dalla costituzione del governo Lula, l’identità dell’appartenenza al PT ha potuto contare su una forza sociale e materiale – in tutte le accezioni del termine – che avrebbe potuto essere superata solo da un’identità rivoluzionaria ben più forte, che avrebbe potuto esistere solo se vi si fosse lavorato più a fondo in precedenza, e la si fosse consolidata con l’accento posto più sulle limitazioni (crescenti) del PT e su uno sviluppo più cauto delle sue esperienze governative.

Queste considerazioni, tuttavia, non devono mettere in dubbio la correttezza della scommessa sulla costruzione del PT, né la linea generale che abbiamo avuto almeno fino alla campagna elettorale del 1989. Fino ad allora, non solo era vero che il PT era un partito la cui posizione di sinistra era molto netta e il cui andamento generale era positi-vo, ma anche che DS si sviluppava al suo interno, si rafforzava.
Quel che va messo in discussione, oltre ogni altra cosa, è il fatto che la linea degli inizi degli anni Ottanta sia stata mantenuta senza sostanziali mutamenti nel corso degli anni Novanta, anche dopo la sconfitta alle elezioni del 1994, che aveva dato nuovo impulso alle tesi di ricerca di alleanze “più larghe” e della moderazione del partito per “ridurre le resistenze” al PT delle classi dominanti.

Neanche una linea eccellente si può conservare in eterno! Del resto, in Una lenta impazienza, Daniel ha segnalato che fin dal 1989 si era verificato un cambiamento essenziale:
«L’onda d’urto degli anni Ottanta laggiù [in America latina] non aveva nulla di immaginario, L’estendersi della rivoluzione nicaraguense al Guatemala e al Salvador parve imminente a varie riprese. Sollevazioni popolari ci furono in Bolivia e a Santo Domingo. (…) Quello slancio fu infranto. Dopo una guerra decennale in America Centrale, la doppia sconfitta elettorale, dei sandinisti in Nicaragua e di Lula alle presidenziali, tornò a chiudere nel 1989 quella promettente sequenza» (p. 323).

In Brasile, il cambiamento congiunturale, avviatosi nel 1989, è finito nel 1994 con la seconda sconfitta di Lula alle presidenziali. L’offensiva neoliberista ha assunto grande ampiezza, e l’ossessione della moderazione e del ridimensionamento delle resistenze delle classi dominanti costituì la preoccupazione di fondo di Lula e del suo gruppo nel PT. È in quel momento che si sarebbe dovuta ripensare la linea politica e soprattutto correggere l’ottimismo della fase precedente.

L’analisi dell’esperienza brasiliana di costruzione della sezione della IV Internazionale in seno al PT non mette in discussione la correttezza delle linee di costruzione di “partiti larghi” (che possono, d’altra parte, essere molto differenti) in determinate condizioni. Ma richiama l’attenzione sull’importanza di tener conto minuziosamente della situazione concreta, in particolare nel definire le modalità di combinazione dei due livelli di costruzione implicati e del peso delle due identità che possono entrare in conflitto, come è avvenuto in Brasile quando il «partito largo» è diventato effettivamente molto largo, al punto di arrivare al governo nazionale in un periodo di riflusso della mobilitazione sociale.


____________________________________________________________
Note


* João Machado, economista, è stato tra i dirigenti centrali della tendenza Democrazia Socialista (DS, sezione brasiliana della IV Internazionale) fino alla rottura, nel 2005) per tutto il periodo preso in esame, e membro della direzione nazionale del Partito dei Lavoratori (PT) a varie riprese. Ha lasciato PT e DS dopo l’espulsione di Heloísa Helena nel 2004 e partecipa alla costruzione del Partito socialismo e libertà (PSOL), in seno alla tendenza Enlace. Il presente testo riprende parti di un contributo scritto per il Seminario in omaggio a Daniel Bensaid, svoltosi a gennaio [2012] all’Istituto Internazionale di Ricerca e di Formazione (IIRE) di Amsterdam. Non è per questo, tuttavia, che è stata posta in risalto la partecipazione di Bensaid alle discussioni di DS: la sua è stata realmente una presenza determinante, specie nell’ultimo periodo.


(1) Convergência Socialista (CS): organizzazione trotskista raggruppata nella tendenza internazionale diretta allora da Nahuel Moreno e dal PT argentino, cosiddetto “morenista”.

(2) Fração Operária Trotskista (FOT): piccola organizzazione formatasi a partire da una dissidenza lambertista; la FOT ebbe influenza soprattutto perché il suo dirigente, Paulo Skromov, presidente del Sindacato del Rame di São Paulo, fu uno dei principali dirigenti del movimento per il PT nel 1979 e nella prima parte del 1980.

