NOTE CINEMATOGRAFICHE di Stefano Santarelli





NOTE CINEMATOGRAFICHE
di Stefano Santarelli

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O.K. CORRAL:
QUANDO LA LEGGENDA DIVENTA STORIA





I trenta secondi più famosi nella storia del West si verificarono il 26 ottobre del 1881 a Tombstone, una città allora importante dell’Arizona, e sono stati ricordati come la celebre sfida dell'O.K. Corral.
Questo duello è stato celebrato in moltissimi film western alcuni dei quali sono dei veri e propri capolavori dell’arte cinematografica. Ricordiamo solo alcuni dei più famosi: Sfida Infernale di John Ford (1946), Sfida all’O.K. Corral di John Sturges (1957), L’ora delle pistole –Vendetta all’O.K. Corral sempre di John Sturges (1967), Tombstone di George Pan Cosmatos (1993), Wyatt Earp (1994) di Lawrence Kasdan, ma questo elenco ovviamente potrebbe continuare con altri film di buona qualità.
Sono film che però non rispettano la verità storica.
Il Wyatt Earp interpretato da Burt Lancaster nella Sfida all’O.K. Corral è un vero e proprio boy scout che non gioca nemmeno a poker mentre nella realtà storica era un giocatore d’azzardo le cui ricchezze economiche erano dovute anche al giro della prostituzione.
Ma ovviamente i film non devono essere per forza dei documentari storici.
Bisogna però sottolineare che nel celebre e bellissimo Sfida Infernale di John Ford vi sono grosse inesattezze come quella che fa morire in questa sfida il pistolero “Doc” Holliday che in realtà sopravisse a questa sparatoria, oppure la morte all’O.K. Corral del patriarca del Clan Clanton (interpretato dal bravissimo Walter Brennan) che in realtà era già deceduto di morte naturale prima di questo duello.
Oltre alla data sbagliata che si può trovare nella tomba di James Earp, morto secondo il film nel 1882 esattamente un anno dopo la mitica sfida dell’O.K. Corral.



Questi film hanno quindi completamente deformato i veri avvenimenti avvenuti a Tombstone e quasi tutte le versioni cinematografiche hanno capovolto l’ordine cronologico dei fatti. Infatti la sfida all’O.K. Corral non è avvenuta a causa dell’assassinio di uno dei fratelli Earp, ed è solo l’inizio, e non quindi la fine, di un micidiale conflitto dovuto a motivi politici che vedono contrapporre il locale Partito democratico a quello repubblicano.

Quindi cerchiamo di ricostruire la verità dei fatti.

Tombstone nacque grazie alla cocciutaggine di Ed Schieffelin, un giovane minatore di 32 anni. che riuscì nel giugno del 1879 a scoprire una miniera di argento nonostante gli sberleffi dei soldati di Fort Huachuca, l’unica guarnigione presente nel Sud-Est dell’Arizona, i quali sostenevano che “là fuori avrebbe potuto trovare solo una pietra tombale” e quando la registrò al distretto minerario gli diede proprio il nome di “Pietra tombale”.
Come era avvenuto precedentemente in altri luoghi del West la notizia della scoperta del metallo prezioso trasformò questo distretto minerario in una vera e propria città e dal centinaio scarso di abitanti arrivò nel 1881 ad ospitarne più di 7.000 divenendo così meta di migliaia di avventurieri provenienti da ogni parte degli Stati Uniti.
Ora contrariamente alla versione del celebre Sfida infernale di Ford i fratelli Earp non avevano bestiame a Tombstone e si trovavano in questa città già due anni prima della sparatoria essendo arrivati il primo dicembre del 1879.
I fratelli Earp erano guidati da Virgil, 36 anni, un veterano della guerra civile e sceriffo federale in carica, poi vi era Wyatt, 31 anni, che era indiscutibilmente il leader del gruppo e che era stato sceriffo a Dodge City ed infine Morgan, 28 anni, ex agente della Wells Fargo e anche lui pistolero e giocatore d’azzardo. Un altro fratello, James, il maggiore (38 anni) anche lui veterano della guerra civile non sarà protagonista di questa faida limitandosi a svolgere a Tombsone il suo lavoro di padrone di un saloon.
Bisogna citare per la cronaca altri due fratelli : Warren, il minore (26 anni) che verrà ucciso in un saloon nel 1900 e che non era invece presente a Tombstone, ma stava in California con il vecchio padre. E Newton, nato dal primo matrimonio del padre che però non svolge nessun ruolo in questa storia.
I fratelli Earp non erano giunti a Tombstone per caso, ma erano stati chiamati dal locale Partito repubblicano per riportare l’ordine nella città dove i mandriani, che si riconoscevano nel Partito democratico, erano protagonisti di innumerevoli risse e sparatorie. Questi mandriani non erano certamente favorevoli al rispetto della legge anche perché temevano che avrebbero finito per privilegiare la borghesia locale.
Queste due fazioni politiche si rispecchiavano anche nei rispettivi quotidiani, i Repubblicani stampavano il “The Tombstone Epitaph” mentre i Democratici avevano il “The Daily Nugget”.
Dal punto di vista puramente elettorale i Democratici erano più numerosi e riuscirono a fare eleggere un loro rappresentante, Johnny Behan come sceriffo della Cochise County il distretto a cui apparteneva Tombstone. Mentre i repubblicani ottenero per Virgil Earp la stella di sceriffo di Tombstone.
Ma questa situazione politica era veramente esplosiva ed è proprio questa la vera causa della sparatoria dell’O.K. Corral. Tra l’altro O.K. sta per Old Kinderhook un nomignolo dato all'ex presidente democratico Martin Van Buren. Il Democratic O.K. Club era infatti la sezione del partito democratico di Tombstone.

                                                                              "Doc" Holliday

Dobbiamo adesso fare entrare in scena il personaggio forse più emblematico di tutta questa vicenda: “Doc Holliday”.
Questo personaggio ha permesso a molti attori di ottenere nei film dedicati a questo episodio della storia americana performance superiori alla loro media proprio per la figura complessa e tragica di questo pistolero.
Victor Mature, in fondo un mediocre attore, offre nel film di John Ford una interpretazione eccelsa da lui mai più eguagliata. Kirk Douglas nella Sfida all’O.K. Corral da anche lui una delle sue migliori recitazioni meritevole di un Premio Oscar che questo straordinario attore non vinse mai dovendosi solo accontentare di quello alla carriera. E Dennis Quaid nel film diretto da Lawrence Kasdan ci offre forse il miglior “Doc” Holliday di tutti i tempi.
Infatti John Henry Holliday (28 anni) è un personaggio molto complesso rispetto ai fratelli Earp. Proviente da una famiglia della ricca borghesia della Georgia si laurea dentista nel 1872 presso il Pennsylvania College of Dental Surgery di Filadelfia. Quando si ammala di tubercolosi si rifugia nel Kansas dove vi era un clima più secco. Ed è proprio a Dodge City che conosce lo sceriffo Wyatt Earp. Effettivamente tra i due si stabilisce una profonda amicizia causa questa della sua decisione di stabilirsi anche lui a Tombstone. Gode di una fama di pistolero velocissimo che gli riconosce lo stesso Wyatt, ma storicamente prima della sfida dell’O.K. Corral sembra che non avesse mai ucciso nessuno.
Virgil Earp, coadiuvato dai fratelli Wyatt e Morgan suoi vicesceriffi, punta a ristabilire l’ordine a Tombstone e per questo emana un provvedimento che vieta l’uso delle armi nella città. E’ un provvedimento questo che crea un profondo malumore tra i mandriani peggiorato anche dal fatto che il Clan Earp ha preso nel frattempo un enorme potere all’interno di Tombstone. Infatti sono comproprietari di alcune miniere d’argento e lo stesso Wyatt diventa il proprietario del più importante saloon della città: l’Oriental Saloon.

E come tutte le storie degne di questo nome non possono mancare anche gli intrecci amorosi.
Infatti Wyatt Earp si fidanza con Josephine Sara Marcus che sposerà in seguito. La Marcus lascia quindi il suo precedente fidanzato che era proprio lo sceriffo distrettuale Johnny Behan.
Per questo motivo, per il peso crescente che gli Earp avevano preso in questa città, i malumori contro questo Clan aumentano e nel vecchio West questo era già motivo sufficiente per risolvere tali problemi con le pistole.

Il 26 ottobre 1861 nel recinto dell’O.K. Corral si radunano cinque mandriani armati spargendo la voce che avrebbero ucciso gli Earp i quali colgono immediatamente questa occasione per eliminare i propri nemici.
Alle 14.30 in un gelido pomeriggio autunnale quattro uomini, tutti quanti di altezza intorno al metro e 85, si dirigono silenziosamente attraversando Freemont Street verso questo recinto di cavalli.
Sono i tre fratelli Earp accompagnati da “Doc” Holliday, anche lui con il grado di vicesceriffo.
Sono tutti armati di Colt 45 “Peacemaker” ad azione singola, il cui percussore deve essere sollevato manualmente per potere sparare. Holliday dispone anche di una doppietta che gli aveva prestato Virgil Earp che nasconde sotto il suo pastrano grigio.
Lo sceriffo Behan tenta inutilmente di dissuadere i mandriani da questo scontro. Questo gruppo è formato dai fratelli Robert e Thomas Mc Laury (33 e 28 anni), William Claibourne (21 anni) e dai fratelli William Harrison Clanton (19 anni) e Joseph Isaac “Ike” Clanton (34 anni).
Lo sceriffo Behan vedendo Wyatt e Morgan Earp con già le pistole in mano, soltanto Virgil l’aveva nella fondina, tenta di dissuaderli dall’avviare questo scontro armato. Ma Virgil basandosi sul divieto di portare armi in città sostiene che è suo dovere disarmarli.
Behan comprendendo che non vi è nessun margine per una trattativa cerca subito un rifugio.
A neanche un metro di distanza Holliday spara con la sua doppietta a Frank McLaury iniziando così questa leggendaria sfida.
Dopo trenta secondi di una infernale sparatoria tre uomini giacciono a terra: sono i due fratelli Mc Laury ed il diciannovenne William Clanton.
Virgil e Morgan Earp sono feriti mentre Wyatt e “Doc” Holliday sono incolumi come “Ike” Clanton e Claiburne che si danno immediatamente alla fuga.
Per la cronaca anche due cavalli muoiono in questa sparatoria.
Josephine Marcus corre subito ad abbracciare il suo Wyatt mentre lo sceriffo Behan, uscendo dal suo rifugio, prova ad arrestare gli Earp e Holliday, ma in quella giornata era una impresa impossibile per un uomo solo.

Contrariamente a tutte le trasposizioni cinematografiche la città non offre nessuna solidarietà al Clan degli Earp e al funerale dei tre caduti un corteo di ben quattrocento persone con la banda in testa accompagna i feretri al cimitero di Boot Hill, la celebre collina degli stivali.
Wyatt Earp e “Doc” Holliday trascorrono in carcere l’attesa del processo che li vede comunque assolti con la motivazione che hanno compiuto una legittima azione di polizia.
La sera del 28 dicembre 1881 due colpi di fucile vengono sparati contro Virgil Earp il quale rimane gravemente ferito e dopo questo attentato perderà l’uso del braccio sinistro.
Tre mesi dopo, il 18 marzo del 1882, Morgan Earp viene colpito a morte da un colpo di pistola che gli spezza la colonna vertebrale mentre giocava a biliardo.
Oramai il clima a Tombstone rende impossibile la vita agli Earp che lasciano definitivamente la città con le loro famiglie.

Ed inizia a questo punto la vendetta di Wyatt Earp e “Doc” Holliday, una vendetta che solo poche versioni cinematografiche hanno raccontato.
Earp e Holliday insieme ad altri tre pistoleri si mettono sulle tracce di coloro che avevano ferito Virgil ed ucciso Morgan.
Frank Stilwell, l’assassino di Morgan viene raggiunto ed ucciso a Tucson.
Johnny Ringo, il pistolero più micidiale dei mandriani di Tombstone viene ucciso da “Doc” Holliday con un colpo di fucile.
William Claiborne e “Ike” Clanton trovano la morte poco dopo senza probabilmente la responsabilità di Wyatt Earp e “Doc” Holliday.
Lo sceriffo Behan lancia un caccia all’uomo contro Earp e Holliday, ma senza nessun esito poiché sono riusciti a rifugiarsi nel Colorado.

L’8 novembre del 1887 muore a soli 36 anni “Doc” Holliday in una misera locanda di Grenwood Spring . Era riuscito a sfuggire ai suoi nemici, ma non alla tubercolosi.
Wyatt Earp morirà invece il 13 gennaio del 1929 a novant’anni dopo essere stato una vera icona vivente. Al suo funerale parteciperanno migliaia di persone tra cui il celebre attore western Tom Mix.
Virgil Earp, nonostante la perdita del braccio sinistro, continuerà invece la sua carriera di sceriffo morendo il 20 ottobre del 1905 per una polmonite.