(3) Il Partito comunista brasiliano (PCB) – il “partito comunista ufficiale” – e il Partito Comunista del Brasile (PC do Brésil) – per un po’ maoista, poi fino al 1989 “albanese”.

(4) Nomalmente chiamata “Articolazione dei 113”, dal numero delle sottoscrizioni del suo manifesto, que-sto blocco contava circa il 60% dei delegati alle Riunioni Nazionali. Ha avuto in seguito altri nomi: “Articulação Unidade na Luta” e “Campo Majoritário”.

(5)  Centrale Unica dei Lavoratori (CUT) è stata creata su iniziativa del PT per dotare la classe operaia di un sindacalismo autentico, contro i sindacati verticistici usciti dalla dittatura. Durante gli anni Ottanta, divenne la principale forza sindacale brasiliana

 (6) Formalmente, CS è stata espulsa dal PT per non avere accettato le regole sulle tendenze interne al partito.

(7) POC-Combate era stato legato qualche anno prima alla Tendenza Maggioritaria Internazionale della IV Internazionale.

(8) Socorro Ramirez, dirigente della sezione colombiana della IV Internazionale, si sarebbe allontanata dall’Internazionale pochi anni dopo.

(9) Daniel Bensaid, Una lenta impazienza, cit., pp. 344-346.

(10) “La peur triomphe sur l’espérance”, in Rouge del 2 ottobre 2003.

(11) Ivi.

(12) Inprecor, n. 504, aprile 2005.

(13) Ibidem.

(14) Le posizioni della maggioranza di DS sono sintetizzate nell’articolo di Joaquim Soriano, “Un «mauvais internationalisme» et ses idées peu claires sur le Brésil”, in Inprecor, nn. 513-514, gennaio-febbraio 2006; quelle della maggioranza della direzione della IV Internazionale, negli articoli di François Sabado, “Brésil: Crise et renaissance de gauche” (Inprecor, n. 510, ottobre 2005) e di Jan Malewski, “A propos d’une polémique! (Inprecor, nn. 513-514, gennaio-febbraio 2006).

(15) Scandalo delle “mensilità”, elargizioni distribuite su larga scala dal governo e dal PT ai deputati dei partiti della maggioranza governativa, o dell’opposizione purché votassero i progetti del potere.

(16) L’ipotesi più plausibile per spiegare l’assassinio dei sindaci di Campinas e di Santo André, due importanti città, è che avevano cercato di arginare o di limitare la raccolta di fondi presso imprese che lavora-vano per i governi locali. Sono ipotesi avanzate dalle persone più vicine ai sindaci assassinati e negate dalla direzione del PT. Le indagini relative a questi due assassinii sono ancora in corso.

(traduzione dal francese di Titti Pierini)


dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/




martedì 17 luglio 2012

IL VULCANO LATINOAMERICANO




L'AMERICA LATINA CONTINUA AD ESSERE L'EPICENTRO DELL'ALTERMONDISMO!
intervista a Franck Gaudichaud *



Nell’Introduzione a El volcán latinoamericano tu consideri il 1998 come l’inizio della fase storica in cui è immersa l’America Latina. Cosa succede a partire da quell’anno?

Stabilire una data è difficile, tuttavia, se ci riferiamo a un cambiamento di ciclo, il 1998 si potrebbe scegliere come il punto di inflessione verso posizioni di sinistra nell’intero continente. Soprattutto, per l’avvento di Hugo Chávez alla presidenza del Venezuela, anche se sarebbe altrettanto giusto riferirci alla sollevazione Zapatista nel 1994. In ogni caso, durante gli anni Novanta, ci troviamo di fronte alla riformulazione di nuove sinistre a partire da grossi fenomeni ed esperienze di mobilitazione sociale. I settori che nella società non contavano cominciano a incidere in quanto, indipendentemente dal potere dell’oligarchia, voglio essere protagonisti della vita pubblica. Nascono inoltre nuovi protagonisti istituzionali in ciascun paese, ad esempio il Movimiento al socialismo (MAS) di Evo Morales in Bolivia.


Alcuni di questi protagonisti inalberano il cosiddetto “socialismo del XXI secolo”. Si tratta del grande movimento di cambiamento?

Si tratta più che altro di uno slogan simbolico, ma per il momento non implica la rottura con il capitalismo, come è stata la rivoluzione sandinista in Nicaragua, il castrismo a Cuba o potenzialmente il processo di potere popolare durante il governo di Salvador Allende in Cile. In ogni caso, raccoglie dinamiche di impossessamento che hanno in sé un significato antimperialista e riforme democratiche e sociali di grande significato. Lo abbiamo potuto constatare in Bolivia, in Ecuador o in Venezuela. Più che trattarsi di una rottura frontale con la logica capitalista direi che guardino a modelli post-neoliberisti, dal momento che mantengono accordi con le multinazionali per concedere loro quote di potere e accesso alle risorse.