In modo molto sintetico è questa la vera storia della Sfida dell’O.K. Corral.

Ma come sostiene, in un altro celebre film di John Ford L'uomo che uccise Liberty Valance (1962), il giornalista che intervista il senatore Stoddard (interpretato da James Stewart) che gli aveva appena confessato che non era stato lui ad uccidere il bandito Liberty Valance, impresa con la quale aveva costruito tutta la sua carriera politica, ma invece uno sconosciuto pistolero di nome Tom Doniphon (John Wayne), questo giornalista ammetterà che non potrà pubblicare questa confessione perchè:

"Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda".


                                                      I fratelli Earp



Bibliografia:

- R. Di Stefano- Resa dei conti all’O.K. Corral – STORIA e DOSSIER- Giunti Editore- settembre 2000

- P. Mitchell Marks – And Die in the West: The Story of the O.K. Corral Gunfight –University of Oklahoma, Press, Norma 1996

Si consiglia anche di visitare il bel sito  http://www.farwest.it/  che è storicamente molto preciso



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UN UOMO TRANQUILLO
Le radici irlandesi del cinema di John Ford




Siamo nel 1950, in piena era McCarthy, e ci troviamo in una riunione della Associazione dei registi convocata da Cecil B. De Mille con lo scopo di pretendere dai suoi iscritti un giuramento di fedeltà in funzione anticomunista, oltre che per destituire Joseph L. Mankiewicz dalla carica di Presidente di questa Associazione colpevole per le sue comprovate tendenze politiche di sinistra. Non contento di questo De Mille attacca inoltre anche altri registi sospettati di simpatie comuniste come William Wyler e Fred Zinneman.
Ebbene in questo clima teso da caccia alle streghe, avvolto in un gelido silenzio, prende la parola un uomo che con una benda sull'occhio, un berretto da baseball e scarpe da tennis non poteva certamente passare inosservato:
Mi chiamo John Ford. Faccio western. Penso che non ci sia nessuno in questa stanza che sappia meglio di Cecil B. De Mille quello che il pubblico americano vuole. E certamente lui sa come darglielo.
Ma tu non mi piaci, C.B., e non mi piace quello che hai detto qui questa sera!”.
Come si può intuire da questa dichiarazione ci troviamo di fronte ad un uomo che non aveva paura di andare controcorrente, ma al di là della sua presentazione John Ford non è solo il regista di celebri film western (Ombre rosse, Sfida infernale, Sentieri selvaggi, ecc.). Ma nella sua sterminata produzione cinematografica composta da quasi 100 film nell’arco di ben 52 anni, Ford si rivela indiscutibilmente non solo come uno dei più grandi registi della storia del cinema, ma anche come uno dei più eclettici.
Gira infatti film di profonda denuncia sociale (La via del tabaccoCome era verde la mia valleFurore), ma anche deliziose commedie (Un uomo tranquilloMister RobertsI tre della Croce del Sud).

Di origine irlandese, John Ford nacque a Cape Elizabeth, presso Portland, nello stato americano del Maine, il 1 febbraio 1895. Il suo vero nome è Sean Aloysius O’Fearna (O’Fienne o O’Feeney nella ortografia anglicizzata con cui la pronuncia americana cerca un equivalente fonetico dell’irlandese).
Quando raggiunse nel 1920 ad Hollywood il fratello maggiore, allora celebre attore teatrale e cinematografico, il quale aveva adottato come nome d’arte Francis Ford e che lo aiutò ad inserirsi nel mondo cinematografico adottò anche lui questo cognome. E’ da notare che Francis apparirà come caratterista in alcuni celebri film del fratello minore tra cui Sfida Infernale e l’Uomo tranquillo.
E’ difficile riassumere tutte le tematiche del cinema fordiano, in questo breve articolo ci vogliamo soltanto soffermare sul profondo amore che lega John Ford alle sue radici irlandesi, un amore che si intravede in quasi tutti i suoi film.
Come non ricordare infatti il simpatico e burbero sergente irlandese Quincannon interpretato da Victor McLaglen nei “Cavalieri del Nord Ovest” ed in “Rio Bravo”. Lo stesso attore che nel 1935 aveva diretto nel “Il traditore” e che gli aveva permesso di ottenere il suo primo premio Oscar alla regia oltre che di offrire al bravo McLaglen la possibilità di dare una grande interpretazione che gli valse il premio Oscar quale migliore attore protagonista.
Ed “Il traditore” non è solo una parabola moderna sulla figura di Giuda, ma è anche un omaggio alla lotta per l’indipendenza dell’Irlanda.
Si deve ricordare che l’immigrazione irlandese in America (avvenuta soprattutto dopo l’epidemia di carbonchio del 1845 e le successive carestie dovute alla dominazione inglese che avevano provocato più di un milione di morti) fu insieme a quella italiana ed ebraica quella che provocò la rottura del dominio dei W.A.S.P. (White Anglo-Saxon Protestant) trasformando così gli Stati Uniti.

In questo articolo però vogliamo soltanto soffermarci forse sul film più intimo e sentito che John Ford abbia mai girato. Un film che ha avuto una genesi molto travagliata, vale a dire “Un uomo tranquillo" che tra l’altro gli fruttò anche il suo quarto Oscar.
Questo film è tratto da un breve racconto del 1933 di Maurice Walsh pubblicato nelle pagine del Saturday Evening Post. Tre anni dopo Ford ne acquista i diritti per la sceneggiatura dall’autore per soli dieci dollari con la promessa di pagare di più se fosse riuscito a realizzare il film. Ma questo progetto non rientrava nei programmi delle più celebri maior hollywoodiane e questo nonostante i successi e la grande fama che circondava Ford.
Semplicemente non si riteneva che una leggera storiella irlandese potesse trascinare il pubblico nelle grandi sala cinematografiche. Non aveva quel pathos di “Come era verde la mia valle” ambientato in un villaggio gallese. Un film che aveva permesso a Ford di conoscere ed apprezzare quella grande attrice che è Maureen O’Hara la quale oltretutto è una irlandese purosangue e le offrì subito il ruolo della protagonista femminile nel caso fosse riuscito a girarlo. La O’Hara accettò immediatamente con una semplice stretta di mano e anzi aiutò in seguito lo stesso Ford a stenografare la sceneggiatura.
Ma come si è detto nessuna delle grandi maior era disposta a finanziare questo film. Fu quindi John Wayne a suggerire a Ford di rivolgersi ad una piccola casa cinematografica specializzata in modesti film western con cui era sotto contratto: la “Republic Pictures”.
Ma anche questi produttori erano estremamente scettici su questo progetto e chiesero ed ottennero da John Ford che girasse prima un film western con John Wayne e Maureen O’Hara come protagonisti.
Questo film, che ottenne un grosso successo ai botteghini, è “Rio Bravo” (1) con il quale idealmente il grande regista termina una trilogia sulla cavalleria americana in lotta contro gli Apache iniziata con “Il massacro di Fort Apache” ed “I cavalieri del Nord Ovest”. Rispetto ai due film precedenti è girato con più povertà di mezzi, ma francamente lo spettatore non se ne accorge, questo grazie alle magnifiche interpretazioni di John Wayne e Maureen O’Hara i quali per la prima volta recitano insieme costituendo una delle più celebri coppie del cinema americano e non va dimenticata l’eccezionale interpretazione di Victor McLaglen. Questi tre attori saranno l’anno successivo, insieme a Barry Fitzgerald, tra i protagonisti di “Un uomo tranquillo”.
Il successo di “Rio Bravo” permette quindi a Ford di girare il suo agognato film.
Effettivamente lo scetticismo dei produttori era più che giustificato.

La storia è francamente esile:
un ex campione statunitense dei pesi massimi, Sean Thorton, che dopo aver ucciso sul ring un suo avversario decide di ritornare in Irlanda, nel paese natio dei suoi genitori per vivere finalmente in pace. Qui si innamora di una bellissima contadina Mary Kate Danaher. Si sposano, ma il fratello di lei si rifiuta di pagare la dote promessa che verrà data soltanto dopo un epica scazzottata con Thorton. Soldi che verranno bruciati immediatamente da Mary Kate e da suo marito.

Come si può vedere è una trama non certamente paragonabile a “Via col vento” o ad “Uccelli di rovo” eppure questo permette a Ford di sviluppare il suo film certamente più personale ed ispirato.
Richard Llewllyn, l’autore di “Come era verde la mia valle” ne sviluppa il breve racconto di Walsh permettendo a Franck S. Nugent di firmare la sceneggiatura finale che non vedrà volutamente nessun riferimento alla lotta per l’indipendenza irlandese.
E’ una Irlanda quella disegnata da Ford bucolica ed immaginaria, ma nonostante ciò si inizia a sentire l’influenza del neorealismo.
Dobbiamo ricordare che in quel tempo il cinema statunitense era abituato a girare tutto in interni e per quanto riguardava gli esterni non ci si muoveva dagli Stati Uniti. Per esempio “Come era verde la mia valle” che è ambientato in un villaggio del Galles venne girato da Ford a Malibù in California. Ma già nel 1948 con “La città nuda”, un solido e realistico poliziesco interpretato proprio da Barry Fitzgerald, fece allora scalpore perché per la prima volta un film venne girato interamente nelle strade di New York.



Ford si batte con la produzione affinché il suo film venisse girato negli esterni proprio in Irlanda ed in Technicolor e senza avere nessun taglio (il film infatti dura più di due ore, cosa anomala in quei anni).
Si porta tutta la sua famiglia e facendo in modo che anche tutto il suo cast portasse a Cong (il paesino irlandese dove venne girato il film) le loro rispettive famiglie.
Infatti il figlio di Ford, Patrick fece da assistente alla regia, l’altra figlia Barbara fece da assistente di montaggio e il già citato fratello Francis recitò nella parte del vecchio Dan Tobin.
Il figlio di Victor McLaglen e futuro regista, Andrew, sarà il secondo assistente alla regia.
Barry Fitzgerald porterà il fratello minore, Arthur Shields che interpreterà la parte di un pastore protestante senza fedeli visto che quella cittadina irlandese è composta unicamente da cattolici.
Anche due fratelli di Maureen O’Hara apparvero nel film: James Lilburn nella parte di Padre Paul, il giovane vice parroco e Charles Fitzsimons nella parte dell’ufficiale Forbes.
John Wayne porta invece i sui giovanissimi figli che recitano brevemente con Maureen O’Hara nella scena della gara equestre.
Tutto questo a dimostrazione che Ford amava circondarsi di persone con cui aveva un rapporto di stima e amicizia, dagli attori a tutta la troupe. Infatti egli era solito girare i sui film con gente con cui era abituato a lavorare, ma che soprattutto era abituata a lui.
D’altronde una delle caratteristiche del cinema di Ford era quella che non vedeva tanto protagonisti degli individui singoli, ma delle comunità e queste potevano essere sia la Cavalleria degli Stati Uniti come i Cheyenne del “Il grande sentiero
A Cong, Ford riesce a costruire una specie di famiglia allargata: tanto per fare un esempio John Wayne era effettivamente un amico intimo di Ward Bond (che interpreta in questo film la parte del parroco) un amicizia di lunga data, da quando entrambi erano giocatori di football, un rapporto così stretto che li ha portati a fare da testimoni nei loro rispettivi matrimoni e sarà proprio Wayne che farà l’orazione funebre al funerale di Bond.
Questo clima di vera amicizia si sente in tutto il film ed è questa forse la vera chiave per potere comprendere il suo successo.
Questa amicizia permette anche agli attori di girare, tranne che in pochissime scene, senza l’uso di controfigure. Così la O’Hara per molti metri viene trascinata violentemente per terra da Wayne in un campo pieno di sterco di pecora e McLaglen, allora sessantunenne, non esita a lottare con Wayne di ben 21 anni più giovane (a parte la scena della caduta nel fiume).

Il film quando usci nel 1952 ebbe un grandissimo successo nelle sale cinematografiche ottenendo due Premi Oscar oltre a 5 Nomination vincendo tra l’altro anche il Festival di Venezia.
Un uomo tranquillo” non è in tutta onestà il miglior film di Ford, non è all’altezza di “Ombre rosse” o “Sentieri selvaggi” tanto per fare dei nomi, ma è sicuramente il film che mostra più di tutti l’anima e il vero volto di questo grande regista.



Note

(1) Come in molti paesi europei, Italia in testa, vi è il pessimo costume di modificare i titoli dei film girati all’estero. Emblematico il caso di questo film di John Ford del 1948 il cui titolo originario era Rio Grande e che per qualche strano mistero in Italia uscì con il titolo di Rio Bravo.
Così quando nel 1959 uscì il film di Howard Hawks intitolato per l’appunto Rio Bravo e con lo stesso John Wayne come protagonista ci si trovò costretti nel circuito italiano a modificarne il titolo in Un dollaro d’onore.