Non è possibile creare un nuovo modello?

La maggior parte dei paesi dell’America Latina partono da una crescita dipendente, basata in larga misura sull’industria estrattiva di risorse naturali, ad esempio del petrolio, e sulla produzione intensiva di cereali e altri prodotti alimentari. La domanda è perciò come superare tali dipendenze nei confronti del capitale multinazionale e dar vita a un modello produttivo adeguato ai bisogni delle comunità e rispettoso dell’ambiente.


L’accordo dell’Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nostra América (ALBA), nato nel 2004 per iniziativa del Venezuela e di Cuba, è un tentativo di ricercare alternative?

Mette in agenda il progetto di integrazione su scala regionale, in grado di spingersi oltre la semplice unificazione economica, come si limitavano a fare il Trattato di Libero Commercio (TLC), il Mercosur e altre proposte di taglio liberista. Ricerca la complementarità riconoscendo le asimmetrie tra i paesi e lo scambio reciproco, includendo le dimenticate isole dell’area caraibica. Per ora, certamente, si tratta di un’iniziativa che reagisce di fronte agli Stati Uniti, molto interessante ma che non affronta le vere sfide che deve affrontare l’America Latina, tra l’altro per mancanza dell’appoggio di grandi paesi come il Brasile.


Manca un cambiamento a livello regionale che includa paesi come il Brasile, che in questo momento ha propri progetti strategici. Quali evidenzieresti?

Realizzare una trasformazione profonda su scala regionale significa riuscire a inserire paesi come il Brasile, che – per il momento – ha suoi piani strategici, o per meglio dire la cui classe dominante ha altri progetti. E significa poi che, all’interno, questi paesi siano in grado di ascoltare e di rispondere ai movimenti sociali che puntano a spingersi oltre le vigenti riforme e vogliono rompere con il modello estrattivista e sviluppista che invece i governi progressisti conservano. La tensione tra governi nazional-popolari riformatori e movimenti sociali si fa sentire, nell’ultimo periodo, soprattutto in Venezuela, Ecuador e Bolivia. Senza dimenticare che alcuni movimenti e mobilitazioni possono essere di tipo meramente corporativo o addirittura ubbidire a interessi conservatori, come è avvenuto in Bolivia con il movimento autonomista della “media luna”, che aspira a separare le regioni ricche da quelle povere.”


Un caso paradigmatico della dipendenza dall'industria estrattiva è anche quella del Perù, dove Ollanta Humala reprime le comunità che si oppongono all'attività mineraria.
Humala si dichiara nazionalista e, fin dall’inizio, aveva una visione nazional-interclassista, rifiutandosi di riconoscersi nelle sinistre o nelle destre, come ha dichiarato in varie occasioni. Continua ad aprirsi alle multinazionali e questo ha provocato una grande frattura con i movimenti che lo avevano sostenuto. Il conflitto di Conga e il progetto nefasto della megaestrazione mineraria di Yanococha sintetizza perfettamente ciò che accade in altre zone dell’America Latina: le popolazioni si battono in difesa dei propri diritti di fronte a governi, a volte verniciati di progressismo, che scelgono di conservare i privilegi degli investitori stranieri. È su questo che si apre la lotta in difesa dell’ambiente e per un sistema produttivo più sostenibile.


In Argentina, il governo di Cristina Fernández si rifiuta di riconoscere il diritto del popolo mapuche a gestirsi le proprie risorse. Ripropone le stesse carenze?


È una delle materie pendenti con cui ha a che fare l’America Latina, insieme a quella della decolonizzazione interna. La creazione di società veramente plurinazionali e democratiche è ancora molto indietro, per i secoli del potere coloniale e nonostante i passi avanti importanti con processi costituenti avanzati in Bolivia, Ecuador e Venezuela. Per questo il processo di riconoscimento dei diritti indigeni è piuttosto lento in paesi dell’area andina, e lo è ancor meno in America Centrale. Questo risulta crudamente evidente in Cile, dove il popolo mapuche si scontra con le compagnie idroelettriche o forestali che distruggono le loro terre e la biodiversità. Questa lotta mette in contrasto gli Stati oligarchici, centralisti o federali, che abbiamo conosciuto fin dal XIX secolo. Sarebbe anche il caso del Messico, con la lotta zapatista nel Sud del paese.


Rispetto all’ingerenza straniera, ormai non siamo più ai tempi delle dittature, con l’appoggio militare degli Stati Uniti, come in Cile tramite il Piano Condor?