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DALTON TRUMBO: UN COMUNISTA AD HOLLYWOOD




La prima guerra mondiale cominciò come una festa d’estate, tutte gonne al vento e spalline dorate.
Milioni e milioni di persone sventolavano i fazzoletti dal marciapiede mentre le piumate altezze imperiali, le serenità, i feldmarescialli e altri idioti del genere sfilavano per le strade delle principali città d’Europa alla testa dei loro scintillanti battaglioni.
Era un momento generoso, il momento delle vanterie, delle bande, delle poesie, delle canzoni, delle innocenti preghiere. L’agosto palpitava e ansimava per le notti prenunziali dei giovani nobili ufficiali e delle ragazze che avrebbero lasciato per sempre dietro di sé. Un reggimento delle Highlands alla sua prima battaglia marciò fin sulla cima della collina al seguito di quaranta suonatori di piva in gonnella che trombettavano a più non posso … contro le mitragliatrici.
Nove milioni di cadaveri si contarono alla fine quando le bande si zittirono e le serenità cominciarono a scappare, mentre il lamento delle cornamuse non sarebbe stato più lo stesso. Fu una guerra romantica, l’ultima del suo genere; e probabilmente l’ultimo romanzo americano sull’argomento fu proprio questo, E Johnny prese il fucile, prima che avesse inizio quella storia totalmente diversa che si chiama seconda guerra mondiale.”


Dalton Trumbo con queste parole introduce il suo celebre romanzo “E Johnny prese il fucile”.Questo romanzo scritto nel 1938, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, costituisce insieme al testo di Erich Marie Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale” uno dei più formidabili apologhi contro la guerra.
Basato su una storia vera narra la triste e straziante storia di un giovane soldato americano, Joe Bonham, che colpito da una cannonata perde le gambe e le braccia insieme all’uso della vista, olfatto, udito e parola conservando solo il senso del tatto in quel troncone di carne pensante che è diventato, vivendo attaccato ad un respiratore. Dopo un paio di anni in questa condizione impara a comunicare muovendo la testa secondo l'alfabeto Morse, e chiede ai medici militari di ucciderlo o di essere esposto al mondo, per far vedere a tutti gli orrori e la follia della guerra, ma all'inizio questi movimenti vengono scambiati per segni di follia, e quindi Joe viene sedato. In seguito, grazie all'aiuto dei militari, viene capito, ma le sue richieste non verranno accolte.

Il romanzo grazie al sapiente uso del flash-back diventa non solo uno dei più grandi manifesti pacifisti che siano mai stati scritti, ma anche un profondo testo sul senso della vita e sull’esistenza di Dio. Con una sapiente tecnica letteraria che utilizza espedienti innovativi dal punto di vista stilistico come la mancanza della punteggiatura, se si escludono i punti che chiudono i paragrafi, cercando in questo modo di diminuire al massimo la distanza tra la lingua parlata e quella scritta.
Questo romanzo sulla stupidità e l’inutilità della guerra ottenne un grandissimo successo, ma venne immediatamente ritirato dopo l’attacco di Pearl Harbour. Ritornato nelle librerie dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale questo successo si rinnovò negli Stati Uniti durante la Guerra di Corea e poi del Vietnam divenendo così una vera Bibbia antimilitarista.
Per Dalton Trumbo questo romanzo costituì sotto molti aspetti la vera missione della sua vita. Tanto che nel 1971, cinque anni prima della sua morte, ne diresse una versione cinematografica (l’unica sua regia) scrivendo ovviamente anche la sceneggiatura vincendo tra l’altro il Festival di Cannes.

Ma Dalton Trumbo non è passato solo alla storia per essere stato uno dei più grandi sceneggiatori del cinema americano, ma anche e soprattutto per essere stato una delle vittime più illustri del maccartismo.
Bisogna infatti ricordare che tra il 1947 e il 1954 di fronte alla Guerra fredda con l’Unione Sovietica e all’attacco della Corea del Nord contro quella del Sud e al conseguente attacco americano inizia negli Usa una folle crociata anticomunista diretta dal senatore McCarthy.
Si scatena una vera e propria caccia alle streghe: il Congresso vota nel 1947, nonostante il parere contrario di Truman, il famigerato Taft-Hartley Act che rendeva obbligatorio per gli iscritti al sindacato il giuramento di non appartenenza al Partito Comunista.
Questa crociata colpirà duramente anche la stessa industria cinematografica statunitense dove esistevano vasti settori intellettuali di sinistra. Infatti il cinema hollywoodiano grazie all’influenza del neorealismo italiano aveva prodotto in quegli anni film di dura denuncia sociale oltre che pluripremiati con l’Oscar, basti pensare a Barriera invisibile diretto da Elia Kazan (1947) dura denuncia sul razzismo antisemitico presente nella ipocrita democrazia statunitense e a I migliori anni della nostra vita di William Wyler (1948) che illustra la dura realtà del ritorno in patria dei reduci di guerra.
Il dorato mondo di Hollywood venne quindi sconvolto da questa crociata condotta da McCarthy: grandi attori come John Huston, Humphrey Bogart, Katharine Hepburn dissentirono ferocemente contro questo attacco alle più elementari libertà democratiche al contrario di John Wayne ed del futuro Presidente Ronald Regan i quali si schierarono invece apertamente con McCarthy. Il grande regista Cecil De Mille pretese nella riunione dell’Associazione dei Registi un giuramento di fedeltà anticomunista duramente contrastato da John Ford e Joseph Mankiewicz (Un uomo tranquillo).
Mentre i registi Elia Kazan e Edward Dmytryk accusarono altri colleghi per non essere coinvolti in questo processo ed il grande Charlie Chaplin sceglieva invece la strada dell’esilio in Europa.

Il brillante Dalton Trumbo che aveva iniziato la sua straordinaria carriera come sceneggiatore nel 1937 ottenendo nel 1940 la sua prima nomination all’Oscar per il film Kitty Foyle fu uno dei personaggi che venne colpito più duramente dalla repressione maccartista.
Iscritto al Partito Comunista, si rifiutò di rispondere alla Commissione presieduta dal senatore McCarthy venendo quindi condannato nel 1950 a un anno di carcere insieme ad altri sceneggiatori e registi. Questi arrestati passeranno alla storia come i “Dieci di Hoolywood”. Centinaia di altri esponenti del mondo dello spettacolo si troveranno inseriti in una Lista nera che impedì loro di lavorare negli anni immediatamente successivi.
Trumbo non poté più lavorare ufficialmente nell’industria cinematografica trovandosi quindi costretto ad utilizzare vari pseudonimi e prestanome nello scrivere soggetti e sceneggiature per un totale di ben 35 film, un dato questo che da solo testimonia il grande livello di questo autore.

Riuscì a vincere nel 1953 un meritatissimo premio Oscar per la bellissima e celebre commedia Vacanze romane interpretata da Gregory Peck e dalla giovanissima Audrey Hepburn, ma questo premio come la firma ufficiale nel film è di un prestanome che ritirerà vergognosamente la celebre statuetta: Ian McLellen Hunter.
Nel 1956 con lo pseudonimo di Robert Rich vince un altro Oscar, ovviamente non ritirato, per La grande corrida (The brave one).
Scriverà inoltre le sceneggiature di due celebri kolossal girati nel 1960 come Exodus e Spartacus.
E sarà proprio Kirk Douglas protagonista di Spartacus, ma in realtà anche produttore e ideatore ed in fondo autentico regista di questo film, a rivelare che Dalton Trumbo  era il vero sceneggiatore facendo poi reinserire ufficialmente la sua firma. Grazie all’iniziativa di Douglas finalmente Trumbo venne riammesso ufficialmente nel cinema hollywoodiano.
L’ultima sua sceneggiatura è Papillon (1973) interpretato dal leggendario Steve McQueen e Dustin Hoffman e dove Dalton Trumbo, dando prova di una grande ironia, appare nella sequenza iniziale interpretando l’ufficiale che da le ultime indicazioni ai condannati che si stanno imbarcando vero la Guyana francese.
Morirà tre anni dopo a Los Angeles il 10 settembre del 1976.
Vogliamo terminare questo breve ricordo proprio con un brano del suo celebre romanzo:

“Non c’è niente di nobile nel morire. Nemmeno quando si muore per l’onore. Nemmeno quando si muore come il più grande eroe di tutti i tempi. Nemmeno se sei così grande che il tuo nome non verrà mai più scordato e chi è così grande? Da morti non servite più a niente se non per i discorsi. Non lasciatevi più ingannare. Non ascoltateli più quando vengono a battervi sulla spalla e vi dicono andiamo dobbiamo combattere per la libertà o per una qualsiasi altra parola ce l’hanno sempre una parola.
Dite semplicemente mi dispiace signore ma non ho tempo per morire sono troppo occupato e poi voltatevi e scappate via a gambe levate.
Se vi dicono che siete dei vigliacchi non fateci caso perché il vostro mestiere è di vivere e non di morire. Se parlano di morire per dei principi che sono più importanti della vita rispondete signore lei è un bugiardo. Non c’è niente più importante della vita. Non c’è niente di nobile nella morte. Che cosa c’è di nobile nel giacere in terra e marcire? Che cosa c’è di nobile nel non rivedere mai più la luce del sole? Che cosa c’è di nobile nel farsi strappare via da una granata le braccia e le gambe? Che cosa c’è di nobile nell’essere un idiota? Che cosa c’è di nobile nell’essere cieco sordo e muto? Che cosa c’è di nobile nell’essere morto? Perché quando sei morto signore è tutto finito. Non c’è più niente da fare. Sei meno di un cane meno di un topo meno di un’ape o di una formica meno di un vermiciattolo bianco che si arrampica su un mucchio di letame. Sei morto signore e sei morto per niente.
Sei morto caro mio.
Morto.”





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IL TESORO DELLA SIERRA MADRE



Nella sterminata produzione cinematografica hollywoodiana vi è un film che può vantare uno strano e fino ad oggi impareggiabile record: è l’unica opera in cui un padre ed un figlio hanno vinto entrambi un Oscar per lo stesso film. Ci stiamo riferendo, ed il lettore più informato se n’è già accorto, al “Tesoro della Sierra Madre” che nel 1948 permise al giovane John Huston di vincere il Premio Oscar per la Regia e la migliore sceneggiatura e al padre, Walter, quello come migliore attore non protagonista.
Tratto da un romanzo di un misterioso ed enigmatico autore, B. Traven la cui identità non era nota neanche al suo editore, pubblicato in tedesco negli anni ’20, costituisce una spietata denuncia al materialismo e al capitalismo. Questo sconosciuto autore riteneva che se la gente non avesse avuto proprietà e non avesse avuto illusorie ambizioni non vi sarebbero state guerre ed il capitalismo sarebbe stato sconfitto. Inoltre in questo romanzo viene duramente contestata l’oppressione degli indiani da parte degli spagnoli ed è duramente critico sul ruolo della Chiesa cattolica in questa ingiustizia. Esso narra la storia di due avventurieri che nel Messico rivoluzionario coinvolgono un anziano cercatore d’oro in una caccia a questo metallo prezioso, ma quando verrà trovata una ricca vena d’oro nonostante il duro lavoro per estrarlo alla fine prevarranno l’avidità, il tradimento ed il furto e di questo tesoro non rimarrà più nulla.
Ma chiunque sia stato l’autore, questo romanzo venne pubblicato negli Stati Uniti nel 1935 e richiamò l’attenzione di un giovane sceneggiatore e regista della “Warner Brothers”: John Huston, il quale nel 1941 aveva diretto e scritto la sceneggiatura di un capolavoro del cinema noir “Il mistero del falco” tratto dal celebre romanzo di Dashiell Hammett il quale già era stato portato sullo schermo nel 1931 e 1936 , peraltro senza successo.
In questo film il giovanissimo Huston con un budget molto limitato che lo obbliga a girare questa pellicola tutta in interni, realizza questo leggendario film grazie anche all’eccezionale interpretazione di Humphrey Bogart, il quale diventerà il suo attore preferito.
Huston fece di tutto per assicurarsi i diritti del romanzo di Traven volendo fare del “Tesoro della Sierra Madre” una continuazione ideale del celebre film tratto dal romanzo di Hammett.
Il romanzo di Traven era già stato scartato dai dirigenti della Warner Brothers in quanto era troppo triste. Non vi sono intrecci amorosi, non vi sono ruoli femminili e non vi è neppure un lieto fine. Oltretutto sia nel romanzo come nel film vi è un’atmosfera impregnata da una profonda malinconia. Insomma tutte caratteristiche negative per un film degli anni ’40/50.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale fa richiamare nell’esercito con il grado di tenente Huston, dove girerà interessanti documentari militari, mentre Humphrey Bogart diventerà una delle maggiori stelle di Hollywood con film come “Casablanca” e “Il grande sonno”.
Una Star in fondo estremamente anomala nel firmamento hollywoodiano: un vero e proprio antieroe di mezza età e con un fisico certamente non paragonabile ai Clark Gable, Robert Taylor o Tyrone Power. Ma proprio per queste sue caratteristiche rimane un attore ancora oggi moderno ed attuale.
Bogart alla fine del ’46 firma un contratto redditizio con la Warner che gli garantirà un film all’anno e 200.000$ a film e nel contratto viene anche certificato il progetto di un film tratto dal romanzo di Traven.
Mentre Huston era impegnato nel servizio militare la Warner inizia a tentare di produrre il film: ben quattro sceneggiatori lavorano su questo progetto ed una delle versioni è addirittura ambientata a Los Angeles.
Ma con il rientro di Huston ad Hoolywood questo progetto diventa realtà. Si assicura immediatamente la partecipazione di Bogart a questo film e nella sceneggiatura che scrive inserisce delle modifiche molto interessanti che rendono l’opera più adatta al cinema. Il personaggio di Bob Curtin, interpretato da un giovane ed ingenuo Tim Holt, viene “addolcito” e diventa il contro-ego del personaggio interpretato da Bogart, per questa parte era stato preso in considerazione il più celebre e futuro presidente americano Ronald Regan.
Tim Holt era un discreto attore di western di Serie B il quale aveva però avuta una piccola parte nel celebre film del 1942 di Orson Welles “L’orgoglio degli Amberson”, ma purtroppo nella sua carriera non riuscirà ad emergere nonostante la bella interpretazione di questo film dove riesce a fronteggiare ed anche superare attori di grande levatura come Bogart e Walter Huston.
Nella parte dello sfortunato Cody, un altro avventuriero che vuole entrare in questo gruppo che ha scoperto questa vena d’oro e che verrà ucciso dai banditi messicani viene scelto un ex atleta olimpionico che aveva partecipato nel 1932 nella gara del lancio del peso, Bruce Bennet, il quale diede una certa forza e realismo a questo personaggio senza renderlo eccessivo.

Il film viene girato quasi interamente in Messico, d’altronde l’influenza del neo realismo italiano si era fatta sentire, come abbiamo visto in un mio articolo precedente, anche nel cinema hollywoodiano. (vedi "Un uomo tranquillo" )
La parte di Howard, il vecchio cercatore d’oro viene assegnata al padre di Huston, Walter, un vecchio attore il quale non era mai stato una stella di primissimo piano, ma che ha influenzato notevolmente il figlio John nella sua carriera cinematografica. Huston obbliga il vecchio padre a recitare senza la dentiera rendendo così molto più realistica la figura di questo vecchio cercatore che si caratterizza per la sua umanità nei confronti della popolazione messicana e per il suo amore per la terra. Significativo è il suo celebre saluto di ringraziamento alla montagna dove hanno estratto l’oro: “Grazie montagna!”.

Bisogna notare che l’interpretazione di Bogart era estremamente diversa da quelle precedenti e non ebbe il parere favorevole dei suoi fans che lo volevano invece vedere con il classico trench interpretando personaggi come Sam Spade o Philiph Marlowe o vederlo coinvolto sentimentalmente come in “Casablanca”. Effettivamente Dobbs, il personaggio interpretato da Bogart è un personaggio ripugnante che nel corso del film diventa un pericoloso paranoico. Ma costituisce una delle più belle, se non la più originale, recitazione di Bogart che preannuncia l’eccezionale interpretazione del comandante del Caine.
Bogart, e sembra impossibile obiettivamente parlando, non ottenne l’Oscar per questo film come non l’ottenne neanche per “L’ammutinamento del Caine”, prendendolo invece alcuni anni dopo per “La regina d’Africa” diretto dallo stesso Huston. Una interpretazione questa francamente minore, a nostro avviso, rispetto a questi due film.
Da notare che lo stesso John Huston recita in questo film in un piccolo cameo interpretando l’uomo che con l’abito bianco viene avvicinato da Bogart per avere l’elemosina.

Va segnalato che il film del 1953 interpretato da Gary Cooper, Barbara Stanwych e Anthony Quinn (Ballata selvaggia) con la bellissima canzone di Dimitri Tiomkin cantata da Frankie Laine compie nella sua prima mezz’ora un vero plagio nei confronti dell’opera di Huston, un plagio che inesplicabilmente è passato sotto silenzio anche se costituisce la parte più interessante di questa pellicola. “Ballata selvaggia” che rese famoso in tutto il mondo il nome della protagonista, Marina, poi si riduce in un noioso e poco convincente triangolo tra la Stanwych e i due interpreti maschili.

All’epoca “Il tesoro della Sierra Madre” non ottenne, nonostante i tre Oscar, un successo di pubblico anche se oggi questo film viene considerato uno dei capolavori del cinema americano. La profonda malinconia di cui è intriso questo film, il pessimismo sulla natura umana è così pregnante ma anche inafferrabile come l’oro della Sierra Madre che il vento riporta nella terra da cui gli uomini l’hanno setacciato.


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SOLO SOTTO LE STELLE



Abbiamo già scritto in queste pagine del grande scrittore e sceneggiatore Dalton Trumbo ( Dalton Trumbo:un comunista ad Hollywood) e della sua drammatica storia che durante il maccartismo lo condusse in carcere e a cui dopo, per potere continuare a lavorare, fu obbligato a nascondere la sua vera identità al mondo dorato di Hollywood pur vincendo due meritatissimi Oscar.
Fu Kirk Douglas, produttore e vero regista di Spartacus, a rivelare finalmente che Dalton Trumbo era il vero sceneggiatore di questo kolossal facendo poi reinserire ufficialmente la sua firma in questo film e contribuendo così in maniera decisiva a farlo riammettere ad Hollywood.
Come quindi si può facilmente comprendere Kirk Douglas è molto più di un semplice attore ed il cinema deve molto a questo grande uomo.
Come attore le sue interpretazioni sono semplicemente eccezionali oltre che di una straordinaria complessità basti pensare al pittore Vincent Van Gogh di “Brama di vivere” o al tormentato Doc Holliday di “Sfida all’O.K. Corral”.
Un attore dotato di una personalità magnetica e di una duttilità difficilmente eguagliabile, in grado di interpretare convincentemente personaggi apertamente simpatici come il Ned Land di “20.000 leghe sotto i mari” o personaggi ambigui o decisamente odiosi come il protagonista del bellissimo film di Billy Wilder “L’asso nella manica” o di “Prima vittoria” di Otto Preminger.
Ma non è solo un grande attore, che tra l’altro è stato solo premiato con un Oscar alla carriera. Ma come produttore è stato il vero ideatore dei due film di Stanley Kubrik : il capolavoro antimilitarista “Orizzonti di gloria”, per anni censurato nella “democratica” Francia ed il kolossal “Spartacus” di netta impronta socialista che come ricorda lo stesso attore, lo impegnò per ben tre anni della sua vita: “più di quanti ne avesse passati l’autentico Spartaco a far la guerra contro l’Impero Romano”.

Ed è a partire da quest’ultimo film che nasce una profonda stima e collaborazione tra Douglas e Trumbo che continuò con due film western di grandissimo livello che nei fatti costituiscono un vero e proprio dittico: ”L’occhio caldo del cielo” ( The last sun -1961) e “Solo sotto le stelle “ (Lonely are the brave -1962). E  se mentre nell’Occhio caldo del cielo vi sono toni da vera tragedia greca che toccano il delicato tema dell’incesto con questo terzo film, che chiude la feconda collaborazione tra Douglas e Trumbo, si arriva a toccare indiscutibilmente la vetta del capolavoro cinematografico. L’unica pecca di questo film è nel titolo: infatti contrariamente alla proposta di Douglas di intitolarlo “L’ultimo cowboy”, la Universal propose questo titolo che francamente non significa nulla.

Nonostante ciò lo stesso Kirk Douglas ammette che questo film è il suo preferito. E’ la storia di un cowboy dei nostri giorni, ancora legato alle regole del vecchio West, che tenta di fare evadere dal carcere un suo amico e che poi scappa da solo a cavallo inseguito dalla polizia e dagli elicotteri dell’esercito.
Costituisce il primo western moderno che racconta la fine del mondo dei cowboys e dei grandi spazi aperti della prateria americana destinati a chiudersi con la definitiva affermazione della civiltà moderna. Non a caso questo film si apre con Kirk Douglas che sdraiato sulla nuda terra osserva tre jet supersonici che volano alti nel cielo e quando monta a cavallo di fronte ad una barriera di filo spinato che reca la scritta “Divieto di accesso” rompe immediatamente questo filo spinato.
Il personaggio interpretato da Douglas è un anarcoide libertario che rifiuta le regole di un mondo che nega lo spazio all’individualità e che si batterà con tutte le sue forze contro la moderna società tecnologica che sfrutta contro di lui tutti i mezzi allora disponibili: dagli elicotteri fino alle ricetrasmittenti. Ma come sostiene giustamente Douglas se uno cerca di essere un individualista la società prima o poi lo distruggerà.
Questo cowboy perseguitato ingiustamente dagli uomini nutre ricambiato un vero amore per la sua bellissima puledra di nome Whisky che in questa fuga costituisce un intralcio, poiché potrebbe facilmente scappare scalando da solo la montagna.
Infatti il rapporto con la natura di questo cowboy è semplicemente affascinante: non si può dimenticare la divertente scena in cui Douglas, nonostante che sia braccato dalla polizia, offre da mangiare ad uno scoiattolo.
La sceneggiatura di Dalton Trumbo, tratta da un discreto romanzo di Edward Abbey, è semplicemente perfetta. Il film girato in un bellissimo cinemascope in bianco e nero ha un cast anch’esso perfetto. Walter Matthau interpreta lo sceriffo che deve dare la caccia a questo cowboy anarcoide e che col passare del tempo ne prova una profonda ammirazione e rispetto.

Contemporaneamente alla caccia implacabile che la polizia e l’esercito danno nei confronti di questo cowboy, il quale certamente non costituisce un pericolo per la società, assistiamo al viaggio di un camion di dimensioni veramente mastodontiche che trasporta, ironicamente, un carico di cessi.
Il viaggio di questo camion si intreccia con le vicende legate alla caccia di questo cowboy e in un certo senso anticipa nella sua inumanità il "Duel " di Steven Spielberg, tratto da un racconto di Richard Matheson il quale ne curò anche la sceneggiatura. E sarà proprio questo camion durante una tempesta notturna ad investire mortalmente la puledra ed il suo cavaliere.
Il rispetto dello sceriffo nei confronti di questo anarcoide cowboy si evidenza definitivamente nel finale del film quando di fronte ad un Douglas ferito gravemente lo soccorre dando anche l’ordine di sparare al suo cavallo anch’esso gravemente ferito.
Il film termina con lo sguardo stranulato ed impaurito di Douglas e mentre l’ambulanza lo trasporta in ospedale, il cappello di questo cowboy naviga mestamente nell’asfalto pieno di pioggia.

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HAPPY BIRTHDAY Mr. DOUGLAS



Recentemente (9 dicembre) il decano del cinema mondiale, Kirk Douglas, ha compiuto 98 anni. Mi permetto di dedicare un brevissimo omaggio a questo grande attore, oltre che produttore, scrittore, cantante e regista, che ha offerto indiscutibilmente un grandissimo contributo alla settima arte.

Attore dotato di una profonda vitalità e di una duttilità difficilmente eguagliabile oltre ad essere dotato di un eccezionale magnetismo dispone di una straordinaria capacità nell'impersonare personaggi forti, spavaldi e spesso negativi che si caratterizzano nel corteggiare la morte e a cui si abbina una grande capacità fisica essendo stato un ottimo atleta tra l'altro campione di lotta libera. Mentre non ha mai fatto parte delle sue corde il recitare nelle commedie, una caratteristica in fondo simile ad un altro grande attore come Humphrey Bogart, l'indimenticabile interprete del Il grande sonno e Casablanca, che nel celebre film Sabrina non si trova a suo agio in una parte scritta per Cary Grant il quale aveva rifiutato all'ultimo momento di girare questa pellicola.

Figlio di un ebreo russo analfabeta fuggito dalla Russia perché era stato arruolato nel 1908 per la guerra russo-giapponese è nato in una classica citta WSAP (White Anglo-Saxon Protestant) come Amsterdam nello Stato di New York. Unico figlio maschio tra sei sorelle, Issur Danielovitch Demsky (questo è il suo vero nome) ha avuto una infanzia veramente infelice.
Nonostante un padre alcolizzato e violento che per vivere faceva lo stracciavendolo il giovane Douglas diventa uno studente modello mantenendosi agli studi lavorando come bidello e cameriere riuscendo infine a laurearsi in Lettere alla vigilia della Seconda guerra mondiale.
Dopo la laurea cambia definitivamente il suo nome con quello di Kirk Douglas molto più adatto per la carriera artistica che voleva intraprendere ed inizia a frequentare l'American Academy of Dramatic Arts di New York diplomandosi nel giugno del 1941 ed inizia a lavorare in varie commedie a Broadway. L'entrata in guerra degli Stati Uniti costringe il giovane Douglas ad abbandonare le scene teatrali per frequentare l'Accademia navale dove esce con il grado di Guardiamarina. La sua esperienza militare è molto limitata al contrario di altri suoi colleghi come James Stewart, generale di brigata decorato due volte con la Croce di guerra, ma non tale da non comprendere che “ La guerra è una cosa così insulsa; dei giovani abbandonati su una nave che vanno in cerca di altri giovani e tentano di farli saltare in aria”. E questa denuncia della follia e dei crimini che portano le guerre Douglas la espliciterà nettamente, come vedremo in seguito, in uno dei suoi capolavori: Orizzonti di gloria.