L’intervento continua ad esserci, ma ha subito mutamenti e si è riarticolato. In primo luogo, inglobando parecchi paesi nel commercio internazionale tramite la sottoscrizione del Trattato di Libero Scambio e anche grazie al Plan Colombia, con cui gli Stati Uniti hanno trovato l’alleato per imporre la propria strategia di dominio, un po’ come con Israele in Medio Oriente. Questo schema spiega la presenza della Quarta Flotta in acque della zona, come pure i tentativi di colpi di Stato contro Hugo Chávez in Venezuela nel 2002; poco dopo, il tentativo di destabilizzazione in Bolivia; l’espulsione di Manuel Zelaya dalla presidenza dell’Honduras nel 2009, o adesso in Paraguay, con la destituzione di Fernando Lugo. A questo, poi, va aggiunto il “soft power”, vale a dire i tentativi di influenzare l’opinione pubblica – ad esempio nel corso delle vicende elettorali – tramite i mezzi di comunicazione di massa corporativi. Gli Stati Uniti hanno investito grandi quantità di risorse su questo terreno con l’obiettivo di dar vita a determinati comportamenti tra la popolazione, creando all’uopo organizzazioni non governative (come l’USAID), movimenti sociali conservatori e cosiddetti gruppi di sostegno “alla democrazia”.


Nella battaglia tra quest’offensiva neoliberista e la nuova sinistra che si richiama ai movimenti popolari, sembra che i giovani e le donne stiano avendo un ruolo importante. È così?

Sicuramente. L’America Latina ha rappresentato l’epicentro dell’altermondialismo e lo continuiamo a vedere, con il risorgere di una nuova generazione di studenti, donne e sindacati di lavoratori. In Cile, è apparso un movimento molto importante contro il modello di istruzione ereditato dalla dittatura e ora gestito dal presidente conservatore multimiliardario Sebastián Piñera; in Colombia si è riusciti a sventare un piano militare; e in Messico va rilevata l’irruzione del movimento “Yo soy 132” che, sulla scie di tante altre sorte in tutto il mondo, mettono in discussione i partiti tradizionali, il capitalismo finanziario e il disprezzo delle istituzioni nei riguardi degli strati subalterni.


Quest’esplosione può articolarsi su scala regionale?

Vari assi di mobilitazione trasversale potrebbero realizzarlo: ad esempio, la difesa della sovranità alimentare. Molti popoli e organizzazioni contadine cominciano a rendersi conto degli effetti catastrofici del Trattato di Libero Scambio firmato da alcuni Stati latinoamericani con gli Stati Uniti e l’UE. Persino in Messico, paese all’avanguardia nella produzione di mais, lo debbono importare dagli Stati Uniti, perdendo la propria capacità produttiva. Anche la lotta contro la crisi climatica e le sue conseguenze fornisce interessanti esperienze di rivendicazioni di “buen vivir”, vale a dire di rispetto per la biodiversità e la “Pachamama [Madre Terra, in quechua]”, come quelle che sono comparse in Bolivia o nella zona dello Yasuní, nella selva amazzonica dell’Ecuador, dove si è proclamata un’area libera dallo sfruttamento petrolifero. Certamente, queste lotte non romperanno con la logica sviluppista-estrattivista da un giorno all’altro, perché queste popolazioni hanno bisogno di svilupparsi in fatto di servizi pubblici, infrastrutture, ecc., ma propongono una possibile transizione ecologica che ci porta a un nuovo paradigma rispetto all’energia e all’esistenza.


Per quanto riguarda il Brasile, ci sono possibilità che si aggiunga a questo contropotere antimperialista?

Come ha detto Ignacio Lula da Silva, il Brasile non è più un paese emergente, ma “emerso”. Un paese con influenza mondiale, chiave nel G-20, che nel quadro della crisi attuale porta il proprio contributo milionario al Fondo Monetario Internazionale per aiutare gli amici europei. Non sembra che voglia far parte di un contropotere di sinistre radicali, anche se in qualche modo, sul piano diplomatico, ha funto da sostegno in varie occasioni a governi quali quello di Chávez o di Evo nella regione.


Pencola verso posizioni social-liberiste?

Sì, esattamente. Sceglie il percorso economico tradizionale dei “vantaggi comparativi” e sfrutta la propria posizione di “gigante” con immense risorse e terre per offrire milioni di ettari a Monsanto e ad altri. Ma non è solo questo: ha creato proprie “multilatinas” con cui fa pressione sui soci. In certo qual modo, il Brasile è diventato un “sub impero”, con un’evidente egemonia sul resto dei paesi sudamericani. E, questo, essendo stato punto di riferimento in processi di democrazia partecipativa, di altermondialismo o grazie alla lotta del Movimiento Sem Tierra (MST), movimento che continua a mobilitarsi.


A che cosa attribuisci questa posizione?