Lo strano amore di Marta Ivers

Interpreta il suo primo film nel 1946 (Lo strano amore di Marta Ivers) dove buca letteralmente lo schermo impersonando un personaggio vigliacco e debole ma nello stesso tempo tragico.
Due anni dopo recita ne Le vie della città con un altro giovane attore, Burt Lancaster, con il quale instaura una duratura amicizia e collaborazione professionale girando insieme ben sette film.
La vera svolta nella carriera di Douglas avviene con Il grande campione (1949) un piccolo film indipendente realizzato da giovani sconosciuti: il regista Mark Robson ed il produttore Stanley Kramer. Douglas per fare questo film rifiuta di partecipare ad una grande produzione della Metro Goldwyn Mayer Il grande peccatore dove recitavano attori del calibro di Walter Huston, Ava Gardner e Gregory Peck, una scelta duramente contestata dal suo agente. Ma tale scelta si rivela vincente: questo film tra i più importanti mai girati sul mondo del pugilato permette a Douglas di offrire una delle sue interpretazioni migliori: quella di un pugile che per giungere al successo tradisce cinicamente tutti i suoi amici e la sua stessa moglie, un vero anti-eroe. Questa interpretazione gli permette di ottenere la sua prima nomination al Premio Oscar quale migliore attore protagonista, un premio che non gli sarà mai concesso nonostante le sue molte eccezionali interpretazioni e nel 1996 gli verrà offerto solo quello dedicato alla carriera.

 Pietà per i giusti

La consacrazione definitiva di Kirk Douglas avviene con due film girati nel 1951: L'asso nella manica di Billy Wilder e Pietà per i giusti di William Wyler.
L'asso nella manica è sicuramente uno dei migliori film di Wilder ed anticipa tragedie come quella di Vermicino dove un giornalista senza scrupoli strumentalizza per uno scoop la vicenda di un uomo rimasto intrappolato in una caverna trasformandolo in un caso di dimensioni nazionali ritardando cinicamente le operazioni di soccorso provocando così la morte dell'uomo. Rimane emblematica una frase di questo cinico giornalista: “Una tragedia non sono un migliaio di cinesi morti per un'inondazione, ma una sola persona intrappolata in un buco sottoterra.”
Il proverbiale fiuto di Douglas fece questa volta “cilecca” nel rifiutare la proposta di Billy Wilder di interpretare il suo successivo film Staleg 17, nel ruolo che permise a William Holden di vincere l'Oscar.
Pietà per i giusti, pessimo titolo rispetto all'originale Detective's Story, venne girato in sole cinque settimane e consentì a Douglas di dare prova di tutte le sue eccezionali qualità di attore nella parte di un detective che non riesce a perdonare la moglie di avere abortito in un lontano passato e che poi, cercando disperatamente la morte, la troverà per mano di un delinquente.
Questa storia che si svolge nell'arco di 24 ore in un distretto di polizia diede poi ad Ed Mc Bain (Evan Hunter) l'idea della sua celebre serie di romanzi polizieschi dell'87° Distretto.

Kirk Douglas è ormai una delle maggiori star di Hollywood e di questo periodo vanno citati film western come Il grande cielo (1952) di Howard Hawks e i drammatici Il bruto e la bella (con cui ottenne la sua seconda nomination all'Oscar) di Vincente Minelli e I Perseguitati (1953) di Edward Dmytryk.

Prendendo ad esempio l'amico e collega Burt Lancaster che nel nel 1948 aveva fondato la sua compagnia di produzione (la Norma prodiction più tardi Hecht Hill Lancaster prodiction) Douglas decide di produrre anche lui i suoi film con lo scopo di partecipare più attivamente alla creazione di un film e fonda una propria compagnia con il nome della propria madre: la Bryna Company.
Il primo film prodotto dalla nuova compagnia è Il cacciatore di indiani dove recita accanto a Walter Matthau che aveva appena esordito sullo schermo nel film interpretato e diretto da Burt Lancaster Il Kentuckiano e dove esordisce la giovanissima Elsa Martinelli. Un western tradizionale che non fa presagire i capolavori che verranno prodotti dalla compagnia di Douglas.

Brama di vivere

Il successivo film rivela totalmente il suo genio cinematografico. Partendo dalla sua straordinaria somiglianza con il pittore Vincent Van Gogh notata dal regista rumeno Jean Negulescu, Douglas si decide a trarre un film dalla biografia romanzata di Irving Stone Brama di vivere. La Metro Gold Mayer aveva già i diritti cinematografici di questo romanzo e aveva pensato a suo tempo di trarne un film con Spencer Tracy. Douglas ne fa riscrivere la sceneggiatura e lo fa dirigere da Vincent Minelli che già lo aveva diretto ne Il bruto e la bella. Questo film viene girato nei luoghi stessi in cui aveva vissuto il grande pittore olandese e Douglas offre una delle sue più profonde e sofferte interpretazioni rendendo tangibile l'intima angoscia e debolezza che porterà al suicidio il grande pittore.
Come confessa lui stesso si immedesima totalmente nella figura di Van Gogh leggendo tutte le lettere che aveva scritto al fratello Theo dove sono messi in luce tutti i suoi sentimenti compresa la gelosia e l'odio provato di fronte al matrimonio del fratello.
Una grande prova di recitazione ammirata anche da un altro grande pittore, Marc Chagall, che gli consentirà di ottenere la sua terza ed ultima nomination all'Oscar. Purtroppo non otterrà questo premio più che meritato che andrà invece a Yul Brynner per il film Il re ed io, una mediocre commedia musicale che non ha lasciato traccia nella storia del cinema. Brama di vivere permette comunque al bravo Anthony Quinn di ottenere, nella parte di Gauguin, il Premio Oscar come migliore attore non protagonista.
Kirk Douglas era diventato ormai l'uomo “più odiato di Hollywood”, ma si sa Hollywood non ha mai amato gli uomini che pensano con la propria testa.

Ritorna al western con uno dei capolavori di questo genere: Sfida all'O.K. Corral che lo vede ritornare a lavorare in coppia con Burt Lancaster.
Un film diretto da John Sturges, in cui la chiave del successo è legata alla grande amicizia virile di due pistoleri. Nella parte dell'alcolizzato e tubercolotico Doc Holliday, Douglas ci offre un'altra delle sue più grandi interpretazioni degna anch'essa dell'Oscar.

Orizzonti di gloria

Stanley Kubrik, allora un giovane regista, propone a Douglas una sceneggiatura intitolata Orizzonti di gloria, tratta da un romanzo di Humphrey Cobb, il quale se ne innamora subito.
E' la storia di tre soldati francesi durante la Prima guerra mondiale che vengono scelti a caso per essere fucilati per un discutibile atto di vigliaccheria della loro compagnia che doveva attaccare una postazione tedesca, il “formicaio”, difficilmente espugnabile.
Nella stesura del copione però Kubrik ne cambia il finale non facendo più fucilare questi soldati a causa di un “ravvedimento” del Comandante in capo. Questo lieto fine scritto da Kubrik per rendere più commerciale il film fa letteralmente infuriare Douglas che impone al giovane regista di girarlo basandosi sul copione originale.
Ed effettivamente Orizzonti di gloria mostra tutta la follia e la brutalità della guerra e resta ancora oggi uno dei più grandi capolavori antimilitaristici che sia mai stato girato nella la storia del cinema. Accusato di essere un film anti-francese venne escluso dal Festival di Berlino del 1958 e nella “democratica” Francia e nella Svizzera questo film è stato censurato fino al 1975.
Dopo questo film che non fece guadagnare un soldo a Douglas anche perché come dice lui stesso: “Un film non può fare soldi se la gente non paga per vederlo, e la gente non può vederlo se nel suo paese è censurato” il grande attore decide di realizzare I vichinghi. Un vero e proprio western medievale girato in Norvegia, in fondo un film modesto, anche se con un cast eccezionale che vedeva Ernest Borgnine nella parte del padre di Douglas, il quale aveva due anni meno di lui, con la presenza di Tony Curtis e la moglie Janet Leigh. Questo film fece degli ottimi incassi che pareggiarono in parte il flop di Orizzonti di gloria.

Spartacus

Dopo I vichinghi Douglas non voleva più recitare in un film epico. Ma in quegli anni questi Kolossal facevano guadagnare un mucchio di soldi e quando iniziò il progetto per realizzare Ben-Hur, un remarke di due film muti del 1907 e 1925 tratto dal celebre romanzo del generale Lew Wallace, il regista William Wyler con cui aveva lavorato in Pietà per i giusti pensò a lui per la parte di Messala, il nemico del protagonista. Douglas che era stanco di recitare sempre nella parte del cattivo voleva invece la parte di Ben-Hur che venne però offerta a Charlton Heston.
Leggendo Spartacus un romanzo scritto da Howard Fast, uno scrittore che aveva passato alcuni mesi in carcere per avere aderito al Partito comunista, decise di fare un film su questa schiavo che sognava la fine della schiavitù e che per poco non era riuscito a sconfiggere Roma.
Forte del successo de I vichinghi Douglas gode di un certo prestigio verso l'United Artistes e sfrutta questo prestigio per chiedere il finanziamento per fare questo film. Gli occorre però una sceneggiatura e pensa di affidarla a Dalton Trumbo, uno scrittore che ottenne due premi Oscar per la migliore sceneggiatura, tra cui quella del celebre film Vacanze romane, oltre che essere l'autore del celebre romanzo E Johnny prese il fucile che costituisce insieme al testo di Erich Marie Remarque Niente di nuovo sul fronte occidentale uno dei più formidabili apologhi contro la guerra.

Tale decisione nasce dal fatto che la sceneggiatura scritta da Howard Fast è francamente mediocre.
Dalton Trumbo ha però un grosso handicap: é stato anche lui un iscritto al Partito comunista e di fronte alla crociata del senatore McCarthy egli fece appello al Primo emendamento della Costituzione statunitense: vale a dire il diritto di ogni cittadino alla libertà di parola. Per questo subì una condanna nel 1950 ad un anno di carcere insieme ad altri sceneggiatori e registi che passarono alla storia come i “Dieci di Hollywood”.
Dopo dieci anni il suo nome era ancora inserito in una lista nera ed era costretto a scrivere sotto falso nome quando scriveva delle sceneggiature (due delle quali come abbiamo ricordato vinsero l'Oscar) o utilizzare il nome di sua moglie quando scriveva racconti per riviste femminili. Douglas nonostante ciò gli affida la sceneggiatura di Spartacus. Nel momento di dovere mettere una firma per quanto riguardava l'autore della sceneggiatura Douglas si oppone violentemente alla proposta di mettere il nome di Stanley Kubrick il quale aveva sostituito nel frattempo Anthony Mann licenziato dallo stesso Douglas come regista.
La proposta di Kubrick viene respinta e Douglas decide di mettere il nome di Trumbo come sceneggiatore. Per la prima volta dopo dieci anni il grande scrittore rimette piede dentro uno studio cinematografico.
La lista di proscrizione era stata finalmente annullata da questa coraggiosa decisione di Douglas.
Nel cast degli attori riesce ad ottenere la partecipazione di attori del calibro di Laurence Olivier, Charles Laughton, Peter Ustinov (che otterrà con questo film l'Oscar quale migliore attore non protagonista) e Jean Simmons. Tony Curtis che aveva recitato con Douglas ne I vichinghi si “autorecluta” e gli viene costruito per lui il personaggio di Antonino che quando verrà catturato con Spartaco dai romani sarà costretto a battersi in un duello a morte con lui soccombendo. Come scherzosamente dice Douglas: “ Ci sembrava che questa fosse semplice giustizia, visto che lui mi aveva ucciso in I vichinghi”.
Bisogna ricordare che in questo film un dialogo della durata di un minuto esplicitamente omosessuale tra Olivier (Crasso) e Curtis (Antonino) venne tagliato dalla censura. Questa scena oggi è stata ripristinata nell'edizione in DVD.
Spartacus rispetto agli altri film epici del periodo sia per l'argomento trattato (la rivolta degli schiavi) e sia per l'indiscutibile sforzo produttivo pari a Ben-Hur o Cleopatra si pone ad un livello notevolmente superiore e per questo all'inizio venne bollato come “socialmente pericoloso”, ma il giudizio positivo del Presidente Kennedy aiutò la fortuna di questo film come confermò lo stesso fratello Robert a Douglas ed ebbe ottimi incassi.
Spartacus come confessò Douglas lo impegnò per “tre anni della mia vita: più di quanti ne avesse passato l'autentico Spartaco a far la guerra contro l'Impero Romano”.