Il Brasile ha una delle più forti borghesie del continente, con cui il Partito dei Lavoratori (PT) si è comportato in modo assai benevolo, consentendole un’accumulazione di capitale che ha accentuato le differenze tra i più ricchi e i più poveri. È certo che l’estrema povertà è diminuita notevolmente in termini generali, tuttavia, per ora, non partecipa della logica post-neoliberista cui aspirano popoli e movimenti in altri paesi dell’America Centrale e del Sud.


Anche così, sei ottimista quanto all’avanzata di un nuovo modello economico e politico nel continente

Lo vedremo presto. C’è una disputa chiara tra i governi che puntavano quasi “naturalmente” al neosviluppismo e al neoliberismo e parte dei movimenti popolari. Il Venezuela bolivariano legato ai consigli comunali, l’Argentina delle fabbriche occupate, o la Bolivia collegata alle autonomie indigene hanno dato un impulso essenziale in questa dinamica continentale, pur esistendo enormi differenze tra paesi e regioni. Ora stiamo osservando come alcuni dei governi più radicali si siano allontanati dai processi di emancipazione venuti dalla base, e quindi dovremo vedere se questa tensione si approfondisce o, viceversa, si corregge e, di nuovo, si pongono alternative al centro stesso dell’agenda, “democratizzando la democrazia” e dando vita a esperienze di potere popolare. Occorre avere fiducia nel fatto che il femminismo, gli studenti, le donne, i lavoratori, il movimento per la sovranità alimentare e la riforma agraria, i popoli indigeni lo rendano possibile e, lungi dall’istituzionalizzarsi, possano diventare i motori del cambiamento e della costruzione di alternative.


Che cosa potrebbe imparare l’Europa da questo vulcano latinoamericano che comincia ad affiorare?


L’America Latina costituisce un buono specchio per i paesi europei messi di fronte alla crisi perché, negli anni Ottanta, ha già sperimentato i piani di “ristrutturazione” che tentano di applicare il FMI e la trojka in Europa. L’America Latina ha dimostrato che si poteva lottare attraverso la mobilitazione e la formulazione di vie d’uscita politiche più giuste. L’Ecuador, ad esempio, ha posto in risalto che si può annullare parte del debito con il supporto di un governo più offensivo e grazie ai movimenti sociali. E l’Argentina ha fatto lo stesso allorché ha parzialmente annullato il debito. Se questi paesi del Sud sono stati capaci di imporsi – anche se solo in parte – al mondo finanziario internazionale, anche i popoli europei lo possono fare, dal centro del capitalismo-mondo. Del pari, le esperienze popolari possono servire da specchio nella prospettiva di costruire cooperative, mezzi collettivi, fabbriche occupate e altri progetti alternativi ed egualitari. L’America Latina ci mostra inoltre che è possibile tendere ponti dall’ambito sociale verso il mondo politico proponendo alternative su scala nazionale e continentale.





* Franck Gaudichaud, coordinatore del lavoro collettivo El volcán latinoamericano, in cui venti autori dei due lati dell’Atlantico forniscono una visione di sinistra dell’eterogenea mappa latinoamericana, risponde in questa intervista (pubblicata dal settimanale Directa in Catalogna) ad alcuni degli interrogativi posti dal volume, come: “Quali tensioni esistono tra i nuovi poteri e i movimenti sociali di emancipazione in America Latina?”, “ Che ruolo hanno gli Stati Uniti o l’Unione Europea nell’area?”, tra gli altri.

F. Gaudichaud è docente di scienze politiche presso l’università di Grenoble 3, politologo e curatore del sito collettivo Rebelión.


14 Luglio 2012

Traduzione di Titti Pierini.

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/



sabato 14 luglio 2012

UNA BIOGRAFIA RIVOLUZIONARIA di Sandro Moiso





UNA BIOGRAFIA RIVOLUZIONARIA
di Sandro Moiso




Franz Mehring, Vita di Marx, Shake Edizioni, Milano 2012, pp.416, euro 20,00



Nei primi anni novanta del secolo appena trascorso, in un momento di gravi difficoltà economiche per l’Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, una cordata di imprenditori giapponesi offrì la propria disponibilità finanziaria per il salvataggio dell’immensa mole di carte marxiane (manoscritti originali, lettere, opuscoli originali, ecc) colà depositate. L’Istituto non dovette alla fine ricorrere a tale anomalo aiuto, ma, sicuramente, il caso costituisce motivo di interesse.
Certo i possibili finanziatori non erano animati né da un’improvvisa conversione al comunismo rivoluzionario né, tanto meno, dall’intenzione di diffondere tra i propri dipendenti una più approfondita riflessione sul lavoro, lo sfruttamento e l’estorsione del plusvalore.
Probabilmente, e più prosaicamente, intendevano non perdere l’occasione per provare a metter le mani su documenti ancora mai pubblicati ed assicurarsi così la possibilità futura di diffonderli, a proprio piacimento e secondo imperscrutabili calcoli, sul mercato editoriale.

Non è da escludere, però, che l’offerta nascondesse anche un reale interesse nei confronti di una teoria economico-politica che, nonostante la fine della storia predetta da Francis Fukuyama nel 1992 e il trionfo dei Chicago Boys di cui oggi possiamo ammirare la lungimiranza, aveva ancora molto da dire sull’essenza del capitalismo, sui suoi metodi di accumulazione e sulle sue crisi.
Insomma: siamo liberisti, ma non neghiamoci la possibilità di capire qualcosa di più del nostro avvenire e dei meccanismi economici da cui dipendiamo.

La parabola, se così è lecito chiamarla, serve a sottolineare un paradosso già altre volta segnalato: mentre i rappresentanti del capitale, pur negandola ad ogni piè sospinto, si armano e si preparano costantemente allo scontro e alla lotta di classe, anche studiando le idee e le strategie dell’avversario per farne il miglior uso possibile a proprio vantaggio, i rappresentanti della classe potenzialmente nemica si spalmano come nutella sull’ideologia liberista e rinunciano alle armi teoriche che avrebbero a disposizione, rinnegandole in toto.

Ora se questo avvenisse soltanto nelle file del PD e dei suoi consimili, oppure nelle dirigenze sindacali istituzionali non ci sarebbe da stupirsi. Soprattutto i primi dopo aver difeso il socialismo staliniano in un solo paese per decenni si sono premurati di buttare il bambino con l’acqua sporca, appena il crollo dell’URSS gli ha permesso di dichiarare la fine del comunismo e del pensiero marxista. Anche perché, in quella spaccata di gambe tra osservanza filo-sovietica e obbedienza alle necessità dello sviluppo e della crescita capitalistica, i ballerini di scuola togliattiana si dovevano trovare ormai in una posizione piuttosto scomoda e faticosa.

Ciò che sconforta è che anche tra frange e movimenti, organizzazioni e sindacati che si vorrebbero antagonisti e di base affiori spesso il desiderio di rinnovare, spesso senza nemmeno conoscere, o di abbandonare - ma si sa lo studio è sempre difficile - le idee che meglio hanno espresso i limiti e le contraddizioni del sistema che si vorrebbe abbattere.

Il secolo della pubblicità ha infatti impiantato nei cervelli un desiderio di novità che non può sconfinare in altro che non sia superficialità.

Così se si è già visto qualche editore divulgare un testo riguardante la fisica dei super-eroi, qualcun altro potrebbe oggi raccogliere, in un ben più ingombrante testo, l’economia e la sociologia dei cazzari che dovrebbe tener conto non solo delle boiate fantozziane espresse dai luminari al potere, ma anche delle involute, confuse ed estetizzanti teorie espresse da numerosi pseudo-leader ed intellettuali, soprattutto, di italica scuola.

Giunge pertanto come un soffio di aria fresca la ristampa, operata dalle Edizioni Shake, della biografia di Karl Marx scritta da Franz Mehring e pubblicata originariamente nel 1918.

Il testo mantiene la traduzione di Fausto Codino e Mario Alighiero Manacorda dell’edizione originale italiana del 1953, successivamente poi ripubblicata dagli Editori Riuniti nel 1972 e nel 1976. Poi, da allora, il silenzio, l’anonimato e la reclusione tra i libri reperibili nelle librerie dell’usato o sull’attuale bancarella universale, e costosa, di Maremagnum.
L’interesse non è, però, di tipo antiquario perché ci troviamo di fronte ad una delle due uniche biografie del Moro di Treviri degne non solo di nota, ma di essere studiate ed assimilate a fondo.

L’altra, per precisione documentaria, è quella curata più di recente da Maximilien Rubel e pubblicata nel 2001 da Colibrì con il titolo Karl Marx, saggio di biografia intellettuale.
L’autore, francese ed eretico, l’aveva scritta una prima volta nel 1957 e rivista nel 1971.

Molte sono infatti le biografie del campione del comunismo pubblicate nel corso degli anni, ma quasi tutte, invariabilmente, peccano per eccesso agiografico oppure precipitano nella pruderie e nella curiosità per la vita privata e sessuale del medesimo oppure, ancora, nel romanticismo o nella demonizzazione dell’autore del Capitale.

Manca purtroppo, perché mai scritta, una ricostruzione biografica per mano di David Rjazanov, il comunista russo che più di ogni altro, negli anni successivi alla rivoluzione bolscevica, tentò di ricostruire oggettivamente il pensiero, l’opera e la vita di Karl Marx e Friedrich Engels.