L’occhio caldo del cielo

La collaborazione e la profonda stima che si instaura tra Douglas e Trumbo continua con due film western di grandissimo livello che nei fatti costituiscono un vero e proprio dittico: L’occhio caldo del cielo ( The last sunset -1961) e Solo sotto le stelle (Lonely are the brave -1962).
Sono due film costruiti per un attore del calibro di Kirk Douglas con personaggi solitari e disadattati nella società in cui sono costretti a vivere e come ricorda la protagonista di L'occhio caldo del cielo:
“Tu non vuoi navigare tranquillo, porti dietro la tempesta ovunque vai.”

Nell'Occhio caldo del cielo un western diretto dal celebre regista Robert Aldrich, un democratico molto vicino agli ideali socialisti, vi sono toni da vera tragedia greca e che tocca il delicato tema dell'incesto.
Douglas interpreta la parte di un pistolero, O'Malley, che si rifugia in Messico inseguito dallo sceriffo Stribling (Rock Hudson) a cui ha ucciso il cognato e che ha quindi una responsabilità morale nel successivo suicidio della sorella. O'Malley si rifugia in una fattoria dove vi è una sua ex amante Belle, interpretata da una eccezionale Dorothy Malone, che vive con la figlia sedicenne Missy. Quando ritorna il marito (Joseph Cotten) li assolda entrambi per trasportare una mandria nel Texas. Giunti nel Texas O'Malley apprende da Belle che Missy, di cui è profondamente innamorato, in realtà è sua figlia. Per O'Malley non resta che pagare la sua colpa e decide di affrontare l'ultimo suo duello con lo sceriffo Stribling, il quale nel frattempo si è innamorato di Belle, con la pistola scarica, un finale tra l'altro che verrà ripreso in Un giorno di ordinaria follia interpretato dal figlio Michael. Un suicidio quello di O'Malley veramente diabolico che trasforma il suo rivale in un assassino.
In questo film, sicuramente in più di ogni altro, Douglas fa sfoggio di tutte le sue eccezionali capacità di attore. Si mostra accattivante, apertamente simpatico fino a trasformarsi in un uomo tormentato che può diventare un violento assassino. Senza nessun dubbio una grande prova di recitazione.

Solo sotto le stelle

Con Solo sotto le stelle si chiude la feconda collaborazione tra Douglas e Trumbo, e si arriva a toccare indiscutibilmente la vetta del capolavoro cinematografico. L’unica pecca di questo film è nel titolo: infatti contrariamente alla proposta di Douglas di intitolarlo “L’ultimo cowboy”, la Universal propose questo titolo che francamente non significa nulla.
Nonostante ciò lo stesso Kirk Douglas ammette che questo film è il suo preferito. E’ la storia di un cowboy dei nostri giorni, ancora legato alle regole del vecchio West, che tenta di fare evadere dal carcere un suo amico e che poi scappa da solo a cavallo inseguito dalla polizia e dagli elicotteri dell’esercito.
Costituisce il primo western moderno che racconta la fine del mondo dei cowboys e dei grandi spazi aperti della prateria americana destinati a chiudersi con la definitiva affermazione della civiltà moderna. Non a caso questo film si apre con Kirk Douglas che sdraiato sulla nuda terra osserva tre jet supersonici che volano alti nel cielo e quando monta a cavallo di fronte ad una barriera di filo spinato che reca la scritta “Divieto di accesso” rompe immediatamente questo filo spinato.
Il personaggio interpretato da Douglas è un anarcoide libertario che rifiuta le regole di un mondo che nega lo spazio all’individualità e che si batterà con tutte le sue forze contro la moderna società tecnologica che sfrutta contro di lui tutti i mezzi allora disponibili: dagli elicotteri fino alle ricetrasmittenti. Ma come sostiene giustamente Douglas se uno cerca di essere un individualista la società prima o poi lo distruggerà.
Questo cowboy perseguitato ingiustamente dagli uomini nutre ricambiato un vero amore per la sua bellissima puledra di nome Whisky che in questa fuga costituisce un intralcio, poiché potrebbe facilmente scappare scalando da solo la montagna.
Infatti il rapporto con la natura di questo cowboy è semplicemente affascinante: non si può dimenticare la divertente scena in cui Douglas, nonostante che sia braccato dalla polizia, offre da mangiare ad uno scoiattolo.
La sceneggiatura di Dalton Trumbo, tratta da un discreto romanzo di Edward Abbey, è semplicemente perfetta. Il film girato in un bellissimo cinemascope in bianco e nero ha un cast anch’esso perfetto. Walter Matthau interpreta lo sceriffo che deve dare la caccia a questo cowboy anarcoide e che col passare del tempo ne prova una profonda ammirazione e rispetto.
Contemporaneamente alla caccia implacabile che la polizia e l’esercito danno nei confronti di questo cowboy, il quale certamente non costituisce un pericolo per la società, assistiamo al viaggio di un camion di dimensioni veramente mastodontiche che trasporta, ironicamente, un carico di cessi.
Il viaggio di questo camion si intreccia con le vicende legate alla caccia di questo cowboy e in un certo senso anticipa nella sua inumanità il "Duel" di Steven Spielberg, tratto da un racconto di Richard Matheson il quale ne curò anche la sceneggiatura. E sarà proprio questo camion durante una tempesta notturna ad investire mortalmente la puledra ed il suo cavaliere.
Il rispetto dello sceriffo nei confronti di questo anarcoide cowboy si evidenza definitivamente nel finale del film quando di fronte ad un Douglas ferito gravemente lo soccorre dando anche l’ordine di sparare al suo cavallo anch’esso gravemente ferito.
Il film termina con lo sguardo stranulato ed impaurito di Douglas e mentre l’ambulanza lo trasporta in ospedale, il cappello di questo cowboy naviga mestamente nell’asfalto pieno di pioggia.

Questi due film che sono indiscutibilmente dei capolavori, specialmente il secondo, ebbero scarso successo commerciale grazie a tutta una serie di errori della Universal che lanciò malissimo questi film. La critica giudicò Solo sotto le stelle come probabile vincitore dell'Oscar insieme a Il buio oltre la siepe interpretato da Gregory Peck, ma se a Londra sbancava tutti i record di incassi e riceveva ottime recensioni sul “Times” negli Stati Uniti fu tolto dalla circolazione perché andava malissimo.

 Sette giorni a maggio

Dopo questi fallimenti Douglas recita in altri film tra cui vanno ricordati Due settimane in un'altra città diretto da Vincente Minelli, quasi interamente girato a Roma, e il divertente poliziesco di John Huston I cinque volti dell'assassino (1963).
Nel frattempo compra i diritti su due romanzi che lo avevano colpito: Sette giorni a maggio e Qualcuno volò sul nido del cuculo.
Sette giorni a maggio tratta di un argomento molto rischioso specialmente in quegli anni: il tentativo di un colpo di stato militare contro il governo degli Stati Uniti. L'idea trattata, come narra lo stesso Douglas, piacque al Presidente Kennedy. Nel cast ritroviamo Burt Lancaster nel ruolo del generale golpista, Ava Gardner, Edmund O'Brien e nel ruolo del Presidente il grande Frederic March. La sceneggiatura fu affidata al bravissimo Rod Serling, il creatore della serie televisiva “Ai confini della realtà”, mentre la regia venne affidata a John Frankenheimer.
E' interessante citare una riflessione di Douglas sul film d'autore anche perché molti ritengono ancora oggi che Orizzonti di gloria e Spartacus siano film di Stanley Kubrick:
“Il suo agente (di Frankenheimer) insisteva perché fosse definito 'Un film di John Frankenheimer'. Questo mi faceva divertire. Sono sempre stato incuriosito dalla teoria del 'film d'autore' che ha attraversato l'oceano dall'Europa e ha inquinato il nostro sistema. Secondo questa teoria il regista è il creatore del film. Un film è il risultato degli sforzi di più persone; capita molto raramente che sia l'opera di una sola persona. Probabilmente gente tipo Charlie Chaplin, Orson Welles, Woody Allen, Barbra Streisand, che scrive, dirige e recita un proprio film, si meritano questo titolo. Eppure anche loro hanno bisogno di aiuto: produttori, direttori del casting, addetti al montaggio, tecnici, organizzatori degli esterni, altri attori. Ma quando viene messo nelle mani di un regista un film come Sette giorni a maggio con la sceneggiatura già scritta, i finanziamenti e la successiva distribuzione pronti e con che cast! -insomma con tutto già organizzato, mi sembra ingiusto reclamizzarlo come suo film. Nonostante ciò mi arresi e sui manifesti pubblicitari c'era scritto: 'Un film di John Frankenheimer' “.
Una nota curiosa e divertente su questo film fu il divieto del Pentagono di fare girare qualsiasi tipo di ripresa. Per questo nascondendo una telecamera in un furgone parcheggiato di fronte all'entrata del Pentagono sull'altro lato della strada Kirk Douglas in divisa da colonnello entra nell'edificio, viene salutato militarmente dalla guardia che egli ricambia prontamente e dopo pochi secondi esce sotto il suo sguardo perplesso . Questa scena è inserita nel film.

Douglas dopo aver rifiutato di recitare ne La caduta dell'Impero Romano (1964) nonostante gli avessero offerto l'incredibile cifra di un milione e mezzo di dollari si dedica ad una incessante attività di attore (ricordiamo che girava una media di tre film all'anno), di questi film ricordiamo tra gli altri: Prima vittoria regia di Otto Preminger (1965), Gli eroi di Telemark (1965) regia di Antony Mann, Combattenti della notte (1966) regia di Melville Shavelson (1966), Uomini e cobra (1970) regia di Joseph Mankiewicz.

I giustizieri del West 

Nel 1973 per la prima volta il grande Kirk si mette dietro la macchina da presa per girare Un magnifico ceffo da galera, una rivisitazione della celebre L'isola del tesoro. Un vero e proprio flop, nonostante la sua recitazione, un flop meritato tra l'altro, ma in fondo non tutte le ciambelle riescono con il buco.
La sua seconda (e ultima) prova da regista/attore è sicuramente più che buona. Infatti I giustizieri del West (1974) è un western ben fatto e ben recitato oltre che essere molto originale.

Finalmente però grazie al figlio Michael a cui il padre aveva ceduto i diritti si riesce a girare Qualcuno volò sul nido del cuculo con la regia di Milos Forman, ma il figlio ritiene il genitore troppo anziano per recitare quella parte che diede invece a Jack Nicholson vincitore di un meritato Oscar. Una grossa delusione professionale per Douglas e come ama ripetere anche se con quel film fece più soldi che con qualunque altro avesse mai recitato avrebbe restituito tutto fino all'ultimo centesimo pur di recitare la parte di McMurphy.

Nella fine della sua carriera artistica bisogna ancora citare altri due film: il divertente Due tipi incorreggibili (1986) che lo vede recitare per l'ultima volta con il suo amico di sempre Burt Lancaster e Vizio di famiglia (2003) dove recita insieme al figlio Michael, al nipote Cameron e alla sua ex moglie (madre di Michael) Diana Dill. Un film questo dove si raccontano i rapporti tesi fra un avvocato (Michael) e il suo vecchio padre colpito da un infarto (lo stesso Douglas ha avuto un infarto nell'agosto del 1986) e le incomprensioni con un figlio ventenne (Cameron) che invece di studiare vende marijuana, tra l'altro per quanto riguarda Cameron una pellicola purtroppo profetica visto che oggi sta ancora scontando una condanna per traffico di stupefacenti.

Douglas si è anche cimentato come scrittore con libri di discreto successo. Estremamente interessanti sono le sue due biografie: Il figlio del venditore di stracci (1988) e Io sono Spartaco (2012) quest'ultimo scritto alla veneranda età di 96 anni e due discreti romanzi: Danza con il diavolo (1990) e Un destino nella polvere (1992).

Kirk Douglas è entrato con pieno diritto tra i grandi della storia del cinema mondiale. Una eccezionale e straordinaria carriera per il figlio di uno stracciavendolo ubriaco e violento da cui non ha mai ricevuto una pacca sulle spalle.



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APPENDICE

INTERVISTA A KIRK DOUGLAS - 26 febbraio 2015




L'ULTIMO LEONE DI HOLLYWOOD - INTERVISTA A KIRK DOUGLAS


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QUELLE DUE



Nella cinematografia hollywoodiana spicca in modo estremamente originale, sia per il tema particolarmente scabroso negli anni ‘60 sull’amore lesbico e sia per la bravura di due bravissime e bellissime attrici come Audrey Hepburn e Shirley MacLaine, il film “Quelle due” (The Children’s Hour) diretto dal celebre regista William Wyler, tre volte vincitore del Premio Oscar, ( La signora Miniver, I migliori anni della nostra vita, Vacanze romane, Ben-Hur).