La ricostruzione di questo percorso di scritture, ricerche e biografie non costituisce, in questo contesto, motivo di curiosità ed erudizione, ma serve a spiegare come, proprio attraverso la ricostruzione del percorso biografico, politico ed intellettuale degli autori del Manifesto del Partito Comunista, si sia, spesso, giocata una partita fondamentale per l'interpretazione dei loro testi e del loro pensiero intransigentemente rivoluzionario, soprattutto nel caso di Marx.

Intanto tutti e tre gli autori sopra citati (Mehring, Rubel e Rjazanov) risultano in qualche modo appartenere alle correnti ritenute eretiche dall’ortodossia socialista prima e comunista poi.

David Riazanov, nato nel 1870 come David Borisovich Goldendakh, fece parte fin dall’adolescenza dei narodniki, i populisti russi che intendevano rovesciare con la violenza il potere autocratico degli czar. Soltanto dopo un primo esilio tedesco entrò in contatto con il socialismo europeo di stampo marxista, mentre durante un secondo esilio londinese si legò alla figura di Leon Trotsky ed iniziò a raccogliere tutto il materiale pubblicato da Marx ed Engels sulla stampa periodica inglese e statunitense.
Proprio l’aver pubblicato nel 1917 una raccolta di articoli dei due padri del socialismo pubblicati sulla stampa anglofona, gli diede l’autorità per fondare nel 1921, a Mosca, il Marx-Engels Institut che avrebbe dovuto raccogliere tutti i materiali dei due autori per pubblicarli poi nelle Opere Complete per le quali si prevedeva, allora, un’edizione in 36 volumi. Pur essendo il curatore di opere fino ad allora inedite, la sua puntigliosità nel riscoprire le critiche marxiane ed engelsiane alla Russia zarista, alla cui grandeur intendeva in qualche modo richiamarsi Stalin, finirono con l’inimicargli i vertici del partito. Per cui nel 1931 fu allontanato dalla direzione dell’Istituto, che cambiò il suo nome in Marx-Engels-Lenin Institut, e, dopo una serie ininterrotta di persecuzioni e processi, condannato a morte nel 1938 in pieno terrore staliniano.

Maximilien Rubel (10 ottobre 1905 – 28 febbraio 1996), nato in Austria e naturalizzato francese, è stato sempre un comunista militante vicino alla Sinistra Comunista ed animatore del Groupe Communiste de Conseils, dopo aver fondato nel 1959 la rivista Etudes de marxologie.
Ha curato per La Pléiade la traduzione francese delle opere di Marx, introducendone alcune rimaste inedite fino ad allora e risistemando notevolmente, soprattutto, i libri secondo e il terzo del Capitale utilizzando note ed appunti tralasciati sia da Engels che da Kautsky.
Poiché era convinto che tutti i marxismi istituzionalizzati in partito non costituissero che un colossale, quando non truffaldino, fraintendimento del pensiero e dell’opera di Karl Marx, era solito affermare: «Non ascoltate i marxisti, leggete Marx!». A fianco all’opera segnalata più sopra va infatti ricordato anche il suo Marx critico del marxismo (Cappelli, 1981), che trae spunto proprio dalla perentoria affermazione dello stesso Marx: Io non sono marxista!

Franz Mehring, l’autore di cui si sta parlando, nacque nel 1846 in Pomerania da una famiglia borghese, lavorò fin da giovane nella stampa di tendenza socialista ed ebbe modo di conoscere personalmente sia Karl Marx che Friedrich Engels. Pur non condividendone sempre le scelte nella battaglia politica (soprattutto nei confronti di Ferdinand Lassalle) finì col guadagnarsi la stima dei due autori, tanto da far sì, come lui stesso rivela nell’introduzione alla Vita di Marx, che la figlia di Marx, Laura, chiedesse esplicitamente che tra i curatori del carteggio paterno con Engels fosse compreso lo stesso Mehring.
La biografia viene infatti curata da Mehring proprio a partire dal lavoro sul carteggio tra i due, in un periodo in cui l’autore è già in dissidio con la socialdemocrazia tedesca per i suoi cedimenti agli interessi imperialistici e borghesi. Così Mehring , in aperta rottura con il partito, aderirà alla Lega di Spartaco di Rosa Luxemburg e Karl Liebnecht, in cui militerà fino alla fine dei suoi giorni, nel 1919, poche settimane dopo l’uccisione dei due comunisti tedeschi ad opera delle squadre armate al servizio del neonato governo socialdemocratico di Weimar.
Proprio a causa del suo lavoro sulla vita di Marx, Mehring entrerà in conflitto con Rjazanov da cui fu virulentemente attaccato, proprio per l’influenza che Kautsky, il “papa rosso” della socialdemocrazia tedesca, esercitava ancora su una parte del socialismo internazionale, anche se da lì a poco lo svolgersi degli eventi nella Russia dell'ottobre del 1917 avrebbe dato fiato alle correnti più intransigenti a scapito dell'ortodossia socialdemocratica.