Tratto da un lavoro teatrale di Lillian Helman che lo stesso Wyler aveva già portato sullo schermo nel 1936 La calunnia (These three) dove però il rapporto lesbico tra le due protagoniste viene trasformato nel classico triangolo vale a dire nell’amore di Martha verso il fidanzato di Kharen.

Quelle due girato nel 1961, molto fedele al testo originale, narra la storia di Karen (Audrey Hepburn) e Martha ( Shirley MacLaine) proprietarie ed insegnanti di una piccola scuola privata di provincia che vengono accusate, basandosi soltanto sulle dichiarazioni di una loro allieva bugiarda e viziata, di essere amanti.
La nonna di questa allieva, interpretata da Fay Bainter in questa sua ultima interpretazione cinematografica che le fruttò una nomination come migliore attrice non protagonista, crede immediatamente a questa versione e riesce a convincere tutti i genitori degli allievi a ritirare i loro figli dalla scuola.
Si apre immediatamente una vera campagna di calunnia nei confronti di queste due donne che provoca non solo il loro isolamento dalla comunità che le porterà ben presto alla rovina economica, ma provoca anche il licenziamento del fidanzato di Karen, medico del locale ospedale.
Quando infine per un caso fortuito viene dimostrata la falsità delle dichiarazioni di questa allieva la nonna tenta di scusarsi con le due insegnanti, ma purtroppo è troppo tardi.
Martha la quale aveva appena confessato a Karen il suo profondo e segreto amore nei suoi confronti si toglie la vita. Questo finale tragico viene sottolineato con maggior forza durante il funerale di Martha dove Karen, abbandonata pure dal suo fidanzato, partecipa da sola.

Come si può vedere è un film estremamente amaro e pessimista frutto dell’atmosfera paranoica che riflette il clima maccartista del periodo in cui è stato girato.
Le due attrici protagoniste sono indiscutibilmente bravissime nei loro ruoli anche se Shirley MacLaine ci offre una interpretazione degna dell’Oscar: da citare la sua battuta “Anche gli avvoltoi devono mangiare” rivolta alla cittadinanza che ha isolato queste due insegnanti e che verrà utilizzata come omaggio a questa pellicola anche da Clint Eastwood nel loro unico film, diretto da Don Siegel, che li vede recitare insieme: Gli avvoltoi hanno fame ( Two mules for Sister Sara - 1970).

Da citare anche l'eccellente interpretazione di Miriam Hopkins nella parte della zia Lili la quale nel precedente film del 1936 La calunnia aveva interpretato proprio la parte di Martha.  Straordinaria, per non dire altro, la prova recitativa delle due bambine Karen Balkin e Veronica Cartwright.

Il film girato in un bellissimo bianco e nero nonostante gli anni trascorsi non solo non è invecchiato, ma rimane indiscutibilmente il migliore omaggio che sia mai stato girato sull' amore saffico. Un film in fondo ingiustamente dimenticato.


In appendice la scena finale in cui Martha dichiara il suo amore per Karen

https://www.youtube.com/watch?v=r3TRSyL9stw




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L'AMMUTINAMENTO DEL CAINE




“Il comandante è un uomo solo e può essere facilmente frainteso”




L'ammutinamento del "Caine” (1954) rappresenta una interessante anomalia nella produzione hollywoodiana, infatti tratta un argomento estremamente scabroso per quegli anni dominati dalla propaganda e repressione maccartista. Infatti il soggetto del film è rappresentato dall'ammutinamento di una nave militare statunitense durante la 2° Guerra mondiale. Per la cronaca non è mai avvenuto un ammutinamento nella marina militare di questo paese.
Una trama quindi di fantasia anche se il tema è particolarmente scottante ed è una profonda riflessione sulla solitudine del comando e sul potere e sulle responsabilità che esso comporta.


Stanley Kramer il produttore del film, uomo coraggioso e socialmente impegnato si era sempre caratterizzato nell'affrontare questioni spinose, dalla guerra nucleare (L'ultima spiaggia) al razzismo (La parete di fango, Indovina chi viene a cena? ) fino all'amara allegoria del maccartismo (“Mezzogiorno di fuoco”), acquistò i diritti dell'omonimo romanzo di Herman Wouk quando non era ancora un best seller e le critiche erano molto contrastanti pagandolo 60.000 dollari. Una cifra in fondo modesta se si pensa che il film costò 2,3 milioni di dollari guadagnandone poi ben dodici. Il romanzo di Wouk successivamente si rivelò un successo tale da aggiudicarsi addirittura il Premio Pulitzer. Wouk curò anche una versione teatrale che riscosse un ottimo successo a Broadway basato sulla fase processuale della storia.
Inizialmente la Marina non voleva collaborare con un film basato su un ammutinamento in una nave militare addirittura in tempo di guerra. Lo stesso autore del romanzo, Wouk, che aveva prestato il servizio militare in marina, propose di restituire i soldi che aveva ricevuto per i diritti del film. Ma la dura opposizione di Kramer fece ritornare sui suoi passi Wouk.
Il film venne poi dedicato alla Marina degli USA che offrì la sua consulenza tecnica.
Kramer riuscì a mettere insieme un Cast veramente superbo offrendo la parte del Comandante Queeg ad Humphrey Bogart una grandissima star di quegli anni e mettendo nel Cast un altro Premio Oscar come Jose Ferrer, oltre a Van Johnson e Fred MacMurray. E proprio quest'ultimo attore, il futuro “Professore tra le nuvole”, interpreta un ruolo abbastanza insolito per lui: colui che si rivelerà come il vero responsabile dell'ammutinamento del “Caine”.
Un cast superbo nella migliore tradizione hollywoodiana che vede tra gli altri Lee Marvin, Claude Akins, Tom Tully (che ottenne la nomination come miglior attore non protagonista) e il grande caratterista Whit Bissell nella parte dello psichiatra e che ingiustamente non compare nei titoli di testa.
L'attore che appare più spesso nel film è Robert Francis, un giovane e promettente attore che morirà tragicamente in un incidente aereo un anno dopo questo film, il quale nella parte del giovane Keith ci introduce nella vita di questa nave.
La regia di Edward Dmytrik, vittima del maccartismo per la sua adesione al Partito comunista poi delatore, è perfetta nel fare di questo film un opera corale con personaggi a tutto tondo. Una caratteristica questa di molti suoi film (I giovani leoni, Ultima notte a Warlock).

La trama vede un giovane di ottima famiglia estremamente immaturo Willie Keith (Robert Francis) che viene assegnato con il grado di Guardiamarina nel dragamine “Caine” comandato dal Capitano
DeVriess (Tom Tully) il quale in modo più che giustificato non ha nessuna stima per il giovane Guardiamarina. Quando il Comandante DeVriess viene sostituito dal Capitano Philip Francis Queeg (Humphrey Bogart) profondamente provato da due anni di guerra nel Pacifico è un uomo ossessionato dai regolamenti e con una personalità chiaramente paranoide.
Il suo discorso di insediamento non viene gradito dai suoi ufficiali e la disciplina che vuole imporre sul “Caine” viene osteggiata da tutto l'equipaggio:

“Come vi dirà chiunque mi abbia conosciuto io vado avanti a base di regolamento (...) A bordo della mia nave 'eccellente' significa 'normale', 'normale' significa 'mediocre' e 'mediocre' è un aggettivo che non esiste. (…) Esistono quattro modi di fare tutte le cose: quello giusto, quello sbagliato, quello navale e quello mio. Ebbene, qui si farà a modo mio.”

Alcuni episodi aiutano a creare un clima di totale sfiducia nei confronti del nuovo comandante. Una sfiducia che viene cinicamente alimentata dal tenente Thomas Keefer (Fred MacMurray) uno scrittore nella vita privata che odia profondamente la mentalità militare.
Il Comandante Queeg consapevole della frattura che si è creata con i suoi ufficiali che si è aggravata dopo una operazione militare in cui è stato colto da un attacco di panico cerca disperatamente di ricucire questi rapporti chiedendo loro praticamente scusa, ma trova soltanto il gelo dei suoi ufficiali.
Il tenente Keefer in varie discussioni con il Tenente Maryk e il Guardiamarina Keith sostiene che Queeg è affetto da squilibri mentali e che per questo dovrebbe essere destituito dal comando.
E quando il “Caine” si trova ad affrontare un pericoloso tifone il suo primo ufficiale Steve Maryk (Van Johnson) sostenuto dal Guardiamarina Keith destituisce dal comando il Capitano Quegg che nel frattempo aveva perso il controllo.
Durante la conseguente Corte Marziale per ammutinamento soltanto la bravura del loro avvocato Barney Greenwald (Jose Ferrer) il quale riesce a fare crollare nel controinterrogatorio il debole Capitano Queeg salva dalla sicura condanna a morte Maryk e Keith. Alla sera durante i festeggiamenti degli ufficiali del “Caine” si presenta ubriaco l'avvocato Grenwald che rimprovera le loro responsabilità sulla loro vicenda :

Greenwald: Sapete una cosa? Quando studiavo legge e il signor Keefer scriveva i suoi romanzi e lei Willie svolazzava sui campi di gioco di Princeton chi vegliava su questa grassa patria nostra, eh? Chi si fotteva sul mare? Il comandante Queeg, insieme a tanti altri, che non sono crollati solo perché erano un po' più forti. Non noi. Oh, no! Noi sapevamo troppo bene che in Marina non si diventa ricchi.
Keith: Ma rimane il fatto che il comandante Queeg ha messo in pericolo la nave e l'equipaggio.
Greenwald: Non è stato lui a metterla in pericolo, ma tutti voi. Siete veramente dei magnifici ufficiali.
Painter: Ma era lui il comandante, no?
Greenwald: Ha fatto bene a dirmelo, Painter, perché è proprio questo il punto. (...) Dite un po', dopo l'affare “macchia gialla” quando vi ha chiesto aiuto, voi l'avete mollato, vero?
Maryk: Si, è così.
Greenwald: Non vi era piaciuta la sua condotta di ufficiale, non meritava la vostra lealtà, eh? E voi l'avete deriso (...) Se gli aveste dato l'aiuto che vi chiedeva, credete che sarebbe successo ciò che è successo? (...)
Keith: Ma allora siamo noi i colpevoli!
Greenwald: Ah, lei sta imparando qualcosa, e cioè che non si collabora con un comandante perché ci è simpatico, si deve collaborare con lui per il solo fatto che è il comandante. (…) e rivolgendosi a Keefer Dovevate sentirlo testimoniare, lui non sapeva niente di niente. poverino (...) Il comandante Queeg era veramente ammalato, ma lei era in buona salute e non ci sono scuse alla sua viltà.
Keefer: io non ho mai sostenuto di essere un coraggioso.
Greenwald: Voglio fare un brindisi alla sua salute, signor Keefer (...). Maryk sarà sempre ricordato come un ribelle (...) All'unico e vero autore dell'ammutinamento del Caine. Alla salute, signor Keefer! ed in un impeto di rabbia Greenwald gli getta la coppa di champagne in faccia.
Buona parte dell'equipaggio del “Caine” viene poi riassegnato ad altre navi e il film termina con Willie Keith che ritrova il suo primo comandante, il Capitano DeVriess, che dimostrandogli la sua fiducia gli affida il comando della nave che salpa.


Il film fu un grande successo commerciale con ben sette nomination all'Oscar e deve molto alla superba interpretazione di Humphrey Bogart che ci offre forse la sua migliore performance degna dell'Oscar che andò invece a Marlon Brando per “Fronte del Porto”, d'altronde nel 1951 aveva vinto sullo stesso Brando (Un tram chiamato desiderio) con “La regina d'Africa”.
L'unica pecca del film è la parte romantica tra Robert Francis (Willie Keith) e May Wynn che appesantisce lo svolgimento del racconto.

Il film si differenzia dal romanzo per il finale che non termina con la Corte Marziale, ma prosegue nella battaglia di Okinawa dove il “Caine” comandato proprio da Keefer viene colpito da un aereo kamikaze. E mentre Keefer ferito ed in preda al panico si getta in acqua il “Caine” viene salvato dal suo primo ufficiale: il giovane Willie Keith.

L'ammutinamento del "Caine" non è soltanto un apologo sulla solitudine del comando e sul rapporto tra un comandante ed i suoi subordinati, ma resta anche uno dei migliori film mai girati sulla marina e sulla mentalità militare e non a caso il grande attore inglese Michael Caine (Maurice Joseph Micklewhite) prese il suo nome d'arte da questa nave immaginaria.





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LA CAMPANA HA SUONATO




Esistono film completamente dimenticati ma che meritano di essere ricordati non solo per l'opera cinematografica in sé, ma anche per il messaggio politico e sociale che trasmettono.
In questa categoria rientra sicuramente un western girato nel 1954 “La campana ha suonato” (Silver Lode) girato in piena epoca maccartista e che solo ad un osservatore distratto può apparire come un classico B Movie. Al contrario grazie alla perfetta sceneggiatura di Karen Dewolf che si caratterizza per lo stile asciutto e sintetico è invece una lucida denuncia del clima di caccia alle streghe che venne lanciato dal senatore Joseph McCarthy.

In una piccola cittadina del West, Silver Lode, quattro uomini guidati dallo sceriffo federale McCarthy (un cognome evidentemente non scelto a caso) giungono proprio nel giorno in cui deve essere celebrato il matrimonio di un tranquillo e rispettato cittadino, Dan Ballard, con l'accusa di avere due anni prima assassinato proprio il fratello di questo sceriffo.
Dan Ballard cercherà con l'aiuto iniziale del fratello e del padre della sposa di scagionarsi da questa accusa, ma in brevissimo tempo lo sceriffo federale McCarthy riuscirà a convincere tutta la popolazione ad eccezione della promessa sposa e di una signora di “facili costumi” della colpevolezza di questo onesto cittadino. La popolazione di Silver Lode ne è così convinta che in neanche un'ora passerà dall'apparente sostegno al tentativo di linciarlo.
Dan Ballard riuscirà solo alla fine grazie all'aiuto della fidanzata e di questa altra signora a mandare un telegramma ricevendone una immediata risposta: non solo lui non è ricercato per omicidio, ma McCarthy non è uno sceriffo federale ma solo un volgare bandito e ladro di bestiame.
Il film termina con Ballard ferito, non solo fisicamente, che abbandona amareggiato la città insieme alla sua fidanzata.



Stuart Whitman e Dan Duryea


Come si vede la trama è molto simile a “Mezzogiorno di fuoco” girato solo due anni prima e con lo stesso ritmo narrativo di una ora e mezza di svolgimento in tempo reale, ma in questo film il messaggio antimaccartista è molto più evidente.
Intendiamoci: La campana ha suonato non è certamente all'altezza di Mezzogiorno di fuoco sia per la modestia dei protagonisti, John Payne e Lizabeth Scott, i quali non sono ovviamente all'altezza di due mostri sacri del cinema hollywoodiano come Gary Cooper e Grace Kelly. Sia per la colonna sonora di Louis Forbes e Howard Jackson che non può assolutamente rivaleggiare con la struggente canzone Do not forsake me, My Darling del grande Dimitri Tiomkin non a caso vincitrice del Premio Oscar. E la buona regia di Allan Dawn non può certo competere con il pesante clima di suspense creato da Fred Zinnemann.
Comunque è da ricordare che Allan Dawn è stato un celebre regista di film muti (più di quattrocento) interpretati da grandi dive come Mary Pickford e Gloria Swanson, l'indimenticabile protagonista di Viale del tramonto, oltre che per avere diretto il celebre film di guerra Iwo Jima interpretato da John Wayne.
La campana ha suonato se ha due protagonisti modesti mette in campo invece un stuolo di caratteristi di primissimo livello da Dan Duryea, uno dei più celebri “cattivi” del cinema hollywoodiano, a Emile Meyer (Orizzonti di gloria), da John Hudson (Sfida all'O.K. Corral) a Harry Carey jr. (uno degli attori preferiti di John Ford) ed infine a Stuart Whitman (I Comancheros, Quei temerari sulle macchine volanti) in una delle sue prime interpretazioni.

Questo film ha avuto poche apparizioni televisive, personalmente non ne ricordo neanche una, ed oggi le sale cinematografiche italiane non sono disposte ad ospitare film, anche più celebri, del passato. Lo si può trovare soltanto nei DVD e se chi legge queste note lo riesce a trovare, ebbene ne consiglio vivamente l'acquisto.


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TUTTI GLI UOMINI DEL RE



“Sono un politico, e noi non abbiamo amici”



Il romanzo di Robert Penn Warren “Tutti gli uomini del Re” scritto nel 1946 e vincitore del Premio Pulitzer, e due anni dopo adattato anche per il teatro, forse non è un libro di facile lettura fosse soltanto per la mole, ma costituisce indiscutibilmente una delle migliori denunce di una politica senza principi morali ed un ritratto spietato di quella statunitense in particolare. Un testo che indiscutibilmente è il miglior romanzo politico americano del novecento nella sua riflessione sull'idealismo corrotto del potere e sulla logica del compromesso per non fare cambiare lo stato delle cose.
Una delle prime recensioni è quella di Orville Prescott, critico del New York Times, che il 16 agosto 1946 elogia così il romanzo: “Nato nel Sud, nel Kentucky, e cresciuto nel Tennessee (…) Warren ha scritto un romanzo accidentato e ostico come una strada di tronchi sulla palude, irrisolto, incerto davanti ai problemi della vita (…) eppure magnifico, vivace da leggere, con tensione scintillante (…) intriso di emozioni feroci, con ritmo narrativo e immagini poetiche scintillanti, non un “romanzo di lettura” (…) ma un testo che non ha pari (…) non da leggere pigri, distesi su un’amaca, ma da divorare sino alle tre di notte, da portare in treno e in metropolitana e leggere mentre aspettate il tram, un appuntamento, l’ascensore o – se capitasse - un passaggio su un elefante (…)”
Ed effettivamente Prescott non ha esagerato con questo omaggio all'opera di Penn Warren.

L'ascesa di un oscuro outsider, Willie Talos, un ingenuo venditore a domicilio di origine contadina che con grandi sacrifici si laurea in Legge e che diventa in brevissimo tempo il governatore di un non meglio precisato stato del Sud (nelle versioni cinematografiche questo stato è la Louisiana). Talos parte da nobili principi morali facendosi paladino delle giuste istanze di progresso, cambiamento e speranze delle masse contadine ancora colpite dagli effetti della grave crisi economica del 1929, ma che purtroppo si trasformerà in brevissimo tempo in un cinico politicante del tutto identico a coloro che denunciava all'inizio della sua attività politica.
In questa sua traiettoria politica Willie Talos viene aiutato da un giornalista, Jack Burden, che contrariamente a lui è un uomo colto proveniente da una famiglia facoltosa che in breve diventa il suo ghost writer. Sono entrambi attratti l'uno dall’altro poiché Talos vede in questo giornalista l'esponente di quella classe sociale di cui vuole fare parte e questo desiderio lo fa assomigliare al Julian Sorel protagonista del celebre romanzo di Stendhal “Le Rouge e le Noir” con cui condivide la fine tragica, al contrario invece Burden vede in Talos soltanto quel coraggio e quei ideali di cui ha letto soltanto nei libri e che è incapace ad esprimere e utilizzerà tutti mezzi leciti ed illeciti per difenderlo dimostrandosi altrettanto cinico come il suo idolo.
Dopo la sua nomina a governatore Talos vara tutta una serie di riforme a favore degli strati più deboli della società, ma le sue contraddizioni legate alla spregiudicatezza, al cinismo e all'ipocrisia lo portano ad un ribaltamento del suo programma politico.
Talos si rivela per ciò che è veramente, soltanto uno spregiudicato demagogo ed i senatori conservatori ne propongono l'impeachment e questa misura viene appoggiata dal Giudice Irwin, uomo integerrimo e padrino oltre che ex tutore di Jack Burden. Talos allora incarica Burden di trovare un eventuale scheletro nell'armadio nella vita di Irwin e immancabilmente lo trova e ciò porterà il Giudice Irwin al suicidio. Stanton viene confermato governatore, ma verrà subito assassinato in un attentato.

Il romanzo di Penn Warren è ispirato alla controversa vicenda umana e politica del democratico Huey Pierce jr. Long Governatore della Louisiana dal 1928 al 1932 diventando poi senatore e progettando la sua candidatura alle Presidenziali del 1936, ma un anno prima rimase vittima di un attentato.
Long il cui motto elettorale era “Ogni uomo è un Re” come Governatore promosse la costruzione di ospedali, scuole, combattendo la piaga dei senza tetto frutto della grande depressione del 1929 proponendo una nuova politica della ridistribuzione della ricchezza sotto forma di tasse sul patrimonio delle società e dei cittadini più abbienti.
Questo romanzo ha avuto una genesi molto travagliata e solo recentemente (2001) è stato pubblicato nella sua forma integrale ed in questa forma è stato ripristinato il nome originale del protagonista cioè Willie Talos, che ha un forte richiamo semantico e letterario. Mentre in precedenza il nome era Willie Stark, nome con il quale era stato conosciuto nelle prime edizioni e nei due film tratti da questa opera.

Sinteticamente è questa la trama e la storia di questo bellissimo romanzo che ha avuto ben due trasposizioni cinematografiche che sono molto fedeli al testo e al messaggio politico di Penn Warren.




La prima versione è del 1949, cioé tre anni dopo l'uscita del romanzo, ed ottenne un grandissimo successo vincendo ben tre Premi Oscar (Miglior film, Migliore attore protagonista, migliore attrice non protagonista) e altre quattro nomination.

In questo film l'interpretazione di Broderick Crawford nella parte di Willie Stark è semplicemente perfetta, non a caso vinse l'Oscar, offrendoci un ritratto umano di questo politico cinico e corrotto.
In verità il regista aveva pensato per questa parte a John Wayne il quale rifiutò sdegnato questo film da lui definito antipatriottico e mal gliene incolse perché girò invece Iwo Jima dove ottenne sì la nomination all'Oscar, ma perdendola proprio contro Broderick Crawford.
Ma non è soltanto Crawford ad offrire una grande prova come attore, infatti è necessario citare quella di John Ireland, un classico caratterista di film western, che qui nella parte di Jack Burden ci da una straordinaria interpretazione da lui mai più eguagliata, tanto da ottenere la nomination all'Oscar quale migliore attore non protagonista.
Mercedes McCambridge, che come Ireland ha sempre recitato in ruoli secondari, ottenne con questo film l'Oscar quale migliore attrice non protagonista nella parte dell'intrigante assistente politica di Stark. A mio avviso però la sua migliore interpretazione rimane quella del leggendario western Johnny Guitar nel ruolo della malvagia Emma Small feroce nemica di Vienna (la grande Joan Crawford).



Robert Rossen (1908-1966)


Il successo di questo film non è solo dovuto al romanzo di Penn Warren e agli attori che lo hanno interpretato, ma anche dal regista Robert Rossen che ne scrisse la sceneggiatura e lo produsse tanto da meritarsi la nomination per la regia.
Robert Rossen è un regista troppo sottovalutato e che meriterebbe un capitolo a parte.
Estremamente impegnato sul piano sociale diresse film di notevole spessore come l'indimenticabile Anima e corpo interpretato da John Garfield incentrato sul mondo della boxe e del racket del 1947, dopo Tutti gli uomini del Re, nel 1951 gira Fiesta d'amore e di morte che è il primo film che denuncia la crudeltà della corrida.
All'inizio del maccartismo Rossen ne cade subito vittima, fino al 1947 era stato iscritto al Partito comunista e oltretutto con le sue amicizie pericolose come quella con John Garfield e il regista e sceneggiatore Abraham Polonsky si trovò costretto a lasciare subito gli Stati Uniti e in Italia dirige Mambo un film che viene ricordato soprattutto per la presenza scenica della nostra Silvana Mangano.
Dopo la fine del maccartismo gira nel 1961 uno dei film più belli che abbia mai interpretato Paul Newman: Lo spaccone. Nel 1964 gira un altro capolavoro come Lilith interpretato da Warren Beatty e Jean Seberg: una inquietante storia d'amore ambientata in istituto per malattie mentali che purtroppo sarà il suo ultimo film, infatti muore nel 1966 a soli 58 anni.





Ma ritornando a Tutti gli uomini del Re nel 2006 viene girata una seconda versione cinematografica con un cast di primo ordine: Sean Penn nella parte di Willie Stark, Jude Law in quella di Jack Burden e Anthony Hopkins nella parte del giudice Irwin.
Questo film non è assolutamente inferiore a quello del 1949 anzi si può tranquillamente affermare che l'interpretazione di Sean Penn è superiore a quella di Broderick Crawford, ma per uno dei grandi misteri a cui ci ha abituato il cinema hollywoodiano si rivelò un vero fiasco. Infatti il film incassò solamente 9 milioni di dollari con una perdita dell'84% del budget investito ed è risultato il più clamoroso insuccesso del quinquennio 2005-2010. Un insuccesso che non è stato ammortizzato con la vendita dei DVD e i successivi passaggi televisivi.
Nonostante questo insuccesso economico questa seconda versione resta comunque un ottimo film.

Consiglio quindi vivamente la lettura di questo romanzo e la visione dei due film che ne sono stati tratti perché aiutano a comprendere il gioco della politica e di quella statunitense in particolare, anche se personalmente non accetto totalmente il pessimismo di Penn Warren che fa dire amaramente al suo protagonista: “L'uomo è concepito nel peccato e nasce nella corruzione, poi passa dal puzzo delle fasce al fetore del sudario.”










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