E' lo stesso Mehring a rivelarlo nell’introduzione:

Nemmeno un’ombra del carattere di questa donna generosa (Laura Marx – N.d.A) rivelarono invece i due custodi di Sion del marxismo che, quando io ero ormai avanti nell’esecuzione del mio progetto di biografia,proruppero in uno sfogo di indignazione morale, perché io avevo azzardato nella “Neue Zeit” alcune osservazioni sui rapporti di Lassalle e Bakunin con Marx, senza fare il dovuto inchino davanti alla leggenda ufficiale del partito” (pag.6).

Ecco qui sta il punto, la biografia di Marx scritta da Mehring, così come quella elaborata da Rubel o quella che avrebbe potuto elaborare Rjazanov, alla luce dei testi da lui riscoperti e pubblicati, è una biografia interpretativa e, allo stesso tempo, parzialmente critica dell’operato di Marx, fuori da qualsiasi intento agiografico e meramente celebrativo. Agiografia e celebrazioni che spesso hanno mirato alla salvaguardia dei presunti custodi dell’ortodossia più che a diffondere la riflessione sul pensiero marxiano e la sua conoscenza.
Tant’è che proprio nell’opera di presentazione dell’opera di Marx contenuta nel suo testo, Mehring si farà aiutare da Rosa Luxemburg proprio per meglio esporre il contenuto dei libri del Capitale, in particolare del secondo e del terzo, di cui la rivoluzionaria tedesca sarà magnifica interprete proprio nella sua opera più importante: L’accumulazione del capitale, pubblicata a Berlino nel 1913.
Il testo di Mehring è quindi importante proprio per la comprensione della teoria marxista, ponendosi al di fuori della vulgata “ortodossa” socialdemocratica che finirà, poi, per tracimare in quella dell’Internazionale comunista stalinizzata.

Altro punto interessante dell’opera è proprio quello riguardante la concezione marxiana del partito che, ben lungi dal ritenere ferma e immutabile nel tempo l’organizzazione di combattimento teorico e militante del proletariato, è assolutamente mobile e variabile nelle sue forme che sono invariabilmente destinate a morire, ad appassire o a tradire la causa al termine di ogni ciclo rivoluzionario. Basti pensare al passaggio dello stesso Marx dalla Lega dei Comunisti alla successiva Prima Internazionale dei Lavoratori che, poi, lo stesso abbandonerà al suo destino nel settembre del 1874.

Importante, e sempre sottovalutata dagli ortodossi e dagli antiautoritari, è infatti la lettera, del 1860, in cui Marx spiegherà a Freiligrath che per lui il partito non può essere un’associazione defunta o una direzione di giornale: ”Per Partito io intendo il partito nel suo grande senso storico” (pp.225 – 226). E’ una nota questa fondamentale per comprendere appieno ciò che deve essere l’organizzazione formale della classe operaia o dei comunisti tout. court: un’organizzazione, saldamente strutturata e diretta che si forma nel momento del bisogno per dirigere la classe nella lotta le cui condizioni possono essere ogni volta diversamente date.
Sarà proprio questa concezione, per fare solo qualche esempio, a far comprendere a Marx l’importanza della Comune di Parigi del 1871 e a Lenin, inizialmente contrario, la novità costituita dell’esperienza dei consigli operai (soviet) nella rivoluzione del 1905. Sarà questa attitudine, infine, a far sì che Marx possa scrivere, nella sua Critica del programma di Gotha, parole di fuoco nei confronti del nascente Partito Socialdemocratico tedesco di cui egli coglie, già nel 1875, tutti i limiti e i compromessi.

La dialettica tra partito storico e partito formale, sulla quale è tornato più volte il francese Jacques Camatte a partire dagli anni sessanta, è l’unica a garantire dinamicità all’azione di classe organizzata, evitando le secche del settarismo, del revisionismo e del parlamentarismo.
Il pensiero e l’azione di Marx, allora come oggi, hanno continuato a costituire materiale ad alta incandescenza rivoluzionaria che nemmeno una ormai secolare rielaborazione e riduzione ad opera dei suoi avversari e dei suoi canonizzatori è riuscita a raffreddare.

Quindi, in tempi di risveglio dell’attenzione per l’opera di Marx ed Engels e di crisi storica del capitalismo drogato, l’opera meritoria di ristampa fatta dalle Edizioni Shake non può che essere la benvenuta, destinata alla più larga diffusione possibile tra tutti coloro che intendono davvero misurarsi da antagonisti con il miserevole esistente.




dal sito  http://www.carmillaonline.com/

Print Friendly and PDFPrintPrint Friendly and PDFPDF